Federigo Tozzi – Campagna Romana

Caro Cavacchioli,
tu mi chiedi qualche spunto autobiografico. Ti ringrazio sinceramente, ma non abbocco. Tutto al più, posso raccontare a te e a pochi lettori come ho passato a Roma la scorsa estate.
Torno, ormai, molto di rado in Toscana, e sempre per pochi giorni. Perciò, insieme con qualche amico, quando non piglio la bicicletta, cerco di respirare all’aria aperta e non mi lascio mai alloppiare dalla vita cittadina. Questa estate, andavamo a Maccarese: tra Roma e Civitavecchia. Bisognava alzarsi dal letto prima di giorno; e alla stazione di Termini, mentre compravamo il biglietto, vedevamo, alla luce ancora incerta, stormi di ragazze che invece sceglievano Ladispoli o Santa Marinella. Sartine, dattilografe, impiegate, passavano a coppie o a branchetti, di rado accompagnate dai parenti, portando in mano l’asciugatoio e la biancheria per il bagno. Ce ne erano di anemiche, ma anche di quelle bellocce o belle addirittura. E noi le seguivamo con gli occhi e con una voglia matta d’attaccare discorso e portarne due o tre con noi, di quelle più piacevoli e benevole.
Orio Vergani, allora, faceva sempre la proposta di distribuire, per la volta prossima, parecchi foglietti dove fosse stampato, a modo di pubblicità, che i bagni di Maccarese erano preferibili anche per la salute a quelli di qualunque altra spiaggia. E, intanto, da bel giovane che è, si ficcava in mezzo alle ragazze per capire se ce ne fossero disposte a farsi tenere compagnia.
Ma, saliti in treno, non ci si pensava più; ed era meglio. A scendere alla stazione di Maccarese eravamo noi soli, salvo qualche buttero; e, dopo aver bevuto un bicchierino di acquavite, che ci levava gli ultimi rimasugli del sonno, ci mettevamo in cammino.
L’aria era grossa da tagliarsi con il coltello, e la strada lunga. Ma noi prendevamo attraverso i campi, per una scorciatoia che si vedeva dalla stazione fino a una macchia dove s’interna; perché l’erba non fa in tempo a rinascervi, e la terra si spacca in un modo che a non stare attenti c’entrano i tacchi dentro. Le interminabili file degli olmi, più neri che verdi, s’incrociano da ogni parte; chiudendo in mezzo le paludi, dentro le quali i giunchi selvatici sono così fitti da non potercisi muovere. Finalmente, quando la stanchezza e il sudore cominciavano a dar noia e a scoraggiare, tra i ginepri enormi, si sentiva il tuono largo, quasi sinistro, del mare. Riprendevamo forza; e, barcollando su la rena troppo asciutta, che faceva inciampare e affondare fino ai polpacci delle gambe, andavamo avanti. Alla fine si vedeva il mare: una riga turchina e immobile che sembrava più alta di noi. L’aria si faceva respirabile; e ci guardavamo lietamente. Facendo a chi arrivava prima, andavamo sotto una specie di capanna tutta aperta, costruita con quattro sostegni di legno sorreggenti una copertura di frasche secche.
Io mi spogliavo subito, e mi piaceva sentire quel brivido ghiaccio su tutta la persona. Michele Abramich apriva i cartocci delle provviste e cavava fuori, da un tascapane militare, un uovo sodo per ciascuno. Io facevo con le mani una buca nella sabbia e vi mettevo dentro, fino alla bocca, i fiaschi del «Chianti». L’Abramich mi guardava ridendo, pronto, però, a sgridarmi se non facevo le cose per bene; e l’ultima manciatina di terra che ricopriva il «Chianti» al fresco, la dava sempre lui; perché nessuno lo avrebbe contentato.
