Federigo Tozzi – Un pezzo di lettera

…Qualche volta, non posso fare a meno delle cose ripugnanti. Mi sento arrossire e ne provo una sensazione di rimorso; ma resisto per essere disgustato quanto è possibile, fino in fondo; finché nella mia anima non pare quasi un sogno.
Tu mi dirai, mia amica, perché scrivo così. Ecco: ricopio qui una lettera che ti avevo scritto l’altro ieri e che non osai mandarti. Ma la leggerai ora…
Ho un appuntamento con quella solita donna maritata, di cui t’ho parlato altre volte. Erano più di sei mesi che non la vedevo perché quella che ci tiene di mano l’avevano mandata via di casa, e non aveva potuto trovarne subito un’altra dove fosse possibile trovarci.
Ora, sta in via del Pignattello, in un casamento dove sono almeno quaranta inquilini, tutti poveri; all’ultimo piano. Non sapevo se era meglio salire in fretta per tentare che non mi vedesse nessuno; o se fingere di esserci stato già un’altra volta. Non ho fatto né in un modo né in un altro; cioè, ho salito quasi di corsa una branca di scale, al pianerottolo dove s’aprono subito due lunghissimi corridoi, pieni di usci. Mi dimenticavo di dirti che questo casamento prima era un vastissimo seminario, e che mi soffermavo per assicurarmi che non scendeva nessuno. Siccome era di mattina e l’aria non ancora cambiata bene, ho sentito ogni specie di odori: latrina, cavolo bollito, lezzo, sudiciume ed altro ancora. M’è venuta la sputarella. Finalmente ho trovato l’uscio.
– Marianna!
– Oh! Entri pure.
Marianna lavava, con uno strofinaccio, una di quelle lanterne che attaccano sotto il carro i contadini.
– Richiuda subito l’uscio.
– Non è venuta ancora?
Ella mi ha fatto cenno di no, sorridendo; e s’è rimessa al suo lavoro.
– La pulisco perché è vergogna restituirla così: me la prestò un contadino, perché feci buio e avevo da attraversare una trave sopra un borro.
Io non ho risposto. Ho guardato com’è la cucina. Siccome siamo al tetto e senza soffitta, da una parte, sopra il focolare, bisogna chinarsi per non battere la testa. Ho dato un’occhiata alla camera, dall’uscio aperto, e ho visto due enormi letti, alti quasi due metri; fatti con materassi sopra due caprette di legno. Tre piccioni beccavano il granturco, sul cassettone, cozzando con la coda, per moversi e girare intorno, una pettinina unta e piena di capelli sporchi. Un pezzo di specchio è appoggiato al muro. Gli orinali non sono stati vuotati.
– Quanti dormite di là?
M’ha risposto, ridendo:
– In quattro! Io, il mio cognato, il mio figliolo e…
– E…
– Perché lo vuol sapere?
– Ho capito.
– E il mio ganzo.
S’è asciugata le mani; e, battendosele sul ventre, ha seguitato:
– E un altro figliolo l’ho qui dentro.
Ho riso anch’io.
– Se la vuole aspettare in camera, ci vada pure. Le porto una sedia. Si metta a sedere!
Sono entrato in camera, facendo paura ai piccioni.
Marianna, togliendosi il grembiule bagnato d’acqua, e accennandomi i letti, m’ha detto:
– Almeno, là sopra, c’è sollo!
Io ho risposto:
– Voi andate in cucina, e state alla finestra. Io mi chiudo di qua: così se viene qualcuno da voi, non mi vedono.
– Ora! Ora! C’è tempo!
Io credo che si sia mezzo spogliata non per cambiarsi, ma per piacermi. Infatti, sbottonandosi il giacchetto, mi guardava fissa e sorridente; perché io le dicessi qualche parola. È così sudicia che quando s’è grattata il collo il sudicio nero e grasso le veniva via; appastellandosi tra le dita.
Ha anche un occhio pieno di cipicchia; che pare catarro. Agli angoli della bocca c’è qualche cosa biancastra e filaccicosa. Le mancano i due denti di mezzo. È andata in cucina; e io, quasi atterrito d’essere qui ad aspettare, mi son messo a scrivere a te.
Ora, ti racconto tutto di mano in mano.
Torna, all’improvviso, con un bicchiere che sarebbe impossibile lavare.
