Federigo Tozzi – Una sera presso il Tevere

Avete mai amato, soltanto a sentirne parlare, le amanti degli altri? Io, sì. O, per lo meno, ho avuto per queste donne una simpatia; ch’era più dell’amicizia. Conoscendo soltanto le loro parole e il loro modo di amare, ho avuto il desiderio di conoscerle. Nate, per me, dalle confidenze de’ miei amici, hanno cessato di esistere sempre troppo presto; ma più presto di loro finiscono anche quasi tutte le cose reali, che sono state nostre o ci hanno interessato. Quelle donne, invece, anche se ce ne ricordiamo dopo tanto tempo, pigliano sempre un senso di eternità.
A Roma, mangiavo a trattoria ogni giorno con molti amici; tutti pittori e scultori.
Una sera, io e uno di loro, Giovanni Fossi, ci prendemmo a braccetto; e andammo a fumare una sigaretta lungo il Tevere. Ci trovammo, camminando pian piano, al ponte Sant’Angelo, dopo aver passato per non so quanti vicoli stretti e bui; dove s’incontravano sempre donne che ci sorridevano non si sa se con la bocca o con la cicatrice rossa di qualche sfregio lungo le guance.
Era caligine, e il primo arco del ponte Sant’Angelo, con le statue, illuminato; gli altri, nel buio, scuri.
Di là dal ponte, l’acqua di un violetto torbo; con quattro lunghi riflessi elettrici, a punta. L’altro parapetto, quello incontro a noi, nero. Poi, il fiume doventava di un verde sudicio; e l’acqua, scorrendo, si raggrinziva, qua e là, alla superficie.
C’erano ancora i resti del ponte di ferro, come una gabbia ellittica; e dietro le sbarre si vedevano passare i tranvai, sul nuovo ponte Vittorio Emanuele; quasi di fianco al Palazzo di Giustizia come un rettangolo enorme e bianchiccio, illuminato dalla luce elettrica. Alcuni ragazzi tiravano sassi contro un’intavolatura fatta per la demolizione del ponte di ferro.
Il mio amico era un giovine di ventiquattro anni, con il viso glabro, di vecchio; con gli occhi febbricitanti; magrissimo.
Il fresco della sera ci faceva bene ad ambedue; e ci piacevano le case lungo il Tevere; silenziose, grigie, scure; con qualche lampadina elettrica su per le scale, che si vedevano dalle finestre aperte.
Egli mi stringeva le braccia; e la voce, qualche volta tremolante, appassionata e secca, nervosa, mi faceva pensare ai suoi tendini tesi.
Ad un tratto, senza che io gli avessi chiesto niente, mi disse:
– Io ti dirò perché le donne non mi piacciono più.
Lo guardai bene nel viso, sorridendo, e capii ch’era per farmi una bellissima confessione; un poco ingenua e sincera.
– T’ascolto.
– Ti sarai accorto ch’io molte volte sembro trasognato.
– Sì.
– Devi, dunque, sapere ch’io penso sempre alla stessa cosa. Non mi riesce non pensarla. Due mesi fa, a Lucca, io mi sono innamorato della moglie di mio zio.
– Ed ella ti voleva bene?
– Fu lei, anzi, la prima.
– T’ascolto. Parla lentamente.
– Io le avevo cominciato un ritratto: per desiderio del suo marito… Non lo chiamerò mai zio. È lo stesso, del resto. Egli non stava sempre a Lucca, perché è commesso viaggiatore. Noi due potevamo parlarci a comodo nostro. Anzi, devi sapere ch’io stavo addirittura in casa con loro.
«Ti dirò soltanto che, due anni innanzi, avevo cominciato a capire qualche cosa del suo sentimento verso di me.
«Ma io me ne ripartii senza che ci fosse stata nessuna parola segreta. Quando, due mesi fa, tornai, allora non ebbi più riguardi.
«Io, da principio, non volevo amarla; ma non mi pareva il vero che cercasse sempre di parlarmi quando eravamo soli. Volevo fare in modo che fosse la prima a dirmi quel che sentiva.
«Intanto, io le raccontai che una volta avevo sentito così il bisogno d’essere amato, che m’ero messo a piangere; e aggiunsi che, se avessi trovato una donna che mi amasse altrettanto, sarei stato capace, per lei, anche di uccidermi. In parte mi pareva vero, e in parte esageravo a posta. La seconda volta che le dissi così, doventò pallida e seria; e mi chiese:
«- Non si può, dunque, voler bene a te?
«E pianse. Io me ne andai nella mia camera. La sera, ci rivedemmo, e non le dissi niente. Ma, sul punto di lasciarci per andare a letto, mi prese il viso e mi baciò. Io mi sentii venir meno. Mi baciò, mordendomi il labbro di sopra; e non dimenticherò mai più quel che provai in quel momento. Ebbi a pena la forza di ribaciarla; e, invece di andare a dormire, escimmo nel giardino. Era un giardino tutto chiuso da un muro.
«Le dissi:
«- Credi tu di volermi bene come desidero?
«Volevo ancora essere sicuro, e stavo bene attento a quel che mi rispondeva.
«Allora, mi rispose:
«- Tuo zio è un uomo volgare, e non mi ha mai compresa. Te solo voglio amare…
«E quella fu la prima volta.»
Io risi; e guardai il Tevere, che ora pareva di olio verdastro e sporco.
Ma una grande dolcezza mi aveva invaso. Anche il mio amico guardava il fiume, tacendo.
– E poi?
Egli tacque ancora.
– Raccontami tutto.
– Ti ripeto ch’io volli assicurarmi che mi voleva bene; e, finché non ne fui sicuro, ero io che mi ricusavo a lei. La mattina, prima di scendere giù in salotto dove stava il marito, apriva l’uscio della mia camera e veniva a baciarmi.