Senza Michele Abramich, direttore del Museo di Aquileia, non sono mai andato a Maccarese. Con noi, oltre allo scultore Ercole Drei e a Orio Vergani, che è forse il più intelligente fra i suoi coetanei di vent’anni, è venuto una volta Stefano Pirandello. Il Drei si fidava un poco troppo dei suoi nervi romagnoli e la sera sghignazzava meno della mattina. Il Vergani non voleva rinunciare né meno la notte innanzi ai caffè e alle amanti; e il sole gli faceva girare subito la testa. Qualche volta, è venuto a caccia Alessandro Salvini; che per quel giorno non si ricordava di essere attore cinematografico e drammatico. Ma torniamo in carreggiata!
La spiaggia, completamente deserta, cominciava già ad essere calda; e le onde scintillavano. Io, completamente nudo, facevo una corsa di un mezzo chilometro, e poi tornavo addietro; e dicevano che assomigliavo a un fauno piuttosto grasso. L’Abramich aveva già messo insieme un mucchietto di fuscelli e di legni e li accendeva in modo che il fumo, portato dal vento sotto il riparo di frasche, ci assicurava di più che nessuna zanzara ci avrebbe punto regalandoci la malaria.
Ad una certa ora il sole faceva biancheggiare, quasi splendere addirittura, il caseggiato nuovo di Ladispoli; e le nebbie uscivano di fra gli olmi e la grande pineta solitaria, lunga fra i cinque e i sette chilometri. Reso sempre di più impaziente da quella meravigliosa solitudine, entravo nell’acqua. L’Abramich aspettava, scrupolosamente, che fossero le undici.
Dopo il bagno facevamo, per lo più affiancati insieme, un’altra corsa; che bastava ad asciugarci; e, poi, ci sdraiavamo in terra, per mangiare. E siccome l’appetito era sempre pronto, bisognava mandare giù i bocconi senza masticare troppo, perché si faceva a chi era più lesto. Prima veniva il prosciutto crudo, poi quello cotto; poi le olive. In un batter d’occhio, spariva tutto. E non era difficile che le cinque dita aperte d’uno dovessero contendere con quelle d’un altro l’ultima fetta o l’ultima oliva. Qualche volta, cucinavamo da noi il prosciutto; facendolo bollire dentro un catinaccio scrostato, che l’Abramich aveva preso dentro una capanna di certi pescatori. Intanto, rapidamente, il vino calava.
L’Abramich apriva le scatole delle acciughe in salsa piccante; ed io, ghiotto di quella broda oliosa, quand’erano nuotate, me le scolavo in bocca o vi inzuppavo un pezzo di pane dentro; che a ricavarlo dovevo anche bestemmiare.
Non bisognava muoversi senza precauzione, perché il vento copriva subito di sabbia ogni cosa; e, allora, si sentiva scricchiolare sotto i denti. Alle frutta, l’appetito cominciava a calmarsi; ma mi ricordo come, in mancanza d’altro, succiavamo lungamente anche i noccioli rossi delle pesche o finivamo con l’inghiottire le bucce delle mele e delle pere. Allora, ricorrevamo alla distribuzione delle sigarette. Ma, già, la stanchezza, e il caldo ci facevano venir sonno; ed era un godimento solenne quello di chiudere a poco a poco gli occhi e di chinare la testa grave e avvinata. Ma a trovare una buona posizione non era facile, senza indolenzirsi o i fianchi o le braccia; e, poi, a mettersi bocconi, come sarebbe stato più comodo, non si poteva respirare perché entrava la sabbia in bocca e dentro le ciglia. Alla fine il sonno metteva da sé le cose in pace, e dormivamo anche tre ore di seguito. Guai a quello che si destava ultimo, perché si sentiva giungere un calcio su le chiappe! Qualche volta, aprendo sì e no gli occhi, vedevamo i branchi delle bufale o dei bovi passare rasente a noi, soffermandosi a fiutare e a curiosare. Le bufale, con gli occhi neri e acuti, avevano un’insistenza che non ci piaceva affatto; ma il sonno e il vino non ci consentivano di alzarci da terra; e, perciò, non abbiamo mai avuto paura. Anche le vipere non mancano, anzi quelle di Maccarese sono famose; per dire la verità, non sono mai venute dove eravamo noi.
