Felice Venosta – Balilla, o la cacciata degli austriaci da Genova – Edizione Liber Liber

I

Jesus, Jesus non più fuoco non più
fuoco, siamo Cristiani!…

Le parole poste in testa a questo capitolo erano gridate la mattina del giorno 10 dicembre 1746 in Genova da numerose orde di Austriaci, fuggenti innanzi al popolo, che, stanco della straniera oppressione, era sorto forte del proprio diritto.
La tirannide ha pure un limite. Quando l’oppresso non trova giustizia sulla terra, quando il giogo si è fatto insopportabile, pieno di fidanza egli stende la mano al Cielo, e giù ne trae i suoi eterni diritti, che lassù pendono inalienabili e indistruttibili, come le stelle! Riede il primitivo stato di natura, in cui l’uomo sta in faccia all’uomo. – Qual mezzo supremo, se ogni altro mezzo non giovi, gli è dato il ferro.
Genova, la città dai cento triremi, la città dai splendidi dogi, la città che fra la vivezza del traffico ha mostrato come si eserciti il commercio e la guerra, che ne’ suoi annali ha scritto i nomi di Colombo e di Doria, era per il poco senno di alcuni deboli uomini caduta in mano dello straniero, il quale di essa faceva crudo strazio. Ma Genova, pronubo un fanciullo, sapeva riacquistare la propria dignità, rendersi degna de’ suoi grandi uomini.

II.

Ecco Genova, ecco l’antica dominatrice dei mari, la Ligure donna. Assisa sovra un letto di alghe e di coralli, col capo incoronato d’un diadema di monti, ell’è sempre bella, comechè lo scettro dei flutti le sia caduto di mano e disperso nelle acque! Ecco sublime levarsi il palagio del Comune un dì saldissimo monumento di libertà che Simon Cantoni riedificava; ecco il tempio di San Lorenzo dai neri suoi marmi, ove si custodisce il famoso catino che rammenta i Genovesi vincitori a Cesarea: rammenta que’ liberi petti che, ricevuta la comunione, non con altri ingegni che colle scale delle loro triremi, salivano animosi le mura dell’osteggiata città. Questo tempio, arricchito dalle spoglie dei Saraceni d’Oriente e di Spagna, fu testimonio di splendide repubblicane memorie. Imperocchè qui il popolo, geloso di sua libertà, ricusava il giuramento d’ubbidienza a Federico II; qui, armata mano, eleggeva a primo suo doge quel Simon Boccanegra cui la patrizia viltà indi a poco dava morte; qui rogavasi l’atto onde Giacomo re di Gerusalemme e di Cipro, passato dal carcere al soglio, si rendeva tributario de’ Genovesi dai quali riceveva lo scettro; qui fra la pompa d’un immenso popolo accolto un augusto Vegliardo prendeva dalla destra del doge il vessillo maggiore della Repubblica per condurre nella rubelle Corsica, soccorsa invano da Francia, le galee genovesi; e la croce vermiglia in campo d’argento, già riverita in ogni lido, nelle mani del decrepito ma generoso Andrea Doria fu ancor vincitrice. – Illustre per antiche memorie, infame per atroci delitti, ecco il tempio di San Giovanni di Prè, le cui marmoree colonne, il peregrino campanile, le ricche finestre accusano i secoli delle crociate. A tarda notte quando tace ogni lume di stella, quando il mare procelloso rompe sordamente al lido, echeggia per queste funebri arcate un lungo ululato, uno strido di catene, ed il volgo atterrito lo crede il lamento di cinque illustri infelici che quivi furono ad un tempo strozzati. Narrano concordemente gli storici che, quando Urbano VI, stretto d’ossidione in Nocera da re Carlo di Napoli fu salvo per opera de’ Genovesi, seco recasse tra’ ferri in questa città, fra gli altri molti, sei cardinali sospetti di fellonia. I quali, lacere le vesti, squallidi pei durati martirî, furono ivi tratti al cospetto dell’irato Pontefice. Invano sacramentarono la loro innocenza, invano lo disfidarono al giudizio di Dio, un solo andò salvo a petizione degli Inglesi primati: gli altri tutti fece il papa occultamente strozzare in prigione, o secondo altri, rinchiusi in cinque sacchi furono lanciati in balia dei flutti. – Ecco la chiesa di Carignano dall’eccelse sue cupole; quella dell’Annunciata, opera di una famiglia di re, decorata d’ogni più bel fregio d’arte; quella di San Matteo ove fremono le ossa del grande repubblicano; quella dei Servi, dai pregiati dipinti; quella della Consolazione ed altre molte sacre a Maria, protettrice del popolo. – Ecco il celebrato Faro; la torre di quell’Embriaco cui si dovette in gran parte la presa di Gerusalemme; l’Albergo dei poveri, opera di tre nobili artisti, ove i fortunati pezzenti sono i soli signori di sì magnifica reggia; ecco il bastione di Pietraminuta, testimonio di quanto possa l’ardore popolare. – Ecco gli ampî palagi, ove un giorno sobbollivano le più generose passioni, e che nome immortale diedero ai suoi artefici, i quali, scaldati al fuoco dei grandi geni, crearono la corona delle arti e ne cinsero Genova. Ciò che Sansovino a Venezia, fu a Genova il perugino Galeazzo Alessio, discepolo di Michelangelo. – Ecco l’ampio ospedale dalle cento sue statue; l’infermità può qui dimenticare la prima salute: il dolore non ebbe mai stanze più belle nei palagi di re. – Ecco i pensili giardini, i declivi erbosi dell’irrigua Polcevera, i ridenti poggi d’Albaro, il famoso acquedotto che levò al cielo il nome di Marin Boccanegra, l’Arnolfo di Genova. Fra tante bellezze d’arte e di natura, là presso l’asilo dei patimenti sorge un monumento che ricorda una gloria del popolo, l’eroico ritorno a libertà, per opera sua. È un piccolo marmo sul lastrico; esso porta la data del 1746.
Genova fra i nomi degli Adorni, dei Fregosi, degli Spinola, dei Doria, dei Grimani, dei Dinegro, dei Colombo, e di Giulio II e di tanti altri suoi grandi, incise quello umile di un fanciullo popolano, di Giovanni Balilla.

Un vecchio potente, Carlo VI d’Austria, era sceso nell’avito sepolcro, lasciando dietro di sè la sua corona, pomo fatale di discordia lanciato in mezzo al mondo. Invano una lunga guerra aveva preceduta quella prammatica per la quale l’estinto aveva creduto di avere pacificamente assicurata alla figlia, Maria Teresa, la sua vasta successione. La morte dell’Imperatore, svegliando le cupidigie di tutti, fece che il turbine imperversasse folgoreggiando per tutta Europa, e Maria Teresa si vedesse ridotta alle forze degli eserciti che il principe Eugenio di Savoia soleva ben a ragione chiamare la migliore delle prammatiche.
Federico di Prussia, Luigi di Francia, Filippo di Spagna, il re di Baviera e quello di Sardegna si erano collegati contro la nuova imperatrice, e il 18 di maggio 1741 avevano conchiuso un contratto, per cui, smembrata la monarchia austriaca, la bassa Silesia colla città di Neiss e la contea di Glatz restavano assegnate al re di Prussia; l’alta Silesia e la Moravia al re di Polonia; la Boemia, il Tirolo e l’Austria Superiore all’elettore di Baviera. Quanto all’Italia si doveva spartire tra la casa Borbone e quella di Savoia. Così coll’appoggio di testamenti, matrimoni, fedi di battesimo, parentele più o meno prossime acconce in begli alberi genealogici, cavillazioni senza fine, i principi di Europa rinnegavano ciò che avevano consentito, e preparavano ai popoli una delle maggiori tragedie che la straziata umanità abbia viste.
Maria Teresa era stata infrattanto, in virtù della prammatica, con pubblica solennità chiamata in Vienna regina d’Ungheria e di Boemia, arciduchessa d’Austria, e sovrana di tutti gli Stati, che, per titolo ereditario, appartenevano all’Imperatore suo padre. Poi, condottasi a Presburgo nel mese di giugno 1741, vi fu gridata con grandissimo calore, così dai magnati, come dal popolo regina d’Ungheria. La sua gioventù, la bellezza, le dolci ed affettuose maniere, legarono così fattamente i cuori degli Ungari che non mai regina fu più amata da nessun popolo. Cacciata più tardi da Vienna pel rumore delle armi bavare e francesi, fra i suoi forti e generosi Ungari si affrettò a ritirarsi. Chiamò in Presburgo la dieta, vennevi portando in grembo il suo figliuolo ancor bambino, che fu poi l’Imperatore Giuseppe II, di tanta gloriosa memoria, s’atteggiò in grazia e dignità, e latinamente con fuoco affascinante in tal modo parlò: « – Vedete i mancatori di fede, la cupidigia delle austriache spoglie li tira contro una donna e un fanciullo! ma un Dio è in cielo proteggitore dell’innocenza, punitore degli spergiuri, e sono in terra gli Ungari fedeli, cui la perfidia sdegna, cui la sventura commove, cui il valore inspira. Questo è mio figlio, ed ecco che è vostro: adottatelo, difendetelo; crescerà amandovi e difenderavvi un giorno, come ora voi lo difenderete. »
Taciti ed ansi l’ascoltarono i magnati. Poi, come ebbe posto fine al parlare, proruppero in lagrime, in applausi in segni di fortissima volontà per salvarla. Toccavano il figliuolo, s’inchinavano alla madre, un incredibile entusiasmo li possedeva, nè mai più santo fervore di questo si manifestò a voce di re fra le commosse nazioni. Sguainate quindi le spade, fieramente e unanimamente, in latina favella, fecero il famoso giuramento:

«Moriamur pro rege nostro Maria Theresia!

giuramento che fu la salvezza dell’austriaco dominio; fatale vittoria, fatale ai vinti e ai vincitori insieme.
Le sorti rapidamente mutarono; e Carlo Emanuele di Sardegna, vedendo come la fortuna di Maria Teresa prendesse vigore, rompeva il trattato conchiuso colla lega e accordava all’Imperatrice il suo aiuto in Italia, mercè la carica di generalissimo delle armi austro-piemontesi. Il 1 di febbrajo 1742 l’Austria e la Sardegna, pel mezzo del conte di Schulembourg e del marchese d’Ormea, concludevano una convenzione.
Re Carlo Emanuele continuava la politica della sua casa, aiutandosi ora dell’uno ora dell’altro straniero, che si combattevano il dominio dell’Italia, per aggiungere qualche brano di terra al suo regno.
Se non quanto può risguardare la nostra istoria noi terremo dietro alle fierissime guerre in allora combattute, guerre che gravemente travagliarono l’Italia.
Sembra scritto che, come annovi uomini che la fortuna si piace a combattere e a stremare, sienvi nazioni che debbano piangere, e a cui Dio numerò non a giorni ma a secoli le pene della cattività e del tormento. Niobe delle nazioni, l’Italia doveva più d’ogni altra vedere i suoi figli condannati alle lagrime e ai tormenti.
Il giorno 13 settembre del 1743 erasi a Vormanzia stabilito un trattato segreto fra la Sardegna, l’Austria e l’Inghilterra a danno di Francia e di Spagna. Secondo ragione e secondo giustizia, la Repubblica di Genova, che viveva neutrale tra le parti, non per nulla ci doveva entrare; ma la scoperta di un patteggiamento iniquo la trascinò.
Quella Repubblica aveva da molto tempo, mercè lo sborso d’un milione e duecento mila pezze, comprato dall’Imperatore Carlo VI le sue ragioni di sovranità sul marchesato di Finale. Ora la figliuola dell’Imperatore per gratificare il re di Sardegna, di cui aveva bisogno, cedeva col trattato di Vormanzia la cosa venduta e legalmente comprata, senza partecipazione del compratore e con promessa solamente di restituzione del prezzo a carico di chi non aveva nè voglia, nè possibilità di pagare, cioè del re di Sardegna medesimo.
Lo storico Carlo Botta, discorrendo di questo fatto, esclama: «Bene era serbarsi la montagna delle pezze, ma sarebbe stato meglio serbar la fede con conservare al compratore. Misera Genova, che era picciola! Il pianto più forte che presto faremo di lei, proverà sempre più che la miglior ragione è quella dei cannoni e che han fatto bene a scrivervela su.»
Il patrizio Gian Francesco Pallavicino, legato in Allemagna, ebbe sentore della vendita e ne avvisò il Senato. Non poteva questo darsi a credere una cosa tanto enorme, posciachè la Repubblica non aveva offeso nessuno, standosene scrupolosamente neutrale; tuttavia mandò comando a Giuseppe Spinola e a Giambattista Gastaldi, il primo inviato straordinario presso la regina d’Ungheria, il secondo ministro presso il re d’Inghilterra, affinchè scrutassero ed informassero. I ministri di Vienna negarono con fronte ferrea; esclamarono non essere vero niente. Quei di Londra non istettero assolutamente sulle negative, ma parlarono per ambagi. La conclusione delle parole loro era che quando il trattato fosse comparso in cospetto del pubblico, si vedrebbe che non ci era poi quel tanto male, che si supponeva. L’un dì più che l’altro però divenendo palese il fatto e che la vendita era stipulata, Vienna e Londra non poterono più negare.
Gli Austriaci dissero «che la regina avendo ceduto a Carlo Emanuele pel trattato una parte considerabile de’ suoi Stati nel milanese, non era, in grado di negare a quel re ciò che di quello di altri egli mostrava di tanto desiderare; che del resto ella non avevagli ceduto che quelle ragioni che ella stessa aveva sul marchesato, e che se nessuna ce ne fosse tanto meglio per Genova.»
La qual cosa, oltre alla derisione, veniva a dire palesemente che Maria Teresa o aveva ingannato Carlo Emanuele con vendergli cosa che non era, o frodati i Genovesi dando ad altri ciò che loro apparteneva.
Gli Inglesi si spiegarono con derisione più pietosa; dissero che compativano proprio la disavventura della Repubblica, ma il re di Sardegna essere molto premuroso di possedere il marchesato di Finale e non lo si voler scontentare, perchè ne avevano bisogno.
Da bella prima quando si era subodorata la convenzione di Vormanzia, ma innanzi che se ne avesse certezza, la Francia e la Spagna avevano fatti tentativi presso la Repubblica perchè si unisse a loro promettendole aiuto e protezione. Alle quali insinuazioni non aveva allora prestato orecchio, sperando di indurre a migliore e più grato consiglio i tre confederati. Ma quando dalle risposte date ebbesi certezza dell’indegno mercato, si cominciò a trattare la cosa nel consiglietto, che era il minore consiglio politico dello Stato.
La materia era di somma importanza per Genova; si trattava di entrare o no in una guerra contro potenti nazioni, con pericolo di pagarne un troppo doloroso scotto. Alcuni consideravano fiorire la Repubblica pel commercio e per le pacifiche arti, che hanno amica la pace e nimicissima la guerra; vedersi sempre incerto l’esito delle armi, e se i Borboni avessero la peggio, quali sarebbero i destini dell’imprudente Genova? Pace convenirsi a chi non può far guerra da solo, a chi per eseguità delle forze debba essere secondo o terzo nella partita.
È fatto; lo abbiamo provato nel 1859, e tutto dì lo proviamo, che il vantaggio ricavato dalle alleanze colle potenze maggiori non è il più lusinghiero. O il maggiore alleato è vincitore, allora il minore è a sua discrezione e deve soggiacere a tutti quei patti od a tutte quelle umiliazioni che gli sono dopo la vittoria imposti; o è perdente, più dannosa pel minore è la conseguenza della sconfitta.
Quei della parte contraria rispondevano sopravvenire nella vita degli Stati congiunture straordinarie che li spingono, se non vogliono perire, a pigliare vie nuove e non consentanee alla cheta prudenza. L’ambizione di casa Savoia tirarla ai danni della Repubblica, sicchè pessimo evento sarebbe stato l’avere il re di Sardegna accampato da padrone sul prossimo marchesato di Finale. La cupidità dei Savoini essere ben nota, e avere il re medesimo, dopo l’acquisto di Piacenza, messo fuori voce e pubblicato per le gazzette che il golfo della Spezia era suo come dipendenza del Piacentino; andare di più mendicando ragioni or su questo or su quel feudo della Lunigiana; voler lui pertanto stringere co’ suoi artigli tutta l’ampiezza del territorio genovese; voler distruggere non solamente la potenza ma anco il nome della Repubblica. Soggiungevano conoscersi l’incertezza di casi della guerra, ma grandi forze avere i Borboni, e grandi eserciti in Italia, e supremo loro desiderio essere il procurarvi una Signorìa a don Filippo; se saranno da Genova rifiutati, si volteranno al re di Sardegna, e la sua amicizia e la sua alleanza di certo acquisteranno; così Genova, volendo perseverare in neutralità e pace, andrà incontro ad una guerra terribile e alla rovinosa tempesta l’esser suo e la libertà tutta perderà.
L’ultima sentenza prevalse. Il primo di maggio 1744 in Aranjuez fu convenuto tra la Repubblica, la Francia, la Spagna e la corte di Napoli che Genova nelle imprese che stavano preparando gli eserciti borbonici, darebbe un sussidio di diecimila soldati ed un treno di artiglieria, obbligandosi le potenze federate alla loro volta a guarentirle il presente dominio e segnatamente il marchesato di Finale.
Nel tempo istesso che i sopracciò della Repubblica stavano provvedendo a mettere in atto il trattato, pensavano anche a munire per la propria difesa i luoghi più minacciati. Mandarono cinque mila soldati al Finale, duemila a Savona; fecero rompere le strade che portavano al Piemonte, munire con serraglie tutti i passi pe’ quali rimaneva aperto l’adito ai Sardi; e aspettarono la tempesta che non doveva tardare a scagliarsi su loro violentissima se non improvvisa.
Le voci di guerra, il rumore dei cannoni che si trainavano or qua, ora là, i soldati, che s’ingrossavano, e mutavano le stanze, avevano molto sollevato gli animi in Genova, e fatti solleciti e pensosi delle cose avvenire. S’aggiunsero portenti. Un sacerdote, celebrando la messa all’altare di San Giovanni Battista nella metropolitana, vide per ben tre volte, come corse fama, scuotersi il tabernacolo con grande ammirazione dei circostanti. Chiamati i preti e i sacristani videro e paventarono; sparsasi la voce dell’accidente, tutta la città rimase compresa da stupore e da terrore, funesto annunzio dei mali della Repubblica. Il terrore e l’ubbia popolare accrebbe una cometa crinita con coda a modo di scopa, che in sullo scorcio del gennaio era sopra la città comparsa, facendovi per un mese intero terribile mostra di sè. Non sapevano quali, ma certo i Genovesi si aspettavano mortali disgrazie.
I presi auguri cominciavano a verificarsi per le insolenze inglesi. L’ammiraglio Mathews, come se non sapesse del turpe mercato e come se gli innocenti dovessero lasciarsi spogliare senza neppure muovere dito o mettere fuori voce, scrisse con modo altero alla Signorìa, che non conoscendo nessun nemico a Genova, non sapeva capire perchè armasse e che quell’attelarsi in guerra gli dava sospetto. Il Senato rispose che Genova non armava per altro che per fare rispettare la sua neutralità, e non per dipartirsene; che il trattato di Vormanzia le aveva insegnato quanto fosse pericoloso lo stare inerme; che gli apparecchi guerreschi non miravano ad altro che al rendersi sicura dagli insulti di chi le portava mal animo. La sincerissima risposta spiacque all’Inglese; esso quindi metteva ad abusare della sua forza. Sotto colore di chiudere il mare ai soccorsi spagnuoli, predava le navi genovesi, insultava i littorali, e talfiata, quasi a sollazzo, gettava bombe nelle innocenti città.
Genova tra la Sardegna e l’Inghilterra non aveva riposo. Presto vedremo venire l’Austria a sobbissarla.

III.

Non fu che nel 1745 che Genova si risolse di chiarire le sue intenzioni e palesare al mondo gli accordi di Aranjuez. In sulla fine di giugno di quell’anno mandò fuori un manifesto col quale esponeva i danni che a lei derivavano dal trattato di Vormanzia, le inutili diligenze fatte per ischivarne le funeste conseguenze e la necessità in cui si trovava di unire un corpo delle sue truppe in qualità di ausiliarie a quelle dei Borboni e di fornirle di artiglieria, unico partito, diceva, a lei rimasto per preservarsi da quelle rovine, che le sovrastavano.
Poco dopo tal manifesto la Repubblica mandava agli alleati gallo-ispani, che si trovavano attendati tra il Panaro e la Magra, i diecimila soldati promessi, cui diedero in governo, come commissario supremo, al patrizio Gianfrancesco Brignole Sale, e, come generale, al conte di Cecil. Coi Borboniani, i Genovesi combattevano gli Austro-Sardi sulle sponde del Tanaro e della Bormida; prendevano nei primi di settembre Tortona, Piacenza, Parma, Pavia; vincevano il 27 re Carlo Emanuele in gran giornata a Bassignana, e invadevano quindi il Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria.
Mentre le armi della Repubblica si coprivano di gloria nella suddetta guerra, gli Inglesi, come se volessero punire Genova dell’ingiuria che a lei avevano fatta col furto di Finale, e come se loro stesse a cuore di aggiungere la violenza all’ingiustizia, vennero col loro naviglio sopra Savona e gettarono dentro la città più di cento bombe. Speravano, oltre lo strazio di cui parevano assai dilettarsi, che i Savonesi si ritrarrebbero dalla loro fede verso Genova. Ma nessuno si rimutò, e la fortezza rispose coi cannoni, obbligando gli aggressori ad andarsene.
La Repubblica, considerato il fatto di Savona, temette per la capitale; armò, rinforzò le poste, moltiplicò le batterie, mise le galere alla bocca del porto. Le prevenzioni di Genova non andarono fallite.
Il 27 settembre, il giorno stesso in cui re Carlo Emanuele era posto in rotta a Bassignana, gl’Inglesi comparvero al cospetto della Ligure città colle loro navi grosse, e colle palandre, e coi cannoni, e colle pentole. Cominciarono il bersaglio delle bombe; ma non istettero mute le batterie, e fu piuttosto giuoco che seria rappresentazione. Imperocchè per la forza dei cannoni genovesi non potè il nemico approssimarsi tanto da far danno; e poche bombe lanciò, la maggior parte delle quali creparono in aria, le altre piombarono in mare.
Ridevano i cittadini di quella inutile mostra, e si burlavano degli Inglesi. Le donne stesse, accorse in sulle mura della marina, con fischiate, risa e vituperi canzonavano gli aggressori, i quali, sfogato finalmente il capriccio, se ne andarono con una nave rotta, e le palandre fracassate, ed alcune pentole crepate.
Il capriccio però non era passato. Gl’Inglesi continuavano a tributare le terre della riviera. Vennero pure a vista del Finale; i cannoni lanciarono trecento palle, le pentole quasi altrettante bombe. La fortezza rispose con forza; le giuste palle repubblicane cagionarono non lieve danno alle navi nemiche. Pareva che quelle tranquille sedi di uliveti facessero invidia agli Inglesi, e non fossero essi contenti se non le rendessero spaventate e sanguinose.
Il giorno 30 settembre si lanciarono contro San Remo. I Sanremaschi, veduti giungere quegli uomini settentrionali, della cui dolcezza e giustizia avevano da Genova, Savona e Finale avuto novelle, furono invasi dalla paura, e vollero provare se cortesia vincesse villania. Mandarono all’ammiraglio deputati con rinfreschi; gli fecero dire che se egli fosse adirato contro la Repubblica, essi non dovevano portarne la pena, perchè non sudditi di quella erano, ma bensì popoli convenzionati. Se non che l’Inglese rispose loro: «convenzionati o non convenzionati or ora vedrete.» E fece tosto mettere in giuoco i cannoni e le pentole. Sul povero San Remo vennero gittate più di mille due cento palle di cannone e duecento bombe; l’Inglese usava maggior rabbia per le non riusciute sue imprese contro Genova, Savona e Finale: i Sanremaschi pagavano per tutti. Settanta case furono rovinate o conquassate, e parecchi cittadini morti o feriti.
Frattanto le armi della Repubblica colle borboniche invadevano il Milanese, entravano in Milano, mandando sempre più a precipizio le cose austro-sarde in Italia.
Re Carlo Emanuele aveva nel trattato di Vormanzia introdotta una clausola, insueta sì ma che accettata dall’altra parte gli dava un diritto certo ed onorato, cioè che egli potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi aveva il re libertà di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata il 26 dicembre 1745 a Torino, ed un armistizio firmato a Parigi il 17 febbrajo 1746, ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza con alcune terre all’intorno all’infante don Filippo; il Milanese a Casa di Savoja; ed accresciuti a Genova, a Modena, a Venezia i loro possedimenti. Toscana sola toccava a Casa d’Astria; cosicchè tutt’Italia ne sarebbe rimasta indipendente alla fine, divisa tra principi italiani o che lo sarebbero diventati; e poi tutt’Italia doveva stringersi in lega a mantenere quella indipendenza.
Quel negoziato non si conchiuse e si ruppe. Se fosse riuscito, ci sarebbe stato il fatto più bello di quella guerra. Erano dodici secoli che l’Italia mancava della sua indipendenza; ed in allora, libera di stranieri, piena di principati nazionali, avrebbe potuto mano mano venir edificando quella libertà ed unità che le costarono ad acquistarle di poi tanto sangue de’ suoi figli.
Continuò Carlo Emanuele la guerra. Sorprese in bella fazione i Gallo-Ispani in Asti; il 6 marzo 1746 ripresela, e il giorno 11 liberò la cittadella d’Alessandria. Gli Austriaci vinsero in battaglia a Piacenza i Francesi, ricuperarono Milano e Lombardia; e quindi Austriaci e Piemontesi, sotto il comando del generale austriaco marchese Botta Adorno, rigettarono i Borboniani nell’Appennino e poi nelle Alpi e si presentarono innanzi a Genova.
Tra Francesi e Spagnuoli, dopo la perdita d’Asti, era sorta un po’ di diffidenza; gli Spagnuoli accusavano gli alleati di aver fatto cedere Asti per isforzarli ad acconsentire al trattato dello spartimento; quella diffidenza venne mano mano ingrandendo fra le due parti, cioè a misura che peggiori divenivano le loro condizioni in Italia.
I maneggi politici del re di Sardegna non furono estranei a quelle gelosie. Carlo da essi maggior frutto raccolse che da’ suoi sforzi militari stessi, comechè in questa parte non abbia certamente mancato a sè medesimo.
Risultato di quelle discrepanze fu terribile ammaestramento pei piccoli, l’abbandono di Genova, il cui governo, preso da timore al comparire degli Austriaci, venne, come vedremo, a vergognosi patti coll’inimico.

IV.

