Federigo Tozzi – Gli egoisti – Edizione Liber Liber

CAPITOLO I.

Appena desto, Dario Gavinai sentì che ricominciava istantaneamente a pensare. Il suo pensiero era come una punta che sporgeva, facendosi innanzi da sè. Ma egli ne provava una specie di rammarico e di stupefazione.
Erano ormai parecchi mesi che la miseria cercava di entrare anche nella sua anima. Da prima, non ci aveva creduto; e proprio quando non aveva nè meno un pezzo di pane per mangiare, le cose più dolci e più buone della sua giovinezza gli stavano per ore ed ore fisse in mente; e gli era impossibile rendersi conto d’altro. Quanto più soffriva e indeboliva e tanto più quelle cose gli apparivano evidenti e serene; visibili come allucinazioni. Secchi di latte che gli pareva di bevere: un latte denso, con una panna quasi gialla; oppure tavolate di pane caldo e crocchiolante, levato allora dal forno.
A trent’anni, era ancora costretto a farsi mantenere da una sua zia di Pistoia che, quantunque più povera che ricca, faceva per lui tutto il possibile. E Dario credeva di essersi avvantaggiato a lasciare quella città, ch’era anche la sua, per andare a Roma, dove sperava di trovare più d’una via aperta alla fiducia della sua intelligenza. Nessuno aveva pensato sul serio, quando studiava la musica, che volesse dedicarvisi con uno scopo decisivo e ambizioso. Ed egli voleva provare che a Roma sarebbe riescito a farsi noto. Dopo le prime esaltazioni, aveva sentito un’apatia quasi cinica; poi aveva preso le cose con più calma, ma con più sofferenza. Conosceva, ormai, quasi tutti i letterati e gli artisti migliori; e li aveva avvicinati con desiderio e con fiducia in se stesso; sebbene chiunque di loro lo avrebbe dichiarato il più modesto e il più insignificante. Aveva dovuto imparare a non credere alle promesse di qualche amico, che avrebbe potuto aiutarlo da vero. E, sebbene questa diffidenza non gli riescisse naturale, s’era giurato di non procurarsi più maggiori delusioni. Non aveva voluto conoscere nessun musicista; perchè si vergognava a non aver fatto ancora nulla. E temeva di essere accolto con quel sorrisetto, che gli metteva la voglia di pigliare a pugni. Anzi, quando gliene indicavano qualcuno, arrossiva e cercava di allontanarsi subito. Dopo due anni che si trovava a Roma, si sentiva assillato a dare un saggio della sua intelligenza.
Era inutile cercare la Roma degli imperatori o dei pontefici; e quella della monarchia democratica gli era troppo insignificante e antipatica. Sognava Roma forte e intelligente; rinnovata da tutte le regioni d’Italia. Se fosse stato un uomo pratico, avrebbe potuto subito trovare una ricompensa; ma tutto consisteva in una psicologia che cominciava e finiva dentro lui stesso. Non partecipava mai alla vera vita; e sarebbe invecchiato, come tanti altri giovani, senza uscire dalle angustie d’un’impotenza egoista e immorale.
Stanco, come se non fose stato invece più di quattordici ore a letto, non aveva nè forza nè voglia di alzarsi. Ma dovette vestirsi, perchè voleva andare a trovare un suo amico impiegato al Ministero della Pubblica Istruzione.
Non sapeva fare niente; non aveva imparato a fare niente; e l’idea di doversi scegliere magari un mestiere gli faceva venire una ripugnanza che lo spaventava. Non poteva nè meno pensarci! Era come se gli dicessero che a una data ora gli sarebbe venuta una malattia orrenda che lo avrebbe ridotto irriconoscibile.
Tuttavia, vestendosi, si sentiva quasi allegro, o, per lo meno, ne aveva la voglia. Non si reggeva più in piedi, e gli girava un poco la testa; ma si fece animo, e finì di vestirsi in pochi minuti. Prima di muoversi verso l’uscio, però, guardò il letto; e fu quasi spinto a buttarcisi sopra steso. A quel modo, forse, avrebbe potuto riassopirsi e sognacchiare; con quella specie di febbrilità e di sovreccitazione a cui aveva preso gusto.
Era già vicino a mezzogiorno, e nella camera faceva molto caldo. I vetri parevano per doventare come una colla trasparente e il sole ficcarsi dentro le cose.
In Piazza della Pigna non c’era nessuno, ed egli si fermò; parendogli che il sole e le ombre non volessero farlo passare. Ma, ormai, a certe illusioni c’era avvezzo! Scosse la testa; e proseguì.
Anche il Ministero sembrava deserto: salì, inciampando parecchie volte. Al primo piano, in una specie di corridoio che serve da stanza d’aspetto, per quelli che vogliono passare negli uffici del Ministro, la porta ricoperta di stoffa verde era spalancata perchè entrasse di più il fresco; e i busti di marmo, lungo una parete, sopra le loro colonnine, fino in fondo, pareva che si guardassero; come se fossero costretti a vivere per forza. E un usciere, piccolo come se non avesse avuto il capo, dormiva seduto sopra una sedia; appoggiato al tavolino accanto.
Al secondo piano, stava il suo amico Nello Giachi. Qui i corridoi erano stati annaffiati; forse la mattina; ma pareva che i mattoni si sfacessero lo stesso in polvere; e alcuni si smovevano sotto i piedi. Quasi tutti gli usci degli impiegati erano socchiusi; e Dario suppose che dietro ognuno di quelli stesse chi lo avrebbe aiutato, portandolo via lontano con sè; in qualche luogo, dove non era più possibile patire la fame. Quasi, perciò, gli pareva inutile giungere fino alla stanza del Giachi. Ma vi giunse con una contentezza; che, al solito, lo esaltava; affascinandolo. Quasi era lui che andava a portare all’amico la dolcezza e la serenità della sua anima!
Nello Giachi non lavorava. S’era tolta la giubba; e si grattava, con le unghie, i capelli folti; divisi dalla scriminatura da una parte. Gli disse:
— Guarda quanta forfora mi cade.
— Lo vedo.
— Mettiti a sedere.
Dario non voleva; per non cedere alla snervatezza. Ma, appena seduto in una poltroncina che una volta, chi sa quanti anni prima, era stata rossa, e ora quel colore era rimasto soltanto dove erano le cuciture dei bottoni, si sentì un poco meglio. Il Giachi aveva continuato a grattarsi i capelli; guardandosi a un pezzo di specchio appoggiato al calamaio. Dario stette zitto; poi disse, sorridendo un’altra volta:
— Bisogna che tu mi presti dieci lire o che tu mi inviti a mangiare!
Il Giachi smise di grattarsi, pulendosi le punte delle dita con i pollici; e gli rispose:
— Verrai a mangiare con me, perchè non ho più soldi finchè non riscuoterò lo stipendio. A trattoria, pago sempre in fine di mese.
Si rimise la giubba e chiuse il pezzo di specchio dentro un cassettaccio; nettò sopra il tavolino con il fazzoletto e soffiò tra un mucchio di carte. Disse a mezza voce:
— Quanto avrei da fare! E non ho voglia!
Dario lo guardò; non sapendo nè meno quel che pensare.
Il Giachi era piuttosto magro e pallido; aveva gli occhi color caffè; e, parlando, torceva un poco la bocca sempre dalla stessa parte, come se lo facesse volentieri e per vezzo. Allora il Gavinai gli chiese:
— Vuoi sapere quant’è che non vedo Albertina?
Il Giachi non rispose nulla; ma l’altro proseguì:
— L’ho vista ieri sera.
Poi, dopo essere stato zitto un poco, abbassando la testa, aggiunse:
— Ci vogliamo sempre bene.
Allora il Giachi rispose:
— Mi sembra perfino inverosimile.
— E perchè?
— C’è bisogno che te lo spieghi io?
— Non ti capisco. Quando si vuol bene da vero…
— Io mi stanco subito lo stesso.
— Perchè non vuoi bene da vero.
Il Giachi ridacchiò; quantunque cercasse di trattenersi. Il Gavinai, cercò di farsi dare ragione:
— Anch’io credevo di essere come te. Ma poi… Perchè dovrei lasciare Albertina? Mi vuole tanto bene! Tu lo sai.
Ma, ora, a parlare del suo sentimento gli pareva una sciocchezza; o forse era addirittura una sciocchezza il suo sentimento stesso. Tuttavia, siccome il Giachi stava zitto, come per lasciargli confessare troppo, anche quello che non si dovrebbe mai dire, temè di aver fatto male.
Si sentì questa sua sincerità negli occhi; e gli sembrò che la fame e la sincerità fossero quasi la stessa cosa; e che tutte e due fossero così visibili ch’egli si alzò dalla poltrona quasi per seguirle e accarezzarle.
Poi, perchè il Giachi non lo prendesse per pazzo, finse di essersi alzato per levare una piega dalla giubba.
Ma il Giachi gli disse:
— Io non ti credo!
— E perchè?
— Perchè non è vero!
Questo modo di ragionare tolse al Gavinai la voglia di aprire la bocca. E siccome il Giachi si mise a spolverarsi la giubba, egli, involontariamente, anzi senza riuscire a impedirselo, pensò: «Vorrei sapere in che consiste la realtà!».
Provava un imbarazzo forte come un malessere: gli pareva che avrebbe incontrato chi sa quale difficoltà ad uscire dalla porta; e gli veniva il ticchio di farne la prova. Gli pareva che l’aria fosse quasi irrespirabile, e pensò se avesse potuto mangiare il tavolino.
Il Giachi gli vedeva sul viso quel pallore che lo faceva doventare subito più magro; gli venivano le occhiaie, e i suoi occhi scintillavano, con una eccitazione nervosa. Quella nervosità lo urtava, e doveva evitare di sentirla. Gli disse:
— Usciamo prima che sia l’ora; così andiamo a mangiare. Ma ho perso l’appetito: non mi sento più bene. È necessario che io faccia una cura ricostituente. Bisognerebbe che mi facessi mandare in aspettativa.
Ma al Gavinai era impossibile stare attento a quel che l’amico diceva; e si mosse perchè facesse più presto. Il Giachi, allora, fu tentato di metterci più tempo; ma non ebbe il coraggio. Prese il cappello e i giornali che aveva dimenticato sul tavolino: e disse:
— Possiamo andare.
Allora, il Gavinai si fermò e disse arrossendo:
— A mangiare con te verrò un altro giorno. Per oggi, posso farne a meno.
Il Giachi capì che s’era offeso; lo prese per un braccio e lo fece camminare:
— Devi venire oggi.
Il Gavinai, avvistosi del cambiamento, si sentì pieno di gioia, e gli chiese quasi lacrimando:
— Ma se tu volevi stare solo?
— T’ho detto a quel modo d’Albertina, perchè anch’io sarei contento di trovare una donna come lei.

CAP. II.