Con gli occhi sempre intontiti, guardavo il mare più turchino e più bello, e vedevo stuoli di alcioni alzarsi a volo come se fossero stati scossi dalle onde sempre uguali e disuguali. Sopra le macchie volavano, invece, corvi e falchi.
Alla foce dell’Arrone, dove al tempo degli Etruschi, tanto per fare un poco di storia, era la città di Fregenae, e dove l’aria e le fiamme del calore ora brulicavano insieme, si vedeva un polverio enorme: guardando meglio si capiva che vi andavano a bere le bufale e i bovi.
Prima che il sole tramontasse, facevamo un altro bagno; e, se il mare era molto mosso, stavamo a prendere i colpi delle onde su le spalle e su la nuca: tenendoci a catena, per non essere travolti. Tuttavia Ercole Drei, un giorno, corse lo stesso il pericolo di affogare.
Verso sera, quando un’umidità calda e pesante cominciava a venire da tutte le parti, e la spiaggia non brillava più, ci rivestivamo e tornavamo verso la stazione. E siccome era già l’ora di cena, entravamo dentro una «dispensa»; dietro il castello barocco di San Giorgio. L’Arrone, che viene dal lago di Bracciano, sembrava bianco da quanti moscerini vi stavano sopra. Se passava qualche bufala, anche sopra essa s’aggirava una nuvola di moscerini; e gli eucalipti odoravano lungo la strada, dove si inciampava a motivo della polvere alta e ammucchiata dalle ruote dei carri.
A quel tempo, a Porto San Giorgio, c’erano parecchi prigionieri tedeschi e austriaci; e quelli presi dalla malaria, gialli e spolpati, li vedevamo seduti sull’argine dell’Arrone con le spalle a qualche eucalipto. Una volta capitò loro anche il vaiuolo; e bruciavano i pagliericci dei morti, abbandonandoli alla corrente; che, a poco a poco, li portava fino al mare, già mezzi inceneriti e distrutti.
La «dispensa» era uno stanzone con il soffitto a volta; e ci stava un oste con la moglie; tutti e due con la malaria.
Al nostro arrivo, benché non fosse prudenza perché si attiravano le zanzare, accendeva una candela di sego e l’infilava dentro il collo d’una bottiglia. Dopo un’ora di attesa, quasi al buio, le paste nel sugo erano pronte; nere di pepe. E ne trangugiavamo sempre due piatti per ciascuno: non c’era di meglio e bisognava adattarsi. Il vino, grosso e pesante, metteva il fuoco nel sangue. E, benché rimpiangessimo di non avere più il «Chianti», si buttava giù a litri. Alle altre tavole dello stanzone stavano i lavoranti della tenuta, i pastori e i butteri. E sempre arrivava qualcuno con la febbre addosso, presa durante la giornata; il quale andava a sedersi un poco in disparte, verso la porta. La poca luce non ci permetteva di scorgere bene i visi; e tra le gambe venivano almeno cinque o sei cani randagi che non erano mai gli stessi.
L’oste era sgarbato e svogliato; e, per farlo rispondere, bisognava ripetergli la domanda più d’una volta. Pareva che gli mancasse un pezzo di testa dietro; e la fronte, a forza di stringersi, era riuscita ad essere piccola quanto una noce. La moglie, magra e cerea, legnosa, non aveva fiato di reggersi in piedi; e, quando era stata costretta ad aiutare lui, si risedeva subito; muovendo gli occhi attorno ai piedi, come fanno quelli che non ne possono più dalla stanchezza. Tanto lui che lei non ci guardavano mai; anzi, non guardavano nulla; e parlavano solo quando non potevano farne a meno. Soltanto l’oste, di quando in quando, con qualche conoscente, malediceva Maccarese; e gli rispondeva un sospiro della moglie. I pastori erano più loquaci, e avevano sempre da raccontare quante pecore erano morte durante la giornata; con la pancia scoppiata per aver bevuto l’acqua cattiva. I butteri, entrando, appoggiavano dietro la porta le aste, con le quali, a cavallo, picchiano gli armenti quando si sbandano: avevano gli stivali fin sopra i ginocchi e compravano, avendo più denari da spendere, il cacio a libbre. I lavoranti, stavano a tavola con il capo giù, il collo irrigidito, i gomiti stesi e le mani allacciate insieme. Si mettevano fermi a quel modo specialmente dopo aver mangiato, e non aprivano mai bocca altro che per dolersi della fatica e del disagio. Ogni tanto, il grido di qualche civetta, sopra un eucalipto, faceva volgere la testa verso la porta.