Un tremendo avvenire stava per piombare sopra l’abbandonata città. Lo sentiva, lo sapeva, e non vedeva a quale partito appigliarsi. I cittadini erano costernati, costernato era il governo. Mentre ognuno già di sè medesimo e della patria stava in forse, arrivavano a furia in città, siccome cacciati da qualche funesto accidente, donne e fanciulli, recando le loro più portabili masserizie. Si venne tosto a sapere che gli Austriaci, assaltata Bocchetta e trovata poca resistenza in coloro che la difendevano, se ne erano impadroniti, e già facevano le viste di avanzare.
In tanto estremo i sopracciò della Repubblica, anzichè darsi a tutt’uomo a provvedimenti di guerra, si appigliarono ad un miserando partito. Mandarono in Langasco, in val di Polcevera, ove trovavansi i Borboniani, deputati a pregare l’infante don Filippo e gli altri generali a non volere abbandonare la città. Esposero i mandati non essere le cose disperate; i malagevoli monti delle propinque valli poter essere scudo e fondamento a far risorgere la fortuna caduta; doversi dar tempo al respirare dei soldati, affinchè la lena e gli spiriti riprendessero; essere Genova pronta a far tutto per difendere la sua libertà e gli interessi de’ suoi alleati; essere città forte e piena d’un popolo geloso delle sue franchigie, pronto per esso a dare il sangue de’ suoi figli; essere i villani delle valli vicine usi alle armi e deditissimi alla Repubblica, i quali, uniti alle soldatesche d’ordinanza, avrebbero potuto giovare assai alla comune difesa; domandare Genova che, siccome per lei sola non aveva combattuto, sola non fosse lasciata contro un nemico, il quale di nessun’altra cosa la imputava, se non di quella di essere stata amica di Francia e di Spagna.
I deputati toccarono poscia gl’interessi degli Stati: importare molto la salute di Genova ai confederati; lei essere chiave d’Italia; se in mano austriaca venisse col famoso suo porto, colle sue comode riviere, essere certo che il regno di Napoli sarebbe in pericolo estremo; là l’Austria imbarcherebbe soldati, artiglierie, provvisioni per l’acquisto del desiderato reame; Genova amica dei Borboni essere antemurale di Napoli, serva degli Austriaci diventarne la ruina; non l’abbandonassero adunque, l’aiutassero, la preservassero.
E don Filippo e quanti generali alla presenza di lui si trovavano risposero con bellissime parole, che stessero pure i Genovesi di buon animo e sperassero bene della patria loro, perchè Francia e Spagna non avrebbero potuto in tanto momento abbandonare la fedele Repubblica. Parlarono di provvedimenti di guerra, d’un campo a Fegino sulla destra sponda della Polcevera.
I fatti dimostrarono quanto fraudolenti fossero quelle parole. Se per necessità militare era cosa tollerabile il lasciare nel fondo dell’abisso chi ci si era messo per colpa altrui, cosa intollerabile e sozza doveva reputarsi l’aggiungere l’inganno al danno, e il nutrire in uomini amici una speranza per cui dovevano, conosciuta tosto l’orribile verità, rimanere doppiamente affannosi e tormentati.
Mentre i capi borboniani le promesse riferite facevano, le truppe difilavano verso ponente, e ponevano su barche gli arnesi e le armi. Seppesi subito dopo come don Filippo già se ne fosse partito per la via di mare alla volta di Nizza, e ogni cosa fosse in moto per una totale partenza. Pretessevano i capi borboniani non sappiano quali fole: che il re di Sardegna infuriava verso Cadibuona, e minacciava Savona e Finale, come se coll’esercito ancora numeroso e coi soldati della Repubblica e colla gente del paese, nemicissima del nome savoiardo, non si fossero potuti facilmente custodire quei luoghi già di per sè stessi forti e guarentissimi.
L’Italia stupì della partenza de’ Borboniani; non poteva comprendere come tanto loro fracasso fosse finito in Signorìa austriaca.
Genova rimase atterrita; si empieva di pianto, di querele e di spavento. Il generale Escher fu mandato al conte Brown, comandante dell’avanguardia austriaca, per vedere se si avesse a fare con uomini discreti. Portò seco rinfreschi squisiti e delicati camangiari. Se non che l’Austriaco li ricusò, più crudo che ingannatore. Escher espose, che la Repubblica non aveva guerra coll’Imperatrice regina, e sperava che l’oste tedesca solo venisse per inseguire l’inimico non per trattare Genova da nemica.
Diede il conte di Brown con fiero cipiglio una dura risposta; egli disse che veniva come nemico, e userebbe con Genova da nemico.
I reggitori provarono mandargli i patrizi Ranieri, Grimaldi, Lomellini coi medesimi discorsi che Genova non era punto in guerra coll’Imperatrice, e che per la necessaria sua difesa solamente era stata costretta a prendere le armi in qualità d’ausiliaria.
Vana prova fu questa pure. Venne finalmente domandato a Brown quali fossero le sue intenzioni. Ei rispose che tosto lo saprebbero; e mandò in Genova il conte Gerani con un foglio. Crudele era il foglio; ma presto ne giunse altro più crudele ancora.
Gli Austriaci frattanto avevano occupato San Pier d’Arena. Improvvisamente e a dismisura crebbe la Polcevera per piogge copiose cadute sui monti, che con molte bestie, arnesi e provvisioni trascinò via quasi mille soldati, che rimasero annegati.
Pareva che il cielo volesse aiutare i reggitori genovesi, ma essi non sapevano aiutarsi.
Il marchese Botta, rinnegato italiano, sentiva come Genova non fosse preda da lasciare ad altri, e venne prestamente da Novi. Agostino Lomellini e Marcello Durazzo andarono a lui, e con mesti accenti gli rappresentarono l’innocenza di Genova, la necessità inevitabile che le aveva messo le armi in mano, il diritto incontrastabile che ella aveva avuto di usarle in quel modo. Gli raccomandarono finalmente una città famosa al mondo, città piena di maravigliosi edifici, appartenenti alla civiltà ed alla religione, città infine che era tanto sua, quanto di loro medesimi; imperocchè il nome dei Botta Adorno trovavasi numerato fra le famiglie patrizie ed inscritto nel libro d’oro.
Le voci miserande d’una eletta patria, d’un’inclita città, anziché muovere a mansuetudine, non fecero che vieppiù indurare l’intrattabile capitano austriaco. Disse che da nemico era venuto, da nemico voleva trattare Genova; che vincitore era, e contro Genova vinta userebbe la vittoria; obbedissero tutti ed eseguissero quanto era detto nel foglio che in mano teneva. Sincroni scritti narrano che Botta portasse odio a Genova per essere stato suo padre quarantott’anni prima dalla Repubblica, per attentato commesso da lui nel territorio di Ovada, d’ogni cosa spogliato e dannato nel capo, promettendo perfino una taglia a chi l’avesse ammazzato. Ma oltre a ciò il muovevano il suo mal animo, gli ordini dell’Imperatrice, forse anche la cupidigia dell’oro.
Volgeva il 6 settembre 1746 quando succedeva quanto abbiamo narrato.
Le intimazioni di Botta erano le seguenti: «Che alle ore ventitre di quello stesso giorno si consegnassero le porte della città alle truppe della regina d’Ungheria; che la guarnigione rimanesse prigioniera di guerra; che i disertori fossero dichiarati con promessa però di perdono; che si consegnassero tutte le artiglierie, armi e munizioni sì da guerra che da bocca raccolte per cagione di guerra; che la Repubblica comandasse a’ suoi popoli, soldati e milizie a non commettere ostilità contro i soldati della regina, contro i suoi alleati e dipendenti; che fossero liberi l’accesso e l’uscita del porto alle navi delle potenze alleate; che fossero notificate le persone e le proprietà dei Francesi, Spagnuoli e Napoletani; che il castello di Gavi si desse subito e rimanesse la guarnigione prigioniera di guerra; che durante quella guerra le soldatesche austriache avessero libero passaggio per tutti gli Stati e piazze della Repubblica; che il doge e sei senatori fossero spediti a Vienna dentro lo spazio d’un mese per implorare la clemenza cesarea e domandare perdono dei passati errori; che si liberassero tutti gli ufficiali e soldati austriaci od alleati d’Austria presi in guerra; che la Repubblica sborsasse incontanente cinquanta mila genovine(1) da dispensarsi ai soldati a titolo di rinfresco e pel quieto vivere, oltre le contribuzioni di guerra, circa le quali ella dovesse intendersi col commissario Chotek; che con ciò gli Austriaci si terrebbero in disciplina e pagherebbero ogni cosa in contante; che la convenzione valesse fino a ratifica o cambiamento da Vienna; che intanto quattro senatori si mandassero ostaggi nella capitale dell’Impero.»
Tali intimazioni vennero accolte dai deputati con orrore e dolore. Il Botta ciò scorgendo disse: « Dovete rimanermi obbligati che vi apro la strada da poter riscattare la libertà e la vita, le quali se non vi tolgo, vi sia d’argomento, che nè d’umanità sono spoglio, nè dimentico di quella patria che chiamate mia. Se poi ad alcuno gravi ed acerbe condizioni parranno, costui pensi, quanto più grave ed acerbo sarebbe il vedersi sforzare le case, involare le sostanze, trarre in servitù, e ferro e fuoco e sacco sofferire, ed ogni più dura cosa sostenere di quelle, con cui i vincitori sogliono i vinti ricalcitranti punire. »
Lomellini e Durazzo si provarono nuovamente a condurre a più miti sensi l’animo del Botta. Dissero dell’impossibilità di eseguire le imposte cose; come nel breve tempo prescritto non potessero i consigli deliberare, essendo statuito dalle leggi della Repubblica che quando si trattava di cose gravi, come quell’era, nulla si dovesse nello stesso giorno deliberare.
L’Italiano, fatto austriaco, per niente commosso, rispose, non esservi più altra legge che la sua volontà, e le condizioni eseguissero perchè così voleva.
La mezza notte era già scorsa, quando fu posto fine al tremendo colloquio. I deputati s’affrettarono a rapportare al doge le parole di Botta. Si convocò in ora straordinaria il consiglio; vi si trattò dell’inesorabile volontà dell’inumano generale. Genova avrebbe avuto d’uopo in que’ supremi momenti d’uomini energici, di quegli uomini che a difesa della libertà, anzichè tergersi colle mani gli occhi bagnati di pianto, non istanno un istante in forse ad armare la mano d’un ferro ed a chiamare il popolo tutto contro il nemico. Ma erano mutati i tempi per Genova. I suoi reggitori non sapevano trovar fiamma al pensiero dell’opere grandi che i grandi Genovesi avevano operate. I nomi degli Adorni, dei Fregosi, dei Doria ed altrettali non giungevano ad iscuoterli. Una sol donna antica genovese valeva per tutti quei padri; quelle donne che, serrate in unità di falange, animose volavano al conquisto del sepolcro del Nazareno; facevano gitto de’ loro gioielli e dorerie per cingere la città di baluardi; pugnavano, ministravano le armi; quella bellissima figlia di Fulcone Guercio che, ferita la mammella di strale, cadeva a lato de’ combattenti suoi padri, incitandoli all’ire.
Gli uomini dell’oggi, al racconto delle sciagure che soprastavano alla Repubblica, in atteggiamento mesto e doloroso rimangono, come coloro che, sopraffatti dalla paura, non sanno a qual partito appigliarsi.
Per ordine dei supremi consigli si chiamò alfine un consiglio di guerra. Vi assistettero gli ufficiali generali, i brigadieri e i colonnelli. Degni servi degli uomini fiacchi che reggevano la Repubblica, essi opinarono che la città per la poca soldatesca non poteva resistere alla forza superiore degli Austriaci; che non v’erano vittovaglie se non per pochi giorni; che la folla delle popolazioni della Polcevera e del Bisagno, venute a ricoverarsi dentro le mura, oltre il consumo dei viveri, cagionerebbe maggiori confusioni e minore difesa; che il contrastare con guerra non ridonderebbe in altro che in un totale esterminio.
La Signorìa si credette stretta da una ineluttabile necessità a piegare il collo, e vergognosamente il piegò. Acconsentì alle condizioni, il minor consiglio le approvò; venne sottoscritto il foglio fatale e lo si rimandò a Botta; il quale, non sì tosto l’ebbe ricevuto, ordinò ad una banda di granatieri prendessero possesso della porta della Lanterna. In sull’annottare del dì 7 mandò a dire ai Genovesi che voleva anco la porta san Tommaso. I deputati recaronsi a lui, e rappresentarongli come avesse a voce detto s’accontenterebbe di una sola. Il tristo Italiano a quelle parole, con un ghigno infernale, rispose che se dessi non avevano cervello lo aveva ben lui; che col domandare una porta, non aveva punto inteso un mucchio di sassi in arco, ma sibbene un adito aperto e libero per Genova, e che voleva porta san Tommaso. Ei se la ebbe; come pure per ordine della Signorìa ebbesi il castello di Gavi; ma non senza sdegno di Gianluca Balbi, che lo governava.
Occupate le porte Lanterna e san Tommaso, occupazione che era la servitù di Genova, la Signorìa, postergando insino all’estremo ogni dignità, mandava copiosi rinfreschi e cibi preziosi al Botta. Ma questi che di ben altri rinfreschi che di gola aveva voglia, ricusò il tutto. I sopracciò, temendo che il popolo, veduto il rifiuto in uno all’inaspettata consegna delle porte, potesse uscire in atti «imprudenti» – così i governi deboli chiamano la libera manifestazione del popolo contro ai nemici – ordinarono che i canestri prelibati fossero lasciati nella casa della missione di Fazzuolo. Quei religiosi godettero parte di quei doni, parte ne diedero ai poveri.
Il giorno 8 settembre arrivava in San Pier d’Arena l’annunciato commissario Chotek. Furono tosto dalla Signorìa mandati a lui Giambattista Grimaldi e Lorenzo Fieschi; a questi il duro Tedesco disse che la regina d’Ungheria era clementissima; che lasciava lo Stato ai Genovesi, ed in libertà di governarsi colle proprie leggi, cose di cui ella avrebbe potuto giustamente privarli per diritto di guerra e di confisca; che per cagione loro i Gallo-Ispani avevano trovato aperto il varco per introdursi in Lombardia, cui avevano sino in fondo desolata e guasta; che la regina aveva ogni ragione per domandare ai Genovesi il rifacimento dei sofferti danni; ma che siccome clemente era e buona così si accontentava soltanto di tremilioni di genovine, uno de’quali fra quarantotto ore, il secondo fra giorni otto, il terzo fra quindici. Concluse colle sue intimazioni, e disse badassero bene che se non pagavano i milioni avrebbero ferro, fuoco e sacco.
I deputati genovesi rimasero attoniti e pieni di spavento all’udire di quell’enorme contribuzione, che sarebbe stata insoffribile ad una ricca provincia, non ad una città sola. S’aggiunga che il Botta, il quale aveva ricevuto le cinquantamila genovine a titolo di primo sollievo pei soldati, e per cui, secondo la promessa, doveva contenerli in disciplina, e pagare ogni cosa in contante, andava moltiplicando in nuove e gravose richieste di tende, farine, biscotti, bastimenti da trasporto, in somma in tutto ciò che poteva abbisognargli, senza fare pagamento veruno. I deputati erano andati a trovarlo, lamentandosi e protestando che i Genovesi perivano sotto il peso di tanti balzelli e di tante avanie; ed egli aveva risposto «che bene restavano loro gli occhi per piangere». Così Genova pagava ad uno spietato nemico il fio del suo Finale, che esso stesso le aveva ingiustamente ritolto.

V.

Il generale Botta aveva detto ai Genovesi che ben loro rimanevano occhi per piangere. Ora vedremo come rimanessero loro pur mani per battere. L’abbiam detto nel primo capitolo, la tirannide ha pure un limite. Raro i popoli danno come Roma sotto Domiziano esempio di solenne pazienza, tollerando il colmo della servitù a cui la tirannide li ha condotti. Quando il giogo si è fatto insopportabile basta una parola, un atto a far sorgere il popolo contro l’oppressore.
Il Botta instava, e il Chotek più di lui, perchè presto Genova pagasse il primo milione. In caso contrario minacciavano l’esecuzione militare, non rendendosi garanti di quanto potesse in città accadere per parte delle soldatesche sguinzagliate.
Non soltanto que’ due inumani uomini si alzavano su colle acerbe domande per pagare e pascere l’esercito, ma benanco per procacciare ogni fornimento necessario alla spedizione che intendevano di fare contro la Provenza e contro Napoli.
Invano i deputati pregarono Chotek divenisse più umano; invano il pregarono a non voler la rovina della città, ad accontentarsi di una minore somma, od almeno a dare respiro sufficiente per trovarla. Volle la somma intera, accordando soltanto un breve indugio.
Il Senato, oppresso da una ferrea necessità, prese una risoluzione insolita e spaventosa, e fu di por mano nel sacro deposito di san Giorgio, dov’erano i capitali, non dello Stato, ma di uomini particolari, i quali, avendo fede in Genova, là avevanli investiti, mai immaginando, fra avvenimenti possibili di quaggiù, una irruenza di Austriaci, noti per la loro fame degli altrui averi. Si fecero i sacchi, si aprirono le porte, si caricarono le some, e l’illibato denaro fu portato all’avidissimo Chotek. Ei ne gongolava tutto per la gioia; ma i Genovesi ebbero a provarne sommo dolore; molti avrebbero desiderato di non essere mai venuti al mondo anzichè vedere quel denaro cadere in mani austriache.
I barbari nordici aspettavano senza remissione il tempo prefisso per l’estinzione delle altre due rate. Nè cessavano con tutto questo le domande del Botta per nuovi attrezzi militari, nè le molestie dei soldati contro li cittadini, cui per la più frivola cagione, e talfiata senza cagione veruna, disonestamente bistrattavano così fuori, come nelle case. «Non mai, scrive lo storico Botta, si vide un soldatesco furore simile a quello. Certamente se i Genovesi fossero stati, non uomini, ma bestie, con tanta rabbia non si sarebbe incrudelito contro di loro».
L’esecrabile fame dell’oro genovese andava ogni dì piú che l’altro moltiplicandosi nell’empie gole austriache; per essa i soldati di Maria Teresa avevano dimenticati perfino gli interessi del re di Sardegna.
Il banco di san Giorgio turbava i sonni di Carlo Emanuele, il quale, oltre l’avere il marchesato di Finale, voleva pur partecipare in que’ monti di genovine. Il ministro di lui conte Bogino il sollecitava, ed egli per sè ci andava assai volentieri. Il re si lamentò cogli Inglesi, i quali, essendo ancor più teneri di lui che degli Austriaci, molto efficacemente lo favorivano.
Villet, ambasciatore inglese, e Townshend, ammiraglio, trovarono che Carlo Emanuele aveva tutte le ragioni, e mandarono una nave con uno sciambecco(2) nel porto di Genova. Fu lasciata entrare, chè, come abbiamo letto nelle intimazioni del Botta, doveva il porto essere libero anco alle navi delle potenze alleate. Il capitano si ancorò alla bocca, non per semplice stazione, ma per commissione crudele. Quanti legni arrivavano, tanti faceva venire a bordo, poscia li metteva in preda, arnesi di guerra o non di guerra, vettovaglie o non vettovaglie portassero.
I Genovesi alzarono grida dolorose, poichè ben scorgevano come alla rapacità soldatesca si sarebbe presto aggiunta l’inesorabile fame. Non era punto da dubitarsi, che, sparsasi la voce dell’infame condotta degli Inglesi, nave nissuna più non si sarebbe indirizzata a Genova.
I deputati della città andarono dal Botta, gli rappresentarono che se quegl’Inglesi non se ne fossero andati, o non avessero cambiato modi, la fame avrebbe consumato non solamente i Genovesi, ma anco gli Austriaci; che il pretendere che la città pascesse l’esercito, ed il torle il mezzo di far venire i viveri, era un volere cose contradditorie; che poichè pei capitoli dell’accordo si era statuito non potessero i cannoni della Repubblica discacciare gl’insolenti, facesse almeno opera egli che cessassero. Rispose, che farebbe; eppure la rapacità continuava. Instarono di nuovo, e di nuovo rispose che farebbe. Ma era nulla di nulla; imperocchè l’Inglese continuava; porto e città erano desolati.
I reggitori della Repubblica fecero domandare al capitano stesso della nave nemica, perchè contro Genova in quella guisa operasse. Rispose ipocritamente dolergli tal cosa, ma esservi astretto dagli ordini superiori; condannare egli pel primo come ingiusto il suo operare e di pochissimo onore per la sua nazione, ma essergli giuocoforza obbedire.
Botta non rimediava, pretessendo ragioni che per comando di Maria Teresa nulla poteva imprendere che potesse arrecare disgusto a Carlo Emanuele o contrariare le sue intenzioni.
Gli storici non dubitano a credere come tra Austriaci ed Inglesi fosse una sola bottega.
Una terza volta i Genovesi si lamentarono col Botta. Dopo lunga discussione il generale concluse col promettere che avrebbe dato alle navi che sarebbero giunte in porto passaporti che l’Inglese rispetterebbe. Quei passaporti si davano in apparenza gratis, ma in sostanza no; chè anzi costavano grassi beveraggi.
In mezzo a congerie tale di danni e di disastri e sul timore di maggiori, avevano i cittadini concepito tanto terrore, che, dimentichi della patria e forse di loro medesimi, abbandonavano le proprie case e l’antica sede delle proprie famiglie, si dannavano all’esilio volontario, e andavano cercando se nel mondo fosse qualche regione in cui ancora si pregiasse il giusto e l’onesto, e trovasse la sventura compassionevoli cuori. Molti dei principali negozianti erano già partiti, già partivano alcuni dei primari patrizi, portando seco quanto di prezioso era asportabile. Nasceva il pericolo che, seguitandone altri l’esempio, si venisse finalmente a tale da mancare nel minore consiglio il numero dei suffragi necessario per andare a partito e fare le deliberazioni; cosa che sarebbe riuscita di totale esterminio in tanta necessità di provvisioni subite ed importanti. Con una legge si ordinò agli annoverati nel minor consiglio a non scostarsi per un anno dalla città o dalle vicinanze sotto pena del pagamento d’una multa di quattromila scudi d’oro e di essere mandati a confine per dieci anni.

VI.

Mentre Genova era in preda alle surriferite sciagure, nelle riviere andava pur precipitando il suo Stato. I Piemontesi, guidati dal conte della Rocca, si erano già avanzati nella riviera di ponente, avevano presa la città di Savona, solo rimanendo in potere della Repubblica il castello, alla cui custodia era Agostino Adorno, nobile per lignaggio ed ancor più per valore. Comechè egli si fosse avveduto che la fortuna di Genova andava cadendo in disperazione, da nessuna parte gli si aprisse speranza di soccorso, intento solamente al suo dovere, aveva risposto alle chiamate di dedizione che gli erano state fatte, che la Repubblica gli aveva dato in guardia la fortezza e alla Repubblica la voleva conservare.
Nacque da una tale opposizione un caso per parte degli Anglo-Austriaci, cui non sappiamo classificare se più iniquo o più ridicolo. Gli Inglesi, vilmente torcendo a danno del più debole il senso dell’articolo della intimazione del Botta, in cui era detto che i Genovesi non potessero commettere ostilità contro gli Austriaci e loro alleati, pretendevano che Agostino Adorno non dovesse in modo veruno sturbare i Piemontesi nelle opere che facevano contro la piazza di Savona, come se i Genovesi fossero obbligati a lasciarsi uccidere senza la menoma resistenza.
Il misero Adorno, mosso o da una fede eccessiva nei patti, o da una prepotenza, di cui non poteva conoscere, se ricusasse, gli effetti contro l’infelice sua patria, frenò la destra, e fece tacere i cannoni. I Piemontesi poterono farsi avanti a loro bell’agio nei lavori della per loro non difficile ossidione; imperocchè procedevano contro chi non voleva difendersi per rispetto ai patti stipulati, o per timore d’una incredibile prepotenza.
Quando poi le trincee, e le alzate, e le scavate, e gli spinapesci, e i gabbioni, e le fasciature, ed altre simili invenzioni di guerra furono condotte a compimento, senza che il castello dêsse segno, i Piemontesi cominciarono molto furiosamente a bersagliarlo con palle e bombe. L’Adorno, sebbene fosse sul disavvantaggio, per avere il nemico preso i luoghi più propizi all’attacco, non si smarrì punto; e poichè al fuoco si era venuto, col fuoco vigorosamente rispose. Nè cedè, come vedremo, se non quando per la rottura della muraglia era divenuto evidente che non a mancanza d’animo, ma ad una necessità di guerra obbediva.
Carlo Emanuele, geloso di ricuperare la sua Nizza, non si era punto fermato all’intoppo trovato a Savona. Lasciati ivi sufficienti manipoli di soldati, aveva più oltre proceduto, preso Finale, già bloccato dal principe di Carignano, occupato tutto il paese, e non aveva trovato impedimento che a Ventimiglia. Quivi era ancora forte mano di Francesi, i quali ricusarono di cedere alle intimazioni di Carlo Emanuele. Laonde fu necessità al re d’usare la forza per domarli. Fatte venire per mare le grosse artiglierie, battè talmente la piazza che il comandante, fatta per otto giorni onorata difesa, fu obbligato ad arrendersi.
Destino non dissimile ebbero i castelli di Villafranca e di Montalbano, i quali, venuti dopo debole contrasto in mano dell’antico padrone, gli aprirono l’adito a Nizza.
Carlo Emanuele desiderava di andare senza porre tempo di mezzo a tentare le sponde del fiume Varo; ma fu costretto di frenare il corso alcun giorno, essendo stato in Nizza colpito dal vaiuolo.
In sullo scorcio del mese di novembre, sempre fermo nel suo divisamento, accompagnato dall’austriaco Brown, passò il re il Varo, recandosi alla conquista della Provenza. Di tale invasione ebbe a soffrirne anco l’infelice Genova; imperocchè, avendo gli Austro-Sardi trovato il paese invaso spoglio affatto di viveri, da quella città traevano le provvigioni, il che la metteva in augustie tali da non potersi adequatamente descrivere. Oltre a ciò abbisognando gli aggressori di grosse artiglierie per battere le piazze forti, ed innanzi a tutte quella di Antibo, nè essendo riuscibile a Carlo Emanuele di far venire le sue in numero sufficiente per le difficoltà che un anticipato inverno aveva arrecato alle strade, decisero di servirsi di quelle di Genova; per cui scrisse al Botta che le mandasse. Il generale austriaco ne fece istanza alla Signorìa con qualche dolcezza di parole; ma però con minaccia che se non le dêsse le avrebbe prese da sè. Ebbe per risposta che la Repubblica non poteva concedere ai danni altrui quelle artiglierie che alla sua difesa soltanto erano destinate; che del rimanente essa non aveva mezzi per opporsi alla forza, qualora si fosse voluto con violenza levarle.
Forte risposta, che dimostrò non avere ancora l’estrema sventura del tutto accasciati gli animi dei patrizi genovesi.
Botta, veduto come fosse mestieri fare da sè, andava nell’arsenale visitando i depositi delle artiglierie, dei mortai e degli attrezzi, come pure i cannoni che in più felici tempi erano stati in sulle mura piantati a difesa della patria. Questo e quel pezzo sceglieva; e già aveva dato principio a trasportarli alla volta della Lanterna, donde intendeva inviarli sulle navi a Carlo Emanuele, il che fu presto cagione di quel furore di popolo che or ora narreremo.
Non meno di Genova e della riviera di Ponente era in lagrimevole stato la riviera di Levante. Quivi erano venuti colle loro genti austriache i generali Piccolomini e Kai, e l’avevano occupata in tutta la sua lunghezza da Nervi sino alla Spezia, nel quale golfo soggiornarono a loro arbitrio i vascelli inglesi e le galere sarde. Le insolenze, le rapine, le violenze soldatesche anche qui andarono al colmo: le estorsioni erano incredibili; il più basso uffiziale esigeva, sotto titolo di quartiere d’inverno, di quieto vivere, o d’altro pretesto, ciò che più venivagli pel capo. Gl’infelici abitanti cercavano alla meglio di soddisfare alla cupidigia degli ospiti rapaci; tuttavia non andavano esenti dagli strapazzi. Coi più acerbi modi venivano le comunità sforzate a dare grosse provvisioni di carni e di altri generi che dal paese non erano prodotti. Gli uffiziali dicevano: «Dateci il denaro, e ci provvederemo da noi medesimi.» Davano i Riveraschi anco il denaro, e tuttavolta le molestie e le vessazioni continuavano. E guai a chi si fosse indugiato all’impazienza austriaca. Le sconcie parole non solo, ma gl’immani fatti e le battiture stesse e le mortali ferite avrebbe dovuto soffrire.
Tutto il corpo della Repubblica era rotto e sanguinoso; tutto stretto dalla forza nemica; eppure i suoi tiranni avevano ancor paura che si riscuotesse. Domandarono gli statici, come se il più puro sangue degli onesti cittadini dovesse stare per la mallevadoria della schiavitù.
Sono ben schifosi gli oppressori dei popoli!
Al periglioso sacrificio furono scelti ed a Milano mandati, Giannicolò Santi e Carlogrillo Cattaneo, senatori, Giambernardo Veneroso e Negrone Rivola, patrizi.
Nel colmo di tanti affanni giungeva in Genova un conte Cristiani, gran cancelliere di Milano. Nato suddito della Repubblica, scritto nel libro d’oro, il suo arrivo diede qualche speranza a chi già più non ne aveva. Ma non più tenero verso la patria che il Botta, veniva egli a molesto cómpito. Non si tosto in Genova, egli stabiliva un ufficio di posta per Milano e paesi austriaci, non si fidando delle poste genovesi. Una rappresentanza della città si presentava a lui, raccomandandogli che sospendesse quell’istituzione. Rispondeva il cancelliere che non poteva nulla, e se ne partiva colle sue tasche e le sue bolgette.
Infrattanto lo spietato generale Botta andava sempre più aggravando la mano sulla sventurata Repubblica. Nè meglio rispettava la sua sovranità che la possibilità del pagare. Sforzava i magistrati a mettere in libertà i figli di un tal Domenico Rivarola, ladro e ribelle, il quale incitava allora a ribellione la Corsica ad istigazione di Carlo Emanuele. Questo re non si vergognava di servirsi di quell’impuro e vile uomo per turbare alla Repubblica lo Stato quieto in quell’Isola.
L’aspetto di Genova mostravasi squallidissimo; ad ogni momento grida d’uomini tormentati da crudeli aguzzini sorgevano ora in questa, ora in quella via; le botteghe si chiudevano per paura, per violenza si aprivano; i generali, gli uffiziali, gli stessi gregari usavano verso i cittadini asprezze sopra ogni credere, i più barbari trattamenti. S’accostavano alle botteghe per comperare generi; facevano o pesare, o versare, o tagliare ciò che loro piaceva, eppoi pagavano come saltava loro pel capo, senza riguardo di giustizia e di onestà, adoperando persino il bastone contro que’ meschini che prontamente non soddisfacessero alle loro richieste.
I deputati Grimaldi e Fieschi lamentavansi a nome della città col Botta delle insoffribili violenze. Il Tedesco rispondeva stringendosi nelle spalle, e dicendo, che quella era guerra, e che pure, ripetè, avevano i Genovesi gli occhi per piangere.
La giustizia era sospesa, i magistrati più non esercitavano gli uffici. Offendeva massimamente gli occhi del popolo il vedere il doge, l’uomo in cui era raccolta tutta la dignità della Repubblica, e che allora era Gianfrancesco Brignole Sale, chiaro per virtù e per costanza pari alla disgrazia, uscirsene senza onore di palazzo, mentre al tempo lieto sempre l’accompagnavano e la comitiva del grado ed i soldati attenti a fargli onoranza. Ciò era forse arte in Gianfrancesco, oppure dolore, o rispetto verso le pubbliche calamità. Se non che il popolo l’attribuiva a proibizione dell’Austriaco, e d’infinito sdegno se n’infiammava.

