Federigo Tozzi – La stessa donna

Quando i due amici si rividero dopo tre anni, ebbero quasi vergogna di se stessi: benché si fossero scritti sempre, era
come una riconciliazione timida, che li molestava.
E Raffaello, per tentare l’amicizia di Felice, gli chiese:
– Che hai fatto in tutto questo tempo?
Felice, con un’ostilità involontaria, rispose:
– Lo sai.
E allora ebbero voglia di rimescolare insieme tutti i loro sentimenti. Il tempo della lontananza si scorciava sempre di più, rapidamente. Ma non si dicevano nulla. Stavano bene insieme, e basta.
– Guarda: piove!
Guardarono insieme la pioggia, quasi con gli stessi occhi; e, poi, Felice disse come per fare un confronto ironico:
– Ti ricordi di quando ci ammollavamo per ore intere?
E desiderarono, ambedue, che piovesse; perché avevano bisogno di credere che non si sarebbero separati troppo presto. Felice era stato sul punto di prendere moglie. Raffaello lo sapeva e vi pensava con un fremito di curiosità. Ma felice non voleva parlarne; perché amava ancora. E Raffaello soffriva in vece che non gliene parlasse. Alla fine, chiese:
– Perché non hai preso moglie?
Felice gli strinse una mano e gli disse:
– Un giorno lo saprai.
L’altro lo guardò.
– Lo vuoi sapere subito? Non mi riesce a parlarne con calma, a te.
– Ma le hai voluto bene da vero?
Felice poteva dire la verità, ma sentì che doveva rispondere di no. Egli doveva parlargli di questa donna non secondo la verità, ma secondo quel che in quel momento gli faceva piacere. E gli pareva, perciò, d’essere più buono con il suo amico.
– Io – disse Raffaello – ho continuato sempre la vita che anche tu una volta facevi insieme a me.
E mentì anche lui, perché gli dispiaceva raccontare la verità. Ognuno di loro doveva dissimulare. Ora, la loro amicizia li molestava da vero: era come una sorpresa della loro coscienza. Sentivano che, se fossero stati sempre insieme, avrebbero vissuto in un altro modo. Ma il passato parve loro egualmente dolce e tanto intimo. La pioggia seguitava, sempre più forte; come se avesse avuto fretta di distruggere tutti i loro ricordi che formavano i loro sentimenti. Raffaello tentò di cambiare discorso:
– È bella la città dove ora stai?
Ma Felice pensava troppo al suo amore, e perciò non rispose. Non riesciva più a dimenticarsene; e si alzò, impallidendo. Raffaello disse:
– Anch’io soffro!
– Come ci avvengono le stesse cose! Io capisco che anche tu hai amato.
– Ma ho voluto vincermi.
– E perché non me ne hai scritto niente?
– Perché tu mi parlavi di te, e io non volevo dirti che anch’io ero come te.
– Proprio come me?
Si misero a ridere. Poi Raffaello disse:
– È meglio parlare d’altro.
– Non ci riesce.
Il caffè, dov’erano, s’empiva di gente; che v’entrava per ripararsi dalla pioggia. I due grandi specchi messi alle pareti riflettevano la gente e i tavolini; come se anche essi avessero ripreso a fare qualche cosa; quello che dovevano far sempre. Giacché erano gli specchi di un caffè, pareva che avessero l’incarico di accogliere subito la gente. Alcuni giovani entrarono nella stanza dei bigliardi, e si sentirono poco dopo i colpi dei birilli. A un tavolino, coperto con un piccolo tappeto verde, giocavano a carte; a un altro, sfogliavano i giornali illustrati, fumando. Lungo le pareti verniciate di bianco, stavano i divani coperti di velluto rosso. Nel caffè c’era una certa allegria un poco sommessa.
Felice disse, con un’allegria più nervosa:
– Se io avessi preso moglie, non sarei più tornato a Roma.
L’amico rispose, come si fosse trattato di una bravata:
– Sarei venuto io a trovarti.
Felice, di rimando, come se parlasse chi sa di quali paesi lontani, gli chiese:
– Fino a Bologna?
Allora ci presero gusto, benché con sospetto.
– Certo: qualche volta, avrei avuto modo di venire. Ma chi è, dunque, questa donna che volevi sposare? È una principessa?
Ad un tratto, allora, sentirono che la voce si cambiava:
– L’hai conosciuta anche tu.
L’amico, istintivamente, si vendicò:
– Anche tu hai conosciuto la mia.
Risero tutti e due, ma con una certa paura. Ormai, era certo che si sarebbero detti il nome. Sentivano ch’era male; ma Felice non si tenne:
– Si chiama Ines.
Raffaello ebbe una scossa di rabbia; e disse sottovoce:
– Era Ines?
– Lei.
Raffaello voleva ridere e non poteva. Continuò, invece, a vendicarsi quasi balbettando:
– E non ti ha detto mai che ne ero innamorato io, prima che venisse a Bologna?
Ma Felice era più mite.
– Mai.
Poi si passò una mano su gli occhi, e disse:
– Ora mi sembra un’allucinazione.
Raffaello taceva, esasperato e dolente.
– Bisognerebbe ritrovarla insieme. So che è a Roma.
– Andiamo subito a cercarla.
– Ma, prima, raccontiamoci tutto.
