Federigo Tozzi – Il marito

Avevano detto a Mariano che la moglie lo tradiva. Ma egli, che non ci credeva, non rispondeva né meno; scotendo la testa, con un sorriso di uomo furbo e sicuro di se stesso.
– Credete che io me la prenda, se volete scherzare anche su l’onestà della mia moglie? Fate pure, e dite quel che volete. Io non me la prendo da vero! Io agli scherzi ci so stare!
Allora, una volta, anche Quaglia si mise a ridere; divertendosi a guardarlo:
– Credi che anche io te lo dica per scherzo?
– O che mi prendi per uno che non capisce?
– Come credi meglio.
E siccome in quel mentre la moglie tornava con due brocche empite giù alla fonte dell’orto, Mariano la prese per una gamba, per farla inciampare. E le disse:
– Lo senti quel che dicono di te, Càtera?
La donna, per non cadere, si fermò. Era tutta sudata, ma non poteva asciugarsi la fronte con le maniche del vestito, finché non avesse posato quei due pesi su l’acquaio. Sorrise a Quaglia, e rispose:
– E tu non ti vergogni a far dire certe cose di me?
Il marito le lasciò la gamba, ed ella entrò in casa. Poi, tornò su l’uscio, e tutta inviperita si volse a Quaglia.
– Che vi fa di male il mio Mariano? Se io avessi le sue braccia, vi romperei il ceffo. Lasciatelo stare! Perché è un buon uomo, ve ne volete approfittare tutti.
Quaglia sghignazzava, ma ella lo fece smettere; prendendo la granata e battendogliela addosso.
Mariano la guardava; tutto orgoglioso di lei, così risoluta. E si arrischiava ad approvare.
Ora, a tutti quelli che conoscevano Mariano era venuto in proposito di fargli trovare la moglie proprio mentr’era con qualcuno; sul fatto, come dicevano loro. Ma come potevano? Ella era furba quanto tutti loro messi insieme, e poi le volevano bene perché non diceva di no a nessuno, quando la sapevano pigliare con le buone. Per lei era doventata un’abitudine; e a farla smettere se ne sarebbe avuta a male. Per lei era una cosa come se le avessero impedito di far del bene agli altri. Era una specie di mania, che la convinceva a fare il comodo suo e che le faceva piacere. Come poteva smettere se ormai aveva cominciato, e tutti lo sapevano? Le sarebbe parso una vergogna; come se non avesse avuto più da dare un pezzo di pane a un povero. Ed ella stessa difendeva il marito; e voleva anzitutto che gli altri fossero più umili con lui e gli volessero bene. Ella temeva anche che, smettendo, la rifacessero con lui; e si vendicassero troppo.
Le domeniche lo mandava alla messa più pulito degli altri; con una bella ciarpa che aveva imparato a stirargli da una serva d’una villeggiante. E quando sapeva ch’era escito di casa tutto contento e magari che andasse a pigliare una mezza sbornia, allora ella cercava di trovarsi con qualcuno.
Anche Mariano aveva per lei un rispetto che avrebbe potuto chiamarsi ammirazione. Tutto quel che ella diceva era giusto, tutto quel che ella faceva dinotava una saggezza che egli apprezzava sempre di più. Figlioli, chi sa perché, non ne avevano; e i due sposi erano andati sempre d’accordo, proprio tutti i giorni.
Mariano era uno spilungone magro, con le maniche della camicia che gli tiravano e gli facevano male ai polsi quando erano abbottonate, perché gli restavano sempre corte. Anche i pantaloni non gli arrivavano bene fino agli zoccoli. Aveva una faccia che pareva affondata a posta da due fitte dietro la bocca, in modo che il naso appariva anche più lungo di quel che non fosse. Portava i capelli piuttosto lunghi; ed essendo lisci, gli stavano a zazzera su gli orecchi e su le sopracciglia. Le mani così magre che facevano pensare al suo scheletro. Càtera era olivastra, con gli occhi piccoli e neri; con un ciuffo di peli agli angoli della bocca grassoccia.
Una volta, tutti i contadini più giovani del vicinato studiarono il modo perché riescissero a far trovare da Mariano la sua Càtera con qualcuno di loro. Ce lo avrebbero portato magari per forza! Pronti, però, a reggerlo se avesse voluto bastonarla.
