Federigo Tozzi – La vendetta

Questa necessità di ucciderlo io l’ho percepita da prima come un’idea affatto indipendente da me, una specie di nucleo distaccato e che io potevo isolare anche di più; sebbene fosse capace di procurarmi un malessere diffusamente intimo. Era come una specie di formazione; a cui io non prendevo parte. Una volta mi son sentito invece invaso da una vera vertigine, che era più forte della mia volontà: sono stato sul punto di commettere il delitto, quasi provando il principio di uno svenimento, che mi avrebbe dato giusto il tempo di agire. Sentivo che le mie mani erano per moversi per la forza di un fascino; ma sono stato in tempo a pregare Dio, sebbene sentissi che veramente si trattava per me di una rinuncia che m’avrebbe fatto sopportare uno stato morale molto depresso. Dunque, da questo sintomo, devo convenire che veramente io sono stato capace di effettuare l’omicidio: altrimenti non avrei provato quel deprezzamento involontario di me stesso; nel quale non entra affatto quel che si chiama orgoglio o amor proprio. Ma l’uomo, ne concludo, si trova in certi casi, per i quali non può fare a meno di uccidere. Se non uccide, deve corrompersi; e rassegnarsi a sentirsi per tutto il rimanente della vita capace anche di essere immorale senza rimorso. Quella volta l’omicidio mi parve una naturale conseguenza; ed avendola evitata, per uno spavento morale, quasi per un rimorso preventivo, io non mi sento maggiormente buono, ma piuttosto cattivo; anzi, direi corrotto.
L’omicidio è il mio dovere morale.
Ora sento il ritorno di questa forza sotto la specie di tentazione; ma però non sufficiente a farmi agire. Mi piace, anzi, la sensazione di questa voluttà senza annettervi la necessità di doverla seguire. Ma so che mi dà una melanconia che insiste molto, una melanconia che diviene anche violenta; e che mi strazia, perché non mi sono vendicato.
Allora mi domando perché io voglia contenermi. Ho forse preso a sfruttare quei sentimenti che stanno attorno alla mia anima? E se io compiessi questo omicidio, non smetterei forse di piangere? Ma dopo? Che cosa sarebbe della mia anima, dopo? Sarebbe veramente una soddisfazione, com’ora mi pare? Certo è che la vendetta, agli uomini onesti e forti, è necessaria. Ne abbiamo il diritto; perché nessuno può sapere quanto un uomo onesto e forte ne soffre.
A giornate, io non penso ad altro; senza riescire mai a distrarmi. Anzi, tutto mi porge l’occasione di dirmi: «Che fai? Perché non ti decidi?»
Certo, io sono straziato troppo. Ma, a quel che sembra, non basta né meno pensare che quest’atto mi riporterebbe all’innocenza dei miei primi anni. Lo sento: ne sono sicuro. Se io uccidessi, doventerei da vero un ragazzo.
Ora, no: questa insoddisfazione agisce nella mia anima in troppe guise, influisce in tutto quel che io faccia. Non c’è un mio sentimento che ne sia immune, anche quelli che sono tra i più delicati e spirituali. I miei pensieri, ora, hanno un’ombra: quella dell’insoddisfazione.
E, per contrasto, certe cose del passato hanno una serenità innocente; che mi spinge a riacquistarla.
C’era in me, questo istinto; o forse è nato fin da quando la mia anima è stata troncata? Io non lo so.
Certo, mi sentirei più uomo rispettabile se avessi già ucciso da vero.
Quegli che io voglio e devo ammazzare è forse un uomo invidioso, cupo, triste, affezionato soltanto alla propria casa; e diffidente di tutto. Questa è l’idea che di lui m’ero fatto prima che mi venisse il desiderio di ammazzarlo. Ora, invece, non saprei né meno quel che ne penso! Ma è bene raccontare come stanno le cose.
