Felice Venosta – Elena di Campireale, Abbadessa di Castro – Edizione Liber Liber

È una molto terribile storia
quella che adesso io racconto.
GUERRAZZI. Veronica Cybo. C. III.

I.

Forse nelle veglie, o in romito luogo, mentre la cadente sera ci invita a dolce tristezza, udiste già da caro labbro la storia che ci accingiamo a scrivere. Leggeteci tuttavolta, o voi che studiate dimenticare i dolori che travagliano questa misera terra colla pietà per gli altrui affanni; che dotati d’intelletto di gentili cose sapete compatire, perdonare.
La nostra storia è un nuovo fiore tolto alla città eterna, ove sempre viviamo coll’anima.
Nella medesima guisa che allettaci un’armonia udita e riudita, poichè in essa vi discopriamo sempre nuove bellezze; così è degli amori di una donna romana che si chiamava Elena. Assai sofferse la tapina: e le lagrime di lei vennero raccolte dalla memoria del popolo, trasmesse al vigile cronista, e rivestite di quelle forme che ai tempi d’allora si addicono: la sua storia fu quale noi la sentiamo in oggi nel cuore.
Correva l’anno 1542, quando Elena di Campireali veniva alla vita nella gentile Albano. Il padre suo era riputato il più ricco patrizio del paese; e come tale aveva sposata Vittoria Caraffa, la quale possedeva estesi poteri nel regno di Napoli.
Il signore di Campireali godeva fama di essere uomo assai onesto, e molto prodigo co’ poveri: ciò che gli procacciava ogni sorta di benedizioni, e l’amicizia de’ conventi.
E trovavasi per lo appunto un dì a quello di Monte-Cavi onde visitare un frate, che spesse fiate era stato sorpreso nella propria cella in estasi, sorretto da terra dagli Angeli come san Paolo, quando venne a sapere la più terribile delle cose. Il sant’uomo gli disse essere scritto ne’ cieli che la sua famiglia si spegnerebbe con esso lui, che soltanto due figliuoli avrebbe, che questi perirebbero di morte violenta.
Non sorridano i nostri leggitori, ché tutti i popoli s’ebbero ognora i loro profeti, ed ogni forte disastro fu sempre previsto. Non saprei darne la ragione, scrive Machiavelli, ma è testificato da tutta la storia antica e moderna, che non accade quasi mai grande sventura che non sia stata predetta.
Il signore di Campireali era un uomo di poco spirito; imbevuto delle massime di que’ tempi, credeva a quanto gli veniva detto, e molto se da ministri della chiesa. Epperò dopo la fatale predizione non trovò altro rimedio che d’andare ad abitare il suo palazzo di Albano. E così fece.
Colà si diede alla coltivazione delle ubertose sue terre, e cercò dimenticare quanto gli era stato pronosticato.
Non trascurò tuttavia l’educazione de’ proprj figli: Fabio, giovane altiero di sua schiatta, ed Elena, che fu un prodigio di bellezza(1), vennero allevati così finemente più che al loro rango si addicesse.
Dopo di essere stata per otto anni consecutivi, come educanda, nel convento della Visitazione in Castro(2), Elena ritornò al paterno focolare; ma prima di dipartirsi dalle sante sue institutrici, volle lasciare memoria di sè, ed offrì all’altare maggiore del tempio un calice, la cui ricchezza ed il cui lavoro peregrino attiravano l’ammirazione di tutti.
Appena giunta in Albano, le venne dal padre procurato un maestro, onde la mente di lei facesse tesoro di quelle scienze, che al convento non aveva potuto apparare. Per lo che il celebre poeta Cecchino, allora già assai innanzi negli anni, fu chiamato da Roma; ed egli ornò la mente della giovinetta coi più bei versi di Virgilio, di Dante, di Petrarca e di Ariosto. Sembra che Elena sapesse già di latino; imperocchè molte delle poesie che declamava erano scritte in quella lingua; e queste e le altre poesie con cui intratteneva le elette brigate, favellavano di un amore che ci parebbe assai ridicolo, se ci fosse dato vederlo in effetto nella seconda metà del decimonono secolo, che come ognuno sa la è quella del maggiore progresso. Quello era un amore appassionato che si pasceva de’ più grandi sacrificj, avvolto perciò nel mistero o minacciato dalle più spaventevoli disgrazie.
E tale un amore seppe Elena far nascere nel cuore di un certo Giulio Branciforte.
Elena non oltrepassava allora i diciassett’anni: grande della persona, augusta negli atti, aveva lineamenti e contorni di una grazia incantevole: due occhi neri, nerissimo il diffuso volume della chioma. Tutto in lei era aggentilito dal fiore, dal sorriso della prima età, tutto rallegrato da quell’aura di pace e di contento, da quel molle e misterioso profumo che esala da un’anima ignara delle tempeste della vita, non ben conscia per anco di sè stessa.
Giulio era un giovine che abitava una casa di misera apparenza edificata sul pendio d’un monte, a un miglio circa dal palazzo dei Campireali, fra gli avanzi dell’antica Alba, precisamente di contro al lago. Quell’abituro venne poscia demolito, e sui suoi ruderi sorse superbo il convento di Palazzuola.
Giulio sopportava colla più grande indifferenza la miseria, in cui allora si trovava; il volto di lui ardito ed aperto, aveva, senz’esser bello, un non so che di attraente che facilmente gli acquistava la simpatia di coloro che lo avvicinavano.
In quanto al suo coraggio la fama ne cantava le lodi; e moltissimi opinavano che, sotto gli ordini del principe Colonna e fra i suoi bravi, si fosse ei trovato più volte in rischiose imprese.
Ed era forse cotesta la ragione che, malgrado non avesse sortito dalla natura appariscenti forme, avesse potuto piagare il cuore di Elena.
Ovunque bene accetto, Giulio aveva avuto quasi sempre in spregio l’amore. Ma con Elena gli si aprì un’êra novella; imperocchè v’hanno nella vita dell’uomo quell’ore in cui siamo costretti a credere, e ad amare. Non è a dire se la gelosia ed il dispetto delle forosette, quando si accorsero che i pensieri di Giulio erano rivolti altrove, nuocessero alle precauzioni che ei prendeva per nascondere la passione. E vaglia il vero, quell’amore fra un giovine di ventidue anni e una fanciulla di diciassette, venne condotto contro ogni regola della prudenza.
Non erano per anche scorsi tre mesi, quando il signore di Campireali si accorse che Giulio asolava troppo di sovente sotto le finestre del palazzo, che esisteva verso la metà della strada che mette capo al lago.
Il signore di Campireali era uno di quegli uomini leali e franchi che non saprebbero fingere per tutto l’oro del mondo: per lo che appena le frequenti apparizioni di Giulio cominciarono a stancarlo, mandò per lui, e tale un discorso gli tenne:
– Non so capire come tu abbia l’arditezza di passare ad ogni istante sotto le finestre di questo palazzo, ed insolenti occhiate lanciare alla figliuola mia, vestito qual tu sei. Se non temessi che darti tre zecchini d’oro potesse spiacere a’ miei vicini, lo farei onde tu traessi a Roma a comperare un abito più decente per te. Almeno la mia e la vista di Elena non verrebbero offese dall’aspetto de’ tuoi cenci.
Il signore di Campireali esagerava: le vesti di Branciforte non cadevano punto a lembi. Erano fatte di grossolani panni egli è vero, ma erano sempre linde. Se c’era difetto, era che a chiare note mostravano come fossero da molto tempo uscite dalle mani del sartore.
Giulio ebbe l’animo sì profondamente ferito dalle parole del signore di Campireali che più non osò gironzare di giorno innanzi al suo palazzo.
Elena rimarcò tosto l’assenza del giovine, che, al dire degli amici, aveva abbandonate tutte le relazioni, per consacrarsi alla felicità che provava a contemplarla.
Era una notte di estate; una di quelle notti d’Italia così placide, così piene di stelle che infondono nell’animo una pace beata.
Soffulta al verone, Elena era assorta in fantastici sogni, mossi in lei dallo spettacolo di sì limpida sera. Un’ora passò d’estasi e di febbrile lirica: i suoi pensieri a mo’ di cavalli indomiti senza posa correvano; finchè a mano a mano discesa da quel rapimento, si trovò sul ciglio una lagrima, e sentì più che mai forte il bisogno di una fede e di un cuore ove adagiare l’anima sua.
Ad un tratto ella si riscosse: aveva scorto un oggetto, come un’ala silenziosa, passare rasente la finestra. Si distaccò spaventata sulle prime; ma guardando meglio, riconobbe essere soltanto un mazzo di fiori. Il cuore le battè con violenza; le sembrò che i fiori fossero infissi in una di quelle lunghissime canne di cui v’ha grande abbondanza nelle romane campagne.
Immobile, coll’occhio fisso, Elena sembrava agitata, perplessa. Ma il padre ed il fratello erano in casa; e pensò che il minimo rumore poteva essere seguito da un colpo d’archibugio diretto sul donatore, che il cuore le diceva non essere che Giulio: un senso di pietà tutta la commosse.
Ristette ancora un istante; però fattasi coraggio, prese con ambo le mani il mazzo di fiori e se lo portò alle labbra. Nel baciarlo e ribaciarlo si accorse che nascondeva un foglio. Tutta festosa corse sotto una lampada che innanzi ad una Vergine ardeva, e lesse.
– Imprudente, disse fra sè, poichè le prime linee l’ebbero fatta arrossire di gioia, se son veduta, che sarà di me, che sarà di lui!…
Trasse quindi alle proprie stanze ed accese una di quelle lucerne a tre luminelli, che tuttodì costumasi in Roma. Quel momento fu soavissimo per Giulio, il quale, tutto vergognoso di ciò che aveva fatto, s’era accoccolato sotto una delle immani querce che facevano corona al palazzo Campireali.
Nel foglio, Giulio le raccontava, colla più grande semplicità, quanto gli avesse detto il padre.
«Io sono povero, continuava egli, molto povero. Non posseggo che una casa, che un giardino, che voi forse avrete scôrto sotto le rovine dell’acquedotto d’Alba, e una vigna, che a malgrado di tutte le mie cure, dammi soltanto trenta scudi annui di rendita… Nondimeno io oso amarvi, e assai. Io v’amo con quell’ardore possente, con quella fiamma che compenetra l’ossa, invade ogni fibra e consuma la vita. Non so se tal sentimento sarammi fonte di gioje o di più amare trafitte; ma, da voi amato, dovessi anche perdere la vita sarò felice; imperocchè dipartendomi di quaggiù il pensiero del vostro amore mi infiorerà le spoglie di morte; la vostra immagine mi seguiterà ne’ secoli eterni. Oh, morire per voi sarebbe un dono sì grande che prostrato ai piedi de’ miei nemici li supplicherei colle lagrime più infuocate del cuore a concedermelo!… Innanzi vedervi io viveva una vita beata; e posso dire che toccando alla felicità sono divenuto infelice. Nessuno avrebbe allora osato dirmi parole oltraggianti: il mio pugnale avrebbe fatta pronta giustizia. Col coraggio e colle armi io mi riputava eguale a chiunque: nulla mancavami. Oggidì tutto è cangiato: conosco il timore. Se sentite, come spero, un senso di pietà per me, sciegliete un fiore e gettatemelo: io lo attendo; e lo attenderò ogni sera al tocco della mezzanotte sotto le finestre vostre.
Quella lettera venne letta e riletta. A poco a poco gli occhi di Elena si empirono di lagrime, considerava con tenerezza il magnifico mazzo di fiori che aveva dinanzi avvinti con fortissima seta. Si sforzò di strappare una viola, ma non ne venne a capo: fu colta da un rimorso. Fra le fanciulle romane sfogliare un fiore, mutilare in un modo qualunque un dono dato dall’amore, egli è come volere che tale amore si spegna. Corse al balcone; temeva che Giulio potesse perdere la pazienza. Ristette d’un tratto: il pensiero che potesse essere scôrta le rampollò nella mente. Il tempo frattanto fuggiva; l’idea che Giulio potesse credere che lei, come il padre, sentisse sprezzo per la povertà sua, vinse ogni battaglia. Vide sulla tavola un pellegrino lavoro di marmo, lo mise in una bianca pezzuola, ne fece un involto, un batuffoletto, e legatolo ben bene in giro con della cordellina lo gettò abbasso, per lo appunto là ove se ne stava raggomitolato il garzone e fecegli cenno ch’e’ avesse a dipartirsi. Giulio ubbedì; e la giovinetta udì perdersi di lontano il fruscio de’ suoi passi, come pure le parole d’amore, che col canto uscivangli dalle labbra.

II.

Il signore di Campireali venne avvertito, circa due settimane dai fatti narrati, che ogni sera, dopo che la campana del convento de’ cappuccini aveva suonata la mezza notte, si scorgeva rischiarata la stanza della figliuola sua, e cosa più strana, la finestra erane spalancata, e a questa lei tenevasi come se cercasse a deciferare negli astri ciò che il destino serbavale di fausto o d’infausto.
Il signore di Campireali non si diè per sorpreso; e, come se gli fosse stata narrata la cosa più semplice del mondo, ringraziò i suoi avvisatori con un fare il più benevolo che mai.
Ma la sera, poiché ognuno se n’era ito fra le coltri, egli ed il figlio, armati entrambi di archibugio, sguisciarono su d’una balconata che sottostava alla finestra di Elena, e attesero.
Mezzanotte suonò; e padre e figlio udirono rumore sotto gli alberi che erano rimpetto al loro palazzo; ma quello che li sorprese fu che alla finestra di Elena non compariva lume veruno.
Egli è che dal momento che amava, quella giovinetta, sì semplice, sì innocente, e che sembrava una bimba alla vivacità de’ suoi movimenti, aveva mutato carattere. Sapeva che la più lieve imprudenza avrebbe compromessa la vita dell’amante, e che se un signore del rango del padre avesse ucciso un uomo come Giulio Branciforte, sarebbe andato impunito, quando si fosse volontariamente recato su quel di Napoli sino a tanto che gli amici avessero rappattumato l’affare: e il tutto si sarebbe terminato coll’offerta d’una lampada d’argento e qualche rotolo di scudi alla Madonna allora di moda.
Le donne sono dotate d’un sentire più squisito del nostro; esse leggono con sorprendente facilità sul volto dell’uomo ciò che il cuore nasconde, ciò che medita; epperò da uno sguardo che Elena fissò sul viso del padre si accorse che una grande tempesta ferveva entro di lui; e che ella non era certamente straniera a quanto lo agitava. Quegli archibugi non più coperti di polvere, quel guatarla che faceva il padre, quando credeva non esser visto, le dimostravano chiaramente che dessa era la maggior cagione di ogni cosa. Tuttavolta, vedi potere di donna! Elena non si diè per sgomenta; e, durante il dì, fu di una allegrezza non mai la simile; entrava in ogni stanza, ne usciva, vi rientrava, sempre cantando, saltellando come vispa capinera; ad ogni tratto facevasi al balcone sperando scorgere l’amato giovine ed avvisarlo. Ma questi, colla memoria ancor fresca dell’insulto ricevuto, non osava prescindere, fosse stato per un istante, a quanto aveva progettato in cuor suo: egli era stato trattato troppo come roba di rubello da poter facilmente acquietare l’accasciato suo animo.
La mortale inquietezza che tutta invase la fanciulla, allorchè scorso il dì non ebbe più speranza di vedere Giulio, da nessuno fu sospettata, merce gli sforzi che questa impiegava a sembrare calma. Alle due di notte trasse alle proprio stanze, si asserragliò ben bene di dentro, si distese prona sul lastrico del verone, onde non esser veduta, e attese. Ogni tocco di campana che suonasse erano tanti dardi scagliati sul cuore della misera. Non si trattava più di rimproverare sè medesima pella rapidità colla quale aveva appreso ad amare Giulio, sebbene a cercare qualunque via si fosse ond’ei non avesse a supporre che lei lo avesse tradito. Vinse più in quel dì il garzone, che altri in sei mesi di costanza e di protestazioni.
– Perchè debbo mentire? diceva fra sè stessa. Non l’amo io con tutte le forze del cuore?
Vide il padre ed il fratello stare alle velette sul balcone che sottostava al suo; e, due minuti dopo che il campanile de’ cappuccini ebbe sonata la mezzanotte, udì le pedate dell’amante che sostava sotto la solita quercia. Le sembrò con piacere che nè il padre, nè il fratello se ne fossero accorti: faceva di bisogno l’ansia dell’amore per udire i leggieri passi di lui.
– Adesso, disse fra sè Elena, mi uccidino anche; ma è giuoco forza che essi non abbiano a sorprendere la lettera di stasera: persecuzioni senza fine principierebbero per Giulio.
Fece un segno di croce; e, con una mano soffolcendosi al davanzale, si sporse in fuori a metà vita. Non era peranco scorso un quarto di minuto, che il mazzo di fiori infisso, come al consueto, alla lunghissima canna, venne a colpirla sul braccio. Lo afferrò tosto, e stava per farselo proprio, quando la canna, per un moto troppo violento, battè contro il verone. Nel medesimo istante si udirono due colpi di archibugio.
Fabio non potendo scorgere fra l’oscurità l’oggetto che aveva destato l’allarme, pensò fosse una scala di corda colla quale Giulio discendesse a terra dalla camera della sorella, e mirò in alto; il domani ella trovò la palla conficcata accanto alla finestra della sua stanza. Il signore di Campireali invece avendo udito rumore nella via li mirò. Giulio alla sua volta accortosi di quanto accadeva sopra il suo capo si era messo in sicuro.
Fabio ricaricò rapidamente l’arma; e, per quanto il padre si opponesse, volò nel giardino, aprì colla massima precauzione un usciuolo segreto che dava verso la montagna, e, data una giravolta, andò ad asolare sotto al balcone. Elena, che temeva ognora pell’amante, intavolò ad alta voce tale un parlare:
– Quanti ladri avete uccisi? disse ella al fratello.
– Pensate forse ch’io abbia a credere alle vostre mentitrici parole, le rispose questi con mal piglio; preparatevi piuttosto a piangere, chè io sto per punire l’insolente che osa salire alla vostra finestra!
Pronunciate appena queste parole, Elena udì che alcuno picchiava all’uscio della sua camera. Si affrettò ad aprire.
– Non so come sia chiusa quella porta, disse vedendo la madre che si avanzava accigliata.
E questa a lei:
– Figliuola, con me non cale usare menzogne, tuo padre è assai adirato e potrebbe…. vieni a dormire nello stesso mio letto; e se hai una lettera, consegnamela pel tuo bene.
– In questo mazzo di fiori, le disse Elena, una lettera è nascosta.
Erano madre e figlia appena sotto le coltri, quando il signore di Campireali entrò nella camera della moglie: riveniva dall’oratorio ove tutto aveva messo sossopra. Ciò che colpì la fanciulla, era che il padre, scialbo come la morte, agiva con lentezza e come colui che abbia presa una fiera risoluzione.
– È finita per me! sclamò seco stessa la poverina
– Godiamo quando ci nascono figliuoli, disse il signore di Campireali, passando accanto al letto della moglie per recarsi nella camera di Elena, e affettando il più perfetto sangue freddo; ma dovremmo spargere lagrime di sangue quando questi sono femmine! Imperocchè esse d’un tratto tolgono l’onore al più rigido osservatore dell’etichetta, colla loro testa balzana.
In così parlare mosse per la stanza della figlia.
– Sono perduta, disse Elena alla madre, sono perduta; le lettere si trovano sotto il piedestallo del crocifisso.
La madre, senza porre tempo in mezzo, balzò a terra, e corse appresso al marito. Questi stava per imboccar l’uscio, quando si sentì assalito da una salva d’invettive. Il signore di Campireali non era un seguace di Giobbe; e, alle parole dalla moglie, montò in una tal furia, che entrato nella stanza di Elena mise tutto a soqquadro; ma la moglie potè fugare le lettere, ed era quanto bramava.
Soltanto un’ora dopo, e quando il signore di Campireali si poteva supporre veramente addormentato nella sua camera, che era posta vicino a quella della consorte, Elena osò interrogare la madre.
– Le lettere? le disse.
– Le son quì; io non voglio leggerle; pensa solo a qual rischio corresti! se io fossi in te, le darei alle fiamme. Va; addio…
Elena andò nella sua stanza; e sciolse in lagrime amarissime. Le sembrava che dopo le parole della madre più non potesse amare Giulio; e già si ammanniva a bruciar le lettere; se non che pensò non esser poi male rileggerle per una sol volta. E tanto e sì ben le lesse che il sole aveva già indorate le creste dei monti, quando si determinò a seguire il salutare consiglio.

