Felice Venosta – Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spigolatrice di Sapri – Edizione Liber Liber

“Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.”

“Eran trecento: eran giovani e forti:
“E sono morti!”

MILANO 1876
PRESSO Carlo Barbini EDITORE
Via Chiaravalle N. 9
….E il popolo v’imparerà che quando l’Italia era tenebre e pianto sommesso, e l’Unità era battezzata sogno d’infermo, e la Libertà non era creduta possibile, un altro popolo, nelle condizioni più sfavorevoli e contro i potenti, innalzò una bandiera di fede definita e pubblicamente confessata, e parlò d’educazione di popolo e la tentò, d’azione e la tentò, di martirio e l’affrontò col sorriso.

I.

Da Ferdinando il cattolico a Filippo IV, cioè dal 1500 al 1648, Napoli, sotto il dominio di Madrid, ebbe ventotto vicerè, i quali, rubando ad un tempo e per la Spagna e per sè stessi, avevano con ogni sorta di balzelli e di avanie ridotta nella più squallida miseria quella regione privilegiata da Dio delle più rare delizie della natura. Salito al trono, Filippo V vide come difficile gli tornasse conservarsi i possedimenti italiani; onde distaccava per sempre dalla sua corona il regno di Napoli, e lo dava a Carlo suo figliuolo, nato dalle nozze con Elisabetta Farnese. Il nuovo re si fece chiamare Carlo III, “per la grazia di Dio re del regno delle due Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, gran principe ereditario della Toscana.” Disegnò le armi innestando alle nazionali delle due Sicilie tre gigli d’oro per la casa di Spagna, sei di azzurro per la Farnese e sei palle rosse per quella dei Medici. La bandiera volle bianca con in mezzo le torri di Castiglia ed il rinomato vello d’oro della monarchia spagnuola. Nel 1735, cioè un anno dopo che era stato insediato nel nuovo regno, Carlo, recatosi a Palermo, e convocati nel Duomo i tre ordini dello Stato, che costituivano l’assemblea nazionale della monarchia rappresentativa, fondata dai Normanni in Sicilia(1), saliva sul trono, e, ponendo la mano sul Vangelo, ad alta voce giurava di mantenere i diritti del popolo, le ragioni del parlamento e i privilegi della città. – “Diciotto re, scrive La-Cecilia, avevano giurato anch’essi di mantenere e garantire le libertà rappresentative della Sicilia: tutti osservarono que’ giuramenti; i successori di Carlo III, Ferdinando I, Francesco I e Ferdinando II giurarono anch’essi più volte di mantenere e garantire non solo le antiche istituzioni della monarchia di Sicilia, ma anche i nuovi patti costituzionali della moderna civiltà; i tre principi furono fedifraghi e spergiuri in faccia a Dio ed al popolo.” Dopo secoli di straniera servitù, nella più bella parte d’Italia, veniva costituito un regno indipendente, che i trattati delle primarie potenze d’Europa garantivano al ramo dei Borboni di Spagna, i quali presero da quel tempo il nome di Borboni di Napoli, a patto però che rinunciassero per sempre a riunire in una sola la corona delle due Sicilie e quella di Spagna e delle Indie.
Napoli sotto Carlo III godette d’un savio governo, Bernardo Tanucci di Stia nel Casentino (Toscana) ministro del re, dava tosto mano a riformare con ottime leggi lo Stato, a riordinare la finanza e ad emancipare la corona da tutte le usurpazioni e da tutti gli abusi della podestà ecclesiastica. Queste ultime radicali riforme sono le opere più sorprendenti di quel regno; imperocchè per incuria dei vicerè eransi talmente estesi i poteri della Chiesa, che il clero opprimeva i popoli ed imperava perfino sul governo. Infrenati i chierici, si pose mano sulle giurisdizioni ed immunità baronali. Si regolarono ed alleggerirono le imposte; si diede opera al catasto; per cui fu contento il popolo, e respirò; s’impinguò l’erario, e “soperchiando gl’introiti ai bisogni si pensò ai monumenti di grandezza.” Allora, come per incanto, sorsero palazzi, edifici, ospizi, teatri e monumenti d’ogni genere(2).
Moriva il re Ferdinando II di Spagna senza prole, e lasciava vacante il trono a Carlo III. Ma non potendosi, come accennammo, pe’ trattati riunire in una sola le corone di Spagna e di Napoli, Carlo decise porre quest’ultima corona sul capo del suo terzogenito, il fatale Ferdinando, fatale a sè, fatale al reame delle due Sicilie.
Come in quella di Spagna, costumavasi nella Corte di Napoli ad ogni giovine principe o principessa a dare un compagno coetaneo che con vocabolo spagnuolo chiamavasi il Menino. Divideva esso la tavola i giuochi, gli studi coi reali infanti; ma se questi commettevano fallo, egli doveva sopportarne le reprensioni, i castighi a pane ed acqua e perfino le frustate. Compagno di Ferdinando fu un tal Gennaro Rivelli, figlio della nutrice di lui, ragazzo robustissimo, brutto però e di istinti feroci, e dedito ai vizi. Ferdinando venne da costui iniziato a vita incresciosa, e con esso lui ebbe comuni gli istinti rozzi, plebei ed impuri. Finite le pompe dell’insediamento al potere reale, il giovine Ferdinando corse difilato dal Rivelli, e, tutto giubilante, sclamò, “Sai che sono re e posso fare ciò che voglio, e tu, fratello di latte, sarai luogotenente mio.” “E fu vaticinio reale! scrive La-Cecilia. E vennero i giorni in cui Rivelli fu luogotenente del re, ma di ferocissimi atti, di delitti spaventevoli e di lesa umanità.” Trascorsa una giovinezza nel più turpe modo che mai(3), addì 12 gennaio 1767, compiendo gli anni sedici, età maggiorenne stabilita da Carlo, Ferdinando si faceva proclamare sovrano assoluto e libero delle due Sicilie; e un anno dopo si univa in matrimonio coll’orgogliosa e superba Maria Carolina d’Austria.
Al Rivelli si aggiunse allora l’inglese Giovanni Edoardo Acton, nome esecrabile per tutta l’italianità e per l’umanità intiera, immeritevole di nascere uomo. Chiamato dal Borbone a Napoli per istabilirvi la marineria, vi andò da Toscana l’anno 1779; divenne in breve volgere di tempo l’arbitro della mente del re, del cuore della regina, e per tali pratiche, giunto a spodestare dagli stalli ministeriali chiunque dimostrasse giustizia e pudore, sopra quella medesima scranna di dove Piero delle Vigne e Bernardo Tanucci erano discesi, si assise solo, dispotizzando del re, del regno, del popolo e di Dio.
Non importando punto allo scopo di questo scritto il narrare per filo e per segno delle sozzure a cui si abbandonò la regale coppia e il suo degno ministro(4), salteremo a piè pari allo scoppio della grande rivoluzione francese, rivoluzione che proclamava i diritti dell’uomo, e che, gridando guerra mortale alla barbarie dei vecchi troni, chiamava i popoli tutti a nuova vita. Narratori delle iniquità dei principi, dei delitti contro la libertà, del martirio dei popoli, ci atteniamo soltanto a quella parte delle generali vicende che aiutono ad intendere l’opera gloriosa di coloro che per la patria tutto consacrarono.
Nel 1791, Ferdinando e Carolina, impauriti delle idee di Francia, eccitavano contro di esse l’odio delle turbe ignoranti, usando a ciò l’opera dei preti e dei frati, i quali, mutando in tribuna i pergami e i confessionali, a tutt’uomo predicavano contro gli ordini liberi. Anche le spie si affaccendavano a più potere; Carolina conferiva con esse nella reggia; magistrati, nobili, ecclesiastici si prestavano al cómpito infame. I libri di Gaetano Filangieri erano sbanditi e bruciati; vietati i giornali forestieri, vietate le adunanze dei dotti; e adoperata la frusta, come abbietti furfanti, contro i sospetti di essere amatori delle riforme francesi.
Il 4 ottobre 1794, Vincenzo Vitaliano, di ventidue anni, Emanuele De Deo, di venti, Vincenzo Galiano, di diciannove, gentiluomini per nascita, notissimi per ingegno, salivano il patibolo per avere, al giungere del navilio francese, comandato dall’ammiraglio Latouche, salutato con fervore la bandiera della libertà. Mentre i tre giovani versavano il loro nobilissimo sangue, le galere e le carceri si empirono d’ingegni preclari.
Le opinioni perseguitate diventano sentimenti; il sentimento produce l’entusiasmo, l’entusiasmo si comunica in ogni classe; onde le opinioni perseguitate si fanno generali e trionfano. Il sangue di quei primi Martiri della libertà eccitò sdegno ed amore di vendetta; il numero di quelli che odiarono gli ordini antichi andò semprepiù crescendo; e quello che prima era amore di riforma diventò desiderio ardente di libertà. Quindi nuove persecuzioni e nuovi martiri.
Nel 1798, essendosi i Francesi, guidati da Championnet, impadroniti di Roma, la fama della Repubblica, inaugurata in Campidoglio, venne più tremenda che mai a disturbare i sonni di Ferdinando e di Carolina. Per cui, a malgrado della neutralità promessa all’ammiraglio Latouche, addì 22 novembre di quell’anno, con un manifesto, il re dichiarava essere deciso a muovere col suo esercito per conquistare al papa le terre che i Francesi gli avevano tolte. E, senza porre tempo in mezzo, irruì negli Stati romani con cinquantamila uomini, capitanati dal tedesco Mack; e, camminando a grandi giornate, giunse a Roma il 29 novembre medesimo. All’avvicinarsi dei Napoletani, i Francesi, vedendosi in piccolo numero, si ritirarono da quella città, e con esso loro la più parte degli amatori della Repubblica.
“Ma alcuni di questi, scrive il Colletta, confidenti alle regali promesse di clemenza o arrischiosi o dal fato prescritti, restarono: e nel giorno istesso furono imprigionati o morti; due fratelli di nome Corona, napoletani, partigiani di libertà, rimasti con troppa fede al re, furono, per comando di lui, presi ed uccisi. La plebe, scatenata sotto velo di fede a Dio e al pontefice, spogliò case, trucidò cittadini, affogò nel Tevere molti Giudei: operava disordini gravi e delitti.”
Championnet, raccolte tutte le milizie che qua e là aveva, sconfisse da ogni parte il nemico; gli tolse molte armi e bandiere; e, da assalito divenendo assalitore, mosse colle sue genti per alla volta di Napoli. Il re e la regina, non vedendosi nella metropoli più sicuri, ai 21 dicembre 1798 partirono per la Sicilia, recando seco le suppellettili più preziose dei reali palazzi, tutte le ricchezze dei musei, non che quelle dello Stato, cento milioni di lire, e lasciando il regno senz’ordine, senza leggi, e nella miseria. Non contento di ciò, volle Ferdinando, per soprassello, impartire barbarissime disposizioni, fra cui quella di abbruciare le navi dell’arsenale e dei porto, perchè non andassero in mano ai Repubblicani. E due vascelli, tre fregate e centoventi barche cannoniere furono arse in cospetto della città, che rimase mesta e costernata da quel tristo spettacolo.
Il generale francese, dopo fiera battaglia, e molte stragi, ai 23 gennaio 1799, entrò vittorioso in Napoli, e proclamò la Repubblica Partenopea. Mentre i buoni sostenevano i nuovi ordini della libertà e adoperavano ogni più onesto e generoso modo, i tristi facevano studio di male arti per rinsediare in trono la tirannide e la barbarie. Uomini di cattivo ingegno, ladri, assassini si posero alla testa della controrivoluzione nelle provincie. Essi erano chiamati amici ed onorati da Ferdinando e da Carolina; ad essi si rivolsero i preti, i frati, i vescovi e gli altri amici del dispotismo; e ad essi fu anima e capo il cardinale Fabrizio Ruffo, uomo che lasciò di sè fama scelleratissima. Assuntosi quel porporato di sommuovere le Calabrie contro i Repubblicani, sbarcò sul lido calabrese nel febbraio di quel medesimo anno 1799; raccolse intorno a sè malfattori e masnadieri in gran copia, e ne compose un esercito che chiamò della Santa Fede; donde venne poscia il nome di Sanfedisti a tutti i più perversi retrivi. Il Ruffo s’impadronì di molte città calabresi; eppoi si diresse a Cotrone(5) ove, in nome della religione e del diritto divino dei re, fece nefandità non mai più udite. Tutti gli amanti di Repubblica vennero tratti a morte, anche negli altri luoghi in cui l’esercito della Santa Fede entrava vittorioso; e fra questi, la sera del 24 febbraio, Giovanni Andrea Serrao, vescovo di Potenza, uomo veneratissimo per dottrina, per vera religione e per santità di costumi.
I Repubblicani resistettero valorosamente, in sulle prime, alle orde del cardinale Ruffo; ma il combattimento era in armi dispare; e però non poterono a lungo resistere.
Il Ruffo, dopo essere passato su mucchi di cadaveri de’ suoi e dei Repubblicani, attraverso alle fiamme, ai saccheggi e le rovine, più coll’inganno che colle sue preponderanti forze, a cui si erano uniti e Russi e Turchi, potè entrare in Napoli il 13 giugno; e dopo giorni di ecatombi, il 30, alla rada, protetto dall’armata inglese, condotta dall’ammiraglio Nelson, giunse pure re Ferdinando. Suo primo cómpito fu quello di promulgare una legge contro i rei di Stato, in forza della quale più di quarantamila cittadini erano minacciati della pena di morte, e un numero maggiore del bando. “E per conseguire i suoi feroci voleri, scrive il Vannucci, avea creata una Giunta di Stato composta di tristissimi uomini, più tristo de’ quali era Vincenzo Speciale, nativo di Sicilia, spregiatore di ogni giustizia, furioso amatore della tirannide, insultatore crudele dei prigionieri, iniquo falsificatore dei processi: insomma schiuma di scellerato, e degno ministro alle ire di Carolina e di Ferdinando Borbone.” La persecuzione di questa tristissima coppia superò in crudeltà quella de’ più feroci tiranni. Mentre contaminava le città col sangue degli uomini più venerandi, col commettere gli atti più arbitrari che mai, non risparmiava nè pure le donne. L’avere legami di parentela o d’amicizia con un fautore di Repubblica, l’avere soltanto mostrato un senso di umanità pelle vittime, bastava per esporre le più nobili e virtuose donne agli strazi della plebe furibonda, alle ire della corte, alle vendette di Carolina. Le madri, le mogli, le sorelle dei Repubblicani vennero barbaramente trattate; non mancarono le condanne di morte: anche nobilissime donne offersero il collo al capestro, o tinsero del loro sangue la mannaia del Borbone. Questo re, stretto dalle vittorie di Napoleone, dovette nel 1805, cercare di nuovo rifugio in Sicilia, scampando così alla meritata vendetta. Ivi rimase dieci anni finchè durarono in Napoli i regni di Giuseppe Bonaparte e di Giovacchino Murat.
Le sciagure dei Napoletani non ebbero termine nè pure sotto il governo di questi due re, i quali mancarono alle loro promesse. Colle prepotenze della conquista, colle immoderate gravezze, colle morti della più gagliarda gioventù in lontane guerre, essi avevano di molto irritati i popoli. Insopportabile fu più che l’altro il regno del Murat; e qualche storico dimostra come l’Austria e Ferdinando II fossero assai più miti nelle loro misure di quel re francese.
Gli amatori di Repubblica, odiando qualunque dominazione straniera, si ritirarono sui monti degli Abruzzi e delle Calabrie; ed ivi, intenti a cospirare contro i re, diedero principio alla sêtta dei Carbonari, la quale presto divenne potentissima(6). Gl’Inglesi, che stavano in Sicilia a difesa di Ferdinando, si rallegrarono della mala contentezza che nasceva contro i Francesi; si rallegrarono dei sentimenti che animavano i Carbonari, e con essi fecero pratiche, e promisero loro una costituzione se si adoperassero a richiamare l’antico re. La polizia di Giovacchino, venuta in sospizione di queste pratiche, cominciò ad usare fierissimi modi; furono stabilite commissioni militari, vi furono condanne di morte. Ma la Carboneria, perseguitata, s’ingrandiva e si estendeva in ogni luogo, in ogni ceto; e quanto più poteva lavorava a’ danni del Murat. E quando questi, muovendo contro gli Austriaci, chiamò col proclama di Rimini (30 marzo 1815) gl’Italiani all’indipendenza, niuno rispose all’appello, tanto i popoli erano stanchi delle fallite speranze.
Cadde Giovacchino; e tornò Ferdinando a gotizzare Napoli. Il Borbone, anzichè dar sostegno e favore a coloro che avevano cooperato al suo ritorno, anziché dare la promessa costituzione, si mostrò pronto a punire chi di libertà parlasse o pensasse. I Carbonari allora cominciarono a cospirare contro di esso. La rivoluzione di Spagna del 1820 vieppiù accese i desideri e le speranze di libertà. La materia era pronta; a destare vastissimo incendio bastava una favilla.
Ai 2 di luglio dello stesso 1820, i sottotenenti nel Reggimento Borbone cavalleria, Michele Morelli e Giuseppe Silvati, innalzando la tricolore bandiera, disertavano da Nola con alquanti sergenti e soldati. Ad essi si univano varî settari e il prete Luigi Menichini da Nola. Il grido di patria trovò dappertutto favore; e la rivoluzione in quattro giorni si operò da un capo all’altro del regno, con esemplare concordia, senza spargimento di sangue. In tant’armonia di tutti nello stesso pensiero, il re cedette ai desideri del popolo, e promise e giurò solennemente la Costituzione di Spagna. Il giorno primo di ottobre si aprì il Parlamento nella chiesa dello Spirito Santo, ed ivi il re col maggiore apparato giurò sul libro dei Santi Vangeli di difendere e conservare la Costituzione, ed aggiunse che se mai mancasse al giuramento, invocava da Dio sul proprio capo la pena degli spergiuri. I principi della santa alleanza, non assentendo al mutamento di Napoli, invitarono Ferdinando a congresso in Lubiana per trattare cose del regno. Il re accettò tosto l’invito, e comunicò al Parlamento la sua volontà; dopo vario disputare, i rappresentanti del popolo commisero il gravissimo errore di lasciarlo partire.
Nella vita delle nazioni, come in quella degli individui, v’hanno istanti solenni, i quali decidono di tutto un avvenire; un’ispirazione luminosa, uno slancio generoso possono essere l’origine di felicità e di gloria; un istante di debolezza costa spesso anni di umiliazione e di servaggio. L’errore del Parlamento napoletano fruttò larga mêsse di lacrime e di sangue a quella già troppo sfortunata terra. Il re partì in fatti, il 14 dicembre, giurando che andava qual mediatore di pace, qual propugnatore dei diritti del suo popolo, e aggiunse che quando non ne conseguisse l’intento, a tutt’uomo difenderebbe colle armi la Costituzione. Tre mesi non erano per anco trascorsi, allorchè giunse novella che Ferdinando tornava a Napoli con cinquantamila Austriaci, comandati dal Frimont, per distruggere quella Costituzione che aveva giurato difendere. In riscatto dello spergiuro il Borbone appendeva a Firenze in voto ricchissima lampada alla Madonna dell’Annunciata(7).
Alla nuova fremettero i popoli e corsero alle armi. Condotti dai generali Carrascosa e Guglielmo Pepe, quarantamila uomini di soldatesche regolari; a cui si erano unite molte milizie civili, mossero contro il nemico. Ma i capitani erano discordi, grandissima la diffidenza fra i generali e soldati. Il Pepe assalì il 7 marzo 1821 gli Austriaci a Rieti, e fu vinto. L’esercito napoletano si scoraggiò, e si disperse; e gli Austriaci con gran facilità entrarono in Napoli ai 23 marzo, in mezzo allo sbalordimento dei cittadini che “mesti pensavano alla perduta libertà e alla soprastante tirannide.” E questa all’usanza dei Borboni fu crudelissima, avendo trovato Ferdinando nello scellerato Canosa un suo degno ministro. L’effusione di sangue fu tale che perfino l’Austria se ne commosse. L’imperatore scriveva al generale Frimont comunicasse al re Borbone, come ei reputasse migliore politica quella di martirizzare senza spargimento di sangue i rei di maestà. Il Borbone rispose che di per sè stesso non farebbe grazia a niun condannato, ma che siffatte essendo le imperiali intenzioni, ad esse pienamente si conformerebbe. E però invece d’impiccare quelli già sentenziati alla morte, nel suo cuore magnanimo stabilì che patissero trent’anni di ferri nell’orrida isola di Santo Stefano.
Quel re, che aveva sull’anima più delitti d’ogni altro tiranno, moriva, esecrato da tutti, il 4 gennaio 1825(8). Il duca di Calabria, figlio di Ferdinando, veniva, per testamento olografo del defunto, confermato re; egli assumeva il nome di Francesco I. Questo degno erede dei Borboni pure spremè le lagrime ed il sangue dei popoli per mezzo dei preti, dei frati, dei crudeli ministri, e vieppiù di un suo rapacissimo servitore favorito, Michelangiolo Viglia; il quale insieme con una Caterina De-Simone, aiutatrice delle bestiali lussurie della regina Isabella, pose a prezzo ogni cosa. Dando denari al Viglia si campava dalle condanne, si avevano impieghi civili, militari, ecclesiastici. Francesco sapeva di quelle turpitudini, ne godeva, e diceva al Viglia: “Fa buoni affari e approfitta del tempo, che io non vivrò molto”. Nel 1828 gli abitatori del Cilento, stanchi del mal governo, si levarono a tumulto e si posero d’accordo coi liberali di Napoli e di altre provincie per proclamare una costituzione che liberasse i popoli dagli orrori del dispotismo. Francesco mandò contro gl’insorti il marchese Del-Carretto, generale comandante della gendarmeria, con una truppa di sgherri, investendolo di pieni poteri. Il Del-Carretto fece orribili cose: mise a ferro e a fuoco intieri villaggi: fece macellare, condannare numero grande di generosi. Per ispaventare quel generale fece studio di barbarie. Le teste tagliate sul patibolo erano per ordine di lui esposte in una gabbia di ferro e messe davanti agli occhi della moglie e dei parenti di quei disgraziati(9).
Lo stupido e crudele Francesco Borbone moriva il giorno 8 novembre 1830. Nell’agonia della morte vedeva intorno al suo letto le ombre dei sacrificati; onde negli estremi deliri, asseverano dicesse: “Che cosa sono queste grida? Il popolo vuole la costituzione? Dategliela, e lasciatemi tranquillo!”
Ferdinando II, il figlio di quell’Isabella che fu moglie di Francesco e donna di molti, saliva al trono due giorni dopo la morte del padre. Le popolazioni credettero sorgere a nuova vita, notando nei primi atti del giovane principe sentimenti di giustizia, di assennatezza e di clemenza regale. Ferdinando biasimò il governo del padre, disse farebbe ogni sforzo per rimarginare le piaghe che da anni affliggevano il reame, promise giustizia, vigilanza e saggezza; e cominciò col dare alcune concessioni e col diminuire il tempo di pena dei condannati politici. Ma non tardò guari a mostrarsi non degenere della sua trista razza; si diede ai gesuiti, si fece bigotto e feroce. Gli esili, le condanne e i macelli si succedettero senza posa dal 1832, anno in cui ricominciarono le cospirazioni(10), al 1859, tempo in cui l’angelo della giustizia, librandosi sul capo del tiranno lo chiamò a rendere stretto conto a Dio delle sue scelleratezze.
La congiura dei fratelli Rossaroll, quella del frate Angelo Peluso, la insurrezione di Catania e di Siracusa per opera di Salvatore Barbagallo-Pittà e di altri generosi, quella di Aquila e di Cosenza, la spedizione dei fratelli Bandiera e compagni diedero luogo a nuove strazianti uccisioni, a condanne numerosissime. E in modo particolare il macellamento dei generosi Bandiera coi sette loro amici mosse a sdegno un cuore nobilissimo, quello di Carlo Pisacane, il martire, del quale particolarmente imprendiamo oggi a parlare. Il nome di Carlo Pisacane primeggia fra gli uomini che coll’ingegno e col valore cooperarono grandemente a pro della patria nostra e che per essa fecero sacrifizio della vita. Generoso fra quanti mai ne ebbe l’Italia, volle con un pugno di prodi ritentare quella spedizione già fallita ai fratelli Bandiera.
Quando si accinse all’azione era quasi sicuro della morte che l’attendeva; tuttavia, porgendo un magnifico esempio agli Italiani, con animo fermo e deliberato, seguito da pochi, eroi come lui, le andò incontro, come ad una festa da lungo tempo desiderata.