– Vuol bere?
E alzando l’altra mano da dietro il dorso, dove la teneva nascosta, mi fa vedere un fiaschetto. Io rispondo:
– Grazie!
– È buono sa! Guardi che bel colore.
E mesce un vinello torbido, che odora di aceto: l’ho sentito perfino con tutto il puzzo della camera; puzzo, forse, di piedi non lavati.
Il mio stomaco si chiude. E perché scrivo a te che sei l’anima più pura che io amo? Io non lo so. Me lo dirai tu.
Dalla finestra, che pare una gattaiola, vedo soltanto il tetto di una chiesa, un tetto vecchio; e di là, come se non ci fossero altre case, benché ce ne siano parecchie invece, la campagna; che non pare lontana. Vedo, anzi, un pezzo di campagna piena di alberi, vicino ad una strada dove noi siamo stati insieme. E vedo anche il cielo, se m’abbasso e guardo in su.
Ma ho paura che ci sia gente alle finestre di faccia. Sento, giù nella strada, ruzzare i ragazzi e qualche donna che chiacchiera.
Spero che Angelina non venga, perché dovrei salire su uno di quei due letti; che mi fanno lo stesso effetto del letame ammucchiato. Certo, qui non torneremo più. E temevo che su quel letto, anche Angelina m’avesse ripugnato; e che non avessi avuto, dopo, più desiderio di lei, ma ricordavo com’ella si profuma con la cipria, e n’ero eccitato. Si mette un odore che si mescola così bene con quello della sua carne che pare uno solo. Allora, sul letto, è come una rosa che si stropiccia tra le mani; e l’odore della carne si fa sempre più acuto…
Marianna riapre l’uscio, e mi chiede:
– S’annoia? Venga di qua con me.
– Ma ci sentono parlare?
– Oh! Che importa? In casa mia non posso far venire chi voglio?
– E se, poi, vedono salire anche lei?
– La signora Angelina?
– E, poi, sapete che posso essere riconosciuto…
Ella si gratta i capelli con una forcella e mi risponde:
– Faccia come vuole!
– Scusate: bisogna far così per precauzione, e non per altro!
– Dio cristiano, ho capito! M’ero messa a pensare ad una cosa: non mi ero mica avuta a male di niente!
– A che pensate?
– Il fornaio deve avere diciotto lire, e m’ha mandato a far sapere, per il mio ragazzo, che se domani non lo pago, non mi dà più pane. Accidenti!
E si piglia la testa tra le mani.
– Il mio cognato è troppo vecchio; e, in questi giorni, per di più, è piovuto; sicché non ha potuto lavorare. Fa il manovale! Il mio ganzo, anche lui, bisogna che pensi a’ suoi fatti. Ci ha un figliolo che lo vuole ammazzare; perché viene da me.
– Ora, prima d’andarmene, vi darò qualcosa io.
– Non ho mica detto così perché lei mi desse qualcosa! Io lo fo per amicizia: è tanto tempo che conosco la signora Angelina.
– Ma io vi darò qualcosa lo stesso!
Ella s’è messa a spazzolarsi le scarpe e io sono rientrato in camera. È passata una mezz’ora già: ho sentito battere l’orologio della chiesa. Mi alzo, e dico a Marianna:
– Scommetto che non viene. È già tardi!
– Accidenti anche a lei! Non è la prima volta che fa così. Che si senta male la sua bambina?
Io richiudo l’uscio, stringendo, con impazienza, il croccino; mi rimetto a sedere, su questa seggiola che a pena sta ritta, e penso: «Se crede di burlarsi di me, sbaglia! Non mi vuol più bene! Non me n’ero accorto quando la incontravo per la strada? Ma è l’ultima volta che le parlo!»
Tuttavia, nella mia rabbia, c’è anche una esasperazione sensuale. Non posso fare a meno di averne desiderio. Angelina entrerà, domanderà sottovoce se ci sono, poi mi verrà quasi addosso; io le bacerò la bocca; lei si discosterà subito e mi dirà:
– Quante volte m’hai tradito?
Io, in quel momento, non me lo ricorderò da vero, in buona fede, e subito la ribacerò; pregandola, in un orecchio, che si spogli… Ella sorriderà, guardandomi, con quella sua aria tranquilla ma così bella e sensuale.
– Mi devo spogliare anch’oggi?