La sera, il Gavinai si sentì un’altra volta dentro quella solitudine, che pareva senza fine. Mentre, subito dopo mangiato, gli si acuiva sempre l’angoscia come di aver quasi turbato la sua giornata; senza provarne nessun piacere. Ma ora, a tutti i costi, voleva conoscere la sua solitudine; e, certo, assomigliava ad uno che si mette fisso a guardare un muro per capire che cosa c’è dentro.
La voleva conoscere, senza odiarla; anzi francamente, quasi con amicizia. Vi trovava sempre quell’indicibile senso di cose che restano sconosciute anche alla nostra anima. La solitudine era buona! Ma sentiva anche che la sua giovinezza vi si consumava e che non gli sarebbe stato mai più possibile tornare indietro; qualunque cosa gli fosse avvenuta nella vita.
Gli parve, ormai, che la giornata fosse stata troppo lunga; ma non si decideva a chiudersi in casa. Era anche sicuro che non avrebbe dormito. Non aveva voluto andare da Albertina benchè avesse pensato molto spesso a lei; voleva lasciare anche quel sentimento benchè fosse la sua sola dolcezza.
Mentre, a tutti i costi, tentava di trovare tra sè medesimo e Roma come una pacificazione quieta. Quando non aveva nè meno le curiosità faticose dei primi giorni, s’imponeva di conoscerla come la propria città; e andava dove ancora non era stato mai; con una ostinazione quasi metodica; sicuro e lusingato di acquistare un senso di vastità quasi altezzosa.
Passando per la via Margutta, due tavolini verniciati di giallo, all’uscio d’un’osteria, tra quattro piante di bambù, gli ricordarono ch’egli non aveva da mangiare. Dentro, cantavano accompagnandosi con una chitarra un poco stonata; dopo, applaudivano. Questi schiamazzi gli fecero provare una viva repulsione ostile; e si allontanò più presto.
Ma, fatti pochi passi, vide una stanzuccia illuminata d’una luce gialla, e tutta una famiglia, che appena vi entrava, a mangiare.
Senza volere, guardò due volte, ma con una certa ironìa.
Sopra il Pincio, lampeggiava; ma, su la via, era stellato. Ad una terrazza avevano acceso due lampioncini di carta a colori. E si sentivano voci liete. Egli si fermò ad assicurarsi se erano liete da vero; non ci credeva.
Le cupole delle chiese di Piazza del Popolo erano illuminate dalla luce elettrica. E, nei vicoli scuri, soltanto il chiaro di luna faceva distinguere le facciate e i muri delle case. Ad un tratto, cominciò a piovere; ma smise subito. Quasi sentì correre la pioggia da un capo all’altro della via; dove i gatti razzolavano nei mucchi della spazzatura, accanto a un uomo che con un sacco aperto in mano, vi frugava dentro. Mentre una donna, seduta in terra, con le spalle al muro, smoveva la bocca, prendendo con la punta delle dita il mangiare accattato, da un cartoccio, rotto. Pensò che non avrebbe mai potuto adattarsi a fare lo stesso.
Quando fu a metà di Via Due Macelli, ricominciò a piovere. Una ragazza, con il cappello in mano, correva lungo il marciapiede, opposto al suo; ma altre due ragazze andarono a ripararsi su la soglia di un portone chiuso dove s’era fermato.
Dentro il salone Margherita c’era soltanto un barlume: dietro i vetri che luccicavano per la luce elettrica della strada i manifesti erano illeggibili. Una di quelle ragazze gli mise una mano su la spalla e gli disse:
— Andiamo a casa mia!
Dario si riscosse, ma non alzò gli occhi: era curioso di conoscere l’effetto che gli faceva quella voce. Poi si chiese: «Perchè mi dice così?» E, per un momento, credette di amarla istantaneamente. Stette lì, allora, quasi ad aspettare ch’ella gli parlasse ancora; e aveva voglia di farle capire soltanto dagli occhi tutta la sua tristezza. Ma non osò. La ragazza respirava forte; e, certo, anche ella aspettava ch’egli parlasse. Quando invece alzò la testa per sorriderle, scappò a mettersi lungo un altro portone più largo. Egli allora, si sentì commuovere. E, da dove era, cercava di farle capire che la guardava fisso; mentre sopra le ciglia, quasi dentro gli occhi, gli sgocciolava la pioggia, visibile soltanto attorno alle lampade.
Il ricordo di Albertina lo attraversò come un brivido diaccio; e lo fece tornare in sè. Perchè, dunque, non era stato a trovarla, se le aveva detto di aspettarlo alla Pensione?
Egli doveva amarla come era amato; doveva essere degno della sua purezza. Allora, se ne andò.
Rasente quasi tutti gli usci, c’erano altre ragazze. Una fumava, e, di quando in quando, si vedeva il fuoco della sua sigaretta.
In Piazza di Trevi l’acqua della fontana scrosciava, e tre uomini dormivano tra le colonne della chiesa di Sant’Antonio. All’angolo di Via del Lavatore, su lo spigolo di una casa, c’era una Madonna entro un medaglione fiorito, con gli angioli di gesso e una lampadina elettrica che non faceva luce anche perchè era tutta sporca di polvere; e, alla finestra accanto, un pappagallo che si rigirava smovendo tutta la sua catena. All’improvviso, all’ultimo piano della stessa casa, una donna nuda si sporse a prendere le persiane per chiuderle.
Un carabiniere passeggiava in cima alla salita di Via della Dataria; sotto il Quirinale alto e quasi invisibile nella notte.
In camera, il Gavinai accese la lampadina e si mise a sedere: la sua giornata somigliava a una di quelle gocciole di qualche pozzanghera sporca, che schizzano in bocca. C’era, dentro un bicchiere pieno d’acqua una rosa che gli parve stupita di essere bianca; tanto il suo pensiero pigliava il sopravvento; l’aveva rubata con Albertina dal muro di una villa; a Monte Mario.
Ma, ora, non gliene importava nulla; benchè la tentazione per la ragazza del marciapiede gli paresse assurda e ripugnante. Si sentì sicuro e tranquillo; grande come la notte; con la dolcezza delle stelle sempre uguali, sempre le stesse. Il sentimento di se medesimo era in pieno accordo con tutto l’universo: non gli mancava nulla. Egli poteva pensare a qualunque cosa, e mai era separato da esso. Ad un tratto, gli parve che la sua anima si mettesse a suonare; ma non percepiva distintamente nessuna musica; come se fosse stato profondamente sordo. Cercò d’ascoltare meglio: attese che una nota più bella si chiarisse; per poterla ricordare. Attese con ansia acre, quasi disperata. Ma, quella larva, sparì; e non ne restò alcun segno. Pure, era sicuro di averla sentita! Ora, gli pareva d’essere in una piazza dove non era stato mai; camminava a passi cadenzati, e una specie di fanfara, anche questa inespressa, lo faceva muovere come se danzasse. La piazza era grande e non finiva più; si allargava sempre; benchè restasse uguale. Poi, la fanfara si allontanò da una parte ed egli da un’altra; e, per quanti sforzi facesse, non riuscì più a ritrovarla. Avrebbe voluto domandarlo a qualcuno; ma aveva paura che gli rispondessero chi sa quale menzogna. Ed egli, allora, pianse.
Quando si destò, mancava poco a mezzogiorno. La lampadina era restata accesa; ed egli, per convincersi che s’era addormentato a sedere, con la testa sopra il tavolino, guardò lungamente il letto restato intatto.

CAP. III.

Era certo di essere un musicista. Avrebbe subito messo in musica certe sensazioni, invariabili, della sua giovinezza; che gli sembravano i punti più vivi del passato; quando la memoria si liberava completamente delle cose inutili; ed era anche essa, perciò, una forza attiva ed immediata. Contento e impaziente, andò subito da Albertina. Per la strada, però, si spaventava sentendo qualche segno della sua nevrastenia; quando tutte le cose ch’egli vedeva sembravano scolorirsi, quasi illividite; con un senso di malvagità che lo perseguitava. Allora camminò in fretta, come se avesse voluto mettersi a correre; e non gli pareva mai di fare in tempo.
Albertina, sorpresa di scorgere nel suo viso una cosa che non capiva, gli chiese:
— Che hai?
Fu per dirle tutto, ma non era più certo di essere un musicista. E le rispose:
— Te lo dirò.
Perchè, vicino a lei, non aveva più quelle sensazioni? Si sentì scoraggiato e pieno di malinconia.
Gli pareva d’essere sul punto di scoprire un gran segreto, che con una rapidità violenta passava rasentando la sua anima; qualche volta, muovendola un poco con sè. Egli era stupefatto a sentirsi in mezzo a questo turbine che gli metteva voglia di avere la stessa rapidità. Ne aveva quasi un desiderio da farlo piangere.
Ma dopo un poco, dovette riconoscere che queste tristezze erano compensate da certe lucidità quasi magiche, tanto egli pensava con un’eccitazione soddisfatta e tranquilla: certo la sua intelligenza stava per prendere una definizione, che sorpassava anche il suo amor proprio abituale. Perfino le mani di Albertina, un poco ossute e pallide, entravano a far parte di quella realtà immaginata che aveva preso un’evidenza quasi tattile. Egli pensava che ogni movimento di quelle mani fosse pienamente d’accordo con lui e con quel benessere intellettuale. Quelle mani erano i segni della vita che restava anche se egli fosse morto. Ma evitava che gli occhi di lei guardassero i suoi fino a darle il tempo di sorprendere la sua anima; perchè gli occhi di Albertina potevano conoscere ogni suo modo di pensare. Non si ricordava nè meno più ch’era andato a trovarla a posta, per dirle del sogno e delle sue sensazioni.
Già, vicino a lei, cominciava ad essere preso tutto dal suo sentimento, e il ricordo di quando s’era innamorato ritornava: con esattezza. Era vestita di seta bigia, tutta uguale, con le due punte del petto riconoscibili. Era un poco scollata; e non poteva guardarla sul collo più d’una volta senza desiderarla immediatamente. Ma egli voleva resistere al desiderio e disse che aveva da trovare un amico.
Poi, promettendole di tornare a prenderla verso sera, riuscì a lasciarla. Fuori della stanza, stette un momento all’uscio; pensando se doveva rientrare per baciarla. Ma poi decise di andarsene; benchè n’avesse una specie di rimorso, che il desiderio faceva doventare delizioso.
Verso sera, andarono per la Via Nomentana. Egli sentiva affievolirsi l’esaltazione della mattina, e gli pareva di andare incontro a una disperazione arida e deserta.
Albertina aveva un cappello bianco; che le lasciava scoperti i capelli neri sopra gli orecchi. Di quando in quando, lo guardava di sfuggita; e lo vedeva assorto per una cosa nuova; che gli metteva nel viso nervoso come un brivido continuo.
C’era una grande serenità piuttosto quieta; e Roma sembrava tutta giovane.
Andarono di là dal Ponte Nomentano, per quella strada che finisce alla Porta Salaria. Quantunque non ci fosse quasi nessuno pareva che il silenzio non esistesse più.
Verso il tramonto, si scopersero i monti della Sabina; come un’apparizione. Roma sembrava più grande, quasi infinita; con le campagne ombrate soltanto dalle nuvole. Certi punti della campagna il sole li illuminava così forte, che sembravano specchi. Mentre, a poco a poco, i monti della Sabina si coloravano sempre di più, di un azzurro un poco cupo. E, su per le cime, invece, sembravano trasparenti.
Poi, quantunque il sole fosse già dietro la Pineta Sacchetti e qualche grossa stella spuntasse dalla parte di Monte Mario, restava una luce che non poteva spegnersi subito; durando nell’aria e nelle cose. A momenti anzi sembrava riaccendersi e farsi più viva. I suoni delle campane, quasi irriconoscibili, spersi e mescolati, avevano una dolcezza grandiosa, con intonazioni che Dario completava dentro di sè.
Sentiva che il momento di parlare era giunto; e non doveva attendere più. Gli pareva che la sua voce fosse irriconoscibile; tanto egli la sentiva anche pensando e tacendo. Ma si fermò ad ascoltare un pino che si smoveva; come se fosse stato per aprirsi quanto era largo il cielo.
Allora, tremando tutto, non potendo più tenere la voce che non obbediva alla volontà, le gridò:
— Stanotte, scriverò la musica che io sento ora!
E, quando egli si fu calmato, senza che Albertina fosse riuscita a dirgli una parola, tutta la notte era stellata, e il pino fermo e chiuso.

CAPITOLO IV.

Il sentimento per Albertina somigliava un poco, a uno di quei raggi di luce, che fanno vedere com’è fatta una breve lontananza; e tutto il resto è indefinibile. Ma i ricordi della campagna diventavano sensazioni musicali e i pensieri di Dario erano suoni; che la sua anima intonava quasi con una placidità solenne. Gli accordi avvenivano secondo i cambiamenti di certe emozioni, che si legavano da sè l’una con l’altra; tutte di seguito, senza interruzioni. Quando i suoni nascevano, egli non poteva udirli subito; come se glielo impedisse una sordità implacabile, ma, un istante dopo, li percepiva con chiarezza sebbene un poco più distanti. E poteva scriverli senza nessuno sforzo di attenzione. Gli era come proibito di prendere parte con la volontà a questa creazione; e si sentiva come costretto a obbedirle. Tutte le volte ch’era riuscito a intervenire, questa placidità s’era spezzata; ed aveva dovuto attendere che ritornasse da sè; un poco umiliato.
Lavorò così fino alla mattina dopo, sempre più lentamente; ma gli vennero violenze di melodie, durante le quali gli pareva di assistere a un concerto gigantesco. Quando non scrisse più era già giorno. Allora, uscì.
Sentiva il bisogno di esprimere la sua riconoscenza; di ringraziare Qualcuno. Avrebbe voluto vedere subito Dio! E per inginocchiarsi dentro a qualche chiesa, gli venne in mente di andare ad Ara Coeli. Salì in fretta la scalinata bianca, che gli parve troppo corta; perchè avrebbe voluto salire chi sa per quanti chilometri; secondo l’altezza che sentiva dentro di sè. Il gran pino che pende su la scalinata era pieno di uccelli; e due piccioni entrarono in una delle buche della facciata.
Quando fu in cima, si volse a guardare Roma. Le case, sotto la nebbia della mattina, non si vedevano: sopra l’enorme spianata, fino all’orizzonte, c’erano soltanto le cupole delle chiese; quella di S. Pietro, la più lontana, quasi nella nebbia rosea; come se tutta la città fosse per sparire; e non restasse che il cielo.
Dario non ricordava più nessuna preghiera, ma stette lungamente assorto e cercò di pregare lo stesso; finchè non gli parve che tutta la chiesa assentisse con lui. Poi si domandò se a Dio bastasse. Ma quando si alzò, non era più capace a credere.
Allora, corse a casa; per essere sicuro che durante la notte aveva lavorato da vero. Si provò a leggere quel che aveva scritto, ma non lo capiva più. Se non avesse pensato di far vedere tutto ad Albertina, lo avrebbe strappato con una rabbia, che lo faceva respirare a fatica.
Addormentatosi vestito com’era, si destò dopo mezzogiorno; pieno d’ira contro se stesso; come se si fosse fatto ingannare senza nessuna ragione. Guardò con odio i fogli di carta sul tavolino messi insieme per portarli ad Albertina; e decise di nasconderli in qualche cassetto, inventandole che non aveva fatto niente. Gli pareva addirittura necessario dire così.
Gli venne da piangere; perchè le stesse sensazioni della notte gli tornavano a mente; con un rimpianto che lo straziava, con un dolore enorme come non aveva mai avuto. Non credeva più a quel che aveva creduto durante la notte; e quei suoni ripassavano in lui, all’inverso; come rifacendosi dalla fine e senza venire mai al punto da dove erano cominciati; come se fosse stato impossibile. Ad un tratto il pensiero di Albertina gli tornò pieno di un desiderio a cui non poteva resistere più. Aveva bisogno di vederla subito; baciandole le mani, facendosi prendere le tempie.
Ma dopo, mentre cominciava a rimettersi dallo stordimento della voluttà, egli le disse:
— Stanotte ho lavorato!
Albertina, un poco gelosa, gli chiese:
— Perchè non me l’hai detto subito?
Egli la guardò, tenendola con una mano sui capelli allentati: gli occhi di lei si fecero più chiari; s’inumidirono.
Allora le disse scherzando, ma con il dubbio che fosse vero:
— Non hai nè meno la curiosità di conoscere quel che ho scritto?
Ella gli rispose:
— Non ci penso, perchè ti voglio troppo bene.
Egli avrebbe voluto vendicarsi di questa risposta, ma ricominciò a baciarla.
Albertina s’era innamorata subito di lui; appena per caso s’erano incontrati. Non aveva mai amato nessuno; e s’immaginava di amarlo come nessuna altra donna avrebbe potuto. Serbava il vestito del primo giorno che s’erano dati del tu; e, molte volte, apriva l’armadio per farlo rivedere a Dario, che esclamava, perchè stizzisse: «— Ma lo so che mi vuoi bene! Me ne vuoi anche troppo!» Ella, però, non ammetteva che scherzasse; impallidiva subito, e voleva che le chiedesse scusa.
Lasciata Albertina, che lo richiamava sempre per farsi baciare un’altra volta, e perchè non andasse via troppo presto, gli parve di sentirsi più tranquillo. Anche questa tranquillità era evidente e schietta come il suo sentimento; sentendo che la sua giovinezza ne aveva bisogno.