II.

All’alba del 22 agosto 1818, Carlo Pisacane sortiva alla vita nella ridente Napoli, in quell’albergo di gentili spiriti e di profondi intelletti, in quella città sì ben composta di greca vivacità e di romana sapienza. Il padre fu il duca Gennaro di San Giovanni, e la madre Nicolina Basile De Luna. Fin dalla più tenera età Carlo ebbe a pregustare le amarezze della vita; chè toccava appena i sei anni, quando perdeva il padre, il quale molto il predilegeva. Non furono per altro da donna Nicolina risparmiate cure e premure alcune, perchè il suo Carlo ricevesse quell’educazione che si convenivano e ai natali che aveva avuti in sorte, e alla dimostrata precoce svegliatezza di mente. E Carlo corrispose con affetto alle materne sollecitudini, mostrandosi amatissimo degli studi. L’animo suo fervido inclinava specialmente alle cose di guerra; e quest’inclinazione parve tanto forte alla genitrice, che, nel 1831, lo pose nel reale collegio militare della Nunziatella, dove i figli di patrizia famiglia o di militari si educavano al mestiere delle armi. Carlo in quelle discipline che ivi si insegnavano fu sempre de’ primi; e nelle matematiche specialmente avanzò ogni altro; onde gli istruttori se lo tenevano carissimo.
Mentre trovavasi nel collegio fu pur paggio, per quattro anni, alla corte del re Borbone; “ed è questo, scrive un suo biografo, non lieve indizio di sua nobile indole, che in quell’età giovanissima, così facile agli allettamenti ed agli inganni, si serbasse incorrotto e non bevesse il veleno dei consorzi cortigianeschi.”
Passati, nel 1839, gli esami in modo luminosissimo, amante com’era pegli esercizi equestri, desiderò militare nella cavalleria. Ma non avendo potuto ottenere ciò, recavasi, come soldato gregario, nella città di Nocera, e, dopo sei mesi di tirocinio, veniva ammesso nel corpo reale del Genio napolitano col grado di sottotenente. Innanzi entrare in collegio, nel 1830, egli aveva conosciuta una fanciulla dell’età sua, della quale sin d’allora si prese. Nè il giovanile affetto fu dimenticato pelle lunghe assenze e per gli studi severi; chè anzi, sempre più crescendo, si fece amore, e più violento riarse quando, uscito della Nunziatella, egli trovava la diletta fanciulla sposa ad altro uomo. Il contrasto fra la passione e il dovere fu lungo; pure come vedremo, vinse l’amore.
La rinomanza che non tardò guari ad acquistarsi quale ingegnere abilissimo, fece sì che il capitano Fonseca lo domandasse in aiuto a condurre la ferrovia da Napoli a Caserta. Carlo adempiè quell’ufficio con molta lode; ma i modi burberi del Fonseca mal si affacevano colla gentilezza di lui. Onde, stanco chiese di essere tolto a quei lavori. Ciò che ottenne; se non che, quasi in pena del passo fatto, veniva mandato negli Abruzzi, ove se ne stette meglio che quindici mesi. Restituito alfine alla sua Napoli, fu promosso al grado di primo tenente.
Nel tempo in cui fu in quella città gli accadeva un caso, degno di essere ricordato. Mentre una sera, ad ora assai inoltrata, moveva alla propria abitazione, un ladro improvvisamente sboccava fuori, gli si avventava alla persona, minacciandolo di morte se non gli avesse dato quanto denaro per avventura si trovasse avere in dosso. Carlo non era tal uomo da inghiottirsi con santa rassegnazione le minaccie del ladro. Comechè inerme, a fronte d’uomo armato, non stava punto in forse, si gettava risoluto sul malandrino, e tentava vincerlo. Robusto ed agile come era, esso vi sarebbe riuscito; ma lo scellerato, vedutosi al mal partito, cavava di sotto un trincetto, e gli traeva due colpi nel petto e nel ventre. Il povero Carlo, chiesto invano soccorso a poche pietose persone, a stento, solo per forza d’animo, condottosi alla porta di casa, ivi, immerso nel proprio sangue, come corpo morto cadeva. I chirurghi, pe’ quali mandò la famiglia di lui dissero che, essendo d’una ferita tocca l’ala destra del fegato, non v’era luogo a speranze di vita. Se non che il vigore singolare che aveva d’animo e di corpo, e le pietose cure della donna del cuore vinsero la forza del male; si riebbe, e sanò. Della qual cosa l’egregio chirurgo Coluzzo non rifinì di stupirsi, dicendo “esser certo il Pisacane serbato a cose grandi dal cielo, poichè tale pericolo, a nessun uomo superabile, avesse così felicemente, contro ogni giusta aspettazione, superato.”
Guarito che fu, veniva chiesto dal capitano Gonzales per dirigere una strada all’Antignano. Egli accettava, e muoveva tostamente per quella volta. L’odio, che presto sentì nascersi in petto contro i tiranni d’Italia, massime contro il Borbone; la lotta sempre più viva tra l’amore per la donna che avrebbe voluto far sua, e il rispetto alla sposa altrui, lo decisero a rinunciare all’impiego e a lasciare il paese nativo. L’8 di febbraio 1847, il Pisacane partiva da Napoli per Londra. Quivi rimasto qualche tempo, si recava a Parigi, e, invano cercato di procacciarsi di che campare la vita col lavoro, decideva di inscriversi tra le schiere dei soldati francesi che muovevano a guerreggiare gli Arabi dell’Algeria. E tanto più volentieri abbracciava tale determinazione, in quanto che poteva tenersi addestrato nel mestiere delle armi, speranzoso, come era, di essere poscia in grado di esercitarlo a beneficio della patria e della libertà. Egli presentavasi al Duca di Montebello, in quel tempo ministro per gli affari della marina, il quale aveva conosciuta la famiglia Pisacane quand’era ambasciatore di Francia presso la Corte di Napoli, per le costui raccomandazioni veniva accettato come sottotenente nel primo reggimento della legione straniera, comandato dal colonnello Mellinet. Il Pisacane partiva per Marsiglia; e il 5 dicembre dello stesso anno 1847 faceva vela per l’Africa. Colà, nella rude guerra contro gli Arabi, non gli mancarono occasioni di guadagnarsi la stima e l’affetto dei commilitoni.

Nell’anno 1847, i popoli, soggetti a Ferdinando, chiedevano a lui, come a padre, quelle concessioni che altri principi italiani avevano ai loro sudditi accordate in quel torno di tempo. Ma l’infame Borbone, alle nobili e giuste domande, rispondeva colle schioppettate, colle prigioni, colle stragi. I Palermitani, stanchi delle frustrate speranze di libertà, delle governative enormezze colle quali si pretendeva acquistare il reame, insorgevano il 12 gennaio 1848. – Il grido della rivolta si diffondeva per tutta l’isola sicule; e Messina, Trapani, Catania, Termini, Siracusa, erano le prime a seguirne l’esempio. I preti, i frati, col Cristo alla mano, eccitavano sulle serraglie il popolo ai sentimenti generosi e gagliardi, alla conquista dei propri diritti. A malgrado delle preponderanti soldatesche che, ad istigazione del Ministro Del Carretto, del monaco Cocle, confessore della corte, e dei gesuiti, Ferdinando aveva spedite nell’Isola, i Siciliani furono vincitori; ma, generosi dopo la vittoria, non si portarono a vendette, e si accontentarono della Costituzione di Napoli.
Il Borbone, all’aspetto ognora più minaccevole dei Napoletani, alle vittorie dell’insorta Sicilia, il 29 di gennaio si decise a promettere una Costituzione. Ma non fu che all’11 febbraio, e, dopo mille nuove incertezze, che quella promessa, suo malgrado, faceva un fatto compiuto.
Cittadini di tutte le classi, dimentichi dei sofferti malanni, si affollarono, in sulla Piazza di san Francesco da Paola, per applaudire al re. Ferdinando, seguito dalla moglie, dall’erede al trono, dai suoi fratelli, fecesi al verone del palazzo reale a ricevere l’omaggio della moltitudine. Alle voci di Viva Ferdinando II! – Viva la Costituzione! – Viva l’Italia! – egli rispondeva portando la destra sul petto. E siccome ad ogni tratto si faceva maggiore il numero delle genti affollate e il grido devoto ognora più crescente, così quegli, che pareva certo dell’amore de’ suoi sudditi, escì della reggia per raccogliere davvicino il premio d’un’opera tanto desiderata, sì a lungo protratta. Allora l’entusiasmo divenne febbrile, e i saluti di onore confusi in uno solo, si mutarono in suono alto di festa, commoventissimo. E chi baciava le mani del re; chi il lembo della sua veste; chi dicevagli parole di grazie, di affetto; chi designavalo il balio dell’italiana nazionalità; chi l’incoronatore delle speranze di molti secoli. I fatti dei Napoletani e dei Siciliani vennero da tutt’Italia applauditi.
I grandi avvenimenti che occorrevano in Italia, i quali come terremuoto scuotevano la terra, la guerra bandita contro l’Austriaco, non potevano non commuovere l’animo di Carlo Pisacane, ansiosissimo di pugnare pel risorgimento della terra natale. Ond’egli, alla voce della patria che alla battaglia chiamava tutti i suoi figli, come colui che riceveva un invito da molto tempo atteso e desiderato, non poneva tempo in mezzo, e, il 24 marzo 1848, presentava al colonnello Mellinet la rinuncia al grado, dicendo reputare sacro dovere l’accorrere in patria mentre essa aveva bisogno del soccorso d’ogni buon italiano. Il colonnello Mellinet sottoponeva, a malincuore, ai superiori la dimanda del Pisacane; egli avvertiva essere la partenza di questi una grave perdita pel reggimento. Il generale Cavaignac, allora governatore generale dell’Algeria, spediva l’accettazione della rinuncia, accompagnandola con lettera in data 6 aprile in cui esternava al Pisacane il rincrescimento pell’allontanarsi di lui dal suo esercito. Non sì tosto in possesso di questa lettera, Carlo partiva per l’Italia, apportando alla sua difesa il tributo del suo braccio e de’ suoi studi.
Nel viaggio da Marsiglia a Genova appiccava amicizia col medico Giovanni Cattaneo, già da molti anni emigrato in Francia e uno dei partecipi all’antica spedizione di Savoia; e fu con esso lui che, giunto verso la metà di aprile a Milano, recavasi da Carlo Cattaneo. Il Pisacane credeva fosse tuttora quest’illustre statista membro di quei consigli e comitati che il caso aveva accozzati nei giorni della rivoluzione; e a lui domandava di essere ammesso nel nuovo esercito lombardo. Il Cattaneo poteva soltanto offrirgli di presentarlo al generale Teodoro Lechi. “Mi sta a memoria, scrive il Cattaneo, come lungo la via il popolo si fermava a mirare quel bel giovine in quell’insolito uniforme. Era con noi un altro officiale della Legione straniera, d’età più provetta, Angelo Todesco, israelita di Trieste. Il generale li accettò volontieri ambidue.”
Narrasi che Lechi volesse affidare al Pisacane la cura di levare ed ordinare un reggimento, dandone a lui, come colonnello, il comando. Se non che egli rifiutava rispondendo: “Non essere venuto a bella posta dall’Africa, non corso sui campi ove si disputavano le sorti della patria diletta, per trascinare neghittoso la spada per le vie di Milano, ma per tingerla nel sangue dei nemici d’Italia; non ambire lui comandi, non grossi stipendi, non onori; ma vita operosa e pericoli e battaglie; lo mandassero per ov’e’ isto affrontarsi coll’odioso straniero. Lechi lo inviò come capitano nella legione Borra, che trovavasi ai confini del Tirolo, sul monte Nota.
Prima che partisse per colà, essendosi il Cattaneo avveduto dei talenti e dell’alto cuore di Carlo, lo pregava notasse in breve i suoi pensieri sul modo di ordinare quanto più sollecitamente si potesse il nostro armamento; “imperocchè, come accenna il citato Cattaneo, sebbene avessimo Venezia e tutta Italia e la Sicilia, già si vedeva offuscar l’orizzonte, e dividersi i principi per forza alleati. Il gran punto era di ordinare l’esercito col numero di officiali che si aveva.”
Il giorno 19 aprile, Carlo presentava la memoria: Sul momentaneo ordinamento dell’esercito lombardo in aprile 1848, la quale non venne pubblicata, “perchè già era troppo tardi; e i savi non accettavano più consigli(11).” Fu soltanto nel 1860 che era resa di pubblica ragione nel Politecnico n. 45. Accenna il Cattaneo che nella firma della memoria tra il nome e il titolo di capitano d’infanteria, v’era una riga mal cancellata che diceva: capitano nel reggimento della morte!
Ai confini del Tirolo, il Pisacane ebbe a sostenere diversi scontri coll’Austriaco, riportandone sempre somma lode di virtù e di coraggio. Lieto sen viveva sulle sorti della patria, quando la notizia degli eccidi e dei tradimenti accaduti il 15 maggio in Napoli, venne ad amareggiargli alquanto l’animo.
Il Borbone, comechè l’11 febbraio altamente dichiarasse di voler accordare a’ suoi popoli liberi ordinamenti e mantenere loro una sana costituzione, non aveva, il truculento, che cercato cogli intrighi e colle iniquità proprie della sua schiatta di guadagnare tempo, covando nel nero petto il modo di distruggere quella Costituzione che molto abborriva. E più il popolo rispondeva con dimostrazioni e proteste, e vieppiù desso e i suoi sgherri con ogni sorta di trame, con tutte le arti più perfide preparavano la controrivoluzione. Con un decreto del 5 di aprile, Ferdinando aveva accordato ai deputati il diritto di svolgere e modificare lo Statuto. L’assemblea doveva radunarsi solennemente il 15 maggio. Il giorno 14 mentre i deputati di tutte le provincie si erano raccolti in adunanza preparatoria nel palazzo comunitativo di Mont’Oliveto, fu presentata loro una formola di giuramento che toglieva le facoltà concesse dal decreto del 5 aprile, e sanzionava implicitamente l’infame guerra contro la Sicilia. I deputati rigettarono questa formola unanimemente, e ne proposero un’altra che fu rigettata dal re. Quindi si cominciava una lotta vivissima fra i difensori della libertà e il dispotismo desideroso di avere occasione di scatenare i suoi cagnotti. Tutti gli antichi sbirri quel giorno uscirono fuori, si mescolarono col popolo, e accrebbero la diffidenza con grida faziose. Si cominciarono le serraglie in Toledo e nelle vie vicine: la città era tutta commossa. I deputati fecero quanto più potevano per calmare gli animi, per trovare un modo di conciliazione; ma il tiranno, che innanzi tratto parve aderire alle domande, voleva la guerra e il macello. Verso la mezzanotte da più punti della città si seppe che le soldatesche uscivano dei quartieri, che molta cavalleria e artiglieria si schierava avanti al palazzo reale. Allora la guardia nazionale fu chiamata alle armi; allora le serraglie si fecero più spesse; allora incominciarono e il tumulto e la confusione. Una voce copriva l’altra; niuno regolava quei moti, niuno li dominava, perchè niuno li aveva preveduti; niuno sapeva il disegno di colui che gli era accanto ad innalzare le barricate: atti erano di furore per accingersi a disperata difesa contro i pretoriani del re, non disegni prefissi, concertati e diretti a mutamenti politici. Si trascinavano panche, tavole, vetture; si picchiava ad ogni uscio; molti senza ordine d’alcuno andavano a postarsi sulle terrazze, sui balconi: tutti operavano senza consiglio, ma senza proferirsi un sol grido contro la forma del governo costituzionale o contro il re stesso. Sol quando le scaglie decimavano le vite di tanti prodissimi giovani, e la più bella via di Napoli mutavano in campo di strage, allora si ripeteva a ragione: morte ai Borboni!
Ferdinando stavasene nella reggia coi suoi sgherrani preparando la guerra. Aveva dato ordine ai comandanti dei forti di innalzare a un cenno bandiera rossa, e di tirare sulla città. Non pochi istigatori di rapine e di morte erano stati inviati fra i Lazzaroni a spargere oro, e a promettere il saccheggio delle case dei ricchi. Anche ai soldati fu promesso il saccheggio. E di questo re, che cercava esterminare i popoli, i quali, fidenti in lui, attendevano le promesse franchigie, di questo re, che dall’uno all’altro punto del suo regno aveva steso un lenzuolo funereo, il d’Arlincourt, vero scherano del dispotismo, non vergognava nella sua ITALIA ROSSA di dire “nessuno più di lui ebbe animo alieno dalla tirannia, e il cuore propenso all’umanità; ei fu sempre clemente e magnanimo.”
Dopo quella terribile notte venne un più terribile giorno. A un grido di all’arme, a una schioppettata tirata non si sa da chi, gli Svizzeri e tutti gli sgherri del re si slanciarono contro le barricate, nel tempo stesso in cui i cannoni fulminarono da tutti i castelli. Il forte della battaglia fu a Toledo, a S. Ferdinando e a S. Brigida. Dalle barricate e dalle case veniva una tempesta di schioppettate continue. Per tre volte i soldati regi furono respinti. I combattenti, sebbene in piccolo numero, sebbene senza munizione, senza capo e disgiunti gli uni dagli altri, fecero prodigi di valore. La pugna cessò dopo sei ore di disperata ma generosa difesa da parte dei valorosi cittadini, dopo prove di inaudita ferocità da parte dei soldati e dei Lazzaroni.
Non è possibile di adequatamente narrare tutti gli orrori di quella giornata d’inferno. Dappertutto strage, stupro e rapine. Spogliati i magazzini, spogliate le case, le chiese, fu superato il furore delle bande del cardinale Ruffo. Vi furono famiglie intere distrutte, donne prima violate e poi spente, innocenti bambini gettati colle loro culle nelle vie e nei pozzi. Molte guardie nazionali perirono sulle barricate: 27 prigionieri furono condotti nei fossi del castello e uccisi subito alla presenza del conte d’Aquila, fratello del re. Furono assassinati circa duecento tra vecchi, donne e fanciulli. Parecchi morirono nel palazzo Gravina, che fu dato alle fiamme. Ivi quattordici persone che si erano nascoste nelle cantine, nei giorni appresso furono trovate cadaveri. Da molte donne si esigeva denaro o poi si straziavano e si uccidevano. La moglie di un Ferrari ucciso nel palazzo Gravina, per salvarsi dal fuoco diede ventimila ducati di gioie; e appena avuto il prezzo, gli sgherri la gettarono giù dal balcone. La vedova Benucci diede seimila ducati per salvare l’onore delle figlie; si prese il denaro e si tolse l’onore. Alla figlia del marchese Vasatura, giovinetta di tredici anni, fu trapassato il ventre da cinque baionette, mentre sull’uscio chiedeva pietà. Angelo Santilli fu ucciso nel letto. Era un giovine di 17 anni, nato in Terra di Lavoro, ricco di dottrine politiche. Aveva facile e calda eloquenza e di leggieri trasfondeva negli altri i sentimenti che gli commuovevano il cuore. Egli per le vie di Napoli faceva alla plebe la spiegazione del Vangelo e delle libere dottrine insegnate da Gesù; predicava la religione, la libertà, la fratellanza, l’amore. Il despota napoletano lo odiava perchè insegnava agli uomini a conoscere i loro diritti, e con ogni suo discorso diminuiva il numero delle anime schiave. Il 14 maggio predicò per l’ultima volta al popolo, che plaudiva e piangeva. Le sue parole in quel giorno furono più del solito malinconiche e commoventi. Tornato a casa, nella notte del 14 al 15, fu preso da febbre ardentissima, e stava in grande travaglio quando la città rintronava dei reboati del cannone e si contaminava tutta di sangue. Due giovani fratelli, la sorella e una fantesca a quell’orribile suono stavano raccolti e spaventati intorno al letto dell’ammalato. Le finestre della stanza erano chiuse; da esse non era uscito alcun tiro di schioppo; ma l’infelice era designato ai carnefici. Si cercò la sua casa, si ruppe la porta, si invasero le stanze, si fece fuoco su tutti. L’ammalato, giacente al letto, ebbe una palla al cuore e morì nell’istante. Nello stesso modo furono spenti i fratelli e la sorella dell’infelice.
Non fu possibile di raccogliere tutti i nomi dei molti valorosi che morirono colle armi alla mano. Possiamo però ricordare quello di Luigi La Vista, giovine di 25 anni, nato in Venosa, patria di Orazio. Aveva l’animo pieno di generosi e liberi propositi, l’intelletto ricco di civile sapienza; prometteva di essere un bell’ornamento della patria.
Terminate le umani ecatombi, Napoli tutta rimase immersa in profondo lutto. Soltanto la reggia era in festa: gli sbirri e le meretrici esultanti. Il re e la regina sclamarono essere stato quello il più bel giorno della loro vita, e andarono nella chiesa del Carmine a rendere grazie a Dio della vittoria di sangue. Ad istigazione della polizia, frotte di meretrici sozzissime non cessarono di andare per le vie gridando viva u re! Unite a sbirri e a soldati rubavano e facevano oscena guerra ai baffi e alle barbe dei cittadini. Chiunque fosse riconosciuto per guardia nazionale, per deputato o per liberale, era vituperato con parole e percosse. Lo stesso generale Gabriello Pepe fu svaligiato dagli Svizzeri e condotto al castello, ove lo tennero due giorni in prigione in mezzo agli scherni di vilissima soldatesca.
Napoli fu messa in istato d’assedio; la guardia nazionale e l’assemblea furono sciolte; della libertà non rimase nè pure l’apparenza. Molti dei deputati, che avevano durato intrepidi in faccia al pericolo e non si erano disciolti che per la violenza della forza brutale, dopo aver scritta e firmata una degna protesta, portarono la notizia di quegli orrori nelle Calabrie. Tutti i liberali calabresi si commossero al tristissimo annunzio, e gridarono vendetta. Si crearono comitati di sicurezza pubblica in Catanzaro e in Cosenza; molta gioventù corse alle armi, e si formò in Filadelfia un campo di ottomila volontari, desiderosi di vendicare i fratelli trucidati a Napoli. Il governo mandò contro di essi il generale Nunziante con forte nerbo di soldatesca feroce e di quantità grande d’artiglieria. Al ponte della Grazia, al fiume Angitola si venne alle mani, e alcuni Calabresi si batterono da eroi; ma, sopraffatti dalle artiglierie, dovettero ritirarsi e sbandarsi. Fra quelli che ivi caddero martiri della libertà sono ricordati Angelo Morelli e Giuseppe Mazzei, due uomini tenuti in pregio ed onore per la generosa indole loro. I soldati del Borbone lasciavano la desolazione in ogni luogo; rubavano e uccidevano anche chi li accoglieva con segni di gioia. I pochi abitanti rimasti a Filadelfia, dopochè si erano ritirati gli insorti, per campare dal flagello, mandarono una deputazione di preti, alle soldatesche, invitandolo nella città e assicurandole che sarebbero accolte amichevolmente. I pretoriani entrarono il dì 28 giugno; e l’accoglienza fu quale era stata promessa. Ma ciò non rese migliore la sorte degli abitanti. Furono invase le case: grandi le rapine e i guasti; poi ingiurie, percosse e uccisioni; contaminato l’onore delle donne, straziati i venerandi vegliardi, diciotto cittadini condotti in ostaggio. Otto furono uccisi, fra i quali due fratelli Federico ed Edoardo Serrao. Orribili casi avvennero anche al Pizzo, comechè ivi pure si accogliessero i soldati con ogni guisa di dimostrazioni amorevoli. Alle gentilezze, que’ berrovieri risposero colla strage e col saccheggio. Fecero fuoco contro le case e contro le persone; atterrarono colle scuri le porte, rapirono, distrussero, spogliarono uomini e donne; poi, ebbri di furore e di vino, dettero di piglio nel sangue innocente: molti pacifici cittadini furono spenti o feriti. Queste ed altre scelleratezze commisero in Calabria nel giugno nel 1848 i soldati del Borbone, guidati dal Nunziante, il quale nei suoi proclami diceva “esser venuto a rimetter l’ordine, a frenar l’anarchia, a proteggere le sostanze e le vite dei cittadini.” Nè qui finirono i lutti e le stragi del 1848. Nel settembre la città di Messina pativa rovine, incendi e macelli. I Borboniani vi fecero opere esecrate così che nella storia non trovano confronto.