Restava l’ultimo tratto di strada fino alla stazione, ed era già buio. La luna, sottile e larga, esciva di tra gli olmi nebbiosi; e rischiarava abbastanza, e io provavo non poco dispiacere a dover salire in treno; perché non m’importava più nulla di Roma, e m’aveva fatto bene quella giornata senza né meno ricordarmi della letteratura e dei libri.
Michele Abramich si volgeva verso la luna; e, scotendo con una mano i soldi di rame dentro una tasca, con l’altra le mostrava un piccolo Priapo di bronzo, che aveva trovato in certi scavi: era un rito pagano. Poi la guardava tutto soddisfatto e beato; e, a quel chiarore, gli vedevo brillare gli occhi nella faccia rosolata dal sole. Mi diceva, tutto esaltato:
– Fa’ così anche tu!
Ma io camminavo di malavoglia; e dentro di me studiavo invano come avrei potuto fare per non tornare a Roma. Le file degli olmi erano più nere della notte, e la pianura impiccioliva. Qualche bosco incendiato, sopra una collina bassa bassa, scintillava con una giocondità cattiva. Pareva che la luna mi dicesse: «Perché non torni lungo il mare? Ti tengo compagnia io».
E, tra un passo e l’altro, rimpiangevo di sapere che il giorno dopo qualcuno mi avrebbe ricordato la mia triste ambizione. Come, lungo il mare, tutto m’era parso inutile e fastidioso! Come m’avevano fatto pietà e schifo gli scrittori, i giornali e i libri!
Giunto a casa, non potevo pigliare sonno. In un incubo bollente rivedevo le bufale, le vipere, i ramarri; e mi pareva di volare, come un uccellaccio, incontro a qualche montagna innalzate dal mio pensiero.

Ma andavamo anche sul Monte Soratte. Scesi dal tranvai, alla stazione di Sant’Oreste, prendevamo su per una oliveta scura e immobile; addossata sotto il macigno crudo tagliente. Prima, bisogna arrivare al paese di Sant’Oreste; le cui case hanno lo stesso colore della pietra dove stanno a picco; su una vallata che si stende a perdita d’occhio. Per entrare in paese bisogna varcarne la porta; ma c’è una tabella di legno dov’è scritto:

È vietata
l’introduzione e la circolazione
degli animali suini nell’interno
del paese.

Perciò, noi ci guardavamo sbigottiti e restavamo di fuori.
Ci si ficcava, invece, dentro la trattoria; che è di fianco. Le pareti hanno un colore turchiniccio; e, in fondo, dietro il bancone padronale, c’è il busto in gesso di Vittorio Emanuele II, tra due grandi corna di bue e sopra una mensola verde sovraccarica di bottiglie e di scatole da conserva.
L’ostessa prima non risponde; poi borbotta sottovoce, scappando; poi intende a traverso; e, alla fine, data un’occhiata che vorrebbe divorarci vivi, si decide a cavare la voce. E, allora, si capisce che è una burbera molto buona e tranquilla.