CAPITOLO V.

Per più di una settimana, non scrisse più musica: si sentiva un selvaggio sempre inseguito; e non riesciva più a restare chiuso in casa, benchè la folla gliene facesse provare il bisogno fino allo spasimo. Qualche volta, gli veniva l’idea di aver commesso un gran delitto; e trasaliva quando, all’improvviso, gli passava qualcuno accanto.
Albertina cercava di stordirlo con il suo amore; senza sapere che egli allora non aveva la forza di amarla. Solo quando la zia gli aveva mandato il denaro, si sentiva male un poco meno.
Il Giachi pensava come aiutarlo; ma, poi, se ne dimenticava; oppure, per infingardaggine, non si decideva mai. A Dario diceva che avrebbe avuto sempre tempo a provvedere e che ad aspettare era meglio. E quando Dario gli rispondeva che stava per finire una altra volta i denari, il Giachi rimediava subito:
— È vero? Allora per oggi e per domani te li presto io!
Il Giachi aveva per amante una vedova venuta dal suo paesello a Roma; e per stare con lui si sottoponeva a ricamare dalla mattina alla sera per conto di un istituto di suore. Il Giachi la voleva lasciare da almeno due anni, e non ne era capace; sebbene non parlasse di altro.
Una mattina, Dario volle andare da lui; perchè si decidesse a presentarlo a qualche giornale; dove si sarebbe adattato a fare anche il cronista. Non era stato sul punto di accettare un posto di correttore di bozze, che una signora gli aveva trovato ad una tipografia?
Scendendo dalla Via delle Tre Cannelle, dove aveva la camera in affitto, passò dal Foro Traiano.
Tra le colonne avevano falciato l’erba; che s’era ingiallita. Di verde c’era rimasto soltanto un’edera tutta attaccata, come un festone, attorno al muro del recinto; e due melograni fioriti.
Il Giachi sembrava meno apatico delle altre volte, e lo accolse con un sorriso che gli fece piacere. Gli disse:
— Oggi, almeno, non sei fuori di te! Ti aspettavo, anzi!
— Davvero?
Ma il Giachi era tornato con la sua aria indolente e di malumore; e pareva irritato di avergli sorriso. Dario gli chiese:
— Che hai? Non dovevo venire da te?
— Non lo so nè meno io. Non mi sento mai bene. Avrei bisogno di divertirmi, forse!
— Ma, quando, sono entrato, però, sembravi perfino allegro.
Il Giachi torse la bocca e abbassò la testa. Poi, cambiando di posto alle carte che aveva sopra il tavolino, disse:
— È venuto a Roma il Carraresi.
Dario chiese, con una contentezza che gli fece bene:
— Quando?
— Ieri sera.
— Lo vedrò tanto volentieri.
Il Giachi gli dette un’occhiata e riabbassò la testa; poi, fece l’atto di mettersi a sedere. Ma vedendo che Dario si meravigliava, si appoggiò ai braccioli della poltrona e restò in piedi: pareva che durasse fatica e che restasse volentieri solo. Dario gli chiese:
— Dove posso vederlo?
— Ha detto che mi aspetta all’Albergo del Sole. È già l’ora. Va’ tu: io ti raggiungo dopo.
— Vieni subito! Anzi, perchè non andiamo insieme?
— Non posso! Non ho voglia!
E rise con amarezza; quasi con afflizione. La bocca gli restava un poco piegata; e, nelle guance, gli ci vennero due solchi. Dario lo guardò fisso:
— Non capisco come sei fatto!
— Non lo so nè meno io. Lasciami qui.
— E io, che non ho da mangiare, come dovrei essere!
Il Giachi sorrise, e non seppe quel che rispondere. Stette ancora con il capo giù, poi gi rispose:
— Va’ tu. È meglio.
E gli tese la mano.
Dario escì. Da tre anni non rivedeva il Carraresi, ed era ansioso di sapere quel che gli avrebbe detto.
Si baciarono e restarono vicini, guardandosi negli occhi. Ugo Carraresi, tra il contadino e il signore, aveva quarant’anni; con il viso magro e tutto rughe; senza baffi. I capelli, ancora tutti rossi, gli erano restati soltanto da una parte; ed egli se li lasciava lunghi per coprire la testa fino all’altra parte. Aveva gli occhi color marrone; anzi, quello di sinistra più scuro; e gli brillavano sempre. Le mani piuttosto affilate e non si tagliava mai le unghie; soltanto quando la moglie ce lo costringeva.
Dario gli chiese:
— Quanto ti trattieni?
— Qualche giorno. Mi sono già infastidito.
— Non lo dire! Starai a Roma, invece, almeno due settimane.
— A che fare?
— Staremo insieme.
Il Carraresi, che odiava le ambizioni del Gavinai come tutte le vanità, rispose:
— Io preferisco i campi.
— Sei sempre lo stesso!
— Lo spero.
Allora Dario, per cambiare discorso, non volendo rispondergli con violenza, disse:
— Bisogna aspettare il Giachi qui:
Il Carraresi capì perchè aveva cambiato discorso; e chiese:
— Perchè non è venuto con te?
— Non me l’ha voluto dire.
Ad un tratto, il Carraresi si fece pallido, la bocca gli divenne addirittura bianca; e gli si vedevano tremare le mani. Si levò la sigaretta di bocca; e, perchè non gli cadesse di tra le dita, la spense e la mise sopra il davanzale della finestra. Poi gridò:
— Io l’odio, questa città. Mi fa l’effetto d’una immensa fogna. Le donne, dico le signore, hanno l’aria da prostitute di lusso.
Egli tremava sempre di più; e i suoi occhi s’accendevano di un chiarore sempre più vivo.
— Io non ci potrei stare! Le signore mezze nude, gli uomini con gli anelli alle dita! Le automobili che corrono!
Dario si mise a ridere. Ma il Carraresi guardò con diffidenza anche lui; poi, all’improvviso, con una dolcezza quasi angelica gi mise una mano su la spalla, e gli disse:
— Ma a te voglio sempre bene.
Dario sentì subito il bisogno di fargli la confessione, che doveva essere la più inattesa:
— Lo sai che io…
Ma chiuse gli occhi, perchè il Carraresi lo guardava sempre più fisso. Poi, li riaprì e continuò:
— Volevo dirti che io sono innamorato. Il viso del Carraresi si fece giocondo: anche le rughe sembravano un sorriso:
— Lo so.
Poi, per non ridere troppo, tossì; e aggiunse, comicamente:
— Lo so che tu ami.
Dario arrossì, e rispose con imbarazzo:
— È inutile che tu voglia fare la voce ironica.
Allora, il Carraresi rise senza più ritegno; e gli disse con un’enfasi burlesca:
— E chi è la donna che tu ami? Lo sai che io ammetto soltanto le donne oneste; quelle che si fidanzano per il matrimonio.
— Te la farò conoscere e vedrai che non la giudicherai male. Non ci credi?
— Sarà come tutte le altre che fanno come lei.
Il Gavinai rispose, convulso:
— Non è vero.
— Non parliamone. In ogni caso, per ora, lasciami del mio parere.
— Anzi, la conoscerai oggi stesso.
— Non ne ho nessun desiderio.
E il Carraresi riprese la cicca, consumando due o tre fiammiferi per accenderla. E siccome non gli riuscì, la rincincignò con ira; come avrebbe fatto d’una signora. Poi, cavò di tasca una delle sigarette, che teneva sotto il fazzoletto. Dario gli disse:
— Danne una anche a me.
Al Carraresi tremavano ancora le mani; nei suoi occhi c’era una ilarità beffarda ma buona, anzi, affettuosa. Disse:
— Se ti basta una sigaretta per capire la mia amicizia, eccotela!

CAPITOLO VI.

