Federigo Verdinois – Delitto di sangue

Non mi lasciava la febbre; mi s’era attaccata ai muscoli, mi ardeva nelle vene, mi facea tremare i polsi. In somma, se un errore avevo commesso, questo era stato di ostinarmi contro la serie. Me lo dicevo da me prima che gli altri me lo dicessero: L’errore era grave ed imperdonabile, tale che avea già rovinato molti abilissimi giocatori e ridottili al verde. Ma il rimedio c’era. Smettere dal giuoco? No. Tornare al giuoco? Sì, rifarsi anche. Portarvi la calma in cambio della foga; sostuire il calcolo al caso; non affidarsi alla sorte, anzi tenerla accasciata sotto il ginocchio. Essere uomo, non giocatore; perché dov’è, in nome di Dio, il giocatore che sia uomo? Bene, così avrei fatto; così in tutti i modi volevo fare. Ma se poi la foga veniva? se la calma, come altra volta, se n’andava? In quei casi, l’uomo non vuole più; l’uomo è bestia. Cansare il pericolo era forse meglio che affrontarlo; ritirarsi in porto, era il riposo; la prudenza valeva senz’altro molto più dell’audacia. Ma che prudenza, ma che riposo, con quel ricordo evocato dei danari perduti, con quella fede incrollabile di ripigliarli, col miraggio magnifico e tormentoso del tappeto verde e di quei due campi dalla due parti, dei quali l’uno rosseggiava come per sangue versato, l’altro era buio come la morte?…

Mi trovai, senza saperlo, in mezzo alla battaglia; così, di schianto. Non potrei dire come mi vi cacciassi dentro o chi mi avesse spinto. Questo è certo che pochi momenti prima io stavo a sedere, meditando e cruciandomi, sopra una delle panche di marmo della Villa. Una gravezza insolita del capo mi facea chiudere gli occhi; mi riscuotevo; tornavo a sonnecchiare; mi passavano davanti strane forme e visioni terribili, sirene emergenti dal mare, mostri ringhiosi in fondo agli specchi. Non avevo forse la febbre? Sì, l’avevo davvero e mi ardeva… E così fu che mi trovai scagliato nel cuore della mischia, in mezzo agli urli dei combattenti e ai lamenti dei feriti.

Singolare contrasto! A quei lamenti, a quegli urli rispondevano di fuori le note malinconiche della sampogna. Era la notte di Natale. Lo spettacolo della morte era accompagnata da una soave cantilena piena di speranza. Di fuori la calma, qui la tempesta. Intorno a un lungo tavolone si stringevano, anzi si addossavano l’una all’altra venti figure, che dalle forme parevano uomini: dalle forme, non già dai visi. Questi erano smunti, lividi, con sotto alla fronte due buche profonde e fosforescenti. Tante mani, biancheggianti sotto la luce delle lampade, brancicavano sul tappeto, si urtavano, si afferravano, spargevano gettoni o raccoglievano biglietti di banca. Dal campo verde, tanti numeri di color gialletto parevano guardare in su con occhi misteriosi, allettando. Erano coperti ad un tratto e sparivano sotto una pioggia sparsa di gettoni bianchi. Di botto, un lungo rastrello piombava nel mezzo come un uccello di rapina; ragunava, traeva a sé, con un rumore aspro e sinistro di ossa scricchiolanti. I numeri gialli tornavano a fiammeggiare e a sorridere allettando. Le mani bianche tornavano a brancicare. E ad ogni colpo, ad ogni improvvisa calata del rastrello rapace, un coro si alzava di strida, di ingiurie, di maledizioni, di lamenti. In quel punto, taceva o era soffocata la nota maliconia della sampogna di fuori.

Ad un capo della tavola, saldo nella furia della tempesta, come lo scoglio sferzato dalle onde spumeggianti, stava Taffanel dalla faccia schiacciata e impassibile, armato del suo lungo rastrello e con a destra la ruota fatale. Aveva movimenti automatici. Con la sinistra dava l’aire alla pallina e un leggiero colpo al piatto girante della ruota. La pallina strideva, urtava negli ostacoli, balzava, pareva viva, sfuggiva agli occhi avidi dei giocatori. La voce di Taffanel, monotona e fredda, si levava:

– Il giuoco è fatto! –

Poi, dopo un poco, la pallina cadeva in una delle trentasette caselle. Il piatto era fermato.