Decisero che il più svelto e il più malizioso, il Rossino, andasse con lei, la sera, in mezzo all’oliveta; e gli altri sarebbero andati a prendere lui. Non volevano far saper niente a Càtera, pensando che non si sarebbe prestata alla burla; ma ella, che da certi discorsi e da certi preparativi aveva capito tutto, fu contenta lo stesso; e stette anche lei d’accordo con loro. Si mise a braccetto del Rossino; e, voltandosi in dietro ridendo agli altri, si nascose con lui dietro una pianta. L’oliveta era deserta; ma c’erano tanti grilli che saltavano perfino addosso. La luna si levava allora, come un pezzo di coccio; e il cielo era pieno di stelle cadenti. Nel silenzio della sera si udiva qualche barrocciaio che cantava, forse briaco; poi qualche campana che smetteva quasi subito come se si rompesse; e nient’altro. Gli altri andarono a casa di Mariano, e lo trovarono che, benché avesse già cenato, mangiava una fetta di lardo con il pane. La stringeva così forte che le dita ci facevano i buchi.
– Mariano, sei in casa?
Egli rispose, con la bocca piena:
– Lasciatemi in pace!
– Hai paura che ti leviamo il boccone di bocca? Esci fuori.
– Non esco. Ora deve tornare la mia moglie. Venite dentro voi.
Allora, entrarono tutti insieme. Erano sette o otto; e non facevano altro che ridere. Mariano, vedendoli, doventò allegro subito anche lui.
Uno chiese:
– Dov’è andata Càtera?
– Io non lo so. E che m’importa?
Essi non sapevano quel che dire, benché si fossero consigliati prima. La cucina era brutta. Al muro dell’acquaio, sopra una mensola fatta con una tavola senza piallare, c’era una fila di pignatte; in ordine di grossezza. Al muro più largo, una madonna a colori e un sant’Isidoro dentro una cornice senza vetro. E, vicino, il fucile, a due canne, sempre carico; perché, nel caso avessero sentito i ladri dentro il pollaio, Mariano avrebbe tirato. Ma le cariche a stoppaccio ci stavano da un anno all’altro, con i cani alzati in vano; e il fucile si arrugginiva; finché a Pasqua non lo ripulivano, quando il prete andava a benedire le case. Sopra la tavola c’era un tegame ormai diaccio e vuoto, dove Càtera aveva cucinato mezzo coniglio. La gatta, rosicchiava un ossicino. Mariano disse:
– Mettetevi a sedere.
– No: in vece, vieni con noi nella tua oliveta.
– A fare che? A quest’ora? Non mi moverei né meno se pigliasse fuoco il pagliaio.
– Vieni con noi.
– Io credo che siate briachi fradici. Volete bere dell’altro, piuttosto? Non so dove quella strega della mia moglie ha nascosto il vino, ma piglio la chiave di cantina, e si beve tutti alla botte; finché ce n’è.
Allora, uno disse:
– La tua moglie è con il Rossino.
Mariano lo guardò:
– E che ci fa con il Rossino?
– Vieni a vedere: siamo venuti a posta a prenderti.
– Ragazzi, sono troppo stracco. Ho lavorato tutto il giorno: non mi frastornate.
Tutti sbruffarono dal troppo ridere.
– Vieni sì o no, con le buone?
– Non vengo. Quando torna mi dirà dove è stata. Lasciatela in pace anche lei, povera donna. Sarà andata a mangiar due fichi alla pianta; perché s’è alzata da sedere e aveva sempre fame.
– Ti diciamo dov’è in vece. Vieni a vederla con i tuoi occhi.
– Insomma, ve ne volete andare o no? Lo scherzo dura da troppo, ed è sempre lo stesso. Ora basta. Levatevi di qui. La pazienza finisce anche a me. E rispetto lo voglio anch’io.
Mariano s’era già impermalito; e, drittosi in piedi, anche perché aveva mangiato tutto il companatico, incrociò le braccia. Cominciava a sdegnarsi da vero: gli si vedeva dal viso.
I giovani non sapevano come contenersi, e non riescivano a ridere più. Quasi s’erano pentiti d’aver pensato quello scherzo. Ma allora la presero sul serio, e qualcuno gli disse sottovoce, per provocarlo, qualche mala parola. Ora volevano sul serio che Mariano andasse con loro nell’oliveta, magari a costo di far succedere qualche brutta cosa.
Allora uno disse, arrabbiato:
– Ecco: non ce n’andiamo finché tu non ci dai retta.
Essi dimenticavano completamente lo scopo, per il quale s’erano riuniti e messi d’accordo. Mariano gli rispose:
– Se tu non mi dici la verità, t’apro la testa con la vanga; com’è vero Dio! Dovete farla finita!