Stavano per attraversare Ponte Milvio; e giù in fondo alla vallata, c’era la cupola di S. Pietro; che nel pomeriggio sereno aveva una nitidezza esatta. Il Carraresi la fissava sovente, da sotto le ciglia; e il suo viso, che pareva assottigliarsi nelle labbra e nel naso come quando era invasato da qualche idea violenta, esprimeva una specie di giubilo convulso. Non poteva più contenersi, non poteva ascoltare più niente; e stringeva i denti insieme.
I suoi occhi si animarono di una soavità fanatica e implacabile. Una soavità che tagliava come una prepotenza; quando, alla fine, deve scoppiare. Pestò la cicca della sigaretta sotto un piede, e disse:
— Io non credo che a Dio. Ho abolito tutto, in me. Mi sento ricco perchè mi sono fatto povero. Tutto il resto, per me, non esiste più. Soltanto mi sento uomo perchè credo in Dio.
Senza aspettare quel che avesse risposto il Gavinai, non importandogliene niente, dopo aver acceso un’altra sigaretta, che non riusciva a mettere in bocca da quanto gli tremavano le mani, quelle mani che allora sembravano artigli fatti di tendini e di unghie, senza polpastrelli, seguitò:
— La terza Roma mi fa schifo. È degna del suo parlamento e della borghesia che l’abita. Io vorrei che su la borghesia immonda e scema, Dio facesse piovere le fiamme. La disprezzo perchè è stupida e insulsa. Io, da qui innanzi, non amerò che i poveri, i santi e i briganti. I santi perchè portano Dio dentro di sè, i briganti perchè vanno nella strada a levare i portafogli, e i poveri perchè sono degni della mia profonda compassione e del mio rispetto.
In quel mentre, passò un’automobile; lucida e nera: intravidero, dentro, i cappelli di due signore e un fascio di rose dietro uno dei vetri abbarbarglianti. Dario gliela accennò, ridendo; con un brivido. Il Carraresi gridò:
— Sarebbe giusto che si rovesciasse nel fiume!
Ambedue, ora, sghignazzavano e fremevano; esaltati. Il Carraresi seguì con gli occhi l’automobile, quasi avesse dovuto vederla precipitare dal ponte. Ma si placò guardando le sponde del Tevere; larghe e verdi. Un gregge di pecore, a branchi, usciva di tra le piante basse; a cui era restata attaccata la moticcia delle piene invernali, oramai secca, che andava in polvere.
Le pecore scesero a bevere; ma, quasi da per tutto, affondavano con le zampe. E il greto senza erba, liscio, restava tagliuzzato dalle unghie. Bevvero, facendo una fila tutta storta e puntuta di teste. Poi, risalirono in su; a salti. Il pastore picchiava le più tarde e quelle che non sapevano dove dirizzarsi; alle più lontane tirava le zolle. Sul ponte, il San Giovanni di pietra si protendeva a battezzare Cristo; ma era troppo distante e la strada in mezzo li divideva.
Il Tevere girava sotto i pendii di Monte Mario, verso gli archi degli altri ponti; che da lì parevano buchi.
Sotto i platani del piazzale, vendevano i cocomeri; umidi e rossi.
Dario, benchè temesse di non essere approvato, chiese:
— Perchè non andiamo e sentire com’è il vino?
Il Carraresi rise; guardandolo:
— Andiamo. Al Caffè Aragno ci sono entrato ieri sera con il Giachi. Ma non ci tornerò più. Mi basta una volta sola. Ho già capito che gente ci va. Preferisco questi che tracannano il vino!
Alla salita della Camilluccia, un giovanotto girava un organetto; foderato, dietro, di tela rossa; e il vento la gonfiava. Il suo compagno andava tra i bevitori, tendendo un piattello rincalcagnato e rotto.
Donne, con i ragazzi in collo, compravano alle botteghe; e, poi, tornavano alle case; di là dalla prima collinetta tutta piena di osterie, tra le quali cresceva soltanto l’erba attorno agli spunzoni dei cacti accartocciati. Altre osterie si vedevano su per la salita della Camilluccia; con le insegne di legno e con i muri ricoperti dalle liste delle vivande e dai prezzi del vino, tra i convolvoli appassiti e le rose sfiorite al sole e alla polvere.
Il Carraresi ripensava a quel che aveva detto, compiacendosene; e Dario si sentiva contento di essere con lui.
Ad un tratto, il Carraresi tirò in dietro la sedia; alzandosi. Dario gli disse:
— Ma è ancora presto!
— Non importa, siamo stati abbastanza.
— Non ci stavamo bene?
— Io me ne voglio andare.
Roma lo attraeva come una voragine immensa. Avrebbe voluto prendere il tranvai; per fare più presto. Quando giunsero a Porta del Popolo, che poco prima il tramonto aveva fatto doventare come un incendio fosco, in fondo alla via Flaminia, stava per venire un temporale.
Tuttavia, essi non andarono subito verso il Corso; e presero dalla parte dei Prati; perchè il Carraresi voleva vedere la Piazza San Pietro. Ma non fecero in tempo: i baleni sempre più fitti, apparivano dietro le fronde dei platani come se avessero dovuto cadere su la terra. Una lampada elettrica dava tutta la sua luce al principio del Ponte Margherita; ed il fiume, oscuro, scorreva nell’ombra degli archi.
Una ragazza balzò verso le tenebre della Passeggiata di Ripetta; e un brigadiere dei Carabinieri, tenendo la sciabola che gli scintillava sotto il braccio, la inseguì.
E siccome cominciava a piovere, i due amici presero il primo tranvai che giunse alla fermata. La stanchezza impediva loro di udire qualsiasi rumore; e credevano che il tranvai fosse addirittura silenzioso.
Scesero a Piazza di Spagna. Su per la scalinata tutta grigia, c’era parecchia gente sdraiata o seduta, benchè piovesse ancora. In cima, qualche coppia d’innamorati; che s’intravedevano meglio quando veniva un lampo. Ma ora, ogni lampo era sempre meno forte.
Dario pensava di dare fuoco alla sua camera; e, invece, aveva gli occhi pieni di lagrime. Egli voleva amare Roma, e non gli era possibile. Attese che il Carraresi parlasse ancora; ma quegli s’era così distratto, a pensare dentro di sè, che si ricordò di Dario soltanto quando se lo vide accanto, un poco indietro. Gli domandò:
— Mi pareva di camminare solo. Dove andiamo?
— Dove vuoi.
Il Carraresi ridomandò, con impazienza:
— Dove andiamo?
Dario era imbarazzato; e rispose, come tra sè:
— Io non lo so.
Ormai, non avrebbero potuto più parlarsi con quella confidenza, che avevano sentito fuori di Porta del Popolo. Dario si sentiva come ferito e non sapeva di che; il Carraresi credeva di essersi sfogato inutilmente, e desiderava trovarsi solo; all’albergo. Quando s’era sfogato a quel modo, ricordava il suo paese, ficcato giù tra due montagne; dove entrava appena, insieme con un fiumiciattolo sporco come una chiavica. Sospettò che non potesse esserci più una vera amicizia tra lui e Dario, e ne dette la colpa a Roma. Ma non lo scusò. Avrebbe voluto chiedergli perchè avesse sciupato i pochi soldi lasciatigli dal padre, e che cosa si aspettava restando a Roma. Ne provava contro di lui un risentimento ostinato; e avrebbe voluto lasciarlo; perchè, a stare con uno così sciocco, gli pareva di far male. Credeva di averlo scosso, ma non si sarebbe degnato a dirgli altro.
Invece, Dario si sentiva sempre più vicino a lui, forse eguale; e aveva voglia di dirgli qualche parola affettuosa, benchè temesse di passare da debole. Eppure non si era mai sentito così giovane e forte, come quel giorno! Si sentiva tanto forte, che la musica scritta una settimana prima gli pareva un’inezia e basta!
Chiese, timidamente:
— Perchè non mi credi come te?
— Perchè non sei.
Non si sentì scoraggiato; ma, dentro di sè, lo approvò.
E si dettero la mano, come se avessero un rancore intimo; che li separava l’uno dall’altro.

CAPITOLO VII.

Albertina volle stare una giornata intera con Dario. Lo vedeva troppo roso dal suo assillo quasi febbrile; e avrebbe fatto di tutto per guarirlo. Le veniva anche da piangere.
Dario non riesciva a dominarsi, e la rifaceva anche con lei. Ad ogni parola affettuosa, s’infuriava di più; con una ira irragionevole, addirittura folle.
Scelse Albertina dove dovevano andare; dopo essersi consigliata con una vecchia signora; che stava alla pensione con lei.
In treno, pareva ch’egli riuscisse a stare meglio; ma s’irritava di tutto e impallidiva, dolendosi di non sentirsi bene. Alla stazione di Anguillara, dove essi scesero, c’erano soltanto due cani randagi, e, dentro un castro, un porco di pelo bianco. Entrarono in una vecchia diligenza; che li fece traballare per più d’una mezz’ora; talvolta, sbattendo la testa ai ferri delle tende. Ma non riescivano a sorridere; e, tutte le volte che Albertina voleva prendergli una mano, credendo ch’egli la contraccambiasse, lo vedeva anche più di malumore; indovinando la sua sofferenza e sentendola ella stessa.
La campagna era deserta e quasi piana; come se fosse rasata: soltanto qualche eucalipto, con le foglie inaridite, quasi gialle; e dal pedano la buccia, tutta staccata, si sollevava a lunghe strisce e a brandelli. Le cornacchie volavano basse, dove lungo la strada era rimasto qualche mezzo cespuglio di siepe. Di là dalla stecconata di legno, che luccicava a spigoli storti e a gomiti aguzzi, c’era un cavallo morto; e, a pochi passi, un branco di pollastre e di tacchine magre, che beccavano i chicchi caduti dalle spighe durante la mietitura. Il ventre rossastro del cavallo pareva ancora vivente; e Dario ne sentì una grande dolcezza. Un buttero cavalcava lungo la stecconata, a fianco della diligenza; con il cappello e il vestito nero come le cornacchie. Mentre le bardature dei cavalli, che smettevano subito di trotterellare se il vetturale non li frustava, avevano certi colori più vivaci di ogni altra cosa.
Finalmente, apparve un pezzo acuminato di Anguillara; in mezzo ad un piccolo cerchio di lecci. Le case avevano i tetti coperti di licheni gialli; e così erano i cornicioni e i davanzali sotto le finestre. Sulle terrazze, rosseggiavano grosse piante di gerani.
All’entrata del paese, un asino si rotolava nella polvere della strada in salita. Su la porta antica, un orologio con le lancette di ferro arrugginito e con uno stemma di pietra sbocconcellato e sfaldato.
Albertina, delusa, disse:
— Dove siamo venuti!
— Staremo bene lo stesso. Non mi dire niente; e lasciami stare.
La strada del paese, che pareva una specie di spacco allargato a posta perchè ci potesse camminare la gente, saliva, stringendosi sempre di più; fino ad essere larga quanto la porticina della chiesa più alta di tutto il resto. La strada vi si arrestava di botto; e il lago si vedeva giù in basso; tondeggiante e turchino.
C’era da per tutto un silenzio tranquillo; che riempiva tutta la campagna fino agli orizzonti; dentro i quali sembrava addensarsi insieme con certe nuvole bianche, che non riescivano a stare insieme e riunite. Il Gavinai si lasciava accarezzare da questo silenzio, sentendosi prendere dalla solitudine; e gli pareva di respirare meglio. Un astore, con le ali tese come se gliele avessero infilate a posta, per imbalsamarlo, volteggiava su i poggetti, attorno al lago: mentre alle siepi, volavano altri uccelli, e si sentiva il frullio delle ali. Quasi ad ogni passo, su la sabbia soffice e lucente, che scottava benchè sotto due file di platani, facevano fuggire qualche lucertola. Proprio in riva al lago, ancora poco fondo, dormiva un gregge insieme con il cane; e si udiva il respiro delle pecore; mentre due montoni cozzavano, per gioco. Il gregge era sparso di buchi luminosi, dove il sole passava tra le foglie.
Dario era ancora stupito, benchè sentisse ch’era per dimenticare il malessere; ma sorrise ad Albertina; e, quel giorno, per la prima volta.
Il viso di lui era, dunque, per tornare come quando lo aveva conosciuto! Ella attendeva che riuscisse a ridere con quella bontà che le piaceva tanto: stava per battere le mani dall’allegrezza; incoraggiandolo con certe parole ch’ella sola sapeva. Avrebbe anche voluto dirgli quanto lo amava, ma taceva per la troppa tenerezza.
Sentiva che, amando Dario, aveva dovuto avvezzarsi a certe tristezze; che innanzi non avrebbe nè meno capito. E perchè Dario non le parlava ancora?
Pareva che il lago tagliasse come un coltello la riva opposta; e nel fondo si distinguevano bene i sassi un poco verdastri! Mentre le ombre delle case di Anguillara erano azzurre come l’acqua; e le nuvole si riflettevano, ingrandite.
Girando lungo la sponda, si trovarono in mezzo ad una mandria di cavalli sciolti; e poi, un’altra volta, troppo presto soli.
Ma, allora, all’improvviso, egli si lasciò al desiderio: la baciò e le morse tutta la bocca.
Albertina voleva trattenerlo, ed egli le disse:
— Oggi ti amo.
Ma, nello stesso tempo, la disperazione amareggiava la sensualità; benchè non credesse più alla disperazione; anzi la odiava, apparendogli con tutta la sua ferocia. Si sentiva pieno di morte e di odio; un odio cresciuto dentro a lui per anni ed anni, sempre più intollerante e perverso. Non riesciva a godere del suo amore; e strinse, con ira, le mani di Albertina. Gliele strinse a farle male; finchè non la vide cambiare di colore.
— Non mi amare! ella disse.
Allora le baciò le mani, dentro le palme; come se fossero state giumelle, dove cercava, ogni volta, una goccia per l’arsione arida. Ebbe un lungo brivido, che lo accecò; facendogli sembrare di vivere così in alto, dove era il turchino di quell’estate che non avrebbe mai potuto dimenticare.

CAPITOLO VIII.