Il Fossi si mise le mani su gli occhi.
– Mi pare ancora di rivederla, quando la pregai di farsi vedere tutta.
– Era fatta bene?
– Ah, tu vedessi! E poi si mise da sé in una posa; che io voglio dipingere.
Io risi un’altra volta. Ma egli mi guardò serio, ed io allora smisi.
Pareva che Roma ci si chiudesse attorno; prima con gli argini del fiume, poi con le case; poi con il cielo.
Egli mi dette un colpo forte sul braccio, perché non mi distraessi; e proseguì:
– Voleva, a tutti i costi, fuggire di casa con me; era pronta a portar via i suoi gioielli. Avevamo già combinato di andare in un villaggio delle Alpi; dove io ero stato a fare certi studii. E dove, forse, tornerò.
– E perché non andaste?
– Per colpa mia. Io scrissi una lettera anonima a mio zio, facendogli sapere tutto. E gli dissi anche dove avrebbe potuto sorprenderci. In fatti, egli ci trovò insieme.
– E allora?
Il Fossi stette zitto lungo tempo. Ma io lo spiavo troppo intensamente; e, benché con meno franchezza, convenne che seguitasse:
– Lei negò tutto; e se n’andò, fingendosi sdegnata di me e del marito.
– Ma tu facesti male, mi pare! Avresti avuto un altro mezzo per farla finita.
– Io volli che mio zio sapesse tutto, per umiliarlo. Perché non mi credeva intelligente e non capiva la mia arte.
– Ma ci voleva riguardo per la donna che ti amava.
– Di lei volli vendicarmi, perché era riescita a prendermi in quel modo.
– Non ti capisco.
Allora il Fossi cominciò a dirmi:
– Tu non puoi farti un’idea di quel che valevo io allora per me stesso, e com’era necessario che allontanassi ogni donna. Mio zio, poi, avrebbe dovuto capire quant’io valevo più di lui, per tutto, e perciò tenermi lontano da lei.
– E non l’hai più vista?
– Mai più. So che mio zio ha creduto a lei e non a me. E l’altra settimana mi scrisse dicendomi ch’era pronto a perdonarmi anche d’avere inventato una cosa simile.
– Dovresti, almeno, rispondere.
– Io non risponderò affatto. Non gli scrivo né meno ora, che non mi vengono più i denari che mia madre mi manda dall’America. Sono certo che, se tornassi a casa sua, sarebbe lo stesso come prima.
– E con lei come ti conterresti?
– Se mi facesse qualche allusione, sarei pronto anche a prenderla a schiaffi. Perché quel che importa a me è di non passare da bugiardo.
– Allora, vuol dire che non l’hai amata mai.
Gli dissi così con una voce strozzata dalla voluttà. Una voluttà che riescii a dominare contrapponendole l’odio per lui. Se quella donna l’avessi conosciuta io, mi sarei fatto sfinire dal suo amore e dalla sua bocca. Avevo io, per lui, il rimorso che fosse stata trattata a quel modo. La mia anima sensuale mi stordiva.
Ma il mio amico era convinto del contrario; e capii che, inoltre, per puntiglio, non mi avrebbe mai dato ragione.
Aveva incrociato le braccia, e guardava verso la cupola di San Pietro; a pena visibile.
Indovinando che voleva essere più forte di me, gli chiesi:
– Vuoi che andiamo là?
Ma, indispettito dei contrasti trovati in me, rispose quasi disprezzandomi:
– Stiamo bene qui. Anzi, sediamoci sul muro del fiume.
Io, però, restai in piedi; accendendo un’altra sigaretta alla cicca di quella già consumata. Stemmo qualche tempo senza parlarci, e parve che la nostra amicizia finisse tutto a un tratto. Io lo guardai; ed egli, tutte le volte che incontrava i miei occhi, si rimetteva a guardare il fiume. Poi, disse:
– Senti: comincia a piovere.
Passarono due soldati e un uomo con l’ombrello aperto. Pioveva poco; e uno degli alberi che sono lungo il Tevere ci riparava abbastanza. Tuttavia, ormai, mi sentivo solo, e avrei voluto ch’egli se ne andasse.
Pensavo di scrivere una lunga lettera appassionata a quella donna.
Ma prese, dalla tasca interna della giubba, un fazzolettino di seta; e me lo dette, dicendomi:
– Questo è un regalo di lei.
Subito sperai ch’egli l’amasse ancora; e gli chiesi con dolcezza:
– Lo porti sempre?
Si mise a ridere. E io chiesi:
– Perché, dunque, lo porti?
– Questo è soltanto un ricordo e non di più.
– E lo tieni volentieri?
– Se tu vuoi, io lo regalo a te. Odoralo: è ancora profumato come quando l’ebbi io.
Lo fissai negli occhi con ira impaziente e gli risposi per sgarbo:
– No: tienlo tu.
– Come vuoi.
E lo rimise in tasca. Poi, disse:
– Ora andiamo: dev’essere tardi.
Mi riprese a braccetto, ma non avevamo più nulla da dirci.
Pioveva sempre più forte, e camminavamo in fretta. Sul marciapiede, i tavolini di un caffè erano bagnati di pioggia. I colori dei manifesti sembravano più vivaci, e le lampade elettriche perdevano una luce violacea sopra i ciòttoli delle vie.
Quando, in Piazza Venezia, ci lasciammo, mi disse:
– Forse, non vengo più a mangiare a quella trattoria!
– E, allora, quando ci rivediamo?
Egli non rispose; e salì sopra un tranvai, mentre correva. Da allora, io ho amato quella donna.

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