III

Il domani, giorno di domenica, appena le campanelle della parochia annunziarono la consueta messa del curato, Elena mosse colla madre per la chiesa.
La prima persona che ivi scorse fu Giulio Branciforte. Con uno sguardo si accertò ch’egli non era punto ferito. La felicità che provò in quell’istante fu immensa: gli avvenimenti della notte le erano le mille miglia distanti dal pensiero. Aveva fin dal mattino preparati cinque o sei biglietti scritti su frammenti di carta macchiata con terra stemperata in acqua, e tali da potersi credere trovati sul lastrico d’una chiesa: tutti que’ biglietti contenevano gli stessi avvertimenti:
«Hanno ogni cosa scoperta; ma non il nome dell’autore. Che ei più non compaja nella via; altre persone si recheranno costì di sovente»
Elena lasciò cadere uno di que’ biglietti: uno sguardo avvertì Giulio, il quale lo raccattò, ed uscì dal tempio.
Rientrando in casa, la giovinetta rinvenne sulla scala un pezzo di carta, che fissò l’attenzion di lei, per la esatta rassomiglianza con quello che poco innanzi aveva gettato a Giulio. Lo prese senza che la madre se ne addasse, e lesse:
«Fra tre giorni tornerà da Roma, ove è forzato andare. A sedici ore si troverà sulla piazza del mercato».
Quella partenza per la capitale parve strana alla fanciulla. Teme egli forse l’archibugio di mio fratello? andava ripetendo con dolore, o là trae, onde ordire a suo svantaggio!…
Egli è che per l’amante una volontaria assenza è un gran martoro. In vece di protrarre il tempo in una soave melanconia, e di pensare alle ragioni che si hanno d’amare il preferito garzone, la vita è agitata da crudeli dubbiezze.
E non è dire quindi come scorressero que’ giorni per la misera, combattuta tra la speranza d’esser ancora amata e il timore di non esserla.
Ma i suoi timori si cangiarono in immensa gioja, quando al terzo dì scorse Giulio, che, vestito di nuove assise, si aggirava fra la ressa che spesseggiava innanzi al palazzo Campireali.
Nè fare di manco si poteva di scorgerlo. Quella nobiltà del suo incesso e quelle ricche vestimenta che aveva in dosso, quella cert’aria di festa e nello stesso tempo di bravería, comune allora anche agli uomini più quieti, che gli si leggeva sul volto, non avevano mai brillato con più vantaggio. E non è cosa da raccontare quante congetture brulicassero ne’ cervelli de’ terrieri e si annunziassero tronche e misteriose ne’ loro discorsi a quel cangiamento di Giulio sì negli abiti che negli atti.
Giulio non fece che darsi spasso in tutto il giorno: sperava di poter vedere Elena davvicino, farle un segno, che so io; invano. Ella non uscì di casa; imperocchè se gli occhi di lei avevano, fra la folla, conosciuto il garzone, c’erano due altri occhi che pur l’avevano conosciuto.
Giulio aveva più che mai bisogno di bearsi nella vista di Elena. Egli era in quel dì, a malgrado dell’aria riottosa che si dava, quasi in uggia a sè stesso; temeva di trovarsi tutto solo nella propria casa; aveva duopo di distrarre la mente.
La causa era questa. Un vecchio soldato, per nome Ranuzio, dopo d’aver fatte col padre di Giulio dieci campagne, sotto gli ordini di diversi condottieri, l’ultimo de’ quali Marco Sciarra, lo aveva seguíto in Albano, allorchè venne forzato, dalle riportate ferite, ad abbandonare il servizio militare. Il capitano Branciforte aveva sufficienti ragioni per non andare ad abitare Roma; ei non voleva trovarsi a contatto con coloro cui aveva ucciso o il padre, o il fratello, o il figlio. Aveva bisogno d’un luogo all’aperto, dal quale potesse scorgere i suoi visitatori di lontano. E la casa, che, fra i ruderi dell’antica Alba, aveva comperata, s’affaceva in tutto alle sue idee. Il capitano Branciforte non pensava punto pe’ futuri bisogni del figlio. Allorchè s’allontanò dall’armi era su i cinquant’anni soltanto; ma pensò, che coperto qual era di ferite, non avrebbe campato che per oltre dieci anni; per lo che spese ogni anno il decimo di quanto aveva racimolato ne’ saccheggi delle città e de’ villaggi ai quali aveva avuto l’onore di assistere.
Dopo otto anni il capitano morì, e a Giulio non rimase di retaggio che la casa, l’attiguo giardino e la vigna di cui egli parlava nella lettera che aveva mandata ad Elena. Gli rimaneva ben poca cosa al mondo; però acquistava in Ranuzio un secondo padre. Ma stanco alfin questi d’una vita oziosa, riprese il servizio nella truppa del principe Colonna, e Branciforte si trovò tutto solo, appunto allora che aveva duopo d’un amico, d’un sostegno.
Un giorno Ranuzio venne a trovare il suo figlio, come e’ diceva, e gli tenne questo parlare:
– Giulio, tu se’ coraggioso, tu porti il nome di tuo padre, e puoi divenire un bravo avventuriere, e far la tua fortuna invece di morir dall’inedia in questo tuo tugurio.
Giulio pensò a quelle parole; s’abbandonò a’ consigli di Ranuzio, e si trovò a più fatti d’arme, specialmente a quello della fortezza di Rôcca Petrella(3) quando il principe Colonna, di quella signore, dovette sostenere un forte attacco. Ma dal momento che amò Elena, gli tornò in odio tutto ciò che era carnificina e saccheggio: un gran mutamento era avvenuto in lui.
Giulio, che aveva fondate le sue speranze nell’osteggiare, come su d’una risorsa sicura pel tempo in cui avrebbe speso il prezzo degli oggetti d’oro che aveva trovati nella cassa di ferro del padre, non avrebbe più osato, dall’istante che amava, indossare la divisa di soldato d’avventura, neppure in sogno. Ei temeva disgradarsi vieppiù agli occhi del signore di Campireali.
Quando poi questi gli diresse quelle pungenti parole sul suo abbigliamento, stette per più giorni immerso nel più profondo dolore. I più strani progetti gli rampollarono per la mente, però a nessuno si appigliava. Uccidere il vecchio era male, lasciarlo vivere ancora male. Rapire Elena, gli sembrava la migliore delle cose; ma in qual città condurla? Come vivere?…
Risolse infine di consultare Ranuzio, il vero amico che avesse quaggiù, anzichè protrarre il tempo a limarsi il cervello. Ma lo comprenderebbe egli mai? Ecco quanto ancora rattristava il misero.
Giulio cercò invano Ranuzio in tutta la macchia della Fagiola; gli fu giuoco forza andare oltre Velletri, ove l’amico comandava un’imboscata: vi attendeva Ruiz d’Avalos, generale spagnuolo, il quale si recava, con numerosa scorta, a Roma, senza punto rammentarsi che alcun tempo prima aveva parlato male assai de’ soldati del Colonna.
Appena Ranuzio ebbe udito la narrazione di Giulio, così prese a dire:
– Descrivimi, figlio, con esattezza la persona di questo signore di Campireali, onde non abbia a prenderlo in fallo. Terminato l’affare che qui ci ritiene, andrai a Roma, e avrai cura di farti vedere in tutti i pubblici convegni ad ogni ora del giorno, affinchè di ciò che accadrà non nasca il sospetto su te.
Non fu facile a Giulio di calmare la collera dell’antico compagno d’armi del padre.
– Credi tu forse ch’io abbia bisogno della tua spada? gli diss’egli alfine incollerito. Non ho d’uopo che d’un savio consiglio!…
Ranuzio aveva per intercalare in tutti i suoi discorsi:
– Tu sei giovane, non sei ferito, e l’insulto fu pubblico: ed un uomo disonorato è disprezzato anche dalle donne.
Giulio, stanco della strana logica di Ranuzio, gli rispose che desiderava riflettere ancora sull’avvenuto; e, malgrado le istanze di lui, che a tutta forza voleva che il suo figlio prendesse parte all’attacco della scorta del generale spagnuolo, mosse soletto pel proprio abituro.
E fu appunto lì che il giorno prima che il signore di Campireali gli mirasse l’archibugiata, ricevette Ranuzio e un suo caporale, che eran di ritorno dalla spedizione di Velletri. Ranuzio volle, a tutto costo, vedere la cassa di ferro ove il vecchio capitano teneva rinchiuso il suo denaro. Ranuzio rimase estatico: nella cassa non c’erano che due scudi. Fissò un istante silenzioso, colle mani conserte al seno il suo Giulio e:
– Ti consiglio a farti frate, gli disse con una serietà tutta canzonatoria; tu hai tutte le disposizioni immaginabili per ciò: amore per la virtù e la povertà; la prova l’abbiamo nel tuo rifiuto ad accettare d’esser de’ nostri nell’affare di Velletri, ove potevi guadagnare non pochi dobbloni d’oro fino di Spagna, i quali, certamente, non ti avrebbero recato impaccio, senza poi contare l’onore; umiltà somma; quel villan rifatto ti vilipende pubblicamente, e tu ti tieni le mani a cintola com’e’ t’avesse insignito di qualche titolone; non ti manca che l’ingordigia e l’ipocrisia. In così dire trasse dalla borsa più monete d’oro, e le gettò nella cassa.
– Ti do parola, proseguì sul tono istesso, che, se fra un mese il signore di Campireali non è ancor sotterra con tutti gli onori dovuti alla sua nobiltà e alla ricchezza sua, il caporale Anselmi, che or ti sta dinanzi, verrà con trenta uomini, e appiccherà il fuoco a questa tua catapecchia: non sarà mai detto che il figlio del capitano Branciforte si mostrò vile col pretesto dell’amore.
Quando il signore di Campireali e il figlio tirarono le due archibugiate, Ranuzio e il caporale s’erano appostati sotto la balconata; Giulio poi dovette a tutt’uomo instare ond’essi non avessero ad uccidere Fabio, lorchè fece la sortita nel giardino, o a farlo prigione.
La domani di quest’avventura Ranuzio prese la via della macchia, e Giulio quella di Roma. La gioja ch’ei provò nel comperare, colle monete che avevagli date Ranuzio, quelle belle vesti che aveva in dosso, era contrastata dall’idea, straordinaria assai pel secolo in cui viveva, che Elena non lo conosceva ancora, come lo avrebbe dovuto. Ogni altro uomo dell’età sua e del suo tempo non avrebbe pensato che a godere dell’amor suo col rapire la fanciulla, senza darsi cura cosa diverrebbe sei mesi dopo, e quale opinione lei ne serberebbe in cuore.
Il dopo pranzo del giorno che ritornò in Albano seppe, per mezzo di un suo amico per nome Scotti, che Fabio era uscito dalla città a cavallo, per recarsi, in tutta fretta, tre leghe distante in una sua terra. Quindi vide il signore di Campireali prendere la via del lago accompagnato da due frati cappuccini. Dieci minuti dopo una vecchia s’internava con ardimento nel palazzo Campireali col pretesto di vendere frutte. La prima persona che le si fe’ viva fu una certa Marietta, cameriera intima di Elena: la vecchia le diede un bel mazzo di fiori da consegnare alla signorina.
Elena divenne rossa come una ciliegia ricevendolo; e, nell’esaminarlo, scoprì che nascondeva una missiva. Giulio le raccontava tutto quello che aveva fatto dalla notte fatale in cui poco mancò non perdesse la vita; ma le tacque come fosse figliuolo d’un celebre capitano, e come esso stesso avesse date non dubbie prove di valore. Terminava la lettera con queste parole:
«Ignoro se gli abiti che apportai da Roma possono aver cancellato dalla vostra mente la crudele ingiuria che una persona da voi rispettata m’indirizzò, perchè le mie vesti non erano orrevoli; avrei potuto vendicarmi, lo avrei dovuto, l’onore me lo comandava, ma me ne astenni pensando che la mia vendetta avrebbe costato lagrime amarissime ai vostri occhi. Ciò è una prova che si può esser poveri ed avere nobili sentimenti».
Tre giorni dopo Giulio entrava nel giardino attinente al palazzo Campireali, e si gettava ai piedi di Elena. Più minuti scorsero que’ due giovani in un perfetto silenzio. Tutt’e due erano invasi da quel tremito dilettoso che si prova, lorchè per la prima volta ci troviamo innanzi alla persona che amiamo.
Giulio, ginocchioni stringeva con adorazione quella soave beltà che sorridevagli così come non si sorride costaggiù.
– Elena, sclamò alfine il garzone riscuotendosi, Elena, ho una confessione a farvi e che non dovrei farvi. Forse, proseguì con voce quasi spenta, vedrò dileguarsi quel filo di speranza che mi unisce alla vita; ma tant’è, duopo è che lo faccia. Elena, voi mi credete povero; or bene: povero e figlio d’un brigante io sono.
Elena a quelle parole voleva fuggire, pensando alla propria famiglia; se non che il pensiero che Giulio potesse credere fosse pur da lei disprezzato per quella confessione, le fece nascere un altro sentimento. Si chinò verso il giovine che stavasene tutt’ora in ginocchio; si appoggiò a lui, e non istette guari a cadergli fra le braccia priva di sensi.
Nel sedicesimo secolo amavasi l’esattezza nelle storie d’amore. Lo spirito non giudicava quelle storie, l’imaginazione le sentiva, e la passione del lettore si identificava con quella dell’eroe. Le carte che consultiamo danno uno stretto conto di tutti i colloqui che seguirono questo. Il pericolo toglieva ad Elena il rimorso: sovente i pericoli furono estremi; ma non fecero che viemmaggiormente infiammare que’ due poveri cuori, che, ad ogni sensazione che venisse dall’amore, si sentivano beati assai.

