Federigo Tozzi – La capanna

Alberto Dallati, benché ormai non fosse più un ragazzo, non aveva voglia di lavorare. Si alzava tardi e si sedeva al sole, appoggiato al muro; fumando sigarette e tirando sassate al gatto quando attraversava l’aia. La casa era stata fatta su per una salita, in modo che la fila delle cinque persiane era sempre meno alta da terra; e, all’uscio, dalla parte della strada, una pietra murata in piano faceva da scalino.
A quindici anni egli seguitava a dimagrire e ad assottigliarsi; con gli occhi chiari e le ciglia piccole e lucide; la bocca e le dita di bambina; e i capelli come il pelame di un topo nero. Una malattia di petto l’aveva lasciato parecchio gracile; e seduto al sole, divertendosi anche a battere la punta d’un bastone sempre su lo stesso posto, egli pensava cose cattive; e gli ci veniva da sorridere, credendo che qualcuno se ne accorgesse. Quando c’era l’uva, benché suo padre fosse anche proprietario del podere, andava a mangiarla nei vigneti degli altri; e le frutta dove le trovava più belle. Gli restava sempre un bisogno vivo di essere allegro, benché in tutto il giorno facesse quel che voleva; gli restava qualche idea stravagante, che non poteva reprimere. E, allora, gli pigliavano certi scatti di gatto; che graffia quand’uno meno se l’aspetta. Dava noia, da dietro le persiane, alle persone che non conosceva, e non veniva il verso di farlo obbedire per nessuna cosa; specie quando, in una fonte vicino a casa, c’erano le rane; per imparare ad ammazzarle mentre saltavano dentro. D’inverno, in vece, si metteva vicino al focolare, e sembrava tutto disposto a quel che voleva la sua famiglia. Ma, a poco a poco, ricominciava a dire:
– Io non posso sopportare le vostre prediche! Se mi lasciate fare, può darsi che vi contenti; e, se no, conto di non conoscervi né meno.
Spartaco, da padre risoluto, ci s’arrabbiava, ma non gli diceva quasi mai niente. In vece, maltrattava la moglie. Allora, Alberto, dopo essere stato a sentire, in disparte, lo biasimava battendosi le mani sul petto:
– Lei non ci ha colpa. Dillo a me quel che vuoi dire.
Ma il padre, guardatolo, faceva una specie di grugnito; e, bestemmiando contro le donne e la famiglia, se ne andava nel campo a fumare la pipa. Alberto diceva:
– È un imbecille, benché io sia suo figlio. E tu perché non gli rispondi male? Perché ti metti a piangere in vece?
Raffaella, spaventata, allora lo supplicava che fosse buono e si cambiasse. Ella ci aveva quasi perso la salute; e le era venuta sul viso e nella persona un’aria dolorosa. Spartaco, soprannominato Rampino perché piuttosto piccolo e perché camminava come se avesse gli artigli e li attaccasse, guardava, anche parlando, dentro la pipa, e ci ficcava continuamente le dita; e credeva di far del bene alla moglie, abituandola a esser forte. E siccome Alberto dichiarava ch’egli ormai non aveva più bisogno di ascoltare i discorsi di nessuno e che ormai gli s’addiceva il comodo proprio, perché non c’era niente di meglio, ella gli rispondeva:
– Perché non sei buono al meno tu?
Perché, secondo la sua testa, tutti dovevano essere buoni. E anche parlando dei suoi canarini, che Alberto e Spartaco volevano ammazzare, buttando al letamaio la gabbia, diceva:
– Sono tanto buoni!
Il marito l’assordava con le sue grida; come quando domava i cavalli, facendoli correre attorno all’aia; mentre Alberto stava nel mezzo a tenere ferma la fune legata al loro collo. E questa era per lui la sola fatica non antipatica.
