Federigo Tozzi – Ai bagni

Era di luglio, e mi trovavo da tre giorni a Levanto; annoiatissimo, per non avervi potuto fare nessuna relazione. Ero per tornarmene via e cambiare spiaggia, quando capitò, proprio nello stesso albergo, il mio giovane amico Michele Pagni con sua moglie Cesarina.
E siccome egli, dopo pranzo, dovette andare a Spezia per certi suoi impegni, tornando la sera stessa a Levanto, io gli promisi che avrei accompagnato sua moglie alla stazione. Intanto, per tenerle compagnia, nel salotto dell’albergo, ci mettemmo a fumare. Ella stava in una sedia a dondolo; io sul canapè, mezzo steso, ma con le gambe in terra. Cesarina faceva dondolare la sua sedia e non toglieva mai i suoi occhi dai miei; quando aveva finito la sigaretta, io glie ne davo un’altra, mettendogliela in bocca; e poi accendevo il fiammifero. Ella, allora, perché io non dovessi scomodarmi troppo, si chinava verso me; avanzandosi in punta alla sedia tutta piegata in avanti; e mi ringraziava con quel suo sorriso così nervoso che, se non fosse stata la moglie di un amico, l’avrei subito baciata. Era un poco magra e pallida; con gli occhi turchini; e, sotto, erano cerchiati di pavonazzo. Non mi ricordo né meno di quel che parlammo; ma, dopo un’ora, eravamo seduti più vicini. Mi disse:
– Che fate qua solo in questo paese?
– Niente!
Ma ella non ci credette; ed io ero imbarazzato a provarle che era vero.
– E non state male così solo?
– Ma certo! Se voi non foste venuta, io stasera sarei andato via.
Tutto il suo viso mi pareva madreperlaceo, e que’ suoi occhi, contro luce, lustravano. Ella, forse per farmele vedere, mise le mani su i bracciali della sedia di vimini: le sue mani con le unghie lucide e rosee. Poi, mise una gamba sopra un’altra; e ricominciò a dondolarsi. Io, con il volto proteso verso di lei, il mento appoggiato a una mano, e il gomito sopra un ginocchio, le dissi:
– Stasera, invece, penserò sempre a voi.
– A me da vero?
E mi prese una mano. Io pensai di baciargliela subito; ma qualcuno attraversò l’andito dinanzi al salotto ch’era senz’uscio: mi parve una cameriera. Ella si rimise a dondolarsi, tutta appoggiata alla spalliera della sedia; con le mani sotto le gambe.
Mi disse, pallida e sconvolta:
– Domani, alle undici, venite a trovarmi. Ora, usciamo.
– Ma dove andiamo? Perché non restiamo qui?
Ella si bagnò il labbro di sotto con quello di sopra, si lisciò una gamba; e rispose:
– No, esciamo, esciamo!
Si alzò, e mi parve come esaltata. Io n’ero già innamorato, e credevo perfino di amarla. Mi sarei innamorato di qualunque donna.
Andammo lungo il mare, dove erano i camerini e i bagnanti; e Cesarina pareva che si fermasse a posta vicino ai loro gruppi, di mano in mano che l’incontravamo; per non restare a sola con me.
E quando al Kursaal si accesero i lumi e cominciò la musica, la spiaggia e il mare si fecero deserti. Soltanto qualche barca, che però non era di Levanto; qualche barca che si muoveva come rasente l’orizzonte.
Tornato il mio amico, cenammo tutti e tre insieme; poi, li lasciai. La mia amicizia con Cesarina aveva avuto momenti in cui m’era sembrata già di lungo tempo; in altri momenti (almeno pareva a me) si scopriva tutta la sua superficialità; e allora anche la nostra voce ridoventava estranea, quasi sarcastica, benché sempre molle. Io ero stato compagno di scuola di Michele; ma, da quando aveva avuto il posto di professore di matematica, non l’avevo più visto; e Cesarina m’era stata presentata soltanto pochi mesi prima che io la incontrassi a Levanto, da certi parenti di lui.