III

Carlo Pisacane, credente che i popoli avrebbero saputo vendicarsi delle infamie di Ferdinando, non si perdè punto di coraggio; cercò di attutire il dolore da lui provato giurando che con tutte le potenze della mente e del braccio avrebbe rimeritati i tiranni delle lagrime e del sangue versato dagl’Italiani. E mantenne la promessa. Combattè sempre con estremo ardimento, con somma sapienza; e nei giorni della sconfitta colle armi della parola. Il 29 giugno, ebbe in un combattimento da una palla ferito il braccio destro, e così miseramente che, dove non fossero state le cure della sua diletta amica, da lui ritrovata a Marsiglia mentre tornava in Italia, e quelle del dottore Leone, a comune giudizio dei medici, sarebbe stato mestieri amputarglielo. Dopo trenta dì che giaceva infermo a Salò, per l’avvicinarsi dei nemici fu tratto a sicurezza in Milano. Ed era convalescente che già si affrettava ad offrire l’opera sua al Governo Provvisorio per la difesa della città minacciata dagli Austriaci. Ma coloro che reggevano allora la somma delle cose, calpestando l’onore della patria, a tutta possa si adoperavano a stancare e a fiaccare l’impeto generoso delle genti, che dappertutto volevano con guerra popolare prendere la rivincita di Custoza; onde all’offerta del Pisacane rispondevano: “non essere lui atto a battaglia, malconcio com’era: pensasse alla propria salute e raggiungesse i feriti che il precedevano.” Della qual cosa egli molto si rattristò e si dolse cogli amici, dicendo: “costoro non hanno fermo proposito di resistere al nemico, nè di far opera degna di quel popolo che loro obbedisce.” E fu vero.
Caduta Milano di nuovo in potere del Radetzky, il Pisacane recossi sdegnoso in Isvizzera, ove si ridussero molti dei più ragguardevoli uomini d’Italia; e fu in quel tempo che per la prima volta conobbe Giuseppe Mazzini.
D’animo ardentissimo, non poteva lungamente rimanersi neghittoso. E però, come in sul finire del 1848 venne a cognizione che il Piemonte levava soldatesche per la riscossa e ordinava reggimenti nuovi, correva a Vercelli ad offrire la sua persona; e quivi veniva ammesso col grado di capitano nel 22° reggimento di fanteria, che faceva parte della divisione lombarda. Se non che gravissimi tornandogli gli indugi, le esitanze, le ministeriali incertezze, non sì tosto seppe che a Roma era stata, il 9 del febbraio 1849, proclamata la Repubblica, egli chiedeva ed otteneva in breve regolare congedo dal ministro della guerra, e si affrettava a muovere per alla volta della città eterna, dove un irresistibile instinto gli presagiva che più gloriosamente avrebbe potuto consacrare l’opera sua a difesa della periclitante libertà.
Quando Carlo Pisacane giunse a Roma, il piccolo esercito della nuova Repubblica era disordinato e disperso; ond’egli, che peritissimo era delle cose militari, espose al triunviro Mazzini i suoi pensieri sul modo di raccoglierlo e disciplinarlo. Piacquero tanto al Mazzini que’ disegni che nella tornata del 15 marzo propose all’assemblea si creasse una commissione sulle cose di guerra, la quale riformasse e le soldatesche che vi erano e ne levasse di nuove per provvedere alla salute della patria. Fu creata la commissione, e fra quelli che ne fecero parte, per unanime voto, fu il Pisacane. Coloro che in quel tempo lo conobbero asseverano che principale parte di lode a lui spetta delle buone cose operate da quella commissione, la quale tanto conferì a difendere la città contro le soldatesche di Francia e a mantenere la gloria delle armi italiane; e ad esso pur attribuiscono il vanto di aver ordinato il fatto d’arme del 30 aprile, di tanto onore ai difensori di Roma. Comechè il Pisacane dissentisse dal Mazzini su varie questioni, socialista e pur federalista essendo, tuttavia quegli sel tenne assai caro; lo elevò al grado di colonnello, e all’ufficio di capo di stato maggiore. Ma il Pisacane non si accontentò di far parte degli ordinatori dell’esercito; volle essere pur soldato di azione; trovossi in ogni combattimento, pugnando sempre con estremo coraggio. E ben ebbe ragione il Bertani, ne’ suoi Cacciatori delle Alpi, di chiamarlo il prode dei prodi; imperocchè, degnissimo compagno dei Mameli, dei Manara, dei Daverio, dei Morosini, dei Dandolo e di altrettali, operò fatti degni de’ padri nostri.
Il Pisacane non ammetteva l’entusiasmo che i volontari sentivano pel Garibaldi. “Guai, scriveva egli, allorchè le masse giungono a credere all’inviolabilità ed all’infallibilità di un uomo. Guai allorchè le masse si avvezzano alla fede e non alla ragione: è questo il segreto sul quale sino ad ora si è basata la tirannide, che ha trovato facile la strada al conseguimento dei suoi disegni; dappoichè il pensare è fatica dalla quale rifuggono le moltitudini, corrive sempre al credere. Indisciplina in pace e disciplina in guerra è la divisa in ogni rivoluzione, quella genera la discussione e crea il concetto, ovvero la bandiera; questa unifica gli sforzi, ed invita il soldato a tener gli sguardi fissi sul vessillo e non già sul capitano. Poco monta che la mitraglia distrugga un generale: un altro lo rimpiazza, ma la bandiera non cambia, ogni milite deve averla scolpita nel cuore.” Eminentemente dotto nell’arte militare non poteva poi riconoscere il sistema di guerra adottato dal Garibaldi, quell’indipendenza sua ad ogni disciplina e quella cieca fidanza che ei riponeva nella fortuna. Noi però abbiamo fermo convincimento che se il Pisacane fosse vissuto tanto da essere testimonio delle vittorie comensi e della spedizione dei MILLE, avrebbe certamente rivocato il suo concetto sul Garibaldi, e salvatore dei popoli non solo, ma grande capitano lo avrebbe salutato.
Incerto del partito da prendere, il Pisacane era rimasto in Roma anco dopo che i Francesi vi erano baldanzosi entrati. Esso, e mai seppene la causa, era un giorno imprigionato, e rinchiuso in Castel sant’Angelo per otto giorni; da dove non uscì che per le molte istanze che fece al generale Oudinot la donna del suo cuore, la quale sempre lo aveva seguito. Come fu fuori dovette subito partirsene; imperocchè i vincitori tanto temevano di que’ vinti che dileggiavano quali codardi ed imbelli, che gli contesero di rimanere più a lungo in città. Il Pisacane partiva per Losanna, ed imprendeva di nuovo la vita dolorosa dell’esule.
Caduta Roma, e con essa pure Venezia, la quale aveva durata una lunga e gloriosa difesa, gli uomini reggitori del movimento nazionale italiano trassero in Isvizzera; e quivi si diedero a raccogliere i fatti, a studiare le ragioni del loro esito, e, avvalorando il dire con esempi magnanimi, cercarono di facilitare quell’avvenire le cui fondamenta ormai erano state poste in Italia. Gli avvenimenti avevano dimostrato il paese educato; era adunque mestieri, non eccitarlo dopo il giorno d’una caduta, sibbene perfezionarlo, confortarlo alla risurrezione della patria. Fu a Losanna che gli Evangelisti della libertà presero stanza; e quivi, per azioni, fondarono la Società editrice, L’Unione, che ebbe un Comitato Direttore nelle persone di Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Mattia Montecchi. Precipuo scopo di quella società era la stampa e la vendita di scritti scientifici, politici, religiosi e letterari, tanto italiani che esteri, i quali tendessero a mantenere e a sempre più inculcare negli animi lo spirito di libertà, di nazionalità, d’indipendenza(12). Essa veniva anche in soccorso degli uomini che vivevano nell’esilio a qualunque opinione liberale appartenessero, col pubblicare i loro scritti, assegnando loro un equo compenso; così era ricostituita l’unità delle varie intelligenze.
L’opera collettiva iniziata in Losanna fu il giornale L’Italia del Popolo, continuazione di quello pubblicato nel 1848 a Milano e nel 1849 a Roma. Questa rassegna non ebbe programma, e dove alle prime pagine si dichiara di non proporvene alcuno, dicesi che il programma è “nella parola uscita il 9 febbraio 1849 da Roma, madre comune e centro d’unità a tutte le popolazioni d’Italia – nella missione che la tradizione e la coscienza popolare assegnano all’Italia.” Alla libera stampa devesi se l’Europa conobbe i nostri dolori, le nostre aspirazioni, le nostre guerre, i nomi dei santi che consacrarono a vittoria la nostra causa; ad essa devesi se il popolo italiano, attraverso la ecatombi politiche, portò nobilmente il lutto delle sue funeree condizioni; se la sciabola dei tiranni incontrò nell’occhio di lui quella misteriosa potenza, con cui lo sguardo di Mario inerme fece cadere il gladio di mano allo schiavo armato; ad essa pur devesi la fraterna associazione nelle battaglie, nello scopo, nella bandiera; quella persuasione all’olocausto di ogni altro concetto al sommo, l’unificazione della patria; per essa disparvero i partiti, sorse la Nazione. E quanta potenza e quanto felice successo avesse L’Italia del Popolo, ce lo dimostrano poi i pubblici fogli di quei tempi e le note della diplomazia.
La moltiplicazione di quella rassegna per mezzo di ristampe e di traduzioni fu portentosa; e il governo austriaco ne fu siffattamente atterrito che ne proibiva rigorosamente l’introduzione nelle terre a lui soggette, e condannava a cinque anni di fortezza il sacerdote Pietra Dalloca di Venezia, perchè possessore di due fascicoli dell’Italia del Popolo. Non meno dell’Austria, la Repubblica di Francia ebbe timore della veridica stampa; essa, nel settembre 1849, proscriveva il giornale, e, in sui primi del 1850, si doleva amaramente “della stampa di giornali e di libri incendiari che, a malgrado del divieto, clandestinamente entravano in Francia.” La guerra della polizia francese fu tale, che non solo venivano sequestrati i quaderni che entrassero nel territorio della Repubblica; ma, postergato ogni diritto internazionale, si sottraevano i pacchi che transitavano colla direzione per gli Stati Uniti.
Scrittori dell’Italia del Popolo erano: Giuseppe Mazzini, generale Allemandi, R. Andreini, C. Arduini, Bertani, De-Boni, Montecchi, Francesco Pigozzi, Carlo Pisacane, Maurizio Quadrio, Saffi, Pietro Sterbini, G. B. Varrè ed un Russo; non che altri, che, rimasti in patria, non fecero palesi i loro nomi.
Fondato che fu il giornale l’Italia del Popolo, il Mazzini cercò di ricostituire con una parte dei profughi italiani un’assemblea nazionale. Se non che il Governo svizzero, resosi mancipio del Radetzky, espellendo i rifugiati, dovettero questi trarre a Londra. Quivi costituiva regolarmente il Comitato nazionale italiano, in dipendenza ed in piena correlazione coll’altro, che pur colà sorse, appellato Comitato democratico europeo. Il primo era composto del Mazzini, Saffi e Montecchi; il secondo del Mazzini, qual rappresentante l’Italia, Ledru-Rollin, la Francia, Ruge, la Germania, Darasz, la Polonia. Ambi i comitati tennero sedute, e pubblicarono proclami che il giornalismo d’Europa diffuse e ripetè con molta compiacenza.
Il Comitato nazionale italiano fu d’un’attività senza pari. A mezzo di emissari fidati, di scritti criptografici, veniva in poco tempo a stabilire centri repubblicani nello stato Romano e in quello di Toscana, nei Ducati e persino nel Napoletano. Scopo dei Comitati era quello della Giovine Italia, cioè di mantenere viva nelle masse del popolo e colla voce e colla stampa la sacra fiamma di libertà; di accrescere sempre più il numero degli affiliati; di spiare, tergiversare possibilmente l’operato dei despoti; di favorire la fuga dei soci che fossero rinchiusi nelle prigioni; e di raccogliere infine somme per soccorrere quelli che giacessero nelle prigioni, e per le imprese che si sarebbero tentate in favore della libertà. Molti adepti trovò il Comitato, fra cui non pochi sacerdoti, i quali non avevano titubato un istante a scegliere fra la causa degli oppressi e quella degli oppressori, ed alcuni perfino pagarono col loro sangue l’amore di libertà, affrontando con esultante serenità, come i Martiri del cristianesimo, la morte per la fede italiana.
Le cospirazioni, ricominciate nel 1850, vennero mano mano attingendo il loro massimo grado di esplicazione; nè bastarono a spegnerle le molte vittime immolate dai governi ai loro furenti terrori. I despoti giacevano destituiti d’ogni forza morale, in mezzo ai cannoni ed alle baionette.
Il Comitato centrale aveva emesse cartelle per contrarre il prestito nazionale; quelle cedole si diffondevano dappertutto in modo meraviglioso. Tipografi e litografi, sotto gli ordini dei Comitati, supplivano all’opera clandestina della stampa nazionale, alle cui esigenze non bastavano le introduzioni che si facevano dal Piemonte e dalla Svizzera. Nè del tutto venivano neglette le armi; e le fila della vastissima trama si propagavano persino nelle schiere dell’esercito austriaco. In tali circostanze non sembrava illusione, nè temerità il seguire una politica, la quale non desiderava che quanto l’eroismo può chiedere ad un popolo. L’eccezione era divenuta regola; il cospirare era divenuto, per così dire, generale, pubblico, normale.

Gli articoli di Carlo Pisacane nell’Italia del Popolo tendevano principalmente a dimostrare come riescisse fatale alla libertà l’istituzione degli eserciti assoldati, e come fosse necessaria alla conquista dell’indipendenza l’attuazione del principio militare svizzero ed americano; per cui, all’uopo, ogni cittadino sa e può essere soldato. Nello stesso giornale egli parlò dei fatti di Roma sotto il punto di vista militare, e specialmente della spedizione di Velletri.
Dopo tre mesi di sosta a Losanna, il Pisacane recavasi a Londra, dove conobbe i capi della democrazia francese ivi rifugiati. Favellando seco loro, si addentrò in que’ sistemi sociali di cui egli cercava far tesoro, malgrado fossero altamente combattuti dal Mazzini ed anco oppugnati dai rifugiati italiani. Vuolsi poi che a Londra per campare la vita desse lezioni di lingua italiana e francese.
Nella prima metà del 1850 traeva a Lugano, ove ravvivò l’amicizia con Carlo Cattaneo, pel quale nutrì i sentimenti della più alta ammirazione, come colui che professava le dottrine federative. Fu a Lugano che, nella calma di cui gli fu prodiga allora quella Repubblica, egli intese a importante lavoro, quasi a conforto delle sventure in cui versava l’Italia e a dolce rimembranza dei giorni degnamente spesi a pro della patria. Egli scrisse la narrazione su La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, che è forse l’istoria più dotta per istudi militari, e più fedele di quante se ne scrissero da amici e da nemici, da nazionali e da forestieri, intorno a quella fase dell’italiana rivoluzione. Ecco come il coscienzioso autore parla del suo libro: “Mentre una turba di scrittori, o servi di un partito ed apologisti di un uomo, o romanzieri più che storici, od ignoranti dei fatti e delle cause dei fatti, avevano completamente falsato la pubblica opinione riguardo agli avvenimenti militari di Roma, io fui il primo a parlare il vero, disprezzando i malcontenti e le suscettibilità che avrebbero sollevato il mio dire.” In questo suo lavoro egli si appalesa Apostolo di que’ principi politici, filosofici e sociali, i quali formano accumulativamente il simbolo della religione razionale. In varie pagine poi comprova come vano sia l’attendersi schietto ed efficace sussidio dai principi e dalla diplomazia a promuovere la causa della rivoluzione, e come la conventuale disciplina, inflitta alle soldatesche assoldate valga assai meno del fervore proprio delle milizie cittadine a conseguire la vittoria nelle battaglie della libertà. “Tutti, proclama egli, debbono essere militi e soldato nessuno. Nelle guerre nazionali il popolo tutto deve radunarsi al campo; nè deve esservi distinzione fra il soldato ed il cittadino; per cui la guardia nazionale riesce una di quelle assurde instituzioni, figlia del dualismo costituzionale, la quale rappresenta l’esercito del popolo posto a fronte coll’esercito del desposta.”
Devoto ai principi della scuola razionalista e sociale, non esita a proclamare come “la miseria e la religione sieno i primi ausiliari dei despoti;” che stolto è il credere, che si possano salvare le nazioni “marciando alla guerra con l’insegna del privilegio e del cattolicismo,” e non deve fare meraviglia se la rivoluzione del 1848 fu dappertutto sconfitta, dal momento che si ebbe dovunque la dabbenaggine di far cantare il Te Deum, e benedire la bandiera dai preti cattolici; che la religione, insomma “è l’ostacolo più potente, che si opponga al progresso dell’umanità.”
Esempio poi raro a’ giorni nostri, zeppi d’uomini vantatori, il Pisacane nel libro di cui parliamo non una volta registrò il suo nome, quantunque avesse, come vedemmo, operato di molte cose tanto in Lombardia, quanto durante il memorando assedio di Roma.
Parecchi mesi passò in fraterna dimestichezza con Carlo Cattaneo, Filippo De-Boni, Mauro Macchi e Francesco Dall’Ongaro: “e, scrive il Macchi, presto abituatomi alla cara consuetudine di sua compagnia, non dimenticherò mai il dolore che sentii dentro di me il giorno in cui ci diede addio, per raggiungere incognito quell’egregia signora, che aveva abbandonato la primitiva famiglia, i parenti, gli agi domestici, il paese nativo, tutto per dividere le tribolate sorti del profugo politico: tanto forte fu l’affetto che egli aveva saputo inspirarle con le rare virtù e con la gentile persona.”
Infatti sullo scorcio del 1850, stanco di vivere sotto cielo straniero, il Pisacane recavasi a Genova, ove riunito alla donna del suo cuore, che ansiosa ivi stava ad aspettarlo, approfittò di quella calma di spirito che dona la domestica pace, e che forma il più desiderabile fra i beni di questo mondo, per dedicarsi a tutt’uomo a quegli studi, dai quali era convinto potesse esclusivamente derivare il trionfo della causa nazionale. Innanzi tratto dovette tenersi celato; imperocchè il governo gli negava di poter rimanere in Genova; ma tanto vi restò che alfine ne ottenne l’adesione. E allora, per accudire con minori distrazioni possibili agli studi suoi, ritirossi ad abitare fuor di città sull’ameno colle di Albaro, dove era soltanto visitato dai più intimi amici.
Nel 1851, il genovese editore Giuseppe Pavesi accettava di fare di pubblica ragione il libro su “La guerra combattuta in Italia”; vi si apponeva quest’epigrafe: “Le rivoluzioni materiali si compiono allorchè l’idea motrice è già divenuta popolare.”
II Pisacane era uomo logico, franco ed integro; onde alle convinzioni sue coscienziosamente conformava le opere; e non solo s’asteneva da ogni pratica cattolica; ma quando, nel 1853, gli nasceva una bambina, l’unica che gli sopravviva, si ricusò di portarla alla chiesa per le consuete cerimonie lustrali, e di farla inscrivere su i registri clericali. “In quella vece, scrive il Macchi, ricorse all’opera ben più competente di un pubblico notaio, dando così l’esempio di una condotta, che, ove fosse imitata, varrebbe più d’ogni altra cosa ad accelerare lo scioglimento del problema religioso, il quale pesa, come incubo, su l’età nostra. Sì, ad accelerare il trionfo del Vero, più d’ogni propaganda filosofica, varrebbe il proposito in ogni cittadino, che abbia perduta la fede nella mitologia papale, di non permettersi alcuna pratica, che sia propria dei credenti, come, per umani riguardi, finora troppo spesso succede(13).”
Il Pisacane aveva allora la ferma idea che non si dovesse dar mano a congiure, e a promuovere insurrezioni, ove prima non si fosse guadagnato nelle moltitudini coll’apostolato della parola, non solo il consenso degli animi, ma eziandio l’effervescenza degli spiriti, in favore di quel principio, che si vorrebbe sostituire all’ordine attuale. “Senza di che, scriveva egli, il dar di piglio alle armi solo per obbedire alla parola d’ordine di un caposetta, riesce un vero maleficio.” A poco a poco però, dovette riconoscere quanto la voce della stampa liberale avesse operato nelle masse, educandole ai sentimenti di patria e di libertà, eccitandole ai più nobili sacrifici. E se non ammetteva pienamente che il principio dell’unità fosse passato nel petto d’un intero popolo, tuttavia riputava esistere da noi la rivoluzione morale. Quando poi pensava ai dolori d’Italia, alle sue vergogne, ai suoi doveri, l’anima di lui si intendeva con quella del Mazzini in un solo palpito d’opere generose. Infatti non tardava guari a gettarsi nel partito d’azione; e ciò che innanzi tratto dannava, ammetteva poscia, scrivendo, che “la sola opera che può fare un cittadino per giovare al paese, è quella di cooperare alla rivoluzione materiale; epperò cospirazioni, congiure, tentativi, ecc., sono quella serie di fatti attraverso cui l’Italia procede verso la sua meta. Il lampo della baionetta di Milano (Agesilao) fu una propaganda più efficace di mille volumi scritti dai dottrinari.”
I vari tentativi dei patrioti per iscuotere il giogo di servitù, comechè falliti, non furono in fatto giammai sterili. Imperocchè, come altrove dicemmo, dando luogo per parte dei tiranni a persecuzioni ed a morti, queste non facevano che sempre più accrescere la fede politica, la quale si andava dilatando dall’un capo all’altro d’Italia.
Carlo Pisacane facendo tesoro di molte buone letture nel romitaggio d’Albaro, meditò anco e scrisse i Saggi-storici-politici-militari sull’Italia, che divise in quattro saggi: 1° Cenni storici – 2.° Cenni storici militari – 3.° La rivoluzione – 4.° Ordinamento dell’esercito italiano. “Il bisogno, egli dice, di formarmi un convincimento che essendo norma delle mie azioni, fra il continuo mutare degli uomini e delle cose, mi avessero mantenuto sempre nel medesimo proposito, fu la cagione principale che mi determinò a questo lavoro.”
Quantunque terminasse il nuovo libro nel 1855, e se ne fosse potuto conoscere il valore da alcuni frammenti che vennero inserti, invia di appendice, in un giornale genovese, giacque pur tuttavia per ben tre anni inedito, non essendo riuscito mai quel valente uomo a trovare un editore che avesse voluto assumersi l’incarico di pubblicarlo. E chi sa per quanto tempo sarebbe stato ad esso negato l’onore della stampa, se, in seguito alla catastrofe che al Pisacane tolse la vita, non si fossero accinti a procurarne la pubblicazione i tre concittadini commilitoni, Mezzacapo, Cosenz e Carrano, “i quali, scrive il Macchi, intesero con ciò di adempire due debiti; l’uno di porre ad atto l’ultima volontà dell’autore: l’altro di offerire agli amanti d’Italia, qualunque sia la loro opinione, opportuna occasione di dare una testimonianza di affetto all’ingegno ed al valore di un illustre Martire della libertà italiana.”
L’opera era principiata in Genova (Stabilimento tipografico nazionale, 1858); ma sembrava che una fatalità pesasse su di essa; chè, terminata la prima parte, non potè più essere proseguita. Fu nel 1860, che l’avvocato Enrico Rosmini, amicissimo del martire e della famiglia, pensò di proseguire la pubblicazione degli scritti del Pisacane, e lo fece coi tipi di Pietro Agnelli di Milano. – Il Rosmini si accinse alla stampa per fare cosa grata alla famiglia dell’illustre patriota e rendere come meglio poteva omaggio alla gloriosa memoria di lui.
Trovando molta riluttanza negli editori genovesi, il Pisacane non ebbe amore ad ordinare il suo scritto; e come egli stesso nel Testamento politico ricorda “non lo condusse a forbitura di stile.”
Oltre agli scritti di cui abbiamo parlato, due altri se ne hanno del Pisacane, ove non si voglia pur computare una viva polemica che da Genova sostenne col generale Roselli, quando questi pubblicò le sue Memorie intorno ai fatti militari di Roma, la quale trovasi inserta nel giornale La voce della Libertà (settembre 1853, n. 260, 261, 262). Il Roselli si mostrava offeso nelle Memorie per averlo il Pisacane ne’ suoi scritti detto debole, e per aver dichiarato che la sua debolezza fu causa di errori. Se il generale si fosse accontentato di mostrare come quegli si fosse ingannato, e in quelle circostanze non si potesse usare severità, il Pisacane non gli avrebbe certamente replicato; ma non entrando in franca discussione, accusandolo di mala fede, e dichiarando che si era espresso così sul conto suo per trarre qualche opinione più favorevole a sè dal pubblico, egli non poteva tacere.
Il Pisacane fu tra i primi che combatterono le pretensioni del Murat al trono di Napoli, mediante due scritti. Il primo, che ha per titolo Italia e Murat, fu pubblicato nel giornale il Diritto del 1855; n. 225, ed è firmato di conserva con altri emigrati politici delle provincie meridionali; l’altro intitolato Murat e i Borboni è individuale; e venne innanzi tratto inserto nell’Italia e Popolo del 1856, n. 263; indi diffuso dall’Autore nel settembre di quello stesso anno pelle provincie meridionali. In questo articolo il Pisacane cercava dimostrare i danni arrecati a quelle regioni dall’occupazione del Murat, e le sevizie patite da quanti erano ivi amatori di libertà, ammonendo così ognuno a non prestar fede alle promesse dello straniero.
Nel 1856 Carlo recavasi nuovamente a Genova, ove si dava ad insegnare le scienze matematiche, presso alcune famiglie di amici; se non che, nè al merito nè al buon volere rispondeva fortuna; e mentre a molti abbondava il superfluo e di che profondere in lascivie ed in crapule, a lui, che per la patria aveva dato il sangue, ed era pronto a dare la vita, a lui degno, per virtù e per dottrina, di laude e di premio, appena appena riusciva con molta fatica a procacciarsi il sostentamento. Alfine otteneva l’incarico di fare gli studi d’una ferrovia da Mondovì a Ceva; ed ancora i Monregalesi conservano tuttodì dolce memoria di lui.