Fatto uno spuntino e prese le provviste, cominciavamo l’ascensione del Soratte. Dura un’ora o poco più; ma noi la facevamo anche in meno; non badando a qualche sdrucciolone e a qualche ginocchiata. L’aria si fa più leggera quasi ad ogni passo; e la vallata del Tevere, dalla parte opposta a quella donde siamo saliti fino al paese, comincia a spiegarsi senza usura dinanzi a una meravigliosa vista di montagne; e sono tante che per avvedersi di tutte, senza saltarne nessuna, bisogna guardarle a una per volta. Ma più che si guardano e più se ne scoprono; e ognuna sembra desiderosa di essere la più bella. Il cielo e l’aria vi stanno sopra come se avessero paura di toccarle; e solo il vento s’arrischia, almeno a sentirselo passare rasente gli orecchi, a andare fino là senza perdere la strada.
Il Soratte, durante l’estate, è tutto fiorito. Le eriche rosse escono dai buchi della selce; e, qualche volta, ci sono anche certe campanule pallide che s’attorcigliano come ghirlandette. Testucchi e lecci nani, a cespugli, crescono sul fianco del monte, dalla parte del Tevere, e il loro colore s’incupa di mano in mano che scende giù nella vallata, insieme con il mentastro e la nepitella. L’ombra del monte è così grande che il sole si stende soltanto di là dal fiume, che, di lassù, pare fermo.
Mentre, dalla parte di Roma e del mare, la vallata se è un poco nebbiosa, abbarbaglia e luccica in tanti seni di tutte le dimensioni.
Il silenzio fa udire quel che si pensa.
L’ultima volta che salii, le cavalle avevano figliato; e pascolavano sul dorso acuminato del monte. Mi ricordo anche d’aver sentito ragliare un asino giù in fondo alla vallata, e quel raglio mi sembrò dolcissimo e perfino musicale; perché la distanza gli toglieva il troppo e lo sgradevole.
Sul Soratte, una volta c’erano quattro conventi; uno per ogni punta: San Silvestro, Santa Maria delle Grazie, Sant’Antonio, Santa Lucia.
Ora, intero c’è rimasto soltanto quello di Santa Maria delle Grazie; e i ruderi di quello di San Silvestro. Il viottolo mena ad essi.
A metà della salita, in mezzo a una boscaglia di lecci, c’è una cappellina; e dentro, lungo le pareti laterali, due sedili: una croce fatta con il carbone dove dovrebbe essere un’immagine.
Seguitando, si vede la cinta del convento di Santa Maria; fatta di sassi a secco, sotto una greppaia rossa di rosolacci, che non stanno mai fermi. E sotto la cinta, una pergola di viti; che fa ombra a una striscia larga e sbilenca di grano.
Il convento è disabitato da parecchi anni; ma c’è andato a stare Fra’ Camillo Coppini, nato a Grassina, nei dintorni di Firenze.
Non è difficile che venga a spalancare la porta senza scarpe e senza calze, con la tonaca nera tirata su alla cintola; e una falce in mano, con la quale era a mietere il fieno quando abbiamo tirato la campanella. Dopo le prime parole, egli dichiara subito di essere un uomo «storico»; cioè un uomo che appartiene, ormai, alla storia. E, per convincere, butta in terra la falce, si ficca le mani in seno e tira fuori il libro che sta componendo. Il titolo del libro, scritto da lui stesso con una penna spuntata e con l’inchiostro di more mature, ha questo titolo: «Il trionfo dell’Umanità naturale e la distruzione della Fisumana; dove si trova il proscioglimento della vera filosofia con la vera difesa della Vita; ovverosia il Tesoro secondo l’epoca e il tempo».
E, per accertare che si tratta d’una cosa seria e immortale, avverte che l’hanno letto Dante Alighieri e cinque o sei altre persone che s’accostano a quel calibro. Ma non basta. Sempre dal seno, cava altri suoi libri di minore importanza, che sono come i commentari di quello; e allora si capisce perché la tonaca, impataccata e sporca, gli stia gonfia sopra la cintola come se fosse pregno.
Il suo viso scarno, dove sono soltanto le pieghe della pelle, si fa più attento e si illumina; gli occhi, neri e dolci, pigliano un fanatismo vigile e impaziente.