VII

Chotek andava intanto domandando il pagamento del secondo milione di genovine, e minacciava se non fosse eseguito, sacco, ferro e fuoco. All’avara e feroce intimazione Grimaldi e Fieschi andarono dal Botta, lamentandosi della gravezza della domanda e dimostrando l’impossibilità di soddisfarla. Ma tanto il generale, quanto il commissario avevano l’animo indurato ai patimenti degli infelici. Ei venne fuori con un proverbio tedesco assai usitato in Vienna e che significa: «La cosa deve essere così.» Instarono i deputati, e il generale allora pronunciò questa parabola: «C’era una volta Thamas Kulikan, il quale voleva intraprendere la guerra contro il Signore dei Turchi. Era entrato senza ragione alcuna nell’imperio del Mogol e ne aveva trasportato immensi tesori e ricchezze immense, di cui si servì per sopperire alle spese delle meditate conquiste.» Tirando indi la cosa a Genova, il Botta soggiunse «che l’Imperatrice, regina d’Ungheria, faceva la guerra contro i Francesi e che lo stato di Genova considerava come il suo Mogol.»
Così un Italiano per conculcare Italiani si serviva dell’esempio d’un Tartaro.
Non trovata pietà veruna in uomini spietati, Genova si apprestava a cercare il milione. Creossi un magistrato di tredici membri, uno decorato della toga senatoria, il quale a tutti presiedeva, due della toga procuratoria, cinque eran patrizii ed altrettanti cittadini o popolani dei migliori, acciocchè ad un tristo, ma inevitabile ufficio attendendo, con un balzello ad arbitrio, ma con equità posto sui più facoltosi, raggranellasse il secondo monte di genovine. Ma vedendosi il denaro di gran lunga inferiore al bisogno, e maggior tempo richiedendosi per raccoglierlo di quello fissato da Chotek, il quale già minacciava sacco e rovina, fu forza di compire la somma col denaro estratto una seconda volta dalla cassa di San Giorgio.
Al veder riaprire le porte del luogo che sacro a tutti doveva essere, immenso dolore s’aggiunse al dolore che già sì grave era nel cuore dei Genovesi.
Benedetto XIV, alle inaudite oppressioni ed angustie della Repubblica, si commosse. Scomunicare un generale apostolico sarebbe stata marchiana davvero; ma il pontefice, che al postutto non era tristo uomo, volle mettersi di mezzo tra Austria e Genova. Ordinò al suo nunzio in Vienna che caldamente si adoperasse presso Maria Teresa, affinchè si mostrasse clemente verso la Repubblica ligure. Il nunzio ebbe per risposta dalla bocca stessa dell’Imperatrice, che, in grazia delle preghiere del pontefice, si contentava di desistere dalla domanda del terzo milione. Il nunzio scrisse a Benedetto; questi alla Repubblica.
I Genovesi già se ne rallegravano, quand’ecco Chotek, senza cui non era bene far conti, domandare colle solite minaccie il terzo milione; più un quarto milione per gli alloggiamenti invernali; più ducento cinquantamila fiorini per prezzo «clementissimamente» come disse, valutato dalla sua Imperatrice e padrona, di que’ magazzini di viveri che pel mantenimento delle soldatesche della Repubblica avrebbe dovuto essere in Genova all’arrivo degli Austriaci.
Invero quegli appicchi militari per estorcere denaro erano cose incredibili e spaventose.
I Genovesi, ingannati crudelmente, vennero allora in forse di loro medesimi, e temettero del totale sterminio della loro patria. I deputati tornarono da Botta, lo pregarono a muoversi a giustizia verso la desolata città, e gli dimostrarono l’impossibilità di soddisfare alle insaziabilità del commissario. Il generale lasciò capire che se in Genova non si trovava oro ed argento a sufficienza, mettessero i cittadini mano nei capitali che possedevano in Inghilterra, in Francia, in Olanda, in Italia, in Alemagna, e con essi soddisfacessero. Soggiunse ironicamente parlando che, poichè tanto amavano la patria, non dovevano ritrarsi dal fare l’indicata deliberazione per salvarla. Ma quasi subito ritirandosi dalla sua proposizione, forse perchè aveva parlato con Chotek, riprese dicendo che voleva vedere oro e non carte, e tornò in sul volere che si pagassero in contanti il milione delle genovine colle due aggiunte sopra accennate.
Governo e cittadini erano costernati; ma Botta e Chotek non si curavano punto della costernazione e dei dolori altrui: essi si fondavano sulle baionette e sui cannoni. Chotek anzi venne apertamente in sul dire, come se Thamas Kulikan fosse lui stesso, che quanto era in Genova e quanto possedevano gli abitatori, tutto all’Imperatrice apparteneva, e che qualsivoglia cosa avessero voluto serbare, dovevano ripeterla dalla di lei generosità e clemenza. Con ipocrito dolore poi andava il commissario dicendo che gli ultimi mali sovrastavano a Genova, ignara che cosa realmente fossero gli estremi della guerra; ch’egli però lo sapeva, e, comechè avesse il cuore indurato fra l’armi, al solo pensarvi ne sentiva raccapriccio ed orrore. Diceva che avrebbe lasciate le truppe per le esecuzioni, ma in quanto a lui sarebbe uscito dalla città per non vederne cogli occhi propri l’eccidio e la desolazione. Replicatosi dai deputati che qualunque trattamento non poteva indurre Genova a pagare, il truculento Chotek soggiunse che essi parlavano in quella guisa, perchè mai non avrebbero potuto figurare, nè concepire nell’animo i mali che li minacciavano, i quali di gran lunga avrebbero superato ogni immaginativa.
Per mostrare poi come fosse risoluto di eseguire ciò che aveva minacciato, diede ordine che gli uffiziali e i soldati vieppiù insolentissero. Laonde si videro questi bentosto girare baldanzosi per la città, ed insultare ai pacifici cittadini e ai tranquilli soldati della Repubblica. Visitavano le porte ed i posti dove ancor erano truppe genovesi, e bravavanle, e da loro imperiosamente richiedevano qual numero di gente abbisognasse per provvedere le necessarie sentinelle, affermando che presto sarebbero venuti a prenderne possesso.
Soldati od uffiziali incontrandosi per le vie con soldati od uffiziali della Repubblica superbamente e con atti del maggior disprezzo li riguardavano. Notavano a voce alta gli Austriaci le case cui designavano al sacco. Alcuni uffiziali, portando al sommo la loro impertinenza, cavalcavano con barbarica iattanza nel chiuso ricinto di Porto Franco, dove, all’ombra del diritto comune delle genti e sotto la fede della Repubblica, stavano raccolte le ricchezze del commercio fra le nazioni, vantandosi che tutto quel tesoro era loro roba e che presto ne avrebbero pigliato possesso. Altri apposta andavano spargendo funeste voci, e profetizzavano che non passerebbero otto giorni che il sangue inonderebbe Genova, e che i mucchi dei cadaveri farebbero mostra ancor più terribile del sangue.
«Furore che più non pensa, scrive lo storico Botta, furore che più non regge, gonfiava gli animi poco sofferenti dei Genovesi.» Era il caso in cui i versi immortali di Petrarca si dovessero tradurre in fatto:

«Virtù contro furore
Prenderà l’arme e fia ’lcombatter corto;
Chè l’antico valore
Nell’italici cor non è ancor morto.»

Sì, era giunto l’istante in cui un popolo oppresso, ma non domato, doveva fiaccare l’orgoglio a chi con tanta insolenza lo insultava e lo rubava.
Il popolo genovese ha anima, è vero popolo italiano; non poteva esso più a lungo sopportare il terribile giogo.

VIII.

Il Botta dava opera al suo divisamento di togliere via le artiglierie di Genova per mandarle in Provenza, ove gran terrore regnava alla fama dell’esercito confederato. La Francia era lasciata a sè stessa. Gli Spagnuoli, rotto quasi l’accordo con essa, avevano preso la via per riguadagnare le case loro e rifarsi delle fatiche e dei danni sofferti in lunghi viaggi ed in accannita guerra. Francia sola non poteva bastare con soldati scemi per morti e diserzioni, resi deboli dalle tante fatiche, non solo a combattere lunga guerra, ma ad opporre una diga all’irrompere dei soldati vincitori di Londra e di Vienna.
La causa dei Borboni pareva perduta. «Ma, era fatale, scrive il Buonamici, che alla virtù dei Genovesi, la Francia andasse obbligata della sua salvezza, l’Italia della sua libertà.»
Qui ci è forza accennare come noi non accordiamo punto col Buonamici. Imperocchè è ben vero che l’eroismo genovese dalla rovina salvò colle sue le terre meridionali di Francia; ma non possiamo capire che razza di libertà salvasse all’Italia, quando la cecità del governo piemontese aveva fatta lega per riconfiggere nella Penisola il chiodo fatale dell’austriaca dominazione. La reggia di Torino non poneva punto mente alle voci di Dante e di Macchiavelli, e i suoi ministri ignoravano i bei versi di Petrarca:

«Ben provvide natura al nostro Stato
Quando dell’Alpi schermo
Pose tra noi e la tedesca rabbia.»

Gli Austriaci avevano cominciato col levare i più grossi cannoni dalle mura e dai posti della città; e già tredici pezzi coi loro carriaggi avevano trascinati verso la Lanterna, dove attendeva un naviglio inglese per riceverli a bordo, e portarli a destinazione. Fremeva il popolo nel vedersi involare quelle armi che erano state apprestate a sua difesa. Dalle maledizioni tacite, passava alle minacce aperte:
« — Costoro, diceva, vengono a rubarci l’oro per consumare, e anco ci disarmano per poterci a loro agio scannare.»
E l’indignazione, la rabbia, l’orrore andavano sempre più manifestandosi nel minuto popolo, il quale, coll’animo invasato dal furore e dalla vendetta, s’affollava e fremeva e mormorava là dove qualche ingombro od intoppo nasceva intorno alle artiglierie, che per le strette e montuose vie di Genova si conducevano dall’odioso nemico verso la porta a riva il mare.
Il popolo stava per insorgere; e quando il popolo si desta, diremo col poeta soldato Goffredo Mameli, il martire di Roma:

«Dio si mette alla sua testa
Le sue folgori gli dà.»

Le grandi rivoluzioni mai sempre furono fatte dai popoli. Il popolo tant’oltre non guarda; esso non numera il nemico; non calcola: ma sorge, combatte e muore. Il patrizio pensa ed è vizio, la plebe opera ed è virtù. Gli uomini dubitosi non salvano mai gli Stati, soltanto il popolo sa eseguire i grandi rivolgimenti politici, sa distruggere d’un colpo gli artifizi lungamente combinati dalla tirannide.
Nonostante i segni del nembo che s’aggirava in aria, Botta continuava nella sua ostinazione, quasi che Iddio pel castigo degli oppressori gli avesse tolto l’intelletto. Chotek, con quella sua avidità dell’oro, non sapeva alla sua volta quello che si facesse; solo andava gridando: danaro, danaro, date qua danaro!…
E tra i cannoni e il danaro scese tremenda la vendetta di quel Dio, che i potenti atterra e gli umili solleva.
Era il 5 dicembre 1746. Il pallido sole d’una bella giornata d’inverno brillava allegro e puro su d’un limpido, azzurro cielo. Il mare increspato lene lene dalla tramontana pareva andasse a ritroso, ed era appena se una lama sottile di candida spuma si frastagliasse fremendo in sulla riva.
Genova da tempo non era paruta così bella; il suo popolo stesso sembrava vivificato, ritornato ai bei giorni gloriosi della Repubblica.
Il dì era trascorso senza fatto di qualche importanza. In sulla sera una mano di Austriaci, pel quartiere di Portoria, veniva trascinando colle funi un pesante mortaio da bombe, quando ad un tratto, sfondatasi la strada sotto l’immane peso del bronzo, rimase incagliato il trasporto. Invano i soldati s’erano affannati e colle corde e colle stanghe a sollevare l’affondato mortaio, invano avevano chiesto aiuto al popolo, che, in cerchio, man mano s’era venuto agglomerando dattorno ai Tedeschi, e ghignava alle barbariche loro bestemmie.
Un giovanetto, il figlio di un povero pescatore, bello della persona e con occhi vivacissimi, stava in fondo alla via contemplando quel tramestio, e pareva che la vampa di tutto un odio gli salisse al capo.
— Oh! i maledetti! sclamò d’un tratto. Ci rubano ogni cosa costoro; e non vi saranno genovesi mani che sorgano a vendicare l’oltraggio?
— Aiutati che ti aiuterò, son parole di Dio, rispose un vecchio popolano, che era a lui vicino.
— Miseri noi! miseri noi!… suonò una voce di donna, miseri noi! che solamente ci rimangono gli occhi per piangere.
— E mani per combattere, no?…
In così dire il giovanetto s’era venuto avvicinando a pochi passi dalla soldatesca, che rabbiosamente lottava per vincere la resistenza del mortaio.
— Per Iddio! urlò il sergente nel suo gergo barbaresco; per Iddio! razza di scalzacani che siete, date una mano qua!…
L’opera era infame. Nessuno si mosse. Anzi la cerchia del popolo indietreggiò; tutti abborrivano dall’empio ufficio.
— Sollevatelo voi altri stessi se potete, che vi colga il fistolo! risposero cento voci alla stolta pretesa degli Austriaci.
I soldati, che non s’immaginavano punto qual grossa piena mandassero gl’indomiti cuori de’ Genovesi, si decisero ad usare il bastone contro alcuni popolani per obbligarli.
Un immenso grido di dolore e di rabbia, un fremito di furore e di vendetta sorsero come il mugghio d’un mare in tempesta. L’argine si ruppe, e cento e cento mani si levarono pronte a respingere la prepotenza colla forza.
Il giovanetto si trovò come alla testa di quella bufera. Cavato il logoro saio, e rimasto smanicato alla foggia popolaresca, mostrò le belle, giovanili sue forme, dove l’Ercole e l’Apollo si confondevano nel plastico atteggiamento della minaccia. Misurata la distanza con occhio pieno di lagrime, furioso volse il capo alla folla che stava dietro a lui, si chinò rapidamente, e colla destra dato di piglio ad uno sasso: Che l’inse! sclamò, e lo trasse. Il sasso scagliato corse a percuotere nel capo uno dei percussori, che stramazzò.
Che l’inse! parola che in quel tronco ed energico dialetto genovese significa presso a poco: «Io la rompo, la finisco, più non mi tengo.
— Che l’inse! Che l’inse! Bravo Balilla, viva Balilla! chè tale era il nome del fanciullo, dappertutto si udì a gridare.
Ed ecco sorgere una sassajuola così furiosa da tutte bande contro que’ luridi soldati, mandati a pericolosa bisogna dallo stolido marchese Botta, i quali stimarono che fosse bene di dare indietro più che di passo.
Gli Austriaci, vergognosi della fuga, o rinfrancati gli spiriti da chi li comandava, tornarono indietro colle spade sfoderate, persuadendosi che a quell’atto il popolo avrebbe tremato molto e sgombrato il terreno. Ma ecco invece che dessi dovettero di nuovo indietreggiare accolti dai fieri Genovesi con un’altra pioggia di sassate peggiore della prima.
Il drappello, accortosi che quello non era più luogo da starci, a passo di corsa, tutto pesto, sanguinoso, si diresse verso la caserma. Il benaugoroso mortaio se ne stette affondato in Portoria; i ragazzi, come per festa e per vittoria, salivano su quel trofeo, che doveva essere piedestallo di libertà, mentre il popolo ne godeva.
Gli stranieri erano fuggiti all’ira prorompente del popolo, e ormai il fiotto saliva come i cavalloni dell’Oceano, quando il turbine li sospinge colla misteriosa prepotenza dei venti.
Balilla, salito sopra al mortaio, alzando le sue braccia bianche di giovinezza, gridò: «— Animo, animo, fratelli! a palazzo, a palazzo, a prender armi.»
« — A palazzo, a palazzo! andiamo a prender l’armi, andiamo!» rispose ad alta voce il popolo.
« — Viva Maria santissima!»
« — Armi, armi»
Se Tomaso di Aquino fosse stato al mondo e lì presente, avrebbe al certo confermate le parole scritte nel suo libro: «Quando il popolo si leva in massa è Iddio che lo chiama.»
Pigmei dell’umanità, tisici e paurosi intelletti, contemplate questi sublimi impeti del popolo e poi negate, se vi basta l’animo, la vita che anima questo grande essere collettivo. Che ponno mai i teoremi di gabinetto, i calcoli, con cui presumete confinare il mondo dentro alle brevi angustie del vostro cranio, di fronte a quel Briareo dalle mille braccia, a quell’Idra dai mille capi e dalle mille bocche, a quelle mille menti concepenti un solo pensiero, a quelle mille bocche levanti un concorde grido di guerra, a quelle mille mani pronte a combattere? Come l’immenso Oceano prova la vanità dell’umana potenza, così l’irresistibile onda del popolo prova la debolezza dei troni. Stolto chi crede infrenare l’impeto del popolo. Non v’ha diga che il possa. Simile alla bufera imperversante del mare, passa, e scettri e troni, imperatori e re, tutto travvolge sotto di sè e precipita.
Annottava; la pioggia si era messa a cadere a secchie; non per questo il popolo di Portoria si ristette. Calò pel borgo dei Laneri, per la via dei Servi, per la piazza del Molo, e, qual valanga che più s’ingrossa precipitando, ad ogni passo raccoglieva furia di gente simile a sè: garzoni da taverna, pattumai, ciabattini, pescivendoli, fruttaiuoli, fognai, facchini, da formare una considerevole folla.
Tra il buio della notte, gli scrosci dell’uragano, le grida che assordavano l’aria, i lumi che mano mano s’andavano accendendo nelle vie e per le finestre, formavasi uno spettacolo cui penna non potrà adequatamente descrivere, spettacolo degno dell’immaginazione di Dante.
Giunto il popolo a calca innanzi al palazzo pubblico, cominciò con urli e schiamazzi a chiedere le armi.
Erano in quel punto congregati i collegi per deliberare sulle tristi condizioni in cui versava la patria. Udito il rumore e le strida del popolo, mandarono i più prudenti padri in una stanza contigua all’interno cortile, acciocchè, fatti quivi venire i capi del tumulto, intendessero a calmare quel furore, che poteva, secondo i loro paurosi intelletti, mettere la città al bersaglio d’un sacco, e precipitarla in un abisso di irreparabili mali.
I signori del Governo, non volendo essere sforzati a qualche precipitosa risoluzione, fecero intanto chiudere le porte del palazzo, raddoppiare le guardie, a cui ordinarono che, anco colle armi, contenessero fuori del cancello la folla.
I pacificatori, abboccatisi coi popolani, quantunque mettessero loro innanzi le calamità, gli stenti ed i pericoli conseguenti necessariamente alla loro impresa, nulla poterono da quelli ottenere, perchè stettero sempre ostinati nel volere le armi e nel far guerra cogli Austriaci.
La moltitudine, accresciuta sempre più di numero pel sopraggiungere continuo di popolani di altri quartieri, specialmente di quel di Prè, fermossi a rumoreggiare fino alle cinque della notte innanzi a palazzo, incessantemente chiedendo armi. I sopracciò ricusarono sempre. Indignati i reclamanti cominciarono a mormorare contro i reggitori dello Stato, malgrado del solito rispetto che ognuno nutriva per loro.
Fra la notte tempestosa e piena di pioggie e di tenebre, e la stanchezza dei cittadini, e l’incertezza con cui i non bene conosciuti capi comandavano, la folla mano mano si sparpagliò, ritraendosi ognuno alla fine a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un bussare e un aprir di porte, un apparire e uno sparire di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalle vie. Tornate queste deserte e tacite, i discorsi continuarono nelle case, e non morirono certamente negli sbadigli; chè gli animi de’ Genovesi erano di troppo concitati.