Dopo, si metteva un fazzoletto perché era sudato; e andava subito a sedersi dove batteva il sole. Si sentiva già uomo fatto, e pensava a tante cose ch’egli desiderava soltanto per sé. E perciò si proponeva di rendersi più indipendente, liberandosi dal padre e dalla madre. Qualche volta diceva ai contadini:
– Io non so che pretendono da me.
Ma egli si sentiva anche solo; e una grande tristezza gli gravava attorno. Il podere e la casa erano poco per lui. Sapeva che in quelle sei stanze ci si era, da bambino, trascinato con le mani e con i piedi; certe pareti erano restate sciupate dalle sue unghie. Egli sentiva troppo a ridosso l’infanzia; e le voci dei genitori non s’erano ancora cambiate ai suoi orecchi.
Ora egli era già a un altro autunno, senza che avesse fatto niente. S’era abbastanza distratto a vedere vendemmiare, da un podere a un altro; aiutando un poco tutti, anche in cose di strapazzo. Il sole ci stava poco all’uscio della casa, e già c’erano nell’aria i primi freddi.
Una sera, dopo essere stato tutto il giorno con le mani in tasca nel mezzo della strada, in su e in giù, entrò nella stalla, e si mise a guardare i due cavalli che rodevano l’avena. Prese la frusta e cominciò a picchiarli. I due cavalli si misero a scalciare, cercando di rompere le cavezze. Raffaella, che su da casa aveva sentito tutto quel rumore, scese; e vide di che si trattava. Cercò subito di levargli di mano la frusta; ma Alberto, per ripicco, si mise a dare anche con più forza. Raffaella andò a dirlo al marito; che, infuriato, la schiaffeggiò perché non era stata capace di farlo smettere lei stessa; e andò di corsa nella stalla. Senza che Alberto se ne accorgesse, prese un pezzo di legno; e glielo batté dietro la testa. Il ragazzo cadde disteso, insanguinando un mucchio di paglia, che era dietro l’uscio. Spartaco posò il pezzo di legno e stette zitto a guardare quel sangue; mentre i cavalli respiravano forte e non stavano fermi.
Dopo due giorni di febbre, con il pericolo della commozione cerebrale, Alberto scese nell’aia. Aveva la testa fasciata; ma se ne teneva come quando per la prima comunione aveva portato i guanti. Non parlava al padre; che s’era pentito di avergli fatto male a quel modo. Anzi, cominciò a dire a tutti che si voleva vendicare. Guardando la luce, sentiva che anche la sua giovinezza era più larga; e che la sua casa era quasi niente.
Allora egli, per vendicarsi, cominciò a parlare male del padre con tutti i conoscenti di casa. E siccome seppe che stava per vendere una cavalla, andò dal compratore e gli disse ch’era ombrosa e che aveva il vizio di tirare i calci.
Facendo così, egli si sentiva più eguale alla vita; gli pareva di non essere più il solito buon ragazzo che si lascia ingannare e non se ne avvede. Gli pareva di conoscere tutti gli altri e come doveva contenersi. Non era più l’ingenuo, che aveva rispettato tutto e che non si era permesso mai niente. Aveva trovato la maniera di farsi innanzi da sé, senza attendere che passassero gli anni. Si compiaceva della sua malizia e di non avere più scrupoli. Maligno, anzi, doveva essere da qui in avanti. Maligno! Maligno sempre! Gli pareva di sentire che i suoi occhi raggiassero, e che non ci fossero più ostacoli per lui. Credeva di essere doventato forte, e voleva rifarsi del tempo perduto. E siccome voleva fare a meno del padre ed essere più forte di lui, benché ne avesse anche paura, si dette a lavorare; ma facendo quel che gli piaceva di più. E cominciò a coltivare, a modo suo, un pezzo di terreno. Perché guarisse, e temendo