Da capo quella stessa voce:

– Ventisei nero, pari e passo! –

Grida di trionfo e di dispetto. Un signore, disteso sopra un canapè in fondo alla sala, borbotta sonnecchiando:

– L’ho puntato per tutto un giro. La martingala m’ha rovinato. Sempre così!

– Bestia! – lo rinfaccia un altro – costanza ci vuole.

– Già, e danari -.

La voce di Taffanel suona come prima:

– Il giuoco è fatto! –

E di lì a un momento:

– Cinque rosso, impari e manca!

– Maledizione! – grida un giovane dai capelli arruffati e dalla cravatta sciolta, e si morde a sangue l’indice della mano destra. – Adesso viene, la bestia! E non ho da bestemmiare, e ho promesso di non bestemmiare, e dice poi che la bestemmia mi faceva perdere. Ebbene, no, no! Niente bestemmia -.

È fuori di sé, si scosta dalla tavola, si ferma davanti a un’olegrafia che rappresenta la Deposizione dalla Croce, e grida per quanto n’ha in gola:

– Viva Pilato! –

Tutti ridono, meno Taffanel. Qualcuno sghignazza. Il signore sonnacchioso del canapè osserva che il caso non è nuovo. Una volta, alla Cava, giocando a primiera con la solita disdetta che lo perseguitava, egli avea sfondato uno scarabattolo e avea fatto del bambino di cera un solo boccone.

Io perdevo intanto e perdevo. Non mi frastornava quel diavoleto. Badavo alla mia serie, attaccando il nero dopo cinque colpi del nero. La vincita doveva esser sicura, perché il mio era tutto un giuoco di probabilità, e la probabilità, questo lo sanno tutti, ha un valore matematico. Nondimeno perdevo. L’algebra avea torto. Le serie si rompevano ad un tratto con un alternarsi frequente di rosso e di nero, o anche si ostinavano fino a dieci e a dodici colpi. Una cosa incredibile. Mi sentivo battere le tempie, mi frugavo per le tasche. Un ultimo tentativo sul rosso mi tolse l’ultima speranza: diciotto neri, caso inaudito, si seguirono. Non mi avanzavano che cinque lire, un miserabile biglietto da cinque lire. Né possedevo altro, nemmeno a casa. Era tutta la mia fortuna. Possedevo, però, il mio orologio d’oro e il mio anello di zaffiro: ma non erano danaro. Possedevo anche e l’andavo tentando con le dita nervose, la rivoltella che m’avea venduto due sere innanzi l’amico De Liguori anch’egli per tentare un ultimo colpo. No, meglio valeva fuggire. Fuggire lontano e non rimettere mai più il piede in quell’antro della perdizione e della vergogna. Ero giovane, chi sa! ed è così bella la vita! ed è così doloroso morire per la miseria, per una causa così ignobile!

Una mano mi si posò in quel momento sulla spalla, quasi per trattenermi. Mi voltai. Nessuno badava a me, né Taffanel né altri.

– Come! – esclamai – Taffanel ha una figlia? Ed io che non ne sapevo niente, da tanto tempo che vengo qui! –

Mi fa cenno, la seguo. È una fanciulla bionda e magra, di un pallore d’alabastro, con due occhi verdigni e penetranti. Si direbbe che così debbano esser fatte le Ondine. Mi precede in silenzio. Eccoci in un’altra stanza, dove giunge in un confuso ronzio il frastuono del giuoco.

La fanciulla si arresta, mi prende per le mani, mi domanda: – Perdi?

– Sì – rispondo e non so dire altro.

– Vuoi vincere?

– Sì.

– Ebbene, ascolta -.

E mi figge negli occhi gli occhi verdigni, e quasi mi sfiora il viso con la bocca pallida e sottile, e mi sussura alcune parole.

– No – rispondo – voglio andar via. Tornerò poi un’altra volta. Casco dal sonno e sono aspettato a casa. E poi…

– E poi che? – interrompe ella sorridendo sinistramente, quasi m’avesse letto nel pensiero.

