Federigo Tozzi – La mia amicizia

Mi parve che suonassero il campanello. Mi alzai ed andai ad aprire: non c’era nessuno. Vidi anche che il campanello non era stato mosso. Ma siccome non ammettevo che mi fossi sbagliato, stetti un pezzetto ad ascoltare alle scale.
Da quel giorno odiai la mia casa; e passavo le giornate intere a cercarmene un’altra.
Allora mi venne in mente che avrei potuto andare dal mio amico Guglielmo, che con la moglie stava verso la Via Angelica; dietro i quartieri dei Prati di Castello. Quelle località mi piacevano, tra la campagna e la città.
Quando mi decisi a provare, erano i primi di febbraio; ma una giornata con un cielo anche troppo turchino: mi faceva proprio l’effetto di una tinta che non si è potuta sciogliere bene perché manca lo spazio sufficiente. Le case bianche come il gesso, alte e rettangolari, lasciate lì senza compagnia, avevano ombre verdognole sopra le finestre.
Su l’immenso prato erboso accanto agli avanzi dell’esposizione per il cinquantenario di Roma, calcinacci sgretolati e cenci ad asciugare. Quasi in mezzo al prato, affatto deserto, un uomo, steso bocconi, dormiva; poi, una fontana di cemento, sfasciata, vicino a certi alberelli patiti e secchi. Monte Mario era un poco nebbioso; e, nei suoi colori, tutti i segni dell’inverno. Verso una strada bianca, un branco di pecore con un filo di luce addosso, che accendeva i loro contorni; e, più in là, alta, la cupola di San Pietro. Una tromba suonava stonando, dalle caserme.
Io mi sentivo sempre di più invogliato, giungendo al villino. Credetti che il campanello elettrico suonasse per il contatto dei miei nervi.
Trovai il mio amico Guglielmo a fumare a pipa, steso nella poltrona, con i piedi sopra una sedia; al sole. La moglie era in terrazza; e la sentivo discorrere con non so chi.
– Mio caro – gli dissi – io di casa solo non ci sto più!
Egli mi guardò con i suoi occhi azzurri, da sopra gli occhiali; sorridendo. Io continuai:
– Vengo a stare con te.
– Questo deve essere uno scherzo imaginato bene.
Io gli misi una mano su le ginocchia, e gli dissi:
– Trovo giusto che tu mi risponda così; ma ti voglio
convincere che ho pensato questa cosa sul serio.
Guglielmo, continuando a guardarmi da sopra gli occhiali, smise di sorridere; e ficcò la pipa dentro un recipiente di coccio. Sembrava sbigottito. Io pensai che non fosse un buon amico, al quale potevo ricorrere in caso di bisogno; e mi sentii molto contrariato, quasi offeso. Perciò, gli dissi con più forza di prima:
– Ora si starà a vedere come ti dovrò giudicare. Rifletti bene a quello che mi rispondi; perché io sono capace di vendicarmi, e di trattarti come tu tratti me.
Egli tirò giù le gambe dalla sedia. Allora io cominciai a supplicarlo. Sentivo di volergli così bene che, se avessi saputo di fargli piacere, mi sarei inginocchiato. Ma Guglielmo non capiva il mio sentimento: non se ne curava né meno. Ero proprio afflitto e disperato; e mi sentivo umiliare sempre più. Non avevo parole per fargli intendere tutto il mio affetto e la mia amicizia. Egli mi pareva il più puro e il migliore degli uomini, e non capivo perché mi rifiutasse quel che gli chiedevo. Che amarezza! Metteva forse in dubbio la mia sincerità? Ci voleva molto a rendersi conto che si portava male verso di me? Ma speravo di non dovermi piegare a questa delusione.
Egli chiamò la moglie. Subito io credetti che la chiamasse per contentarmi: non era possibile che anche da lei avessi soltanto un rifiuto, che mi faceva tanto male.
Ma Gina mi parve perfino finta quando disse:
– Signor Giuseppe, non possiamo da vero!
Se ella m’avesse detto che, per dare loro una prova della mia amicizia, mi dovevo far tagliare la testa, avrei obbedito volentieri. Anzi, ero dispiacente che da sé non me ne parlassero. Era così naturale! Io, allora, cominciai a supplicare anche lei, ma il suo viso in vece si faceva sempre più risoluto.
Mi rispose lui:
– Caro Beppe, io non so spiegarmi come ti sia venuta questa idea!
