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Federigo Tozzi – Il vino

Teofilo Bettarini aveva il viso come una rammendatura, dove era a pena posto per gli occhi. I capelli sempre pettinati e lisci; neri.
Beveva per mandar via la tristezza dei quarant’anni. Non andava alle bettole; ma, dopo mangiato, si chiudeva nella sua camera di scapolo scontento; poi levava l’olio a un fiasco di Chianti, e si sedeva con dignità dopo averlo posato con tutte le precauzioni sul tavolino. Quando aveva fiori, glieli infilava alla rivestitura di stiancia.
Lasciava che il mento gli s’appoggiasse sul petto, per il peso delle lunghe riflessioni; e, di quando in quando, sospirava, alzando gli occhi verso il lume a petrolio fasciato di cartavelina rossa. Ripensava a quel che aveva fatto durante la giornata; poi sputava due o tre volte; ed empiva il primo bicchiere. Lo beveva tutto d’una sorsata, lo riempiva subito, e ribeveva. Soltanto allora gli pareva che il vino gli tenesse compagnia. Ma, per esserne più sicuro, il bicchiere doveva restare sempre pieno; avendolo così a disposizione a pena cominciasse ad accorgersi d’essere solo.
Il terzo bicchiere e i successivi li vuotava metà per volta; con una specie di dolcezza piuttosto cupa; una dolcezza indefinibile, che però cominciava a farlo sognare da vero. E, allora, si prendeva le mani, se le stringeva insieme; sentendo il bisogno di parlarsi a voce alta.
Egli doventava buono; e si commoveva di qualunque cosa che gli passasse per la mente. Cominciava a ricordarsi della cena: la padrona di casa, un donnone grasso, di una grassezza quasi bella, gli aveva domandato se la minestra era salata come voleva lui. E perciò ora egli ne sentiva tale riconoscenza che avrebbe voluto farla doventare ricca. Era proprio un suo dovere! Lui solo doveva far questo! La mattina dopo, a pena desto. Ma come avrebbe potuto? Non gl’importava di trovare il come; ma doveva fare così.
Non beveva, forse, per lei? Ma c’era anche la donna che veniva a lavare i piatti. O a lei non ci doveva pensare lo stesso? Poi l’amico dell’ufficio che gli aveva regalato mezzo sigaro. Si metteva, allora, a giurare. Sicuro! E giù un altro bicchiere! Com’era buono il vino! Avrebbe baciato il fiasco.
Già da parecchi mesi faceva così, di nascosto.
Una sera, a mezzo fiasco, non riescì più a ricordarsi di quel che aveva pensato prima di riempire il bicchiere. Egli si ostinava a volersene ricordare. Quasi si vergognasse, e gli veniva da piangere. Gli girava un poco la testa. E si sentiva la bocca asciutta.
Allora si alzò, e fece per aprire la porta; perché, forse, parlando alla padrona di casa, gli sarebbe andata via quell’angoscia così malinconica che non la sopportava più. Ma tornò a dietro, e si mise ritto ad una parete.
Poi bevve un altro bicchiere; e cominciò a canticchiare. Gli pareva, allora, che tutti nella casa cantassero, e dall’appartamento di sotto veniva una musica che gli metteva la voglia di ballare; e le voci che ricordava avevano una dolcezza meravigliosa. «Dio, come sono tutti buoni!» Ma la sua tristezza cresceva sempre; con un sapor di rimorso immenso; che non sapeva spiegare. Disse al muro: «Abbracciamoci». E bevve un altro bicchiere.
Ma, ad un tratto, sentì picchiare all’uscio. Era la padrona di casa, Gegia.
- Può entrare!
Ma quella, senza aprire, disse:
- Ero venuta a prendere la giubba, per smacchiarla.
Egli si mise a ridere.
- La giubba! La giubba! Ma entri, se la vuole!