Uno di noi gli chiede:
– Che cosa vuol dire Fisumana?
Ed egli spiega, con energica enfasi:
– La Fisumana è la cattiveria degli uomini, e io ho trovato il modo di renderla innocua.
Intanto, si entra in un praticello erboso; in mezzo al quale c’è soltanto un gelso. Fra’ Camillo ci segue e ci studia; per capire che gente siamo. Passatagli la diffidenza, la sua voce si fa più amichevole; e si capisce che ha una gran voglia di confidarsi. Ma noi, invece, secondo il solito, abbiamo fame, e glielo diciamo.
Egli non se lo fa ripetere due volte: entra, quasi di corsa, dentro il convento; per pigliare un tavolino e le sedie. Poi, rispettosamente ma dignitosamente, domanda:
– Vogliono bere un bicchiere d’acqua fresca?
Dopo due o tre volte che siamo stati sul Soratte, è doventato nostro amico; e io voglio ricordare una visita più lunga delle solite.
Tralascio l’arrivo e salto al desinare. Fra’ Camillo, mentre stiamo per finire le ultime briciole del tonno, frugando tra le pieghe della carta unta, ci propone un piatto d’insalata. Si leva da sedere e va all’orticello. Per entrare, deve togliere prima, ad una per volta, un mucchio di pietre addossate al cancellino sfasciato. Tra due sassi piatti e incavati, dove dovrebbero essere gli arpioni, prende un falcetto e comincia a tagliare erba e insalata insieme. Quando gli pare che basti, ci grida:
– Ora vado a sciacquare quel che ho preso.
È inutile protestare che l’erba non ci piace: egli ci garantisce che è buona quanto l’insalata. E, per convincerci, se ne mette in bocca una pianta. Ma l’olio puzza come quello delle macchine. Quando glielo diciamo, resta sorpreso e scontento del nostro gusto, con la bocca piena e l’erba mezza dentro e mezza giù per il mento. Noi non possiamo andare avanti, e Fra’ Camillo Coppini, mortificato, finisce da solo ogni cosa. Povero e onesto, campa con quel che gli frutta l’orticello e la fetta di terra; che coltiva da sé.
Intanto, vengono due ragazzi che pasturano le capre fuori della cinta. Uno tiene per le gambe un falchetto, che non ha messo ancora le penne. Pare involtato in una lanugine grigia, e apre il becco spenzolando la lingua. Gli occhi aperti sbattono, ma senza chiudersi; e torce il collo, come può, per guardare verso noi. Il pastore lo butta sopra un muricciolo, e propone al compagno di ammazzarlo lapidandolo; per fare la scommessa a chi tira più dritto. Io dico che non voglio; e Michele Abramich, gongolando di speranza che gli accende di più il viso sempre infiammato e gli brilla negli occhi azzurri, domanda loro se possono procurargli almeno un litro di latte o una ricotta di qualche chilo. I due ragazzi spariscono subito a mungere le capre.
Allora, Fra’ Camillo piglia il falco e lo mette dentro un secchio, dicendo che ce lo friggerà a cena.
Ma noi vogliamo che egli faccia un discorso; e ci contenta subito. Batte le mani insieme e salta sopra un sedile di pietra, all’ombra di un leccio. Tossendo, si spurga; poi, tende un braccio. La nostra attenzione silenziosa lo anima; e sorride, già sicuro che lo dovremo acclamare. Comincia:
«Io, Fra’ Camillo Coppini, povero fraticello eremita, ho scritto il gran libro della Fisumana; ed ora dirò due parole alla buona così come mi vengono».
Fissa gli occhi da una parte, accanto a sé; fa schioccare le dita, e il suo viso pare tormentato. Ma, con uno scatto fiero, quasi maestoso, erge la testa; e continua:
«Il Paradiso di Satana, il Purgatorio di Lucifero, e il Limbo degli uomini temperati, com’io nel mio pensiero li ho visti più di una volta…».