I reggitori del governo, temendo che dal moto popolare potesse derivare un gran male, mandarono al Botta il patrizio Nicolò Giovio coll’incarico d’informare quel generale dello scompiglio, d’avvertirlo dell’imprudente contegno dei conduttori del mortaio, di pregarlo a desistere dal pensiero di più farlo trasportare, se pur desiderava che il popolo si rimettesse in calma, e non sorgesse qualche strano accidente. Vollero che il Giovio gli mettesse in considerazione essere impossibile a porre termine alla vendetta di molti, quando sono accesi dallo sdegno. Il rinnegato Italiano rispose al messo che non temeva punto del popolaccio, che avrebbe nella seguente mattina mandata per prendere il mortaio altra soldatesca, condotta da prudente ufficiale per evitare scandali. Giovio ripregò, dimostrò come maggiori sconcerti succederebbero, ove ancora si toccasse allo sprofondato bronzo. Il Botta non si rimosse dalla sua risoluzione.
In fatti la mattina del giorno sei, verso le ore quindici italiane, si videro entrare per porta a San Tomaso cento granatieri austriaci colla baionetta in canna, scortanti una compagnia di guastatori destinata a levare il mortaio. Per la via di Prè erano quasi giunti presso a Fossello, il mercato dei commestibili, quando vennero accolti da una furia di sassate, lanciate loro di fronte dal popolo, che numeroso s’era venuto affollando al mercato, di fianco dalle finestre gremite di donne e di ragazzi, in guisa che, udito lo strano ronzio e sentite le disadatte percosse, più frettolosamente che non erano venuti, se ne tornarono al loro alloggiamento.
Fuggiti gli Austriaci, il popolo, fatto ancor più numeroso per l’agglomeramento di nuova gente accorsa dagli altri rioni, era tornato al pubblico palazzo, minacciosamente chiedendo armi. Ad ogni senatore, che entrava, assordava le orecchie dicendo: « — Armi, armi ci vogliono, non parole. Dateci armi; se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e noi con voi.»
Ma i padri, che avevano paura di essere salvati, saldi continuarono nel disdire la richiesta. Per non essere sforzati, fecero circondare il palazzo da doppie guardie, colle baionette in canna. Allora il popolo portò scale per salire alle alte finestre dell’armeria; ma i sopracciò fecero quelle scale portar via dalla soldatesca. Infrattanto mandarono nuovamente il Giovio al Botta per assicurarlo che essi non entravano per nulla nella sommossa.
Strana contesa; vigliacca da un lato, eroica dall’altro!
Non potendo avere le armi da chi avrebbe dovuto senza domanda offrirle pel bene della patria, il popolo, acceso da un santo entusiasmo, si voltò a cercarle altrove. Corse alle varie porte e ai vari posti della città, e per forza strappò di mano alle guardie i fucili, dicendo loro che se ne facessero dare degli altri. Quindi pensando che ne potessero essere nelle case dei particolari, specialmente degli ufficiali, si portò la moltitudine a precipizio verso di quelle, e o sforzandone le porte, o scalandone le finestre, vi irruì, e si provvide. Adocchiò altresí le botteghe degli armaiuoli, e spezzandone le toppe s’impossessò di quante armi vi potè ritrovare, senza portar via alcuna altra cosa, o fare la minima violenza.
Armato che fu alla meglio, si divise a squadriglie: una qua, una là, macchinando ciascuna a suo modo la meditata impresa.
Gli Austriaci frattanto si erano fatti forti alla porta a San Tomaso. Vi avevano verso la città guardie raddoppiate e numerosissime, ed in particolare i due reggimenti Piccolomini e Andreasi. Fuori della porta, specialmente sulla piazza principe Doria, stavano attelate grosse forze, massime di Croati, Panduri e cavalleria.
Due squadre di volontari della libertà, l’una per la strada di Prè, l’altra per l’Acquaverde, vennero contro San Tomaso, e quando furono a portata degli Austriaci, mandarono loro un saluto con una ben diretta scarica di archibugiate.
Questo fu il primo segno di fuoco che accennava alla salute di Genova.
Gli Austriaci furono presti a chiudere la porta. Poco dopo ne uscì una mano di granatieri, i quali respinsero i popolani, prendendo loro un cannone, cui una turba di ragazzi, ancor più inferociti dei loro padri, avevano colle tenere braccia aiutato a condurre. I nemici usarono tostamente del vantaggio; onde, fattisi innanzi con alcuni cavalli, prima con una scarica, poi ponendosi a corsa colle sciabole nude, facilmente sparpagliarono quell’incomposta moltitudine. Giunsero sino alla piazza della Nunziata; ma poco vi si trattennero; poichè i popolani, ripreso animo, avevano voltata la fronte, e tirata tal furia di archibugiate che tutta la squadra degli aggressori impaurita, a gran fretta, si riparò nella sicura stanza di San Tomaso, lasciando due morti in mano del popolo.
Principale intento dei sollevati era di scacciare innanzi tratto gli Austriaci da quella porta; e’ s’accorsero come a tale proposito fossero mestiere forza, ordine, armi migliori. Il numero dei zelatori di patria venne sempre crescendo, e con essi l’impeto. Trovate le braccia cercarono le armi, non più solamente sciabole ed archibugi, ma cannoni, mortai e colubrine.
Pegli amatori di quella libertà insidiata da uno spietato nemico, e malamente difesa da deboli patrizi, era bello il vedere il fremito, il bollore, l’ardore del popolo nel ricercare le armi, il durare contro la fatica di chi le trasportava. A forza di sole braccia, senza alcun aiuto di bestie da tiro, uomini, donne, fanciulli, preti, frati, trascinavano i pesantissimi cannoni con una velocità assai incredibile per le ineguali e perciò assai malagevoli vie che dovevano attraversare per giungere a fronte del nemico. Sembrava impossibile che per luoghi così disastrosi potessero essere condotte quelle macchine fatali. Narrano gli storici come in pochissimo tempo fosse montato a forza di sole braccia un grosso mortaio su per la rapida, angusta e difficilissima salita detta di Pietraminuta, cui molto importava di guadagnare per battere di là contro gli Austriaci a San Tomaso e nella piazza principe Doria.
Anco oggidì chi esamina quel luogo così erto, malagevole e stretto, e col fatto il paragona, non può rimanere capace della verità. Iddio infonde molta forza a chi difende la patria da fargli eseguire incredibili cose.
Spezzate con violenza le porte delle pubbliche polveriere, i facchini dentro vi entrarono; ed era una gara nel trasportare chi una cesta di palle da cannone, chi una bomba, chi altro arnese di distruzione; i ragazzi stessi si aiutavano a portare una palla, o un piccone da romper terra, o altro oggetto bisognevole all’intento.
«Maria Teresa, scrive lo storico Botta, che, col bambino in braccio, aveva eccitato così fervido moto fra gli Ungari, avrebbe dovuto ammirare l’ardente zelo del generoso popolo di Genova, non volere soffocarlo con le sue barbare soldatesche. Pacieri bisognava mandarvi, non Panduri e Varadini.»
Ai popolani non era nascosto quanto danno arrecar loro poteva la cavalleria, di cui abbondavano i nemici, perchè entrando, ed a furia correndo per le vie facilmente poteva mettervi ogni cosa in iscompiglio. Per avvisare al pericolo asseragliarono con botti, panche, tavole ed altri impedimenti le tre vie dell’Acquaverde, di Prè e di Sottoriva, verso dove mettono capo in prossimità di porta a San Tomaso, assicurando poi le serraglie con tagliate ed alzate di terreno. Inoltre pensando all’assalire non che al difendersi, vi condussero due cannoni in fronte della contrada dell’Acquaverde, uno in quella di Prè da Sant’Antonio, un altro nell’imboccatura di Sottoriva. Ordinarono poi le guardie; provvidero le sentinelle, avvicendarono ogni esercizio di custodia, osservarono in tutto gli ordini militari. Tanto più maravigliosa era tal cosa, in quantochè quegli uomini inesperti, nessuno o poco ammaestramento guidava, ma soltanto il natural talento di preservare quanto di più caro avevano in terra, la libertà della patria.
Nonostante la grossissima pioggia, che incessante cadeva, e ogni cosa, così gli uomini come la terra, fosse molle, sdrucciolevole e guazzosa, si facevano le guardie, vegliavano le sentinelle, niun servizio veniva negletto, e colla più immobile costanza duravano i volontari della libertà. E sì che la imperversante pioggia era più penosa a loro che ad altri, come quelli che in maggior parte erano dotati di povere facoltà. Misere vestimenta avevano, ricovero alcuno. È d’uopo il dire come i nobili, o che temessero che il popolo fosse per venire a qualche atto sfrenato contro di essi, o che, dubbiosi dell’esito, amassero temporeggiare per comparire in caso di rotta del popolo medesimo incolpabili, avessero egoisticamente fatto chiudere con gran cura le porte, e ostinatamente negassero di aprirle, quantunque ne venissero richiesti e pregati reiteratamente dai combattenti per trovare riparo contro la tempesta del cielo. I vili, mandate le mogli e le figliuole nei monasteri, si erano appiattati nei più intimi penetrali dei loro palazzi, con tutti i piani terreni chiusi, le finestre stoppate, i servitori armati; essi avevano prese tutte quelle precauzioni come quando si tema il sacco.
I popolani, malgrado quell’ingrato trattamento, e il grande bisogno che avessero di ripararsi contro il rovinío dell’acqua, non si portarono ad atti ostili, niuna porta sforzarono. Una sola ne aprirono, e fu quella de’ gesuiti in via Balbi, ponendo quivi il seggio dove si adunarono poscia le consulte e si resse la guerra.
Per dare buon indirizzo ad un moto di tanta importanza, si passò alle nomine dei capi. A presidente del quartier generale venne creato Tomaso Assereto, detto l’Indiano, e Carlo Bava a mediatore generale delle milizie di campagna. Poi gli altri destinati per ciascun quartiere, e tutti subordinati al quartier generale, furono eletti Giambattista Ottone, paramentaro; Giuseppe Comotto, pittore; Giuseppe Tezzoso, merciaio; Camillo Marchini, scritturale; Duval e Muratti, mercanti; Francesco Lanfranco, mercante di formaggio; Carlo Parma, merciaio; Andrea Urbedo, detto lo Spagnoletto, calzolaio; Stefano e Domenico fratelli Costa, detti Grassini, tintori; Domenico e Francesco Sicardi, impresari de’ forni; Giuseppe Malatesta, detto il Cristino, facchino; Giovanni Carbone, aiutante di locanda; Lazzaro Parodi, calzolaio; Alessandro Gioppo, pescivendolo e Bernardo Cartassi. Avevano essi balía di fare quanto richiedesse la salute della Repubblica.
Quegli oscuri uomini coi forti intelletti, colle callose mani, ma con cuori caldi ed anime sviscerate della libertà, si adoperavano e mettevano la vita a pericolo per la patria, mentre i tronfi patrizi, accovacciati nell’interno dei loro palazzi, lasciavano che la fortuna volgesse a suo talento quello Stato in cui essi avevano tanti onori e tanta potenza.
Non solo combattere, ma comandare anco sapevano i popolani. Ottimi furono i provvedimenti da loro presi. Ordinarono pattuglie di giorno e di notte per ovviare ai furti e ad ogni altro disordine; emanarono editti rigorosissimi sotto pene estreme ad ogni genere di persone, perchè accorressero alla comune difesa; disposero squadriglie ai capi delle vie, perchè invigilassero e accettassero chi avesse voglia di combattere, sforzassero i neghitosi.
In tanto tramestío di cose, in tanta concitazione di animi nessun inconveniente notabile successe. Il popolo si mostrava furioso contro il nemico, continente verso i cittadini, e perchè esso sempre mite si stesse, i capi fecero in abbondanza distribuire pane a chi, cessati i lavori e gli esercizi, colle non avvezze, ma devote mani difendeva la patria.
Odiosa era al popolo quella posta di lettere per Milano che il Cristiani aveva ordinata in Genova. Corse in calca alla casa ov’era collocata, e la mise in preda con far suo tutto quanto apparteneva agli impiegati della medesima. I predatori avendo ivi trovate certe argenterie da patrizi genovesi postevi come in luogo sicuro dal sacco, che, per ordine del Botta, si temeva, le presero e prontamente le restituirono ai proprietari, tosto che li conobbero.

IX.

Il marchese Botta s’era messo nel fermo proposito di voler domare il popolo insorto. Esso lo credeva più scomposto e meno coraggioso di quello che realmente fosse. S’era preparato alla guerra, aveva ingrossato le guardie alla porta a San Tomaso ed all’altura dei Filippini. Dalla prima infestava coi cannoni la strada di Prè, dalla seconda l’Acquaverde e la via Balbi. Aveva anco richiamate in Genova le genti che teneva sguinzagliate nelle riviere, ed in Novi ed in Varone, e alcune di quelle che erano in viaggio per la Provenza per averle tutte ad ogni emergenza pronte.
Prevalendosi poi la notte del giorno sette d’un po’ di riposo preso dal popolo, occupava la commenda di San Giovanni di Prè, posta nella via dello stesso nome, e vi si fortificava.
Chi dava molto a temere al generale austriaco erano gli abitanti delle valli di Bisagno e di Polcevera, uomini belligeri e deditissimi alla Repubblica. Spediva colà tostamente un proclama colla parola imperiale di non più esigere i due milioni di fresco intimati, e di sgravarli da ogni peso di guerra, purchè facessero promessa di non prender parte al moto della città e di fedelmente obbedire alla regina. Oltre a ciò instava presso la Signorìa affinchè per ridurre i Genovesi all’obbedienza ordinasse ai soldati regolori di assalire gli insorti alle spalle, mentre le genti austriache li urterebbero di fronte, dal qual movimento egli teneva certa la vittoria. Più volte avevano i padri ricusato all’instare del Botta, e per troncare molestia gli fecero alfine risolutamente capire, che non mai la Repubblica avrebbe acconsentito di volgere contro i propri sudditi quelle armi che soltanto alla tutela dei medesimi erano destinate. Risposta lodevole, ma sarebbe ancora stata migliore, se avessero comandato ai propri soldati: «Ite, al popolo unitevi, e i tiranni della patria sperperate.» Ma o per paura di sconcerti maggiori, o per fede nei disonorevoli patti, nol vollero fare. E quasi quella loro negativa volessero mitigare in faccia al Botta, vigliaccamente mandarono ordini ai due capitani delle valli di Bisagno e di Polcevera che tenessero quiete quelle popolazioni, e comminassero la pena della galera a chiunque prendesse le armi.
Il marchese Alessandro Botta, fratello primogenito del generale, provando increscimento dell’eccidio della nobile città e che il fratello si tirasse addosso il carico d’uomo crudele e spietato, presentavasi a lui, cercando di ammollirne il duro cuore. Anco il principe Doria, pietosissimo inverso la patria, in compagnia del padre Porro, teatino, recavasi dal generale, esponendogli le domande del popolo, e dimostrandogli come difficile cosa fosse il domarlo, pericoloso il cimento, in forse la riputazione delle armi austriache. Per parte della Repubblica vi andava il patrizio Agostino Lomellini. Infine per patria carità traeva dal generale pure il gesuita Visetti. Si convenne un armistizio di alcune ore, domandato dal nemico con innalzare bandiera bianca al posto dei Filippini. Botta il faceva con arte, e dava intrattenimento di parole, perchè aspettava i rinforzi di soldatesche. Il popolo accettò per meglio armarsi. Le pratiche fra il generale e i deputati e gl’intercessori della Repubblica, riducevansi in ciò che il primo acconsentiva ad abbandonare porta a San Tomaso, ma non quella della Lanterna, mentre i Genovesi le volevano ambidue, e di più che gli Austriaci intieramente sgombrassero dalla città. Botta mostravasi assai cocciuto; per cui Doria, disperando della concordia, sdegnoso erasene fuggito dalle conferenze, e andava dicendo al popolo: «Il Botta ha la testa dura, ed il popolo più del Botta.»
Il padre Visetti, desiderosissimo di aggiustare le discrepanze, aveva nuovamente visitato il generale nemico, notiziandogli che al popolo si erano uniti i cittadini d’ogni condizione, e che tutti erano risoluti di vincere o di morire per la libertà della patria. Il Botta rispose che avrebbe date le porte. Ma fu inganno; chè già il cannone nemico rimbombava, e scuoteva le falde del travagliato Appennino. Genovesi contro Austriaci, Austriaci contro Genovesi, già si erano di nuovo avventati, e ciascun faceva l’estremo di sua possa per vincere.
A quel fiero spettacolo, quanti animo pietoso avevano, preci innalzavano al Dio delle vittorie, affinchè rendesse felice la causa di un popolo, che era sorto a difesa della propria libertà.
Furibondi correvano i popolani contro l’odiato oppressore, quando incontrossi in loro il padre Visetti. Tra l’affanno, la meraviglia, la speranza, la disperazione, egli disse che il generale Botta acconsentiva al rilascio delle porte.
«Non è più tempo, rispose con voce tremenda il popolo; non vogliamo limosine, vogliamo guerra!»
Il gesuita allora soggiunse: «Ho fatto quanto ho potuto; aiutatevi, aiutatevi, non vi è più rimedio!»
E i Genovesi si aiutavano veramente.

X.

Era il giorno dieci dicembre. La pugna ferveva. S’udivano rimbombare i cannoni da ogni parte, strepitare gli archibugi, alzarsi grida teutoniche contro le italiane, e grida italiane contro le teutoniche; frastuono reso più orribile dal continuo martellare d’ogni campanile. Il Santissimo Sacramento era esposto in tutte le chiese; le vergini, le donne, ogni fievole per infermità e per età stavano prostrati innanzi agli altari, impetranti la benedizione di Dio sulle armi del popolo. Alcuni preti e frati salmeggiavano nei loro cupi cori, e quelle divote e dimesse voci indicavano come in quel momento stesso si giudicasse una gran causa. Altri preti e frati, in lunghe file schierati, e seguiti da stuoli di dame scalze e dolorose, recavansi per le vie recitando il rosario, e mandando preci a Maria protettrice di Genova. Altri, infine, mescolatisi col popolo, col Crocifisso in una mano, lo schioppo nell’altra, precipitavansi ove più terribile era la mischia, e si facevano animatori di guerra e del pari combattenti.
I dolci volti dei preganti, accanto ai volti severi degli andanti alla pugna presentavano in un tempo solo quanto la umanità ha di più tenero, di più venerando, di più tremendo.

Settecento Austriaci erano alloggiati in Bisagno, e si sforzavano di entrare in città per la porta Romana. I Bisagnini diedero loro addosso alle spalle; i Vicentini, gli abitatori cioè del quartiere di San Vincenzo che sta dicontro a quella porta, li presero da fronte; nel tempo stesso che i popolani, impadronitisi della batteria di Santa Chiara, per di sopra li fulminarono. Micidiale ed ostinato fu il combattimento, del quale rimase il popolo vincitore.
Cinquanta granatieri, riparatisi in una osteria, non volevano cedere alla forza, che d’ogni intorno li circondava. Essi si difendevano gagliardamente; lo snidarli pareva impossibile. Balilla, che sempre era là ove maggiore era il pericolo, saputa la cosa, accorreva seguìto da altro ragazzo di dieci in undici anni per soprannome Pittamuli. Giunto di faccia all’osteria, sclamava: «Lasciate pur fare a noi». E senza por tempo in mezzo, prendeva una fascina e l’accendeva; Pittamuli si armava di pistola; ed entrambi animosamente correvano verso la porta assediata, bravando la morte. Piantavano una palla in petto al primo austriaco che si parava loro avanti, e poi, entrati con altri ragazzi nell’interno, ponevano fuoco ai sacconi dei letti, in guisa che, l’incendio, unito alle archibugiate ed alle cannonate che cadevano e dal Bisagno, e da San Vincenzo, e da Santa Chiara, costringevano i granatieri ad arrendersi prigionieri. I ragazzi vittoriosi li trascinarono in Genova, e dietro di loro nel fango e nella belletta le loro bandiere.
Frattanto gli altri corpi di soldati che travagliavano la città da Levante, non potendo resistere innanzi ai guerrieri della libertà, cessarono dal combattere, e si diedero tutti in balìa del popolo, che fecene una grande e lieta festa. Anco quelli che erano alloggiati in Nervi ed in Recco, non trovando scampo in mezzo a que’ furiosi villani, seguirono la fortuna dei compagni. Il quale successo, uditosi dagli Austriaci che stanziavano in Chiavari e nei luoghi vicini, pel monte delle Cento Croci, fuggirono su quel di Parma. I vinti furono condotti in città laceri e scalzi colle bandiere e gli stendardi sdrusciti.
Gl’intrepidi cittadini dopo quella vittoria s’avviavano verso il fianco occidentale della città, con intenzione massimamente di snidiare il nemico dalla porta a San Tomaso. Strada facendo, continuamente s’ingrossavano, perchè, oltre al rintocco delle campane che rombava per l’aria, e l’aspetto dei preti e dei frati armati di croce e di spada, da cui erano incitati alla lotta, fu intimato a suono di tamburo ad ognuno di qualunque condizione fosse di correre alla difesa della libertà, pena la vita. Quartiere a quartiere ciascuno si accoppiava secondo le sue insegne, con tale ordine e con maestria tale che piuttosto che uomini dati agli esercizi civili sembravano soldati da molto tempo instrutti ed avvezzi alle militari fazioni.
Popolo e cittadini presero consiglio di spedire squadriglie armate ai posti tenuti dai soldati della Repubblica, i quali, fermi pel divieto della Signorìa, oziosamente guardavano i propri concittadini a combattere per la comune patria. Ne gettarono a terra le porte, infransero i rastelli, entrarono dentro a furia. — «Soldati, sclamarono, soldati; il suolo genovese tutto trema dal cannone; ne vanno le vite dei vostri fratelli; la servitù sta sulla soglia, e voi qui ve ne rimanete oziando, rattenuti da un timido, se non empio comando. Forse pei signori solamente, non per tutta Genova deste i nomi? Su, su; mano a quelle armi, che soggiogarono Tortona, Bassignana, Zuccarello; su, dimostrate combattendo per queste sante mura, che siete i medesimi in patria, che foste sulle terre straniere.» — In così parlare li sforzarono a marciare ai posti divisati.
Fra le grida, il calpestìo, gli scoppi degli archibugi, il rombare ed il rimbombare dei cannoni e delle campane, trascorrendo l’infierita moltitudine le vie Balbi, di Prè, di Sottoriva, s’avviava verso alla porta a San Tomaso e all’altura dei Filippini da cui il nemico fulminava in via Balbi. Agli insorti era obice il corpo austriaco alloggiato alla commenda di San Giovanni, posta a mezza strada dai luoghi in cui intendevano di andare a ferire. Provarono di sloggiarlo collo sparo degli archibugi, ma non vi riuscirono, difendendosi gli Austriaci con assai valore. A conseguire l’intento, voltarono una parte della vicina batteria dell’arsenale contro il campanile, dalla cui sommità il nemico fulminava, e lo diroccarono. Sassi, travi, campane e Tedeschi precipitarono a terra in un mucchio. Tra la rovina e lo spavento, i superstiti uscirono nella strada per ivi far battaglia. Debolmente combatterono, fortemente furono combattuti. Rimasero presi dal popolo, e condotti trionfalmente fra grida di gioia nel cortile del palazzo. I prigionieri mostrarono alla Signorìa come Genova per virtù del popolo risorgesse.
«A furia, a furia, a San Tomaso, all’altura dei Filippini!» gridava il popolo lieto della sua vittoria.
Fiera fu la lotta ai Filippini; più i soldati d’Austria resistevano, più i figli di Genova induravano la battaglia. In quel combattimento rimaneva morto da una scheggia di granata Giuseppe Malatesta uno dei principali capi del popolo, da noi più sopra mentovati. La morte del generoso uomo non rallentò punto il coraggio de’ suoi, anzi accrebbe a mille doppi il loro furore; tutti ansiosi di vendicare ad un tempo l’incontaminata vita.
Dopo lungo ed accanito combattimento, durante il quale i Genovesi rinnovarono atti di antico valore, riuscì a questi di smontare al nemico un cannone che più degli altri bersagliava la via Balbi, per cui le loro artiglierie cominciarono a sopravvanzare. E specialmente quelle collocate a Pietraminuta, le quali in modo terribile folgoravano sulla porta, sulla piazza principe Doria e sulla tanto contesa altura dei Filippini. Bello era il vedere come quella gente inesperta si opportunamente sapesse scegliere il bersaglio ed aggiustare i colpi.
Il generale Botta era venuto raccogliendo buon nerbo di fanti e cavalli nella piazza principe Doria a rinforzo dei difensori della porta a San Tomaso e a impedire l’irrompere del popolo, qualora giungesse a superarla. Egli stesso presiedeva alle mosse e al pericolo. Lo scoppio in aria su quella piazza stessa, dove stava cinto dal suo stato maggiore, di una granata reale lanciata da un mortaio in Pietraminuta, il fece accorto non essere quello il luogo da sostare; onde col suo seguito s’incamminò più che di passo verso la Lanterna. Sempre eguali i generali d’Austria; essi non furono giammai troppo amanti dei pericoli.
La gente mercenaria non potrà mai vincere la gente patria. L’amore della patria, oltre all’essere gran maestro di guerra, sa infondere nell’animo del popolo tale un coraggio che non può che essere soffio di Dio. La battaglia continuava terribile. Dalle vie Balbi, di Prè e da quella di Sottoriva, e da Pietraminuta, e dal monte Galletto, e dal Castellaccio, e dalla Darsena fecero i Genovesi tale urto, e fecero piovere tale fitta tempesta di palle e mitraglia, assordando l’aria colle grida di «Viva Maria! Viva Genova! viva la libertà!» che l’odiato nemico diessi a precipitosa fuga, lasciando in potere del popolo le posizioni dei Filippini e di San Tomaso, e molti morti, feriti e prigionieri. I soldati che si trovavano schierati nella piazza Doria s’affaticarono invano di resistere alla piena che contro di loro si riversava. Il popolo, uscito fuori vittorioso dalla conquistata porta, coi cannoni a scaglia, coi fucili, coi sassi terribilmente li conquideva. Nel momento istesso da Oregina e da San Rocco, quale torrente, calò giù una furia di armati popolani, e sulla sovrastante montagna, tra le vecchie e le nuove mura, si videro correre a precipizio al basso molti armati genovesi.
Gli Austriaci, già tempestati da fronte e dai lati, temettero che i scendenti dalla montagna venissero per tagliar loro il ritorno; onde più non ressero, e si diedero precipitosamente alla fuga, avviandosi verso la Lanterna.
Tra la paura e lo scompiglio, che invano il Botta s’ingegnava di frenare, accadde che una palla di cannone scagliata dalla Darsena contro la piazza di Negro, ove il generale aveva fatto sosta, uccidesse primieramente il cavallo del suo aiutante, il cavaliere Castiglione, che stavagli allato, percuotesse poscia nella muraglia, e distaccasse una scheggia di pietra, che andò a ferire, comechè leggermente, nella guancia il generalissimo. Gli Austriaci allora non si contennero più; fu così precipitosa la loro fuga e così alto il loro terrore, che, tutti tremanti, gridavano: «Jesus, Jesus, non più fuoco, non più fuoco, siamo Cristiani!»
E per vero sembrava che tutte le bocche dei vulcani d’Italia si fossero aperte sopra que’ soldati, tanto terribilmente Genova tuonava, tanto terribile era il menare delle genovesi mani.
Il popolo vinceva, ma non era ancor compiuta la vittoria, poichè il nemico occupava ancora una parte delle mura.
Una gran calca di cittadini e di villani scese dai sovrapposti monti, e si avventò contro San Benigno, sito tenuto dagli Austriaci con estrema gelosia. Il terrore da luogo in luogo aveva invaso tutte le anime teutoniche. Ben poco i nemici ostarono in San Benigno, e lo cedettero prestamente; morti alcuni di loro, fatti prigioni altri da quelli che tanto avevano sprezzato ed irritato, e che ora non sapevano combattere. Anche in San Benigno gridavano: «Jesus, Jesus, siamo cristiani!» E cristiani erano essi, poveri schiavi trascinati al macello dal dispotismo e dalla cupidigia altrui. Erano cristiani, ma non il Botta e meno il Chotek e meno ancora gli apostolici e cristianissimi e cattolici padroni autori di tante rovine.
Perduti i luoghi più importanti, inseguiti dappertutto da stuoli d’armati, scesi anco dal poggio della chiesa degli Angeli, gli Austriaci non pensarono più ad altro che a porsi totalmente in salvo coll’abbandonare affatto una città, che, crudelmente taglieggiata ed insultata, aveva saputo infugarli, e lavare l’onta che su dessa avevano gettato i suoi vilissimi reggitori. Rotti, scemi, avviliti e sanguinosi gli Austriaci dalla ghermita, ed or perduta preda, se ne andarono.
E ben col poeta poteva gridare il forte popolo genovese ai tiranni d’oltralpe e di oltremare:

«Imparate da me voi che mirate
La pena mia, non violate il giusto,
Riverite gli Dei.»

XI.