Più d’una fiata il signore di Campireali e Fabio furono sul punto di sorprenderli; e la loro rabbia si accresceva, poichè tenevano per fermo che i due amanti li bravassero: la voce pubblica apprendeva loro che Giulio amava, riamato, Elena, e mai potevano coglierli insieme. Fabio, giovane impetuoso alquanto e non meno altero di sua nascita, proponeva al genitore si dovesse uccidere Giulio.
– Finchè sarà a questo mondo, gli diceva egli, Elena correrà i più grandi pericoli. Forse un giorno avremo a macchiare le nostre mani del sangue di quell’ostinata; ell’è giunta a tale stato che più non nega il suo amore; lo vedeste, o padre, come rispose alle vostre interrogazioni: con un tetro silenzio! Or bene, quel silenzio sia la sentenza di morte di Giulio.
– Pensa, figliuol caro, gli rispondeva il genitore, chi fosse il padre di Giulio. Ci sarebbe facilissimo d’andare a Roma per un dato tempo, e torci di fra’ piedi, frattanto, colui. Ma chi ci assicura che suo padre non abbia, mercè la sua liberalità, ancora di molti amici nelle compagnie del duca di Monte-Mariano e del principe Colonna?… Io son d’avviso di condurre l’affare con assai prudenza… dobbiamo ventilarlo lungamente.
Tali parlari, sovente ripetuti, giungevano agli orecchi di Vittoria Caraffa sbiaditi e confusi, ma sempre tetri e cruenti. Il suo povero cuore di madre prevedeva quanto funesto sarebbe stato per la diletta sua Elena l’amore che ella sentiva per Giulio.
Dopo non brevi contestazioni il signore di Campireali decise: che non conveniva più abitare Albano, stante le ciarle che circolavano sul conto di Elena; che, non potendosi far freddare Giulio, la cui insolenza, dal momento che aveva ricchi abiti, era venuta più manifesta, osando di pien meriggio o in pubblico convegno interrogare i signori di Campireali, sarebbe savio consiglio andare a Roma; che di nuovo Elena verrebbe rinchiusa nel convento della Visitazione a Castro, ove rimarrebbe sino a tanto che le si fosse trovato un conveniente partito.
Elena non aveva ancora osato confessare l’amor suo alla madre: madre e figlia s’amavano con tenerezza, protraevano il tempo insieme, eppure, mai una parola che desse appicco di parlare su quell’amore venne pronunciata.
Soltanto, se ben si rammenta il lettore, in una certa notte si scambiarono tronchi parlari, sommesse voci fra loro: e, d’allora in poi, più nulla.
L’una temeva d’interrogare, l’altra di confidare il segreto; quantunque tutte e due si convincessero, che quell’amore non era punto un mistero.
Vittoria aveva taciuto colla figlia; aveva fatto bene? Ed Elena aveva fatto bene a tacer colla madre? Secondo i doveri d’ambedue, no; ma quel caso non poteva riguardarsi come un’eccezione? E ci sono delle eccezioni ai doveri dell’uomo?… Questioni importanti, ma che il lettore risolverà da sè, se n’ha talento.
Noi non cerchiamo che fatti da raccontare, e raccontiamo.
Il punto quasi unico de’ loro pensieri si fece palese, allorchè donna Vittoria disse ad Elena che il padre aveva deciso recarsi a Roma con tutta la famiglia, e mandare lei, per qualche anno, al convento di Castro.
Un tale dire sarebbe a riputarsi biasimevole assai, se non si pensasse quanto grande fosse l’affetto che donna Vittoria sentiva per la figliuola. Questa non poteva darsi pace; e, pazza d’amore, scrisse a Giulio che era decisa d’uscire di casa a mezza notte, d’andare seco lui nella sua dimora, protrarvi la notte: e additava il travestimento che avrebbero indossato.
Fa di mestieri osservare ch’ella doveva credersi ben salda nella virtù per osare cotanto!…
Allo scocco di mezza notte, due persone, che portavano l’abito di s. Francesco, sguisciavano, leste leste, silenziose, tutte incamuffate, dalla porticina segreta del giardino del signore di Campireali, e, dopo aver guardato in giro, prendevano la via d’Alba.
Giunte ad uno stretto sentiero, che rasentava il muro del convento de’ cappuccini, ecco farsi loro incontro il signore di Campireali e il figlio Fabio, i quali, preceduti da un paggio portante torcia accesa e seguíti da quattro bravi armati fino ai denti, se ne tornavano da Castel Gandolfo(4). I Campireali fecero ala onde lasciar passare i due supposti cappuccini.
A que’ tempi erano questi avvezzi a tutto. Andando per via, potevano egualmente abbattersi in un titolato che loro baciasse con riverenza la punta del cordone, oppure in una frotta di monelli che, fingendo d’esser fra loro a baruffa, inzaccherassero loro la barba di fango. Non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione di umiltà, s’esponevano più da vicino alla venerazione e al velipendio, cose che partono dal diverso umore, e dal diverso pensare degli uomini.
Ma i nostri due frati non avevano quell’aria di umiltà che caratterizza i figli di san Francesco; il loro incedere era incerto, la testa tenevan alta, non si curando quasi di accennare col capo essere grati alla deferenza loro usata.
Mettiamoci nei panni di Giulio e di Elena, identifichiamoci a quanto potessero, in quel momento, sentire entro di sè; e giudichiamo poscia se pensassero a bravare il pericolo in cui si trovavano.
E vaglia il vero: sarebbe stato assai meglio per Elena che fosse allora riconosciuta!… Forse un colpo di pistola l’avrebbe uccisa: ma il supplicio avrebbe durato soltanto un lampo. Il dito di Dio aveva scritto altrimenti (superis aliter visum)!…
Fabio, vedendo come il più vecchio de’ due frati non salutava nè lui, nè il padre, s’avvicinò, gridando:
– Questo diavolo d’un frate m’ha un’aria da riottoso, e’ non si degna neppure di salutarci! Lo sa Iddio cosa va a fare a quest’ora indebita fuor del convento! Son quasi d’avviso di alzargli il cappuccio per vedere il colore della sua faccia.
Giulio, a quelle parole, cavò di sotto la cocolla una daga, e ritto si piantò fra Elena ed il suo interlocutore.
Una lotta stava per succedere; ma strano a dire, la collera di que’ due giovani si calmò d’un tratto: era così ordinato dagli eventi: essi dovevano darsi in altro modo la morte.

IV.

Gli Orsini, eterni nemici de’ Colonna, e potentissimi in Roma, avevano indotto il tribunale di giustizia a condannare a morte un ricco coltivatore, chiamato Baldassare Bandini nativo di Rôcca Petrella, vassallo quindi de’ Colonna. Andremmo troppo per le lunghe se ci accingessimo a narrare per filo e per segno le diverse colpe che si accollavano al Bandini. Ci limiteremo a dire, che nel 1559, epoca in cui i maggiori delitti andavano impuniti, erano colpe ben lievi.
Bandini era stato rinchiuso in un castello appartenente agli Orsini; ma, era deciso che due giorni prima che spirasse il tempo in cui doveva essere tradotto al supplicio venisse trasferito a Roma nelle carceri di Tordinona(5).
La moglie di Baldassare, lorchè vide ogni speranza svanita, presentossi a don Fabrizio Colonna, che trovavasi appunto a Rôcca Petrella, gli si gettò ginocchioni avanti, e:
– Lascerà lei morire un suo fedele servo? sclamò tutta in lagrime.
Colonna rispose:
– Io non mi allontanerò mai dal rispetto che devo alle decisioni dei tribunali del Papa mio signore?
Nondimeno i suoi soldati ricevettero istruzioni; e i suoi partigiani l’ordine di tenersi pronti a partire.
Il luogo del convegno venne fissato nelle vicinanze di Valmontone; imperocchè era in questa città che que’ degli Orsini e la sbirraglia del Papa avevano condotto Bandini. Fra i più caldi favoreggiatori degli Orsini contavansi il signore di Campireali e Fabio; e fra quelli de’ Colonna Ranuzio e Giulio Branciforte.
Nelle circostanze in cui non conveniva ai Colonna di agire a viso scoperto, ricorrevano ad una assai semplice precauzione. La maggior parte de’ ricchi villani della campagna romana facevano parte, come tuttodì costumano, di alcune confraternite, le quali comparivano sempre in pubblico vestite di certe cappe, varie di forme e di colori, a seconda del santo che avevano a protettore. E per lo appunto i Colonna ordinavano ai loro partigiani d’indossare la cappa quando non volevano far di pubblica ragione qualche loro intrapresa.
Dopo lunghi preparativi la translazione di Baldassare venne fissata per una domenica. E in quel giorno, d’ordine del governatore di Valmontone, avevano, fin dal mattino, incominciato le campane a suonare il rintocco; ed era stato un continuo viavai di persone d’ogni ceto e d’ogni età, le quali, armate di tutto punto, mostravano cogli atti e colla voce che non si muovevano invano.
Fabrizio Colonna percorreva la foresta della Fagiola accompagnato da coloro, fra i partigiani suoi, che fama avevano d’invitti. Passò in rivista le diverse divisioni di villani; ma non proferì neppure una parola.
Fabrizio era grande, magro, bruno; e quantunque fosse soltanto sui quarantacinque anni, aveva i capelli e la barba bianchissimi, rugosa la fronte: a prima vista, gli si sarebbe dato più di sessant’anni; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de’ lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d’animo, che sarebbe stata straordinaria in un vecchio pur vegeto e rubizzo, non che in un giovine.
A mano a mano che i terrazzani vedevano il principe, gridavano: Viva don Fabrizio Colonna, e abbassavano le loro buffe sul viso; anche il principe era incappato per non darsi a conoscere dall’inimico. Questo non si fece attendere: sorgeva appena il sole, quando un migliajo d’uomini circa, venendo da Valmontone, s’internavano nella foresta, e la traversavano a trecento passi di distanza dagli armati di Colonna. Allora questi metteva in movimento i suoi colla più grande precauzione: e’ aveva deciso di attaccare la scorta di Bandini un quarto d’ora dopo che fosso entrata nella macchia.
Quando don Fabrizio credette esser giunto il momento propizio, fece un segno; e molti soldati s’appostarono dietro alcune piante, altri s’occuparono ad asserragliare ogni via. Il capitano Ranuzio seguiva, con cinquecent’uomini, l’avanguardia Orsina: aveva ordine però di non caricare se non quando avrebbe udite le prime archibugiate, che sarebbero partite dal grosso della truppa.
Fabrizio Colonna infine mosse la propria divisione, che composta era di cavalleria e nella quale vedevasi Giulio Branciforte; prese a dritta, e non senza grandi ostacoli, andò a postarsi in una vasta sodaglia alquanto lontano dalla via maestra.
Non era quasi peranco eseguita questa manovra che si vide avanzarsi di lontano una truppa numerosa d’uomini a piedi e a cavallo: erano gli sbirri ed il bargello che scortavano Bandini, non che tutti quelli della fazione Orsina. Era questa composta d’uno sciame di fanti e cavalieri vestiti in cento foggie; gente raccogliticcia che l’Orsini aveva messo insieme in fretta e in furia, avendo mandato un bando a tutte le terre, a tutti i castelli da lui posseduti, perchè gli venissero forniti gli uomini d’arme ch’erano obbligati a prestare al signore a termine delle feudali investiture.
Nel mezzo stava Baldassare circondato da quattro carnefici con abiti rossi, i quali avevano ordine di dar morte al paziente, tosto che i Colonna fossero sul punto di liberarlo.
Le archibugiate non si fecero aspettare lungamente; e Fabrizio mise subito al galoppo i suoi.
Onde non attristare il lettore con racconti di barbari omicidj, noi non narreremo punto, ne’ suoi minuti particolari, quel fatto: ognun sa quanto efferate fossero fra di loro le fazioni di que’ tempi. Ci limiteremo a dire che fu l’affare d’un’ora circa, che gli Orsini ebbero la peggio; e che fra i numerosi morti che vi furono d’ambo le parti contavasi il capitano Ranuzio.
Giulio, menando a dritta e a rovescio senza tregua, a due mani, una pesante durlindana, s’era a poco a poco avvicinato agli uomini vestiti di rosso, quando si vide in faccia Fabio di Campireali, che montato su poderoso destriere e vestito d’un giacco ricchissimo, gridava:
– Ora sapremo chi son cotesti incamuffati. E nel tempo stesso, percosse Giulio d’una sciabolata orizzontale sulla fronte. Il colpo era stato misurato con tanta destrezza, che la tela che copriva il viso del giovine cadde nel medesimo istante che e’ sentì mancarsi la vista pel sangue che colava da una ferita lieve in vero, ma che pur non tralasciava allora di essergli d’impiccio.
Giulio fece indietreggiare il cavallo onde prender fiato ed asciugarsi; e’ non voleva punto battersi col fratello d’Elena; ma questi lo incalzò, gridando:
– Ti conosco, animale!… È in questo modo che guadagni il danaro per vivere, non gli è vero?… Te la darò io!
E stava per vibrargli un furioso colpo; senonchè Giulio, punto al vivo, dimenticò la prima risoluzione, e:
– In mal momento giungesti, gli gridò sfavillando ira dagli occhi.
Que’ due giovani si azzuffarono con una rabbia difficile a descriversi; ora sembrava che fosse finita per l’uno, ora per l’altro, tanto i colpi piovevano spessi e micidiali d’ambo le parti: Giulio però ebbe la maggioranza.
Il ricco giacco che indossava Fabio aveva un difetto, quello cioè che non copriva bene il collo di chi lo portava. Giulio se ne accorse, e, d’un tratto, infilzò nella gola dell’antagonista, la propria spada, gridando:
– Muojano così gl’insolenti tuoi pari!
Indi precipitoso mosse verso i quattro carnefici. Mentre s’avvicinava, il terzo di questi cadeva trafitto; e il superstite, vedendosi minacciato dalla spada di Giulio, scaricava una pistola sull’infelice Bandini, che cadeva boccone nel proprio sangue.
– Ora, o signori, non ci resta più nulla a fare costì! sclamò Branciforte. Incalziamo i fuggiaschi!
Ognuno gli tenne dietro.
Mezz’ora dopo Giulio si presentava per la prima volta innanzi a don Fabrizio Colonna. Egli sperava trovarlo pieno di gioja per la vittoria ottenuta con soli mille e cinquecento soldati, su tre mila; ma s’ingannò: il principe era dispiacentissimo per la morte del capitano Ranuzio.
– Perdemmo il nostro coraggioso amico! sclamò Colonna indirizzandosi a Giulio; toccai testè il suo corpo, era già diaccio. E il povero Bandini? mortalmente ferito. Insomma abbiamo perduta la giornata?… Voltandosi a coloro che lo circondavano, soggiunse: Ricordatevi d’appendere ai rami degli alberi tutti i prigionieri che abbiam fatto!
E mosse, in così dire, difilato pel luogo ove era avvenuto il combattimento. Giulio, che comandava in secondo la compagnia di Ranuzio, seguì il principe, il quale, giunto presso il cadavere del capitano, scese da cavallo per stringere anco una fiata la mano all’amico. Giulio Branciforte l’imitò, e pianse.
– Tu sei giovine, disse il principe a Giulio; però ti veggo coperto di sangue, e mostri divenire esperto non che intrepido. Tu solo avrai quindi il comando della compagnia di Ranuzio; e, in pari tempo, avrai cura della sua salma.
Mentre Giulio muoveva per Rôcca Petrella, onde inumare, nella chiesa del principe, il corpo del secondo suo padre, un soldato osò dire che egli era un imberbe e non atto a comandare vecchi soldati già indurati alle armi.
– Ricordatevi che io sono figliuolo di Branciforte, e che gli uomini non si devono giudicare dalla barba, sclamò Giulio volgendosi verso colui che aveva parlato; e, in men che non si dice, lo distese morto a terra.
– Ciò vi serva d’esempio, soggiunse con voce vibrante indirizzandosi agli altri, onde più non vi salti il destro d’insultarmi.
Nessuno più osò muoversi non che fiatare; imperocchè, nulla v’ha di più efficace in circostanze tali che il mostrarsi dotati di coraggio e di fermezza.
Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de’ guai che Giulio portava con sè, il suo occhio era ogni momento rattristrato dalla vista delle persone che venivano appiccate agli alberi lungo la strada; quello spettacolo, unito al dolore che provava per la morte di Ranuzio lo rendevano assai malinconico: una sola speranza gli rimaneva, quella cioè che Elena non avrebbe saputo il nome del vincitore di Fabio.