sempre che tutto fosse la conseguenza di quella bastonata, non gli dicevano più niente. Invece non guariva; e tutte le volte che vedeva un bastone, sbiancava allontanandosi lesto lesto. Allora lo fecero visitare da un medico, che non capì niente; e rise di Spartaco e di Raffaella. Ma qualche cosa era successo da vero, perché Alberto s’era fatto sempre più irritabile, e non poteva dormire. Avrebbe voluto, prima d’andare a letto, far capire al padre tutte le ragioni che ormai sentiva dentro di sé; ma, quando ci si provava, non gli poteva parlare; e invece avrebbe voluto mettergli un braccio al collo tenendolo stretto a sé. Tuttavia sentiva che qualche cosa di male e di amaro era nel suo destino; e ne era contento. Allora egli faceva su la tavola, con la punta delle dita, certe macchie d’inchiostro che gli parevano cipressi; e gli piacevano perché erano più neri di quelli nei campi. Oppure pensava che una vipera, entrata sotto il letto dalla siepe della strada, gli mordesse un polpastrello della mano o le dita dei piedi, ed egli dovesse morirne in poco meno di una mezz’ora. E perciò, prima d’entrare a letto, guardava in tutti i cantucci. Una volta gli parve di stare capovolto e di cadere giù tra le stelle. Addormentandosi pensava al padre con una intensità acuta, mettendo sempre di più una spalla fuori delle coperte come se avesse potuto avvicinarglisi; sembrandogli di parlare e invece facendo piccoli gridi con la bocca che restava chiusa.
Una mattina, arrivarono tre carri di vino. A ogni barile che portavano giù in cantina egli doveva guardare di quanti litri era e segnarli sopra un pezzo di carta, in colonna, per fare, dopo, la somma. Ma egli non ci riesciva: sbagliava sempre. E non s’accorse quando suo padre, che voleva sapere la somma, gli saltò addosso per picchiarlo. Rialzatosi da terra sbalordito, ebbe voglia di fuggire. Ma a pena egli si moveva, Spartaco con un grido lo faceva stare fermo, ritto al muro della casa. Allora gli venne da piangere. Voleva chiudere gli occhi per non vedere più niente; perché non osava guardarsi né meno attorno. Aveva perfino paura che avrebbe potuto essere un albero e non un uomo; un albero come quello rasente alla casa. Quando, alla fine, Spartaco si scordò di lui, egli poté staccarsi dal muro e nascondersi dentro l’erba. Ma il padre, vistolo, lo minacciò di picchiarlo più forte. Tuttavia la sua voce era dolce: Alberto sentiva nella voce del padre la stessa dolcezza sua. Spartaco gli prese il viso e guardò negli occhi, perché credette che ci fosse entrata la terra. Poi disse:
– Vai a lavarteli alla pompa!
– Ma non c’è niente.
– Non importa. Vieni: te li lavo io: ti farà bene.
Spartaco allora, fece pompare l’acqua e gli rinfrescò gli occhi. Poi glieli asciugò con il fazzoletto. Ma, ormai, il ragazzo si sentiva triste e scoraggiato; benché non avesse più paura di essere un albero, e gli sembrasse di sentirsi crescere, così, mentre respirava. Gli sembrava, in un momento, di doventare grande; e perciò un poco si riebbe.
Spartaco gli disse:
– Non stare così. Vai a ruzzare.
Bastarono queste parole, perché né meno lui pensasse più a quel che era avvenuto. Ora egli voleva stare sempre con il padre; e perché non lo mandasse via e sopra a tutto non gli dicesse di lavorare, cercava di aiutarlo e di farsi benvolere. Quando lo vedeva andare nel campo, egli aspettava un poco e poi si alzava da sedere al sole e lo seguiva, tenendosi a una certa distanza; finché non poteva fare a meno d’essergli vicino se udiva che comandava o spiegava qualche cosa ai contadini.