Ma la parola gli manca, per ora; ed egli ci fa comprendere, con un largo gesto esecratorio della mano, quel che vorrebbe dire. Fa una lunga risata, perché ha bisogno di tenere i nervi al posto, ma l’occhio gli si rischiara, le righe della faccia si appianano, tutto il viso ha un’aria ascetica, le parole vengono con una facondia irruente ed efficace. Ad un certo punto, grida:
«La spianata delle tombe, dei re, dei regni, delle montagne e di tutti i vigliacchi che sono su la terra, dovrà assicurare all’umanità il trionfo dei buoni e degli onesti. Il mio Libro è il centro aeroso dell’Universo; e io, frate Camillo Coppini, nutrirò la coscienza di tutti. Ciò che si vede su la pianura della terra deve divenire, un giorno, cenere e polvere. Meno che cinque cose, o bene sei, sono eterne: la luce del giorno e la notte; i venti, le acque e la terra; il Padrone del macchinario del movimento di questo mondo, ossia Dio!»
La sua parola fantastica, chiara e impetuosa, ormai ha preso la rincorsa, e ci trincia sentenze e ammonimenti. Dopo averlo applaudito, lo portiamo di peso sopra le spalle. Fra’ Camillo ride a bocca aperta e ringrazia; e sappiamo dai suoi occhi che ci è riconoscente di averlo capito e di prenderlo sul serio.
Intanto la metà della giornata è trascorsa, e il Tevere è sempre raggomitolato nel suo letto di terre incolte. Per parecchi chilometri lustra a pezzi, secondo i suoi giri; e una nebbiolina, trasparente più d’un velo che sia per sparire, lo segue fin dove i nostri occhi non vedono più. Questa nebbiolina è anche ai piedi delle montagne, e sembra che riesca a dissolverle; perché si giurerebbe che non sono soffici e molli; più delle ombre turchine che le nuvole lasciano cadere giù nella vallata. Ma, quando il sole è per discendere, le montagne fanno biancheggiare per qualche mezz’ora i loro paesetti; e poi, con lo sbiadirsi della sera li rinascondono dentro se stesse. Allora, il lago di Bracciano sembra uno specchio caliginoso, l’Appennino Umbro indossa un celeste più tranquillo e il Gran Sasso si schiara.
Non so perché, Fra’ Camillo ci parla a modo suo della «sventura» del Calvario; mentre ci rechiamo dalla punta di Santa Maria a quella di San Silvestro; per un sentiero non sempre piano; e il vento ci butta quasi in terra. Sotto a noi, tra le sporgenze acuminate dei macigni, s’intravede il gran precipizio del baratro; e fa l’effetto di essere tirati giù a battere la testa. Ma, mentre si sta lì a fare queste considerazioni, un falco, con le ali aperte, viene a oscillare lentissimamente nell’aria; e poi si ferma. Guardando meglio nelle lontananze, ne vediamo parecchi altri; tutti sospesi a quel modo.
Intanto, siamo entrati nella Chiesa di San Silvestro; che è monumento nazionale. Squarciata dai fulmini e dai temporali, ogni anno perde qualche pezzo di muro; che si sbriciola su la roccia. Una volta, i pastori ci si rifugiavano con le pecore e ci accendevano il fuoco; ma Fra’ Camillo Coppini, ora, la tiene pulita e chiusa a chiave. Scendiamo a vedere e a tastare con le nocche il sasso dove dormiva San Silvestro; incastrato dentro una grotta buia, sotto l’altare. Dove è stato tolto l’intonaco, le pareti sono coperte da affreschi del Trecento, e la cripta conserva ancora alcuni bassorilievi romanici e dell’antico tempio di Apollo; sopra il quale fu eretta la chiesa cristiana.
Da quella cima, l’orizzonte è anche più vasto; e si vede perfino il Monte Amiata, al confine del territorio senese. Stiamo lassù fino a buio fatto, dopo che il sole s’è lasciato pigliare dentro una ragnaia di nuvole.