V.

Soltanto dopo tre giorni dai fatti raccontati, Giulio osò entrare in Albano; alle interrogazioni che gli amici gli volgevano, rispondeva: che côlto da violentissima febbre in Roma, aveva dovuto starsene per una settimana in letto.
Però ovunque movesse il passo, ognuno s’affrettava a trattarlo con tutti quei riguardi che si usano con persone temute, o d’un certo rango: ci furon anche di coloro che ebbero l’imprudenza di chiamarlo: Signor Capitano; e Giulio tutto ingolfato ne’ suoi pensieri, o non se ne accorse, o non ne fece caso.
Più volte era passato innanzi al palazzo Campireali, e sempre lo aveva trovato chiuso; e siccome il nuovo capitano era assai timido quando si trattava di muovere certe domande, soltanto dopo il mezzogiorno si decise di recarsi dal vecchio Scotti. Questi stavasene assiso sulla porta del suo abituro sgranocchiando un pane, quando Giulio gli disse:
– Ove se ne sono andati i Campireali? il loro palazzo è chiuso.
– Signor Giulio, gli rispose Scotti, quello è un nome che dovete dimenticare. Gli amici vostri sono più che convinti che fu desso che vi cercò: e ovunque lo diranno; ma… ma egli era poi un non lieve ostacolo al vostro matrimonio; e capite…
Il vecchio tacque vedendo che Giulio piangeva come un ragazzo.
– Credetemi, Scotti, mormorò il giovine, io non lo cercava. E si fece a narrargli quanto era avvenuto al fatale combattimento dei Ciampi (così chiamavasi nel paese quel fatto).
– Scorgo dalle vostre lagrime, disse il vecchio, che la vostra condotta fu leale; tuttavia la morte di Fabio non è men funesta per voi. Fa di bisogno che Elena confessi alla madre che voi due siete sposi già da tempo.
Giulio punto rispose; e il vecchio attribuì quel silenzio ad una lodevole discrezione. Egli era che, assorto in una profonda meditazione, Giulio chiedeva a sè stesso se Elena, irritata per la morte del fratello, potesse credere a quanto le direbbe. Poscia, dietro inchiesta, Scotti gli narrò che appena in Albano si seppe la morte di Fabio, il vecchio Campireali, sostenuto da’ suoi servi, si recò al convento de’ cappuccini; e che quasi súbito, tre di que’ padri. seguiti da buon numero di fanti, presero la via del villaggio de’ Ciampi.
– Non s è mai saputo, diceva Scotti, perchè il vecchio Campireali non abbia seguito la scorta, però, appena il cadavere venne trasportato in Albano, circondato da una quantità di ceri, lo si vide piangere a dirotto, e a chinarsi prono sul figlio; e si udì che lo chiamava come se fosse stato addormentato. Si dice poi, soggiunse come colui che tema di farsi udire, che…
– E che cosa si dice? sclamò Giulio.
– Che appena lo stuolo che accompagnava la salma, si trovò innanzi casa vostra, uscisse da una ferita, che l’estinto aveva al collo, un lago di sangue.
– Dio mio! gridò Giulio nascondendosi il volto fra le palme.
– Calmatevi, figliuolo mio, proseguiva il vecchio con accento amorevole; fatevi coraggio; è duopo che sappiate tutto. Vi dirò in primo luogo che la vostra presenza in Albano sembrò alquanto prematura. E se vi foste consultato meco, certamente vi avrei indotto a starvene lontano per un mese almeno; ma quel ch’è fatto è fatto, e buona notte, come si suol dire. Però bisogna guardarsi bene d’andare a Roma. Tira vento cattivo là, sapete? Pare che il Papa prenda sul serio l’affare; e il governatore, che è tutta cosa degli Orsini, lo consiglia a dare un buon esempio col fare appiccare quanti si trovassero di coloro che assistettero al combattimento de’ Ciampi. Ciò non è tutto. Voi siete amato in Albano, nessun lo nega; ma son già più ore che andate oziando per la città; e qualcuno del partito Orsini potrebbe credere che lo faceste per millantarvi, o pensare che gli sarebbe facile di guadagnare una grossa ricompensa. Il vecchio Campireali ha ripetuto mille volte che regalerà una bella terra a chi vi avrà ucciso. Avreste dovuto almeno condurre con voi due o tre di que’ soldati che avete a casa vostra.
– A casa mia? ma se non c’è nessuno; rispose Giulio meravigliato.
– O voi mi date la soja, o siete matto, figliuol caro, riprese Scotti. Vi pare! venir quì dopo tutto quello che è avvenuto, proprio in città, in bocca al lupo, c’è giudizio? Fate a modo d’un vecchio che è obbligato ad averne più di voi, e che vi parla per l’amore che vi porta; tornate di dove siete venuto, prima che vi giunga qualche malanno. Ma, per buona sorte, siamo ancora a tempo. Nel mio orto c’è un uscio che apre verso la campagna. Io vi accompagnerò per un buon tratto di strada; son vecchio e senz’armi, ma se incontriamo qualche malintenzionato gli parlerò, e voi potrete guadagnar tempo.
Giulio sentì venirsi meno l’animo. Oseremo dire qual ne fosse la causa principale? Dopo essersi cerziorato che il palazzo Campireali era chiuso, e tutti gl’inquilini partiti per Roma, progetta in cuor suo il modo di poter rivedere quel giardino ove aveva tante volte parlato ad Elena, quella camera ove era stato ricevuto, quando donna Vittoria era assente, ove aveva dormiti i sonni dell’innocenza colei, che egli amava come cosa celeste, aveva duopo di pascersi anco una fiata della vista di que’ luoghi. Come uno che dovendo recarsi in lontani paesi, non sa risolversi di abbandonare la casa ove passò i più bei giorni di sua vita; e ad ogni tratto volge il capo finchè più non la venga, così, in quel giorno lasciava Giulio la città di Albano.
Frattanto il vecchio amico gli andava dicendo:
– Cosa volete vedere? che or ora non c’è più nessuno, non c’è più niente. Orsù, coraggio! Vi pare che sia aria per voi, questa! Sapete la taglia che avete addosso… Allungate il passo, da bravo, non fate il ragazzo.
E altri simili ragionamenti.
Quando furono fuor dell’abitato, Giulio interrogò il compagno sui funerali di Fabio.
– La salma di quel giovine, gli rispose, con lungo stuolo di preti, venne condotta a Roma e sepolta nella Cappella di Famiglia a sant’Onofrio in cima al Gianicolo(6). Ognun poi fece le maraviglie come il dì prima dell’inumazione il signore di Campireali abbia ricondotta Elena al convento di Castro; s’opinava ciò fosse la conferma di quella chiacchiera sparsa sul vostro conto, cioè che eravate in segreto maritati.
In quel momento suonavano le ventitrè ore. Il cielo era puro, alcune nubi erravano senz’ordine verso occidente. Il disco del sole andava declinando; i raggi ch’ei rifletteva, insopportabili alla vista, davano a tutto il creato una tinta malinconica, misteriosa, che al cuore rivelava quell’alta e maestosa poesia delle cose del cielo, ch’è un’ispirazione di Dio. Il sole dispariva alfine e permetteva alla luna, che in un canto si teneva vergognosa, di mostrarsi. Solenne è quel momento; e se il sorger del sole infonde allegrezza nell’anima, il suo tramontare la commuove, la concilia in profondo raccoglimento e la eleva a sconosciute regioni; l’uomo obblia allora le cose terrene! Giulio e Scotti tacquero per un istante; e, come spinti da eguale forza, contemplarono, in santo raccoglimento, quello spettacolo della natura, Il loro cuore sospirò la preghiera, poichè l’uomo nacque per la preghiera: glorificare e implorare a Dio è quaggiù la sola sua missione.
Si trovavano allora ove già sorgeva superba la città d’Alba.
I due amici si lasciarono: i loro labbri non pronunciarono parola; le loro mani però si strinsero, e bastò; imperocchè, come vogliono alcuni, quella stretta è possente, rivelando, più d’ogni altro organo i misteri del pensiero e del corpo.
Dopo esser stato per alcuni giorni fra’ suoi soldati, che erano attendati nella macchia della Fagiola, Giulio, non potendo più reggere a quello stato d’incertezza in cui si trovava, mosse, con tre de’ suoi, travestiti da mercanti napoletani, per Albano.
E diviato si recò dall’amico Scotti. Seppe da lui che Elena era tuttodì rinchiusa in convento, che il padre, che la credeva moglie dell’uccisore del figlio, aveva giurato di non più vederla, che soltanto donna Vittoria si recava di tratto in tratto a Castro, onde visitare la figliuola.
– Ho d’uopo d’aprire l’animo mio ad Elena, diceva seco stesso Giulio ritornando alla Fagiola col cuore in tempesta; lei mi crederà al certo un assassino. Chi sa quante menzogne le avranno narrato sul conto mio!…. Ma finalmente saprò apporvi rimedio, io! E mi vendicherò… sì, mi vendicherò, andava ripetendo. Tant’è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.
Il domani si presentò al principe, e gli domandò il permesso di recarsi a Castro.
Don Fabrizio Colonna gli rispose:
– Badate a quel che fate, ragazzo mio; l’affare de’ Ciampi non è ancora accomodato; e nulla nulla cadeste sotto gli occhi degli Orsini, potreste passarvela male assai. Però io non vo’ punto proibirvi d’andare a Castro: abbiate soltanto prudenza e discrezione. Se caso mai foste preso, ricordatevi a non dire il vostro nome, nè a parlare di me o de’ miei soldati.

VI.