IV.

Il 15 maggio 1849, anniversario delle carnificine di Napoli, le soldatesche del Filangeri, in numero di diciasettemila uomini, entravano in Palermo. Così, dopo aver difeso a palmo a palmo i terreni su cui sventolava la sacra bandiera e avervi lasciato di molte vittime, la rivoluzione siciliana veniva assopita. Il principe di Satriano e il Maniscalco, il primo traditore, il secondo feroce, furono destinati da Ferdinando a conculcare quel popolo generoso; ed essi risposero in modo di appagare le ferine brame del padrone. Alcuni arditi giovini sdegnarono soffrire le verghe di quei due truculenti sgherrani del dispotismo; e il 27 gennaio 1850, gridando libertà, insorsero alla Fiera Vecchia. Il popolo era stanco della lotta sostenuta; desso, alla vista della bandiera tricolore, non seppe trovare l’antico siculo entusiasmo; la forza accorse; sei di quei giovini furono arrestati; e il domani, nel luogo istesso dell’insurrezione, vennero fucilati. Così al martirologio italiano furono aggiunti sei nomi, e fra questi quello di Nicola Garzilli, giovine avvocato, nelle lettere e nelle scienze versatissimo, di mente sublime, di cuore impareggiabile.
Dopo il martirio di quegli eletti uomini, si formò una società segreta, che fu appellata Associazione unitaria italiana, la quale, inspirandosi nel Comitato di Londra, aveva per iscopo di costituire in tutti i comuni dell’Isola Comitati filiali, e di mantenere sempre acceso nel popolo l’amore di libertà, di raccattare danaro per la causa del riscatto, e di tenere la Sicilia avvinta al grande rivolgimento italiano che preparava la democrazia. Il truce direttore di Polizia Maniscalco venne verso il 1854 a capo di scoprire alcune fila della trama; egli fece trarre, carichi di ferri, nelle prigioni di Palermo i più audaci dell’Associazione, i quali vi languirono fin sullo scorcio dell’agosto 1856. E pure allora non ebbero piena libertà; imperocchè il Maniscalco, posto in sulle guardie dai tentativi d’insurrezione che venivano di quando in quando succedendosi in parecchi punti, della Penisola, si faceva disprezzatore d’ogni regola di morale e di giustizia, e li condannava arbitrariamente a domicilio forzoso sotto la vigilanza immediata della Polizia.
All’alba del 23 novembre 1856, il barone Francesco Bentivegna di Corleone, Salvatore Spinuzza di Cefalù ed altri elettissimi patrioti inalberavano in Taormina la bandiera della libertà. Non risposero alla santa chiamata che Mezzoiuso, Ciminna, Villafrate, Ventimiglia e Cefalù: muti rimasero gli altri paesi di Sicilia. Non si perdettero tuttavia di coraggio i capi dell’insurrezione, e quantunque le soldatesche regie, comandate dai tenenti-colonnelli Marra e Ghio, in forte nerbo, e un distaccamento di guardie rurali, specie di guardaboschi, capitanate dal sindaco di Belfrate, si scagliassero contro di essi, si difesero strenuamente per alcuni giorni, facendo pagare cara ai Borbonici la vittoria. Il Bentivegna, Spinuzza, Luigi Pellegrino di Messina, i fratelli Nicola e Carlo Botta, Alessandro Guarnera e Andrea Maggio di Cefalù, Francesco Bonafede di Gratteri ed altri cadevano nelle mani dei vincitori. I palermitani Luigi La Porta e Francesco Riso, il trapanese Mario Palizzolo e Vittorio Guarnaccio di Mezzoiuso con pochi riuscirono a sfuggire dalle loro mani; alcuni di questi poterono imbarcarsi per l’estero.
“Mi disseterò nel sangue dei rivoluzionari” sclamò il Maniscalco, allorchè erasi in ogni luogo soffocata l’insurrezione; e re Ferdinando disse contento: “La diplomazia ammirerà anco una fiata la sagacia e la fortezza del mio governo.” Se non che gli sguardi d’Europa tutta si rivolsero verso la sicula terra; la stessa diplomazia pronunciò parole di compassione; e Ferdinando e Maniscalco capirono che ove si fosse versato molto sangue, sarebbero stati messi al bando dei popoli, avrebbero suscitato il corruccio di qualche potenza. Tuttavolta vollero sangue. Francesco Bentivegna e Salvatore Spinuzza, il primo per sentenza d’un consiglio di guerra, il secondo per quella della Corte marziale, erano fucilati il giorno 7 dicembre 1856. Altri venivano pur condannati a morte; ma rimessi alla clemenza sovrana, la loro pena era commutata in diciott’anni di ferri nell’orrido ergastolo di Favignana, o nella così detta fossa di Santa Caterina(14). Tutti gli altri, fatti pur segno dall’ira del despota, venivano confinati per anni nelle più anguste prigioni a vivere vita miserrima.
Francesco Bentivegna apparteneva sì ad un’illustre famiglia, ma era popolano di cuore. Natura lo dotava di anima ardente ed avversa ad ogni tirannide. L’odio alla dominazione borbonica era in lui un furore. Cospirò, e combattè per la libertà. Nella prigione, parlò poco, pensò molto; senonchè la sua fronte fu sempre serena, l’anima tranquilla, il cuore speranzoso della libertà italiana. Colà ebbe la visita della vecchia madre e d’alcuni amici. Prima di morire chiese un sorso di caffè; non volle essere bendato, e, scopertosi il largo petto, cadde ucciso dalle palle del Borbone, gridando Viva l’Italia!
Salvatore Spinuzza aveva mente avida di sapere, animo pietoso verso i bisognosi che spesso lo circondavano. Niuno abborrì più di lui il dispotismo, niuno più di lui amò la libertà. Le carceri, le incessanti sevizie, le scellerate persecuzioni di alcuni suoi concittadini non gli fiaccarono l’animo, non ne indebolirono i forti propositi. Giovane eroe, lo Spinuzza cadeva quando la patria abbisognava del sangue dei suoi figli.
Non erano quasi scorse ventiquattr’ore dacchè il Borbone si bruttava del sangue di que’ due generosi, quand’egli impallidiva innanzi alla baionetta di un giovine soldato.
Per antica costumanza, il giorno otto dicembre, Ferdinando doveva passare una grande rassegna al campo di Marte. Meglio di venti mila uomini, comandati dal tenente-generale Del Carretto, erano sotto le armi. Il re, circondato da numeroso stato maggiore, si recava al campo. Sfilavano i battaglioni di fanteria, quand’ecco dalla 7a compagnia del 3° cacciatori, irrompeva un soldato; che, novello Scevola, con baionetta spianata, con passo fermo, moveva innanzi al tiranno, lo colpiva alla coscia, ritornava alla percossa ed avrebbe triplicato il colpo, se il conte don Francesco della Tour, tenente-colonnello degli Usseri della Guardia Reale, veduto il fatto, non si fosse spinto col cavallo sul soldato e stramazzato non lo avesse al suolo(15).
Quel cacciatore era Agesilao Melano o Milano. Aveva sortito la vita nel 1830 da civile famiglia nel comune di San Benedetto Ullano, nella Calabria Citra, uno dei villaggi appartenenti alle colonie greche. Lo studio delle lingue e delle storie antiche gli aveva nutrito di buon’ora un pronto ingegno ed infiammato il nobilissimo cuore. Fin da giovinetto gli apparvero meravigliosi gli eroi delle Repubbliche di Grecia e di Roma. Ogni loro detto e fatto gli diventò famigliarissimo; di tutta la sapienza antica fece tesoro nella mente. Questo amore per le forti virtù e per la grandezza degli antichi uomini liberi si accrebbe in lui nel collegio Italo-Greco, ove recavasi a compire gli studi. Essendo scritto sul suo petto:

“Il giusto, il ver, la libertà sospiro”

non poteva non mostrarsi qual fosse a’ professori, mancipi del despota. Le libere aspirazioni altamente esternava; cercava infonderle ne’ compagni. Ferdinando non sopportò tale propaganda, e in sull’aprire del 1848 lo fece espellere dal collegio.
Da quel giorno in poi Agesilao prese parte attivissima alle società segrete, e cospirò quanto più potè alla cacciata dei Borboni da Napoli; e più d’una volta, facendo pur parte di bande insurrezionali, si trovò in conflitto colle soldatesche del re. Un dì giurò di togliere dalla terra quest’inumano uomo, e per meglio accostarlo, cinto e ricinto com’era di baionette, nel maggio del 1856, si inscriveva fra le reclute dell’esercito, e veniva destinato al 3° battaglione cacciatori, settima compagnia. Nel servizio militare si mostrò puntualissimo; ma cercò sempre di tenersi lontano dai compagni. Il dì della parata della Concezione, fu da lui fissato per trarre a compimento il fatto disegno. La vigilia gli annunciarono che non farebbe parte della rassegna. Agesilao si recava dal capitano Testa; e tanto pregava che ne otteneva facoltà. Come fu gettato a terra dal tenente-colonnello della Tour, a cui, per tal prodezza, venne conferita la croce del R. Ordine di S. Ferdinando e del Merito, corsero in un battere d’occhio molti gendarmi e soldati, i quali richiesero al Milano perchè avesse voluto tentare la vita del re: esso imperterrito rispose loro: Per liberare la terra da quel mostro. A questa risposta per piacere a Ferdinando volevano i soldati ammazzare Agesilao sul luogo. Ma il re disse: Lasciatelo stare; e fu consegnato ai gendarmi, che lo scortarono dal campo di Marte alle prigioni in una carrozza.
Il Consiglio di guerra del corpo, a cui presiedeva l’aiutante Pianell, venne tosto riunito. Questo gli fece soffrire ogni orribile tortura perchè svelasse i complici. Rispose “aver solo a complici le nefandità del Borbone.” Lo torturarono ancora in modo che più non consentono essere narrati. “Io non ho altri complici che i delitti del Borbone, rispondeva sempre alle reiterate domande.” Il Milano aveva fatto parte anco della gran rassegna che il re costumava ordinare pel dì 8 settembre. Il Consiglio lo interrogò perchè non avesse attentato alla vita del re in quel giorno; al che egli rispose: “Il Borbone passa allora la rivista in carrozza, io avrei dovuto tirargli una fucilata, e colpire un altro in sua vece, mentre colla baionetta era sicuro del fatto mio.” Interrogato se fosse pentito dell’azione, disse che “se avesse potuto ripeterla l’avrebbe eseguita volentieri.” Vedendo come null’altro potevasi strappare dalle labbra del fiero soldato, il Consiglio dannavalo alla forca col quarto grado di pubblico esempio.
Il dì 13 dicembre 1856, alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, il Milano, vestito dell’abito di forza, a piedi scalzi, con appeso al petto un cartello che lo qualificava parricida, doveva salire l’infame gibetto, eretto nel largo detto Cavalcatoio fuori Porta Capuana. Egli vi trasse ritto, senza impallidire, nè senza jattanza; morì gridando: Viva l’Italia! Narrasi che tanto eloquente mostrossi in materie religiose, che i due frati che lo assistettero negli estremi istanti l’udivano senza fiatare ed avevano cera di penitenti a fronte del condannato.
L’anima di Agesilao Milano era pura, gentile come quella di fanciulla non mai uscita dalle braccia materne, innamorata della virtù, d’ogni bella magnanima cosa. Come sì fiero proposito vinse Agesilao? Contemplando il lagrimoso spettacolo della sua patria, non iscorgendo che la potente ingiustizia, non udendo che singulti e gemiti, il suo cuore sentì le angosce di tutti; credette in Ferdinando il sostegno e la causa di tante calamità, la sua coscienza condannò quel monarca, e consacrò sè e Ferdinando alla morte(16).
Napoli al tristo fato di Agesilao si commosse, e volle, nella mattina in cui doveva essere condotto all’estremo supplicio, dimostrarlo coll’unico atto che le fosse permesso. Come d’antico costume, i confratelli di Vertecoeli, un’ora prima che si annunciasse l’aurora, si posero ad andare intorno per la città, chiedendo con voci pietose l’obolo per celebrare la messa a suffragio del condannato. Mai elemosina non fu più abbondante; mai non così spontanea, generale. Non vi fu finestra che non si aprisse al grido della santa messa; cittadini d’ogni classe gareggiarono a chi più avesse potuto gettare di danaro nella borsa dei confratelli. Altri fatti da non tacersi sono i seguenti:
In Napoli vi ha un cimitero, il quale conta trecentosessantacinque fosse; una appunto per ogni giorno dell’anno. È il cimitero dei poveri e dei giustiziati. Ogni giorno si dissuggella il coperchio di una di quelle fosse. All’indomani suggellano la fossa di ieri e ne aprono un’altra, e così sempre. Avvenne che il giorno dopo in cui Agesilao Milano fu giustiziato e sepolto, i becchini, venuti in quel cimitero a dissuggellare altra fossa, trovarono che quella che avevano suggellata il giorno prima era riaperta. Esterrefatti si peritano da prima ad affacciarsi alla buca, poi si appressano, vi guardano dentro, e scorgono che il cadavere di Agesilao era stato nella notte involato da quel luogo d’ignominia. Dicono che riferito il fatto al Borbone ne avesse immenso terrore. La sua polizia, ed era famosa, frugò, perquisì uomini e case, sguinzagliò tutti i segugi; le migliaia di spie ebbero ordine di scoprire, di trovare almeno un indizio. – Trovarono niente! E sì che un cadavere non è cosa che sia facile ad essere trafugata, ed agevole a celarsi.
La salma di Agesilao era stata collocata in onorato sepolcro.
La viltà e la paura auspicavano al Borbone perchè era rimasto salvo nella vita. Bassi ed alti cortigiani proposero di innalzare sul luogo una cappella alla Vergine in rendimento di grazie; ma il Dio delle giustizie volle che il religioso edificio rimanesse incompiuto. Frattanto che i più s’inchinavano davanti al fortunato superstite, un signore, vestito a corrotto, si recò ad una delle principali e più frequentate chiese di Napoli. Domandò del parroco e gli disse che avendo perduta persona a lui molto cara, e ne portava il lutto, desiderava che piamente le fossero fatti splendidi funerali, non badare a spesa di sorta, volere anzi pagare subito, ma la chiesa al domani fosse tutta a gramaglia, con molto decoro di ceri, di musica, ed una messa solenne fosse cantata per suffragare il defunto che egli piangeva. Il parroco chiese allo sconosciuto signore chi fosse il suo parente. A questa domanda l’interrogato rispose con un singhiozzo e tergendosi una lagrima; e poi, quasi come chi sopraffatto da una grande passione non possa più proferire parola, tratta una borsa di denaro la pose nelle mani del prete dicendogli. “Per lei e pei poveri.” E s’incamminò. Ma poi sovvenendosi come di cosa dimenticata, ritornato indietro, disse: – “Reverendissimo, non pensi al catafalco, che a questo ho già provveduto; ella faccia parare la chiesa, e domani un’ora prima verranno alcuni operai a rizzare la tomba dipinta a nuovo.” E partì.
Il reverendo rimase a contemplare la borsa, che era molto pesante, e, fingendo commozione, disse: “Quel povero signore è tanto addolorato che bisogna gli sia morto qualche stretto congiunto, o padre o madre.” Il domani la chiesa era parata di nero. – Vennero alcuni operai, portando tavole e telai dipinti cogli emblemi delle tombe, e drizzarono nel mezzo un semplice ma alto e decoroso catafalco. Figurava una tomba di marmo bianco a quattro lati. – Agli angoli quattro statue velate. Nei campi nessuna iscrizione, nessun nome. All’ora convenuta si accendevano i cerei, e la messa incominciava. Nell’istante solenne in cui le gravi note dell’organo intuonavano il Deprofundis, le pareti della tomba, per un lume interno, diventavano trasparenti, ed apparivano ai quattro lati, scritte in rosso, le seguenti parole
AD AGESILAO MILANO
SOLENNI ESEQUIE.
Chi vi dirà il terrore dei preti! Fu fatta ricerca dello sconosciuto; ma non fu mezzo a ritrovarlo.
Finchè in Napoli durò il governo dei Borboni, gli spasimi di Agesilao continuarono, anche oltre la tomba, su tutti i congiunti, su tutti quanti egli aveva avuto cari. Il Dittatore Garibaldi, come fu a Napoli esercitò un atto di giustizia, ricordando con una pensione la famiglia Milano.
Ecco il decreto pubblicato in settembre nel 1860:

“Considerando sacra al paese la memoria di Agesilao Milano, che con eroismo senza pari s’immolò sull’altare della patria per liberarla dal tiranno che l’opprimeva, decreta:
1. È accordata una pensione di ducati trenta al mese a Maddalena Russo, madre del Milano, vita durante a contare dal primo ottobre prossimo;
2. È accordata una dote di ducati duemila per ciascuna delle due sorelle del detto Milano. Questa somma sarà investita in fondi pubblici a titolo di dote inalienabile, e consegnata alle dette sorelle nel corso del prossimo ottobre.”

Questa pensione allarmò l’animo dei pusilli, e taluni dissero che il Dittatore premiava con pubblico decreto il regicidio. Da alcune città d’Europa si levò un grido di riprovazione, e molti pensarono che il Garibaldi avrebbe dovuto accordare quella pensione privatamente e senza un pubblico decreto. Francesco II, dalle mura di Gaeta, protestò formalmente presso tutte le corti d’Europa, e fece udire al corpo diplomatico come quelli che reggevano a Napoli la somma delle cose giungessero a tanto da decretare una pensione alla madre ed alle sorelle d’un regicida. Ma non fu immoralità, nè feroce sentimento che spinsero il Garibaldi a sottoscrivere quel decreto, sibbene odio alla tirannide, sentimento di riconoscenza, virtù che in lui primeggia verso chi ha dati tanti belli esempi di sacrificio per vedere infranti i secolari ceppi della patria. Egli non premiava il regicida; ma volgeva un pensiero ad una povera famiglia, che, fatta bersaglio all’ira d’un despota, conduceva fra gli stenti una vita che fu sì cara al povero Agesilao.
Con grande soddisfazione delle corti d’Europa e dei retrivi quella pensione non doveva essere pagata per molto tempo. Non erano quasi scorsi due mesi, che il Governo di Torino ne abrogava il decreto, gettando la famiglia Milano in quella miseria da cui un atto benefico l’aveva sottratta. Esso decretava invece pensioni ai Ghio, ai Marulli, ai Marra, agli Spanzilli ed altrettali borbonici uccisori di libertà.
In Torino, nel 1857, un artefice di cuore ritraeva le sembianze di Francesco Bentivegna e di Agesilao Milano sopra una medaglia che qui riproduciamo; e l’avv. Giuseppe Del-Re, emigrato napoletano, scriveva un Carme intitolato Agesilao Milano(17).