– E poi, è la notte di Natale, e io credo che questo mi porti sfortuna -.

I giuocatori hanno di queste paure infantili. Temono di tutto. Sono donnicciuole in materia di pregiudizi.

La fanciulla ride e mi dice che lo sapeva. Così gli sciocchi si rovinano. Di che poi si lamentano? Per una mezz’ora di più, non cadeva mica il mondo; per Natale c’era sempre tempo. Tentassi; non mi lasciassi sfuggire la fortuna.

– Non hai l’orologio? – dice -, non hai il tuo anello? Ecco, prendi -.

Né mi dà tempo di rispondere, né mi sento la forza di resisterle. Orologio ed anello spariscono. Ho nelle mani tre biglietti da cento. Mi trovo ancora una volta davanti alla tavola verde dai numeri fiammeggianti. Ho adesso una chiave sicura per aprire le porte della fortuna; guardo a lei, che dal fondo della sala mi sorride e m’incoraggia. Tento un primo colpo e un secondo. Vinco. Raddoppio la posta. Torno a vincere. È chiaro che non m’ha ingannato la mia Ondina. Un po’ guardo a lei, un po’ alla pallina balzante. Raccolgo e accumulo i biglietti di banca. La vincita m’inebria; m’inebriano le occhiate invide degli altri giocatori e quelle oblique di Taffanel, il quale mi sembra aver perduto alquanto della sua impassibilità. Sí, tenterò ancora l’ultimo colpo; non importa che sia battuta la mezzanotte. Di Natali ne verranno degli altri e ci sarà sempre tempo a solennizzarli. Per ora, afferrata la fortuna, la terrò forte che non mi sfugga; le farò ripagare quanto m’ha tolto; sconterà, dovessi strapparle l’anima.

– Tenta ancora! tenta! – mi dicevano dal fondo buio della sala gli occhi verdigni della mia Ondina.

Domando:

– Quanto tiene la banca?

– Tutto – risponde Taffanel con calma.

Con le due mani prendo il mucchio di biglietti che mi sta davanti, lo metto sul rosso, aspetto. Tutti i giuocatori guardano stupiti, quasi esterrefatti, anelanti. Io godo del trionfo imminente. Taffanel leva la voce:

– Il giuoco è fatto! –

E la pallina striscia, sibila, balza, tintinna, cade con un rumore breve e sordo.

Prima che il piatto girante si fermi, Taffanel dice con lo stesso tono d’indifferenza:

– Tredici nero, impari e manca! –

Il sangue mi dà un tuffo, mi s’offusca la vista. Vedo come in una nebbia l’Ondina dagli occhi verdigni, che mi sorride. Con un moto irrefrenabile, le corro addosso, cavo la rivoltella, gliela scarico nel petto, a bruciapelo. Un grido terribile erompe, un tumulto scoppia nella sala, tutti mi son sopra, mi strappano di mano la rivoltella, si chinano sulla fanciulla che giace per terra bocconi.

In quel punto, un rumore più alto copre lo strepito della sala. Dei passi frettolosi e gravi vengono alla nostra volta. Una voce grida:

– Nessuno si muova! siete tutti quanti in arresto -.

Sono gli agenti della questura. Un delegato, ornato della sua fusciacca tricolore, fa cenno verso di me. Due questurini mi si scagliano contro per agguantarmi. Atterrito, fo per fuggire, non posso. Le gambe mi si piegano sotto, i piedi non si staccano dal pavimento. Mi pare di aver messo radici in quel posto, davanti a quel cadavere. Do un grido per chiamare aiuto, mi divincolo dalle mani dei poliziotti, fo uno sforzo disperato per fuggire…

Dov’era più Taffanel? dov’erano i giocatori? dove il cadavere dell’Ondina?…

Ero sempre lì, seduto, nella Villa, solo nell’ombra. Avevo fatto un brutto sogno. Mi accostai ad un lampione per guardare all’ora e feci l’atto di cavar fuori l’orologio.

– È strano! – borbattai ancora mezzo assonnato -. Contro il solito, l’avrò lasciato a casa. Che ore saranno? –

Dalla brezza che frizzava argomentai che l’alba stesse per rompere. Così era. Di lì a poco, il cielo incominciò a prendere una tinta grigia e tutto intorno mi parve dello stesso colore. Mi sentivo stanco e indolenzito. Entrai in un piccolo caffè ed aspettai che fosse giorno chiaro.