Era come se si aiutassero a rivederla insieme; era come se l’amassero insieme, senza pensare a togliersela l’uno all’altro.
Felice si sentiva come un colpevole; e restarono un pezzo senza potersi parlare e né meno guardare. Credevano anche che si dovesse rompere la loro amicizia; e ciascuno ripensava ad Ines secondo come gli era sembrata. Ma nessuno dei due si figurava che Ines era andata dall’uno all’altro soltanto per il capriccio di farsi amare da due amici così sinceri tra sé. Ella già aveva calcolato di non essere né dell’uno né dell’altro.
Ma anch’ella, più che per civetteria, aveva voluto far questa prova con una certa serietà; quasi con il desiderio di far piacere a tutti e due appunto perché si volevano bene. Quando aveva capito che il sentimento era da vero per comprometterla, trovava il modo di allontanarsi; e tutto per lei restava una specie di amicizia un poco sensuale; senza ch’ella volesse rendersi conto che i due giovani s’erano lasciati prendere da un sentimento molto più profondo e di un’altra natura. Da ultimo se n’era pentita; e desiderava non incontrarli più. Era bionda e magra; e bella quando sorrideva.
Ora, lì, in quel caffè, dove la gente entrava tutta bagnata di pioggia, essi silenziosamente se la competevano per difenderla e per odiarla nello stesso tempo. Raffaello disse:
– Ti riesce a capire perché ha fatto così con tutti e due?
– Io non lo so; ma non me ne parlare.
Felice si sentiva, all’improvviso, pieno di gelosia. E, quando doveva convincersi ch’ella non lo aveva amato di più, soffriva. Egli sarebbe andato a trovarla, ma solo; per farsi amare e per toglierla tutta all’amico. Ma avrebbe voluto toglierla perfino dal ricordo; e questo non era possibile.
Anche Raffaello aveva lo stesso diritto; e perciò si sentiva furioso e ridicolo. Avrebbe desiderato che si trattasse soltanto di un sogno morboso. Raffaello aveva tutto il suo amor proprio sottosopra; si riteneva il più tradito, e perciò era quello che odiava di più Ines. Quantunque, contro la sua volontà, gli piacesse pensare ch’egli l’aveva amata prima di Felice.
Guardando la gente agli altri tavolini; credevano di essere beffati. Si fermarono, perciò, a guardare le bocche che sorridevano; i gesti e i movimenti.
Ma Felice chiese:
– Che colpa ne abbiamo tra noi?
Raffaello avrebbe voluto rispondere male; ma sentiva che non poteva; e, a suo malgrado, dovette essere buono anche lui. E rispose:
– Nessuna.
– Perché, dunque, non ci parliamo più?
– Io credo che abbiamo pensato le stesse cose.
Non riescivano però ancora a guardarsi negli occhi, perché erano in collera; e bastava che tacessero un poco perché il loro risentimento ripigliasse il sopravvento. Ambedue si sentivano in balia della stessa cosa cattiva e spiacevole. Volevano mandarla via, subito; e non era possibile.
– Le riparlerai mai più?
Raffaello fu preso da una gran voglia di essere sincero, che lo scuoteva tutto.
– Mai.
– Né meno io.
E, vedendosi negli occhi, capirono che ambedue erano stati afflitti fino in fondo; ambedue volevano togliersi dall’anima questa colpa involontaria. Allora, Raffaello disse:
– Andiamo insieme a casa mia, e bruciamo tutto ciò che serbiamo di lei: lettere, fiori, fotografie, i libri regalati… Vuoi?
Felice non voleva averla amata in vano. Ma acconsentì.
Pagarono e escirono; sotto lo stesso ombrello. Prima, Felice passò dall’albergo, dove teneva le valigie; e prese tutto ciò che aveva di Ines.
Le mani gli tremavano, ma si sforzava di ridere.
In casa di Raffaello misero tutto insieme; sopra un tavolino. Felice cercava di non guardare più; e lasciava fare all’altro. Ma anche l’altro non era più forte; e i suoi occhi s’inumidivano di lacrime. Avrebbe desiderato che fosse stato Felice a buttare tutte quelle cose dentro il caminetto; che ardeva come se aspettasse per fare la fiamma più grande.
– Pigliamo quel che è sul tavolino con le nostre mani insieme.
Felice obbedì; ma, al contatto delle mani di Raffaello, discostò le sue; con avversione. L’altro se ne accorse, e cercò di affrettare. Le lettere e i libri cominciarono a fiammeggiare, dopo aver fatto un fumo denso che esciva fuori della stufa.
– Anche le fotografie?
– Anche quelle.
Le videro tra le fiamme, come se fossero andate a rifugiarsi tra le pagine ancora intatte. Poi, dopo essersi tese al calore, si piegarono; divennero irriconoscibili; si bruciarono, quasi senza fiamma. I libri, con le pagine mangiate dal fuoco, s’appiattivano sempre di più, aprendosi e incenerendosi.
Essi non avevano tolto gli occhi dal caminetto; sentendosi troppo vicini l’uno all’altro.
E quando si fissarono in viso, i loro sguardi erano pieni di odio violento.
Felice, allora, si mise il cappello ed escì; perché ambedue si vergognavano a non avere la forza di uccidere.

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