– È la verità.
– Andiamo, dunque. Andiamo!
E dette un’occhiata al fucile, il cui scheggiale di cuoio, per portarlo a tracolla, si recideva a forza di stare in vece su al chiodo del muro.
– Il fucile non lo prendere!
– Piglierai, invece, un palo da qualche vite; se ce ne sarà bisogno.
– Io piglio quel che voglio. Oppure affilo la coltella alla pietra; prima di venire.
– Non c’è tempo: è meglio che tu ti spicci.
– Ma mi volete dire, sì o no, perché la mia moglie dovrebbe essere con il Rossino?
– Lo vedrai da te.
– Siete un branco di gentaccia. E non vorrei che mi capitasse qualche dispiacere, a darvi retta.
– La colpa non è nostra.
Egli rispose minaccioso:
– E di chi è?
– Zitto, Mariano.
Lo presero chi per una manica e chi per il panciotto; mentre un altro lo spinse per le spalle. Ma egli disse:
– Fate piano, perché non voglio farmi del male.
Attraversarono l’aia; e siccome egli era scalzo, sentì freddo ai piedi. Pensò se non doveva infilarsi almeno gli zoccoli; ma gli altri seguitavano a tirarlo e a spingerlo. Dentro di sé si pentiva d’aver dato retta, e pensava con dolcezza alla moglie; sperando che si trattasse di una burla, ch’ella non venisse né meno a risapere. Era certo che non ci fosse Càtera nell’oliveta; e, forse, ci avevano portato qualche spauracchio vestito da donna; e dentro di sé cercava d’indovinare quel che avessero inventato, per volersi divertire. Era scontento, ma nello stesso tempo ci provava piacere anche lui; e gli pareva già di fare una lunga risata tutti insieme. Almeno che la moglie, poi, non lo brontolasse! E perciò, pur prestandosi volentieri, camminava di malavoglia.
Giunti al cominciare dell’oliveta, gli altri alzarono la voce per avvertire Càtera e il Rossino. E ricominciarono a ridacchiare. Mariano, fingendo di credere a loro, ficcava gli occhi da tutte le parti e s’atteggiava a irato, stringendo i pugni. Pareva che volesse dire: «Ho capito bene la parte che devo fare? Siete contenti ora? Che ci sarà? Uno spauracchio o una cagna legata?»
Gli altri, che capivano, si sollazzavano anche di più; ed erano impazienti di giungere al punto stabilito.
Ad un tratto, uno disse sottovoce:
– Eccoli là: ci son tutti e due.
Mariano si spinse innanzi; e aguzzò gli occhi, protendendosi con tutta la persona. Sentiva nel cuore non si sa che miscuglio di allegria e di sospetto. E quando credette di avere riconosciuto la moglie, che stava vicina a un’ombra che pareva da vero quella del Rossino, chiamò forte, fermandosi:
– Càtera! Càtera!
Gli altri le fecero cenno che non rispondesse; ma il contadino si volse a loro con mal garbo:
– Se è lei, perché volete che non mi risponda?
E chiamò più forte, mettendosi le mani alla bocca:
– Càtera.
Ella allora, temendo che lo scherzo finisse male, gli mosse incontro; e gli disse:
– Sono io, non aver paura.
Egli rispose teneramente, abbracciandola.
– Lo sapevo che eri tu. E chi c’era con te?
La donna facendogli la bocca dolce, gli disse:
– Il Rossino. Non ci credi?
E, per convincerlo, chiamò:
– Vieni qua anche tu, Rossino!
Tutti erano stupefatti e scornati; perché capivano che ormai non succedeva niente. E lo volevano pigliare a zollate.
Ma egli, ora era desolato ed esclamava piangendo:
– Perché, dunque, quegli impazziti mi hanno fatto venire nel campo al buio?
Càtera si fece risoluta:
– Io non lo so. Lo domando a te. Faresti meglio a non moverti di casa altro che quando te lo dico io.
– Sono giovani, e non hanno cervello.
E poi, volgendosi agli amici:
– Io credevo che mi aveste fatto un bello scherzo da vero. Non siete capaci. Lo dovevo indovinare prima. Ma un’altra volta, lo giuro sul Vangelo, non vi do retta da vero.
E, presa per mano la moglie, li lasciò tutti a dietro. Singhiozzava così forte, anche con la voce, che pareva il guaito di un cane.

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