Una volta, non vedendolo riescire subito dalla capanna, gli venne paura che si fosse sentito male là in mezzo alla paglia. Non era più curiosità! Il cuore gli batteva forte forte, quasi tremando. Attraversò l’aia e scostò l’uscio, perché entrasse la luce dentro. Poi restò su la soglia come allibito: suo padre accarezzava la faccia alla donna di servizio, una giovinetta grassa, che non riesciva mai né a pettinarsi né a legarsi i legacci delle scarpe. Gli venne voglia di gridare e di picchiarli tutti e due. Ma tornò a dietro e si rimise a sedere; senza più la forza di alzarsi. Teneva gli occhi, con la fronte abbassata, all’uscio della capanna; aspettando che suo padre e Concetta uscissero. Dopo un pezzo, chi sa quanto, escì prima Concetta che, rossa rossa, andò in casa; senza né meno guardarlo. Poi venne fuori Spartaco che, accigliato e burbero, andò dritto nella stalla. Alberto aveva paura. Avrebbe voluto rassicurarlo che non aveva pensato niente di male e che gli voleva molto bene; ma non ebbe animo di alzarsi né meno allora. E la sera, a cena, meno che Spartaco era un poco pallido, non si sarebbe capito niente. È vero che i giorni dopo fu di meno parole e non lo voleva più dietro a lui. Glielo faceva capire alzando la voce mentre parlava con gli altri; e Alberto mogio mogio tornava via. Era sempre smilzo e i contadini dicevano che era leggero come il gatto e che anche lui sarebbe stato capace di saltare fino al cornicione delle finestre.
Ma, dopo qualche settimana, la madre gli disse che suo padre aveva stabilito di mandarlo in un collegio a studiare agricoltura; in un collegio molto lontano che egli non aveva né meno sentito nominare. Dopo quattro anni sarebbe stato già capace di amministrare una fattoria. Egli allora, invece di rispondere male, si sentì tutto disposto ad obbedire. E benché Spartaco avesse diffidato sempre finché non lo vide in treno, il ragazzo era quasi lieto di andarsene. Non sapeva né meno se la madre si fosse accorta di niente.
Quand’era per finire il primo anno di collegio il direttore gli disse che doveva partire immediatamente perché suo padre stava male e desiderava parlargli. Alberto lo trovò già morto. Anche Concetta s’era tutta abbrunata e Raffaella parlava con lei come se fosse stata un’altra figliola. Egli, mentre sentiva il pianto dentro gli occhi, aveva un gran rancore invece; e pensava come fare per vendicarsi. La giovinetta era sempre la stessa. Egli, invece, s’era fatto un quarto di metro più alto; s’era perfino un po’ ingrassato e gli spuntavano sopra la bocca i primi peli vani. Dire ogni cosa alla madre non gli piaceva; sopra a tutto perché ormai si sentiva un uomo e un uomo non doveva fare a quel modo. Doveva pensarci da solo! La giovinetta gli si teneva lontana e sembrava più appenata per lui che per la morte del padrone. Questo contegno gli piaceva; e il rancore si mutava sempre di più in simpatia. Era una simpatia un poco ambigua; ma non poteva trattenerla. E Concetta, sempre più sicura di questo cambiamento, gli parlava con una voce sempre meno dura e più aperta.
Allora, una volta, avendola vista entrare nella capanna, proprio come quel giorno, egli si assicurò che sua madre non era a nessuna finestra; poi si fece all’uscio e lo scostò, ma più risolutamente. La giovinetta, vedendolo entrare, si fece bianca e stette ferma ad attendere ch’egli dicesse quel che voleva. Era bianca e sudava. Le sue tempie s’inumidivano come se la vena che andava verso l’occhio dovesse doventare senza colore e farsi piena d’acqua. Concetta aveva una bella bocca ed era tanto buona. Che male gli aveva fatto? Egli si sentì come lacerare tutto, con un piacere rapido: in collegio, aveva finito con il desiderarla. Fissandola a lungo, le disse:
– Perché fai la stupidaggine di non dirmi niente, ora?
Ella si rigirò di scatto, per andarsene. Ma egli la prese tra le braccia e la baciò.
Anche lui, finalmente l’aveva baciata! Anche lui, quando era stanco e aveva sudato a domare un cavallo, si faceva portare da lei un bicchiere di vino!

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