Il posdomani, per tempissimo, Branciforte entrava nella città di Castro travestito da mercatante: cinque de’ suoi soldati lo seguivano vestiti nella foggia istessa. Quegli uomini facevano mostra di non conoscersi e soltanto trovarsi vicini per caso. Giunti sulla piazza del mercato si separarono, come se avessero ad accudire ognuno ad una propria faccenda; ma invero per recarsi chi da una parte, chi dall’altra, tutti intorno al convento della Visitazione, senza dar ombra di sospetto e come si suol dire, facendo l’indiano, il forastiere.
Giulio, come quello che innamorato era, mosse sollecito pel convento. Lungi d’aver questo que’ segni che caratterizzano le monacali abitazioni, sembrava assai più ad una fortezza, per le alte torri che gli sorgevano ai lati, per le massicce e bugnate mura che lo circondavano.
Incesse nel tempio: egli era assai ricco. Le monache, appartenenti quasi tutte alle prime famiglie, emulavano a chi meglio arricchisse quella chiesa, sola parte dell’edificio esposta agli sguardi del pubblico. S’avanzò tutto tremante: gli sembrava di essere sotto gli sguardi di Elena; si diresse verso l’altare maggiore(7), a tergo del quale sorgeva gigante un graticolato che separava il coro delle religiose dalla chiesa, e lì si piantò ritto, pensando, seco stesso, che avrebbe potuto scorgere Elena, e farle un qualche segno mentre lei colà si recava, colle compagne, ad assistere agli Uffici divini, o a salmeggiare. Pensava pure che qualche conversa o qualche educanda si sarebbe forse recata nel tempio a pregare, e non poteva essere Elena?….
Ma nulla avvenne di tutto questo.
E soltanto dopo di aver passati tre giorni ad udir messe sopra messe, e di essersi, a forza di elemosine, amicato un povero, che si recava ogni dì nel convento per ajutare la fattoressa nelle domestiche faccende, o come alcuni volevano, per narrare ciò che fosse avvenuto in paese, sentì nascere in sè un filo di speranza, di potere far pervenire per mezzo di costui, una lettera alla fanciulla.
Ma più di lui fu fortunato uno de’ suoi soldati, il quale avendo ricevuto ordine di spiare i passi di due donne che uscivano il mattino dal convento per le provvigioni, potè scoprire un gran secreto. Una delle due donne era in istretta relazione con un mercante; ed egli tanto disse e tanto fece, che si acquistò l’amicizia di questo. Una mattina poi gli spiattellò, senza tante perifrasi, che aveva bisogno di lui; e, inventandogli non sappiam che favola, gli promise uno zecchino per ogni lettera che avrebbe fatto consegnare ad Elena di Campireali.
– Come! sclamò il mercante spalancando due grand’occhi, alla moglie del brigante!…. È un affare delicato… caro mio, affare delicato; non so se devo impicciarmi di ciò, sapete che fanno presto a dispicciarsi d’un povero uomo… del resto la proposta è così gentile, voi siete un galantuomo che… che…
– Accettate.
– Sì, accetto; chè in fin de’ conti è una donna maritata; mentre tante altre dame, senza avere questo titolo, ricevono dall’esterno altro che lettere!
Colla prima missiva, Giulio raccontava per filo e per segno quanto era avvenuto nella fatale giornata della morte di Fabio. «Mi odiate forse?» scriveva egli terminando.
Elena rispose: «Io non odio nessuno, ma mi sforzerò dimenticare l’uccisore di mio fratello».
Giulio si affrettò a rispondere; dopo alcune invettive contro il destino, stile attinto a Platone e allora di moda, diceva:
«Tu vuoi dunque obbliare la parola di Dio trasmessaci colle sante scritture? Dio disse: la donna lascerà la famiglia, i parenti per seguire lo sposo. Oseresti asserire che tu non se’ mia moglie? Ramméntati di quella notte. Tu eri mia, se lo avessi voluto, tu eri già fra le mie braccia, ogni resistenza essendo stata vinta dall’amore; se non che il suono dell’Ave mattutina giunse a noi e ci riscuotemmo. Tu mi cadesti ginocchione gridando: Lasciami pura come la Madre di Colui che tutto può. Più che le tue parole, que’ tocchi lontani della campana, che mi rimbombavano negli orecchi, poterono su me, e, alzandoti, ti dissi: Alla Madonna ti sacrifico; verrà un dì che, senza tema nè rimorso, potrò gustare le più soavi dolcezze, lorchè tu mi sarai sposa nel nome di Dio. Tu sarai, soggiunsi, amabile come Rachele, saggia come Rebecca, come Sara pudíca, ché l’onestà della moglie è aureola di gloria al marito. E in quel momento pensava che gli ostacoli sarebbero non da te, o perfida, ma dalla tua nobile e ricca famiglia frapposti. Se ti ricordi, ti sedesti a me d’accanto; ed io, cavando dal seno la croce, che appesa tengo al collo, ti dissi: giura su questa che sarai mia e per sempre mia; e sulla tua eterna dannazione giurasti, che in qualunque luogo tu fossi, qualunque avvenimento potesse avvenire, a un mio cenno, tu verresti a me come quando c’eri nel momento che l’Ave colpì i nostri orecchi. Recitammo poscia con divozione una prece, e ci separammo. Or bene! ov’è quell’amore che un dì avevi per me? Lo hai dimenticato? Ti comando però per quel giuramento che pronunciasti, a ricevermi questa notte nella tua camera o nel giardino del convento, o avrai a pentirti del tuo spergiuro».
Molte e molte lettere seguirono queste, molte le risposte di Elena. E noi uomini del secolo decimonono non ci possiamo fare un’idea dei sentimenti d’amore e di religione contenuti in que’ fogli. Elena cedette alfine alle preghiere, più che ai comandi di Giulio, il quale trovò poi il mezzo d’introdursi nel convento. La fanciulla non iscese punto in giardino: da una finestra di pian terreno tutta chiusa da una grata ricevette il garzone. All’inesprimibile mestizia che dipinta era sulla faccia di Elena, alle maniere che usava, Giulio conobbe che molto era mutata con esso lui, e non aver lei ceduto che alla santità del giuramento. Breve fu il colloquio: dopo pochi istanti, Giulio, eccitato già dagli avvenimenti che da quindici giorni si succedevano, non potè star saldo, le lagrime vennero ad umettargli gli occhi, e pianse; ma le sue lagrime non vennero raccolte da una mano amica, nè confortate. Esse s’inaridirono appena scaturite, non venendo punto alimentate. Imperocchè se un cuore afflitto domanda consolazione, si deve mescolare colle sue le nostre lagrime. Giulio non potè nel suo dolore che dire:
– Voi non siete più quella di prima: voi mi accusate perchè uccisi il fratello vostro; dimenticatevi del giuramento se lo potete: in quanto a me, non lo dimentico: Dio vi assista!…
In così dire uscì dal giardino lasciando Elena in guerra colla propria coscienza. Albeggiava appena, quando, dato ordine ai suoi soldati che lo aspettassero a Castro per una settimana innanzi di dipartirsi; balzò a cavallo e mosse per Roma.
Già vedeansi a luccicare rugiadose le fronde degli alberi vestiti dei primi raggi del sole, e tutta l’energia della natura svilupparsi lene lene. Quel profondo riposo che copriva, per così dire la terra, si cambiava a poco a poco in un’attività piena di vita e di grazia: i rami fremivano agitati da un venticello marino, le rondini pispillavano allegre. Da traverse e viottole sboccavano, soli, a frotte i terrieri, quali cacciandosi innanzi i buoi, quali armati di falce e di ronche, sbirciando le belle contadine che seco loro traevano ai campi. Ma quel viavai festoso era in uggia al nostro Giulio, il quale, raccolto nel proprio dolore, non poteva comprendere come quegli uomini mostrassero tutti i segni della contentezza e della pace, mentre lui, agitato dal più crudele affanno, aveva a lottare con una vita di spine. Tal pensiero accresceva la sua collera, e non cessava di dire fra sè: Fabio di Campireali tu sei vendicato a puntino!
Più non reggendo alla piena dell’interna doglia, Giulio diresse il suo cavallo verso quel deserto che costeggia il mare.
Allorchè non fu più turbato dalla vista degli uomini, mise fuori un sospiro; il luogo romito in cui si trovava s’affaceva benissimo allo stato suo: allora, rallentando il freno, si lasciò andare con più quiete a’ suoi tristi pensieri.
– Come! ho potuto allontanarmi da lei?…. andava dicendo fra sè; lei più non mi ama, no, più non mi ama! Noi siamo l’uno per l’altro come persone indifferenti…. E perchè?… Perchè non mi son lasciato ammazzare da Fabio. Giovane, ho ancora una risorsa: amerò un’altra donna!… Un’altra donna? No, io non potrò mai pronunciare parole d’amore ad un’altra donna, no!.. Ma Elena è poi così colpevole com’io la dipingo! soggiungeva d’un tratto piangendo. Oh! no. Quell’anima pura ed innocente s’è lasciata trascinare dagli atroci racconti che le fecero di me. E me lo figuro, le avran detto ch’io mi sono armato sino ai denti apposta per ucciderle il fratello; e chi sa che non le abbiano anche soggiunto che l’ho fatto per divenire ricco colla sua eredità… Ah! mondo, mondo! Ed ho potuto lasciarla per quindici giorni fra le mani de’ miei nemici! Bisogna che convenga che sono ben poca cosa quaggiù. Sono un essere abbietto, disprezzato dagli uomini e dal cielo.
Giulio ebbe allora un’idea rarissima per que’ tempi: il suo cavallo camminava rasente il mare, e facile gli sembrò di poter finire la vita. – Indi, fermando la bestia, che docile, obbediente, si allontanava già dalla terra, sclamò:
– Le pene che soffro ora, cosa sono a paragone di quelle che soffrirò laggiù? un nulla! Io la vedrò sposa ad un signore romano, ricco e potente, di quei che si fan lecito di tutto; e lei sarà obbligata di abbandonarsi… No, no; viviamo… Sì, voglio vivere! i demonj cercherebbero le più crudeli immagini, onde farmi soffrire, come è loro dovere, come non si soffre che laggiù. Così, neppure colla morte potrò dimenticarla.
Il sole, astro divino, le cui dolcezze non sono mai sparse invano, si mostrò verso oriente, che sembrava tutto in fiamme. Il sorgere del sole è una mezz’ora d’incanto, e sarebbe assai da compiangere quell’uomo che in questo spettacolo sì grande, sì bello e sì delizioso, non riconoscesse la bontà e l’onnipotenza di Dio!
Giulio abbandonato sulla sella, immobile, contemplò quell’ineffabile quadro; era forse la millesima volta che lo vedeva; eppure gli parve allora fosse la prima; sentiva il bisogno di posare l’animo suo trambasciato, e miglior mezzo non trovò che di fidare in Colui che invia la calma e la tempesta. Pronunciò allora ad alta voce questa preghiera:
– Dio mio, tu m’hai salvato da un fatale errore, tu mi dona quella pace, quella felicità che tanto agogno: io spero in te…. io!
Reso alla speranza, Giulio si diresse verso il suo cantonamento, ove giunse in poche ore.
La sera dello stesso giorno egli mosse ancora per alla volta di Castro; e sua prima cura fu, ivi giunto, di scrivere ad Elena: la lettera conteneva queste parole:
“La notte ventura potrà esser accetto?
“Lo sarà, fu la risposta.
Dopo la partenza del giovine, Elena si credette abbandonata per sempre. Allora cominciò a pensare ai ragionamenti di lui, e concluse col dire che alla fine era sua moglie; e che se il poverino aveva avuta la disgrazia di ucciderle il fratello, la si doveva soltanto ad un avverso destino.
Questa volta Giulio non venne ricevuto con que’ modi che tanto lo avevano fatto soffrire. Elena era protetta dalla ferrata, è ben vero, ma sul suo volto, nelle sue maniere, potevasi scorgere quanto fosse l’amore che sentiva per chi le stava dinanzi. Toccò invece a lei in quella notte a provare quanto v’ha di crudele nel sussiego tenuto con persona che si ama.
Nel timore d’essere ancora punto con aspre parole, Giulio aveva preso un tuono dottorale, ed era uno sputar sentenze non indegne d’un magnifico rettore. Elena lasciava che parlasse, temendo di essere vinta dalle lagrime se gli avesse spiegato quanto fosse in inganno sui sentimenti cui ell’era animata. Ma vedendo poi che non avrebbe potuto reggere, consigliò al giovine che tornasse il domani che meglio si sarebbero intesi.
Noi non seguiremo punto col cronichista ne’ minuti particolari tutti i furtivi abboccamenti di que’ due giovani; diremo soltanto che venne un dì in cui si trovarono di così pieno accordo come ne’ primi giorni del loro amore. Una sola cosa non aveva voluto accordare Elena, quella di discendere nel giardino.

VII

Una notte Giulio trovò la fanciulla mesta e pensosa. Chiestane la cagione, seppe che donna Vittoria avevale scritto che fra pochi giorni si sarebbe recata a Castro. Quella madre era così affettuosa, sempre aveva avuto per la figliuola un’estrema cura, che questa sentiva entro di sè un profondo rimorso d’essere obbligata ad ingannarla; giacchè, avrebbe ella mai osato confidarle, che notte tempo riceveva l’uomo, che l’aveva orbata del figlio? Disse Elena schiettamente a Giulio che se la madre avesse toccato, in una maniera qualunque, quel tasto, non si sentiva la forza di starsene salda, e che le avrebbe spiattellata ogni cosa. Giulio comprese quanto fosse in pericolo la sua posizione: la sorte di lui dipendeva dal caso che poteva dettare una parola a donna Vittoria. Nella seguente notte così parlò alla fanciulla:
– Domani anticiperò di qualche momento; sgretolerò il muro di questa finestra, e, tolta la ferrata, vi sarà facile discendere nel giardino; vi condurrò quindi in una vicina chiesa ove un prete a me divoto ci unirà. Prima che spunti l’alba, sarete nuovamente in convento, e nessuno saprà che siete uscita. In quanto alla rottura del muro, potranno credere sia un attentato di ladri; eppoi cosa c’importa a noi di ciò che diranno; quel che ci deve premere è il vederci sposi, perchè allora nessuno potrà dividerci; ed io vivrei tranquillo, quand’anche vostra madre vi tenesse, come ad espiazione, piú mesi lontana de me.
E siccome Elena sembrava costernata per tale proposizione, Giulio soggiunse:
– Il principe mi chiama appo lui; l’onore e altre ragioni mi obbligano a partire. Soltanto ciò ch’ho proposto può assicurarci l’avvenire; se non ci acconsentite, separiamoci ora, in questo luogo, e per sempre. Partirò… sì partirò, e un giusto disprezzo, inspirato dalla vostra condotta, mi guarirà da quell’amore che già da tempo è il tormento di mia vita.
A que’ detti Elena sciolse in lagrime, e:
– Dio mio! sclamò con voce straziante, Dio mio! Voi che vedete la tempesta del mio cuore, compatitemi, perdonatemi… Accetto, soggiunse volgendosi a Giulio; ma una grazia vi chiedo: aspettiamo che mia madre sia partita.
– O domani sposi, le rispose l’altro, o vi lascio in questo punto istesso: io più non credo alla vostra parola.
Elena non rispose che con nuove lagrime: ell’era soprattutto addolorata dalle maniere che Giulio usava con lei. Ma perchè tale disprezzo? Perchè tale mutazione ne’ modi dell’amante? Perchè promettere lei?
Ecco quanto non poteva definire.
Appena partito Giulio, l’angosciata fanciulla si recò nella sua cella; e sedutasi accanto al letticciuolo, appoggiò il capo al guanciale. Non era il suo, nè sonno, nè veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a sè stessa, vedeva quanto avesse di orribile la situazione sua; si pentiva d’aver promesso, proponeva di non aderire al desiderio dell’amante, e s’applicava dolorosamente alle circostanze della formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest’angoscia; alfine rimase in uno stato somigliante a sonno vero. Ma tutt’a un tratto si risentì, come scossa da una potenza invisibile, e le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’ajutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. Tutte le memorie de’ fatti trascorsi, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono così violentemente, che l’infelice vinta dal più crudele affanno, desiderò di morire. Ma in quel momento si rammentò che poteva almeno pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore la speranza che Dio avrebbe pensato a lei, e l’avrebbe ajutata. S’alzò e si mise in ginocchio, e tenendo al petto conserte le mani, volse le pupille al cielo, e recitò una tacita, ma fervente preghiera. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco; e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua madre tronco tra le labbra. Elena s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo.
Il domani la voce di donna Vittoria destò la dormente; e madre e figlia furono nelle braccia l’una dell’altra.
– Come sei pallida, come sei brutta, Elena! cos’hai? Parla. Se tu prendessi un pugnale e me lo trafiggessi nel cuore, mi faresti soffrire meno di quello che fai col tuo crudele silenzio.
La tenerezza estrema di quella madre era sì chiara agli occhi di Elena, che questa cedette al pensiero natole allora, e che credeva ispirato da Dio, e cadde ginocchioni. Poche parole pronunciò la tapina, le quali furono la sua confessione. Donna Vittoria sentì orrore, udendo come l’uccisore del figlio fosse non lungi da lei; ma questo sentimento cangiossi in suprema gioja, quando venne a conoscere che Elena mai aveva mancato a’ suoi doveri. Da quel momento ogni piano di quella madre cambiò in tutto; ella credette potere usare qualunque sotterfugio con un uomo che nulla le era. Il cuore di Elena era in lotta alle più crudeli passioni: duopo aveva la misera d’un cuore che potesse consolarla. La signora di Campireali con una chiacchierata, condita di certe parolone, convinse la figliuola, che invece di un matrimonio clandestino, che sarebbe una incancellabile macchia nella vita d’una donna, otterrebbe, colle belle e colle buone dal padre un matrimonio in piene forme, se lei avesse accondisceso a protrarre di soli otto giorni l’atto di obbedienza che doveva ad un amante generoso del pari che onesto.
Elena dominata dalle parole della madre, parole che si succedevano con una tale prestezza che non davano luogo a riflessione, promise senza sapere in fondo ciò che prometteva. La sera quando fu sola, riandando sui fatti della giornata, con mente più calma, le sembrava avesse fatto male a promettere alla madre: che dirà Giulio, diceva ad ogni tratto; ma sono poi soltanto otto giorni, soggiungeva come per iscacciare quel cattivo pensiero, e otto giorni passano presto; già mia madre non ci vorrà tradire; sì… sì, ho fatto bene; le cose in regola vanno sempre bene e piacciono anche a Dio, invece che…. Non finì la frase; ma, sedutasi ad un tavolino, prese una penna, e scrisse:
“Questa lettera, che un messo di mia madre aspetta, ti irriterà forse…. Tu mi guarderai con occhi di sprezzo; tu dirai che ho un carattere debole, pusillanime, disprezzabile. Io confessai tutto a mia madre. Come mai avrebbe potuto resistere un cuore di figlia? se tu l’avessi vista, com’ella piangeva e pregava, sì … tu stesso ne avresti sentito pietà!…. Per quanto mi ricordo, sembrami che l’anima mia, spoglia da ogni forza, aveva di bisogno d’un consiglio, d’un ajuto, e sperava a ragione di trovarli nella voce d’una madre… Infatti ella mi disse: Elena, otto giorni soli ti chiedo, ed io ti farò felice, unendoti all’uomo che hai scelto, senza che tu sia obbligata di ciò fare, come una colpevole… Giulio; io credei alle sue parole e promisi. Cesserai tu per questo d’amarmi? No, perchè l’amor tuo mi dà forza e coraggio a sopportare questa mia povera vita. Rapiscimi, se n’hai talento; ma sii persuaso che, se mia madre non avesse anticipata la sua venuta in Castro, se non mi avesse promesso, i più orribili pericoli, l’onta stessa, nulla al mondo avrebbe potuto impedire che io obbedissi a’ tuoi ordini… Ma questa madre è tanto buona! tanto generosa!… Rammentati ciò che t’ho narrato di lei ne’ primi tempi del nostro amore. Poichè ella ebbe salvato le tue lettere dal furore di mio padre, me le consegnò, ogni pericolo cessato, senza neppur volerle leggere, senza che il suo labbro osasse rimproverarmi! Non dovremo noi dunque fidarci di lei? Impossibile è questa notte il vederci, mille pericoli ti soprastano; ed io ti chiedo otto giorni di sacrificio; otto giorni! indi, saremo uniti, e uniti per sempre!…»
Non è da raccontare, come rimanesse Giulio al ricevere quella missiva; dopo aver imprecato contro il suo barbaro destino, e maturato un disegno, che non tarderà a mettere in opera, mosse per alla macchia della Fagiola.
Il vero stato delle cose era questo. Il signore di Campireali era su di un letto di morte; l’impossibilità di poter vendicarsi di Giulio lo conduceva a poco a poco alla tomba. In vano avea fatto offrire considerevoli somme ai bravi romani: nessuno aveva voluto assumersi la bisogna di uccidere un caporale, come e’ dicevano, di Colonna; erano sicuri, che la più acerba vendetta sarebbe sopra loro caduta.
Combinò allora colla moglie di far venire dal regno di Napoli, ove, come abbiamo detto altrove, ella possedeva considerevoli poderi, un certo numero di assassini; ma donna Vittoria non fece che mostra di aderire; non le dava il cuore di far ammazzare il marito della propria figlia. Ciò che proponeva era di donare ai due sposi le sue terre di Napoli, affinchè là se la passassero, sotto mentite spoglie, il meno male possibile. Ma la confessione di Elena tutto aveva cambiato. Il matrimonio non era più necessario; anzi, e mentre la ragazza inviava all’amante la lettera di cui sopra, donna Vittoria, senza perdere tempo, scrisse a Pescara e a Chieti, ordinando agli affittajuoli, che da lei dipendevano, mandassero incontanente a Castro persone sicure e capaci d’un colpo di mano: non nascondeva loro che si trattava di vendicare la morte del loro giovine padrone.

VIII.