Da ragazzo mi chiudevo in una capanna, perché non mi vedesse più nessuno. Sotto di me, il mucchio del fieno pareva che cadesse come quando lo taglia la falce; e il suo odore specie quando non era ancora secco bene, mi piaceva tanto che io con le braccia mi facevo una buca sempre più fonda; e ficcavo giù la faccia per sentirlo tutto, sino all’impiantito.
Se udivo il volo di qualche uccello, allora mettevo gli occhi a uno spacco tra due mattoni; da dove però vedevo soltanto la luce nel cielo. E ridevo di gioia. Quest’uomo, che io non voglio né meno nominare ma che tutti conosceranno quando avrò il processo, una volta mi trovò così in mezzo al fieno. Egli non mi disse nulla; né meno quando s’avvide che m’aveva fatto paura e che cercavo di rassicurarmi. Eppure egli sapeva chi fossi, perché stava come la mia famiglia nella stessa casa! Avrei voluto sempre parlargli di quel giorno, ma egli mi voltava sempre il dorso e poi si divertiva a guardarmi quando io ero già allontanato da lui.
Aveva i capelli riccioli e neri; gli occhi luccicanti.
Quando, molti anni dopo, presi moglie, egli ridacchiava tutte le volte che c’imbattevamo fuori o per le scale. Io mi indignavo e m’arrabbiavo; ma egli non ne faceva nessun conto. Una volta, io ero in casa e credevo che mia moglie non fosse ancora tornata. Perciò, l’aspettavo; seduto sul nostro canapè. La mia gattina saltò giù dalla sedia dove stava a sonnecchiare; e, come faceva sempre, tremando tutta, mi s’arrampicò sopra le spalle e cominciò a leccarmi il collo. Allora, non mi riesciva a farla smettere; né meno se cercavo di tirarla giù per forza, senza farle male però. E se l’avevo costretta a scendere, essa restava ferma dinanzi alle mie ginocchia, a guardarmi con gli occhi aperti e addirittura verdi: dov’era una specie di voluttà profonda e incosciente. Poi, alzando il muso verso di me, metteva le unghie su le ginocchia; e risaliva sopra le spalle.
Impaziente che mia moglie non tornasse, la tirai giù con una stratta; ed essa andò a sbattere contro la porta di cucina. Allora io, pentito, perché da lì continuava a guardarmi, senza sapere se potesse tornare da me, mi alzai per accarezzarla. Chinatomi giù, sentii parlare sommesso in cucina. Aprii la porta, e vidi mia moglie insieme con quell’uomo che io ormai aborrivo con un senso di ripugnanza perfino pazzesca. Io non dissi una parola e stetti immobile a fissarli ambedue con lo sguardo, benché la vista mi si velasse, come non m’aveva fatto mai. Egli, dopo qualche minuto di questo silenzio, si fece alla porta, mi scansò con uno spintone ed escì fuori.
I miei occhi, allora, si empirono di lacrime e mi buttai a piangere sopra il canapè. Quando smisi di piangere avevo deciso, non so con quanta logica di riflessioni, che non avrei parlato mai più a mia moglie. E così feci per tutta quella giornata. Io speravo ch’ella si pentisse e che venisse almeno a giustificarsi; ma tutto era come prima, per lei. E nessuno sforzo mio di mostrarle quanto soffrivo le faceva il più piccolo effetto. Il giorno dopo, quella mia decisione mi era insopportabile; e avrei desiderato troncarla io per primo. Mi doleva il cuore e temevo che mi ci venisse male. Nei miei occhi era restato il pianto rasciutto; e mi bruciavano, dandomi fastidio; e non li potevo chiudere. Per un mese intero, io e mia moglie non ci parlammo. Quel silenzio era terribile. Quando incontravo il mio nemico, per evitare che io lo vedessi sorridere, abbassavo subito la testa. Perché soltanto a pensare che avrebbe potuto sorridere, mi sentivo scoppiare di vergogna. Il mio stato nervoso non era più come prima: e al cuore sentivo certe trafitte, che mi facevano disperare.