– Se lo vuoi sapere, te lo dirò. Non te lo volevo dire per non annoiarti.
Egli scambiò un’occhiata con la moglie, e mi disse:
– Non voglio sapere delle tue cose intime…
– Ma io per te non ho nessun segreto. Non voglio averne, capisci, con te! Perché tu non puoi mettere in dubbio la mia amicizia…
La signora Gina disse:
– Anche se non ci fossero altre ragioni, mancherebbe una stanza in più per darla a lei.
– Lo so.
– E dunque? Vedi bene, Beppe, che tu ci chiedi quel che non possiamo fare.
Allora, doventai furente. Non era quello il modo di comportarsi con me. E io che avevo sempre creduto alla loro amicizia! Cominciavo ad accorgermi che non bisogna mai confidare troppo in nessuno.
– Ascolta – gli dissi. – Se io sono venuto da te, vuol dire che mi aspettavo di essere accolto in un altro modo!
Guglielmo si alzò dalla poltrona, scosse la cenere che gli era restata tra le pieghe della giubba; e mi disse:
– Piuttosto, son pronto ad aiutarti in tutto quello che hai bisogno.
– Ma io, ora, ho bisogno di questo e non d’altro.
– Non insistere. Se non ti conoscessi da parecchi anni, crederei che tu fossi pazzo.
Questa parola mi fece fare il viso rosso, e non seppi più quel che dire. Ma se, prima ch’egli l’avesse detta, io ero disposto ad andarmene, mi sentii di più ostinato a far valere la mia buona ragione. E se, per caso gli avessi chiesto diecimila lire, perché non avrebbe voluto darmele? Il mio sentimento d’amicizia non ammetteva nessuna differenza tra me e lui. Tanto più che, senza quell’amicizia, io non mi credevo più nulla.
Stavo, appunto, per farglielo capire, quando m’accorsi che la signora Gina aveva sorriso di me a lui, credendo che io non la vedessi. Io lo guardai e gli dissi:
– Non so quel che tu pensi di me. Non lo so.
Egli mi rispose con stizza:
– Né meno io!
Ebbi la certezza che dissimulava; e, perciò, persi ogni rispetto.
La signora Gina era seccata e faceva capire bene che aspettava ch’io me ne andassi; perché non ne poteva più. Ma io, ormai, come affascinato di me stesso, continuai:
– Lasciami dire tutto quello che voglio!
Guglielmo riprese rabbiosamente la pipa, e mi rispose:
– Ti ascolto.
Soffriva: lo vedevo bene. La signora Gina mi disse:
– L’ascolto anch’io.
– Da vero?
– Certamente.
Allora fui invasato un’altra volta, in un modo violento, dalla mia amicizia e avrei voluto trovare le parole più belle.
– È inutile ch’io mi rifaccia da capo, però! – dissi quasi con angoscia. Presi il mio cappello da dove l’avevano messo, ed escii senza né meno salutare.
Quando giunsi a casa, volevo subito troncare ogni amicizia con Guglielmo. E mi misi a letto con una febbre nervosa; con certi brividi che mi facevano saltare.
Il giorno dopo tornai difilato da Guglielmo; e gli chiesi:
– Hai ripensato a quel che mi bisogna?
Mi rispose, quasi adirato:
– No.
Io gli diedi un pugno sul viso, e me ne andai.
Speravo di guarire. Volevo guarire. E in vece sono stato più di cinque anni al manicomio. Ora che mi hanno lasciato perché dicono che sono guarito non ho più voglia di vivere. Sento che forse c’è ancora in me qualche forza di giovanezza; ma io non mi arrischio né meno a lasciare la casa. È come se io fossi stato di legno e ora fossi bruciato; e restasse di me soltanto la possibilità di concepirmi. La gente che conoscevo non ha più nulla a fare con me. Non penso né meno, e comincio a gustare sempre di più la mia idiozia. Perché l’idiozia è una cosa dolce.
Scrivo in un libriccino i sogni che faccio la notte; e cerco di ricordarmeli tutti. Sto lunghe ore a ripassarli, uno alla volta; con una pazienza scrupolosa; abituandomi a questa specie d’esercizio spirituale; all’infuori del quale mi sento insoddisfatto.
Me ne vengono alcuni bellissimi e lunghi.
Non avrei mai creduto che, alla fine, potessi vivere a modo mio, così separato dagli uomini e da tutto il resto; e credo alla mia esistenza soltanto quando sogno.

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