Gegia si fece avanti. Egli s’inginocchiò, le baciò le mani:
- Senta: mi deve dire se con lei sono stato cattivo e se ha da dolersi di me. Creda che, se non me lo dice, mi ammazzo subito. Mi butto dalla finestra.
Gegia si spaventò. Era possibile che all’improvviso fosse impazzito fino a quel segno?
- Com’è bella, signora Gegia!
- Io bella?
- Bellissima. Stasera la vedo bene. Ne sono sicurissimo.
Ella si sforzò di ridere; ma, siccome egli cominciava ad accarezzarla, se n’andò e richiuse lesta lesta la porta. Allora, fu preso da un’allegrezza tale che cominciò a ballettare; tenendosi le mani su i fianchi. In vece Gegia, preoccupata, andò a chiamare gli altri pigionali che stavano accanto: un calzolaio con la moglie e la figliola. E così tutti e quattro si misero ad ascoltare dietro l’uscio.
Teofilo fischiava: s’interrompeva soltanto per bere. Allora, aprirono; perché smettesse di ubriacarsi a quel modo. Avevano deciso di metterlo a letto e di portargli via il fiasco. Ma Teofilo li accolse con una risata, che fece ridere anche loro.
Poi il calzolaio disse:
- Signor Teofilo!
- Sì: è vero: io sono un signore, un gran signore. La sposo io la tua figliola. Dammi la tua figliola.
Con un’occhiata, decisero, per il meglio, di secondare lo scherzo; e Gegia rispose:
- Sta bene, come dice. Palmira, dagli la mano.
Palmira, una scioccarella che ridendo si scoteva tutta
senza smettere più, fece un passo verso di lui.
- Ti sposerò a pena che saranno finiti questi fiaschi di vino.
E il Bettarini, che voleva abbracciarla, giurò che da quella sera si riteneva fidanzato con lei.
Ma, restato solo, si mise a sedere sul letto, riflettendo al suo fidanzamento. Come! Sposava Palmira! E siccome prendeva sul serio quel che aveva detto e non voleva aver moglie a nessun costo, tentò di rivestirsi; per mandare tutto a monte subito.
- Io non la sposo! Non la voglio! Non è brutta, è giovine. Ma che m’importa? E come l’hanno data subito! Che buona gente! Che cuore! Lo sapevo che non me l’avrebbero rifiutata! Ma bada come hanno creduto subito a uno scherzo qualunque! Parrebbe perfino impossibile! Ma è vero, capisci, Teofilo! Ti sei fidanzato! Ma domani fuggo: non mi faccio più vedere. Piuttosto m’ammazzo da vero! Sono venuti in camera a posta! Come stavano là pronti! Signora Gegia! Signora Gegia! Finge di non udirmi: anche lei c’è d’accordo. Ma perché? Piuttosto, bevo un altro fiasco di vino!
Alla fine, si addormentò; mezzo svestito.
La mattina dopo si destò più tardi del solito. Cominciò a bestemmiare e a maledire il vino, quando la signora Gegia picchiò all’uscio per dirgli che era già tardi, e non gli fece nessuna parola su Palmira, come aveva desiderato lui!
Ma la sera, dopo i primi bicchieri, ricominciò ad aspettare che Palmira tornasse; e così, per una settimana intera, quando aveva la sbornia, credeva sempre di essere fidanzato. Alla fine ci pensò anche il giorno; e non distingueva più se era sempre l’effetto dei fiaschi. Perché egli sentiva di aver promesso; e non avrebbe voluto mancare di parola.
D’altra parte, il calzolaio e la moglie cominciavano a dirsi che se il Bettarini avesse fatto sul serio non sarebbe stato un brutto partito; e, per quanto paresse loro troppa fortuna, si proposero di fargliene riparlare.