[vedi medaglia.png]

I fatti che si svolgevano in Sicilia ed in Napoli commossero altamente l’animo di Carlo Pisacane che traboccò poi di sdegno, quando il Borbone, rifatto dalla paura, e reso vieppiù esacerbato dall’esplosione di una polveriera e di una fregata per opera del Comitato napoletano, volse l’animo alle maggiori repressioni, perseguitando perfino i vecchi, le donne e i fanciulli(18). Terenzio Mamiani aveva detto: “un tiranno che opprime il suo popolo, le sacre carte confermano il popolo nel sacro diritto di spegnerlo.” Vincenzo Gioberti aveva detto, piangendo su i generosi Bandiera, che “meglio invidiava la loro sorte che la potenza di re Ferdinando.” Il Pisacane pensò di proposito a siffatte sentenze, e si convinse che la salute e la salvezza della patria stava appunto in ciò che prima aveva gridato cagione di sua rovina.
Fin da quando era in Albaro, aveva strette relazioni di congiure e di arditi disegni col Comitato Nazionale che era in Napoli. Allora si poneva d’accordo col barone Giovanni Nicotera, il quale aveva preso già parte a congiure. Esso abitava in Torino; quivi si recava il Pisacane nei primi giorni di maggio del 1857, proponendogli un assalto improvviso sul napoletano; e a renderlo certo della riuscita gli mostrava lettere del Comitato. Il Nicotera aderiva. Con lui ed altri emigrati, fra i quali Giovanni Battista Falcone, si concretavano i mezzi per una spedizione, e veniva stabilita. Il Pisacane accettava di assumerne il comando, che a lui, come a quello che di militari discipline era peritissimo, affidavano gli uomini dell’emigrazione napoletana residente in Genova, e del partito d’azione.
Il Nicotera veniva nominato luogotenente del Pisacane. Egli aveva 29 anni; era nato in San Biaso dal barone Felice. I primi suoi studi li fece nel collegio di Catanzaro, ove Luigi Settembrini gli aveva dato lezioni di belle lettere; studiò quindi l’avvocatura. Benedetto Musolino, suo zio materno, capo della Giovine Italia nella Calabria, lo aveva affiliato all’associazione mazziniana. Era stato nella cospirazione e nella rivoluzione in cui perdettero la vita Domenico Romeo, Pietro Mazzoni e Gaetano Ruffa ed altri nel settembre 1847. Nell’anno 1848, si distingueva nel campo di Spezzano con altri prodi Calabresi; fu poi a Roma nel 1849(19); quindi emigrò a Torino. – Prese parte a varie congiure, e nel 1856 veniva incaricato dal Comitato Nazionale di Napoli di recarsi in Sicilia per valutare il movimento tentato dal Bentivegna.
Prima di operare volle il Pisacane di persona chiarirsi dello stato delle contrade meridionali e degli animi. Affidandosi ad un passaporto e alla lingua inglese, che parlava perfettamente, in sullo scorcio del maggio 1837, penetrava in Napoli, si affiatava con parecchi amici, dai quali aveva l’assicurazione che il paese trovavasi in condizioni tali da insorgere in un solo pensiero al benchè lieve impulso. Teodoro Pateras, Luigi Dragone e Giuseppe Fanelli, dei più fervorosi del Comitato, gli facevano inoltre solenni promesse di aiuti d’uomini e di danaro; ma avrebbero desiderato tempo ancora. Se non che il Pisacane, allettato dalla speranza che forme atletiche avrebbe preso l’insurrezione allo sbarco di gente armata, non accondiscese a procrastinare l’esecuzione dello stabilito disegno, e pregò il Comitato ad affrettarne le disposizioni. Egli era convinto che si dovessero, avanti tutto, rivolgere gli sforzi alle terre del Cilento, terre di poesia, di memorie di sventure. Ivi la libertà era sempre stata tenuta in pregio, e i Cilentani per acquistarsela non avevano perdonato nè a fatiche, nè a pericoli. Il carcere, l’ergastolo, l’esilio, il capestro, furono i mezzi che la tirannide sempre usò per ispegnere nel loro cuore la fiamma di libertà; ma dessi, anzichè spegnerla, non avevano fatto che ingrandirla e nobilitarla. A ragione il Pisacane poteva avere certezza di pronti e potenti mezzi rivoluzionari.
Ecco quanto ci scriveva (1864) il Nicotera sugli accordi del Pisacane col Comitato napoletano: “Innanzi operare, Carlo scrisse in diretta corrispondenza col Comitato di Napoli, ed ebbe da questo le più larghe assicurazioni che il paese trovavasi in condizioni tali da sorgere in un solo pensiero al benchè lieve impulso. Un tal Pateras gli rimetteva un così detto piano militare, che in verità muoveva il riso, che diceva studiato da lui in un viaggio nelle provincie di Salerno e di Potenza (si è verificato poi che il Pateras non era mai stato in quelle provincie); ed un certo Giuseppe Fanelli assicurava che tutti i quartieri della città di Napoli erano preparati ad insorgere; che si era praticata una mina sotto la caserma degli Svizzeri, e dava come possibile la sorpresa di Sant’Elmo; per le quali cose si chiedeva un capo militare che fu scelto nella persona di Enrico Cosenz.”
Sapri fu il punto fissato per lo sbarco, e il giorno della partenza da Genova il 13 giugno dello stesso 1857; la spedizione sarebbe stata aiutata da tentativi che il Mazzini avrebbe arrischiati su Genova e sulla Toscana. Il giorno 9, il palermitano Rosolino Pilo, altro dei congiurati, faceva collocare in una paranzella alcune armi, e, accompagnato da venti giovani, partiva dalla spiaggia. Il Pilo doveva rimanere in mare, sempre al largo una trentina di miglia, verso Portofino, sino al giorno 13, e a un dato segno, trasportare le armi sul piroscafo che si sarebbe sequestrato. In que’ quattro giorni di attesa il mare si fece burrascoso in modo che il giorno 12, il Rosolino dovette gettare le armi in acqua e retrocedere in Genova. Il Pisacane rimase colpito alla notizia; riflettendo come l’accaduto potesse essere causa di serî inconvenienti, decise di partire subito per Napoli per avvisarne il comitato, e con esso combinare il tutto per un altro giorno. Egli si servì per giungervi del passaporto che era stato preparato per Cosenz, il quale, arrivato a Genova, mutò pensiero, e dichiarò di non volersi più portare in Napoli. Il Pisacane quivi stette sino al giorno 15, dopo d’aver tutto concertato col Fanelli, e preveduto perfino i disappunti.
Diamo luogo alla corrispondenza che tenne Pisacane in allora, la quale dà maggior luce a quella sventurata spedizione.
Lettere del Pisacane a Nicola Fabrizi, scritte in casa del socio Dragone.

14 giugno 1857.

Procedimento energico del lavoro in Napoli, mediante gli aiuti pecuniarii che potranno ottenersi; ricezione o compra di armi, scegliendo il mezzo più pronto. Lavoro in Basilicata sospingendola all’iniziativa, al più presto con spedire i capi, se li domandano. – Continuare la pratica con le isole, nel modo il più sollecito possibile. Coi moderati evitare ogni discussione, procedendo sempre ad assimilarsi gli elementi d’azione, ed evitando ogni discussione di principî, opponendosi occultamente con ogni mezzo alle dimostrazioni. Cedere alle loro pretese di ammettere il grido di Costituzione (perchè l’avvenire è nostro) nel solo caso che da questo dipendesse il fare o il non fare immediato. Contare sempre, non come condizione indispensabile, ma come spinta (se necessaria) il progetto delle isole, o uno sbarco di una cinquantina d’armati. Un proclama pei cittadini e per la truppa, una specie di dichiarazione di principî d’affiggersi sulle mura nel momento dell’azione. Spedire una barca nelle acque di Pantelleria, con segnali convenuti, avvertirne a Niccola, comunicargli i segnali, acciocchè spedisca in quelle acque le armi.

Napoli, 14 giugno 1857.

Amico carissimo. – Ho abbracciato i nostri ottimi amici, io mi recai qui in Napoli temendo che la disgrazia sopravvenuta(20) avesse prodotto una catastrofe, dalla quale io non voleva, nè doveva essere immune; ma fortunatamente la disgrazia avvenuta non ha prodotto altri danni, se non quello della cosa stessa mancata. Ho visto tutti, ho parlato con le cime, con coloro dai quali dipende l’azione, ho trovato una grande quantità di ottimi elementi e più di quello che assicurava il coscienziosissimo Kilburn(21), manca, come egli dice, un centro interno a cui questi elementi potessero indissolubilmente rannodarsi, ma non ci è mezzo per crearlo, è da questo male che dipende la esuberante individualità, non vi è che un sol rimedio, che il nostro operosissimo amico si tenga strettamente unito con costoro, e si accrediti presso di loro coi mezzi di cui noi dobbiamo fare ogni sforzo per fornirlo; egli lo può; avveduto e modesto come è speriamo riuscire. Ci abbiamo segnata una linea di condotta, abbiamo calcolato più o meno quello che potrà bisognare, il tempo necessario, il modo d’iniziare, e ora è d’uopo che io e lui prefigendoci come scopo lo stabilito, pieghiamo come si dovrà alle circostanze. Io sperava senza verun impulso ottenere una immediata iniziativa, ma è stato impossibile(22). Riguardo ad armi abbiamo stabilito così: egli farà partire una barca inviandola nelle acque di Pantelleria con stabiliti segnali; tu avuti questi segnali farai partire immediatamente armi, e le dirigerai nel medesimo punto, ove avverrà il trasbordo. Se questo non potesse avvenire, se tu non trovi il mezzo, come inviarle, ed egli come riceverle, allora, previo consenso di Mazzini, io crederei che la miglior cosa sarebbe di vender tutto e spedire il danaro a Kilburn che gli sarà assai più utile che le armi depositate in Malta, giacchè con danaro si faranno cose molto utili, anzi decisive, e si avranno anche armi. Io domani parto per Genova; non so cosa sia avvenuto dopo la mia partenza; è inutile dirti con quanta ansietà sono su tale riguardo. Ti prego dire a Calona che ho tutto ricevuto, che lo ringrazierò, ma che non ho avuto tempo di farlo.
Addio.

Il Pisacane, ritornato a Genova, si occupò subito della spedizione, e al Comitato di Napoli scrisse la seguente lettera.

Genova, 23 giugno 1857.

Amico carissimo. – Trovai come aveva già previsto, o immediato manopolio qui, o rifare il mancato. Il materiale era stato rimpiazzato non già così abbondante come il perduto, ma più di quello che io sperava. Gl’indugi impossibili per ragioni troppo lunghe ed inutili a dirsi. Io ho accettato, e perchè accetto sempre quando trattasi di fare, e perchè son convinto che questo è l’ultimo gioco che per ora si farà; e se mai non cercheremo trarne il profitto possibile faremo tale errore che verrà scontato con lunghissimo sonno. Noi ci siamo intesi su tutto. Il giorno appresso alla partenza, sarà spedito il dispaccio a Derrata, se non ricevo da voi altra indicazione. Quindi bisognerà prevenirlo, ed appena giunto fare immediatamente quello che vi ho suggerito sul rapido cenno su Napoli. Come ancora è cosa urgentissima, nel ricevere questa mia, se ieri non ne avete ricevuta un’altra, che ho spedita all’indirizzo, di fare il possibile onde quelle medesime persone si trovassero a quel medesimo luogo, e che il nostro amico (Pateras) si portasse immediatamente in Basilicata, attenendosi a quanto fu convenuto fra noi. Vi rimetto lo scritto da affiggersi, che io avrò stampato, e che se potrò inviarvene un certo numero lo farò, ma sembrami cosa molto difficile. Or vado a dirvi ciò che io spero dalla vostra lettera che debbo ricevere.
1.° Indicazione più precisa per l’invio del dispaccio, sia alla stessa persona, sia ad altra.
2.° La lettera di Agresti.
3.° Schiarimenti maggiori sulla località di Ponza, che avrete avuto da quel tale indicato, e per lo stesso mezzo un avviso che potreste spedire nel ricevere questa o la precedente a questa.
4.° La faccenda di armi in Malta già in corso, barca già partita da Castellamare.
5.° Secondo il convenuto avrete già almeno un cantaio di polvere, che potreste avere in tale circostanza.
Se nella vostra che ricevo leggerò tutte queste cose sarò contentissimo. La lettera di cui vi parlo diretta a Rizzo non la spedii: vi accludo varie lettere, voi le leggerete e suggellerete, ma vi prego di consegnarle al loro indirizzo appena avrete ricevuto il dispaccio, se tale merce non giunge è segno che il contratto non ha avuto luogo, ma se giunge vi prego caldamente consegnarle a coloro ai quali sono dirette, senza la benchè minima esitanza, aggiungendo a voce tutti i possibili schiarimenti. Appena saprete il contratto conchiuso a Sapri spedite quelle merci dispaccio. Finalmente se per caso in luogo di sapere la conclusione del contratto per le merci Sapri, venisse a vostra conoscenza un nostro disastro, spedite qui le merci, dispaccio all’indirizzo medesimo, ma con queste altre così stabilite. La cambiale è stata rifiutata. Dunque queste merci significano disastro, tutte le altre a vostra scelta, che non sieno queste, vuol dire arrivo. Spero che la cosa vada, ma non possiamo essere certi di nulla, voi continuate a lavorare alacremente su quelle basi, giacchè se per imprevedibile eventualità ciò non avesse luogo, il monopolio di Genova è inevitabile, e quindi la conseguenza immediata è il nostro contratto, dunque comunque vadano le cose, ritenete che se il tutto non sfuma, la cosa avverrà con differenza di pochi giorni. – Resta fisso che il nostro dispaccio vuol dire cosa fatta. Attendo con ansia la vostra lettera, se dopo averla ricevuta vi è cosa che importa, e sarò ancora in tempo vi spedirò una seconda lettera. Un abbraccio a voi ed agli amici tutti, in particolare al socio (Dragone) ed una stretta di mano alla moglie. – Abbiate in pronto i seguenti campioni. Giovedì venticinque partenza. Domenica arrivo a Sapri. Salute e così sia.

Certo delle promesse avute, speranzoso che le tradizioni avrebbero deste le popolazioni e rese pronte a vendicarsi del Borbone, il Pisacane se ne viveva profondamente credente nell’efficacia dei perigliosi tentativi. E la sera del 24, mentre tutto aveva stabilito cogli amici Nicotera e Falcone, egli affidava alla carta il suo testamento politico, riassumendo tutte le sue teorie in queste due parole: Libertà ed Associazione.

Ecco il testamento.

“Nel momento d’intraprendere un’arrischiata impresa, voglio manifestare al paese le mie opinioni, onde rimbeccare la critica del volgo, corrivo sempre ad applaudire i fortunati e maledire i vinti.
“I miei principi politici sono abbastanza noti; io credo che il solo socialismo, ma non già i sistemi francesi informati tutti da quell’idea monarchica e dispotica che predomina una nazione, ma il socialismo espresso dalla formola Libertà ed Associazione, sia il solo avvenire non lontano dell’Italia, e forse dell’Europa: questa mia idea la ho espressa in due volumi, frutti di circa sei anni di studio; non condotti a forbitura di stile per mancanza di tempo, ma se qualche mio amico volesse supplire a questo difetto e pubblicarli, gliene sarei gratissimo. Sono convinto che le ferrovie, i telegrafi, il miglioramento dell’industria, la facilità del commercio, le macchine ecc. ecc., per una legge economica e fatale, finchè il riparto del prodotto, è fatto dalla concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l’accumulano sempre in ristrettissime mani, ed immiseriscono la moltitudine; epperciò questo vantato progresso non è che regresso; e se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che, accrescendo i mali della plebe, la sospingerà ad una terribile rivoluzione, la quale, cangiando d’un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è volto a profitto di pochi. Sono convinto che l’Italia sarà libera e grande oppure schiava: sono convinto che i rimedi necessari come il reggimento costituzionale, la Lombardia, il Piemonte, ecc. ecc., ben lungi dall’avvicinarla al suo risorgimento, ne l’allontanano; per me non farei il minimo sacrificio per cangiare un Ministro, per ottenere una costituzione, nemmeno per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia ed accrescere il regno Sardo: per me dominio di Casa Savoia o dominio di Casa d’Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all’Italia che la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall’altro che la propaganda dell’idea è una chimera, che l’educazione del popolo è un assurdo. Le idee risultano dai fatti non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero. Che la sola opera che può fare un cittadino per giovare al paese è quella di cooperare alla rivoluzione materiale; epperò cospirazioni, congiure, tentativi, ecc., sono quella serie di fatti attraverso cui l’Italia procede verso la sua meta. Il lampo della baionetta di Milano fu una propaganda più efficace di mille volumi scritti dai dottrinari, che sono la vera peste del nostro, come di ogni paese.
“Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ciò è incontestabile. Ma il paese è composto d’individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: la rivoluzione dee farla il paese, di cui io sono una particella infinitesimale, e però ho anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe immediatamente gigante. Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal principio è assurdo, è ipocrisia, è nascondere un basso egoismo. Stimo colui che approva il congiurare e non congiura egli stesso: ma non sento che disprezzo per coloro i quali non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono nel biasimare e maledire coloro che fanno. Con tali principi avrei creduto mancare a un sacro dovere, se vedendo la possibilità di tentare un colpo in un punto, in un luogo, in un tempo opportunissimo, non avessi impiegato tutta l’opera mia per mandarlo ad effetto. Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, di essere il salvatore della patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista: sono convinto che un impulso, gagliardo può sospingerla al moto, epperò il mio scopo, i miei sforzi sonosi rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso: giunto al luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel principato citeriore, per me, è la vittoria, dovessi anche perire sul patibolo. Io individuo, con la cooperazione di tanti generosi, non posso che far questo e lo faccio: il resto dipende dal paese e non da me. Non ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a tale scopo e non dubito di farlo. Sono persuaso che se l’impresa riesce, avrò il plauso universale; se fallisce, il biasimo di tutti: mi diranno stolto, ambizioso, turbolento, e molti, che mai nulla fanno e passano la vita censurando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo i miei errori, mi daranno la colpa di non essere riuscito per difetto di mente, di cuore, di energia… ma costoro sappiano ch’io li credo non solo incapaci di far quello ch’io ho tentato, ma incapaci di pensarlo. A coloro poi che diranno l’impresa impossibile, perchè non è riuscita, rispondo, che simili imprese se avessero l’approvazione universale non sarebbero che volgari. Fu detto folle colui che fece in America il primo battello a vapore; si dimostrava più tardi l’impossibilità di traversare l’Atlantico con essi. Era folle il nostro Colombo prima di scoprire l’America, ed il volgo avrebbe detto stolti ed incapaci Annibale e Napoleone, se fossero periti nel viaggio, o l’uno fosse stato battuto alla Trebbia, e l’altro a Marengo.
“Non voglio paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un testo comune con esse; la mia disapprovazione universale prima di riuscire e dopo il disastro, e l’ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone, prima di partire dall’Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea. Napoleone aveva il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana; combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione italiana.
“Riassumo: se non riesco, dispregio profondamente l’ignobile volgo che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita. Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della mia coscienza, e nel cuore di quei cari e generosi amici, che hanno cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun bene frutterà all’Italia il nostro sagrificio, sarà sempre una gloria trovar gente che volonterosa s’immola al suo avvenire.

V.

Verso le ore sei pomeridiane del giorno 25 giugno 1857, Carlo Pisacane di Napoli, Giovanni Nicotera di San Biaso (in Nicastro) e Battistino Falcone di Acri, (Calabria), seguiti da ventidue prodi amici, sforniti di tutto, ma infiammati del santo amore di patria, si imbarcavano, come passeggieri, sul Cagliari, piroscafo della Società Rubattino, che da Genova faceva vela per Tunisi toccando la Sardegna. Niun sospetto si nutriva su di essi; tranquillamente erano lasciati passare dai Carabinieri e dalle Guardie di pubblica sicurezza, che la Questura, in sentore di qualche tiro ardito, teneva non in poco numero sguinzagliati lungo il porto. Quando furono lontani dal lido si gettavano sul capitano del battello, Antioco Sitzia, e sui marinai, e colla forza li costringevano a cedere il comando, racchiudendoli sotto coperta. Veniva al Sitzia rilasciata una dichiarazione perchè potesse provare la sua innocenza su quanto stava per accadere. La dichiarazione era firmata da Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera, Giovanni Battista Falcone, Luigi Barbieri, Achille Pomari, Cesare Faridoni, Felice Poggi, Giovanni Gagliani, Domenico Rolla, Cesare Cori, Federico Foschini, Lodovico Negroni, Francesco Medusei, Giovanni Sala, Lorenzo Gianoni, Giuseppe Faielli, Domenico Mazzoni, Giovanni Camillucci e Pietro Rusconi.
Il comando del Cagliari era affidato a Giuseppe Daneri, capitano marittimo, che si trovava a bordo diretto per la Sardegna, il quale accettava. Rosolino Pilo con una barca, piena di armi e di polvere, anche questa volta, doveva, a venti miglia dalla spiaggia, raggiungere la spedizione. Una fitta nebbia gli impediva di scorgere il Cagliari, e, sconfortato, doveva riprendere terra, abbandonando tutto il carico, il quale era catturato dall’Ichnusa, piroscafo, che il Governo sardo, avvertito della spedizione, aveva mandato contro i congiurati.
Attesa invano, e dopo lunghe ricerche, la barca del Pilo, sorse in alcuni il dubbio se convenisse, quasi inermi, proseguire il viaggio, o procrastinarlo ancora. Pisacane, Nicotera e Falcone decisero di continuare, essendo ormai il dado gettato. “Impareranno i moderati, sclamò il Pisacane, come poche anime generose, sappiano iniziare grandi fatti, armate d’un pugnale soltanto.”

Quindi egli dettava la seguente dichiarazione:

“Noi qui sottoscritti, avendo tutti congiurato, forti nella giustizia della nostra causa e nella gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non ci asseconderà, noi senza maledirlo sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange dei Martiri italiani. Trovi altra nazione uomini che, come noi, s’immolino per la loro libertà, ed allora solo potrà paragonarsi all’Italia benchè sia tuttora schiava.

Carlo Pisacane, di Napoli.
Giovanni Nicotera, di san Biaso (in Nicastro).
Giov. Battista Falcone, di Acri (Calabria).
Giovanni Gagliani, di Milano.
Giovanni Sala, idem.
Amilcare Bonomi, idem.
Pietro Rusconi, di Treviglio (Lombardia).
Carlo Rota, di Monza.
Luigi Barbieri, di Lerici (Genovesato).
Lorenzo Gianoni, di Genova.
Domenico Bolla, idem.
Gaetano Poggi, idem.
Felice Poggi, idem.
Cesare Faridoni, idem.
Domenico Porro, idem.
Francesco Medusei, idem.
Giuseppe Faielli, di Parma.
Federico Foschini, di Ugo (Romagna).
Luigi Conti, di Faenza.
Giuseppe Sant’Andrea, di Bologna.
Cesare Achille Perucci, di Ancona.
Cesare Cori, idem.
Domenico Mazzoni, idem.
Giovanni Camillucci, idem.
Lodovico Negroni, d’Orvieto.”