Benchè avesse dormito come da tante notti non gli riesciva più, la mattina dopo si sentì pieno di tristezza angosciosa. Ma andò lo stesso a trovare il Carraresi; che doveva partire quella sera. Forse egli avesse ragione a dire che non doveva amare? Nondimeno si propose di non permettergli nessuna allusione ad Albertina; anzi, voleva convincerlo che egli aveva torto.
Tuttavia, la voluttà del giorno innanzi prendeva un senso soltanto quasi lubrico; e gli pareva che non avesse niente a che fare con quel sentimento di purezza con il quale s’era innamorato. Ma Albertina era tanto buona! Perchè non le comprava, in Piazza di Spagna, ora che passava di lì, un fascio di rose?
Si sovvenne quando, di giugno, l’aveva incontrata in Via Veneto, tra due amiche; e tutte e tre portavano tanti fiori da indolenzirsi le braccia. Come gli era piaciuto vederla nella bella via, chiara e luminosa; anch’ella vestita bene, con quell’eleganza ch’egli non aveva ma che lo allettava! Quella volta, avrebbe voluto che non si fosse accorta di lui, per poterla seguire; con la gioia che gli faceva tremare il cuore. Ella camminava in un modo che lo turbava; con le gambe un poco magre, come se la reggessero con una grazia inimitabile; ricordandogli, al movimento, tutta le persona. Si sarebbe avvicinato a lei, pronunciando il suo nome piano; con la voce velata, per non piangere dalla tenerezza: E le avrebbe detto, sotto voce:
— Ho tanta voglia di baciarti!
Ma ora, andava dal Carraresi che non aveva voluto conoscerla; attratto, perchè non si somigliavano, dalle sue parole e dal suo nodo di pensare.
Il Carraresi stava uscendo proprio allora dall’albergo; e decisero di ficcarsi nel primo caffè che avessero trovato. Non pareva che fosse stato disposto a vederlo; e, senza dargli la mano, chiese subito al Gavinai:
— Dove sei stato ieri?
Dario rispose, arrossendo:
— Con Albertina.
Il Carraresi disse, con voce secca:
— Lo sapevo.
Senza riflettere, Dario gli chiese:
— Come hai fatto a capirlo?
L’amico finse di indagarlo a fondo:
— Ti si vede dal viso.
Dario si passò una mano sul viso; e sorrise. Ma il Carraresi rifece la voce naturale, dicendogli con una sincerità scherzosa:
— Credevo che tu non volessi vedermi più. Credevo, anzi, che te l’avesse proibito lei.
E, con un’aria di finto sospetto, riprese:
— Mi sei sempre amico?
Dario rispose, sul serio:
— Non te lo meriteresti, ma ti sono amico lo stesso.
Anche il Carraresi parve che volesse smettere il tono che aveva preso; e gli disse:
— E, allora, ascolterai tutto quello che ti dirò.
— Di lei non mi dirai niente.
Il Carraresi se n’offese un poco:
— Lo sapevo che non avresti voluto!
— Perchè non la conosci nè meno.
Ma si presero sotto il braccio, mettendosi a passo uguale; e il Carraresi riattaccò:
— Io me ne vado da Roma; e sento che non avevo sbagliato. Anzi, se prima facevo qualche riserva, ora non ne farei più; nè meno mezza. Ti ci lascio volentieri, e procurerò di scordarmene subito.
Intanto, scelsero un caffè: quasi di fronte a Piazza S. Carlo. Quasi tutti i tavolini erano vuoti; a quello di fondo stavano due che parevano amanti, quasi nascosti da un vassoio di pasticcini: a un altro, una ragazza di evidente mestiere. Sbadigliando come se si fosse alzata allora, le si appiccicavano le labbra insieme; e i denti, piccolissimi, erano di una madreperla un poco gialla. Aveva i capelli ossigenati e le unghie lucidate; i piedi parevano troppo grassi per i nastri di velluto delle scarpe. Infilata al braccio, teneva una borsetta d’argento. Sul canapè rosso, c’era un mucchio di giornali illustrati; e sarebbe stato impossibile, alzando gli occhi, non vedersi in qualcuno degli specchi che pigliavano tutte le pareti.
Dario si sentì subito irritato; e disse sottovoce al Carraresi che avrebbe scaraventato volentieri un bicchiere tanto agli amanti quanto alla ragazza: Il Carraresi rispose:
— Oggi, invece, io mi sento proprio pacifico!
Le vene delle sue tempie, visibilissime, erano gonfie di sangue; tutte torte e tremolanti; come un filo quando è stato avvolto e restano i giri. Aveva la faccia così arrossata che gli lustrava; e le labbra come ingrossate da innumerevoli piegoline sottili. Non s’era fatta la barba, e il pomo della gola pareva anche più acuminato. Guardandolo, si sentivano le sue ossa. I denti, benchè lavati, erano del colore della patina. E bastava che muovesse le dita, coperte di ciuffi di pelo dorato, perchè gli apparissero subito i tendini. All’improvviso, come il solito, doventò taciturno. Dario gli chiese:
— A che pensi?
— A te posso dirtelo. Mi sono convinto che i preti non capiscono la Bibbia; e, perciò, odio anche loro. Anzi li metto insieme con tutti quelli che vivono senza sapere perchè.
— Ma tu sei proprio credente?
E intanto gli parve di sentire l’odore di una rosa infilata nella cornice di uno specchio.
— Io vado alla messa ed anche a confessarmi. E, perciò, mi sento anche disposto a uccidere tutti quelli che non credono.
L’uscio, con i vetri coperti da tendine verdi, dietro il quale erano i bigliardi, si spalancò con fracasso; sbatacchiando. Un giovanotto elegante, in maniche di camicia e la stecca in mano, fece un passo nel caffè per cercare un riparo. La voce rauca d’uno fuori di sè, gridò:
— Se non te ne vai, ti piglio a revolverate.
Ma dovevano tenerlo, perchè si udivano trascinare sedie e tavolini. Accorsero due camerieri; e le grida si acquietarono. Il giovanotto, che ora brandiva la stecca, osò rientrare.
Il Carraresi, doventato subito bianco, senza nè meno finire il caffè, benchè desse un’occhiata al fondo della tazza, si alzò per andarsene; dimenticando perfino di pagare. Dario gli disse:
— Non vedi che tutto è finito? Non vedi che nessuno ha paura?
Ma egli non riesciva, nè meno a cavare dal taschino del panciotto i denari; e, s’arrabbiava, pigliandosela con tutti quelli che leticano. Mise nel vassoio quel che gli venne alla mano; poi, pentito, cercò di contare, puntando lesto lesto le dita su ogni moneta, imbrogliandosi inutilmente. Dario dovette dargli quel che ci aveva messo in più.
Guardandosi dietro, con la coda dell’occhio, non si sentì sicuro altro che quando fu lontano dal caffè; ma non gli riesciva a rimettersi, e non trovava più il filo del discorso. Era anche seccato che Dario l’avesse visto impaurirsi a quel modo, e se la prendeva con lui; dandogli certe occhiate che gli volevano impedire di sorridere. Sconvolto e confuso, camminava lesto; come avesse voluto lasciare l’amico; e non gli dava più retta, qualunque cosa volesse dire. Alla fine, dopo aver fatto un gran respiro di sollievo, esclamò:
— Non vedo l’ora di essere a casa mia; dove m’aspetta la moglie!
S’infastidiva a doversi scansare dove la gente era troppo fitta; e, quando c’era una carrozza, temeva sempre di essere messo sotto; pareva che, addirittura, avesse perduto la testa. Ma, poi, per il fastidio che ne risentiva, cominciò a digrignare i denti e a sbuffare come se durasse una fatica enorme. E disse:
— Accidenti a quando siamo entrati dentro al caffè!
Non potendosi dare pace di quell’incidente, chiese tutto smarrito:
— Ma non c’è una strada dove non passi nessuno?
— Andiamo da Piazza Colonna.
Il Carraresi si fermò; come se avesse dovuto compiere un’impresa difficile:
— Da dove?
Allora, Dario l’afferrò per una manica; e lo portò via dai suoi intrighi. Ma, dinanzi a Montecitorio, il Carraresi s’era già ripreso, e disse con una gioia feroce:
— Qui verrò anch’io a farlo saltare in aria! Tornerei a Roma, se non altro, per questo! Mi sentirei disposto anche a commettere un omicidio! Poi, se anche mi tagliassero la testa, sarei contento. Quando sarà venuta l’ora, io sarò con gli altri. È necessario ripulire l’Italia da questa gente, e non ci vuole nessuna pietà. Altrimenti, a essere italiani, c’è da vergognarsi. Ma bisogna rasare al suolo tutti i Ministeri, con chi ci sta dentro; e anche il Quirinale.
Parlava con una sicurezza giovanile, doventando lieto e disposto ad essere più buono con Dario.
E Dario era quasi per ringraziarlo, quando si sentì mettere una mano su una spalla. Si volse, e Ubaldo Papi, un altro suo amico, gli disse:
— Ti ho cercato tutta la mattina.
Dario lo presentò al Carraresi; invitandolo ad andare tutti e tre insieme. Il Papi accettò subito; mettendosi a raccontare che in quel momento aveva una cantante del Salone Margherita; innamorata di lui, come tante altre che egli lasciava dopo un mese o poco più. Poi s’interuppe, per chiedere:
— Ma perchè non andiamo per il Corso? Io piaccio subito alle donne e desidero di andare dove s’incontrano. E, poi, io so parlare così bene alle donne! Mia madre è tanto contenta quando sa che sono piaciuto ad una bella donna!
Aveva vent’anni; con gli occhi di un marrone quasi nero e belli.
Era vestito sempre alla moda; e teneva il cappello un poco indietro; per darsi di più un’aria spigliata e disinvolta. Non andava mai a letto prima delle due dopo mezzanotte, passando il tempo con i giornalisti e con qualche letterato. A quell’ora il suo viso s’imbambolava, restando di un pallore giallo fino al giorno dopo. La notte, il fuoco della sigaretta si rifletteva dentro i suoi occhi, che gli s’annebbiavano; e cominciava a parlare di tutti i suoi parenti morti; come se li cercasse anche nei manifesti attaccati ai muri. Pareva che quei cadaveri gli restassero, simili a cose nere, dinanzi agli occhi; magari fino all’alba biancheggiante in fondo alle strade, quando egli si meravigliava di essere desto e l’aria fresca pareva che gli alleggerisse la stanchezza.

CAPITOLO IX.

Il dolore di Albertina era sempre più vivo; soffriva fino a sentirsi impazzire, comprendendo che doveva allontanarsi da Dario.
Ma le veniva da piangere; e, allora, non riesciva mai a prendere questa decisione. Anzi, tutte le volte che aveva pianto, sperava che durante lo stesso giorno le cose sarebbero andate in un altro modo. Ma a casa, almeno qualche tempo, doveva tornare perchè prendeva marito una sua sorella. E poteva rimproverare niente a Dario? Avrebbe spezzato anche la propria anima, con i denti, come faceva ai chicchi della sua collana di corallo. Non aveva, dunque, da portare a casa nessuna gioia vera. Alla sorella che si maritava, più grande di lei, non aveva niente da confidare; singhiozzando di riconoscenza per l’uomo di cui s’era innamorata! Restava, invece, con quella pena che non avrebbe confidato nè meno a lui; che, forse, le avrebbe imposto di rassegnarsi per sempre. Restava con quell’insoddisfazione, che somiglia un poco alla perdita di qualche tenerezza indefinibile, ma sempre dolce. Proprio come quando le dispiaceva che suo padre facesse cogliere le rose del giardino, ch’ella aveva odorato ad una ad una con gli occhi molli non di pianto ma di ebbrezza. Ciò ch’ella amava non doveva essere distrutto; ne provava una specie di raccapriccio più vivo e più importante di tutto il resto. Ma, mentre si abbandonava a queste idee, il suo amore la riprendeva con la stessa veemenza; illudendola un’altra volta, e facendole dimenticare che già aveva amato inutilmente. Ora, piangeva volentieri; perchè, almeno, a piangere si sentiva più libera e capace di credere come prima. Perciò, non ostante tutto, volle passare con lui l’intera giornata che le restava prima di lasciare Roma.
Scesi dal tranvai e fatti pochi passi nella strada, dove del resto non era nessuno, e tutto pareva volesse fare posto ad ambedue, si trovarono nella campagna deserta. Era, per lei, un piacere troppo forte: quasi aspro. Perchè egli non se n’accorgeva?
Sul Tevere, che arriva all’improvviso, dinanzi a Castel Giubileo, con una svolta brusca, c’è un ponte. Il fiume era torbo e verdastro; e, da ogni parte, su le sponde, le vetrici, quasi dello stesso colore dell’acqua e del fango. Una mandria di cavalli pascolava in un campo vicino: scodinzolavano, e il pelame lustrava. Sopra una collina, dalla parte di Roma, c’era una selvetta di pini; l’uno toccando l’altro con le chiome rotonde, benchè fossero radi e quasi in fila. Dopo il ponte, la strada seguitava tra due file di alberi; che avevano i gambani gialli di licheni. Lontano, un monte della Sabina, un poco roseo, pareva che nascesse allora dall’aria dell’orizzonte; ma con tanta incertezza, che alcune cime non avevano nè meno i contorni. E tutto il monte, perciò, era senza forme. La pianura lunga, qua e là, portava ciuffi di verde grigio. In mezzo, vi brillava uno specchietto da allodole; e due cacciatori, nascosti fino alle spalle dentro un fosso che la tagliava, sparavano.
Dario disse:
— A trent’anni, mi sento piu giovane d’una volta.
Albertina volle subito approfittarne, e gli rispose:
— Da quando ami me.
— Perchè me lo dici come se tu volessi vantartene?
— Perchè è vero.
Egli, allora, le notò:
— Tu hai sempre paura che da me non lo sappia.
Ma Albertina lo rimproverò; e tutta la quiete di pochi momenti prima non esisteva più: egli sentiva una disperazione acre; ed ella voglia di piangere. Camminarono insieme un tratto di strada; senza parlarsi. Alla fine, Dario, con una voce dura, che però tremava come se ci fosse già il rimorso, le gridò:
— Quando sarai tornata in te, me lo dirai.
E siccome Albertina non gli rispose, gridò più forte:
— T’ho detto che quando sarai tornata in te, me lo dirai.
Doventava furibondo anche contro la campagna; e non poteva guardare niente senza una scossa ai nervi. Gli alberi, i prati erbosi, lo irritavano; sentendo che tra lui e le cose ora c’era Albertina e ch’egli ne era preso fino ad essere addirittura incapace di pensare. Una forza li costringeva ambedue a chiudersi, come folli, in quei desiderii, che sembravano più grandi di tutto ciò che vedevano.
La campagna, attorno, sbiadiva; lentamente. Le ombre cadevano dalle colline e dalle case senza più rialzarsi e muoversi. Alla fine, tutti i campi, si fecero bruni; il cielo divenne un poco nebbioso e d’un turchino quasi violaceo.
La luna, che pareva raschiata, s’accese; ed essi se ne accorsero dalla luce su la strada.
Incontrarono qualche contadino ed un branco di vitelli; e rifecero la strada per salire in tranvai.
Ed ella, in silenzio, decise di non tornare mai più a Roma.

CAPITOLO X.