Il popolo era vincitore. La furiosa tempesta aveva cacciati i barbari dalla bella Genova, e le soldatesche croate, varadine, ungare, iloti del dispotismo, che Botta e Chotek per Maria Teresa e Carlo Emanuele avevano condotte all’eccidio di una generosa città, fuggivano collo sgomento nell’animo.
La ligure regina era libera, libera per la virtù delle sue braccia, de’ suoi figli, capaci di romano ardimento, perchè amavano la loro terra, perché sopra ogni altro affetto stava in loro l’amor santo di patria.
L’onda vivente, che aveva cogli impetuosi cavalloni rotto l’argine della schiavitù, si diffondeva per le vie della patria liberata, ed era un suono concorde di letizia, un grido unanime di riconoscenza a quel Dio che cogli oppressi combatte, e protegge i magnanimi ardimenti della conculcata innocenza. La natura istessa pareva sorridere al trionfo della giustizia, e il sole dardeggiando dal sereno cielo sul mare tranquillo faceva scintillare in grembo al mobile azzurro milioni di gemme. Le campane suonavano, ma non era più il tremendo rintocco delle battaglie, ma la voce maestosa dei festivi bronzi che l’eco delle vicine convalli recava sui passi del nemico fuggente.
Nella gloriosa impresa tutti i popolani fecero il loro dovere. Ma ogni altro sopravanzò quel capo quartiere Giovanni Carbone già da noi citato.
Esso era nato in bassa condizione, era un povero servitore nell’osteria della Croce Bianca, e non aveva che ventidue anni di età, ma era dotato di un gran cuore. Non solo colla mano, ma anco col senno molto si adoperò per la patria; imperocchè, quantunque ferito, fu sempre fra i primi là ove più ferveva la lotta. Questo coraggioso e dabben popolano, pugnando a San Tomaso, corpo per corpo, venutegli fra le mani le chiavi di quella porta, così grondante di sangue come era, si condusse a nome del popolo al palazzo, ove stavano i collegi radunati, e, al doge presentandole, disse queste memorande parole gravi di profondissimo senso:
« — Signori, queste sono le chiavi che con tanta franchezza, loro serenissimi, hanno dato ai nostri nemici: procurino in avvenire di meglio custodirle, perchè noi col nostro sangue le abbiamo ricuperate.»
Terribile ammonizione data da un umile garzone di osteria a tanti patrizi di antico e chiaro sangue.
Accrebbe la comune allegrezza la poca perdita fatta dai popolani nella terribile mischia, tanto essi seppero bene avvantaggiarsi colla celerità nelle mosse e col coprirsi nell’andare avanti. Nel giorno della compiuta vittoria otto soltanto mancarono per morte, trenta per ferite; qualche numero più rilevante perì nei fatti precedenti, ma non tanto che il danno del nemico non fosse di gran lunga maggiore.
Oltre a mille nelle sole giornate di Genova rimasero uccisi di Austriaci, e oltre a quattromila prigionieri; i reggimenti Andreasi e Pallavicini furono i più danneggiati. Combatterono degli Austriaci quattordici compagnie di granatieri, quindici battaglioni di veterani, oltre millecinquecento Varadini, Panduri e Croati.
Il generale Botta erasi ritirato in San Pier d’Arena. Ma pur quivi non si credette in luogo sicuro, temendo che i Polceveraschi, uditi i casi di Genova, si levassero in armi, e gli facessero qualche mal giuoco sul fianco e alle spalle. Ordinò che prontamente l’esercito partisse. Gli Austriaci raccolsero quanto era permesso nell’angustia del tempo, massime i monti delle estorte genovine, che ancor loro rimanevano. Caricata ogni cosa, così di contanti, come d’arnesi, sopra carri, muli e sulle spalle dei soldati più fedeli, col favore della notte, buzzi buzzi, silenziosi, s’incamminarono per alla volta della Bocchetta.
Qual fosse l’aspetto del nemico fuggente può adequatamente giudicarlo i nostri lettori. Il Botta non sapeva darsi pace per l’orgoglio, il Chotek per l’avarizia. Sospiravano il perduto onore, ma più di tutto le perdute genovine. Andando, temevano sempre di essere danneggiati da qualche levata di villani. Per ovviare a quel pericolo sparsero voce che ogni differenza era stata accomodata colla Repubblica, e che partivano in buona pace per tornare negli Stati della loro padrona e sovrana, divenuta amica di Genova. Ingannate da tali voci quelle alpestri popolazioni, e dai danari che gli ufficiali donavano loro, e di più assecondati da un Carlo Casale, detto il Bachelippa, mulattiere di professione, poi impresario dei viveri pegli Austriaci, il quale fu in Genova arrestato per questo fatto, i nemici poterono condursi a salvamento sino alla Bocchetta. Solamente verso la fine della ritirata, accortisi dell’inganno, i Polceveraschi diedero addosso in Pontedecimo ad un corpo di retroguardia, e gli tolsero il danaro rapito ai Genovesi.
Gli Austriaci non fecero sosta che oltre Gavi non riputandosi sicuri neppure alla Bocchetta.
La notte che successe al glorioso giorno dieci i popolani diedero ogni buon ordine in città. Intimarono a suon di tamburo che si tenessero lumi accesi alle finestre, che tutte le case dovessero rimanere aperte; minacciarono la pena della forca a chi avesse fatto il minimo rubamento. Il giorno 11 poi si spinsero fino a San Pier d’Arena, dove non dubitavano che gli Austriaci andandosene, avrebbero per la gran fretta lasciato molto bagaglio.
Passato ogni pericolo, le porte dei palazzi dei nobili si aprirono, e fuori ne uscirono i loro paggi, staffieri e servitori d’ogni fatta, i quali, lasciata la custodia dei padroni, accorrevano al bottino che i popolani stavano facendo nelle case e nei magazzeni precipitosamente abbandonati dal nemico; indi, seguendo i popolani stessi, i quali non sappiamo perchè non cacciassero lungi da loro quella bordaglia che s’era cansata al pericolo, con essi gridando Viva Maria! s’intrusero nel sacco delle case abitate dagli Austriaci in San Pier d’Arena, dividendo così i frutti delle altrui fatiche. Bandiere, tamburi, viveri, armi, munizioni, carri, calessi, carrozze, utensili, mobili d’ogni sorta, quanto l’avarizia aveva raccolto, quanto la paura aveva lasciato, quanto alla guerra serviva, od al vitto, od al piacere dei cacciati tiranni, tutto divenne preda di quel popolo che prima col valore si era vendicato, ed ora colle spoglie si confortava.
I fatti di Genova risuonarono con onore ovunque erano uomini generosi. Fortezza e amor di patria mai si erano accoppiati più fraternamente. Rimase sempre più provato come le giuste cause sieno dal cielo benedette, e come non senza pericolo si possano torturare e spolpare i popoli. Di sommo momento poi ne furono le conseguenze pei principi in guerra; imperocchè dall’improvvisa alzata di Genova ne venne la salute di quelli che perdevano, e la perdita di quelli che vincevano.

XII.

Genova continuava a reggersi a popolo. Il quartier generale era tuttodì nel collegio dei gesuiti in via Balbi: da quivi partivano tutti gli ordini. I capi eletti pensavano alla quiete, alle armi, all’annona; ordinavano quanto potesse tornare utile al paese. Rinnovarono le proibizioni rigorose contro i ladri e fautori di scandali, e per far loro vedere che non era da burla, piantarono nel bel mezzo della piazza dell’Annunciata le forche, e guai a chi ci avesse provato. Mandarono le navi più leggiere e spedite pei mari vicini, affinchè, sguizzando fra le navi inglesi, che opprimere volevano ed affamare un popolo libero, recassero in porto le vettovaglie. Diedero pur opera alle fortificazioni, ed a ridurre in regolari compagnie il popolo armato. Non isfuggiva loro come Maria Teresa e Carlo Emanuele, tanto più nemici, quanto più irritati, non avrebbero omesso di tornare a tribolare chi con sì terribile slancio avevali scacciati lontano da sè.
Infatti quando l’austriaca Imperatrice venne a sapere il caso di Genova, si trasportò a grandissimo sdegno, e, senza porre tempo in mezzo, mandò ordine allo Spinola, ministro della Repubblica, al quale aveva già proibito di comparirle dinnanzi, che sgombrasse tostamente da ogni terra austriaca. Nuova gente fece calare in Lombardia: Croati, Varadini, Austriaci, Boemi, Ungari, e quanti altri mai barbari aveva nel suo esercito, minacciando tutta l’ira sua alla Repubblica. Gli ostaggi genovesi, il Sauli, il Cattaneo, il Veneroso e il Rivarola, che Milano avevano per confine, furono rinchiusi e gelosamente custoditi nel castello.
I popolani stavano con non poca apprensione pel castello di Savona, il quale, come più sopra raccontammo, era cinto dalle armi piemontesi, che con estremo vigore ne battevano le mura. Le cose erano quasi condotte a termine, rotte quasi le muraglie e praticabile la breccia: poco tempo ancora la fortezza poteva durare. Soltanto sostenevala l’egregio valore dell’Adorno; il quale, non punto indispettito che il governo dai patrizi suoi compagni fosse passato al popolo, continuava a difendersi colla medesima fede, come se la Signorìa non fosse cambiata; raro esempio di temperanza e di cittadina bontà, e tanto più commendevole in un patrizio genovese.
Conosciuto l’imminente pericolo del forte di Savona, il quartier generale mise fuori un bando per adunare gente, ed inviarla al soccorso dell’Adorno. Assai uomini raccolse, ma, ad eccezione di pochi regolari, sì di soldatesca antica come di popolo, erano marmaglia atta piú a rubare che al combattere. Infatti giunta appena quella gente raccogliticcia in San Pier d’Arena, e quivi scoperto un magazzino di sale che agli Austriaci aveva appartenuto, si diede a farne bottino. La scoperta di quel magazzino, facendole subodorare che ve ne fossero altri, si sbandò, e Savona indarno attese il sospirato soccorso. Il dieciannove dicembre Adorno dovette arrendersi alle armi dei Piemontesi, ricevendo la guarnigione tutti gli onori militari, in riconoscenza del valore da lei dimostrato nel difendersi. Fu specialmente dal Rocca molto lodato l’Adorno per la sua virtù di guerra e pel suo amore al paese.
Erano intanto in Genova sempre due governi, uno di diritto che non faceva niente, cioè quello dell’antica Signorìa, l’altro di fatto, che faceva tutto, cioè quello del popolo. Allontanatisi gli Austriaci, le cose per parte di questo non camminarono più con quell’ordine maraviglioso per pensiero e per unità che aveva data la vittoria. Cominciò un po’ di tumulto. Alcuni volevano che i capi fossero cambiati, attesochè i presenti erano stati nominati durante la lotta; altri li accusavano di volersi fra di loro dividere il bottino; altri finalmente pretendevano che il loro numero fosse di troppo ristretto, e volevano che si ampliasse, affinchè il governo avesse più numerose radici nel popolo benemerito. Non mancavano, come sempre accade in tali contingenze, i susurroni, i commettimale, che si arrabattavano a seminare invidia per ambizione. Anco fra i nobili v’erano di quelli che non isdegnavano spargere fra il popolo i semi della discordia, nella speranza che fra di sè dividendosi, e della divisione divenendo insofferente, di nuovo si sarebbe sottomesso all’antica obbedienza.
Il diciasette dicembre venne in pubblico, in sulla piazza dell’Annunciata, convocato un parlamento. In esso furono aboliti i primi magistrati del quartiere generale, e creato un nuovo consiglio che fu detto deputazione. Fu questa composta di trentasei persone, escluso ogni nobile; cioè di dodici operai tratti a sorte, di otto avvocati, notai e mercanti, di dodici fra i primi del popolo che impugnarono le armi, e di quattro fra Polceveraschi e Bisagnini.
I nuovi magistrati, che però sovente variarono pei capricci delle moltitudini, emanarono altri ordini per la quiete e per la sicurezza pubblica; crearono nuove regole militari, affinchè ognuno fosse armato, e all’uopo potesse subitamente congiungersi ai compagni, e ordinarono infine una solenne festa nella chiesa della Provvidenza per ringraziare Iddio della ricuperata libertà.
Un immenso popolo trasse a quella festa; quel popolo che sa Dio e patria essere uno, muoveva volonteroso i passi al tempio del Signore, come Israele muoveva nei giorni della vittoria. Fra i popolani cominciarono in quell’occasione a vedersi alcuni nobili, certo per far ricordanza di loro, e dimostrare che approvavano l’avvenuto, e che ancor essi erano gelosi della libertà.
In strada Balbi, al quartier generale, venne inalberato il grande stendardo del popolo con in mezzo la croce rossa in campo bianco, in un angolo il nome ed il cuore di Gesù, con sotto il motto: Viva Gesù, e nell’altro angolo il nome di Maria, con sotto il motto: Viva Maria. I capi nei loro atti pubblici si intitolavano: difensori della libertà.
Gli Austriaci, condotti dai generali Andelaw, Marcelli e Woster, andavano frattanto infestando Sarzana e il paese circostante. I fatti di Genova avevano acceso di santo entusiasmo ogni terra ligure. I Sarzanesi, guidati da Giambenedetto Pareto, commissario della Repubblica, e da Paolo Petralba, comandante di Sarzanello, mossero intrepidi contro le genti nemiche, combatterono con molto ardimento, vinsero, fugarono gli Austriaci, obbligandoli a fuggirsene, a lasciar libero tutto il territorio genovese sin oltre la Magra.
Dopo questo fatto successero rumori in Genova. Il popolo tumultuariamente chiedeva se gli rendesse conto del bottino raccolto durante la lotta. E dálle dálle venne a scoprire che Tomaso Assereto e Carlo Bava, già capi del quartier generale, avevano, acconciando i propri fatti convertito in proprio prò quelle argenterie e quei denari che erano stati nelle loro mani depositati. Il popolo aveva verso i due colpevoli tanti obblighi per la loro instancabile opera alla ricuperazione della libertà, tuttavia fremette di sdegno. Assereto e Bava tentarono fuggire innanzi all’aspetto minaccevole del popolo, il quale, vieppiù infuriato per quel tentativo, li cacciò in prigione, con quasi tutti gli altri primi capi.
Infrattanto i patrizi stavano in sulle velette. Godevano delle dissezioni. Sapevano che il popolo, solito a darsi della zappa sui piedi, sarebbe da per sè medesimo tornato a loro. Infatti fra le accuse date, vere o false che si fossero, cominciò a rinascere nel cuore dei popolani il desiderio dei personaggi dell’antico reggimento. Una rappresentanza del popolo andò dai due senatori Piermaria Canevari e Girolamo Serra, e per forza li condusse al quartier generale dicendo: «Vi vogliamo come galantuomini alla testa del nostro governo.» Questo fu un primo appicco per la nobiltà, e come un capo di fune che tirò con sè il restante. Più tardi furono chiamati a consultare coi due senatori altri nobili.
Intanto le arti si erano ordinate in compagnie per parrocchie, ciascuna colla propria divisa; era un grato spettacolo quando si univano ed armeggiavano. Le quattro compagnie di castello elessero per loro colonnello il doge e per cappellano l’arcivescovo. In esse si arrolarono indistintamente i patrizi in qualità di semplici soldati o di ufficiali, cercando con zelo presente di far dimenticare la debolezza passata. La compagnia denominata dei cadetti fu la prima ad innalzare nel cortile del palazzo le antiche insegne della Repubblica, il che fu tosto imitato dalle altre; grande avviamento quello all’antica consuetudine.
Gli ecclesiastici dell’uno e dell’altro clero dimostrarono il medesimo zelo, essendosi i preti ordinati in diverse compagnie, le quali, finchè durò il bisogno, si adoperarono valorosamente in pro’ del pubblico. Anco i regolari di ogni ordine, così di cappuccio, come di berretta, prestarono un ottimo militare servizio, o alla guardia delle porte, o alla custodia della sontuosa fabbrica dell’Albergo, dove erano rinchiusi gli Austriaci prigionieri.
I mezzi divini non si omettevano. Vedevansi frequenti e divote processioni, sì d’uomini che di donne, andare visitando ora questa, ora quell’altra chiesa, o recitando per le vie preci fervorose ad invocare l’aiuto di Dio, e l’assistenza di Maria, a cui Genova era devotissima.
A perpetua memoria della riacquistata libertà, e ad onore di coloro che per essa avevano versato il proprio sangue, il popolo dell’abitatissimo quartiere di Portoria decise che l’avventuroso mortaio da cui era nato il primo rumore, il principio della liberazione, fosse solennemente riportato all’antica sua sede della Cava di Carignano, là donde le ladre mani austriache lo avevano levato.

XIII.

Volgeva l’8 gennaio 1747. Sin dall’alba Genova aveva un aspetto di festa. Mentre un popolo numerosissimo, azzimato e lieto, muoveva per il quartiere di Portoria, e i balconi e le finestre s’ornavano di tappeti e di bandiere, le campane d’allegrezza suonavano, strepitavano i mortaletti. Era quello il dì destinato al trasporto del mortaio.
Sopra un carro indorato, tappezzato e adornato di fiori veniva collocato il famoso bronzo. Nel tragitto il corteo era preceduto e seguito da innumerevole moltitudine, gridante Viva Maria!… Viva Genova!… Viva la libertà!… Nel volto di tutti stava dipinta un’allegrezza con un fervore sommo, e segni anco di gratitudine scorgevansi verso que’ valorosi che la Dio mercè salva avevano la patria: Genova era davvero in quel momento la più bella delle città.
Alla lieta pompa intervennero i capitani del popolo, tutti vestiti di spoglie austriache; due battaglioni di cittadini armati; sessanta giovani a cavallo, i quali, guerniti di elmo e di corazza, a terra trascinavano le insegne e le bandiere tolte all’abborrito oppressore. Seguivano anco regolari milizie, musiche e tamburi; onde più e più si rallegrava la festa.
Quando il popolo giunse alla Cava di Carignano e il mortaio si ricollocò all’antico suo posto, si rinnovarono e moltiplicarono le grida, gli applausi, le acclamazioni, ed i concenti. Cittadini d’ogni ordine s’abbracciarono fratelli: popolo e patrizi stringevansi alfine concordi la mano.
Bene avevano ragione i Genovesi di animarsi e di unirsi. Imperocchè gli Austriaci, rifattisi forti pei soccorsi venuti dalla Lombardia, erano di nuovo comparsi alla Bocchetta, e, infestando le regioni superiori della Polcevera, facevano le viste di voler calare a basso.
Schulembourg era succeduto a Botta nel comando delle squadre nemiche; esso andava concependo atroce vendetta dell’onta patita dalle armi imperiali. I popolani che s’immaginavano tal cosa, oltre i militari apprestamenti fatti dentro, avevano stimato necessarissimo di ordinar bene la difesa anco al di fuori. Non che i Polceveraschi e i Bisagnini avessero bisogno di sprone, poichè in loro l’odio contro i Tedeschi era moltissimo, ma necessaria cosa era di ridurre a qualche norma gl’incomposti moti delle masse.
Furono mandati, quali commissari generali, alla Polcevera il patrizio Gaspare Bassadonna, ed al Bisagno il patrizio Giambattista Cattaneo, e, quali commissari particolari, a Montoggio il patrizio Giambattista Raggi, e a Voltri il patrizio fra Girolamo Balbi, cavaliere di Malta. Diedero costoro ordinamento alla buona volontà dei popoli, le loro forze unirono a quelle delle milizie d’ordinanza, e colla voce e coll’esempio mostrarono quanto loro stesse a cuore la Repubblica.
Dalle nomine di tanti patrizi a custodia di luoghi gelosissimi, ognuno di leggieri può comprendere come la nobiltà principiasse ad aver piede e ad intromettersi nelle faccende. Al qual cambiamento, d’uopo è il dirlo, avevano dato luogo molte cagioni; lo zelo che i nobili allora dimostravano per la pubblica causa, l’essersi spogliati in un colle loro donne delle cose più preziose per far denaro a beneficio della patria, la prudenza dei patrizi chiamati alle consulte del quartier generale, la necessità infine che in ogni grave negozio politico spinge gli inesperti a voltarsi verso chi più vede e più sa.
La maggiore autorità che i patrizi andavano un dì più che l’altro acquistando, e il ridursi le cose a poco a poco sugli antichi ordini, mentre piaceva ai popolani più savi, i quali non ignoravano punto come l’infima plebe è buona a combattere non a reggere, arrecava grave disgusto a coloro che o amavano il saccheggio, od avevano il cuore acceso d’un odio inestinguibile contro i nobili. Questo verme rodeva lo Stato, ed eccitò tumulti.
Schulembourg, il nuovo capitano austriaco, era uomo destro non solo per la guerra, ma anche per maneggiare accortamente gli uomini. Esso non ignorava come la discordia serpeggiasse fra i Genovesi; e volle farne tesoro. Con sobillamenti e con accorte intelligenze giunse a guadagnare a sè alcuni fra coloro che si dimostravano più aderenti alla causa popolare. Colle insinuazioni, colle calunnie, colle accuse, cercò di contaminare gli animi: arte vecchia della tirannide di vincere colla divisione dell’inimico. Divide et impera, è detto antico e vero. Si spargevano con maestria voci che i nobili tradivano il popolo, che se la intendevano cogli Austriaci, che stati essi primieramente oziosi, quando cioè si combatteva, ora prevalevano della salute procurata loro per far rovinare di nuovo la Repubblica, che più che alla Bocchetta i principali nemici del popolo erano al palazzo pubblico, che sino a quando quel nido di tiranni e di traditori non era disfatto, invano potevasi sperare di giungere a salvamento. Dicevasi che poichè il popolo da sè solo aveva incominciato, da sè solo dovesse pur finire, che le insidie occulte dei traditori son più funeste alle imprese generose dei popoli che la forza manifesta. Per quanto i patrizi colla prudenza e la dolcezza cercassero sventare quelle disseminate insinuazioni, non ne venivano a capo. Temevasi dai buoni, e con ragione, che ad una data occasione la mina sarebbe scoppiata.
Un dì del gennajo 1747 udissi come gli Austriaci si fossero spinti sino alla Madonna della Vittoria. Senza porre tempo di mezzo vennero suonate le campane a martello per sollecitare i cittadini ad accorrere prontamente al pericolo. E senza farsi attendere, una immensità di gente d’ogni età e condizione recossi in Polcevera, e arditamente affrontati i nemici, dopo corto combattere li respinse.
Fra gente affollata, armata ed ardente, passato il pericolo, non potevano non riscaldarsi gli animi, rinfiammarsi le passioni; l’opera latente del nemico doveva operare.
D’un tratto fu visto uscire fuori di sua casa, e correre per le vie un vilissimo uomo, per nome Gianstefano Noceto, bargello di professione, epperò assuefatto colla belletta della società. A costui si unì anco un Gianfrancesco Garbino, pescivendolo, per colmo di infamia anco un figlio del boia; uomini tutti sfrontati, di mala vita, insolentissimi. Andavano gridando essere giunto il tempo di castigare debitamente i traditori; avere i patrizi macchinato di dare il misero popolo in preda agli Austriaci, affinchè ne facessero aspra vendetta; doversi opprimere chi opprimere voleva, ne esservi altro modo di salvezza che questo. Dalla mala opera di que’ tristi suscitossi un gran tumulto. I plebei, a cui ballava in tasca la tedesca moneta, fra loro si accostarono, si confusero, concordemente gridarono: a palazzo, a palazzo! e a quella volta con prave intenzioni s’incamminarono. I furenti erano armati di pietre e di bastoni e di armi da essi rubate nella pubblica armeria, ma pur anco traevano seco un cannone per abbattere le imposte della sede del governo. Era un baccano d’inferno, e davvero pareva che l’inferno avesse vomitata quella schifosa e cenciosa orda di gente.
A chi nulla nulla abbia vissuto in mezzo alle umane rivoluzioni questi fatti non giungeranno nuovi. Sempre succederanno, finchè il mondo, camminando innanzi, non per la via dei patiboli, ma per quella delle scuole, perverrà a distruggere la plebe. E qui è da fare una distinzione che si deve pure avvertire fra popolo e plebe. Narrano del demonio che abbia uno specchio, il quale invertisca ogni cosa da bene a male, da virtù a vizio. Quand’è così deve dirsi che il popolo è creazione di Dio e la plebe plagio del diavolo. Ed è poi certamente con diabolico artifizio che l’una all’altro si mescola, e, mascherando il suo vero essere, compie le nefande opere, e satisfà, agli istinti perversi col nome altrui; per cui, non raro, l’uno è accusato e infamato di quello che l’altra compie. Col popolo non possono vivere e grandeggiare che la libertà, che le opere generose, soltanto colla plebe gavazzano gli osceni saturnali, la sbrigliata licenza.
I furenti, giunti che furono innanzi all’antica e splendida sede del governo, ponevano il cannone sulla piazza detta volgarmente dei Pollaiuoli, e ne volgevano la bocca contro il palazzo, dov’erano il doge e i venerandi consessi della Repubblica. Quindi ad alte voci domandavano armi, mostravano di voler entrare negli appartamenti, lo che era loro negato col chiudere le guardie il rastrello. Ciò essi veduto vieppiù inviperivano. Scagliavano assai orribili imprecazioni contro la Signorìa, minacciavano di trarre col cannone. Noceto, Garbino e il figlio del carnefice ai più estremi fatti incitavano la pazza turba. I senatori che al palazzo andavano, insultavano con vilissime parole, e in ciò sopra ogni altro mostravasi accanito il figlio del boia. A tanto di sventura era giunta Genova, che un disceso dal più abietto fra i mestieri osava oltraggiare il fiore delle sue famiglie.
Una grande sciagura sovrastava quella città che colle patrie mani aveva testè versato il sangue forestiero, prossima allora a bruttarsi del sangue proprio.
Le esortazioni dei prudenti non valevano punto; anzi chi esortava, e della salute della patria ammoniva, era chiamato traditore e minacciato nella vita. In quel pericoloso momento uscì dal palazzo pubblico Giacomo Lomellini, disposto o di sedare quella forsennata rabbia, o di morire. Con voce calma, voltosi alle turbe: « — E dove andate, e che volete, o cittadini?» sclamò. «Questo non è il campo austriaco, ma la sede da tanto tempo riverita dei vostri padri. Farete voi, atterrando queste sante mura, ciò che gli Austriaci non hanno fatto? Farete voi ciò che essi vorrebbero fare? Sarete più nemici della vostra patria che i nemici stessi? Voi vi lamentate dei nobili, voi li chiamate traditori. Credete voi, che chi ha creato questa patria, ed a tanto splendore innalzata, la voglia ora distruggere? Credete voi che chi l’ha fatta libera, ora la voglia far serva? Credete voi ch’essi sieno tanto snaturati, tanto di loro medesimi nemici, che amino meglio servire ad un padrone lontano che reggere un popolo libero? Voi li chiamate traditori! E non vi sovviene dei doni gratuiti da loro fatti, non delle loro mani unite alle vostre in Polcevera, in Bisagno, in questa scena stessa della travagliata Genova, che felice e libera sarà, quando non sarà divisa e parteggiante! Voi li accusate di avere intelligenza coll’Austria! Badate a quel che dite. Voltate gli occhi, ed osservate là nei feudi imperiali, presentemente ingombrati da soldati austriaci, aguzzate la vista ed osservate fumare le proprietà dei nobili genovesi con maggiore furore di ogni altra incenerita da quegli uomini tedeschi. Venite, e prestate ora l’orecchio ad una fama vera, e sentirete, come la regina d’Ungheria abbia confiscato i capitali cantati ne’ suoi Stati, e che ai nobili genovesi appartengono. Queste sono le primizie d’Austria verso i nobili, che voi ora perseguitate, questi gli allettamenti, queste le carezze. Orsù, tornate in voi medesimi ed in calma vi rimettete, posciachè i divini oracoli hanno pronunziato, che i regni divisi periscano; tornate e calmatevi, che nè la nobiltà v’inganna, amante com’ella è al pari di voi di questa nobile patria, nè io parole vi recherei, in ciò credo che mi conosciate, da parte di chi a voi infenso ed amico del nemico fosse.»
Così parlava Lomellini per ridurre alla ragione la gente mentecatta. Alle affettuose parole del patrizio, che era grato al popolo per essersi con ardore e con fede adoperato per la causa della patria, alcuni si rimettevano della loro ferocia; ma il furore dei più non si calmava. Mossi da malvagi, che gridavano essere quello un nuovo tranello, non davano ascolto a quanto dicesse l’onesto cittadino, e volevano accontentare il fiero talento che li trasportava. Già le cose si avvicinavano agli estremi danni. Un plebeo più degli altri crudele ed empio, colla miccia accesa in un mano, si accostava per sparare il cannone e far strage del sovrano palazzo. Ma il Lomellini, con pericolo della propria vita, non permise quello scandalo inaudito. Esso, postosi innanzi alla micidiale bocca da fuoco:
« — Non fia, sclamò, che quell’augusta sede offendiate, se prima non avrete lacerate queste mie membra; in me, in me sfogate tutta la rabbia vostra: saziatevi del mio sangue; meno rei sarete per l’uccisione d’un cittadino solo che per l’eccidio di quel primo presidio della patria, ed io felice morrommi, se gli occhi miei una tanta scelleratezza non vedranno.»
Alle parole, al generoso atto e magnanimo del Lomellini gli empi persecutori della patria si ristettero. I circostanti per tenerezza non poterono trattenere le lagrime, il popolo, il vero popolo che comprese l’inganno con cui era stato trascinato, già mormorava, e voleva dare una seria lezione ai dispregiatori d’ogni legge divina ed umana. Ma costoro, conosciuto come corressero pericolo, si fecero piccin piccini, e chi di qua, chi di là, tutti sgattaiolarono. Il cannone, lasciato libero, fu ricondotto al luogo donde era stato levato. E la giustizia, che raro non raggiunge i colpevoli, prese tostamente Noceto, Garbino e il figlio del boia, e tutti e tre fece appiccare al gibetto.
Genova fu salva, e la sua salvezza dovette al patrizio Giacomo Lomellini, del cui nome con onore mai sempre parleranno le storie. Il nome di Lomellini non andrà disgiunto da quello del giovane Desilles, il quale, in sul principio della rivoluzione francese, in Nanci, con atto simile e per la medesima cagione, sè medesimo votò alla patria, e pervenne lo spargimento di sangue cittadino.

XIV.