Mentre volgevano la prua verso l’isola di Ponza, ove in orride prigioni stavano rinchiuse alcune centinaia d’infelici condannati politici, al Nicotera veniva in pensiero di rovistare il piroscafo se mai per avventura vi fossero armi. Sotto coperta discopriva sette casse con 150 schioppi, che un armaiuolo genovese spediva a Tunisi, e poca polvere, rimasta sul legno dall’epoca della guerra di Crimea. Non è a dire come a quella scoperta giubilassero i generosi patrioti; trassero da questo lieto pronostico pell’esito dell’impresa. Durante il viaggio essi si occuparono a far cartucce, e a ventilare sempre più il disegno d’azione.
Il giorno 27, alle ore 4 pomeridiane, il Cagliari, con a poppa la bandiera piemontese, a prua una piccola bandiera rossa, col pretesto di avarie, dava fondo innanzi a Ponza. Il capitano del porto si recava a bordo per dar pratica al legno; ma a viva forza era ritenuto prigione. In pari tempo il Pisacane con quattordici compagni, essendo gli altri rimasti a guardia del battello, a mezzo delle lancie, scendeva a terra ed assaltava il posto doganale, che si trovava sulla marina, e lo disarmava; indi aggrediva la guardia dei Veterani, di là poco discosta; qualche tiro di schioppo veniva scambiato; ma anco quella non tardava a cedere. Il Pisacane guidava sollecito i compagni verso il forte. All’avanzarsi di lui i trecento soldati di fanteria, che vi stavano di guarnigione, si attelavano a battaglia; ma niuno in atto di minaccia. Gli ufficiali credevano che quel pugno di gente fosse foriere di forte nerbo d’armati; essi si facevano incontro al Pisacane, e chiedevano di essere trattati cogli onori di guerra. In pari tempo Nicotera, Falcone e Daneri, pure unitosi ai congiurati, recavansi dal vecchio comandante dell’Isola, il quale, accompagnato dalla moglie e dalle figliuole piangenti, accostavasi a loro, e, non meno commosso della sua famiglia, impetrava la vita. Il Nicotera gli rispondeva “consegnasse le armi e le chiavi delle prigioni; nulla avessero a temere che non assassini, ma essere Italiani venuti a combattere le guerre dell’indipendenza della patria.”
I soldati cedevano le armi; e que’ pochi arditi divenivano padroni dei destini dell’Isola di Ponza. I relegati politici erano resi alla libertà; questi avrebbero tutti impugnate le armi, se un tal De-Leo, udito come la spedizione non fosse fatta allo scopo d’insediare a Napoli la monarchia del Murat, d’accordo col parroco dell’Isola, non avesse insinuato loro a non imbarcarsi. Non contento di ciò il De-Leo coglieva l’istante in cui niuno lo vedesse, balzava in una barca, e fuggiva a Gaeta per riferire al governo dell’accaduto di Ponza. Pei tristi uffici di questo scellerato, che in premio del suo spionaggio otteneva la condonazione della pena e una licenza da farmacista, dei relegati se ne imbarcarono poco più di quattrocento. I rimasti, meglio di seicento, rubarono gli schioppi che si erano presi ai soldati e li vendettero per pochi carlini agli Isolani.
Verso la mezzanotte del 27 al 28, Pisacane, Nicotera, Falcone e i generosi compagni, quale novella falange delle Termopili eubee, destinata anch’essa ad empire la storia dell’eco dell’ultimo suo sospiro, muovevano intrepidi, fidenti per le regioni del Cilento.
A convalidare quanto abbiamo scritto di quei primi fatti, diamo luogo ad una particolareggiata narrazione quale ci venne dettata da uno de’ generosi che fecero parte della magnanima impresa.
“Il giorno 25 giugno 1857, fu definitivamente fissato per la partenza. Una barca, carica d’armi e munizioni, partiva il 24, guidata da Pilo e da venti compagni; doveva stare al largo sino al domani e raggiungerci nelle acque di Portofino. Gli uomini della spedizione si recarono verso le sei del vespro sul piroscafo Cagliari. Chi fingeva essere diretto per Tunisi, chi per Cagliari: chi andare per un interesse, chi per un altro: mai una parola si scambiavano fra di loro: sembravano veramente passeggieri che si trovassero colà a caso. Dopo due ore circa di cammino, ad un segnale di Pisacane, che consisteva nel porsi in testa un berretto rosso, ognuno si collocò al posto assegnato; ed al grido di viva l’Italia tutta la gente del bordo venne sorpresa; si tolse il comando al capitano, e si affidò a Giuseppe Daneri, genovese, pur capitano di marina, il quale trovavasi fra i passeggieri. Tanto i marinai quanto i viaggiatori, vedendo gli uomini della spedizione armati di pistole, furono presi da timore, credendoli pirati. Ma bentosto furono rassicurati dalle parole del Pisacane, il quale, senza particolareggiarglielo, disse loro a quale scopo avessero fatto quel tiro. La calma ritornò in tutti; si mostrarono lieti; ed una donna, una tal Rosa Mascherò, genovese, moglie d’un medico di Tunisi, sclamò: “Quand’è così, vi auguro buona fortuna, e grido con voi viva l’Italia! viva la libertà!” Prima cura fu quella di trovare la barca partita il giorno prima colle armi e colle munizioni. Si fecero i convenuti segnali; ma invano. Finalmente alla mezzanotte, dopo tre ore d’attesa, perduta ogni speranza, i congiurati stavano perplessi sul da farsi, quando uno di essi, esaminando non a caso il giornale di bordo vide che nel Cagliari si trovavano imbarcate sette casse di fucili da caccia e due di tromboni. Riferita la cosa a Pisacane, questi, di conserva coll’altro, si recò nella stiva, ed ivi rinvennero le armi segnate sul giornale. Un grido di gioia echeggiò sul Cagliari: “Armi! armi! Ecco trovato quel che ci mancava.” Il capitano del piroscafo pregava non si toccassero quelle armi, perchè mercanzia a lui affidata; ma lo scopo a cui dovevano servire non ammetteva consegna di sorta. Dopo le armi bisognava pensare alla munizione: rovistato il bordo si trovò polvere e piombo. Allora la coperta del bastimento fu tramutata in un arsenale. Chi faceva le cartucce, chi fondeva le palle, la cui forma era stata fatta con due pezzi di mattoni, chi metteva in sesto gli schioppi; insomma il giorno 26 passò in grande attività. Allorchè il 27 si fu in vista dell’isola di Ponza vennero caricate le armi e concertati i mezzi di prender terra. Giunti a poca distanza dell’Isola il piroscafo si fermò, e fu chiamato il pilota col segnale all’albero di trinchetto. Egli venne; ma richiesto salisse a bordo per condurre alcuni marinai nel porto per far acqua, rispose non poterlo vietandoglielo le leggi ivi vigenti. Fu fatto salire a forza.
“L’arrivo di un grosso vapore a quell’Isola aveva attirato sul piccolo molo e sulla calata molta gente, ed anche il comandante del porto e l’aiutante di piazza. Questi due militari, tratti dalla curiosità, si erano con una barchetta avvicinati al piroscafo, e veduto il pilota sul cassero lo sgridarono qual trasgressore delle leggi sanitarie. E mentre parlavano anch’essi vennero presi, e fatti salire a bordo. Lo stratagemma successe senza che que’ di terra se ne accorgessero. Imperocchè la scala per cui si ascendeva sul piroscafo, era nel fianco opposto a quello presentato al porto. In mare era già pronto un drappello di congiurati, il quale doveva recarsi dal comandante dell’Isola a domandare la permissione di visitare il luogo; e fu appunto quel drappello che costrinse i due militari a salire a bordo. Pisacane per viemmeglio ingannare i curiosi pregò la signora Rosa Mascherò a starsene sul cassero. Il battello che conduceva i finti passeggieri era a metà cammino, quando Pisacane, che dalla prora del bastimento guardava con un canocchiale l’Isola, ad un tratto gridava: – “In mare le imbarcazioni, e pronti. -” L’ordine fu eseguito in un batter d’occhio; eccetto pochi, rimasti a guardia del vapore, i congiurati scendevano in mare; e innanzi che la barchetta che precedeva fosse giunta alla casa sanitaria per presentare le carte, Pisacane co’ suoi era già sceso a terra in un luogo, ove aveva scorto un sentiero che conduceva nella piazzetta del porto. Quivi giunto egli spiegò la bandiera, che era portata da un giovinetto di 13 anni, mozzo del bastimento (era un tal Demetrio Costa), e si diresse dov’era la guardia. La sentinella, vedendo gente armata, fece fuoco, e cercò poscia di rinchiudersi coi compagni entro la cancellata; ma non glielo permise la prontezza con cui Federico Foschini pose la canna del fucile attraverso l’apertura del cancello. Il corpo di guardia venne così invaso: i soldati furono tosto disarmati. In questo fatto rimase morto l’ufficiale comandante il posto, colpito da un fendente mentre cercava eccitare i soldati a far fuoco. Poscia furono disarmati i soldati dell’altro corpo di guardia, e affondata in pari tempo la barca scorriera (specie di barca doganale armata di piccola colubrina), e inchiodati i cannoni della piazza. Questi fatti erano eseguiti da quindici uomini in poco più d’un quarto d’ora. Ma il più mancava: il disarmamento della guarnigione, forte di circa trecento uomini. Questi si erano rinchiusi entro il forte, munito di cannoni; all’avvicinarsi di Pisacane fecero fuoco, ferendo Cesare Cori e Lorenzo Acquarone, cameriere del piroscafo, il quale aveva seguito a terra la spedizione. Vedendo come non lieve còmpito fosse quello della dedizione del forte, il Nicotera pensò di far prigioniero il comandante, che fu condotto a bordo e quivi costretto a firmare la resa della piazza: alle dieci circa l’Isola era in potere dei congiurati. Allora Pisacane ordinò si armassero que’ relegati politici che volevano seguire la spedizione, i quali giunsero a più di quattrocento.”
Sbarcavano i congiurati vicino al villaggio di Sapri, posto nel golfo di Policastro, innalzando il grido di libertà. Nessun eco rispondeva a quel grido: tutto era silenzio e tenebre. Nessuno li aspettava, nessuno veniva ad incontrarli; gli uomini promessi dal Comitato di Napoli non si scorgevano punto: qualche terriere li vedevano: ma fuggivano spaventati. Attendevano tuttavia per lunga ora; infine perdevano ogni speranza di soccorsi e di guida. L’inesecuzione delle solenni promesse fatte a Pisacane dal Comitato, promesse che chiaramente risultano dagli scritti dati, fu la precipua cagione della morte di que’ generosi(23).
Lo sbarco si era effettuato in circa due ore poco lontano dal Casino Bianco, ove il Pisacane avrebbe dovuto trovare gli uomini armati. Egli dispose la colonna in quest’ordine di cammino. Gli imbarcati a Genova, a cui s’era unito anche Giuseppe Mercurio di Subiaco, cameriere del Cagliari, vennero divisi in due squadre, metà di avanguardia, comandata dal Nicotera, e metà di retroguardia, comandata dal Falcone; i relegati formarono il centro, diviso in tre compagnie coi rispettivi ufficiali, comandato dal Pisacane. Giunta la comitiva presso il Casino Bianco, gridò, come di concerto: – Italia degli Italiani! a cui avrebbero dovuto rispondere: E gl’Italiani per essa. – Niuna voce si fece udire. – Entrata nel Casino, lo trovò deserto. Due guardia-coste fecero fuoco; ma nessuno venne colpito. Imbattutasi nell’impiegato del telegrafo, lo fece prigioniero; esso servì di guida sino a Sapri. Quivi pernottava; e la mattina muoveva per a Torraca, ove giungeva a mezzodì del giorno 29. Il Pisacane sperò che sarebbe accolto festosamente; ma non un volto amico: nessuno s’offrì di seguirlo. Soltanto l’oste del Fortino, eretto lungo la strada che conduce a Lagonegro(24), disse al Pisacane che un po’ più avanti avrebbe trovati i compagni col barone Gallotti. Recatosi al Casino di costui trovarono un di lui figlio, il quale non solo non fece delle vaghe promesse; ma chiese se si era fatta la spedizione per conto del Murat. Quanto al barone, come seppe dello sbarco di Sapri, recavasi subito dal Sotto-Intendente di Lagonegro, e dichiarò che, essendo egli un attendibile politico, non voleva si fosse ritenuto complice. Esiste nel processo, che seguì questi fatti, un certificato di quel Sotto-Intendente in questi sensi. “Per verità il Gallotti non sapeva nulla della spedizione, non aveva promesso nulla.”
“In quel tragitto, ci disse uno della spedizione, patimmo tanta sete che credo fosse eguale a quella che soffersero i Crociati.”
Pisacane, Nicotera e Falcone non si perdettero di animo. Compresero anzi come fosse mestieri di ardite risoluzioni; raccozzatisi, tennero fra loro un breve consiglio, e statuirono di muovere per alla volta di Potenza. – Speravano ancora che il grido di libertà avrebbe accesi gli animi a virili propositi. In essi non nacque punto il pensiero che la tirannide avesse potuto attutire in quelle terre perfino l’ebbrezza di riabbracciare i fratelli proscritti.
La sera del 30 giugno arrivavano in Padula. Ivi pure non amici, non segni di rivoluzione; ma un paese atterrito. E come la voce della vendetta gridava: all’armi, gli uomini o fuggivano spaventati, o si nascondevano. I popoli più bellicosi, i più devoti a libertà, quegli stessi che due volte in vent’anni, nel 1828 e nel 1848, osavano iniziare la rivoluzione, si mostravano allora imbelli e timidi schiavi della paura. Le sante ossa dei De-Luca, dei De-Mattia, dei Dei-Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. A Padula, il Pisacane e il Nicotera trovavano i fratelli Sant’Elmo, i Romano ed altri, tutti cospiratori; parlavano loro, facevano conoscere l’urgenza di armarsi: “Noi abbiamo mantenuta la parola, dicevano: siamo qui, e voi che cosa faceste?” Promisero pel domani gente: ma il domani non si presentò nessuno.
La voce dei fatti dell’isola di Ponza e dello sbarco a Sapri erasi tosto sparsa pel regno, per opera del traditore De-Leo. L’esecrato Ajossa, intendente della provincia salernitana, senza porre tempo in mezzo, prendeva tutti quei provvedimenti che meglio potevano valere ad impedire la riuscita d’un magnanimo proponimento. Spediva avvisi a tutti i paesi, sul cui territorio avevano a passare gli sventurati, ingiungendo di dar loro la caccia, come se fossero belve feroci, e di non concedere loro clemenza. Battaglioni di cacciatori, di gendarmi e di urbani vennero sguinzagliati. Le fregate a vapore della marina reale Amalia, Roberto, Ruggero e Vesuvio, con soldati dell’11° cacciatori, ebbero ordine di incrociare lungo le coste per guardarle da ogni sorpresa.
Nei fatti napolitani si trova spesso citata la guardia urbana, come quella che prese parte alla repressione d’ogni più nobile conato. Crediamo pregio dell’opera narrare come e di quali elementi si componesse. La guardia urbana non era che una fazione armata, che si reclutava fra i più improbi ed i più ignoranti sudditi devoti del Borbone; ogni milite, prima d’essere iscritto nei registri, soggiaceva al più severo scrutinio: i suoi atti, i suoi desideri, i suoi costumi erano accuratamente scandagliati; nè bastava che egli fosse ardentissimo ammiratore del governo e furibondo nemico del progresso civile: al soldato dell’ordine delle Due Sicilie era pure mestieri d’essere improbo e malvagio. I comandanti di queste orde poi, gli uomini preposti ad imperare su di esse in ciascun comune, dicevansi capi-urbani, e dovevano avere mostrato con evidenti prove l’affetto sentito per la casa dei Borboni ed i servigi a questa renduti. La guardia urbana era costretta a sussidiare le milizie regolari ed a supplire alle medesime col restare anche di guarnigione ove quelle non fossero. Ordinamento di partito fu questo, non istituzione liberale, come si era fatto credere all’estero; diramazione della polizia, la guardia urbana potevasi altresì considerare; imperocchè compiutamente ed esclusivamente vedevasi soggetta al ministero di polizia, ed i manigoldi che vi si facevano ascrivere non ricusassero qualunque incarico di bargello, di spia ed anche di carnefice. Ricordava la guardia urbana delle Due Sicilie i centurioni di papa Gregorio XVI, e serviva ad appuntellare la tirannide borbonica, con più di trecentomila scellerati e fanatici realisti, i quali, riuniti alle numerose soldatesche, ai mercenari svizzeri, ai gendarmi, agli agenti di polizia, agl’impiegati, ai servili magistrati, alla maggioranza del clero ed agli attivissimi gesuiti costituivano la gran macchina governativa di cui era supremo regolatore Ferdinando II.
A viemmeglio nascondere il nefasto intendimento dell’istituita guardia urbana delle provincie, si era creata nella metropoli partenopea la guardia di sicurezza. Ottomila furono gl’inscritti: i capitani formavano i registri, scegliendo i militi fra gl’impiegati ed i possidenti, nè senza il consiglio della polizia: molti nobili ne brigarono i gradi superiori per vaghezza di assisa, non per ispirito militare o aspirazione patriottica: il comando supremo di questa guardia di sicurezza fu affidato al principe di Salerno, Leopoldo di Borbone, zio del re, già disfatto dagli anni e dalle intemperanze d’ogni genere. Sospettoso mai sempre il re concesse ai militi di vestire elegantissima divisa, ma negò ad essi le armi, che, deposte negli arsenali del Castello Nuovo, si distribuivano nei giorni di esercizio dei singoli battaglioni, e subito dopo quei militari ammaestramenti si riponevano nei regi depositi. In un sol giorno dell’anno vedevasi tutta riunita la guardia di sicurezza, nella grande rassegna di Piedigrotta, che avveniva l’otto settembre, giorno consacrato alla natività della Vergine; ed in mezzo alle file, di quarantamila soldati indigeni e stranieri, fedeli al re e devoti alla sua tirannide. Questa pomposa mostra, a giorno determinato, e sotto lo sguardo di numerosi e distinti stranieri, giovava allo scaltro Ferdinando per confermare l’Europa nella credenza che felicissimi fossero i Napoletani, possedendo i Consigli rappresentativi delle provincie, una Consulta di stato, l’organamento amministrativo moderno, una sapiente e liberalissima legislazione, e perfino una milizia cittadina. L’Europa non sapeva, o meglio non voleva sapere, che il re colla polizia, e la più schifosa corruzione, calpestava le istituzioni, le leggi, i diritti, i doveri e sostituiva l’arbitrio sfrenato, la sua volontà personale alla regolare azione della monarchia temperata. La guardia urbana fu richiamata in vigore dal ministro Del-Carretto, il quale, con arte veramente infernale, rivolse quell’istituzione dei popoli civili e liberi a danno non della libertà, che non esisteva a Napoli, ma delle semplici aspirazioni verso un migliore avvenire.
La guardia urbana di Sapri, Torraca, Sala e di altri paesi, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di ottocento uomini, a cui si erano uniti duecento gendarmi, si schierava nel piano di Padula per combattere i generosi. Spuntava l’alba dei 1.° luglio. I volontari della libertà, comechè in molto minor numero e cinti dappertutto da uomini a loro ostili, accettavano la lotta, e combattevano come sanno i campioni d’una causa santa. Sgominati, sanguinosi, i Borboniani non potevano a lungo resistere all’impeto della sacra falange, e fuggivanle dinanzi, lasciando sul terreno parecchi morti, fra cui degli ufficiali. Invano, dopo la vittoria, l’eroica legione cercava di che confortarsi: ogni porta, ogni finestra era chiusa: essa doveva, cosa inaudita, soffrire la fame e la sete, là ove non avrebbe dovuto trovare che abbondanza di tutto, che fraterne accoglienze. La tirannide col suo terrore non solo il sentimento di patria, ma anco quello di umanità aveva soffocato nel cuore di quei terrieri.
Mentre i generosi, adagiati sotto gli alberi, rinfrancavano le forze, di cui avevano pur troppo abusato, venivano d’un tratto scossi dal suono d’una fanfara. Erano le otto compagnie del 7° battaglione cacciatori, mandate in soccorso degli urbani dall’intendente Ajossa(25). Comandavale il tenente-colonnello Ghio, quel desso che in Sicilia aveva alcun mesi prima date prove d’inaudite barbarie. L’infame Ajossa sapeva finamente scegliere fra gli ufficiali superiori dell’esercito, napoletano, quelli che devotissimi erano al Falaride. Il Ghio, fatto generale, alla testa di un corpo d’esercito, fuggiva vilmente nel 1860 innanzi ad una mano di volontari guidati dal Garibaldi. Sempre così gli uomini della tirannide: jattatori e crudeli nella vittoria: servi e vigliacchi nella sconfitta!
I gendarmi e le guardie urbane, all’inaspettato soccorso del 7.° cacciatori, vedendosi ormai otto volte maggiori degli uomini che avevano da combattere, riprendevano animo, e si ponevano sotto gli ordini del Ghio.
I generosi patrioti avanti alla certa morte, non cercavano ritirarsi; ma come i trecenti Spartani, di pie’ fermo aspettavano il nemico, e come quelli facevano olocausto della vita sull’altare della patria. A mezzogiorno cominciava il combattimento; gli uni fatti arditi dal grosso numero e dall’avidità della carnificina, gli altri resi magnanimi dal santo amore di libertà e dal pensiero che la loro morte sarebbe di grande esempio a’ fratelli e di rimorso ai mancatori delle date promesse. Due ore continuava la battaglia; da ambo le parti il terreno era coperto di morti. Il Ghio eccitava i suoi agli atti più crudeli; il Pisacane ed il Nicotera cercavano quanto più potessero di risparmiare sangue fraterno. Consumate le cartuccie, i valorosi devevano cessare il fuoco. Il Pisacane si recava sulla linea difesa dal Nicotera, ove sventolava il vessillo nazionale; e, sereno in volto, come uomo sicuro, risolveva aspettare l’avanzarsi del nemico, e a quel posto pugnando di ferro, corpo a corpo, morire. “Noi morremo da uomini, sclamava egli, abbiamo fatto quello che umanamente far si poteva per aiutare questo disgraziato paese. Maledetti coloro che ci lasciano soli, ai quali non basta nemmeno l’esempio per iscuotersi dal vergognoso sonno di nove anni!” Il Nicotera proponeva invece di ritirarsi sui monti per ivi far guerra ad oltranza ai satelliti di Ferdinando: “Chissà, diceva, il nostro sacrificio potrà forse destare alfine i dormenti.” E con altre nobili ed eloquenti parole induceva il Pisacane a rinunciare al fiero proposito. La ritirata cominciava con ordine. Il Pisacane, silenzioso, rimaneva ultimo sul luogo, volgeva quindi uno sguardo all’ingiro, e a lenti passi raggiungeva i compagni.
Nell’attraversare Padula, la magnanima schiera veniva fatta segno alla più inaudita barbarie. Feroce e pazzo popolo dalle finestre e dai tetti delle case scagliava sopra a’ generosi, sassi, suppellettili, quanto gli capitava nelle mani, ed innalzava gridi di gioia al cadere di ogni Martire. Quasi un terzo della schiera sventurata si sperperava; parecchi morivano lottando: altri finivano prigionieri: cinque di questi, senza formalità di legge, cadevano uccisi per ordine del tenente-colonnello Ghio.-Dei partiti da Genova morivano Lorenzo Gianoni e Lodovico Negroni; venivano fatti prigionieri: Domenico Porro, Gaetano Poggi, Giovanni Camillucci, Cesare Faridoni, Domenico Mazzoni e Felice Poggi; nonchè Giuseppe Mercurio e Nicola Valletta. Novantasei dei più animosi superstiti di Genova si raggruppavano intorno al Pisacane, al Nicotera, al Falcone; e, sfidando il nemico, percorrevano lungo la pianura, ed ascendevano le montagne di Buonabitacolo, nella valle di Diano. Il Pisacane diceva: “Il nostro dovere lo abbiamo fatto, ora tentiamo ancora nel Cilento: se non ci riesce, e se non troveremo modo di salvarci moriremo da forti.” Stanchi, digiuni, col cuore sanguinante, erravano sino al tramonto del sole per que’ monti, senza mai trovare un pietoso che desse loro asilo. Il Falcone, giovine a ventun’anno, bello di forme e di cuore, basiva per lassitudine fra le braccia del Pisacane. I compagni gli erano attorno; lo confortavano con amorose cure; altro non potevano, avendo invano picchiato alle capanne dei pastori. Alfine uno di questi, nel cui cuore allignava un senso di pietà, scôrti gli sventurati, si avvicinava loro; ed interrogato dei luoghi, segnava ad un’ora di cammino il villaggio di Sanza, e s’offriva a servire di guida. Il cammino ricominciava. Preceduti dal pastore, essi entravano in un bosco: guida e guidati si smarrivano dopo poco tempo; eglino dovevano, incerti, vagare per tutta la notte.
All’alba del 2 luglio scorgevano Sanza, villaggio di cinquemila abitanti. Il drappello si era rimpicciolito, giacchè parecchi perdutisi; pochi erano gli uomini armati di schioppi, ed anche scarichi. I prodi spiegavano la bandiera nazionale, e si avanzavano gridando: Viva l’Italia! viva la libertà!
I terrieri di Sanza a quegli accenti, che avrebbero dovuto far palpitare ogni cuore, si levavano contro i generosi: sono uomini e donne, vecchi e giovini, preti e monaci, armati tutti, chi di schioppo, chi di scure, chi di coltello, chi di bastone, e, a gran passi, mentre le campane suonavano a stormo, muovevano là dove erano quegli schietti Italiani, che avevano tratto in una terra d’Italia a fare opera utile alla patria comune, ed a ricevervi, così essendo scritto nei fatti, il vilipendio e la morte. La stupida ed ignorante gente, aizzata ai più feroci propositi dai preti e dai frati, non si tratteneva di piombare su i poveri Martiri alle soavi e tenere parole che essi facevano suonare in mezzo alla turba furente: – “Siamo vostri fratelli,” andavano dicendo gl’infelici. “Perchè ci assassinate?… Noi siamo venuti a spendere la nostra vita per togliervi dalla tirannia!” – Ma pur dovendosi difendere, e vedendo che vano tornava il fraterno linguaggio, i pochi generosi non si atterrivano, ed affrontavano la moltitudine pazza e scellerata. I rimasti dei regalati di Ponza, vedendo impossibile la difesa, fuggivano precipitosamente. Pisacane, Nicotera e Falcone, con nove degli imbarcati a Genova rimanevano, e, sospinti dal popolo furibondo, si ritiravano in un burrone all’ingresso della borgata. Il Nicotera volava per raggiungere i fuggenti, e ricondurli all’azione; ma tutto era vano; preferivano cadere prigionieri; ed egli ritornava per morire cogli undici compagni. Giungeva il Nicotera al luogo ove pochi istanti prima li aveva lasciati, e trovava il Falcone supino a terra; poco più avanti il Foschini e il Barbieri. Il Pisacane, sempre imperterrito, cercava ripassare un torrente, quando veniva colpito dalla scure de’ terrazzani, e tratto a morte crudele con colpi di forca e di bastone. V’ha taluno che asserisce aver egli pronunciato mentre era aggredito: “Voi siete assassini, mi derubate, ed ora mi uccidete: conducetemi alla giustizia.” Il Nicotera con altri trenta circa, che aveva potuto ancora raggranellare, si raccoglieva per continuare la difesa; infine, vedendo come vano era ogni ulteriore conato, stava per raccogliere il cadavere del Pisacane e ritirarsi in altro punto, quando una palla gli forava la destra: datosi ad inseguire il feritore, tre fendenti di scure lo coglievano al capo, e cadeva in una gora di sangue non lungi dall’amico. I relegati, che si consegnavano, morivano sotto la scure di quella gente ubbriaca dopo essere stati disarmati e spogliati di tutto. Ben si poteva scrivere sulle mura di Sanza come Agide: “Passeggero, percorri l’Italia, e grida che i suoi figli morirono per la sua libertà!”
Fra i morti erano: Domenico Rolla, Giovanni Sala e Luigi Conti; fra i feriti: Giovanni Gagliani, Giuseppe Faielli, Giuseppe Sant’Andrea, Cesare Achille Perucci, Carlo Rota e Pietro Rusconi.
I prigionieri in numero di ventinove, tutti grondanti sangue e nudi, fra i quali Giovanni Nicotera, a furia di popolo, venivano sospinti entro il paese di Sanza. Diamo luogo alle parole di uno dei superstiti di quelle ecatombi.
“Uno dei guardiani del campo, finita la pugna, si aggirava tra le vittime, per constatarne la morte. Una di esse, gli parve desse segno di vita. Tre fendenti di scure gli avevan fatto tre larghe ferite nel capo: la mano destra giaceva inerte per una quarta ferita. Al di lui fianco un largo cappello alla calabrese lo additava per uno dei capi della spedizione. Era il barone Giovanni Nicotera, che giaceva supino e privo di sensi. Il guardiano dava ordine ai suoi uomini di raccoglierlo e di consegnarlo nelle mani della giustizia. Venne spogliato ignudo, deposto sopra una barella e trasportato a Sanza. Lungo il tragitto, turbe d’infuriate megere muovevano incontro al convoglio, in cerca delli briganti che volevano ammazià u re. Il guardiano giungeva in tempo per salvarlo dalle furie, che volevano scannare il catturato semivivo. I portatori, stanchi, a un certo punto della via, deponevano la barella per riposare. Il guardiano si scostava alcuni passi, e soggiungeva altro drappello di donne, armate di forche e di picconi, le quali si affollavano intorno al Nicotera, e scaricavano sul di lui ignudo corpo colpi spietati. Uno di questi colpi lo feriva al ventre e gli faceva uscire l’ombelico; nè sarebbe stato l’ultimo se il guardiano tratto al rumore, non salvava una seconda volta la vita del prigioniero. Il dolore della nuova ferita aveva richiamato ai sensi il coraggioso Nicotera, svelandogli tutto l’orrore della sua posizione. Ma la triste storia non era finita. All’ingresso del paese altre megere infuriate assalivano il convoglio, e volevano costringere il Nicotera a pronunciare: Viva u re! Egli raccoglieva un supremo sforzo d’energia, e lieto d’aver occasione a finirla una volta, gridava con quanta forza si sentiva ancora in gola: Morte al re! Le streghe gli si precipitavano addosso, armate di coltello, e la sua vita era salva a stento per la terza volta, dal guardiano. Chi era mai questo guardiano? Come fu deposto sulla nuda terra in una stanzaccia del convento, il Nicotera riesciva saperlo. Il guardiano gli stringeva la mano; gli faceva il segno dei carbonari, e gli domandava se qualche cosa potesse fare ancora per lui. Credete che il Nicotera gli domandasse qualche cosa per sè? No. Le sue uniche parole furono queste: “- Scendi al campo, e cerca vicino al posto ov’io mi trovava, un uomo basso, biondo, col cappello uguale al mio. Al fianco porta una borsa: dentro la borsa sonovi alcune carte. Prendi tutte le carte e mettile in sicuro.”
“Poco dopo il guardiano ritornava; aveva trovato l’uomo, il Pisacane; ma la borsa era vuota. I saccheggiatori del campo ne avevano tolto i denari e sparpagliate le carte. Di queste il guardiano aveva raccolte tutte quelle che gli fu dato vedere. E sapete che cosa si trovasse tra quelle carte? Un foglio su cui erano scritti i nomi dei cospiratori in tutte lettere; la prova più terribile che potesse cadere nelle mani del governo borbonico. Quel foglio, e le altre carte raccolte, furono preda delle fiamme prima che il Nicotera si trovasse a contatto dei giudici.” –
Dal supplente al giudicato del Circondario di Sanza Pier Antonio Rinaldi, facente funzione pel titolare in accesso; assistito dal cancelliere sostituto Giovanni Pastore, il Nicotera ebbe un primo interrogatorio. Egli era stato preso colle armi alla mano: la fucilazione immediata era immancabile. Le sue risposte furono le seguenti:
Dimandato del motivo che diede luogo al suo arresto, rispose:
“Che per gli affari politici del 1848 e 1849 emigrò dalla sua patria, rifugiandosi in Torino; quindi passò in Genova, dove nel giorno 25 dello scorso giugno s’imbarcò con vari altri di Genova istessa, recandosi in questo regno a promuovere una rivoluzione per liberare la sua patria dalla tirannia, e propugnare la libertà.”
Dimandato chi fossero i compagni coi quali partì da Genova, rispose “conoscere il solo Pisacane, ignorando il nome degli altri.”
Dimandato chi avesse noleggiato il piroscafo, dove, e a chi appartenesse, rispose “non saperlo, ma è certo che per mezzo di un legno a vapore si recarono in questi luoghi a fare la rivoluzione.”
Dimandato chi gli avesse somministrato le armi e munizioni, rispose: “che rinvennero tutto sul piroscafo e se le presero. – Altro non sapere.”
Dimandato se il Pisacane fosse in loro compagnia, e dove si trovasse, rispose “essere giunti uniti in questo comune, e ora dicesi di essere stato ucciso.”
Lettura data, disse: “non potere sottoscrivere perchè ferito alla mano.”
Dopo quest’interrogatorio, l’esecuzione non era più che questione di ore. Ma, in questo mezzo, giunse al giudice un telegramma che annunciava la cattura del Cagliari, il battello da cui era sbarcata la spedizione, cattura che rendeva necessaria una procedura criminale. Il Nicotera, unico capo superstite della spedizione, non poteva essere giustiziato sommariamente. Venne l’ordine di mandarlo a Salerno.
Il Cagliari era stato catturato dalle fregate a vapore della marina borbonica Tancredi ed Ettore Fieramosca, e condotto a Napoli. Capitano, macchinisti (Watt e Parks inglesi), marinai, passeggieri, ed alcuni dei delegati di Ponza, che erano rimasti sul cassero, vennero senza distinzione, gettati nelle prigioni della Vicaria.
Gli evasi da Ponza erano: Michele Milano, di Napoli, Filippo Conte, di Caserta. Michelangelo Mario, di Foggia, Salvatore Barberio, di Cosenza, Vincerzo Pafaro, di Catanzaro, Francesco Gallo, di Catanzaro, Battista de Pascale, di Teramo, Giovanni Parrillo, di Caserta, Carlo Lofata, di Sicilia, ed Eugenio Lombardo, di Potenza.
Erano i prigionieri di Sanza da circa due ore nel convento, quando arrivavano da Sapri due compagnie dell’11° cacciatori. Gli ufficiali chiedevano del Pisacane, e, udito come non fosse fra i presenti, comandavano che il Nicotera venisse accompagnato sul luogo, ove era avvenuto il combattimento, affinchè cercasse riconoscerlo fra gli estinti. Già sfinito per la perdita di molto sangue, il Nicotera doveva compire il tristo ufficio. Il corpo del Pisacane era stato reso deforme; ma l’amico lo riconobbe subito.
In Italia si serbò per qualche tempo la speranza che Carlo Pisacane fosse scampato al macello de’ suoi. Ma quella speranza andò dileguando, e pur troppo non rimase che il conforto della speranza di vendicarlo e di lavare ad un tempo l’Italia dalla vergogna di averlo lasciato perire. E il sangue del generoso Martire e de’ suoi compagni, fu largamente vendicato dall’Eroe dei due Mondi, il quale mostrò altresì che se la tirannide aveva per un istante soffocato nel cuore dei figli del mezzogiorno l’amore di patria, essi avrebbero però saputo ritrovare, nella propria coscienza, la forza di riaccenderlo più potente che mai. Tra le provvidenze del Garibaldi, dopo quella risguardante i congiunti di Agesilao Milano, vuol essere accennata l’altra relativa a quelli di Carlo Pisacane, come nuovo segno di gratitudine verso chi perde la vita pugnando per la libertà. Il seguente decreto fu uno dei primi atti del Dittatore:

“Considerando che è debito ed obbligo di giustizia di un governo, interprete della gratitudine del paese, riconoscere i grandi sacrifici fatti a pro della patria, ed il soccorrere le vittime della tirannide, decretiamo; è accordata una pensione di ducati sessanta al mese, vita durante, a contare dal 1° ottobre prossimo, a Silvia Pisacane, figlia dell’eroico Carlo Pisacane, trucidato a Sanza mentre combatteva per la liberazione dei fratelli, nel luglio 1857.”

Più tardi con offerte di popolo veramente italiano, si eresse in Salerno alla memoria del Pisacane e dei suoi compagni periti un monumento ricco di sante memorie. Esso innalzasi lungo la maggiore passeggiata, in vicinanza del Golfo; il Martire di Sanza ha la destra in atto di additare il cammino che dovevano i prodi seguire. È doloroso il sapere come quel monumento non sia tenuto con quella devozione che dovrebbe inspirare ai cittadini il Municipio di Salerno; esso è fatto segno a bisogni che ci vergognamo di dire.
Altro monumento all’amico Pisacane venne fatto innalzare nel 1872 da Giovanni Nicotera nel Cimitero di Napoli, a Poggioreale. – Rappresenta un obelisco: in cima si vede lo Stemma di Roma colla storica lupa, a dinotare il concetto dell’unità italiana, pel quale il Pisacane cadde illustre vittima. Sulla base vi è un bassorilievo di bronzo; in esso si raffigura il Pisacane ferito a morte, sostenuto fra le braccia del Nicotera. Di fronte è la marina, e si vede il Cagliari. Il moribondo accenna colla mano alla Stella d’Italia che sorge in lontananza.
Fu Carlo Pisacane ben composto della persona, sebbene di breve statura; ebbe gentile l’aspetto, in cui ad un dolce sorriso tutto suo si mesceva una temperata mestizia che carissimo lo faceva a chi pur per la prima volta lo vedesse. Degli esercizi del corpo, e specialmente della scherma, della ginnastica e dei cavalli, si dilettò oltre ogni credere e vi fu eccellente; ne trasse vigore di membra non comune ed operosità singolare. Quanto è delle qualità dell’animo, al coraggio e all’impeto d’un eroe, aggiunse la dolcezza, l’affabilità, la modestia d’una fanciulla. Fu di rara costanza nell’amicizia e nell’amore; tenace nel proposito; benigno agli altri, severissimo a sè; di parsimonia e di temperanza antica, e tanto più pregevole in lui educato fra molli agi e fra licenze soldatesche; laborioso e amantissimo di studi gravi e che avessero in sè del grande, si beava di contemplare ed ammirare la natura, e da quella traeva argomento a profonde meditazioni e conforto e pace dell’anima. Amò sopratutto la patria, e credette con ferma fede vicina l’ora del riscatto, e diede la vita in testimonianza di quella credenza. Credette che l’Italia fosse non solo grande in ogni nobile arte ed in ogni virtù e seconda a nessun popolo; ma benanco a tutti maestra. E ne’ suoi Saggi con moltissimo affetto si adopera a mostrare come la terra nostra nulla abbia appreso dagli altri, tutto insegnato, e possa di virtù propria e con proprie forze operare ogni più gran cosa. Abbiamo già detto come fosse nelle cose militari peritissimo; il suo naturale ingegno, accresciuto dallo studio, fu lucidissimo; e rese tutto quanto riferivasi alla scienza militare assai facile alla comune intelligenza. Nella questione che tutto abbraccia l’umano genere fu socialista; nella questione italiana, inchinò innanzi tratto al federalismo; ma poscia abbracciò le dottrine del Mazzini, l’unità della patria.
Non è mestieri che ci diffondiamo in altre parole a celebrare Carlo Pisacane. La sua fama sfida le miserabili ire di parte, le calunnie e il correre degli anni; vivrà eterna. “Sì, scriveva un amico del Martire, finchè la libertà sia cara agli uomini, finchè vi sia un italiano che ami l’Italia, finchè la virtù abbia culto e memoria nel mondo, il tuo nome, fortissimo eroe, sarà benedetto e ripetuto con ammirazione e con lode dagli uomini! Cesseranno i tiranni di essere salutati col nome di grandi; ma tu, Carlo Pisacane, non cesserai di essere offerto ad esempio del come degnamente per la patria si viva o si muora.”
Del Pisacane è superstite la figlia Silvia che fu col cuore adottata dal Nicotera e dalla consorte di lui signora Poerio, dopo la morte della signora D…, che, non meno del padre, assai teneramente amava. Da Silvia i congiunti Nicotera sono corrisposti del pari al grandissimo affetto che hanno per lei; ella volle dal dì in cui entrò nella nuova famiglia formarne una sola nel petto, e chiamarsi Pisacane-Nicotera. La signorina Silvia alle gentilezze della persona accoppia un animo nobilissimo ed un intelletto ricco di sapere; la sua parola, i suoi modi le caparrano d’un subito l’ammirazione di quanti l’avvicinano. Figlia di Martire, ama immensamente la patria e la libertà, e per esse farebbe pur sacrificio della vita.

VI.