Per Dario, conoscere Albertina Marelli, era stata una fortuna; quantunque non paresse ancora. Figlia di un ricco proprietario umbro, che aveva la necessità di andare a Roma non più d’una volta al mese, ella poteva restare addirittura sola; senza che nessuno pensasse a informarsi della sua vita. Si era innamorata senza preoccuparsi delle conseguenze; e se Dario non la lasciava più, aveva tutto ciò che occorre per essere onesta, e buona.
Come le dispiaceva di lasciare Dario solo! Ne aveva un rimorso che la tentava a scendere di treno alla prima stazione dove ci sarebbe stata la fermata. Come aveva potuto lasciarlo solo? Come era possibile che il treno la portasse via, allontanandola da lui sempre di più? Perchè era salita in treno? I chilometri non smettevano mai; e, qualche volta, le pareva di tornare a lui per un’altra strada. Ma, alla prima fermata, non fece in tempo a decidersi; benchè avesse già tirato giù dalla rete una valigia. E, quando il treno riprese la corsa, si provò ad accordare quella velocità, che non sapeva niente del suo animo, con la rassegnazione. Si provò a convincersi che, oramai, non c’era più rimedio. Avrebbe voluto portare via tutta Roma con sè, come se egli le avesse dato un appuntamento e disperasse di non andarci.
Ma gli avrebbe scritto appena arrivata; anzi, sarebbe ripartita subito, trattenendosi soltanto qualche giorno, forse qualche ora, senza nè meno cambiarsi di vestito. Avrebbe anche fatto a meno di parlare con quelli della sua famiglia; ma, intanto, non pensava più a scendere; e, ad allontanarsi, provava un benessere prima quasi fisico e poi, un altro benessere che si accordava con la pace che voleva trovare.
Quando giunse, le parve impossibile che le parlassero quelli della sua famiglia e non Dario.
Per tutta quella giornata le parve anche di essere sempre a Roma; e aveva negli orecchi e nella mente una quantità di nomi e di rumori, ai quali credeva di non aver mai fatto attenzione, distinguendoli per la prima volta.
La mattina dopo non voleva incontrare nessuno; voleva stare chiusa per pensare a modo suo; finchè, a poco a poco, riconobbe di essere come una volta. Ritrovò nella sua casa tutte le cose intatte come una volta; come se non le avesse lasciate mai. Con un senso spiacevole, si ricordava d’avere sonnecchiato in treno; affranta da una stanchezza che ora non capiva più.
Destandosi nella sua camera, ora ebbe, invece, un piacere così tranquillo; che le pesò su la coscienza come una sbarra che le volesse impedire di aprire gli occhi. E pareva che la luce dell’alba facesse staccare le nuvole dalle montagne; dove s’erano posate tutta la notte.
Volendo fare la prova di come si sarebbe sentita, andò alla persiana; e la spinse con tutte e due le mani. La rosa, arrampicata al muro, gliela fece tornare a dietro; qualche rama sporse fin dentro il davanzale; ed altre rame, con la punta, entrarono tra le stecche della persiana e la fermarono. Fuori, non c’era nessuno; e la pioggia era sola sola sopra la campagna; sola come lei.
Allora, chiamò quelli della famiglia.
Dario, invece, avrebbe voluto mettersi sotto le ruote del treno. Credette che sarebbe tornata presto; e non aveva mai pensato a lei con tanta dolcezza. Gli pareva strano di sapere che non era più a Roma; e s’avviò verso il Ministero; dove, forse, avrebbe trovato il Giachi; perchè voleva parlarne con lui, per sentirsi meno colpevole.
Balenava e folgorava in alto, dietro il Campidoglio d’un grigio pallido. Mentre, invece, le due cupole delle chiese al Foro Traiano s’illuminavano d’un chiarore roseo; come la Chiesa del Gesù; perchè il tramonto si spuliva; e il temporale scendeva da un’altra parte. Anche i cipressetti di Piazza Venezia erano illuminati; con una dolcezza mite, che si spandeva attorno. E il grigio della pioggia si cambiava in una trasparenza tranquilla. Ma Dario era triste; benchè la sua anima s’aprisse come le nuvole nel cielo d’un turchino umido. E gli parve che la sua anima dovesse fare posto alla nascita della coscienza; in un momento di soavità.
Inutile, dunque, parlare di Albertina con qualcuno!
Meglio che avesse pensato sempre a lei, e le fosse stato fedele come in quel momento gli pareva tanto facile e giusto; con tanta riconoscenza esaltata, che il suo sentimento gli pareva la sola cosa ch’egli dovesse conservare. Non si sarebbe più accostato a nessuno; qualunque ragione fosse; e andò per Roma, ritrovando quasi senza volere quasi tutte le strade dove era stato con lei. Dopo il tramonto e la pioggia, era tornato un caldo afoso; e le stelle erano velate senza che si scorgesse la nebbia.
Si trovò tra Porta Pinciana e Porta del Popolo; con il desiderio di Albertina, che gli dava un rammarico quasi doloroso. Lampeggiava da dietro Monte Mario, tutto nero; benchè ci fossero alcuni lumi, come punti immobili. I lampi, prima di spegnersi, venivano a palpitare fin nel mezzo del cielo. Si sentivano soltanto frusciare i pini e i cipressi, quasi senza nessun colore, lungo le mura Aureliane.
Un suono grave di campane, non smetteva più; insieme con i grilli dai prati di Villa Borghese.
Un cipresso vecchio fece uno schianto: egli lo guardò. Aveva i rami più bassi tutti pendoloni. Dove era Albertina a quell’ora? Il cuore gli batteva, quasi si schiantasse come il cipresso; e non gliene importava come se fosse stato incapace a muoversi da lì.
Ebbe una gran paura di quei mesi d’amore, sentendosi afflosciato come una tela di ragno quando la mattina è umida e basta un poco di vento a spaccarla per sempre.
Perchè aveva costretto Albertina ad andarsene? Con un senso di pianto, che gli velava gli occhi, ripensava alle parole dettele con ira e a tutte le volte che gli pareva avesse rifiutato di volerle bene. Non trovava in sè nessuna giustificazione; ed avrebbe voluto nascondersi a sè stesso per non provare quel disagio acre che l’umiliava. Perchè egli era fatto a quel modo? Pure si sentiva innocente, e in sè stesso non trovava con che inimicarsi.
Ed Albertina gli avrebbe voluto sempre bene? Questo dubbio era la sua punizione tormentosa.
Non era più sicuro ch’ella lo amasse; e n’era addirittura geloso. Si sentiva pronto anche a qualunque violenza, pur di impedire a lei di non amarlo più. Ma, tutto era, ormai, inutile; con una crudeltà spaventevole.
Gli facevano piacere perfino quei lampi, per non sentirsi troppo solo. Gli tornò la musica: un motivo attaccato alle cose più distanti; che nel barlume della notte egli guardava disperatamente. Ma la rifiutò: volendo prima lasciarsi rodere dalla punizione. Voleva soltanto soffrire e stare male. Gli piacque perfino la miseria; e non trovava da lamentarsene. Perciò, si promise di non mancare mai al proposito di martoriarsi.

CAPITOLO XI.

Le giornate del Gavinai erano soltanto inquietudini, desideri pazzeschi, rinunce.
Voleva essere forte e scettico; ma non era possibile. Ed il pensiero della bellezza somigliava quello della morte. A scrivere ad Albertina aspettava che prima glielo dicesse lei; perchè, per prudenza, non voleva mandarle le lettere a casa. Sperava che a scriverle si sarebbe chiarito ogni cosa; ed era impaziente di leggere la prima lettera; per baciarla. Si sentiva già commosso soltanto a pensarci; e non gli pareva nè meno vero che gli fosse possibile provare un sentimento così delizioso e spontaneo.
Mentre si ricordava, con un desiderio vivo, di come le baciava la bocca e di come le sue mani entravano dentro i capelli: si sentiva quasi pungere dalla sensualità.
Quando se n’era innamorato? Erano andati a Villa Borghese insieme; come facevano ormai da qualche settimana. Si sederono vicino ad una fontana con l’acqua verde come le foglie degli alberi; tra i quali il cielo aveva una luminosità abbagliante. C’era poca gente; e, giù, in basso, a Porta del Popolo, restava nell’aria, senza mai avvicinarsi, un grande scampanio; mentre attorno a loro qualche usignolo faceva sentire, quando si chetava, il silenzio di tutta la Villa. Allora egli le prese la mano, che era vicino a lui, dalla sua parte; e disse:
— Non mi vuole anche lei un poco di bene, Albertina?
E, in fretta, per paura di non osare più, le baciò la mano. Ella doventò bianca; e, alzatasi, si allontanò di qualche passo: pareva che vacillasse; e non poteva rispondere. Si tirava su i capelli dalle tempie, e andava più lontana; senza alzare la testa, evitando di guardarlo, benchè le paresse di vederlo lo stesso. Poi disse:
— Perchè me l’ha detto! Non bisognava parlarne! Mi lasci sola!
Istantaneamente, egli sentì che aveva detto una cosa più grande di quel che aveva creduto la coscienza: fu un momento di angoscia anche per lui.
Allora, si riaccostò a lei; e osò darle del tu:
— Parla!
Ma ella teneva ancora la testa giù: e non lo guardava. Non s’era ancora rimessa, seguitando a tirarsi i capelli dalle tempie. E stette quasi due giorni, senza risolversi ad accettare questo sentimento; dal quale dipendeva tutta la sua giovinezza.
Ma, ora, inutile, si sentisse tanto buono con lei! A momenti, anzi, lo assaliva la voglia di vendicarsi al più presto. Non gli importava niente se anche la zia gli avesse promesso di aiutarlo di più ogni mese. Si sentiva egualmente nella miseria, e gli dispiaceva di non starci più di nascosto; come se gli occhi della zia lo potessero osservare di continuo. Gli pareva di rivederla, magra come se fosse stata una sola grinza di rughe dal collo alle gambe; tutta gialla e con gli occhi che potevano guardare anche prima di aprirsi; con le mani belle perchè erano brutte.
Avrebbe voluto convincere la giovinezza e restare con lui, magari prendendola a tu per tu; come s’era imposto a qualche persona.
Egli, dunque, non aveva niente in sè; che potesse allungarla e proteggerla!
Andando verso la Porta Salaria, perchè voleva come rifugiarsi distante più che gli fosse possibile, un’altra musica gli riempì tutta l’anima. Sembrava la portasse dentro di sè; come una donna porta su la testa un vaso pieno di acqua, che le pesa e la sente muovere ad ogni passo. Non poteva farla aspettare; perchè risuonava sempre più forte; quasi lo assordasse. Non vedeva nè meno. Si sentiva affaticare; e anche in campagna gli persisteva qualche motivo; sottile, quasi tagliente; come un filo che fosse rimasto attaccato a lui da qualche matassa che finalmente aveva potuto sciogliere; una matassa enorme! Ma, nello stesso tempo, liberatosene, era lieto; e gli pareva di avere raggiunto l’intento.
Era già la metà di settembre; e, nella campagna, c’erano soltanto i fiori secchi dei cardi selvatici e degli stroppioni; con le foglie pungenti. Gli piaceva tanto quel crepuscolo, tutto uguale, anche nelle lontananze; e, quando s’accorse che la luna era venuta su, provò una specie di delusione. La luna si faceva sempre più candida e più luminosa. Allora, guardava il cielo, e lo trovava sempre più largo; e gli pareva di respirare soltanto quell’aria.
I cardi frusciavano forte insieme, come se dovessero spezzarsi; con quei fiori che di sera non hanno nessun colore. Sempre più scontento, tornò a dietro; e gli pareva di camminare strisciando anche con la faccia in mezzo alla strada.
Mentre la luna, ora, era piccolissima; come se avesse dovuto staccarsi.

CAPITOLO XII.