La divisione dei capi del popolo, la cupidità di alcuni di loro col convertire in uso proprio ciò che era del pubblico, coll’appropriarsi parte maggiore di bottino di quella che a loro spettasse, l’amore del saccheggio mostrato dalla plebe, anco in occasione dell’ultimo tafferuglio, tutto concorreva a screditare affatto la loro parte. I più savi fra i popolani capivano poi come Genova per sostenere la libertà con tanta fatica e tanto sangue riacquistata, d’uopo avesse dei principi forestieri, i quali mai certo avrebbero acconsentito trattare con un reggimento tumultuario, variabile, non mai sicuro delle proprie deliberazioni. Da ciò nacque la necessità di rimettere in piena azione l’antico governo, conosciuto dai principi, ad essi spirante fiducia. Onde il doge ed i collegi in uno cogli altri magistrati tornarono nell’esercizio delle loro cariche, negoziarono colle estere potenze, amministrarono la giustizia, elessero i magistrati, regolarono le rendite pubbliche. Al quartiere generale del popolo non rimase che una certa sovraintendenza sulle militari faccende, e più per animare che per indirizzare, essendosi le milizie, come per lo passato, sottomesse all’autorità del sergente generale della Repubblica.
Dubbio non v’era che il rivolgimento delle cose in Genova non fosse per fare entrare le Corti d’Europa in nuove deliberazioni, e concepire alle medesime, circa la guerra, altri pensieri di quelli cui sino allora avevano accettati. L’Austria invece intendeva tutta al vendicarsi, e le sue mire poneva al soggiogamento della Repubblica. E tanto era il suo ardore in questo divisamento, che oltre le proprie genti di molto ingrossate e infestanti già le rive della Polcevera, instantemente domandava, e anche con qualche imperio, a Carlo Emanuele, che all’assedio di Genova buon nerbo de’ suoi soldati mandasse. Comechè il re già vivesse con qualche freddezza con Vienna, non potè tuttavia esimersi dalla fattagli inchiesta. Onde accadde che Genova, non solamente si trovò stretta da lungi, e dalla parte di ponente, ma eziandio da vicino, dalla parte di levante.
I Genovesi non s’intimorirono punto. Fatti grandi dalla precedente vittoria, invasati del santo amore alla propria patria, tutti stretti in fraterna concordia, arditamente affrontarono i numerosi nemici, e in più fazioni, sempre con estremo valore combattendoli, fecero del loro sangue rosse le rupi di Langasco, di Masone, di Ronsiglione, di Serra, d’Isoverde e di altri luoghi circostanti. Ma il valore non sempre è vincitore; esso talfiata deve dopo inaudite prove di costanza cedere al numero. Tal fu dei Genovesi, i quali altre braccia non avevano che le proprie, menomate ogni dì per ferite o per morti, mentre quelle del nemico ogni dì più s’accrescevano. Essi dovettero alfine indietreggiare per modo che già vedevano l’odiata grifagna sventolare dicontro alle mura della diletta città.
Infrattanto i fatti di Genova erano pervenuti nella loro verità alle orecchie dei re di Francia e di Spagna. Innanzi tratto erano stati mescolati con molte fole; dicevasi che in Genova signoreggiasse una plebe sfrenata e furibonda, che fossero scacciati tutti i nobili, che uno della più bassa plebaglia fosse innalzato alla suprema autorità del dogato, che lo Stato fosse ridotto al vivere, non pure popolare, ma plebeo, che nessun fondamento si potesse fare su di quella moltitudine cieca, mutabile, incomposta, sempre mossa da passione non mai da ragione, che le cose di quel paese fossero disperate, che esso si dovesse abbandonare a quel destino che da per sè stesso si era creato. Ma coll’andare del tempo i patrizi avevano trovato modo di far sapere che le condizioni della città non erano tanto cattive, quanto ne era andata la fama, che per verità un popolo poco regolato aveva gran parte nel maneggio delle pubbliche faccende, che però già gli antichi statuali risorgevano, e riprendevano piede ogni giorno più dell’altro, di modo che avevasi certa speranza che un assetto stabile si darebbe a tutto, e capace di poter presentare buon fondamento a chi volesse Genova soccorrere. Piegando poi i termini della Repubblica sempre più a maggior ordine, e ricuperatasi dal doge e dai collegi la consueta autorità, mandarono questi il principe Doria innanzi tratto in Provenza per informare i generali di Francia e di Spagna del vero stato delle cose, e come Genova, già aiutatasi da sè medesima, fosse in grado di aiutare chi a lei accorresse; indi allo stesso patrizio commisero si recasse a Parigi ed Londra per far persuasi quei sovrani delle ragioni e dei dolori della Repubblica, e per pregare il primo a mandare sussidi, il secondo a non più trattarla da nemica. A malappena schivando le navi inglesi, giunse il Doria in Provenza, e da quel buon patriota che era, fece con tutto l’affetto l’ambasciata appresso ai generali, dai quali fu accolto coi segni della maggiore onoranza. Poi mosse per a Parigi, quivi da quel re fu amicamente ed onorevolmente accolto; ma non a Londra, chè quel re lasciò capire, che quantunque l’ufficio gradisse e la persona, non poteva tuttavia in quelle emergenze di tempo nè udirlo, nè ammetterlo.
Luigi di Francia, che conosceva l’importanza della liberazione di Genova, non contento delle informazioni avute dal principe Doria, quantunque concordassero pienamente con quelle del signor di Guimont, ambasciatore francese presso la Repubblica, volle mandare in città apposta un uomo, coll’incarico di attentamente osservare e fedelmente ed esattamente riferire. Le relazioni del mandatario si uniformarono colle precedenti, e dileguossi allora nella mente di Luigi ogni dubbio, e per comunione anco in quella di Ferdinando di Spagna.
Que’ due monarchi pensarono che siccome Genova era stata forte e generosa nel vendicarsi in libertà, così ancora forte e generosa sarebbe nel conservarla, e non si commetterebbe a debole appoggio chi l’aiutasse. Per tanto si restrinsero le pratiche, e Luigi di Francia acconciò l’animo a far opera soccorritrice a favore della Repubblica. Innanzi tratto scrisse una lettera al doge, in cui, esaltando con magnifiche parole la nobile condotta del popolo genovese, il chiamava non punto degenere da quegli antichi Liguri che sì gloriosa fama di sè avevano lasciata nel mondo. Ciò ci dimostra chiaro come vero sia quel proverbio che suona così «Aiutati che ti aiuterò!» E Genova che si era aiutata, raccoglieva adesso il frutto del suo magnanimo ardimento, stringendo profittevoli alleanze.
È una ragione politica codesta di cui gli uomini di Stato italiani dovrebbero avere costante memoria, onde fra la ossequiosa osservanza ai maggiori e la iniziativa dei forti propositi non esitar mai. Siate forti e le alleanze saranno patti proficui ed onorati; ma deboli essendo e paurosi nel cercare amicizie, non troverete che protettori e padroni.
Prima che le narrate cose si facessero, in Provenza erano già succedute grandi mutazioni. Nel timore che se l’Austria s’impadronisse di Genova tutta Italia sarebbe sotto al giogo, Carlo di Napoli in pericolo, Filippo senza speranza di Stato, la Spagna s’era riconciliata colla Francia, verso la quale aveva avuto poco innanzi non lieve materia di dispiacenza. La Francia vittoriosa nei Paesi Bassi si era rifatta di gente sulle sponde del Varo con un forte rinforzo di veterani. E l’una e l’altra potenza si erano risolute di venire di nuovo al paragone dell’armi sui duri gioghi delle Alpi e degli Apennini.
L’austriaco Brown e re Carlo Emanuele provavano di già quello, di cui avrebbero dovuto rimaner capaci fin da prima, cioè che la Francia è una terra che non facilmente si lascia conquidere.
La rivoluzione di Genova diede il tracollo e la guerra perduta pegli Austriaci e pei Piemontesi in Provenza; imperocchè Brown non solo non poteva più trarre da quella città le artiglierie per rinforzare Antibo, ma eragli in pari tempo tolta ogni speranza di ricevere nuovi rinforzi da Schulembourg, il quale a malappena poteva colle truppe, che sotto i suoi comandi stavano, frenare i valenti Repubblicani. Disperata ormai l’impresa, e ogni dì più che l’altro crescendo la forza dei Gallo-Ispani, Carlo Emanuele e Brown si trovarono costretti a ripassare il Varo, e a ricondurre le soldatesche, sceme d’assai dalle fatiche, dai freddi e dalle pioggie invernali, l’uno in Piemonte, l’altro in Lombardia. In tale maniera seguì vana l’impresa di Provenza, e un tal fine ebbero gl’intendimenti d’Austria e di Sardegna contro di quella francese provincia, comechè gl’Inglesi si fossero impossessati delle isole di Sant’Onorato e di Santa Margherita, cui per breve tempo conservarono, tornate tosto in potere del primo signore per la ritirata degli Austro-Sardi.
Le truppe spagnuole destinate all’impresa d’Italia erano capitanate dal marchese Lasminas, sotto l’impero di don Filippo; le francesi dal maresciallo Bellisle, piuttosto bel parlatore di guerra che buon intendente, prode però della persona, generoso, e di gloria cupidissimo. Bellisle, che per proprio impulso e per volontà del suo re, procedeva con assai zelo in favore di Genova, attendendo l’istante propizio di mandare soldati in quella città, vi faceva precedere generose parole e segni del buon animo della Francia.

XV.

Ai due di febbraio 1747 entrò nel porto di Genova una nave francese. Da essa discesero a terra otto ufficiali, fra cui due ingegneri, che il maresciallo Bellisle mandava in servigio della Repubblica. A quel tratto d’amicizia della Francia, tutta la città si commosse. Cittadini d’ogni età, d’ogni sesso e condizione a calca correvano per vedere gli ufficiali mandati da un re benevolo in aiuto della patria di nuovo minacciata; salutavano con infinita allegrezza le insegne francesi, e nel rivederle sentivano rinverdirsi in loro ogni speranza.
Gli ufficiali di Francia, oltre la presenza, il valore, il consiglio, tutte cose di importanza non lieve, portavano seco ottomila luigi d’oro, somma molto opportuna, comechè fosse insufficiente per sollevare la Repubblica dalle angustie in cui versava. Le comuni allegrezze vennero accresciute dalle novelle dagli stessi ufficiali recate di non lontani soccorsi per parte di Francia e di Spagna, e della ritirata degli Austro-Sardi dal Varo.
Vana non riuscì l’aspettazione dei Genovesi; chè in sullo scorcio del mese di marzo e nei primi di aprile approdarono nei porti liguri i soldati soccorritori delle due potenze. Gli Spagnuoli, oltre l’aiuto d’armi, recavano anco quaranta casse di denaro.
Gli era ben tempo. Schulembourg era venuto frattanto cingendo Genova d’ogni intorno, e non più a piccoli affronti in sulle montagne, ma si cimentava a vere ed effettive oppugnazioni delle opere esteriori e delle mura stesse della città. A prima giunta s’impadroniva del monte dei Due Fratelli, che domina lo sperone, ultima parte delle mura; poi del convento del monte; ma quello veniva ricuperato dai Francesi, questo dai Genovesi.
Le operazioni degli Austriaci non procedevano con quella prestezza che avrebbe fatto di mestieri. Innanzi tratto non erano essi abbastanza numerosi per accerchiare una grande città, non giungendo il loro numero che a ventimila combattenti; poscia perchè il popolo e i presidiari acremente si difendevano, ed infine perchè i Bisagnini e i Polceveraschi, tutti in arme, continuamente tribulavano gl’ingiusti aggressori della loro patria. I Bisagnini, in particolar modo con altri popoli della riviera di Levante, avevano fatto una grossa accolta, la quale, sotto la condotta del patrizio Piermaria Canevari, postasi alla Scoffara, serviva quasi d’antemurale dalla parte del Bisagno. Così la guerra sino allora sparsa e vaga erasi ridotta sotto le mura.
Schulembourg, dal suo quartier generale alla Torrazza, mandò un aiutante di campo alla Repubblica, significandole che ancor era tempo pei Genovesi di ricorrere alla clemenza dell’Imperatrice pronta a perdonare ogni eccesso; che clemenza e perdono da parte di lei egli loro offeriva, ma che se intendessero aspettare gli estremi e le artiglierie, che già erano in cammino, riponessero bene in mente che avendo l’Austria giustissima collera contro di Genova, sarebbero allora, malgrado ogni preghiera, saccheggiate le campagne, inceneriti i villaggi, mandata sossopra la capitale, e sepolti sotto le sue rovine i cittadini tutti. Solito linguaggio codesto de’ capitani austriaci non peranco mutato ai giorni in cui viviamo; mentre in altri è tutto incivilimento e moderazione; in essi è barbarismo ed iracondia.
La Signorìa, ritemprata dall’eroica azione del popolo, come a uomini liberi s’addice, rispose allo stolto tedesco:
«Genova non aver per volontà preso le armi, non per offendere, ma per difendersi, non per torre ad alcuno il suo, ma per conservare il proprio; avere per Maria Teresa ogni rispetto, ma più cara la propria libertà; essere pronti i suoi popoli a mettere e beni e vita, e quanto amano e quanto possedono per mantenere quella libertà salva ed intatta; confidare che la gran Madre di Dio e Dio stesso non le sarebbero scarsi del loro sussidio, ond’ella potesse tener fermo lo Stato, resistere ad una ingiusta aggressione, e condurre a buon fine un proposito di cui niuno era nè più generoso, nè più santo.»
I cannoni ricominciarono allora a tirare; Austriaci, Ungari, Boemi, Croati, Varadini vennero alle prese contro i Genovesi, Francesi e Spagnuoli. Ai monti, al piano, alla Polcevera, al Bisagno, facevansi scaramuccie alla mescolata, seguivano zuffe accanite, in cui popolo e valligiani menavano le mani non meno aspramente delle soldatesce regolari.
Pel mondo si sparse famoso grido dell’assedio di Genova; il valore e la causa dei Genovesi erano nei cuori di tutti gli uomini onesti e generosi.
Mentre ostinazione e generosità fra loro si contendevano, ecco giugnere a Genova, quale legato di re Luigi, il duca di Boufflers, pari di Francia e governatore generale delle Fiandre.
Il 4 di maggio l’illustre personaggio, accompagnato dai deputati della Repubblica, preceduto dagli ufficiali sì francesi che spagnuoli, circondato dalla nobiltà, che l’aveva atteso vicino alla chiesa di San Siro, seguito da una calca innumerabile di popolo, andò a palazzo, ove, introdotto nella sala del minor consiglio in presenza dei collegi radunati, postosi a sedere di rimpetto al trono, dove stava seduto il doge Brignole Sale, così prese a favellare:
«Avete, o Genovesi, colla medesima grandezza d’animo restituito alla patria la libertà, procurato salvezza alle provincie nostre, e quel nemico stesso che dai vostri colli via levaste, pur dai confini della Francia allontanaste. Voi adunque prima per beneficio e fama di virtù conoscemmo che per aspetto e conversazione; a voi venendo, mi pare di venire al cospetto dei Marcelli, dei Fabi, e degli Scipioni, di cui voi a niun modo scorati per le estreme calamità, per un miracolo quasi non credibile dai posteri, rinnovaste col senno e colla mano gli altissimi fatti. Al famoso grido del valor vostro si commosse il re di Francia, quel re di Francia fido in guerra, fido in pace, e statuì di dare soccorso alla benemerita Repubblica; ed io qui sono testimonio e mallevadore della regia volontà. Ite adunque adesso, che un gran re vi accompagna; ite, combattete, prostrate quel nemico, che da voi soli già cacciaste e da voi soli rintuzzaste. M’avrete, così comanda il re, nei consigli compagno, nelle battaglie capitano, ne meglio crederommi provare al mondo che francese io sono, che col dimostrarmi per amore e per fede verso la Repubblica Genovese».
Il doge commosso rispose: «I Genovesi hanno la libertà più cara della vita, non mai di lei dubitarono, quando un acerbo nemico sulle loro generose cervici stava, nemico venutovi, non per forza di lui, ma per un impaccio di fatale destino, ma ora più cara l’hanno ancora, e più sicura la stimano, che il possente re Luigi sotto l’ombra del suo patrocinio l’accoglie, e lei di sostenere, lei di difendere promette, e cura e pensiero ne prende. Da così degno portatore delle sue promesse argomentano il grado della sua benevolenza, e superbi ne vanno, e se ne rallegrano sovrabbondevolmente. Molte cose fauste, molte infauste provò nel corso dei secoli la Repubblica, ma niuna più infausta della occupazione Tedesca, niuna più fausta di avere rivolto in sè il benigno animo di un re di Francia; ciò ella giudica essere il più desiderabile compenso delle passate disgrazie, il più prezioso frutto dei sudori e del sangue sparso. Non dubitate, o duca di Boufflers, e fatene certo il vostro alto signore, che Genova tale sarà, quale fu, e con tanta maggiore costanza combatterà, quanto che al desiderio di conservarsi libera si aggiunge quello di mostrarsi riconoscente.»
Mentre in Genova succedevano le dette cose, i nemici andavano insultando. Partiti dal campo di Creto, assaltarono monte Cornaro. Ivi s’appiccò una zuffa, come in un giusto fatto d’arme. I posti furono innanzi tratto ben difesi dai terrieri bisagnini, quindi, giungendo il patrizio Canevari con mille terrieri scelti, gli Austriaci vennero sì furiosamente caricati che dovettero a precipizio ricoverarsi nel loro primo alloggiamento di Creto.
In quel fatto glorioso, fu mortalmente ferito il Canevari, colpito da una archibugiata nemica nella gola. Era un giovine di venti anni, da ognuno amato pel suo valore e pella sua virtù. Sopravisse brevi momenti, e comechè si sentisse mancar la vita, non cessava con instanti voci di pregare i suoi a combattere, finchè avessero compiuta la liberazione della patria. Morì felice, udendo la vittoria del popolo, e la fuga degli Austriaci dal monte Cornaro.
Nella cattedrale si fecero solenni esequie al caro estinto. V’intervennero Boufflers con tutti i capi più ragguardevoli delle armi e del governo. Lodarono l’onorata persona, l’esaltarono, la mostrarono quale esempio agli altri. Il Senato ordinò che una statua le s’innalzasse nella sala senatoria.
I volontari della libertà non rimasero punto avviliti per la morte dell’egregio e prode cittadino; anzi le esangui spoglie, infiammando i loro cuori, li fecero entrare in maggior furore che mai, e le già pronte mani vieppiù sospinsero contro gli avidi conculcatori della patria. Guidati da Agostino Pinelli, sostituito al Canevari, quanti Austriaci capitavano loro alle mani, tanti sacrificavano all’anima del diletto capitano. Rimasero su per quei monti segni terribili del valore e del risentimento dei forti terrazzani.
Non migliore esito per il nemico avevano le battaglie dal lato della Polcevera; imperocchè i Genovesi non trascuravano in parte alcuna la difesa di que’ luoghi.
Schulembourg, che non poteva superare i forti petti degli Italiani, lasciava che i suoi soldati infierissero sugli inermi, solito andazzo austriaco che l’Italia dovrebbe sapere a prova e non dimenticar mai. Le crudeltà, i saccheggi, gl’incendi dalle truppe dell’apostolica Imperatrice commessi non ponno credersi. Non perdonavano le truculenti, nè a sesso, nè a età, nè a condizione; chi ferivano, chi contaminavano, chi trucidavano con barbari modi. Campane, vasi sacri, ornamenti di chiesa, marmi, statue, quadri, ferriate, vetri, suppellettili, mobili, tutto depredavano i saccomanni, e dalla spiaggia di Sestri di Ponente tutto imbarcavano su navi inglesi per Livorno e Savona. I sepolcri stessi non andavano esenti dalla loro rapacità; imperocchè li aprivano, e se vi trovavano alcun ornamento d’oro o d’argento posto ai morti dai congiunti o dagli amici, quale segno di riverenza od amore, tutto essi rubavano, ed insaccato mandavano ai sicuri lidi.
Eppure erano quelli soldati di una regina, di una donna che diceva seguire la religione del Nazareno, che si faceva chiamare imperatrice apostolica. Ma l’Austriaco del divin Maestro non segue già le dottrine, sibbene quelle del Papa, e come questo della religione fa istrumento di barbarie e di dispotismo.
Un colonnello austriaco, un tal Franquin, uomo più che bestiale, vera bestia, dopo tante immanità commesse da non ridire, fe’ a Sestri evirare un cappuccino, perché il meschino frate non aveva saputo appuntino ragguagliarlo dello Stato di Genova. Ma il castigo di Dio non doveva tardare a colpire l’inumano uomo; chè, tirando gli Italiani coi cannoni dal poggio di Belvedere contro gli Austriaci alloggiati all’Incoronata, una palla vendicatrice lo percosse nel petto, e lo stramazzò cadavere nel fango.

XVI.

Infrattanto che i fatti suaccennati accadevano, venivano giungendo mano mano intorno a Genova manipoli di soldati piemontesi, i quali si mettevano a campo cogli austriaci. Schulembourg assai si doleva del modo rilento impiegato da Carlo Emanuele nello spedirgli non solo i suoi, ma benanco le provvigioni di cui tanto abbisognava. Non è che quel re sentisse rimorso di dare aiuto allo straniero per debellare una città italiana. Egli oltre al temere l’eccessiva potenza di Vienna in Italia ove di Genova s’impadronisse, provava dispetto per non essere stato messo a parte del bottino di Piacenza, come aveva con istanza domandato.
Il generale austriaco che non ignorava come alla sua Imperatrice stesse a cuore la presa di Genova, e desideroso essendo egli medesimo di acquistar gloria in quella ossidione, instava presso Carlo Emanuele affinchè sollecitasse i soccorsi. Mandava anco a Torino il barone di Plunker, il quale abboccatosi coi ministri del re li trovò che volevano bensì aiutare, ma con nuovo vil prezzo, oltre ai già pattuiti. Trovato il prezzo, non ebbe ad impiegare molta fatica a persuaderli.
Dopo i soliti ragionamenti, si convenne fra le parti di fare uno spartimento della Repubblica. Genova doveva rimaner libera, ma soltanto come città anseatica, la riviera di Ponente doveva toccare a Carlo Emanuele, quella di Levante a Maria Teresa, eccettuato il golfo della Spezia ed il Sarzanese che sarebbero caduti in potere del Granduca di Toscana.
Così Piemonte ed Austria facevano fra di loro il conto, il quale, come in appresso vedremo, ricorda l’antico proverbio che non occorre rammentare.
Tosto, comandati dal conte Cacherano della Rocca, partirono alla volta del campo austriaco dodici battaglioni di fanteria con altre milizie, e la proporzionale accompagnatura di cannoni. A Sestri cacciarono Anfrano Sauli ed il capitano Barbarossa, lodatissimi guerrieri, i quali avevano in que’ luoghi dato prove di straordinario valore. Non potendo i due Repubblicani reggere all’impeto del nemico di molto più grosso, si ritrassero ai monti verso Masone per inquietarlo da quelle balze quanto più potessero.
Le fazioni militari si accalorarono. Dalla parte del Bisagno gli Austriaci tentarono parecchi assalti, ma con esito infelice; imperocchè quelle intrepide popolazioni, confortate anche da qualche compagnia di soldati regolari di Francia, Spagna e Genova, valorosissimamente sostennero i vari scontri.
Sulle rive della Polcevera gli Austro-Sardi avevano posto piede sul poggio della Madonna della Misericordia, da cui signoreggiavano la costa di Rivarolo. Quella comparsa fece stupire i Genovesi, e a Bouffiers dimostrò come non si dovesse tentennare. Fece suonare la raccolta in città; in gran numero accorsero le milizie cittadine, si unirono colle francesi, e, sotto la guida del cavaliere di Chauvelin, intrepide andarono all’assalto del poggio. Per divisamento di Boufflers, che dalla porta di Granarolo su ogni cosa vegliava, uscì in pari tempo, il conte di Lannion dal monte de’ Due Fratelli, ed investì da quel lato gli Austriaci.
Il combattimento dalle due parti durò più di tre ore d’assai ostinato. I Franco-Italiani si erano già condotti sino al convento della Misericordia, dov’era il grosso degli Austro-Sardi, e ogni speranza di vittoria avevano, quando, sopraggiunta la notte, dovettero porre fine al combattere, e tornarsene.
In quel fatto gli Austro-Sardi ebbero a soffrire una perdita di circa ottocento uomini tra morti e feriti, i Genovesi intorno a quattrocento. Fra questi eravi quell’Andrea Uberdò, detto lo Spagnoletto, uno dei capi-popolo da noi citati in sul principio della sommossa; egli morì col nome di patria sulle labbra. Perì pure di mortale ferita il marchese della Faye.
Tutti piansero l’Uberdò, generoso in vita, generoso in morte per la sua patria. Nella comune lode i Genovesi accoppiarono il di lui nome con quello di Canevari, quantunque l’uno patrizio, popolano l’altro; felice connubio da cui speravano la salute della Repubblica.
In quel medesimo fatto fra altri rimase prigioniero Francesco Grimaldi, il quale, stretto dalle forze austriache, andava gridando: «Della mia cattività non mi dolgo, se non perchè ella mi toglie la possibilità di più adoperarmi in pro della patria.»
Grandi pericoli sovrastavano ancora a Genova dalla parte del Bisagno, sino allora difesa con sì prosperi successi.
Schulembourg o che fosse mosso sul principio dalla necessità di aspettare i Piemontesi, o che il determinasse la maggior facilità di far venire dalla Lombardia le provvisioni, aveva anteposto l’attaccarsi alla parte verso la Polcevera, comechè Genova fosse ivi meglio munita che verso il Bisagno. Il suo sforzo aveva già assai tempo durato, nè si vedeva che presto dovesse aver fine, difendendosi quei di dentro con egregio valore. Anzi in loro crescevano ogni giorno gli spiriti guerrieri e la esperienza delle armi, mercè principalmente le cura di Boufflers, il quale nè giorno, nè notte riposava, nè ricusava alcun ufficio, ora capitano, ora soldato. Fortificava i luoghi più deboli, muniva maggiormente i più forti, indirizzava i movimenti, s’intendeva ottimamente col governo. «Se Genova, scrive lo storico Botta, fosse stata sua patria propria e fra quelle mura fosse nato, più amorevole volontà non avrebbe potuto dimostrare, nè con più attento o forte animo la causa genovese procurare.» Il valoroso duca egregiamente eseguiva il suo mandato; e tanto più perchè trovava negli uomini cui presiedeva valore e abnegazione.
Se Boufflers bene rispondeva al popolo che l’amava, bene pur rispondeva il popolo a Boufflers, e bene il governo ad ambedue. Tale concordia, tale vicendevole operare dovrebbero sempre essere seguiti in pari circostanze. Il non assecondare gli sforzi di chi regge le armi, gl’impacci frapposti dal governo, la sfiducia degli animi non danno certo giammai la vittoria.
Schulembourg, considerate tutte le esposte cose, prese consiglio d’avventarsi contro la fronte del Bisagno, nella speranza che la sorpresa e la qualità delle fortificazioni gli avrebbero aperto più facilmente la via al conseguimento del suo desiderio.
La notte che susseguì al giorno dodici di giugno, pose in esecuzione il suo disegno. Lasciati i Piemontesi a guardia degli alloggiamenti e trincee fatte sulle rive della Polcevera, e a Piemontesi mescolati con Austriaci data la custodia del quartier generale della Torrazza, il supremo capitano col maggior nerbo dei soldati dell’impero s’incaminò per alla volta del Bisagno. Marciava col favore della notte pei sentieri montuosi che sono attorno a Genova, silenzioso, colle schiere sciolte dalle artiglierie, cui intendeva di far venire da Sestri di Ponente alla Sturla col mezzo delle navi inglesi. Aveva diviso i suoi in tre drappelli, l’uno a guida del generale Spreker, l’altro del barone di Sant’Andrea, il terzo di lui stesso. Silenzioso partì, silenzioso giunse. Per fare che i Genovesi non si accorgessero del piano che poneva in opera aveva lasciato ordine al generale Della Rocca, come se sul solito piano della Polcevera volesse battere, che in sul far del dì assaltasse, come eseguì, il ponte di Corvigliano per far vista di entrare in San Pier d’Arena, al generale Piccolomini che rumoreggiasse più su verso Rivarolo, e al generale Andelaw che investisse il monte dei Due Fratelli.
Gli Austro-Sardi trovarono dappertutto i difensori pronti, ed altri che accorrevano, perchè credevano essi che quivi i nemici volessero sforzare la città; il disegno di Schulembourg riusciva a seconda.
Infrattanto egli passava il Bisagno nelle parti superiori, e in sul far del giorno era ivi alcun poco molestato dai villani che custodivano i passi di San Gottardo, ma fu un nulla. Proseguendo il cammino diligentemente, giungeva senza muovere sospetti alla serra dei Bavari, ove i paesani non avevano pernottato in quel numero che dai vigilanti capitani era stato prescritto. Per cui soltanto una leggiera avvisaglia qui succedeva, in conseguenza della quale Galeotto Pallavicino, che là reggeva le armi, doveva ritirarsi con andar a prender posto al basso, in prossimità di Albaro. Via celeremente seguitando, il duce austriaco, quasi senza difficoltà di sorta, superava il monte vicino denominato Castellazzo, e l’animo e l’armi voltava contro il poggio detto per la sua eminenza la Bocca dei Ratti.
Tale località era di estrema importanza, imperocchè per ivi si passa a Camaldoli, a Quezzi, a Santa Tecla, a San Martino d’Albaro, luoghi tutti vicini, e per dove si poteva far forza contro le trincee, che, per maggior sicurezza, i Genovesi avevano fatto sulla sinistra del Bisagno, e che si distendevano dalla Madonna del Monte sino a San Francesco d’Albaro. Un reggimento composto di Svizzeri ai servigi di Spagna con qualche nodo di paesani tenevano in custodia quel passo, da cui poteva dipendere la salute o la rovina di Genova. Ma se la passavano quegli molto alla spensierata, e senza quella vigilanza che si conveniva, negligenza da far meraviglia da parte degli Svizzeri che in quel tempo tenevano il primato delle armi.
Gli Austriaci assalirono improvvisamente, e quando gli altri meno se l’aspettavano. Gli Svizzeri e i Genovesi punto si sgominarono per ciò; ma, afferrate prestamente le armi, al certame corsero intrepidi, e ressero per ben tre ore, con uccidere molta gente al nemico, massime dei granatieri. Se non che la ognora crescente calca degli aggressori li fece indietreggiare. Al rumore e alle funeste novelle accorse sul luogo il generale spagnuolo Taubin, a cui, alloggiato dentro il recinto delle nuove mura, era commessa la custodia di quelle parti. Esso sovvenne gli Svizzeri, incoraggiò i villani, e già faceva certa per sè la vittoria, quando, ferito mortalmente in una gamba, fu trasportato via dal campo di battaglia, e tradotto nella propria abitazione in Genova, dove in capo a dodici giorni morì.
Impossessatisi gli Austriaci prima della Bocchetta, poscia del monte dei Ratti, colla loro ala sinistra scesero per le rive della Sturla sino alla marina, colla destra occuparono l’eremo di Camaldoli e la montagna di Quezzi, dove attesero a fortificarsi e a spingere guardie sino a tiro del cannone della piazza.
Colla perdita della Bocca dei Ratti non rimaneva ai Genovesi che un punto importante, quello del convento della Madonna del Monte, sito assicurato con qualche opera di trincee dal marchese di Roquepine. Se ivi giungevano ad annidarsi gli Austriaci, le fortificazioni esteriori divenivano pei Genovesi inutili. Il nemico si sarebbe facilmente insinuato fra le fortificazioni medesime e le mura del recinto, e, avvicinatosi così al Bisagno, avrebbe potuto e battere coi cannoni le mure e lanciare bombe nella città. Il sapeva Schulembourg; e a tutt’uomo vi si sforzò.
Nel convento della Madonna del Monte eravi il marchese di Leyde, spagnuolo, il quale, vedendo venire alla sua volta tanta moltitudine di nemici, e considerando la debolezza delle trincee, che lo cingevano, aveva fatto pensiero di ritirarsi e già, ottenutone il consentimento di Boufflers, si ritirava. Se non che il maresciallo di campo Sickel, svizzero, al soldo di Genova, insistette con sì efficaci parole sulla necessità di conservare quel posto, se pur si voleva che la Repubblica trionfasse, che Boufflers mandò ordine si difendesse ad ogni costo. Leyde, compreso che se si allontanava la vittoria per fermo sarebbe pegli Austriaci, i quali ferocemente venivano all’assalto, tornò prestamente indietro, ed appiccò la zuffa, e nel fatale cimento, accorsero e si mescolarono villani, popolo e borghesi.
Crudele e lunga fu la battaglia. Finalmente fra il resistere unito di tanti, si rallentò l’impeto dei nemici, i quali, lasciando sul campo circa duemila tra morti e feriti, ritiraronsi nei loro alloggiamenti di Camaldoli e di Quezzi. Fra i morti si numeravano il marchese Clerici e quattro colonnelli. Gli Austriaci, scesi più abbasso, avevano anco tentato le trincee di San Francesco d’Albaro, ma pur quivi senza frutto. Così Schulembourg, che aveva preso quartiere nel palazzo di Gianagostino Pinelli in San Martino d’Albaro, scorgeva le mura della bramata città, ma non le poteva battere per la distanza.
La battaglia della Madonna del Monte volse in bene le sorti di Genova; oltre alla strenua difesa devesi pure l’esito della giornata all’opportunità delle trincee innalzate e degli interriati fatti dai Genovesi oltre il Bisagno.