Verso il vespro, i prigionieri, avvinti di catene, e sempre nudi, venivano dai soldati dell’11° cacciatori condotti a Buonabitacolo, sulla via di Salerno, ove facevasi loro incontro il feroce colonnello Marulli, lo stesso che nel 1860 comandava da generale la piazza di Gaeta. Il Marulli, dopo di avere fortemente percosso ed insultato il Nicotera, fece rinchiudere tutti in un porcile. Tre giorni i prigionieri fatti a Sanza furono tenuti rinchiusi a Buonabitacolo. Durante questo tempo, il Nicotera veniva a sapere della cattura del Cagliari, e come fosse esso mandato a Salerno per esservi processato. Il pensiero dei suoi compagni gli rampollava tosto alla mente, e cercava il mezzo di stornare da loro le ire di Ferdinando II, di attenuare, di giustificare, in certo modo, la spedizione di Sapri. Quanto a sè, non pensava nè pure; ben sapeva come il suo fine fosse segnato; ma in favore dei suoi compagni potevano militare attenuanti. E appunto a Buonabitacolo, alla presenza di un ufficiale dei cacciatori, stendeva una dichiarazione, sulla quale esagerando la cospirazione murattista, in questa faceva consistere il vero pericolo pel regno dei Borboni, e cercava di rendere più mite l’animo dei giudici, verso i suoi compagni di sventura. Non un nome di quelli che potevano essere colpiti gli sfuggiva di bocca. Conosceva tutti i capi murattisti di Napoli, e non ne svelava alcuno. Parlava soltanto di quelli che si trovavano all’estero, al sicuro da qualsiasi persecuzione; onde nessun murattista fu mai posto in accusa, nè arrestato, nè tampoco sospettato per sua cagione.
I prigionieri erano al quarto giorno fatti salire su carri tirati da buoi, e legati ed esposti ai raggi del sole, e fra i maggiori strapazzi, condotti a Sapri, ove giungevano la mattina del giorno 7 luglio. È facile immaginarsi lo strazio che dovettero soffrire specialmente i feriti gettati in quel modo su carri di campagna ed esposti tutto il giorno alla cocentissima sferza del sole. Verso sera dello stesso dì venivano imbarcati per Salerno, dove, giunti il giorno 9, trovavano gli altri compagni fatti prigionieri a Padula. A Salerno ebbero a patire i più gravi insulti dall’intendente Ajossa. Ma alle contumelie di quel tristo, i generosi rispondevano parole così nobili e così energiche, che fu costretto a tacersi.
L’Ajossa, assistito da un suo segretario, Alfonso Condò, lo stesso giorno 9 luglio cominciava l’istruttoria.
Il Nicotera eragli condotto davanti, ravvolto in una coperta di lana, il capo bendato per le ferite, e la mano destra abbandonata al lavoro di sessanta mignatte, non avendo egli voluto che se gliene facesse l’amputazione.
Stesse domande fatte a Sanza gli furono mosse; eguali risposte. Se non che, il guardiano non aveva raccolte tutte le carte del Pisacane. Nello sparpagliamento, alcune altre erano rimaste sul campo, e queste erano cadute in mano dei commissari borbonici. Venivano presentate al Nicotera, il quale le guardava, le scorreva, e si accorgeva d’essere appena a metà strada. Fra questi documenti ce n’era uno, intestato: “Nota campioni.” Era un foglio grande di carta grossissima; portava una lunga lista di nomi insignificanti; nomi di merci, di commestibili. Accanto a ciascun nome era segnata una cifra. Quella “Nota campioni” era nientemeno la chiave del cifrario. Se di quella carta si fosse rilevato il valore, tutte le lettere cifrate del Pisacane sarebbero state interpretate, tutti i coinvolti nella cospirazione inevitabilmente perduti. Che cosa faceva il Nicotera? “- Riconosco queste carte, rispondeva; appartenevano al Pisacane.
“- A Pisacane?
“Sì, e domando che si eriga verbale della mia ricognizione.” –
Ciò detto, e mentre le mignatte si venivano staccando, una ad una dalla mano destra minacciata di amputazione, colla sinistra il Nicotera numerava i documenti, tra i quali erano parecchie lettere cifrate, e li contrassegnava tutti con una sigla, non potendo firmare colla mano sinistra. Si erigeva il verbale, nel quale ogni documento era notato e descritto.
Giunti alla Nota campioni, il Nicotera la riprendeva colla sinistra, la guardava con indifferenza, e:
“- Questa, diceva, non credo appartenesse al Pisacane. Contiene una serie di nomi di genere di commercio: l’avrà smarrita qualcuno dei nostri compagni, o si riferirà alle operazioni commerciali che il mio amico voleva fare in Sardegna.” –
L’Ajossa non vi badava più che tanto, poichè riponeva tutta la sua attenzione nelle lettere cifrate, e il verbale parlava della “Nota campioni” come d’una carta insignificante, e taceva delle figure che si trovavano accanto ai nomi.
Le Autorità borboniche avevano già arrestato, Giovanni Matina, N. Libertini, F. Agresti, Michele e Nicola Magnone, Pasquale Verdolina e parecchi altri. Sul loro conto si avevano molti sospetti. Mancavano però le prove: ma quelle prove sarebbero state indubitabilmente raggiunte, se le lettere del Pisacane si fossero decifrate.
Il giorno 10 luglio l’istruttoria dall’intendente Ajossa passava nelle mani del procuratore generale presso la Corte Criminale della Provincia di Salerno, Francesco Pacifico. Questi non si accontentò di compilare verbali: volle interpretare anche documenti, aiutato dal vice segretario Michele Orienzi; e però le cose andarono così per le lunghe che i dibattimenti non poterono cominciare prima del 29 gennaio 1858. Fu allestita all’uopo una nuova Corte nel soppresso monastero di San Domenico dove, era anche un quartiere. Gli accusati erano 286, e cioè i congiurati non rimasti sul campo di battaglia, l’equipaggio del Cagliari, ed alcuni passeggeri sospetti di connivenza col Pisacane e coi suoi compagni. Furono condotti nell’aula della Corte Criminale legati due a due, e vestiti, come se fosse estate, della giubba di tela grigia che era prescritta nelle carceri. La Corte era speciale, e consisteva nel Presidente, avvocato Domenico Dalia, nel procuratore generale, avvocato Francesco Pacifico, e in dieci giudici, due più dell’ordinario per provvedere in caso di malattia.
Quindi si hanno i nuovi interrogatori del Nicotera. E questi, meno tormentato-dalle ferite fu interpellato sul modo con cui i documenti potevano essere letti dall’autorità. La chiave del cifrario era conservata negli atti del processo; ma il Nicotera non si scompose, e con calma e serenità disse:
“La lettera N. 13 è scritta dallo stesso Comitato, ma con cifre che non si possono interpretare altrimenti, se non avendo sott’occhio una copia del libro a riscontro, di cui uno era presso lo stesso Pisacane e l’altro presso il Presidente del Comitato di Napoli. Nè gli abecedari numerici sono bastevoli per riuscire alla spiegazione delle cifre che vi si contengono.”
Il Procuratore generale si dava attorno per cercare il famoso libro a riscontro del Pisacane. Il Ministro sardo Rattazzi, che aveva già fatto perquisire la casa che il Martire abitava in Genova colla mite signora D…, quante carte e quanti libri eransi rinvenuti, con molta compiacenza spediva a Salerno(26). Ma il Nicotera non trovava il libro famoso che doveva dare la chiave dell’enigma, e pel Procuratore generale si faceva bujo, più bujo di prima; esso non sapeva più raccapezzarsi. Il libro a riscontro non si sarebbe potuto da nessuno trovare; non aveva mai esistito. Il Nicotera l’aveva immaginato per sviare l’attenzione dalla Nota campioni, e preparare così l’incidente che si svolse nel dibattimento. Il libro a riscontro fu l’arma principale con cui il Nicotera difese, e fece rimandare assolti tutti i compagni. Tra gli oggetti appartenenti al Pisacane, si trovò un biglietto sul quale era scritto a tutte lettere un nome. Questo nome era quello del De Mata, cappellaio a Napoli, e facente parte del Comitato. Il De Mata, prima ancora che fosse interrogato il Nicotera, era stato arrestato.
“- E questo nome che cosa significa? venne domandato al Nicotera.
“- Ah! me n’era scordato, rispose egli pronto. Il De Mata è un bravo cappellaio di Napoli. Il Pisacane aveva comprato da lui un cappello, e siccome n’era stato contento, così ne aveva notato il nome per fargli le commissioni in seguito.”
Pochi giorni dopo il De Mata veniva rilasciato in libertà, per mancanza di prove, frutto del nobile procedere del Nicotera.
Tra gli oggetti sequestrati al Nicotera, c’era un grosso portafoglio inglese. Il Procuratore generale glielo presentava, ed egli lo riconosceva per suo. L’apriva, ne passava i fogli candidi come neve; ma da una divisione usciva un involtino di carta contenente polvere bianca.
“- E questa polvere che cosa è?
“- È, rispondeva il Nicotera senza scomporsi, un veleno. Aveva deciso d’ingoiarlo se la spedizione andava male. Ma caddi ferito, ho perduto i sensi, e non fui a tempo di sottrarmi alle vendette del governo borbonico.”
Il Procuratore generale prendeva la cartolina, s’accostava alla finestra, la scioglieva e sperdeva al vento la polvere. Quel portafoglio conteneva la lista dei componenti il Comitato di Napoli, di tutti i cospiratori, e di tutti i corrispondenti, scritta con inchiostro simpatico. La polvere bianca, sciolta in un bicchiere d’acqua, avrebbe dato il mezzo di leggere, tutti quei nomi, scritti di pugno del Nicotera.
Il Procuratore generale, più furbo dell’intendente Ajossa, quando vide che il famoso libro a riscontro non si trovava, rifrugò tra le carte del processo; trovò la Nota campioni, e s’incaponì a crederla la chiave del cifrario. L’adoperò, e lesse interi i nomi del Matina, dell’Agresta, del Libertini, del Magnone e degli altri. L’istruttoria poteva dirsi compiuta; l’atto d’accusa veniva redatto, e gli accusati comparivano alla sbarra. Le prime parole del Nicotera furono un aggressione vivace contro il procuratore generale.
“- Protesto contro il modo iniquo con cui mi volete dar complici, ch’io non conosco e non ho mai conosciuto. Avete preso uno dei fogli del processo, e vi avete scritto cifre arbitrarie, le quali, interpretate a vostro modo, vi dessero i nomi del Libertini, del Matina, dei Magnone, dell’Agresti, del Verdolina, che avevate già arrestati prima. Il vostro è artificio infernale di polizia per colpire innocenti, mentre i veri, i soli rei siamo io ed i miei compagni morti sul campo di battaglia.”
Il Procuratore generale replicava vivissimamente. Le sue parole mettevano in sodo che egli si era valso della Nota Campioni.
Quella nota, rispondeva il Nicotera, conteneva nomi, non conteneva cifre. Le cifre vennero aggiunte dopo. Domando che si constati il fatto, consultando il verbale di ricognizione.”
Nasceva un incidente, si consultava il verbale, e la Corte era costretta a ritirarsi per deliberare. Non osando prendere da sola una decisione, consultò telegraficamente il Consiglio supremo di Napoli. Finalmente, esaminato il processo, riconosceva che la Nota Campioni conteneva soli nomi, e che non poteva venire considerata come mezzo di prova per le figure aggiunte in seguito. Così scomparve la prova contro il Matina, il Libertini e gli altri, e la Corte li mandò assolti. L’ingegnoso eroismo del Nicotera riesciva a salvare i propri compagni. Procedendosi nell’interrogatorio, il Nicotera veniva interpellato se conosceva un certo regolamento. Era fatto scendere presso il cancelliere. Egli guardava il foglio, e rispondeva:
“- Questo è il regolamento del convitto femminile di Vercelli.
“Voi mentite! sclamava il procuratore generale.
“- Signor presidente, replicava freddo il Nicotera: la prego a difendermi dagli insulti del procuratore generale. Questo è il regolamento del convitto femminile di Vercelli.
“- Vi ripeto che siete un mentitore! –
Non ancora era uscita intiera l’ingiuria dal labbro del procuratore generale, e già il Nicotera, sollevato il calamaio di bronzo del cancelliere, glielo scaraventava in viso.
L’udienza era sospesa, ed il processo interrotto per quindici giorni. E d’ordine di re Ferdinando si riapriva con una dichiarazione del procuratore generale, che non aveva inteso di offendere la persona dell’accusato barone Giovanni Nicotera.
Due compagni, generosi quanto lui, s’alzavano al processo, e dichiaravano che il Nicotera li aveva sconsigliati dalla spedizione, e che un assalto dei cacciatori li aveva sorpresi mentre stava inalberando la bandiera bianca, e voleva indurli alla resa.
“- Quei signori mentono! interrompeva con impeto il Nicotera. Caddi tramortito alle prime ferite, e me vivo, e padrone dei miei sensi, non avrei mai, come non ho, parlato di resa, nè innalzato bandiera bianca, davanti alle soldatesche del Borbone.” –
Prima che si chiudesse la procedura, il Nicotera protestò anche contro l’accusa che gli insorti avessero commesso furti e rapine, ricordando invece che uno era stato fucilato per ordine del Pisacane per avere involati pochi carlini ad una donna.
Quando, in carcere, gli recarono la sentenza (era la notte dal 19 al 20 luglio 1858), svegliato dagli amici, fece attendere un’ora il cancelliere per compire la sua teletta; indi gli chiese seccamente:
“- Quante condanne di morte?
“- Tre.
“- Per quanti è giunta la sospensione?
“- Per due.
“- Ed io sono l’escluso non è egli vero?
“- Sì; furono graziati Gagliani e Sant’Andrea.
“- Bene; mi basta. -”
E dato mano agli strumenti, convertì la prigione in sala da ballo!
Quando il capo custode delle carceri, certo Giacomo Ferrigno, gli recò l’annuncio che, per istanza del Governo inglese, il re gli aveva commutata la pena di morte nella galera a vita, egli rispose con un motto rimasto tradizionale a Salerno:
“- Sarà per un’altra volta!
Il presidente della Gran Corte, il Dalia, all’annuncio della grazia di Ferdinando, mostrava al Nicotera il desiderio che lui e i suoi compagni avessero corrisposto col grido di viva il re! Al che egli sclamò fieramente che quel grido equivaleva a morte alla libertà.
Il Governo inglese erasi intromesso nella quistione per l’affare del Cagliari, facendosi mediatore del Piemonte, che chiedeva la restituzione del piroscafo e la liberazione dei due macchinisti. Esso usò ogni ascendente presso la corte di Napoli perchè le pene di morte fossero commutate; e così il Nicotera venne condannato a vita nell’ergastolo, e gli altri condannati a morte ebbero i lavori forzati per trent’anni; altri pene minori; moltissimi furono prosciolti per mancanza di prove a loro carico.
Il Borbone, “aprendo tutto il paterno cuore alla beneficenza,” destinò la somma di annui ducati duemila a favore dell’isola di Ponza per le “sciagure in cui fu immersa per opera dei malfattori che la invasero;” dispose altri duemila ducati da dipartire fra i poveri di quell’isola, profuse onori e gratificazioni agli Ajossa, ai Ghio, ai Marulli, ai Capi-Urbani, e fece distribuire onorificenze e danaro ai gendarmi, ai cacciatori, alle guardie urbane, a tutte le centinaia di eroi che combatterono un pugno d’uomini. Infine fece coniare una medaglia che eternasse le infamie di Padula e di Sanza, la quale venne specialmente data agli assassini dell’eroico Pisacane e suoi compagni. Una di queste medaglie d’oro è conservata dal Nicotera per dono fattogliene dal Garibaldi.
Il Governo borbonico volle in ogni maniera vendicarsi del Nicotera. In generale i condannati politici venivano mandati a Santo Stefano, senza catena; esso inviò invece lui nelle terribili sepolture di Favignana, con trenta libbre di ferro al piede, in una fossa dove bisognava estrarre l’acqua, e dove visse parecchi mesi con due soldi di pane al giorno, senza mai venir meno a quella fortezza d’animo di cui aveva date tante prove. Fattogli intendere durante la prigionia come avesse potuto ottenere una grazia speciale, la respingeva disdegnosamente, scrivendone in questo senso ad un tal Angeleri. Egli era entrato in Favignana negli ultimi di agosto dell’anno 1858. La traduzione da Salerno in Sicilia, nell’ergastolo, era stata affidata con ordini severissimi a Michele Bracco, ufficiale della marina militare.
E quando nel 1860, i Borboni accordarono il perdono, vi furono compresi gli Spaventa, i Poerio, i Pironti; il solo Nicotera ne rimase escluso, nè avrebbe riveduto la luce del sole, senza l’ardimentosa spedizione dei Mille.
Giovanni Nicotera, visitato il Garibaldi, come potè acquistare tanto di forza da potersi muovere ed operare per l’Italia, si recava sollecito in Toscana, ed ivi assunse il comando di una brigata di volontari, che, in unione ad altre, sotto gli ordini del Pianciani, dovevano far guerra al Lamoricière per liberare Roma. L’impresa non potè aver luogo per l’opposizione del barone Ricasoli. Nel 1866 fece la guerra del Trentino come colonnello-brigadiere dei volontari. Nel 1867, alla testa di una schiera pure di volontari, dalla Terra di Lavoro penetrò nel territorio romano per iniziare la guerra di emancipazione di quella provincia; ma non fu punto assecondato nella sua nobile impresa.
Giovanni Nicotera è tarchiato e robusto come un alpigiano, svelto ed elegante come uno zerbinotto, colla faccia bruna, circondata da nera e foltissima barba, somigliante a quella d’un tribuno romano; è di ingegno svegliatissimo, di facile e immaginosa parola, pronto all’assalto e abilissimo nella difesa, focoso e nel tempo stesso attissimo a padroneggiarsi anche nel fervore di una improvvisazione. Il Nicotera è la più diretta riproduzione di quegli oratori improvvisati dalla Repubblica Partenopea, di cui il Colletta ci ha tramandato non pochi esempi. Egli fu deputato al Parlamento italiano, e lo è tuttodì come rappresentante del Collegio di Salerno. In oggi è Ministro per gli affari dell’interno, e l’Italia attende da lui e dai suoi colleghi opere di ben ponderato progresso.

FINE.
LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
(1857)

Eran trecento: eran giovani e forti
E sono morti!
Me ne andava al mattino a spigolare
Quando ho visto una barca in mezzo al mare:
Era una barca che andava a vapore,
E issava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
È stata un poco, e poi s’è ritornata:
S’è ritornata, e qui è venuta a terra,
Sceser con l’armi e a noi non fecer guerra.
Eran trecento: eran giovani e forti
E sono morti!
Sceser con l’armi e a noi non fecer guerra,
Ma s’inchinaron per baciar la terra
Ad uno ad uno li guardai nel viso,
Tutti avevano una lagrima ed un sorriso:
Li disser ladri usciti dalle tane
Ma non portavan via nemmeno un pane:
E li sentii mandare un solo grido:
– Siam venuti a morir pel nostro lido –
Eran trecento: eran giovani e forti
E sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
Un giovin camminava innanzi a loro;
Mi feci ardita, e presolo per la mano
Gli chiesi: Dove vai, bel capitano?
Guardommi e mi rispose – O mia sorella,
Vado a morir per la mia Patria bella! –
Io mi sentii tremare tutto il core
Nè potei dirgli – V’aiuti il Signore –
Eran trecento: eran giovani e forti:
E sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare
E dietro a lor mi misi ad andare:
Due volte si scontrar con li gendarmi
E l’una e l’altra li spogliar dell’armi
Ma quando fûr della Certosa ai muri
S’udiron a suonar trombe e tamburi:
E tra il fumo e gli spari e le scintille
Piombaron loro addosso più di mille.
Eran trecento; eran giovani e forti
E sono morti!
Eran trecento, e non voller fuggire,
Parean tre mila e vollero morire:
Ma vollero morire col ferro in mano
E innanzi ad essi scorrea sangue il piano.
Finchè pugnar vid’io, per lor pregai,
Ma un tratto venni men, nè più guardai…
Io non vedeva più fra mezzo a loro.
Quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento: eran giovani e forti:
E sono morti!

Luigi Mercantini.

NOTE:

(1) Que’ tre ordini chiamavansi bracci o ceti; ed erano il baronale l’ecclesiastico ed il popolare, composto quest’ultimo dei deputati delle città non soggette a feudo.
(2) Specialmente il magnifico palazzo di Caserta e il superbo teatro di San Carlo, entrambi unici nel loro genere.
(3) I giorni di Ferdinando erano occupati dalle donne, dal vino, dai bagordi, dalla caccia e dalla pesca.
(4) Carolina d’Austria era disordinata nella fantasia, ardente nei desideri; univa alle lubriche ispirazioni della mente, una più potente lubricità di organismo; era l’antica Messalina, era Venere Afrodisiaca. Di lei si poteva dire quanto scrisse di Messalina Giovenale: et lassata viris, nec dum satiata recessit.
(5) Antica Repubblica greca nella Calabria; ivi sbarcarono i fratelli Bandiera, allorchè partirono da Corfù per sommuovere le Calabrie.
(6) Veggasi: Venosta, I fratelli Bandiera, cap. I. (Ediz.:Barbini), non che I Carbonari del 1820 e 1821 (Ediz. Terzaghi.)
(7) Si disse che le benedizioni del Pontefice lo avessero sciolto dagli obblighi del giuramento.
(8) Ferdinando morì notte tempo d’apoplessia. Il mattino i dottori ed i servi, entrando nelle di lui stanze, trovarono le coltri e le lenzuola disordinate, e in esse avvolto il corpo cosa stranamente che pareva avesse lottato per molto tempo; un lenzuolo gli avvolgeva il capo; le gambe, le braccia erano stravolte; la bocca aperta; il viso livido e nero; gli occhi aperti e terribili. Non un congiunto, non un amico ebbe nel solenne istante della morte. Ei moriva chiuso nella propria stanza, lontano da tutti, custodito soltanto da un feroce cane mastino da lui prediletto. Il seguente distico corse un pezzo per le bocche de’ Napoletani:
“Accadono in ver gran cose strane,
Moriva un lupo e l’assisteva un cane.”
(9) Carlo Didier, l’autore della Roma sotterranea, che viaggiò in quel tempo per quegli infelicissimi luoghi, narra nella Revue des deux Mondes di aver veduta la testa di un vecchio in cima ad una picca piantata davanti alla casa di lui: i bianchi capegli, macchiati di sangue, ondeggiavano al vento e davano alla famiglia orrenda vista.
(10) Giuseppe Mazzini, esule genovese, dopo aver assistito alla mala prova della spedizione di Lione del febbraio 1831, passò in Corsica con altri esuli per dar moto ad uno sbarco di Carbonari accorsi sulle rive della Toscana per aiutare la rivoluzione dell’Italia centrale. Veduti fallire per mancanza di senno politico e di ardita difesa i moti di quelle provincie, e avendo conosciuto da vicino i capi preposti al movimento della Romagne e dei Ducati, ben presto si avvide che l’Italia non era risorta perchè mancavano gli accordi fra i capi e il genio rivoluzionario. E però decise di dare alla Penisola un generale organamento che si appoggiasse sulle forze vitali della Nazione. Si recò a Marsiglia, da quivi si volse alla gioventù italiana, e prima che terminasse l’anno 1838 ebbe una potente e segreta affiliazione in Italia, e fondò la Giovine Italia, ed un giornale, che, coll’istesso nome, sfidava altamente i re ed i governi, ne svelava le turpitudini, li perseguitava colla storia del vero; e mentre mostrava al mondo che, quantunque sfortunati, nè ciechi, nè vili erano gl’Italiani, questi educava nel santo concetto dell’unità della patria e li infiammava a’ fatti ardimentosi.
(11) Cattaneo, Politecnico, n. 45, pag. 270.
(12) Pietro Ceroni pubblicò un aureo libro sulla Stampa nazionale Italiana.
(13) È superfluo avvertire che queste parole erano scritte prima dell’anno 1865, tempo in cui venne dal Parlamento sanzionato il Codice Civile.
(14) Favignana è una delle isolette sparse nelle acque di Marsala e di Trapani. Nella parte occidentale di essa s’innalza un monte, la cui vetta è coronata di fabbriche che formano una delle più terribili carceri.
(15) Nel primo assalto la daga incontrò la resistenza dei mappafondi delle pistole e si torse all’impugnatura. Agesilao con occhi di bragia, vedendo il colpo fallito, ebbe la freddezza di dirigere lo schioppo in modo che la daga torta andasse a ferire dritto il re; ma non potè compiere questo disegno per l’accorrere di della Tour.
(16) Vuolsi che Agesilao Milano si decidesse ad uccidere il re per trarre vendetta della morte d’un fratello moschettato nel 1848, perchè liberale dal maresciallo Nunziante, quando comandava nella Calabria Citra, morte che trasse seco quella del padre.
(17) Il Del-Re fu posto sotto processo per la sua poesia in cui era esaltato il regicida. Ma i giurati, avendolo dichiarato non colpevole, veniva rimandato assolto (luglio 1857).
(18) Non volle il Borbone risparmiato nè pure il capitano del Milano, il signor Testa. Lo fece mandare alla seconda classe per non aver fatto osservare che, nello stato di assento, il Milano era qualificato come idiota, mentre doveva saperlo giovine istruito.
(19) Giovanni Nicotera, dopo essersi distinto nell’anno 1848 nelle Calabrie, fu nel 1849 a Roma, ed ebbe il grado di sottotenente nel reggimento Manara.
(20) Allude alla fallita spedizione del giorno 13; da questo si vede la fiducia che aveva il Pisacane nelle promesse fattegli.
(21) Nome convenzionale di Fanelli.
(22) Il Pisacane voleva arrivato in Napoli incominciare senz’altro la rivoluzione.
(23) Sin da quando pubblicammo nel 1864 i fatti di Sapri ci fu presentato uno scritto firmato, come ci si affermava, dagli stessi, L. Zuppetta, G. Matina, N. Agresti, R. Laurelli, Nicola Mignogna, Filippo De-Boni, Nicola Fabrizi, Aurelio Saffi, Antonio Mordini, e F. Crispi, in cui, citando documenti, si dimostrava che Fanelli e Dragone in fatto di promesse portarono il dubbio insino allo scrupolo; che le loro vedute e i loro disegni accennavano a profonde meditazioni ed a previdenze di favorevoli risultati; che Mazzini e Pisacane, astretti dai loro progetti preordinati ed allettati dalla speranza che un diversivo qualunque potesse dare forme atletiche ai sincroni movimenti altrove preparati, operarono improvvisamente ed anticipatamente a ciò che gli accordi indicavano; che infine il disastro di Sapri dovevasi ascrivere ad una di quelle fatalità, che ogni popolo è condannato a subire come inesplicabile volere del cielo, e come prezzo anticipato della redenzione. Malgrado di un tale scritto, testimoni oculari, assicurano che Il comitato di Napoli mancò alla data parola.
(24) Nel 1860 con religioso raccoglimento quivi si fermarono i Garibaldiani a contemplare il letto ove dormì il martire, Pisacane.
(25) Affinchè i lettori abbiano una esatta cognizione del numero delle forze contro cui dovettero combattere i compagni dell’infelice Pisacane, accenniamo come i battaglioni di cacciatori nell’ex esercito borbonico fossero composti di otto compagnie dai 150 ai 160 uomini cadauna.
(26) Diamo luogo alla relazione d’un testimonio oculare che dimostra quali Istruzioni avesse dato il Rattazzi a’ suoi agenti.
“Il giorno 11 luglio, non saprei indicare a quale ora precisa dopo il mezzodì, la signora D…. parlava con due amiche, che erano a visitarla, delle incerte notizie che correvano sulla spedizione, e delle speranze che ancora rimanevano dell’esito e della vita del Pisacane. Picchiato l’uscio, ella disse d’improvviso: “Questa dev’essere la Polizia.” Aprì, e vide entrare il vice-console di Napoli, accompagnato da uscieri e da un giudice; questi con aria insolente e burbera, e con voce truce prese a dire: “Essendo morto Carlo Pisacane, siamo venuti in questa casa che egli abitava per mettere in sicuro la roba sua.” A quest’annunzio la signora D…. ricevè tale impressione che si può sentire, ma esprimere non mai. Nervosamente commossa, tra l’ira e il dolore che non ha nome, si avvicinava al giudice malaugurato ripetendo: “È morto? E dà a me questa notizia? A me?….” E il giudice rispondeva: “Sì, a lei; non se ne dovrebbe meravigliare; perchè questo era il fine che doveva fare, e che faranno tutti i pazzi come egli era.”
“La signora si volgeva al vice-console di Napoli domandandogli se fosse vera la morte. E costui umanamente le rispondeva: “Ne sono dolente, signora, di compiere questo ingrato ufficio; ma egli è morto.”
“Le persone che erano presenti lodano come civile la condotta del vice-console napoletano, e danno la parte di esecutore spietato al giudice del Rattazzi. Fino gli uscieri erano visibilmente commossi; gli astanti versarono lagrime. – Rifrugarono le carte: ignorasi con qual diritto. La signora protestava che erano sue le robe tutte che trovavansi in casa, perchè pagato da lei sola il fitto dell’alloggio che dava al Pisacane. Le domandarono la scrittura di locazione, e il proprietario, che era presente, attestò che non s’era fatta scrittura, perché la signora D…. pagava il fitto a trimestri anticipati. Ciò non ostante il sequestro fu eseguito inesorabimente, e se il vice-console di Napoli non s’interponeva per lasciare alla signora la custodia della camera suggellata, il giudice nominava un custode a spese della medesima.”

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