Verso le ventitrè ore del giorno dopo, un certo Ugone, già medico di professione, e che d’alcun tempo aveva preso la macchia per aver ucciso il cognato, e che faceva parte della banda del Colonna, si presentava al parlatorio del convento della Visitazione, e chiedeva di poter prestare l’opera sua ai bravi ed agli altri armati che erano alla custodia di quello. Non era cosa rara a que’ dì il vedere monasteri muniti quasi a fortezza: erano tanti i pericoli che minacciavano que’ luoghi, che i Papi avevano ad una parte di essi tolta la clausura, onde vi avesse a stanziare quella quantità d’uomini d’arme che il convento potesse mantenere.
E il monastero della Visitazione sopra ogni altro di bisogno aveva di starsene in guardia, come quello che assai era vicino alla famosa foresta della Fagiola popolata di briganti, i quali non si facevano scrupolo di sforzare un convento e commettervi rubamenti e qualcosa di peggio.
In generale era un bel vivere a que’ tempi nello stato romano. I briganti regnavano ovunque; i magistrati erano venduti alle famiglie potenti; le leggi c’erano, ma a che giovavano? Se un povero andava a chiedere giustizia contro certi soprusi, certe angherie ricevuto da un nobile; sì, altro che giustizia! Era meglio che se ne stasse zitto, perchè gli capitava addosso qualche altro malanno. Nel 1572, che fu l’epoca del processo di Elena, montò sul trono di san Pietro, Gregorio XIII Buoncompagni. Questi fu un uomo che riunì tutte le virtù apostoliche; ma la storia imparziale non può tacere di accusarlo di troppa debolezza nel governo degli affari. Ei non seppe scegliere giudici onesti, nè reprimere i briganti, che osavano mostrarsi persino alle porte di Roma: sentiva dolore di quanto accadeva, ma non sapeva prevenirlo. Gli sembrava che, infliggendo la pena di morte, una grande responsabilità sarebbe pesata sulla sua coscienza. Questa maniera di vedere fece sì, che i briganti giunsero a tale numero che per viaggiare con un po’ di sicurezza, faceva di mestieri essere amico di qualcun di loro. La macchia della Fagiola(8), il cui nome e il timore che incuteva vengono trasmessi di generazione in generazione nel popolo romano, era già da molto tempo il quartiere generale di un governo nemico a quello di Sua Santità; e più d’una fiata Roma fu obbligata di venire a patti, come fra potenza e potenza, con Marco Sciarra, uno de’ re della foresta. Ciò che concorreva a costituire la forza di quelle genti, era che desse erano amate dai contadini loro vicini, i quali come dicevano, guadagnavano più col servire ai briganti, che obbedire al Papa.
Tutta questa chiacchierata s’è fatta per dare un’idea a’ nostri dieci lettori dello stato delle cose di quel tempo.

Verso mezzanotte, venti uomini, zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, respirando appena, si dirigevano verso il convento della Visitazione, e sostavano alfine in un canto di quell’edificio. Avevano in dosso certi abiti strani; sul volto certe barbacce finte; in mano archibugi e coltelli. Agli atti ed al contegno ben si avrebbe potuto conoscer perché quegli uomini fossero venuti lì.
Poco dopo, il rumore d’un cavallo, che a briglia sciolta correva, rompe il silenzio che regnava sulla città. Il rumore cresce, si fa più vicino, finchè si vede a spuntare sulla piazza l’ombra d’un cavallo e d’un cavaliere. Allora due degli uomini nascosti si avanzano verso il nuovo giunto, e:
– Siam qui tutti, capitano, l’un d’essi dice sottovoce.
– Anche i villani, risponde il cavaliere con un accento che non si sbagliava a dire fosse quello di Giulio.
– Anche i villani.
– Benissimo; voi due venite, come di concerto, con me, e gli altri aspettino il segnale convenuto.
Tra il primo pensiero d’una impresa terribile, e l’esecuzione di essa, l’intervallo è un sogno, il quale, non rare volte, asseconda i pensieri di chi ne è in preda.
Ma, al momento di dar principio all’opera, l’animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio che vi sovrastavano, succede un altro terrore e un altro coraggio; talvolta comparisce grande l’ostacolo a cui s’era appena badato, talvolta diventa agevole tutt’a un tratto, ciò che prima spaventava di più; le membra ubbidiscono a stento, e il cuore manca alle promesse che aveva fatto con più sicurezza.
Così fu di Giulio nel trovarsi sul luogo, ove pensava di far man bassa per venire ad un suo scopo, quello cioè di rapire Elena. Stette in forse, se dovesse, o no dare addietro: pensò alle conseguenze che potevano nascere; gli sembrò sentirsi fischiare nelle orecchie voci di scomunica e di dannazione; e allora si sentì venir, come si dice, i bordoni, e voleva proprio deporre il pensiero di soddisfare alla passione. Ma fu l’affare d’un momento: il trovarsi fra’ suoi uomini; il pensiero subentrato che questi avessero potuto dire, ch’ei aveva indietreggiato innanzi al pericolo lo fece avanzare.
Bussò ripetutamente al portone del convento; e si spacciò per un messo del cardinale di Santi-Quattro, allorchè gli venne risposto. Seguendo l’uso scrisse il suo nome su d’un pezzo di carta; e questo, dopo tutte le cerimonie dovute, fu consegnato alla madre badessa. La risposta si fece aspettare quasi un’ora; durante quel tempo Giulio si die’ molta fatica per tenere in silenzio la sua truppa, la quale non vedeva il momento di prendere una buona satolla, lì nel convento. Giulio entrò nel corpo di guardia per mezzo di una scala di corda, che due bravi, che erano di sentinella, gli gettarono da una finestra alta sei piedi da terra: i due che si erano avanzati all’arrivo di Giulio, lo seguirono sotto il nome di servi.
Appena scavalcata la finestra, Giulio s’abbattè in Ugone, che gli susurrò in modo da non farsi scorgere: capitano, sono ubbriachi cotti, sapete! Giulio fece sembiante di nulla; ma voltosi al capo della squadra gli disse: che tre famigli della casa Campireali, che aveva fatti armare come soldati, per tutto ciò che poteva avvenire lungo la strada, avevano comperata della buona acquavite, e chiedevano di poter essere ammessi nell’interno, per non annojarsi tutti soli sulla piazza: tale desiderio venne facilmente appagato. In quanto a Giulio, seguito dai due finti servi, discese per una scala che conduceva ad un cancello di ferro, il quale dava accesso nella parte dell’edificio abitato dalle monache.
E innanzi a quel cancello sostò, dicendo ad un de’ suoi di aprirlo a tutto costo, dipendendo da ciò l’esito dell’impresa. Stava lì aspettando una conversa, onde recare all’abbadessa quanto di scritto portasse il corriere: poichè, passata essendo la mezzanotte, nessuno poteva aver entrata, senza un ordine dell’arcivescovo, in quel sacro ricinto. Giulio, che non si aspettava di sentire una tale cosa, rimase di stucco; ma il tempo incalzava, e riscuotendosi disse alla giovine: che nel disordine che aveva accompagnata l’impreveduta agonia del signore di Campireali, non si aveva avuto tempo di scrivere; però, quando fosse duopo, poteva presentare alla reverenda madre abbadessa un certificato medico, di cui egli era munito…
– Sentite, quella ragazza, disse Giulio vedendo che l’altra se n’andava a fare l’imbasciata, sentite; sarebbe meglio che mi apriste, così potrò, con questi miei compagni, sedermi su quella panca; e, in così dire, le offriva un pugno di zecchini.
In questo punto, il cronista da noi consultato, con una lunga filastrocca, fa conoscere quanto male avesse fatto Giulio ad offrire del danaro ad una monaca; e conchiude col dire, che col ferro e non coll’oro doveva agire.
All’offerta fattale, la giovane si allarmò, e, come disse poscia, riconobbe nell’uomo, che le stava dinanzi, non un corriere, ma un amante di qualche educanda. Côlta d’orrore afferrò la fune d’una campana, e forte l’agitò.
– Incomincia la guerra, gridò Giulio a’ suoi, attenti!
Nell’istante medesimo si udì lo sparo di un archibugio; la fanciulla si salvò; e Giulio e i suoi due compagni si posero a scassinare il cancello. Ugone aveva frattanto aperta la porta di strada e il rimanente della truppa cominciava pian piano ad entrare in convento: se non che, uno de’ bravi di guardia, brillo sì, senz’essere ubbriaco, fattosi alla finestra, e scorgendo tanta gente, diretta verso l’ingresso, cominciò a gridare che si fermasse. Bisognava o rispondere o far orecchia da mercante; ciò che fecero i primi; ma un certo villano, che, veniva in coda, vedendo quel matto che gridava a più non posso, pensò bene di farlo freddo, e gli tirò una pistolettata. Il colpo e le grida dei bravi riscossi nel veder a cadere un loro compagno, destarono i soldati del convento, che tranquillamente russavano ne’ loro letti. E, in men che non si dice, fu un parapiglia, una confusione da non si poter descrivere.

Otto o dieci armati corsero all’ingresso, e contesero gagliardamente il passo ai soldati di Branciforte. Nel momento appunto che incominciava il tafferuglio, Giulio giunse ad aprire il cancello; e, seguito sempre da’ suoi due soldati, precipitò nel giardino, correndo verso la scala che conduceva alle celle delle pensionarie. Ricevuto da più colpi d’archibugio, ebbe i suoi soldati uccisi, e lui il braccio destro passato da parte a parte. Tale scarica venne eseguita dagli armati della signora di Campireali; i quali, dietro gli ordini di lei, facevano la ronda nel giardino, a ciò autorizzati da un permesso che donna Vittoria aveva ottenuto dal vescovo, che era tutta cosa sua. Giulio volò solo verso l’usciuolo, da lui sì ben conosciuto, ove tante volte aveva veduto la sua Elena: e’ a tutt’uomo si adoperò onde aprirlo; invano, che era troppo solidamente assicurato. Chiamò le sue genti, ma nessuno rispose; per soprassello, attirati alle grida tre de’ servi della Campireali, dovette battersi gagliardamente a colpi di daga, se volle uscir salvo dalle loro mani. In quel frattempo un regolare conflitto si era ingaggiato fra gli armati tutti del monastero e quelli di Giulio. Questi mostravano un coraggio, un’abnegazione non mai la maggiore; ma di notte, in un luogo non conosciuto, venivano sacrificati senza frutto veruno. Giulio disperava omai della riuscita dell’impresa; sentiva che il fuoco era ben alimentato, ma chi erano i vincitori? Indovinala grillo. Allora pensò di unirsi al grosso del corpo, e di vedere come stessero le cose. Guidato da una lampada che ardeva innanzi ad una Vergine, Giulio entrò in una capace stanza; e quale non fu la sua sorpresa nello scorgere basita, in un seggiolone a bracciuoli, Marietta la cameriera di Elena. Ei la scosse non troppo dolcemente; ed ella, destandosi:
– E che! signor Giulio, sclamò, uccidere volete Marietta, l’amica vostra?… E sciolse in copiose lagrime.
– Tu mi credi da tanto, ragazza mia?… Io t’ho desta affinchè tu dica ad Elena ch’io le chiedo perdono se le ho turbato il riposo, e la preghi a mio nome che si sovvenga dell’Ave. Prendi questo mazzetto composto di fiori côlti nel suo giardino d’Albano; dille che son tinti del sangue mio. Ora, dimmi, ov’è la chiave dell’usciuolo.
– No ‘l so; ma ecco quella del cancello dell’orto.
Giulio prese la chiave e uscì dalla stanza.
– Seguitemi, sclamò egli raggiungendo i suoi soldati, e vedendo a quale stato erano ridotti; potremo uscire dalla parte opposta, dall’orto.
Allora ognuno de’ superstiti desideroso di tôrsi da quel luogo troppo funesto, di sottrarsi alla vista di testimonj, che so io? di nascondere a sè medesimo la parte che aveva avuto in un eccesso, che prevedeva quanto dovesse aizzare la collera del principe, che non rare fiate aveva punito colla morte simili intraprese, indietreggiò. Ma non erano finiti i guai ancora.

IX.

Alle prime scariche delle armi da fuoco, ogni cittadino era balzato a sedere sul letto, aveva teso l’orecchio.
– Cos’è? cos’è? ladri? banditi? Faranno una delle loro? Molte donne consigliano, pregano i mariti di non muoversi, di lasciar correre gli altri, di non andare in cerca di pericoli: alcuni s’alzano, vanno alla finestra, l’aprono adagio adagio, e fanno capolino: i poltroni ritornano sotto, come aderendo alle preghiere delle mogli: i più bravi s’armano lesti lesti, e corrono là ove il pericolo li chiama: i più curiosi stanno a vedere. Già innanzi la porta del convento s’era ammucchiato buon numero d’armati; ma così alla rinfusa, senza nessuno che capitaneggiasse, col timore fors’anche d’esser presi fra due fuochi, nessuno osava internarsi nella porta comechè spalancata.
– Cos’è tutto questo fracasso?
– Cos’è?
– Chi è? erano le voci che circolavano fra la ressa. Ecco giungere uno tutto ansante, e grida:
– Che fate quì, figliuoli? non è quì il diavoleto; è giù in fondo alla strada, dalla parte dell’orto del convento: gente armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un giovine vestito da corriere; tirano certe schioppettate!
– Che? che? che? E comincia una consulta tumultuosa.
– Bisogna andare.
– Bisogna vedere.
– Bisogna far qualcosa.
Molti si muovono in massa, e giù alla rinfusa per la strada, altri sguizzano tra uomo e uomo, e se la battono a casa; il tumulto era grande.
Giulio aveva condotto i pochi suoi uomini rimasti fino al cancello; e non vedeva il momento di poter trovarsi lontano da quel luogo; chè, fra l’altre cose, sentiva le forze venirgli meno per la perdita abbondante del sangue che gli usciva dalla ferita del braccio. Ma sembrava che tutto avesse ad andar male in quella notte pel poverino. Per quanti sforzi facessero i suoi, il cancello non si voleva aprire. Un vecchio ortolano che stavasene alla finestra di una sua casetta, guidato dal rumore, tirava senza posa archibugiate, così allo scuro, ad azzeccare; alcune volte le palle passavano senza punto toccare, alcune altre lievemente ferendo; ma con tutto ciò non tralasciavano di dare a pensare ai nostri fuggiaschi. Nel momento appunto che il cancello cedette, una palla venne a ferire gravemente al ginocchio Giulio, il quale, non potendo resistere a quel nuovo colpo, cadde a terra privo di sensi.
Un calpestio affrettato si avanzava, e il corpo dell’infelice sarebbe certamente caduto in mano d’un nuovo nemico, se Ugone, che era sempre rimasto tetragono nel mezzo della sconfitta, non avesse ordinato a due soldati, che lo sollevassero da terra e lo portassero in salvo.
Cheton chetoni, mogi mogi, come cani scottati, co’ musi bassi, colle code fra le gambe, que’ pochi rimasti, se la fumaron via, lasciando il campo libero. Camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora l’uno, ora l’altro, a guardare se qualcuno li inseguisse, tutti in affanno per la fatica della fuga, pel batticuore e per la sospensione in cui erano, pel dolore della cattiva riuscita. E ancor più in affanno li teneva un rumore continuo che si udiva là verso il convento, il quale, quanto più si faceva lontano, pareva prendesse un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente cessò. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e, non sentendo un alito all’intorno, sostarono, deposero a terra il corpo di Giulio, e fu il primo Ugone che ripreso fiato, ruppe il silenzio.
– Che notte! che notte! Ne ho vedute; ma una come questa, sfido!
Ordinò a due soldati di ritornare in città, di indagare cosa si pensasse dell’avvenuto.
– Fate anche in modo, soggiunse, di ritrovare i vostri compagni feriti; e ricordatevi di uscire da Castro innanzi giorno. Noi prendiamo il sentiero di Rôcca. Se trovaste poi necessario d’appiccare il fuoco in qualche parte, fatelo.
Allorchè Giulio ritornò in sè, si trovò lontano tre miglia dalla città; il sole, già splendidissimo, percorreva l’orizzonte. Ugone fece il suo rapporto.
– La vostra truppa non si compone più che di otto uomini, di cui tre feriti. Due villani che sopravvissero ricevettero due zecchini a testa di gratificazione, e se la sono data a gambe; ho mandato due uomini in città, due al vicino paese, per un chirurgo quale si fosse.
Il chirurgo, un vecchio tutto pauroso, non si fece a lungo aspettare; ei si avanzava a cavallo d’un magnifico asino, e ora a questo, ora a quello de’ due uomini che aveva al fianco volgeva parole, come per amicarseli.
Ce n’eran volute per deciderlo a muoversi di casa; soltanto alla minaccia di appiccare il fuoco a questa, si era armato di coraggio e aveva seguito i soldati. Ma quanti sospiri! quanti tentennamenti di capo! quanti atti di contrizione!
– Se la scampo questa volta, andava seco stesso ruminando, egli è un miracolo, un miracolone!
Quando piacque al cielo si mise all’opera, e disse a Giulio che le sue ferite eran ben lievi, soltanto quella del ginocchio, soggiuns’egli, bisogna curare, e curare per bene.
Medicò poscia i soldati feriti. Ugone strizzò dell’occhio a Giulio; questi capì, ed ordinò si dessero due zecchini al dottore, il quale, non avendo in vita sua mai ricevuta, in una volta, somma sì grossa, non è a dire quanti inchini, quanti ringraziamenti profondesse. Venne invitato per soprammercato a bere; e tale una quantità d’acquavite tracannò, che n’andò guari ad addormentarsi profondamente. Fu trasportato allora in una vicina campagna; e ai due zecchini che aveva in tasca, altri quattro ne vennero aggiunti: era il prezzo dell’asino, sul quale venne collocato Giulio ed un soldato ferito gravemente ad una gamba.
Che avveniva frattanto al convento della Visitazione?
Erano appena scomparsi gli uomini di Giulio, che la turba di popolo giungeva al cancello dell’orto, nel punto medesimo che, per una strana combinazione, pur vi giungevano i soldati, i bravi e li altri armati del convento. La turba credendo che questi fossero gli assalitori che cercarsero salvarsi, senza dar loro tempo di parlare, pensò bene di accoglierli con una scarica di moschetteria, la quale arrecò loro non lieve danno. I bistrattati conobbero che avevano a fare con un nemico superiore di molto alle loro forze, non vollero cimentarsi, e si ritrassero alquanto onde deliberare sul partito che avessero a prendere. Vi fu uno che gettò, così a caso, un suo parere, cioè che quelle genti armate li prendevano certamente in fallo, come soventissimo avviene in circostanze tali. Si gridò, si fecero de’ segni, si venne ad un abboccamento, e si rise di cuore di quanto era avvenuto senza pensare a que’ poveretti che ci avevano lasciata la pelle.
– Ma ov’è il vero nemico?
– Ove s’è nascosto?
– Che non ci fugga?
Ecco le parole che circolavano fra la folla; si rovistò, si rimuginò per ogni angolo del convento, e non si rinvennero che morti. Si frugarono questi onde scoprire qualcosa che desse indizio a qual fazione appartenessero: nulla! nulla!…. Ci furono allora di quelli che, alzando la voce, proposero d’inseguire i fuggitivi: che era un’infamità e sarebbe una vergogna per Castro, se ogni birbone, potesse a man salva venire in un convento a fare Dio sa cosa. Altri soggiunsero che s’era perso troppo tempo, e che non erano così minchioni quelli da farsi accalappiare, e che s’eran messi in salvo certamente. La voce corse con rapidità, ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggiaschi; e la ressa si sciolse, e ognuno andò a casa sua. Era un cicalío, un fracasso, un bussare e un aprir di porte, un apparire e uno scomparire di lumi, un domandare di donne dalle finestre, un rispondere dalla via. Tornata questa deserta e tranquilla i discorsi continuarono nelle case, e morirono negli sbadigli, per ricominciare poi la domani.