Per cena, riesciamo ad evitare che Fra’ Camillo tiri il collo al falchetto; ma mentre mangiamo nel refettorio, perché fuori è troppo freddo, sentiamo l’uccello lamentarsi con una specie di fischio intasato e sbattere le ali dentro il secchio. Il refettorio è tutto polveroso, con quattro tavolinacci rozzi e tarlati. Stiamo vicino a una finestrucola inferriata, che dà a picco su la valle. Un pipistrello si attacca all’architrave e si dondola.
Dovremmo mandare giù, ma non ci riesce, una frittata. Fra’ Camillo ci ha messo troppo sale; e, volendola fare con le cipolle, ci ha tagliato anche i gambi, che sono restati crudi. Inoltre, non avendo più vino, ci propone di mettere nell’acqua un poco di aceto; come fa sempre lui. Il buio accresce la paura che la giornata non finisca allegramente; e né meno a cantare con quanto fiato abbiamo in corpo ci riesce a ridere senza essere troppo nervosi. Il romito, sempre attento, se ne avvede; e reca due candele accese. Allora, facciamo un ultimo tentativo di baldoria; ma il nostro amico resta inquieto lo stesso; e noi ci convinciamo che è meglio andare a dormire. Intanto, veniamo a sapere che egli è stato una volta frate laico e andava alla cerca, ed ora veste a quel modo per amore all’abitudine.
Ci accompagna in una stanzucola, dove non c’è se non uno strato di paglia; che puzza di topi e di muffa; e qualche tarpone nero, infatti, s’è visto correre su per le scale. Ma, prima che ci stendiamo, apre una finestruccia, e ci indica Roma: un bagliore lontano e basta.
Preso sonno, senza spegnere le candele infilzate in un ferro a punta, ci viene a destare, per sbaglio, un’ora prima. Sono soltanto le tre e mezzo; ma esciamo lo stesso, per avviarci giù alla stazione. La nebbia è fittissima e scura; e lampeggia proprio all’altezza del convento.
Per non rifare la stessa strada, Fra’ Camillo ci fa prendere una scorciatoia scavata giù per la china più ripida del monte. Non vediamo dove mettere i piedi e ci si aiuta con le mani, per non scivolare in dietro. Ma egli va giù a salti, aprendo le braccia e facendo rotolare i sassi perché si sentano rimbalzare e battere fino in fondo. Allora, ci piglia paura di cadere a capofitto; e, prima di movere il passo, cerchiamo sempre di afferrarci a qualche sporgenza o a qualche cespuglio. Quando il frate non ci aspetta, dopo due metri non si scorge più. I falchi, di mano in mano che scendiamo, spiccano il volo; e sentiamo ventare le loro ali. Il frate, che pare un lugubre fantoccio nero, gesticola e grida; poi, sghignazza del nostro impaccio. A un certo punto, crediamo che si debba ammattire anche noi; e la china non finisce mai. La nebbia pare che ci pesi su le spalle, e proviamo una specie di disperazione e di scoraggiamento. I falchi si levano da tutte le parti; la selce, urtata dalle scarpe, fa un rumore secco ed aspro. Alla fine, non resta che da attraversare un lunghissimo prato, dove c’è una vacca soltanto; e siamo prossimi alla stazione.
Fra’ Camillo ci deve salutare, e si duole della sua solitudine. Ci dice:
– Mi troveranno morto, come un falco, tramezzo i sassi; che cade giù, e tutto è finito!

Anche quest’anno conto e spero di tornare a Maccarese e al Soratte. In quanto alla letteratura, me ne sto più lontano che è possibile; anzi, non voglio mai che se ne parli in mia presenza, né meno dagli amici; e il mio più forte orgoglio è di sentirmi tutto quanto preso dal lavoro senza mai insozzarmi con i bacherozzoli, che vengono da sé a farsi spiaccicare sotto le scarpe.

Lascia un commento