Federigo Tozzi – Tre croci – PDF – Edizione Liber Liber

Giulio chiamò il fratello:
– Niccolò! Déstati!
Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i forestieri; tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.
– Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai rabbia!
Niccolò, allora, si sdrusciò forte le labbra e aprì gli occhi, guardando il fratello.
– Ma che vuoi? Io, fino all’ora di mangiare, dormo!
– Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c’è un rinnovo. Niccolò fece una sbuffata e rispose:
– Vai! C’era bisogno di destarmi?
– Alla bottega chi ci bada?
– A quest’ora, non viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Ci bado io!
Niccolò, mentre il fratello cercava il tubino, si alzò, giunse fino alla porta, come se avesse voluto mettersi a correre, prendendo lo slancio; e tornò a dietro, rincantucciandosi a sedere.
Era alto e grasso; con la barbetta brizzolata, le labbra grandi e gli occhi bigi.
Allora, perché Giulio andava da sé alla banca, invece di mandarci lui o l’altro fratello, lo guardò e chiese con premura studiata:
– Enrico dov’è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui?
– Sarà a spasso, a quest’ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che a quest’ora ha sempre bisogno di fare una passeggiata.
– E rimproveravi me perché me ne sto qui a dormire?
Giulio voleva sorridere; ma si mise le lenti, guardò la firma su la cambiale e disse:
– Bada anche tu se ti pare venuta bene!
Niccolò alzò le spalle e non rispose. Giulio disse, con una specie di ammirazione sempre meno involontaria:
– M’è venuta proprio bene!
Il fratello abbassò la testa e fece un’altra sbuffata; poi si mise a battere lesto lesto la punta d’un piede; e, allora, tremava tutta la cassapanca con quel che c’era sopra.
– Smetti: farai rompere tutto!
– Non sarebbe meglio?
Giulio, grattandosi vicino alla bocca, quasi sorpreso, lo guardò:
– Con te non ci si capisce niente! Ormai, mio caro, anche se volessimo smettere, sarebbe tardi. Piuttosto, speriamo che troveremo i denari per pagare le cambiali!
– E se alla banca scoprono prima che tu… che noi facciamo le firme false?
Giulio era il più melanconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il più forte e quello che sperava perciò di guadagnare tanto con la libreria, da non correre più nessun pericolo. Era stato lui a proporre quell’espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modo, si perdeva d’animo e andava alla banca soltanto perché era indispensabile a guadagnare tempo. È vero anche, però, che era diventata un’abitudine; che lo preoccupava piuttosto per la puntualità che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse bene: avevano preso più di cinquantamila lire senza destare nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale, non indovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a fare la chiacchierata.
Giulio era anche più alto di Niccolò; ma senza barba e più giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il più intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare, stando dentro la libreria dalla mattina alla sera. Niccolò, invece, faceva anche l’antiquario; e stava quasi sempre fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.
Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino alla libreria. Era basso, con i baffi più scuri; sgarbato e prepotente.
Soltanto Niccolò aveva moglie; ma vivevano tutti insieme con due giovinette orfane, loro nipoti.
Il loro padre era stato fortunato, e anch’essi da prima stavano bene; poi, a poco a poco, la libreria aveva sempre fruttato meno.
Giulio si mise il tubino, dopo averlo spolverato con il gomito; stette un poco incerto a esaminare la cambiale aperta su lo scrittoio; si grattò vicino alla bocca, la prese e se la mise in tasca. Niccolò lo guardava, imprecando e bestemmiando.
– È inutile bestemmiare.
– Che devo dire, allora?
– Niente. Rassegnarsi.
– Ma io in galera non ci voglio andare!
Aveva la voce forte e robusta, e quando gridava a quel modo non si sapeva se faceva sul serio o per canzonatura. Allora anche a Giulio era impossibile sentirsi afflitto e umiliato. E rispose, con la sua pacatezza di uomo educato:
– Ci metteranno me in galera! Sei contento?

da: www.liberliber.it

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