X.

La mattina del combattimento, prima cura della madre badessa fu di far rimettere, come si suol dire, l’uscio ne’ gangheri, di nascondere agli occhi del mondo i morti rinvenuti nel giardino, di curare colla massima segretezza i feriti, di mandare infine quà e là fidate persone, le quali, spargendo voci tutt’opposte dal vero accaduto, ne dessero un’idea confusa, sbiadita. Senza che noi lo diciamo, i nostri lettori potranno per sè stessi immaginare i cicalecci, i commenti che si saranno fatti là nel convento; imperocchè ognun sa quanto piaccia alle monache di sapere le storie per minuto. Al primo colpo di fuoco, Elena tremò pei giorni dell’amante, e ad altro non pensò che di fuggire seco lui appena l’occasione le si fosse presentata.
E non è a dire quanto grande fu la sua disperazione quando udì da Marietta, come Giulio fosse gravemente ferito, e ch’ella stessa ne avesse veduto il sangue a colare. All’ora consueta donna Vittoria si recò dalla figlia, e di nulla parlò; se non che scorgendo sul tavolino un mazzo di fiori tinto di sangue, le disse:
– Elena, fa di bisogno gettar via que’ fiori sporchi di sangue.
– E perchè? non fui io forse che feci versare quel sangue generoso?
– Ami adunque ancora l’uccisore di tuo fratello?
– Se l’amo; non è egli il mio sposo!
La signora di Campireali s’imbronciò, e ne’ tre giorni che ancor rimase nel convento, tenne favella alla figliuola; e questa incaparbita stava sulle picche e sui dispetti.
Alcuni giorni dopo la partenza di donna Vittoria, Elena e Marietta, travestite da operai, fuggivano da Castro, e non senza lievi pericoli, giungevano a Petrella, e si presentavano al principe Colonna onde sapere di Giulio.
– Che venite a fare costì? le disse il Colonna con mal piglio, quand’Elena si fece conoscere. Che significa questo imprudente passo? Sette de’ più valenti uomini d’Italia son morti a cagione del vostro pazzo procedere. È pur per questo che Giulio Branciforte venne n’ha guari riputato sacrilego, e condannato ad essere tanagliato per due ore, e bruciato poscia vivo come un ebreo, lui bruciato! il miglior cristiano che mi sappia. Senza le vostre chiacchiere, nessuno avrebbe osato inventare quell’orribile menzogna che Giulio era a Castro la notte che hanno attaccato il convento. Tutti i miei soldati asseverano ch’ei era a Velletri, ove l’aveva mandato.
– È però vivo? sclamò Elena tutta in lagrime.
– È morto per voi, riprese il principe: voi più non lo vedrete. Vi consiglio a ritornare al vostro convento, e a non dire che avete parlato con me… guai!…
Elena si recò invece ad Albano in casa della sua nutrice; scrisse colà lettere sopra lettere a Giulio, e non ottenendo mai risposta, si decise di ritornare a Castro, persuasa ormai che il misero era veramente morto, e morto per lei.
Elena non venne punto rimproverata per la sua assenza: anzi, dal momento che fece ritorno in convento cominciò ad essere trattata nel modo il più principesco che mai. Era che, venuto a morte il signore di Campireali, quella fanciulla andava in possesso di una considerevole fortuna, la quale stuzzicava alquanto la cupidigia di quelle suore. Ell’era ancor ne’ primi giorni di corrotto, quando una mano sconosciuta le consegnò una lettera di Giulio. Non è facile cómpito il narrare lo slancio d’amore col quale venne aperta quella missiva, nè la tristezza profonda che ne seguì la lettura. Branciforte le narrava tutto quanto aveva fatto dalla notte dell’assalto. E’ aveva dovuto fuggire su quel di Napoli sotto mentito nome; condannato ad essere tanagliato e bruciato vivo, e non sentendosi sicuro colà, aveva dovuto cedere alle reiterate istanze del principe Colonna, ed era sulle mosse per recarsi in Ispagna.
«Io sono stato condannato, proseguiva nella lettera, al più atroce de’ supplizi, eppure nessun testimonio può asseverare di avermi conosciuto, allorchè vestito da corriere cercai rapirvi dal convento: io devo abbandonare questa bella Italia, il paese ove nacqui, la casa, il giardino dove corse il tempo della mia innocenza, dove vissi in compagnia di persone care; e per chi? Nell’ora in cui lo stanco mortale trova nelle dolcezze de’ sonni un lenimento al dolore, un oblio della vita, ti rugge come fulmine sul capo l’anatema del tradito amante. Da questo momento il cielo a me ti sommette; da quest’istante io t’avvolgo nel manto d’una maledizione che ti seguirà sin oltre la tomba: il mio nome ti sarà un rimorso perenne, ti colmerà di strazianti terrori. Tu mi cacciasti da te come si caccia il lebbroso, anzi m’apristi la via del delitto. Arditamente io la corro, ma a te la colpa, sotto il peso d’una spirituale catena tu intanto vivrai al pari di me misera e infame; esecrata dal cielo e dagli uomini, esecrerai uomini e cielo. Il vase della mia fiera imprecazione è scagliato; or dispérati e muori»
Noi passeremo rapidamente su dieci anni d’una vita infelice. L’animo nostro è amareggiato alla vista della lotta che dovè sostenere la misera, rifugge inorridito ai raggiri di cui fu fatta segno.
Sembrò impossibile ad Elena che Giulio avesse potuto vergare quel foglio; ella sentiva in sè qualcosa di inesprimibile che le diceva non esserne lui l’autore. Diresse più lettere al giovine, e tutte rimasero senza risposta; di maniera che a poco a poco si persuase che era veramente dimenticata da lui che sempre amava. In tale credenza incresciosa le tornò la vita; divenne in uggia a sè stessa. Rifiutò apertamente tutti gli omaggi che le tributavano i più distinti signori di Roma; una sol fiata titubò alquanto, cioè quando le venne parlato di Ottavio Colonna, figlio primogenito del famoso Fabrizio. Le sembrava che dovendo, dietro le istanze della madre, assolutamente scegliere uno sposo, onde dare un protettore alle terre che possedeva nello stato romano e nel regno di Napoli, le sarebbe meno odioso di portare il nome d’un uomo, che Giulio aveva un dì amato. Se Elena avesse accondisceso ad un tale maritaggio, avrebbe saputo tutta la verità su di Giulio. Il vecchio Colonna parlava sovente e con trasporto delle gesta del colonnello Lizzara, e sotto questo nome avrebbe riconosciuto il suo antico amante, il quale, a mo’ degli eroi dell’Ariosto, cercava dimenticare l’infelice suo amore colle più belle azioni che mai. Giulio credeva Elena maritata già da tempo: nel modo stesso che, questa veniva pasciuta colle più infami menzogne da donna Vittoria, l’altro da quest’ultima lo era del pari.
Un giorno venne sparsa la notizia che lo scomunicato, l’eretico (con tali nomi veniva chiamato Giulio), era morto nel Messico combattendo contro i selvaggi, e che il buon papa Gregorio XIII, mosso a pietà dell’anima dell’infelice, aveva chiesto a Dio il suo perdono.
Elena a quell’annuncio rimase di sasso; per sei mesi continui stette rinchiusa nella sua stanza, tutta concentrata in sè stessa; indi, uscendo, per così dire, da quello stato di letargo, l’animo di lei, già affranto da una disgrazia senza rimedio, fu scosso da un senso di vanità.
L’abbadessa era morta da poco. Secondo l’uso, il cardinale di Santi-Quattro, che era il protettore della Visitazione, aveva inscritto su d’una lista i nomi delle tre monache che dovevano essere sottoposte alla scelta del Papa. Il nostro cronista dice: che facevano di mestieri gravissimi motivi per decidere Sua Santità a leggere gli ultimi due nomi: si accontentava ordinariamente di passare due tratti di penna su questi, e l’abbadessa era creata.
Un giorno che Elena stavasene alla finestra, vennero a passare di sotto a questa le tre candidate; la fanciulla, tutta assorta ne’ suoi pensieri, non aveva loro posto mente. L’una d’esse, facendo un segno alle compagne, sclamò ad alta voce:
– Eh, quella ragazza! è cotesto il modo di comportarsi con chi è più di voi?
Elena, destata da quelle parole, guardò, e scôrse tre sguardi insultatori fissati su lei.
– Il tempo della riscossa è giunto, rispose chiudendo la finestra; sino ad ora fui agnello, ma per lo innanzi sarò lupo.
Poco dopo, un suo famigliare, saliva in arcione, e la seguente lettera recava a donna Vittoria, la quale già da molto tempo abitava Roma, e vi aveva acquistato un gran credito.
«Carissima madre,
«Ho deciso. Io non vo’ punto maritarmi; io voglio divenire badessa di questo convento. Io non vi dirò ciò che dovrete fare onde il desiderio mio sia pago. Voi meglio di me sapete come vanno condotte simili faccende: adoperatevi e l’intento nostro sarà conseguito. Io trovo pazza la mia idea; ma tant’è, ho deciso. Fra tre giorni prenderò il velo, otto anni d’un continuo soggiorno al convento mi danno diritto ad una esenzione di sei mesi, la dispensa non mi sarà rifiutata, non rimane quindi d’ottenere che l’elezione della abbadessa venga protratta di sei mesi».
Una tale missiva colmò di gioja donna Vittoria. Ella che già si pentiva di aver fatto sparger la voce della morte di Giulio, imperocchè l’immensa malinconia in cui era immersa la figliuola le dava a temere avesse ella ad andare nel Messico, onde accertarsi se egli fosse veramente morto, sentiva d’un tratto un filo di speranza animarla e confortarla. D’altra parte però, ciò che chiedeva Elena era cosa difficile anzi che no, per non dire assurda. Una giovane che non era ancor monaca, una giovane conosciuta pel pazzo suo amore, essere messa alla testa d’un convento ove tutti i principi romani avevano qualche parente! Non disperiamo però, andava seco stessa dicendo donna Vittoria, non disperiamo; a questo mondo si può ottenere ciò che si vuole. Recossi ella tosto dal cardinale di Santi-Quattro, e dopo una lunga conferenza tenuta con quel porporato, ebbe la certezza che l’elezione dell’abbadessa verrebbe differita a sei mesi.
Passeremo sotto silenzio una quantità di circostanze, che, quantunque dipingano benissimo i costumi di quell’epoca, ci sembrano non proprie a raccontare. Sappia soltanto il lettore, che due anni dopo i fatti narrati, Elena era badessa di Castro, e il cardinale di Santi-Quattro morto di dolore per un grande atto di simonia.

XI.