Da un mese era partita, e non gli aveva scritto. Egli sentiva una specie di curiosità dolorosa, ma non guardava nè meno più il suo ritratto. Gli pareva dovesse rifarsi da capo a vivere secondo il suo desiderio; e andava quasi tutti i giorni con il Papi, che tentò di farlo innamorare d’una giovinetta magra e ben fatta, con gli occhi azzurri e i capelli d’un nero sbiadito. Ma non gli disse subito ch’era un’attrice cinematografica. Poi gliene fece conoscere un’altra, che aveva il viso come se i capelli biondi glielo avessero colorito; e l’oro era anche dentro gli occhi. Questa era una dattilografa. Dario non gli dava retta, ma gradiva la sua compagnia; perchè qualche volta sentiva ravvivare le cose lontane della giovinezza.
Il Carraresi non s’era fatto più vivo, ed egli quasi lo rimpiangeva; perchè, forse, lo avrebbe tolto da ogni indecisione. Non sentiva, invece, nessun desiderio di rivedere il Giachi; e quasi se ne scordava. In quanto agli altri amici, egli voleva prima non vivere più come viveva. Si trattava, senza che se ne rendesse conto, del suo amor proprio; e, per non incontrare qualcuno di costoro, cambiò d’abitudini. Nessuno lo vide più al caffè o al teatro.
Il Papi s’ostinava sempre di più in quell’idea di farlo innamorare di un’altra; e tornava sempre alla carica; inventando pretesti d’ogni genere e stando attento quando poteva essere il momento più adatto perchè si lasciasse persuadere. Gli disse:
— Ma perchè senti il bisogno di restare fedele a una donna; che forse…
Dario gli acconsentì che proseguisse; ma il Papi, cambiò in meglio quel che avrebbe voluto dire:
— … che forse non ti ama più? Che ne sai, ormai? Non vedi che non ti scrive nè meno?
Dario sorrise; ma sentì su la faccia come una rigidità della tristezza; e rispose:
— Non importa!
Il Papi insistette, subito:
— Sei doventato perfino più magro! Non ti fai vedere più da nessuno. Non si sa dove passi le giornate!
— Ti lascio dire così, perchè ti sono amico; ma, se no, non vorrei.
— Io ti parlerei lo stesso anche a costo di leticare. Tu sai che io faccio all’amore con altre tre, adesso. Ma, con quattro, sarebbero troppe. E, poi, vorrei che una signorina che conosco da ieri, trovasse chi le volesse bene da vero. Perciò ho pensato a te. Ci sono donne che io tratto come se mi fossero sorelle, anche se le conosco poco.
Dario lo guardò come se fosse per accondiscendere.
Il Papi lo prese sotto il braccio e cercò di portarlo con sè. Dario fu costretto a dirgli:
— Tu mi sei simpatico e puoi contare, come sai, su la mia amicizia; ma non per questo devi credere che io sia disposto a quel che pensi tu.
— Non fare il superbo, allora! Non ti si può dire mai niente!
Ma il Gavinai era preoccupato di ben altro; e quelle parole gli fecero molto dispiacere. Taceva, ma si sentiva disposto anche a picchiare; tanto più che il Papi lo guardava quasi per provocarlo; facendosi pallido e parlando a stento.
Si pentì d’avergli dato forse troppa confidenza; e tutta quella simpatia di pochi minuti innanzi gli si mutò quasi in odio. Ma ne soffriva e gli pareva quasi una crudeltà che un amico più giovane di lui, con il quale scherzava sempre tanto volentieri, non lo capisse fino in fondo. Non era possibile, dunque, essere amico con qualcuno!
E andò a casa con l’animo pieno di angoscia violenta. Ormai, era certo che non poteva contare su nessuno; e, se aveva qualche segreta dolcezza non doveva parlarne a nessun costo. Egli doveva tenersela per sè; perchè gli altri, se no, avrebbero fatto di tutto per cambiarla in una delusione lacerante come un coltello.
Ma doveva vendicarsi, e imparare per sempre. E pure gli tornava a mente anche con quanta soavità si era sentito amico del Papi. Come più anziano, aveva preteso perfino di poterlo consigliare in molte circostanze; e, ora, quegli non ne teneva nessun conto; anzi, non gli portava nessun rispetto!
Chi sa se, amando Albertina, non avesse potuto staccarsi da quella vita sempre peggiore e in mezzo alle più forti violenze che poi lo lasciavano come insensato e incapace di quietarsi!
Ma quando, tre giorni dopo, incontrò un’altra volta il Papi gli andò incontro con tutta amicizia; e temette che l’altro non facesse altrettanto. Egli l’avrebbe anche baciato, e gli tenne la mano finchè non fu sicuro che tutto era finito da sè.
Ma Dario provava un senso doloroso, della sua allegrezza giovanile; e gli chiese, ridendo della risposta che già si aspettava:
— Non è possibile che ti innamori da vero?
— Io spero di no.
— Si vede che non sei come me. Ma io ho piacere di essere così.
— Tu hai già una certa età!
Dario ebbe un senso rapido di malessere; e gli disse, ironicamente, per fargli capire che gli era dispiaciuto:
— Già, io sono vecchio!
Il Papi, invece, sentì piacere a dirgli quella mezza verità; perchè in certi momenti aveva quel fanatismo capace di qualunque cosa; il quale è un segno caratteristico della giovinezza. Infatti, si credeva in diritto di farlo soffrire; perchè era molto più giovane di lui; con una differenza vanitosa. Un giovane può anche godere dell’effetto che gli produce uno di maggiore età! E Dario, appunto, rifiutava perfino di prendersi una delle più belle e delle più eleganti signorine di Roma! Al suo modo di vedere, era una cosa che non avrebbe potuto scusare per nessun motivo!
E lo lasciò a se stesso, con quel viso quasi sconvolto, come sempre; con gli occhi pieni di inquietudine. Perchè più giovane, si discostò un poco da lui; per evitare d’essere perfino rasentato con un braccio! Perchè, infatti, Dario doveva rimproverarlo? Che faceva di male? Che importava se era più giovane? Sapeva tenerlo lo stesso a distanza.
Ma Dario si sentiva nauseato di tutta quella gente per Via Nazionale. Sentiva il bisogno di stare solo, e lasciò il Papi; suggerendogli, per scherzo, di seguire una giovinetta molto graziosa. E scappò fuori di Porta San Sebastiano; sperando sempre di trovare una parte di Roma che facesse per lui. Lasciando le ultime case gli pareva di garantirsi un riposo sempre più certo.
Ad un certo punto della Via Appia Nuova, pareva che la pianura volesse sprofondarsi tutta insieme sempre di più; fino ai Colli Albani. Nel cielo c’era una solitudine turchina che gli faceva venire il bisogno di vedere almeno una nuvola. Ma anche il cielo era deserto come la campagna. Le macerie s’erano coperte di edera fitta e nera; e i fichi nani erano spuntati, quasi da per tutto, tra le pietre.
Credette che il silenzio lo volesse tenere lì per un tempo indefinibile; e guardò, come se non avesse dovuto rivederle più, le statue grigie sopra la Basilica di San Giovanni e gli acquedotti rossi, tra i cui archi apparivano i monti nebbiosi.
Come poteva escire da quella solitudine, che gli s’imponeva troppo?
Perfino il ricordo di Albertina pareva disperdersi; come un grano di polvere. Le statue sopra la Basilica di San Giovanni si distruggevano, a poco a poco; consumate dall’aria luminosa. Anche la Basilica si sbriciolava; e non ne restò che una breve striscia in terra. Gli acquedotti sparivano, i monti non erano altro che nebbia. Egli stesso moriva, e non aveva nè meno la certezza che la sua anima fosse qualche cosa che potesse restare.
L’anima non esisteva; ed egli si sentiva vuoto, senza difesa. contro la morte; ch’era perfino nella luce immensa.
Non poteva morire da lì a tre giorni o il giorno dopo?
Che restava di lui? Niente! Lo sentiva con un raccapriccio spaventoso. Non c’era, per lui, nessuna pietà; e, allora, guardando Roma, in fondo alla pianura, gli parve una grazia a poterci tornare. Non volle stare più solo; e pensò, con il cuore che gli palpitava, che di lì a mezz’ora ci sarebbe stato e avrebbe visto la gente. Ma Roma era troppo vasta, ed egli non la sapeva ancora conoscere a fondo.
Quando scorse i pioppi, lungo il torrentello della Ninfa Egeria, avrebbe voluto credere alla divinità del settembre. E il cuore gli corse verso quel verde, come una mandra di cavalli e di puledri ridiscendendo da un poggetto erboso.

CAPITOLO XIII.

Ma per quanto Albertina cercasse di vivere con la famiglia, come se avesse dimenticato ogni cosa, non se ne sentiva appagata: tutte le volte che restava un momento sola le veniva il desiderio di ripartire subito. Perchè, dunque, trovava comodo anche restare dove ormai era? Forse, le piaceva assicurarsi che certe sensazioni, già provate prima di andare a Roma, erano vere; e voleva come rendersene conto più profondamente.
Perchè si commoveva, ritrovando tutto allo stesso posto come una volta?
Nel giardino, aveva riconosciuto perfino una buca colmata male; da dove era stata tolta una pianta di bosco, per cambiarle di posto! Eccola: era lì; in fondo alle siepe! Proprio quella!
Agli ippocastani cadevano le foglie; e, pochi mesi prima, le aveva viste spuntare! Il muricciolo del giardino serbava le stesse scalcinature, gli stessi mattoni spezzati! Tutto era eguale ad una volta! Sentiva una dolcezza violenta; che le pareva malvagia. Ma che colpa aveva il giardino se non era più la stessa?
Non voleva pensare a Dario; e guardava la città attorno al giardino, una casa per volta, lentamente; rifacendosi a dietro; perchè non le sembrasse troppo piccola; finchè il tetto più lontano restava smezzato come il suo desiderio.
Ma, talvolta, diceva certe frasi come s’immaginava che le avrebbe dette Dario; e non lo dimenticava mai. Le pareva di sorprenderlo per qualche strada di Roma, e, poi, di andare con lui. Ma, nello stesso tempo il desiderio si spegneva. Ed era possibile ch’egli pensasse a lei senza poterla più amare? Non sarebbe bastato rivederlo, perchè andasse via quel senso di distacco; che, qualche volta, le faceva paura come un gastigo ignoto e inevitabile?
Perchè non gli scriveva? Sarebbero state lettere molli di pianto; ed egli non avrebbe letto le parole; ma vi avrebbe messo sopra la mano, per sentirsela bagnare dalle lacrime.
Le lettere che dovevano essere dolci; come certi sogni strani che restano a mente per anni e anni.
Ed, ormai, le prime impressioni, di quando era tornata, le sembravano sciocche; come se fosse stata ancora una bambina.
In certi momenti, si sentiva tutta tremare d’impazienza; e alcuni ricordi di Roma le parevano di una dolcezza da sbalordirla. Ne restava come trasognata; con le braccia e le gambe ferme nella medesima attitudine.
Ormai, la sua vita era soltanto dentro l’anima; e il resto era così sbiadito ch’ella non voleva riconoscerlo più. E fu presa da una passione per Dario che non le dava più modo di pensare ad altro.
Non voleva vedere più niente; perchè era staccata da ogni realtà. Le dispiaceva anche di dover mangiare; e cercava di non toccare nessuna cosa; perchè nelle mani le era restato come un desiderio di Dario; e le cose tentavano di scuoterla bruscamente da quel suo sentimento assoluto; che doveva restare protetto da lei stessa.
Alla fine, non potè più sopportare che le parlassero.

CAPITOLO XIV.

Da qualche tempo Dario si era scordato da vero del Giachi, e non rivedeva più il Papi. Perchè nessuno somigliava, anche di poco, il Carraresi; e tutti si contentavano di pensare in un modo insignificante, come per piacere di più l’uno all’altro? Bastava conoscere un uomo, per conoscerli tutti quanti.
Il Gavinai somigliava al cieco che guarisce e non ha più pazienza; ma va incontro a ciò che ricorda; anche se non lo vede bene.
Avrebbe avuto bisogno di riposarsi lungamente; come, certe giornate, si stendeva in un campo, e gli passava il malumore.
E Albertina non gli aveva mai scritto!
Avrebbe potuto anche ucciderla; e questo pensiero gli venne come se avesse sentito, alla fine, franare qualche cosa.
Si ricordò, appunto, quando aveva sognato, qualche anno prima, di aver ucciso una persona; e quale angoscia aveva dovuto sopportare.
Perchè, dunque, doveva ucciderla? C’era come una forza, che lo piegava ad un’obbedienza profonda e scura; ed egli aveva soltanto da pregare che gli fosse risparmiata. Intanto, bisognava che non parlasse a nessuno; e in istrada guardava la gente come se avesse fatto una grande scoperta e temesse di divulgarla agli altri. Non fidandosi più di se stesso, tornò dov’era stato una volta con Albertina.
Sul piano cinereo e violaceo una fila di pini andava fino alla Via Salaria, da un casolare rosso della Via Nomentana; dinanzi alle montagne della Sabina, tutte pallide e stinte. Sentiva come la vita è breve; e capì perchè anche una pietra, buttata nel mezzo della strada, può essere da più di un uomo.
Tutta la campagna era silenziosa; ma ad un tratto, udì un suono di campanacci. E alcune pecore, si arrestarono di botto; a poca distanza da lui. Allora, quelle più a dietro passarono avanti; fermandosi poi lo stesso come le prime, che invece avevano ricominciato a camminare; finchè tutto il gregge, un poco sbandato, sparì dietro il burrone.
Dietro la fila dei pini, c’erano barbagli di sole; mezzi restavano nell’aria e mezzi si stendevano sopra la campagna, che non si sapeva più di che colore fosse. Anche il turchino del cielo variava continuamente; sopra quella stesa scolorita dall’ottobre; senza nè meno un albero; e qualche casolare pareva che vi sparisse dentro avviluppato dalla solitudine e dalla terra deserta.
Un branco di cornacchie, fitte come le pecore, e dello stesso peso, rasentò un tetto, tremolando tutto; e pareva, qualche volta, fosse per disfarsi benchè si riserrasse subito.
Era possibile che avesse pensato ad uccidere?
Ma non vide più come avrebbe potuto rasserenarsi; e si chiese perchè non potesse uccidere. Anche la musica gli dava un senso di vergogna; e non la voleva sopportare. Il rimorso era come un uncino, che egli stesso, voleva affondare anche di più; perchè, alla fine, tutto si rendesse più sicuro e visibile. Come, qualche volta, prendendo a caso un viottolo sconosciuto, era giunto dove voleva; prima di quel che avesse desiderato. Dunque, il pensiero d’uccidere spariva senza bisogno che si attuasse! Ma sentiva ancora la paura che gli aveva messo la propria forza; e guardando le cose con altri occhi, scopriva una chiarezza che prima pareva non ci fosse stata; e ne provava un contento, che, gli ricordava certe sensazioni avute soltanto da ragazzo.
La fede era dinanzi ai suoi occhi; ed egli poteva tornare a casa.
Ad un tratto, lo scosse un colpo di fucile sparato vicino a lui; e una brancata di uccelli, alzandosi a volo, si sparpagliò proprio sopra il suo capo, restando poi ad aggirarsi nell’aria come una ruota che non potesse più fermarsi.
Allora tentò pensare quello che avrebbe provato egli stesso, se fosse stato ferito a morte in quel momento.
Lasciò la strada e prese la campagna; saltando un muricciolo, dietro il quale si rizzavano, sporgendo fuori, a mazzetti, le bacche rosse della siepe secca.
Sul prato, le zanzare, grandi, con le zampe nere e le ali che non si vedono, saltavano; ricadendo subito, ad ogni passo ch’egli faceva. E l’erba aveva un luccichio triste, come quello dell’acqua sporca e come quello del piombo appena tagliato. In un avvallamento, di cui prima non s’era accorto, pareva che due eucalipti succhiassero la terra; per essere verdi e odorare. Girando attorno all’avvallamento, per fare più presto ad allontanarsi dalla strada, si ritrovò dinanzi al gregge; che ora era fermo, benchè non pascolasse.
Due pecore avevano figliato; e i due agnelli, nati allora, volevano tenersi ritti. Le gambe, troppo lunghe, si piegavano; ed essi ricadevano picchiando. Le madri, belando, li lambivano in fretta; per togliere il giallume del pelo.
Che ci faceva lì fermo a guardare? Sentì una specie di pudore verso se stesso; perchè non pensava alla vita, ma soltanto al bisogno di veder morire tutte le cose insieme con lui. Aveva sbagliato un’altra volta! Gli era parso che tutto obbedisse al suo desiderio; e, invece, tutto gli dava torto e lo disubbidiva.
Camminò più in fretta, umiliato e offeso, come se avesse voluto sparire per sempre; mentre già il cielo si spegneva; restando soltanto una fila di nuvole ad ardere; una fila lunga quanto l’orizzonte.
La campagna si fece più oscura e le nuvole sbiadirono. Sentiva ancora i beli delle pecore; e voleva fare di tutto per dimenticarsi di quella giornata.
Era sempre lontano da Roma, quando le stelle già scintillavano. Allora, a quel chiarore, lustrarono le staccionate su per i greppi della strada; sembrando dovessero chiudere i branchi delle stelle come quelli delle pecore.
La vita aveva una grande dolcezza; e non trovò strano a credere che anche da un legno secco potesse spuntare un fiore.
Entrando in Roma, si sgomentò.