Quei tre giorni a Levanto li avevo passati con un crescente desiderio di amare qualche donna, allettato da certe bellissime bagnanti, qualcuna forestiera, che poi la sera ritrovavo nel giardinetto del paese, trasformato in birreria. Elle non portavano calze e andavano in sandali. Quando vedevo un uomo e una donna insieme, io guardavo la donna come se l’uomo non ci fosse stato o avessi potuto mandarlo via a mio comodo.
La mattina dopo mi svegliai pensando subito, e non ad altro, al mio appuntamento. Era, come ho detto, alle undici; e non erano né meno le nove. Mi vestii e scesi. Cesarina e Michele avevano la camera sopra la mia. Andai, dopo aver preso un cognac, non dalla parte dove la spiaggia è tutta visibile come una specie di arco di rena e di ghiaia gialliccia, ma dalla parte opposta dove non ero mai stato. Percorsi due o tre vicoletti, dovetti quasi scavalcare un muricciolo le cui pietre però erano state smosse per poterci passare meglio. Sempre lungo il mare, le cui onde venivano a biancheggiare sul viottolo e a cozzare in una distesa di ghiaia molto grossa, che rotolava in giù quando l’onda si ritraeva, girai uno di quegli scogli che sporgono verso l’acqua, mi soffermai in una piccola insenatura pendente, poi passai un altro scoglio, trovai un’altra insenatura anche più piccola, tutta chiusa dalle rocce intorno come una specie di grotta se non fosse stata aperta sopra la testa dove il macigno della roccia è a picco ed altissimo. Non volendo allontanarmi molto, mi sedei nella quarta insenatura: non potevo vedere che il mare; e nessuno avrebbe potuto vedere me. Alzai la testa: ma di lassù non poteva che rotolare qualche sasso. Sulla ghiaia vidi un piccolo fazzoletto; e soltanto a passarci vicino si sentiva che era profumato. Con un calcio, lo tirai in mare. C’era una luce immensa: il mare era quasi trasparente, calmo, ma le sue onde così bianche e spumeggianti che mi pareva impossibile il turchino potesse cambiare così di colore. Del resto, m’annoiavo: e su quella ghiaia non stavo molto bene. Ma bisognava che facessi l’ora. Sbadigliando, procurai di pensare a qualcosa; ma all’infuori di Cesarina mi pareva che non ci fosse altro. Quando mancò una mezz’ora soltanto, mi alzai perché non avevo più calma: avrei perso il rimanente del tempo al caffè. Ma quando fui per entrare nell’altra insenatura, tornando indietro, un grido mi fermò. Guardai e la vidi quasi piena di donne. Parevano tutte popolane e venute a bagnarsi lì, per non spendere niente. Quelle che s’erano già tolte la camicia, se l’appoggiarono sul petto; quelle che erano per spogliarsi, smisero; un’altra che non aveva niente in mano, si buttò bocconi. Ce ne erano di tutte le età, e saranno state almeno otto. Io tornai a dietro e impaziente gridai:
– Quando posso passare, ditelo. Aspetto qua: non vedo nulla.
Sentii ridere; e, probabilmente, non mi capirono; com’io non avrei capito il loro dialetto. Aspettai un quarto, poi altri dieci minuti. Mi riavvicinai e chiesi:
– Cosa fate costà? Ho bisogno di passare!
Non mi risposero, ma alzarono le voci per parlare tra sé, tutte insieme. Poi, riescii a capire una; che, certo, voleva farsi udire da me; ma senza parlarmi direttamente:
– Siamo senza costume, e, perciò, se non andate via di costà, non possiamo bagnarci.
Io m’infuriai, e mi venne l’idea di passare lo stesso. Ma come potevo fare a suggerire loro questa cosa? D’altra parte avevo paura che qualcuno dei loro uomini avesse poi voluto leticare con me.