XVII.

I rapidi progressi di Schulembourg verso la parte orientale, e l’aver esso di Quezzi e di Camaldoli fatto suo ricettacolo, non poca trepidazione cagionarono nel popolo. Siccome sempre accade in simili casi, molti magnificavano la cosa oltre il vero, e, già presi da sgomento, i Genovesi dubitavano della salute della patria. In tali estremi momenti non vi è che l’energia di chi regge che possa risollevare gli animi di chi ubbidisce. E così fu.
I collegi in permanente adunanza vegliavano; Boufflers s’affaticava quanto e forse più di quanto potesse prode e amorevole uomo; assicurava le fortificazioni; alzava una subitanea trincea tra il monastero di Santa Chiara di Carignano e la porta Santo Stefano, eccitando colla parola e coll’esempio il popolo al lavoro, e il popolo, rifatto d’animo, accorreva; nuove opere d’alzate e di trincee faceva al minacciato posto della Madonna del Monte, vi mandava più forte presidio, dandolo in guardia al valoroso marchese Roquepine; infine l’instancabile capitano poneva il suo quartiere generale alla porta Romana per essere meglio in grado di sopravedere e di soprastare da sè medesimo a quanto occorresse per le difese. Anco la Signorìa mostrava animo pari al pericolo. Mandava alla Madonna del Monte gran numero di popolo e di villani guidati dai patrizi Giambattista Saluzzo, Stefano Lomellino, Gianfrancesco Dongo. Colla loro attività e col loro coraggio que’ patrizi assai danni arrecarono agli Austriaci, specialmente il Dongo, il quale, lasciato l’abito ecclesiastico, onninamente si adoperò nella patria causa.
Nel movimento universale prodotto dalla prossimità del nemico, gli ecclesiastici, che del Vaticano non seguivano le massime, mostraronsi sublimi nel loro cómpito di carità patria, degni di essere tramandati pel ministerio delle lettere alla memoria degli uomini. Si armarono in gran numero, ed armati si condussero a custodire notte e giorno la muraglia della minacciata parte; ed in tali pietosi esercizi continuarono, finchè durò il bisogno, mai venendo in loro meno l’ardore. Monsignore Saporiti, arcivescovo di Genova, spinto anch’esso dallo zelo medesimo, andò a farne la rivista là dov’erano accampati alle palizzate del Bisagno, e i fatti succedentisi non diceva opera umana, ma giustizia del Signore.
Tutto s’infervorava, nè la lunghezza del tempo attediava gli animi o stancava i corpi. Le donne ed i fanciulli, cui uguale amore per la Repubblica, ma non uguali forze potevano impiegare, si adoperavano volonterosissimi nell’aiutare i più robusti ed intrepidi uomini alle fortificazioni con portar ceste, terra, fascine, zappe ed ogni altro oggetto o strumento atto a procurare sicurezza. Onde forti e deboli, armati e inermi, ricchi e poveri, secolari ed ecclesiastici tutti pagavano il debito loro alla dolce madre che avevali allevati e nutriti.
La furia di Schulembourg dovette arrestarsi innanzi agli intrepidi petti dei difensori di Genova, innanzi alla loro concordia. Il Tedesco non si mise più in pensiero di voler conquistare la Madonna del Monte. Trovandosi la ligure città tutta all’intorno cinta dall’esercito confederato e il mare chiuso dal navilio inglese, sperò che la fame avrebbe fatto quello che non poteva la forza.
I terrazzani da difensori si fecero assalitori. Vedendo il nemico silenzioso, si spiccarono da Quezzi, l’andarono a snidare, e gli arrecarono grave danno con una ben combattuta fazione; altri portatisi a San Pier d’Arena scacciarono i Piemontesi da una casa nel borgo di Cornigliano, dove si erano fortificati. Gli Austriaci tentarono di tener fermo il posto di San Gottardo, ma pur quivi colla peggio furono rimandati.
Austriaci e Piemontesi, non potendo vincere, saccheggiavano e soqquadravano il paese; nè si poteva distinguere chi di loro più infuriasse; imperocchè gli uni e gli altri facevano alle peggiori, nè si ristavano ai pianti ed alle supplicazioni degli inermi e dei quieti, purchè rubassero, uccidessero, violentassero, ponessero dappertutto la desolazione e la rovina erano contenti. Nel leggere le narrazioni sincrone di questi fatti, non potemmo di meno di volare col pensiero alle pagine di Vittor Hugo, e di convincerci che quando la possente fantasia egli sbrigliava a descrivere le selvagge mostruosità d’un Han d’Irlanda fosse più storico che poeta. Cuori di quella tempra pur troppo allignano quaggiù. Se v’ha un conforto a ciò, egli è che le storie non sempre ci riportano di tali inumanità.
L’ammiraglio inglese che governava l’assedio dal lato di mare, anco da quello che aveva udito dalla bocca di Schulembourg, si era immaginato che i Genovesi morissero di fame. Per accertarsene si mise in capo di voler fare un bel tratto; e fu questo.
Una mattina con bandiera parlamentaria presentavansi al porto due ufficiali inglesi, i quali chiedevano, a nome del loro capo, di essere presentati al doge. Allorchè furono innanzi alla suprema carica della Repubblica, trassero un foglio e lo sporsero. In quel foglio da parte della Corte di Torino si domandava una cantatrice che in Genova tutt’altro mestiere faceva di quello di cantare. Aveva proprio la Corte di Torino da pensare in quel tempo alle cantatrici. Si conobbe la sciocca pretesa, e agli ufficiali venne detto andassero pure, secondo il piacer loro, cercando la chiesta persona, e visitassero liberamente la città. I due inglesi videro dappertutto perfetta quiete, le botteghe de’ fornai piene di pane, tutte le piazze provviste di commestibili d’ogni genere, non solo i più necessari, ma benanco di quelli che allettano alla gola. Boufflers li invitò a pranzo; la tavola fu imbandita con tale abbondanza e squisitezza, che ne avrebbe disgradato le più sontuose in tempo della più perfetta pace. In fine di tavola l’arguto francese disse loro: «Vedete, signori, ai Genovesi non manca che un po’ di neve per mitigare il calore contro dei loro nemici». Bisticcio da secentista, ma pure espressivo.
Allorchè i due messi se ne tornarono all’ammiraglio, e gli riferirono quanto avevano veduto ed udito, il superbo figlio d’Albione sbassò alquanto la sua arroganza per modo che non sapeva più che dirsi dello Schulembourg.
L’abbondanza dei viveri in Genova proveniva dall’ardire e dall’arte, con cui i legni della Repubblica: gondole, gusci, saettie, liuti, schifetti, trapassavano, malgrado gli sforzi supremi dei nemici, le navi inglesi, ed entravano nel porto recando ogni sorta di provvigioni.
Narrasi di una galeotta, chiamata la San Luigi, di bandiera francese, ma da Genovesi governata, la quale, carica di polveri, nella più chiara luce del giorno sguizzò attraverso della fila brittanica, e, comechè dalle due bande i cannoni inglesi la fulminassero, salva si condusse nel porto. Esempio questo raro di sommo ardimento.
Boufflers si studiava continuamente a moltiplicare gli ostacoli al nemico e a prolungare colla difesa la vita di Genova. Gli fu suggerito, ed accettò il pensiero di armare un pontone, tarda e grossa nave, fatta solamente per uso di trasportar pietre. Lo afforzò tutto all’intorno di gomene, stoppe, lane, di quanto infine il potesse rendere impenetrabile alle artiglierie. Lo munì di due grossi cannoni in poppa, di due minori ai lati, di due mortai nel mezzo. Così armato lo mandò alla marina della Sturla, scortato da due galere e rimorchiato da una quantità di battelli. Colà giunto, il pontone si diede a tirare contro gli Austriaci, molti ne uccise, indusse in tutti timore e stupore per l’apparizione di sì strana e potente invenzione. Incominciarono i cervelli alemanni a pensare, e capirono che i Genovesi non erano poi gente da potersi soggiogare così alla prima. Gli alleati principiarono pure a vacillare nei loro consigli, e dell’evento non pronosticarono troppo bene.
In quel mentre giunsero ai Genovesi desideratissime novelle. L’esercito Gallo-Ispano, passato il Varo, ed occupato il paese di Nizza, si era accinto all’assedio di Ventimiglia, mentre l’avanguardia condotta da don Francesco Pignatelli, già era pervenuta in San Remo. Più dubbio veruno non eravi che Carlo Emanuele, temendo pel suo reame, non fosse per richiamare i suoi soldati dal campo di Genova per inviarli ai soliti e naturali baluardi del Piemonte. Non fu così nondimeno, chè quel re, credendo forse che Genova fosse in maggiori angustie di quante veramente ne provava, oppure stimando che pei luoghi rotti della riviera il nemico non potesse così presto approssimarsi, aveva manifestato al generale austriaco l’intenzione di vieppiù stringere Genova, attaccarla con maggior sforzo, onde averla tosto nelle mani.
Schulembourg e Della Rocca si affrettarono ad aderire al desiderio del re di Piemonte; essi non cercavano di meglio che prevenire le nuove combinazioni di guerra che con sè portava l’esercito alleato.
Genova però non dormiva. Cittadini, popolo, contadini, soldati e milizie, Boufflers, la Signorìa e l’Arcivescovo stesso co’ suoi preti e frati, tutti zelatori di libertà, tutti vegliavano perchè la Repubblica non ricevesse danno. Mani forti avevano i campioni di Genova, ed animo ancor più forte. Scacciarono essi i Piemontesi e i Croati dalla Madonna della Incoronata sulle rive della Polcevera, respinsero gli Austriaci da San Gottardo sulle rive del Bisagno, e comechè in un assalto dato al monte delle Fasce rimanessero perdenti, tuttavolta vi ebbero combattuto così ferocemente che il nemico si accorse che in loro non era punto scemato il vigor primitivo.
In questo fatto fu ferito, preso e barbaramente trucidato dai Tedeschi fra Paris, fratello di Agostino Pinelli, cavaliere di Malta, il quale, udito il pericolo della patria, era prestamente accorso per giovarle e col consiglio e col braccio, in entrambi valentissimo. Il cadavere di lui, tutto lacero, e indegnamente tronco da uomini inscienti d’ogni legge divina ed umana, venne ricompro a contanti e trasportato in Genova. Nella cattedrale, come a quella del Canevari, vennero alla cara salma fatti gli ultimi onori con solenni esequie. V’intervennero i magistrati, la nobiltà e il popolo, ed i primi ufficiali di guerra.

XVIII.

La costanza genovese e la caponaggine austriaca continuavano ad urtarsi. La vittoria però non doveva essere ormai dubbia. Da un lato si combatteva per la libertà, dall’altro pella servitù; valore, umanità e diritto stavano pei Genovesi, viltà, crudeltà e dispotismo pegli Austriaci.
Il 30 giugno da Antibo giungeva in Genova Agostino Haumada, distintissimo generale spagnuolo, mandato da Lasminas in surrogazione del morto Taubin. Quell’arrivo rinforzò sempre più le speranze dei Genovesi; imperocchè se la Spagna mandava uno de’ più scelti suoi generali era argomento che neppur essa rallentava del suo favore verso la Repubblica. In quel torno di tempo seppesi pure che il castello di Ventimiglia si era arreso alle forze Gallo-Ispani. Ciò diede prova manifesta come essi avessero gli eserciti in buon assetto di guerra, e non restasse loro più altro impedimento per venire avanti che le difficoltà dei passi. In quanto a Leutron, che trovavasi in Oneglia, non dava timore che potesse arrestare il corso dei vincitori, poche genti avendo con sè.
Carlo Emanuele, veduto fallito il tentativo di impadronirsi di Genova, e udendo come l’esercito Gallo-Ispano ogni ostacolo superando si avanzasse vittorioso, ordinò al generale Della Rocca, levasse tosto il campo di Genova e andasse prestamente a congiungersi colle altre forze piemontesi destinate a preservare il Reame da un’invasione che pareva imminente.
Della Rocca, senza indugio alcuno, levò il campo e si ritrasse a Savona, donde poi fece passo in Piemonte. Tale provincia non era certamente sicura. I generali degli eserciti borbonici, non solamente sembravano di volersi prolungare per la riviera in soccorso di Genova, ma benanco di voler tentare qualche fatto di non lieve momento sulle fonti della Dora e del Chiusone, e aprirsi un varco nelle pianure subalpine, avendo mandato sotto gli ordini del cavaliere di Bellisle, fratello del generalissimo di Francia, numerosi battaglioni su pel dorso delle Alpi.
Le speranze d’Austria caddero affatto colla partenza dei Piemontesi, e vani tornarono i desideri di possessione e di vendetta. Ella, mordendosi le mani, dovè convenire che se i Genovesi avevano scritto sulle porte della loro città la parola Libertas, possedevano anche in cuore virtù capace per sostenere che altrui non la cancellasse.
La notte del 3 di luglio, Schulembourg, non potendo più fare alcuna cosa buona per la lontananza degli alleati, e trovandosi in cattiva condizione, levò con somma cautela tutti i campi che sul Bisagno aveva posti, e, con silenzio camminando, si ridusse innanzi tratto al suo alloggiamento della Torrazza; indi, varcata la Bocchetta, e più in là procedendo, lasciò libero quasi tutto il territorio della Repubblica. Gli Inglesi, venuti per opprimere un popolo che voleva la sua libertà, dalle spiaggie della Sturla e di Sestri di Ponente, dove avevano il principale adunamento, spiegate nel tempo stesso le vele, s’incamminarono a Vado ed a Savona, riconducendo con sè le artiglierie e le provvisioni che con tanta fatica e tanta spesa avevano portato ad una impresa di così brutto proposito per le armi d’Inghilterra. Salvi se ne andarono, perchè la superiorità del loro navilio non permise alle piccole navi genovesi di danneggiarli. Bene però popolo e villani seguirono alla coda i soldati fuggenti di Maria Teresa; non pochi ne uccisero e ne ferirono, impadronendosi anco di alcune some piene di oggetti d’oro, non che di molto bestiame.
Così i nemici di Genova se ne andarono; così libera rimase quella generosa città, esempio al mondo che non si assassinano impunemente gli innocenti, e che i forti petti dei cittadini sono baluardo insuperabile a qualunque prepotenza. Il nome genovese visse, come aveva tanti secoli vissuto, rispettato ed amato, finchè, tra la fede rotta e i nuovi disegni di chi più poteva per la forza delle armi vincitrici, non fu già spento, ma fatto comune con quello che già aveva avuto nemico. Però è da credere che i despoti non avvertissero bene nel 1815 a quel che facevano, unendo forti mani e forti petti di qua e di là dall’Appennino; se ci avessero pensato non lo avrebbero fatto.

Al partire delle detestate insegne si rallegrarono assai i Genovesi, gli uni e gli altri si abbracciarono, le passate calamità si raccontarono quasi come un orribile sogno, e il valore mostrato nella lotta con quel bell’entusiasmo d’un popolo che sa di aver fatto un’opera santa. E il popolo genovese aveva ben ragione di andar glorioso. Senza di esso Genova sarebbe stata sotto il giogo austriaco chi sa per quanto tempo ancora, angariata, concussa in sino all’estremo. Senza il popolo, il patriziato genovese non avrebbe saputo trovare l’antica energia, stabilire alleanze fruttevoli alla patria. «Che l’inse!» sclamò il popolano Balilla, parole che meglio di lunghi discorsi esprimono la terribile disperazione di un popolo che non poteva più sopportare sul capo la ferrea mano dell’usurpatore; e quel popolo, alla magica pietra lanciata contro i superbi e mal accorti Golia, si accese, insorse e vinse; vinse perchè lo volle con fermo e costante proposito. Le rivoluzioni non si fanno come un atto qualunque della vita individua o sociale. Iddio nella sua giustizia ne decreta il giorno e l’ora. E quando il giorno è sorto, quando l’ora è scoccata, la goccia d’acqua fa traboccare il calice, il sasso lanciato impegnare la guerra, mentre la voce dei secoli grida al mondo: «Lasciate passare la giustizia di Dio». Grido democratico di popolo fu quello di Balilla, allarme di rivoluzione, quello allarme che tuttora minaccevole e tremendo suona alla tirannide e alla prepotenza. Grido magnanimo, che precede la eterna giustizia, che i codardi Eunuchi invano presumono soffocarne il prorompere. Silenzio, vi diciamo coll’inspirata parola di Mameli, silenzio, Eunuchi:

«Stolti, o venduti — credono
Guidar tremando i fati,
Che il lor terror adorino
I popoli prostrati;
Della viltà profeti,
Sui fremiti secreti
Che l’avvenir racchiudono
Spargon blandizie e oblio,
Dicon, mentendo Iddio,
Empio chi tenta oprar.

Se Balilla avesse consultato uno di costoro innanzi gettare il sasso, avrebbe avuto l’appellativo di pazzo o di peggio; sarebbe stato deriso, se fallito il colpo, da quelli stessi, che, riuscito a bene, ne sublimarono il nome, gridandolo grande e generoso figlio di Genova. Sempre eguali costoro, anco ai dì nostri ne avemmo esempi. Milano sorge nel 1848, vince, ed è gridata eroica città; nel 1853 alcuni arditi patrioti tentano sollevarla per cacciarne il nemico, sono perdenti, e quelli stessi che cinque anni prima erano eroi, grandi, vengono appellati pazzi dai fratelli, assassini dai nemici. I fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, ed altri furono derisi, perchè con pochi compagni tentarono generose imprese e fallirono; grande invece è chiamato Garibaldi, che, pur con pochi compagni, riesce nella redenzione di Sicilia e di Napoli. Se una nave borbonica lo avesse gettato nel fondo del mare innanzi sbarcare a Marsala, esso pur ora s’avrebbe la taccia di pazzo. Gli Eunuchi non adorano che la forza materiale, che i fatti compiuti, e pur questi a loro modo. Malgrado i molti esempi non vogliono riconoscere la potenza del popolo, non ammettere che Dio lo protegga nelle sante sue imprese.
Per debito di giustizia dobbiamo ora un cenno alla Francia e alla Spagna, le quali per salvare Genova dalla perdizione, a cui la chiamavano due principi vicini ed uno lontano, quella Genova che grande mostravasi, furono liberali d’uomini e di denaro. La Francia sopratutto è degna di grandissima commendazione; imperocchè nessuna spoglia per sè serbò, solo intenta a proteggere il giusto. Così se la ingiustizia trovò avvocati ed armi, la giustizia pur nè trovò, e tanto più che il popolo aveva saputo meritarli col suo amor di patria, col suo coraggio.

XIX.

Il duca di Boufflers, che sì valorosamente aveva combattuto, non ebbe il contento di veder coronata l’opera da lui sì bene condotta. Le palle tedesche lo avevano rispettato, il vaiuolo lo ammazzò. Esso morì ai 2 di luglio 1747 nell’età di quarantadue anni. I Genovesi lo avevano preso ad amare assai, poichè nessuno fu mai più caritatevole verso i poveri, nè più generoso verso gli amici, nè più valoroso contro i nemici, nè più amante di Genova dell’estinto duca. Il popolo lo pianse, e le lagrime d’un popolo sono la più eloquente, la più bella orazione funebre cui uomo possa desiderare. Il popolo non sa fingere, il suo pianto o la sua gioia non sono menzogneri, non adulatori. Oltre alle lagrime i Genovesi diedero al Boufflers quanto Stato riconoscente può dare a chi più non viva. I collegi decretarono che una lapide alla sua memoria fosse posta nella chiesa dell’Annunciata del Guastata, precisamente nella cappella di San Luigi appartenente alla nazione francese. L’inscrizione latina incisa su quel marmo nell’italiana favella suona così:
«A Giuseppe duca di Boufflers, governatore della Fiandra, francese, a Genova venuto portatore della volontà di Luigi XV, re, per avere col senno e colla mano confortato i cittadini afflitti da lungo assedio, col riattar vecchie ed alzar nuove fortificazioni, frenato per terra e per mare i confederati inimichevolmente avventantisi, con fatiche e consunzione della vita sostentato la libertà della Repubblica da nemica forza ad ogni modo tentata, al difensore amantissimo il Senato per dargli immortalità di nome, giacchè non potè di vita».
Quindi il gran consiglio, intento ad onorare un uomo caro e benemerito alla Repubblica, statuì che il figlio dell’estinto Boufflers e i suoi discendenti fossero inscritti nel libro d’oro della nobiltà genovese, e di più che e’ potessero annestare le armi della Repubblica con quelle del proprio casato.
Gli altri morti per Genova si ebbero pure i dovuti onori. Per ordine dell’arcivescovo fu solennizzato nella cattedrale un triduo ed un funerale. Il magnifico tempio era tutto a gramaglia; nel mezzo ergevasi un catafalco, circondato da infiniti lugubri lumi, e sopra la porta maggiore leggevansi le seguenti parole:
«Ai fortissimi cittadini cui l’amore della patria spinse a morte, perchè abbiano dopo le guerriere fatiche pace e riposo eterno, questo lutto di pietà, questo ufficio di gratitudine.»
Altro e non men grave pensiero era pur venuto in mente dei magistrati, e fu che si rendessero grazie e voti al Dator d’ogni bene per aver conservato alla Repubblica quello che più d’ogni altro si deve apprezzare ed amare, la libertà. Il 23 di luglio, i collegi, la nobiltà, i magistrati i capi delle armi radunavansi nella metropolitana, e per loro facevasi solenne processione coll’intervento dell’arcivescovo e del clero, a cui pei loro recenti fatti in pro della patria, i popoli riconoscenti guardavano con maggior riverenza del solito. La divina presenza, la serenità dell’aria, il raccoglimento dei magistrati, il rispetto dei cittadini, l’armi lucenti ed apprestate, non più a morte, ma a vita, la ricordanza dei passati danni, il contento della presente felicità, davano a quella pompa un non so che di grave, di pietoso, di soave e di sacrosanto insieme: religione e libertà si univano. I Genovesi pregavano e ringraziavano: il mondo li ammirava. In quel solenne e ben augurato momento suonavano le campane, strepitavano ad allegrezza i fucili delle schiere, tuonavano i cannoni. La sera poi la città in ogni parte comparve illuminata, e scorgevansi altri festevoli segni, indicatori che quello era giorno memorabile e grande nei fasti della Repubblica.
Le felici novelle di Genova furono dai sopracciò partecipate a mezzo di ambasciatori agli amici sovrani. Le cose però non erano ferme ancora intieramente; imperocchè i rumori di guerra facevansi tuttodì udire ai confini della Repubblica. L’assistenza della Francia era ancora necessaria.
Il marchese di Bissy venne per sostenere le veci di Boufflers, poi, per maggiore significazione d’onore e di favore, re Luigi, in sullo scorcio del settembre, mandava il duca di Rechelieu. Presentatosi questi al Senato disse:
«Genovesi, re Luigi, mio signore, niuna cosa ha più a cuore che la salute della Repubblica, io a voi vengo portando per lei la medesima incorrotta fede, il medesimo intenso desiderio di giovarle, che in Boufflers tanto da voi sospirato e pianto avete veduto.»
Il doge rispose:
«Duca di Rechelieu, la Repubblica conosce e sente nell’intimo del cuore le obbligazioni che ha al magnanimo re di Francia; si rallegra, si gloria e si conforta che ad un re sì potente tanto sia accetta da mandare, quale esecutore della sua benigna volontà, un ministro di così alto stato e tanto amato da lui.»
Il duca di Richelieu mostrò verso Genova la medesima benevolenza del predecessore; ma l’occasione di segnalarsi che fu larga a Boufflers gli mancò. Piccoli fatti soltanto successero ancora su quello della Repubblica, perchè la guerra in altri territori incrudeliva. Tentò Savona per sorpresa, Campofreddo per forza, e non gli riuscì. Conquistò però Varaggine, cacciandone i Piemontesi e facendo molti di loro prigioni. Represse il nemico nella riviera di Levante, preservò quella di Ponente sia dov’era libera, e tale in pericolo fazioni si mostrò, che ognuno conobbe come capace fosse delle più grandi.