CAPITOLO XV.

A novembre, Albertina era già tornata. Fu per lei una gioia indimenticabile, lasciare un’altra volta la famiglia. Ma, a Roma, trovò subito una specie di delusione; e si sentì spersa; come non le era mai avvenuto.
Tuttavia, credeva in quella gaiezza; e si sforzava di sorridere; quasi con un desiderio cupo. Le pareva che Roma la evitasse, e decise di non farsi vedere da Dario; benchè sempre di più le paresse difficile.
Era piena d’impazienza; e pensava perchè non escisse subito dalla Pensione. Con i gomiti su la specchiera, in piedi, senza essersi tolta nè guanti nè cappello, sfregava con la punta di un dito sul marmo la cipria uscita fuori da una scatola. Ma era già buio. La mattina si destò prestissimo; si vestì in fretta, con le mani tremanti; scegliendo un vestito nuovo che non s’era mai messo. Voleva essere lei la prima a mostrargli che si amavano! Ma quando si chiese perchè non gli aveva mai scritto, si mise a piangere. L’avrebbe rimproverata; forse, l’avrebbe accolta male. E se amava già un’altra, non doveva dirgli niente; era una ragione di più perchè ella non lo cercasse. Si tolse il cappello, buttandolo sul letto. Sentiva un malessere, con tutti i puntigli della gelosia; fin quasi al dolore. Se amava già un’altra, non doveva dirgli niente; doveva fargli sapere come ne soffriva e ritirarsi in un convento; perchè egli pensasse lo stesso sempre a lei e la rimpiangesse. Intanto, riprese il cappello; piegò la curva alla tesa; riaggiustò un nastro che si era sollevato; si guardò allo specchio: gli occhi erano gonfi; e tutti avrebbero capito che aveva pianto. Fece qualche passo nella stanza, per assicurarsi che camminava bene e che era sempre bella.
Si mise un’altra volta il cappello, ma non le riesciva più ad accomodarselo; ritta dinanzi allo specchio; tenendo le braccia alzate; nervosa e scontenta. Alla fine, escì in istrada; ma non sapeva se andare verso il Corso o verso Via Veneto. Perchè era escita?
Le nuvole grigie, un poco violacee, coprivano tutto il cielo; e i fili elettrici erano così fitti che le parvero quelli della pioggia; restati tesi in aria. Camminava a testa bassa; e, per non stare in strada, prese una carrozza e fece portarsi al palazzo di una sua amica; non potendo sentirsi troppo sola. L’amica la tenne a pranzo; e la convinse di andare insieme con lei al concerto dell’Augusteo. La domenica c’era troppa gente nelle pasticcerie, per andare invece a prendere il tè; e a convincerla meglio, l’assicurò che avrebbero preso un palco.
Anche Dario era al concerto. Per caso, la poltrona alla sua destra restava vuota; ed egli, quando l’orchestra attaccò, vi dette una occhiata quasi di sgomento: non poteva convincersi che accanto a lui non ci fosse Albertina, per quanto fosse quasi contrariato di pensare a lei.
Non poteva fare a meno di voltarsi a quella poltrona; e, qualche volta, invece, non osava nè meno.
Perciò escì innanzi che la prima suonata fosse finita.
Ma Albertina l’aveva visto; e si era sentita come cadere dentro il teatro.
Guardandolo uscire, si mise a piangere; e si fece accompagnare alla pensione dall’amica; senza essere riescita ad ascoltare nè meno una nota. Le pareva d’essere ancora completamente sorda; benchè non avesse mai più mosso gli occhi dall’orchestra, e non capiva quel che le dicesse la cameriera quando, nella sala da pranzo, stava accanto a lei, con i vassoi in mano.
Soltanto quando fu un’altra volta in camera sua, le parve di cominciare a ricordarsi che era stata all’Augusteo; e non poteva sopportare il fracasso enorme della musica e della gente. Le parve anche che la cameriera le avesse parlato gridando.
Come amava! Come avrebbe chiesto subito perdono a Dario; magari in ginocchio! Ma dovette mettersi a letto; perchè sentiva un poco di febbre. Si ridestava ogni mezz’ora e accendeva la lampadina elettrica; aspettando battere le ore a un orologio nel corridoio, tendeva gli orecchi a tutti i rumori; e ascoltando la città che non riposava mai, le pareva che facesse più presto a tornare il giorno. Si riaddormentava soltanto quando era convinta di questa illusione.
Dario era escito dall’Augusteo con una tristezza che lo avviliva. Non sapeva quel che fare; e le note della suonata, che aveva ascoltato con un’attenzione involontaria, gli tornarono a mente con una precisione incisiva. Gli dispiaceva di sentirsi solo, e avrebbe voluto incontrare qualche amico; benchè fosse come geloso della sua tristezza, e gli dispiacesse confidarla ad altri.
Allora, essendosi trovato in Trastevere, dove era andato come se ce l’avessero condotto i piedi, entrò nella Chiesa di San Crisogono. Si avvicinò a un’altare, perchè vi aveva visto la gente inginocchiata; ma non pensò a pregare come quella volta ad Ara Coeli.
L’ombra di un arco scendeva fin quasi a metà dell’altare; dove era un Cristo più alto di un uomo; vestito di rosso e le mani legate; dietro un vetro chiuso da una cornice dorata. Dario guardò senza nessuna curiosità.
Quando escì fuori, nel viale del Re, l’aria era umida e nebbiosa. Un carro funebre s’avvicinava al ponte Garibaldi, andando rasente la fila sinistra dei platani, e qualche foglia secca vi cadeva sopra.
Vedeva soltanto la tuba nera del cocchiere, nascosto dalle ghirlande, quasi affondato dentro; e, dietro c’erano cinque carrozze piene di altre ghirlande. Era una cosa bella e dolce; che gli fece piacere. Si sentì attratto a camminare accanto al funerale; e guardava tutti quelli che si toglievano il cappello.
Nè meno gli alberi del Gianicolo schiarivano; e l’isola di San Bartolomeo, giù nell’acqua del fiume, era grigia.
Egli stava attento a tutto; come avesse sotto gli occhi la vita degli altri, e gli fosse possibile conoscere chiunque soltanto a guardarlo.
Ma, allora, all’improvviso, una gelosia violenta lo prese; e ricordò con un piacere triste, che aveva pensato di uccidere Albertina.

CAPITOLO XVI.

Dario evitò di aprire i cassetti del canterano; perchè, non spianando bene sull’impiantito, tentennava battendo nel muro; e, irritato, si metteva a guardarlo, con il desiderio di farlo a pezzi.
S’era convinto che Roma fosse una città uguale a qualunque altra, e cominciava a desiderare di andarsene lontano; magari di tornare a Pistoia, dove certamente gli avrebbero dato un impiego piuttosto buono che cattivo. Non credeva più di essere un musicista; e, ormai, era già troppo anziano per sperare ancora. Sarebbe andato via senza farlo sapere a nessuno; ma contava di guadagnarsi la stima del Carraresi. Si sentiva prendere da questa nuova decisione; e gli bastava.
Avrebbe pensato sempre ai suoi amici di Roma; ma era indispensabile non commettere più l’errore di soffrire lungamente come aveva fatto.
Da se stesso non poteva rendersi conto d’essere passato attraverso quasi tutti gli eventi che s’incontrano in una grande città; rasentando ora la miseria e ora il lusso. Roma non aveva aggiunto nulla alla sua indole di natura; ed era stato troppo credulo a qualunque tentazione, scambiandola per un buon indizio che gli si presentasse.
Non aveva profittato nulla, perchè i suoi nervi erano troppo deboli. Inoltre, non aveva saputo fare a meno di non subire dagli altri ogni sorta di egoismo; compreso quello di Albertina. Soltanto la campagna e certe strade di Roma lo avevano lasciato libero. Ogni altro sentimento era stato d’impaccio.
Anche l’avvilimento d’ogni giorno, ch’egli aveva cercato di cambiare a suo vantaggio, pigliava un peso importante nel desiderio di andarsene. Lunghi mesi di inutili tentativi, che restavano soltanto stati d’animo piuttosto complicati, lo avevano ravveduto. Quantunque Roma lo avesse quasi sempre corrisposto, non poteva scacciare da sè una specie di rancore; che lo compensava di tante rinunce e dell’inutilità di averci vissuto. Gli spunti musicali, che a Pistoia lo avrebbero inorgoglito, dovevano fare posto a nuovi sentimenti di bontà. Anche con Albertina le cose dovevano cambiarsi completamente: o era possibile che si amassero o dovevano dimenticarsi per sempre; ed egli trovare una donna più adatta. Non capiva, poi, perchè con il Giachi non si fosse mai inteso; benchè fossero amici. Da Pistoia gli avrebbe scritto una lunga lettera; spiegandogli particolarmente molte cose passate tra loro. Il Papi era così lontano dal suo animo, che non gli avrebbe mai scritto: lo lasciava, volentieri, alle sue amanti; benchè ora sospettasse che fossero meno di quanto il Papi gli diceva. Andava via da Roma, senza portarne nulla con sè.
Gli era agevole prevedere come sarebbero finiti tanti giovani, anche suoi amici, che si scaldano la testa e lo stomaco con una tazza di cicoria; credendo, a forza di minute postille quotidiane o notturne, di compiere una funzione intellettuale. Roma, per essi, non era altro che una città di provincia più informe e senza scampo! Quelli che riescono debbono, anzi, vivere continuamente da soli e non dare spiegazioni altro che a se stessi; quelli che riescono a lavorare sono subito distinguibili in mezzo alle torme dei boriosi, insulsi e cattivi. Dario, invece, li aveva ascoltati, e qualche volta con il desiderio di superarli. Aveva imparato anche lui quell’egoismo spirituale; che consiste non nello sviluppare gli individui secondo i loro rapporti; ma attribuendo alle idee e ai sentimenti istintivi un’esistenza quasi indipendente; giustificata volta per volta da occasioni caparbie, che non hanno nè meno un’affinità continua. Dario aveva voluto trovare dovunque i segni del proprio pensiero; credendo di potersi sostituire a tutto. Quanti lasciava a Roma in simili presunzioni! A casa della zia lo aspettava invece una certezza, che gli avrebbe formato il sentimento della coscienza.
Mettendosi il solino, vide allo specchio che le tempie cominciavano a imbiancarsi; e ne fu atterrito.
Mentre cercava di non pensarci, non fu in tempo, sentendo aprire la porta, a volgersi; e Albertina era già dinanzi a lui. Più che vederla, capì che era lei; e l’abbracciò. Ancora non le aveva visto la faccia; e l’avrebbe piuttosto soffocata che lasciarla andare. Ambedue si cercavano la bocca; ed ambedue cercavano quasi istintivamente di non vedersi; o, almeno, volevano ritardare quel momento.
Ma nessuno dei due poteva abbandonarsi al proprio sentimento, perchè aveva in sè una chiarezza; che tentava di mettere dentro la coscienza tutto il tempo trascorso; separato da un taglio, del quale volevano tacere. Il loro amore doveva nascere in quel momento stesso; e, alla fine, guardandosi negli occhi, capirono che si amavano davvero per la prima volta.

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