Allora dissi che se non volevano farsi vedere nude, siccome io non potevo restare là dietro lo scoglio altro tempo, si rivestissero alla meglio. Io sarei passato; e, poi, si sarebbero bagnate. Prima risero, poi non intesero, poi strillarono, poi dovettero mettersi d’accordo. Quando, persa tutta la pazienza, passai senza chiedere se fossero pronte, le più erano ancora con la camicia tra le braccia come prima. Allora, invece di voltarmi verso il mare, per quanto pensassi all’appuntamento con Cesarina, le guardai tutte. Di mano in mano che ne guardavo una, il suo sorriso smetteva; e le altre non facevano più chiasso. A tutte le rimanenti insenature, successe lo stesso; e io, dietro le spalle, sentivo insultarmi e vociare con collera. Quando riescii ad entrare in paese, era già tardi d’una mezz’ora. Salii, ansimante, tutta la scala dell’albergo, bussai alla camera: nessuno rispose. Accortomi che l’uscio non era chiuso, lo spinsi.
La camera era vuota. Entrai e vidi che c’erano ancora le valigie del mio amico. Che dovevo fare? Aspettarla lì? Il marito era tornato a Spezia per una ripetizione, questa volta, a un alunno che doveva fare un esame. Ma Cesarina dove era? Sarebbe stato bene e prudente chiedere di lei all’albergatore? Non ero nella possibilità di giudicare da me; ma per quanto ne avessi voglia non mi decidevo. Allora, piano piano, escii di camera, e mi misi ad aspettare nell’andito. Gli occhi mi bruciavano, per aver guardato troppo il sole; e sentivo la testa congestionata. Dov’era? Dov’era? Mi veniva voglia di toccare la sua vestaglia, che avevo vista sopra il ferro del letto. Una sensualità improvvisa, piena di sole, mi chiudeva la gola; mi faceva palpitare come se mi fossi spaventato. Era inutile ch’io escissi per andare a cercarla lungo la spiaggia! Come avrebbe fatto Cesarina a tornare a dietro, anche se l’avessi trovata? Mi pareva che fossero di sole anche le pareti dell’albergo, ch’erano perfino sporche e scalcinate invece. Mi girava la testa; mi pareva di sentirmi agitato da una lunga onda, sempre la stessa, che mi moveva avanti e indietro, quasi facendomi cadere. E, in fatti, mi attenni al muro. Quelle donne le rivedevo gesticolare, le riudivo urlare; con una precisione, che m’illudeva. Le loro risa mi straziavano; provavo un odio feroce contro tutto; e specie, non so perché, contro il mare. Sentivo venirmi la febbre, non ci vedevo più. Sarei entrato nella camera di Cesarina, a piangere. Stetti lassù, senza che venisse nessuno, fino a mezzodì. Poi, la fame mi vinse; e discesi, per prendere prima un poco di aria libera e calmarmi e poi per mangiare: forse, Cesarina l’avrei trovata a tavola. Ma, del resto, ella m’aveva dato appuntamento così inattesamente che mi pareva reale soltanto il tempo che si ricollegava, ora, con la mia delusione. Era un’avventura che non doveva accadere, e mai più! Ma, quando l’avrei riveduta, che cosa ci saremmo detti? E pure, ero certo di rivederla: e questa certezza mi faceva piacere! E progettavo già quel che inventare per tenermi in corrispondenza con Michele. Quando ero per escire dall’albergo, un cameriere mi chiamò e mi consegnò un biglietto. Era di lui e diceva: «Mia moglie sarebbe restata a Levanto; ma non avendoti visto in tutta la mattinata, e non sapendo dove tu fossi, s’è decisa a venire a Spezia con me. E siccome non vuole più tornare a Levanto, verrò io a salutarti domani».
Provai lo stesso effetto di un gran colpo su la testa. E, prima che tornasse Michele, fuggii con il treno di Genova.

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