Ma, ormai, credevo che fosse ridicolo dire qualche cosa a mia moglie o chiederle perché quell’uomo fosse stato in casa con lei. Già m’ero rassegnato, e provavo una dolcezza melanconica che mi distraeva abbastanza. Dalla finestra della mia stanza, dove passavo quasi tutto il tempo, vedevo ogni domenica, giù nella vecchia piazza, due saltimbanchi che davano sempre gli stessi spettacoli alla gente uscita dalla messa. Erano un uomo e una donna, forse marito e moglie; vestiti ambedue di una maglia rossa; un poco come il sangue. Siccome la finestra era alta e chiusa, e abbastanza distante, io non udivo nulla. Ma i loro movimenti che facevano ridere gli altri, aumentavano la mia disperazione. Io li guardavo con terrore; come se avessi visto la mia pazzia con sempre più certezza, come un pericolo senza scampo. Quando se ne andavano, mi pareva che la morte mi dovesse schiacciare da sopra la testa.
Ma io ero in grado di sentirmi interamente liberato dalla moglie. E non mi capacitavo perché continuasse a stare con me, se io non le volevo più bene. Tuttavia, non la odiavo; e mi teneva compagnia lo stesso, seguitando a fare tutte le faccende di casa come una volta. Ma io avevo un desiderio enorme di mostrarle che con una altra donna avrei avuto una vita felice; e, benché mi dispiacesse per lei, le davo a capire, più che non fosse vero, ch’io m’ero come innamorato d’una giovane che veniva a fare la sarta su all’ultimo piano della nostra casa. Purché non se n’accorgesse, il mio nemico! Alla fine, dopo qualche mese, io m’arrischiai a parlare a quella giovane; una sera che era più buio del solito.
Ella era figliola di contadini e cominciava allora a ingentilirsi e a vestirsi con più garbo. Per quanto avessi moglie, ella mi disse che mi amava e che le ero rimasto sempre simpatico, fino da ragazzo. Perché ella era della mia età; e mi conosceva benché io non avessi mai fatto caso a lei. Io me ne innamorai da vero, con tutta la mia forza; benché il legame che sentivo ancora con la moglie, che era stato più forte, desse un disgustoso impedimento al mio animo. Io non ero capace, né meno allora, a tradire la moglie! Elisa non aveva mai amato nessuno; ma, quando me ne parlava, mi faceva capire che aveva un gran segreto da confidarmi e che se ne asteneva per non farmi dispiacere. Alla fine, dopo avercela costretta, in un momento di passione, con molte lagrime mie e sue insieme, mi disse che da bambina un uomo era riescito a sorprenderla mentre era sola: e aveva voluto baciarla. Poi, impaurendola con certe minacce, alle quali ella aveva creduto, era riescito a farsi promettere che, prima di essere di un altro, sarebbe stata di lui. Io le chiesi:
– E continua ancora a molestarti?
Ella, con un gran singhiozzo che pareva dovesse scioglierle anche la veste, mi rispose in un modo che appena la intesi:
– Sempre.
Mi venne un gran brivido su dalla pianta dei piedi: e volli sapere, a tutti i costi, chi fosse. Ma ella, per paura di lui, mi supplicò che non insistessi. Tuttavia, un’altra sera, dopo avermi fatto giurare che non gli avrei fatto niente di male, perché non si vendicasse peggio, mi disse chi era. I miei occhi non videro più nulla; e l’abbracciai stretta perché mi parve che allora il mio nemico fosse riescito a entrare anche dentro il mio cuore e la mia carne. Era sempre quell’uomo, a cui io non avevo fatto niente di male, che per la terza volta mi faceva piangere; sconvolgendomi la vita! Il dolore fu più forte di tutti gli altri; e decisi di farmi cattivo e risoluto come lui. E io, un giorno che avrò pianto troppo, l’ammazzerò con il coltello che ho avuto il coraggio di comprare a posta. Ho fatto male a comprare il coltello, ma lo ammazzerò.

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