Erano le sette o poco più quando mi avviai verso casa. In piazza San Ferdinando, mi imbattei in Taffanel che si facea la sua passeggiata mattutina.

– Buongiorno, Taffanel – lo salutai – come si va?

– Non c’è malaccio. Sono stato lì lì per saltare, sapete.

– Ah sì? ieri sera?

– Ieri sera. Il tredici però m’ha salvato.

– Il tredici?

– Sì, il tredici. Mi salva sempre. È il numero della fortuna mia, vedete.

– Vedo, vedo.

Io ero pensoso, Taffanel sorrideva.

– A proposito – gli chiesi di punto in bianco – voi avete una figlia?

– Si – rispose Taffanel – ma non l’ho qui, a Napoli.

– Ah no?…

– No, voi lo sapete. L’ho a Firenze.

– Bene, bene, l’avete a Firenze.

– O perché me lo chiedete?

– Così per sapere. Addio, Taffanel, a rivederci.

– Verrete stasera?

– Non so, caro Taffanel, non mi sento bene. E poi c’è anche un’altra difficoltà.

– Quale?

– Che non ho danari.

– Oh, oh!…

– Sicuro, e nemmeno l’orologio che non me lo trovo più in tasca. –

Taffanel rise e si allontanò salutandomi.

Tornato a casa, trovai l’orologio. L’anello l’avevo sempre al dito e l’ho tuttora, come tutti sanno. Mi gettai sul letto e mi addormentai di un sonno greve e faticoso. Ma da quella notte, che non avevo giocato, non giocai più né rividi il mio Taffanel. Di tutte le mie notti di Natale, quella, senz’altro, fu la più brutta.

* * *

Mi trovavo, dopo tre anni da quel tempo, a Firenze. Abitavo in via Larga, e me n’andavo tutte le mattine al Caffè de’ Risorti di faccia al palazzo Riccardi: prendevo il mio caffè e davo una scorsa ai giornali. Una mattina prendo la “Nazione”, l’apro, guardo alle notizie di città. Il foglio mi cade di mano. Uno dei tavoleggianti mi si accosta e mi chiede tutto sollecito:

– Il signore si sente male?

– No, grazie, date qua -.

E riprendo il foglio ch’egli ha raccattato e mi porge? Torno a leggere le misteriose parole che m’hanno così stranamente sconvolto. Il cronista dice:

«Ieri sera, una casa in via Delle Lance è stata teatro di un dramma non meno sanguinoso che insolito. Mercè la solerzia e l’intelligenza de’ nostri agenti di questura, si riuscì ad operare la sorpresa di una delle più antiche e meglio guardate bische che disonorano la nostra città. Nell’irrompere della forza nella sala precedente a quella da giuoco, gli agenti furono arrestati dallo scoppio d’un’arme da fuoco. Il bravo Delegato ordinò alla sua squadra di procedere ed egli pel primo entrò sulla scena dell’avvenimento, vietando a tutti l’uscita. Uno spettacolo doloroso lo colpì. Uno dei giuocatori, non è bene accertato se per caso o per criminoso proposito, aveva esploso la sua rivoltella, ferendo mortalmente nel petto la figlia del biscazziere, una giovinetta bionda appena ventenne. Il colpevole fu immediatamente assicurato alla giustizia, e dalle sue prime deposizioni si rileva che il colpo fu casuale, come pure che in quella casa egli era stato spogliato di tutto, perfino dei suoi oggetti d’oro. In quanto alla ragazza ferita, si dispera di salvarla».

Una curiosità pungente e strana mi persuase a informarmi meglio della cosa. Munito di un permesso in tutta regola, mi recai alle Muratte e domandai di vedere il disgraziato giocatore e feritore.

Il fatto era vero in tutti i suoi particolari, e se fosse stato casuale o criminoso non seppi allora né poi.

Più che stupito ero confuso. Né fin oggi mi son potuto spiegare quanta parte di realtà vi fosse in quel mio sogno, quanta parte di sogno in quel dramma sanguinoso.

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