XX.

I potentati erano ormai stracchi della guerra; ma non sazi di sangue. Terminato l’assedio di Genova, i Gallo-Ispani decisero condursi a nuove offese.
Il maresciallo Bellisle ed il marchese Lasminas, non andavano però innanzi tratto troppo d’accordo sull’impresa che primieramente dovevano eseguire. L’uno e l’altro volevano bensì cacciare nel precipizio il re di Sardegna, e rompere la forza austriaca in Italia, ma Bellisle l’intendeva ad un modo, Lasminas ad un altro. Il Francese considerava che se si penetrasse in Piemonte per le Alpi e si domasse re Carlo Emanuele, altro partito non resterebbe agli Austriaci che quello di ritirarsi sugli alti monti del Tirolo. Presumeva altresì che il re, tutto intento alle cose Liguri, avesse lasciato con poca custodia i luoghi per ove intendeva di passare. Voleva per conseguenza che il Piemonte s’invadesse per le Alpi. Lo Spagnuolo, pel contrario, mosso sempre dalla mira del grasso pascolo di Parma e di Piacenza, portava opinione che si costeggiasse il mare per la riviera di Ponente, si prendesse Savona e si riuscisse, varcati gli Appennini liguri, e sottomesso Gavi, sulle sponde della Scrivia e della Trebbia. Le due sentenze furono abbracciate, scemandole così del loro valore.
Una parte delle forze francesi fu posta a stanza nella contea di Nizza per tenere in riguardo la forte adunazione di truppe, che Carlo Emanuele aveva fatta nella provincia di Saluzzo. Quella parte, quando l’altra, di cui ora parleremo, avesse condotto a compimento le fazioni commessele, doveva prestamente calarsi pella valle di Stura contro Cuneo e appoggiare così l’andata di Lasminas per la riviera. L’altra parte francese, confidata al cavaliere di Bellisle, a cui il maresciallo, suo fratello, desiderava meritamente con ardore di aprire l’occasione di qualche fatto onorato, teneva ordine di passare le Alpi Cozzie e penetrare da quel lato nella pianura piemontese per divenire l’ala sinistra del corpo principale condotto dal fratello. Strano era il pensiero e inusitata la via che volevano fare; imperocchè disegno loro era di evitare Icilia e Fenestrelle, e, valicando i monti torreggiati fra l’una e l’altra di quelle fortezze e dividenti la valle di Dora dalla valle di Chiusone, sboccare nella valle di Sangone per scendere a Giaveno, con che avrebbero schivato l’incontro della insuperabile Brunetta. Speravano poscia, che parte per oppugnazione, parte per assedio non avrebbero molto penato ad impadronirsi delle fortezze, e, torcendo la via verso la loro destra, avrebbero inondato tutto il Piemonte, rasentando le Alpi Cozzie e Marittime e l’Appennino.
Il cavaliere di Bellisle marciò colle sue genti, giunse a Briansone, e, tra il quattordici e quindici luglio, passò il monte Ginevra. Al suo apparire i Piemontesi, ingrossati da qualche nodo di Austriaci e da alcune compagnie di Valdesi, si ritirarono sul colle di Sestriere, onde passarono a Villar d’Aumont, a Isoraus, e finalmente sul colle del Puy di Prato Gelato, dove si accamparono. Infrattanto i soldati leggieri di Francia si erano condotti alla Rua, piccolo villaggio posto rimpetto al Puy. Rimaneva a superarsi il sommo giogo che separa la valle di Dora da quella di Chiusone. La via ne è alpestre sì, ma alquanto piana sulla cima, per cui vien detto il colle dell’Assieta.
La custodia di quelle sommità era affidata al conte di Cacherano di Bricherasco, valoroso soldato subalpino. Ai diciotto venendo ai diciannove, egli ebbe avviso dell’avvicinarsi del nemico, e tosto da Puy mandò al passo dell’Assieta qualche po’ di gente a munirlo, alloggiandole nelle trincee, o piuttosto dentro certi ripari di sassi che vi aveva fatto innalzare con previsione di ciò che avvenne. Il numero de’ suoi non sommavano che a quattordici battaglioni, dieci piemontesi, quattro austriaci. Ma il capitano del re di Sardegna, postosi sulla più alta cima del monte, aveva innanzi a sè tutti i luoghi sottostanti, e signoreggiava tutte le trincee. Il dì diciannove i Gallo-Ispani comparvero con terribile mostra verso l’Assieta, salendo con quaranta battaglioni divisi in tre colonne, e provveduti di nove cannoni da campo. Alla vista di quelle prevalenti forze, il Bricherasco fu per un momento in forse della difesa. Erano tanto sproporzionati i due campi da non lasciar quasi speranza di vittoria, e anzi da mettere in fondato timore di essere circondati e fatti prigionieri di guerra. Senza artiglieria, senza palizzate, senza opere difenditrici, la esitazione non era per fermo da imputarsi negli Italiani subalpini a codardia. Però considerando l’importanza di quella chiave delle piemontesi valli e la brama di far argine coi valorosi corpi alla inondazione nemica, Bricherasco rinnovò su quelle vette alpine il magnanimo proposito dei trecento di Leonida alle Termopili.
L’ardimento all’assalto fu indicibile. Salivano i Gallo-Ispani di corsa la dirupata via verso il sommo del colle, quantunque ad ogni passo vedessero a cadere morti o feriti de’ compagni, avvegnachè nessun colpo i Piemontesi tiravano che non andasse a segno. Più volte i granatieri di Francia, formanti la prima colonna, ebbero toccato il sommo giogo, e già colle scuri abbattevano le deboli trincee, e già le rovinavano sulla fronte, là dove il conte di San Sebastiano e il cavaliere Caldora, capitani del reggimento delle guardie, sostenevano la battaglia, ma sempre da que’ due valenti furono con gravi perdite risospinti indietro. Le altre due colonne, a destra e a sinistra, non poterono mai avvicinarsi alle trincee, sì per la malagevolezza del cammino, come pel fitto bersaglio che facevano i Piemontesi a palle ed a sassi. Con infinito cordoglio il prode Bellisle vedeva l’indietreggiare de’ suoi. Egli a tutto costo anelava di mettere a fine il suo mandato, pensando all’importanza del fatto, all’onore della Francia, alla fede del fratello, ai discorsi che in Parigi si farebbero se vinto, dopo tanti vanti, da poca gente in mezzo ad ignorate montagne. Non sofferendogli l’animo ad un tal pensiero, e dal proprio coraggio sospinto, toglieva arditamente di mano ad un alfiere una bandiera, e si slanciava innanzi per piantarla proprio sull’orlo delle fatali trincere. Così precedeva Bellisle a Bonaparte, che, ai 17 novembre 1796, rinnovava il forte esempio nel Veneto, al ponte d’Arcole, quantunque con più lieto successo che non il suo predecessore. Soldati ed ufficiali lo seguitarono per punto d’onore. Accanitissima zuffa si accalorò allora d’attorno all’onorato segno. Invano gli stessi ufficiali di Piemonte, ammirati a tanto valore del capitano francese, lo supplicavano a ritirarsi da quel certo pericolo. Stette fermo, chiamando e richiamando i suoi alla pugna, finchè, ferito di baionetta in un braccio nell’atto stesso che piantava la bandiera, e poi da due archibugiate, l’una nel petto l’altra nella testa, cadde morto sul campo. Al cadere del prode generale, scoraggiatisi, i soldati di Francia si diedero precipitosamente a fuggire, rimanendo a Bricherasco e ai suoi strenui compagni la vittoria.
Il numero dei morti, feriti e prigionieri nella parte perdente passò i cinquemila, compresi trecento e più ufficiali uccisi. Da lungo tempo fra le nobili e più ricche famiglie di Francia non era stato tanto lutto per parenti od amici morti in battaglie. Più di seicento feriti, lasciati lungo le strade per mancanza di trasporto, furono raccomandati al Bricherasco. Nel campo vennero trovate tre bandiere, le quali furono anzichè a Torino recate a Vienna. Perchè? È vero che fra i vincitori contavansi pochi battaglioni austriaci, ed erano i meno di lunga, ed era battaglia combattuta e vinta in Italia. Ma Carlo Emanuele era sventuratamente non solo re di Sardegna, sibbene, come in principio di questa storia dicemmo, anco generalissimo di Sua Maestà Apostolica, e doveva essere a quella sottomesso. Misera sorte di questa nostra terra dannata per tanti secoli

«A pianger sempre vincitrice o vinta».

Degli Austro-Sardi, tra morti e feriti, mancarono appena duecento.
La nuova della vittoria rallegrò i popoli piemontesi, e tanto più che sperarono dalla gloria acquistata avere alfine la tranquillità. Fu vana speranza; chè non così presto dovevano essere i popoli appagati.
Il dì 23 di luglio nella metropolitana di Torino se ne rendettero pubbliche grazie a Dio. Carlo Emanuele fece distribuire in pari tempo premi a chi aveva sì ben combattuto, largire alle truppe il soldo d’un mese con un’arrota di riso, carne, vino ed altri commestibili e conforti di soldatesca. Al maggiore del reggimento di Casale, cavaliere di Panizzera, che primo recò a Torino la nuova della segnalata vittoria, fece dono della croce dei SS. Maurizio e Lazzaro e d’una pensione, e della gran croce e di una pensione più grossa a Bricherasco, che aveva con poche truppe, sprovvisto d’ogni argomento di guerra, vinto un nemico tre volte più forte e munito di cannoni.

XX.

Noi non racconteremo punto la minuta guerra che travagliò sullo scorcio del 1747 e sul principio del 1748 le due riviere di Genova, sforzandosi i generali austriaci di fare alla Repubblica ligure tutto quel male che potessero, e Rechelieu tutto quel bene che nel suo animo benevolo le portava. La narrazione di tali particolari, oltre al non essere nel limite della nostra storia, recherebbe troppo dolore ai nostri lettori. Soltanto diremo come il mondo, stremato di forze per lunga e disperata guerra, domandasse pace, e pace concludessero i potentati. I legati convennero in Aquisgrana, ed ivi il 18 ottobre 1748 fu conchiuso il patto, che ebbe nome da quella città. In forza di quel patto Genova venne rintegrata nel possesso del Finale, e così Carlo Emanuele rimase deluso di un paese, che gli era stato dato in acquisto col poco onesto trattato di Vormanzia. Gli Stati poi delle altre parti belligeranti a quasi nessuna variazione soggiacquero. I popoli respirarono alfine, pur dicendo che non francava la spesa di tanto sangue e di tanto oro per lasciare le cose poco su poco giù come erano prima. I popoli avevano ragione; ma avrebbero fatto meglio a pensarci prima di lasciarsi trascinare al macello. Quel giorno in cui la fratellanza europea sarà diventata un sentimento delle coscienze d’ogni popolo, allora di tali assassinamenti non se ne vedranno più. È cómpito santo degli Apostoli di libertà l’educare i popoli europei al principio delle nazionalità confederate. Ogni patriota di qualunque nazione sia, che ama davvero il bene della propria patria, e per essa quello dell’umanità intera, lavori indefessamente a sempre più propagarlo. Una tale confederazione è tuttora nella mente degli ideologi; bisogna perseverare, non sostare sulla via gloriosa e profittevole, e un dì il grande edificio sarà eretto: allora soltanto i popoli saranno ricchi e felici.
— E Balilla il generoso popolano? ci domanderanno i nostri lettori nell’accomiatarci da loro.
La storia tace di lui dopo aver narrato il suo atto eroico; anco la tradizione sembra averne perduta la traccia. I Bisagnini narrano che un pietoso romito nella seconda metà del secolo XVIII vivesse nella loro valle e che colle sue opere continuate di santità avesse saputo acquistarsi l’amore di tutti. Non aveva stabile dimora, or nell’uno or nell’altro eremo che dal Bisagno alla Cervara trovavasi, riposava. Pallido il viso, il dolore gli aveva travagliato la fronte di profondi solchi, e gli pendeva incolta sul petto la barba precocemente canuta. Era consiglio e conforto in quelle valli dove la riverenza e l’affetto lo facevano santo. Sugli ultimi anni lo aveva raccolto la solitudine dove fu prigione il re cavalleresco, e di là scendeva a Camogli per le provvisioni che domandava alla carità. Per alcuni giorni non fu veduto, e i terrazzani, inquieti per la di lui vita, salirono a cercarlo. Lo trovarono inginocchiato sull’ignuda terra nell’atto di chi prega. L’anima aveva spezzate le sue catene ed erasi liberata dal carcere umano. Sotto al cilicio che gli tormentava le carni trovarono un medaglione d’argento con inciso da un lato la data 5 dicembre 1746, dall’altra un nome di donna. L’amata reliquia fu sepolta con lui nella badia di San Fruttuoso, e avvegnachè nessuno sapesse il nome del santo vecchio, sulla pietra del suo sepolcro scrissero il nome e la data del medaglione.
L’innominato romito era Giovanni Balilla, il popolano iniziatore della grande rivoluzione genovese.

La Signorìa, per testimoniare ai posteri che ella riconosceva dalla Madre di Dio la forza e l’energia dimostrata dal popolo nello spezzare le proprie catene, dopo di aver rimunerato in ogni maniera chi tanto si era adoperato pel bene della Repubblica, decretava che ogni anno il giorno dieci di dicembre, giorno in cui gli Austriaci erano stati vinti e cacciati da Genova, il serenissimo doge coi collegi dovesse recarsi in forma solenne sul monte di Oregina a porgere inni di ringraziamento nella chiesa che ivi sorge dedicata a Nostra Signora di Loreto, la cui festa nel giorno dieci di quel mese appunto succede. Questa solennità aveva luogo ogni anno all’epoca indicata; caduta la Repubblica, tacque la festa del popolo.
Fu soltanto nel 1847 che alcuni egregi ed intrepidi cittadini genovesi, animati da quell’affetto che ogni dì più andava crescendo in quanti erano Italiani amanti della patria, vollero rinnovata la religiosa festa popolare, sì per isciogliere un voto fatto dai loro avi a Maria, come anche per restituire ai cittadini d’ogni ceto la dovuta e santa eredità delle loro gloriose memorie.
Il sole del 10 dicembre 1847 sorgeva bello, limpido in un cielo azzurro e trasparente, pareva che irradiasse con affetto maggiore le verdeggianti colline genovesi a festeggiare anch’esso colla brillante corona de’ suoi raggi la grande solennità diciamo, anziché municipale, nazionale. Erano appena le ore otto del mattino, e già l’amena passeggiata dell’Acquasola, luogo del comune ritrovo, era gremita di molte migliaia di persone, le quali ordinavansi in ischiere, in isquadre. Un numero immenso di bandiere sventolavano in aria, era un chiedere ansioso, un prepararsi giulivo, un fremere d’impazienza, una lietezza che traspariva d’ogni volto e che faceva più vivido l’occhio delle belle Genovesi, più espressiva la fisonomia della gente del popolo. In tutti vedevansi dipinto un insolito giubilo, in tutti una nuova energia, l’entusiasmo di un gran fatto, d’una nuova vita. Era una festa non officiale; era una festa cui il popolo doveva prendere parte, non come spettatore insciente di ciò che si stava per fare, ma siccome attore protagonista che leggeva nel passato e meditava sull’avvenire. Alle nove circa la processione prendeva le mosse ed avviavasi per il santuario di Oregina. In capo alla comitiva sventolava la famosa bandiera del 1746 che quei di Portoria in uno alla memoria del Balilla e della gran rivolta, conservano tuttodì con affetto veramente religioso, profondo. Essa era recata da un tal Nicola Bixio, cugino del generoso Balilla, vecchio di oltre novant’anni ed ottimo popolano, depositario del sacro vessillo(3). Seguitava una numerosa schiera di donne povere e ricche bellamente confuse, capitanata dall’animosa signora marchesa Teresa Doria, e preceduta da uno stendardo portato da una del popolo. A questa schiera di donne, animate di un eguale sentimento, teneva dietro una rimarchevole truppa di fanciulli, i quali schiudevano il cuore, sì teneri ancora, all’affetto di patria. Questi erano seguiti da molti preti e frati, preceduti dalle loro bandiere, e dopo di essi da infinite schiere di cittadini d’ogni condizione: negozianti, mediatori, avvocati, procuratori, notai, studenti, questi ultimi aventi a duce il conte Terenzio Mamiani. Le schiere tutte procedevano in bell’ordine, facendo pompa dei loro vessilli che sventolavano festosi, o delle azzurre coccarde di cui adornavansi il petto; ciascuno aveva anche un ramoscello di quercia, simboleggiante la propria forza civile. Quelle schiere erano sempre precedute e regolate da un capo-squadra e da parecchie guide, le quali si adoperavano meravigliosamente perchè i movimenti delle schiere medesime si eseguissero con regolare e ben intesa prontezza. Venivano quindi i capitani di mare sulle cui fronti abbronzite brillava il raggio del sentimento cittadino, i marinai gagliardissimi, i cultori delle belle arti, i facchini, gli artigiani, confusi tra loro. Nè vuolsi dimenticare che era gratissimo lo scorgere un numeroso drappello di piemontesi, tutti disposti in ordine mirabile, facenti sventolare i loro rossi vessilli con bianca croce, capitanati da un signore piemontese, il quale, in segno di gentilezza veramente cordiale ed accettissima, recava un magnifico stendardo genovese.
Il numero delle persone componenti la processione era di oltre a trentamila.
La comitiva, partendo dall’Acquasola, percorreva le strade Nuove, via Balbi, San Tomaso, ecc. e bello era il vedere le finestre d’ogni palazzo, d’ogni casa adorne di arazzi, apparamenti, bandiere, e da queste stesse finestre bello lo scorgere persone che facevano sventolare i loro bianchi fazzoletti in segno di evviva, di esultanza. Il corteggio, devoto al programma, procedeva composto a gravità religiosa, silenziosa, tranquilla; a quando a quando quel silenzio era interrotto dai lieti suoni di molti civici concerti, alcuni dei quali erano stati inviati dalle vicine città e vicini paesi della Liguria. La folla del popolo, accorso anco dalle due riviere, era immensa; stipava ogni via, accalcavasi per ogni dove, applaudiva, esultava per tutto, e da per tutto ordine ed armonia scorgevansi; quell’ordine e quella ben intesa armonia, la quale è prova di incivilimento e di progresso.
Intanto il solenne corteo ascendeva il monte di Oregina. Appena il venerato stendardo del 1746 toccò le soglie della chiesa sacra a Maria fu intuonato solenne Te Deum che quelle moltitudini cantarono con tutta l’enfasi di cui è capace chi è animato dall’amore della patria, dalla religione. Dopo di che, inginocchiatisi gli astanti, fu data la benedizione del Venerabile. E qui si aprì una nuova scena quanto altra mai commoventissima e grande. L’egregio abate di San Matteo, Pio Nepomuceno Doria, collocatosi al sommo della gradinata del tempio, con intorno un corteggio di frati, preti e cittadini, benediceva ai vessilli che i passanti abbassavano dinanzi a lui, mentre quello del 1746 gli stava al fianco come simbolo della memoranda vittoria e dello splendido festeggiamento. Il verde degli allori, l’affluenza straordinaria del popolo, i suoni dei musicali istrumenti facevano di quel colle un luogo di magico incanto; ma la commossa persona dell’abate, sulla cui mitra dorata il sole vibrava i suoi raggi, in quell’atto maestoso e solenne, riempiva l’anima di profondo rispetto e di religiosa compunzione. E sfilava, sfilava il corteggio dinanzi all’ abate; e, sciolto il voto, intuonavasi da tutti l’inno popolare: «Sorgete Italiani – A vita novella». Fra i suoi evviva e i suoi canti e la sua ebbrezza indicibile, il corteggio schiudeva pure il cuore alla carità; imperocchè nell’attraversare la villa Elena, gentilmente aperta dall’egregio proprietario, offeriva a quattro distinte signore, collocate all’ingresso e all’uscita della villa anzidetta, una obblazione generosissima pel cugino del valoroso Balilla, pei poveri della città e per una cadente vecchia, dimorante in Oregina, la quale rammentava alcuni fatti della popolare vittoria del 1746. Attraversata la villa Elena, la comitiva, sempre in ordine ammirabile, discendeva dal piano di Rocca, mentre dal soprastante colle di Pietraminuta udivansi continuati spari di mortaretti, i quali accrescevano notabilmente la comune festività. Sboccato il corteggio sulla piazza dell’Annunziata, gremita di gente, inoltravasi in via Carlo Alberto, San Lorenzo, Carlo Felice, via Giulia, e finalmente nella gloriosa strada di Portoria, ove non è a dire quante persone si fossero adunate. Quivi era stato eretto un grand’arco, tutto a festoni, a bandiere, ad arazzi e ad emblemi, e alla cui sommità era la statua di Balilla in atto di scagliare il sasso fatale. Mano a mano che i drappelli passavano, dove è venerata la pietra del famoso mortaio, si abbassavano su questa i vessilli, ed alzavasi il più generoso e gagliardo evviva che mai puossi proferire da labbro: Viva l’indipendenza italiana! «Attraversata Portoria fra i viva ed i canti, la comitiva, reduce all’Acquasola, scioglievasi in bellissimo ordine, senza che il più lieve sconcerto alterasse mai nel lungo tragitto la dignitosa calma e la gioia suprema di tutti.
Ecco la festa del popolo. — V’ha festa al mondo che possa mai pareggiarla? Le feste nazionali del popolo sono la scena più imponente, lo spettacolo più grande che possa porgere una città; imperciocchè negli evviva, nei canti, nelle grida che egli solleva, v’ha il sentimento profondo della sua dignità e de’ suoi diritti; v’ha l’eco delle sue glorie, la grandezza de’ suoi giuramenti; le feste del popolo, destinate a solennizzare un gran fatto, una grande vittoria, sono la più gran prova della gagliardia cittadina. Il popolo che canta con tanto ardore e con tanto entusiasmo le sue vittorie, sente la propria forza. Sublimi sempre saranno le feste del popolo, ed eterne dureranno; imperciocchè le vittorie come quelle di Genova, di Milano, di Como, di Brescia, di Bologna, di Palermo, non facilmente ponnosi dai popoli dimenticare.
Venuta la notte fuvvi in Genova generale luminaria. I segni di vera esultanza non solo mostravansi per entro la città, ma anche sui mille colli che la incoronano; imperocchè ardevano sovr’essi un numero infinito di falò, le cui fiamme, agitate dal vento, parevano confondersi fra loro e formare attorno a Genova una ghirlanda di fuoco. Era un incanto magico e nuovo; uno spettacolo indescrivibile. Nè in quella sera tacquero gli spari dei mortaretti. Il colle di Pietraminuta, quello stesso su cui, come abbiamo narrato, in onta alla rapidissima salita, la furia del popolo trascinava nel 1746 un grosso mortaio per battere di là gli Austriaci a San Tomaso e nella piazza principe Doria, ora alla sua volta voleva ricordare il celebratissimo fatto; ed a tal uopo alcuni animosi signori, dimoranti sopra l’amenissimo colle, ordinarono gli spari di un numero sterminato di mortaretti, i quali echeggiavano rumoreggiando per l’aere, quasi accompagnando col loro frequente tuonare gli acuti evviva dei cittadini.
Mentre dai monti, dai colli, da ogni luogo circonvicino si appalesavano quei segni di giubilo, nelle popolosissime vie della città scorrevano molti e molti drappelli di cittadini, cui prendevano parte anco gentili signore, preceduti da vessilli, e alcuni accompagnati da torce. Il canto, voce dell’anima, risuonava dappertutto: ogni via era stipata di popolo e rischiarata da lumi; ogni viottolo aveva i suoi tripudi; ogni bocca il suo inno; ogni cuore il suo voto. Il quartiere di Portoria però era il centro della gioia, il luogo del trionfo; ivi le grida di festa erano continuate; i giuramenti profferti sul sasso del mortaio, infiniti; era un non interrotto abbracciarsi di nobili e plebei, di ricchi e poveri; un chiamarsi replicatamente fratelli. La generale commozione era sì grande, sì profonda, sì vera, che ogni ciglio versava lagrime di arcana indicibile contentezza.
Dal 1847 in poi, il glorioso anniversario della grande sconfitta austriaca è con più o meno pompa religiosamente celebrato in Genova ogni anno nel decretato giorno 10 dicembre. Il popolo sempre vi accorre numeroso: è dessa una sua festa, una sua gloria. — Ormai anco altri fratelli di Italia vi prendono parte, sciolgono coi Genovesi un voto che, se fu fatto dalla Repubblica, è voto nazionale, voto di tutta la generosa Penisola. — Iddio conservi sempre ai popoli le loro feste.

Oltre alla pietra che in strada di Portoria copre la fossa ove sfondò l’avventuroso mortaio e addita l’epoca in cui il sasso scagliato dal Balilla produsse quella popolare rivolta che abbiamo descritta, santificando nel cuore d’ogni buon Italiano le caldissime parole del giovinetto del popolo, venne eretto nella vicina piazza dell’Ospedale di Pammatone un monumento rappresentante il Balilla in atto che lancia la pietra. Quel monumento fu dono della città di Torino, alla quale Genova, in attestato di sentita gratitudine, fece alla sua volta presente della statua di Pietro Micca, il semplice soldato minatore, nato pur dal popolo in Andorno Sagliano, il quale, col sacrificio della propria vita, il 30 agosto 1706, faceva salva Torino.
Balilla e Micca; ecco i due liberatori del secolo decimottavo(4).

NOTE
(1) Andava la genuina sette franchi con qualche soldo di più.
(2) Nave alla foggia di quelle dei corsari.
(3) Prima del 1847 erano state offerte al venerabile cugino del Balilla parecchie migliaia di lire per quello stendardo, ma l’onesto e nobile artigiano, che tanto era altero di tenerlo in deposito, rifiutò l’ingente somma, dicendo che per qualunque tesoro non avrebbe ceduto mai il tesoro della sua casa e del suo quartiere.
(4) Il monumento di Balilla è alto circa cinque metri e mezzo, la base ne è di marmo, la statua del popolano in bronzo. Quel monumento venne posto anzichè in Portoria, nell’attigua piazza dell’Ospedale di Pammatone per non ingombrare la strada, essendo alquanto stretta come molte ve ne sono in Genova.

da: www.liberliber.it