E cercarono di incontrarlo il più possibile: la moglie del calzolaio, Carolina, andava con una scusa a trovare Gegia quando sapeva che Teofilo era tornato dall’ufficio; e gli domandava notizie della salute, invitandolo a farle visita. Il Bettarini credeva che Carolina aspettasse da lui una conferma definitiva; e, per non passare da ridicolo, avrebbe pagato non si sa che a non vedersela ormai dinanzi tutte le volte che s’era seduto a tavola. Ma pigliar moglie mai! A lui bastava di sentirsi fidanzato quando aveva la sbornia. Era una debolezza, dopo tutto, innocua; e non c’era bisogno che s’incattivissero con lui.
Carolina, vedendolo impacciato a quel modo, prese anche più speranza; e si confidò con Gegia perché l’aiutasse.
Gegia stette tre giorni a riflettere se si trattava di una cosa lecita o no, perché le pareva che ad approfittarsi di un momento d’incoscienza non fosse una buona azione. Bisognava, però, capire se per caso il Bettarini ci fosse stato disposto anche senza sbornia. Perché, per dire la verità, non sapeva spiegarsi quella sua scappata. E, allora, durante un pranzo più lauto dei soliti, gli chiese:
- E alla sua Palmira quando glielo dà l’anello?
Egli arrossì fino alla congestione, tentò di balbettare qualche risposta: ma non ci riescì: abbassò gli occhi e finì di mangiare il parmigiano senza dire più niente. Ma Gegia, tremando dalla paura di quel turbamento che non riesciva a capire, e temendo che le lasciasse sfitta la camera, quando gli portò il caffè gli mise proprio sotto il naso la zuccheriera colma:
- Se n’è avuto a male?
- Io?
E la guardò fisso. Poi riprese:
- Io?
Gegia aveva voglia di sorridere, ma si torse la bocca perché non se n’accorgesse. Ed egli continuò, con una voce doventata infantile:
- Io?
E, poi, con una voce che si spezzò tremando:
- Io?
- Prenda il caffè, e sia tranquillo.
Egli allora le dette un’occhiata così dolce, che le fece battere il cuore. Poi si alzò, cozzando la sedia, che cadde:
- Signora Gegia! Lei mi conosce ormai da parecchi anni. Ho mai detto una menzogna io? Mai. Non per niente ho tra i miei colleghi un rispetto che è superiore ai miei meriti d’ufficio. Mi consigli lei, dunque: se crede che io debba sposare Palmira, benché la mia volontà sia contraria a qualsiasi matrimonio, e benché per me meglio si convenga piuttosto una donna della mia età…
A questo punto, Gegia, sperando in una legittima allusione, si sentì commovere. E lo ascoltò di più. Egli s’interruppe e riprese:
- Dico: piuttosto una donna della mia età… Ma se mi sono compromesso, sono pronto a tutto per il mio onore e il mio decoro. Nessuno potrà dire mai che Teofilo Bettarini ha rifiutato di adempiere un impegno, sia pure che non ci avesse mai pensato. Non ci crede? Vedo che lei non ci crede.
Gegia, non disse né sì né no; ed egli insisté:
- Glielo giuro, glielo giuro. Porti qua un crocifisso: sono pronto a giurare.
- E perché non ha promesso a me quella sera?
Egli rimase esterrefatto.
Ma Gegia arrossì e si chiuse in cucina.
Ascoltando, la sentì piangere. Stette un poco in ascolto, e uscì di casa; per evitare una spiegazione. Quando tornò, la sera, Gegia aveva già mangiato da sola; e trovò tutti i piatti preparati su la tavola; coperti perché non si freddassero.
Anch’egli mangiò da solo; e poi si chiuse in camera; dopo avere atteso in vano Gegia. Non la sentì né meno razzolare.
In camera, tolse l’olio a un altro fiasco; e ricominciò a bere. Ma non ci provava più la stessa dolcezza di una volta: il vino non gli piaceva più.
E perciò, dopo né meno un mese, Teofilo sposò Gegia.

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dom, ottobre 16 2011 » Senza categoria

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