Io le prenderò i polsi e le griderò sottovoce:
– Non mi vuoi bene!
Glielo dirò tante volte ch’ella, perché io non glielo dica più, risponderà senza guardarmi:
– Non è mica vero! In vece te lo voglio.
E, poi, smettendo di slacciarsi, e appoggiandosi con una mano a me:
– Zitto! Chi c’è? Non è mica Marianna sola! Oh, che paura!
Allora finisco io di spogliarla.
Toltasi la camicia, ella ha meno pudore di me. Quasi tutte le donne, o tutte, sono così. Mi dimenticavo che scrivo per te! Il lapis mi ha fatto indolenzire le dita; e perciò interrompo la lettera…
La riprendo.
Sono così contento di scrivere a te! Ormai, Angelina non verrà di certo; ma, ora, più di dianzi, l’aspetto e mi illudo che debba venire. Mi pare perfino impossibile che io sia stato qui solo tutto questo tempo! E pure è proprio così. Suonano le undici: è già un’ora! A mezzogiorno, il suo marito torna a casa e quindi non ci sarebbe né meno più tempo. Che le sia avvenuto? L’ha chiusa a chiave? È andata ad un altro appuntamento? Si è fermata in qualche bottega? S’è ammalata la sua bambina?
Chiamo Marianna, perché sono molto stizzito:
– È un bel modo! Mi fa venire quassù, e lei non si vede.
– Se ne sia dimenticata?
Questa domanda mi fa dubitare che Marianna la conosca meglio di me: avevo già notato ch’ella è molto astuta. In generale, io detesto l’astuzia; ma quando, magari quella degli altri, mi può essere utile, mi fa piacere: è una specie di vendetta giusta che difende la mia fiducia. Tuttavia, rispondo:
– È impossibile!
Ella mi guarda; capisce che c’entra il mio amor proprio; e, a capo basso, dice:
– E allora?
– Io non lo so. Lo sapete voi?
Scuotendo la testa, e pulendosi il naso con le unghie, mi risponde:
– Io né meno.
– Me ne vado, dunque!
– Aspetti un altro poco: se la incontra per le scale?
– È vero: non potrei risalire, per via dei pigionali.
Rientro in camera e mi rimetto a scriverti. Di quando in quando, il puzzo della stanza vince la mia pazienza, e io mi vergogno di star qui; e mi vien voglia di trattare male Marianna. Ma è inutile: il desiderio di Angelina è troppo. Quando richiamo Marianna, bisogna che nasconda il tremito della voce. Ed io guardo questa donna di quarant’anni, sporca e puzzolente, quasi provando piacere. Ella se n’accorge e mi sta intorno, cozzandomi qualche volta. Non vedo i suoi capelli e il suo collo, ma soltanto le calze sdrucite con la pelle scoperta, e allora mi viene la tentazione di alzarle le sottane.
Non so come mi reggo. Ella se n’accorge sempre di più, ride, fa la lasciva; mi picchia sopra una mano. Sento che dopo soffrirei, con una umiliazione terribile: devo fare uno sforzo per nasconderle la nausea che mi fa la sua faccia. Ella ride e aspetta. Mi tremano le mani e non potrei parlarle: o l’uccido o cedo…
Mi distraggo; pensando a te: fra lei e me sento la tua anima. E perché questo bestiale obbrobrio? Se lo risapesse Angelina? È una cosa sozza. No! No! Mi par d’aver in bocca il suo odore disgustoso! Sarà lo stesso che una cagna. Penso a te, continuamente; e, allora, mi pare una cosa ridicola. Penso ad Angelina, e mi vergogno. Ma ho atteso troppo e non so più quel che faccio…
Dio mio! Com’è stato possibile? Mi par d’essere ancora sporco; e quell’odore, ancora su dentro il naso! Non vedrò mai più Angelina. E questa lettera ti parrà pazzesca. Ma se, in quella camera, non avessi pensato a te, vorrebbe dire che io non avrei l’anima che ho. Appunto, tutto quel putridume lercio innalzava la mia anima verso te; e di più sentivo come è meravigliosa e pura la nostra amicizia.
La mia anima respirava dentro la tua, e tutte quelle cose così indegne le insegnavano quanta gratitudine io ti devo. Sei convinta, come me, ch’ero tuo anche allora?…

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