Verso il mese di luglio del 1573 era un fermarsi, un domandare, un raccontare, un far atti di maraviglia nella piccola città di Castro. Alcuni accusavano la nuova abbadessa di galanteggiare col vescovo di Castro Francesco Cittadini; ed altri asseveravano nientemeno di sapere qualcosa di più. Erano male lingue? Erano verità quelle che venivan dette?…. Sono quesiti cotesti che i nostri lettori scioglieranno da per sè terminata la presente istoria.
Quel che dava credenza maggiore alla cosa, era che il nobile Francesco Cittadini di Milano, un bel vescovo di ventinove anni, recavasi soventi volte al convento durante il giorno (alcune male lingue aggiungevano anche di notte); che un fornajo conosciutissimo per la ristrettezza de’ suoi mezzi, aveva d’un tratto pagato tutti i suoi debiti, e comperati i più begli abiti che mai alla moglie; che passando per la casa dello stesso, udivansi de’ vagiti (e su questo tutte le comari del circondario erano di pieno accordo), mentre tutti avevano veduto portar via morto il figlio che da poco eragli nato.
Monsignore Cittadini, spaventato dalle chiacchiere, scrisse a’ suoi fratelli a Milano raccontando loro l’ingiusta accusa, e impegnandoli a prendere le sue difese; poscia fece tenere ad Elena il seguente viglietto:
«Voi già saprete quali ciarle circolano in Castro sul nostro conto. Per lo che, se vi è cara la mia riputazione, potete, ond’evitare un grande scandalo incolpare Giambattista Doleri, morto da pochi giorni, per quanto potesse avvenire».
Giunse ben presto agli orecchi del terribile cardinale Farnese la narrazione di quanto succedeva in Castro; ed ei, senza porre tempo in mezzo; ordinò al podestà di quella città che arrestasse il vescovo Cittadini. I servi tutti di questi, temendo l’interrogatorio, se la svignarono via. Soltanto Cesare del Bene, confidente e cameriere del vescovo, rimase fedele al suo padrone, e gli giurò che morrebbe fra i più atroci tormenti piuttosto che confessar cose che nuocere gli avessero potuto. Cittadini, vedendosi stretto da guardie nel proprio palazzo, scrisse ancora a’ suoi fratelli, i quali partirono tosto da Milano. Essi lo trovarono rinchiuso nelle prigioni di Ronciglione.
Il 9 settembre 1573, Gregorio XIII ordinò che venisse aperto il processo. Un giudice criminale, un fiscale ed un commissario si portarono a Castro e a Ronciglione. Cesare del Bene fu interrogato, rispose di nulla sapere, e venne messo alla tortura. Il misero soffrì nel più orribile modo; ma fedele alla data parola, confessò soltanto ciò che impossibile era di negare.
Si presentarono quindi all’eculeo donna Vittoria de’ duchi di C… priora del convento, e donna Bernarda figlia del marchese P…. maestra delle educande, le quali erano tutta cosa di Elena. Alla minaccia di tortura confessarono esse ciò che avevano fatto. Si passò allora ad interrogare le monache sul nome dell’autore del reato; alcune risposero che sembrava fosse il vescovo Cittadini; altre ch’era certamente il gatto, imperocchè l’abbadessa lo teneva costantemente fra le braccia e lo carezzava assai; e altre infine il vento, perchè ne’ giorni che c’era vento l’abbadessa era felice, e del più buon umore che mai. La moglie del fornajo, le comari di Montefiascone spaventate dalle torture che avevano veduto infliggere a Cesare del Bene dissero la verità.
Cittadini era ammalato, o fingeva di esserlo, a Ronciglione, lo che diede occasione ai fratelli di lui, sostenuti dal credito e dall’influenza della signora di Campireali, di gettarsi più fiate ai piedi del Papa, e chiederli che la procedura venisse sospesa sino a che il vescovo avesse ricuperata la salute. Alla promessa del Papa di ciò fare, il cardinale Farnese aggiunse nuovi soldati intorno al palazzo che al vescovo serviva di carcere. Non potendo questi essere inquisito, i commissarj cominciarono le loro sedute col sottoporre all’interrogatorio l’abbadessa. Un dì che la madre le disse di farsi coraggio, e di tenersi sempre sulla negativa, lei invece confessò tutto.
— Perchè, le disse il giudice con cipiglio severo, perchè incolpaste dapprima Giovan Battista Dolori?
— Perchè sperava che, vivendo il vescovo, avrebbe ei potuto aver cura del figlio mio.
Dopo questa confessione, venne Elena rinchiusa in una camera del convento di Castro, le cui mura avevano otto piedi di grossezza; le monache parlavano di quella stanza con terrore, ed era conosciuta sotto il nome di camera dei frati.
Appena che il vescovo fu ristabilito un po’ in salute, venne condotto a Roma in lettiga, tenuto d’occhio da tutta la sbirraglia della capitale, e rinchiuso nella prigione di Corte Savella. Pochi giorni dopo anche la badessa fu trasferita a Roma insieme a donna Vittoria, donna Bernarda, una conversa addetta alla persona di Elena e la fattoressa, accusate tutt’e quattro di connivenza, e tutte vennero rinchiuse nel convento di Santa Marta.
Il vescovo fu interrogato dall’auditore di camera; e avendo egli negata ogni cosa, Cesare del Bene venne nuovamente messo alla tortura. Ma lungi dal confessare il misero alcuna cosa che aggravare avesse potuto il suo signore, pronunciò parole tali da commuovere persino l’animo de’ giudici. Donna Vittoria e donna Bernarda vennero introdotte nella sala del giudizio; esse dissero che nulla avevano veduto, che nulla sapevano. Avvinte con funi vennero sollevate in aria. Scorsi dieci minuti donna Vittoria sclamò:
– Scendeteci, siam disposte a parlare.
Calate, pretesero ignorare tutto. Si comandò fossero ancora sospese. Dopo venti minuti di corda, non poterono star salde, e supplicarono venissero sciolte. Dissero, che infatti il vescovo recavasi soventi volte al giorno al convento, e rimaneva rinchiuso per molto tempo colla badessa. Finalmente il vescovo venne messo a confronto con Elena; e comecchè questa dicesse sempre la verità, venne sospesa per un lungo quarto d’ora a quattro dita da terra.
A tale spietato procedere, Elena non mosse lamento. Scesa ed interrogata ancora, confermò quanto già aveva detto. Cittadini, senza confessare nulla, colmò allora d’invettive la tapina, la quale non rispose che: Dio vi rimuneri della vostra viltà.
Dopo altre misure volute dall’esigenza delle leggi di que’ tempi, leggi improntate di quello spirito di crudeltà che, dopo i regni di Carlo V e di Filippo II, prevaleva ne’ tribunali d’Italia, il vescovo fu condannato in vita a Castel Sant’Angelo(9), e la badessa ad essere pur in vita rinchiusa nel convento di Santa Marta, ove già si trovava.
La signora di Campireali aveva, onde salvare la figlia, fatto incominciare una strada sotterranea che doveva mettere capo alla stanza mortuaria del convento di Santa Marta; e per quanta cura impiegassero nell’esecuzione di quella, sarebbe alla lunga certamente stata scoperta, se non che il Papa Gregorio XIII venne a morte nel 1585, e il regno del disordine cominciò col seggio vacante.
Elena, rinchiusa nel carcere, soffriva quanto soffrire si può quaggiù, e colla più grande ansietà aspettava il risultato dei lavori intrapresi dalla madre. Ad un tratto il cuore di lei provò strane emozioni. Erano già sei mesi che Fabrizio Colonna, vedendo lo stato d’affievolimento in cui si trovava la salute del Papa, e nutrendo in cuor suo grandi progetti pel tempo dell’interregno, aveva inviato un suo fido a Giulio Branciforte, conosciuto nelle armate spagnuole sotto il nome di colonnello Lizzara, onde ritornasse in Italia. Giulio che desiderava il momento di rieder in patria annuì tosto alla chiamata del suo antico signore; e, dopo aver attraversato il mare, sbarcò sotto nome mentito a Pescara, piccolo porto nel regno di Napoli, e per le montagne degli Abruzzi giunse a Petrella. La gioja che provò il principe nel rivedere Giulio stupì tutti gli astanti: dopo di aver confabulato alcun tempo insieme colla più gran familiarità, don Fabrizio gli disse che lo aveva fatto chiamare per dargli il comando de’ suoi soldati.
Al che Giulio rispose:
– Militarmente parlando, l’impresa non vale un fico; imperocchè se nulla nulla saltasse il ticchio alla Spagna di distruggere tutti i soldati d’avventura d’Italia, in sei mesi potrebbe farlo; però voi lo volete, mio buon signore, ed io son pronto a chinare il capo. Voi troverete in me il successore del bravo Ranuzio, morto ai Ciampi.
Prima che arrivasse Giulio, il principe aveva ordinato che nessuno in Petrella avesse a fiatare sull’avvenuto di Castro e del processo; la pena di morte, senza remissione veruna, sarebbe stato il castigo per colui che avesse cotanto osato. Fra i trasporti d’amicizia co’ quali ricevette Branciforte, don Fabrizio non cessò di raccomandare al giovine non andasse senza di lui ad Albano. Egli effettuò quel viaggio facendo occupare la città da mille de’ suoi soldati, e collocando un’avanguardia di mille e dugento uomini sulla strada di Roma. Immagini il lettore come rimanesse Giulio quando il principe, che aveva fatto chiamare il vecchio Scotti, ancor in vita, nella casa ove aveva posto quartiere generale, e i due amici s’erano abbracciati col più gran trasporto, gli disse:
– Ora udrai terribili cose, amico; ma rasségnati, così era scritto ne’ cieli…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La mattina, Giulio mandò a chiedere al principe gli accordasse il permesso di poter recarsi a Roma, e ivi rimanere alcun tempo. La risposta che gli venne data fu che il principe era scomparso colle sue truppe. Durante la notte aveva avuto notizia della morte di Gregorio XIII, e aveva obliato l’amico onde battere la campagna.
Tutti sanno che a que’ tempi, durante l’ interregno, le leggi erano mute; che ognuno pensava a dare uno sfogo alle proprie passioni, che non v’eran leggi se non nella forza. Epperò il principe, cogliendo l’occasione, non tenne punto le mani a cintola; e si narra che avesse in un sol giorno fatto appendere per la gola più di cinquanta persone.
Non rimanevano a Giulio che quaranta uomini circa, appartenenti tutti all’antica compagnia di Ranuzio; e con un piccolissimo numero di soldati qual era quello, con un ardimento non mai il maggiore, osò muovere per alla città eterna.

XII

Il posdomani del ritorno di Branciforte a Petrella, Ugone, l’antico soldato che noi conosciamo, si presentò alla porta del convento di Santa Marta, e chiese con istanza di poter parlare ad Elena. Le parole di lui vennero rigettate. Allora si piantò sulla piazza della Stelletta, e cominciò a distribuire bajocchi a tutti i servi che entravano od uscivano dal convento, loro dicendo:
– Allegri ragazzi, allegri; il colonnello Branciforte è vivo, è giunto a Petrella.
L’idea d’Ugone partorì il suo effetto: circa trentasei ore dopo che egli aveva distribuito il primo bajocco, la povera Elena, dal fondo della sua prigione sapeva che Giulio era vivo. Quella notizia la rese quasi pazza.
– O madre, sclamò con accento d’un dolore profondo, voi rendeste ben infelice la figlia vostra!
Alcuni giorni dopo, la notizia le venne confermata da Marietta, la quale, sacrificando tutti i suoi oggetti d’oro, potè ottenere di seguire la conversa che recava il cibo alla prigioniera. Elena si gettò fra le braccia della compagna piangendo di gioja: indi esclamò:
– È giunto, non è egli vero?
– Sì è giunto; quanto prima poi lo vedrete; perchè si dice che appena terminato il conclave, la vostra carcere sarà tramutata in semplice esiglio.
– Rivedere Giulio! Lo potrò senza arrossire?
Nel cuore della terza notte che seguì questo abboccamento, una parte del pavimento della chiesa sprofondò con grande fracasso. Le monache credettero che il convento stesse per crollare. Il timore fu estremo; ognun gridava al terremuoto, tutti cercavano di scappare, fu un vero scompiglio.
Un’ora dopo la caduta del pavimento, alcuni bravi, fra’ quali contavasi Ugone, penetrarono dal sotterraneo nella prigione di Elena, gridando:
– Vittoria! vittoria!
Elena tremò tutta: il primo pensiero che le rampollò nella mente fu che Giulio potesse essere con que’ bravi. Ma si rassicurò, e i suoi lineamenti ripresero la loro espressione severa, quando Ugone le disse che essi accompagnavano soltanto la signora di Campireali, e che Giulio era ancora lontano da Roma.
Dopo pochi minuti d’aspettazione, la signora di Campireali comparve; camminava ella a gran stento, soffulta al braccio d’uno scudiero, che era in abito di parata, colla spada al fianco: il viaggio sotterraneo aveva alquanto guasta la sua teletta.
– Elena, diletta del mio cuore, sclamò donna Vittoria, appena ebbe veduta la figlia, alfine mi è dato salvarti!
– E chi v’ha detto, le rispose Elena con sussiego, ch’io ne avessi desiderio?
A quelle parole la signora di Campireali rimase di stucco; guardava la figlia con due occhi ove stava dipinta la più grande maraviglia: non poteva capire come ella fosse cotanto mutata verso di lei; ma riscuotendosi subito sclamò:
– Figliuola cara, il destino mi forza confessarti un’azione, che, dopo le disgrazie che sulla nostra famiglia piombarono, si poteva riputare più che naturale, ma che ora mi si presenta in un modo affatto opposto; io ti prego, Elena, a perdonarmi quanto avessi potuto fare contro la tua volontà; tu non vorrai al certo mostrarti severa verso una madre la quale credeva operare a fin di bene: Elena… Giulio Branciforte è vivo!…
– Ed è appunto perchè egli è vivo che io voglio morire!
Donna Vittoria diresse le più affettuose parole alla figlia, le più tenere istanze; ma non ottenne risposta: Elena si era inginocchiata innanzi ad un crocifisso e pregava senza ascoltarla. Dopo un’ora d’inutili sforzi onde ottenere uno sguardo, una parola, donna Vittoria disse alla figlia che non sarebbe uscita da quel luogo sino a che non avesse parlato.
Al che Elena rispose:
– È sotto il marmo di questo Cristo che erano nascoste le sue lettere nella mia stanza di Albano; meglio sarebbe stato, anzichè serbarmi alla vita, farmi perire sotto i colpi di mio padre. Nel momento in cui siamo, vi chiedo soltanto che mi lasciate sola.
La signora di Campireali voleva continuare a parlare alla figlia, malgrado gli sguardi che le lanciava lo scudiero; questa s’impazientò, e:
– Lasciatemi un’ora di libertà, gridò con voce imperiosa; voi mi avvelenaste la vita, deh! non vogliate rendermi amara anche la morte.
E la signora di Campireali sciogliendo in lagrime:
– Fra due ore ritornerò; spero che aderirai allora alle preci d’una madre.
Mentre tutti se ne andavano, Elena si volse verso Ugone e gli disse:
– Rimanti costì, Ugone: ho d’uopo dell’opera tua… Tu, proseguì quando ognun si fu allontanato, tu mi aspetterai lì fuori sino a un mio cenno.
Dopo queste parole, Elena si assise, e scrisse:
«Giulio, tu mi credi forse colpevole; ma, nell’ora estrema in cui mi trovo, ti giuro che dopo di te nessun altro amai quaggiù, anzi il mio cuore era pieno di sprezzo per colui che potrebbe vantarsi d’avermi amato: soltanto la noja fu cagione della mia colpa. Il mio spirito affralito dalla lotta che aveva dovuto sostenere, circondato ed incalzato da dodici anni di menzogne, m’avevano resa insensibile a tutto; ed io cedei. Se il principe Colonna ch’io amava perchè tu l’amavi, non mi avesse mal ricevuta a Petrella, ciò non sarebbe avvenuto. Ne’ primi tempi di tua lontananza ricevetti una tua lettera; giudica con quale trasporto l’aprii! ma leggendola, il mio cuore mi si agghiacciò. Esaminai il carattere, riconobbi la tua mano, ma non il tuo cuore. Sperai ricevere altre lettere, che venissero ad allietarmi l’animo, a cancellare l’impressione che mi aveva lasciata nel cuore la tua prima: ma nulla, nulla! L’annunzio di tua morte compì di spegnere in me quel poco che rimaneva del tempo felice del nostro amore. Il primo mio pensiero fu di recarmi nel Messico, e sulla gleba che ti copriva sparger lacrime, sino a che avessi esalato l’ultimo sospiro e le mie spoglie fossero dalla stessa coperte… Se avessi seguíto un tale pensiero saremmo ora felici: imperocchè a Madrid sarei certamente giunta a commuovere quelle anime nelle quali rimane ancora un senso di pietà per gl’infelici, e avrei potuto unirmi a te. Tu mi chiederai perch’io ciò non feci? In primo luogo fu l’accoglienza fredda del principe: poscia un pensiero di vanità che m’invase. Un giorno in cui, appoggiata al verone, contemplava il luogo ove un dì il tuo sangue fu sparso, udii parole di sprezzo a me dirette: alzai la testa e vidi tre monache che mi guardavano in modo insolente: per vendicarmi volli essere abbadessa. La madre mia, che sapeva che tu eri vivo, fece ogni sforzo onde ottenere quella nomina stravagante, e l’ottenne. Quella dignità fu per me fonte di noje, compì d’avvilire l’animo mio: trovava piacere a far sentire il mio potere coll’infelicità altrui: io commisi delle ingiustizie. A trenta anni io mi trovava, secondo il mondo, virtuosa, ricca, considerata, e tuttavolta infelicissima. Allora si presentò a me quell’uomo, e l’animo mio era, come sopra ti diceva, travagliato dalla sventura che più non aveva la forza di resistere alla benchè minima, tentazione. Oserò confessarti una cosa, Giulio! Malgrado la mia vita, io ti vedeva sempre a me dappresso, affettuoso, e buono come sempre lo fosti: tu mi guardavi amorosamente: allora provava momenti di tanta collera che giungeva persino a percuotere l’uomo che aveva tentato al mio onore. Questa è tutta la verità, o Giulio; io non voleva morire senza averti prima aperto il mio cuore. In questo punto estremo conosco quanto grande sarebbe stata la mia felicità se mi fossi conservata degna di te. Nelle ore che l’animo nostro è invitato a dolce tristezza, che sentiamo più che mai il bisogno di pensare ai cari amici abbandonati, volgimi o Giulio, per un istante il tuo pensiero e una lagrima di compassione non mi negare. Quantunque colpevole, sento che il Signore sarà meco indulgente, perchè vide quanto fui infelice, deh! tu pure mostrati indulgente per colei che non cessò un momento di amarti, e che non osò vivere sentendosi indegna di te. Perdonami, o Giulio; e morta, potrò godere di quella pace che mi fu negata in questo mondo di menzogne».
Dopo aver scritto, Elena si avvicinò al vecchio soldato, che trovò immerso nel sonno; gli tolse, senza ch’ei se ne accorgesse, lo stiletto che, secondo l’uso italiano, gli pendeva a destra: indi destandolo, gli disse:
– Consegnerai tu stesso a Giulio questa lettera, tu stesso, capisci. Io non voglio che passi per altre mani. Aggiungerai anche questo fazzoletto testimonio delle mie lagrime, de’ miei sospiri. Gli dirai ch’io non cessai un istante di amarlo, e che mi perdoni.
– Così Iddio mi dia bene in questa vita e riposo nell’altra, come vi prometto, mia buona signora, di fare ogni vostra voglia, rispose il soldato.
Partito che fu Ugone, Elena prese il ferro, che aveva tenuto nascosto, e se lo immerse nel cuore.

FINE

Tip. Pirola.

NOTE
(1) Il ritratto di Elena di Campireali ammirasi tuttora in Roma nella pinacoteca del palazzo Farnese.
(2) Castro, borgo negli Stati Pontificj. È situato sulla destra dell’Olpeta; ed era per lo passato bella e popolosa città, che portava il titolo di ducato. Apparteneva alla famiglia Farnese, alla quale venne tolto da Urbano VIII. Nel 1647 venne quasi tutta distrutta da Innocenzo X, perchè gli abitanti, in una sommossa popolare, uccisero il proprio vescovo: d’allora in poi più non risorse. Vi aveva in quella città un convento detto della Visitazione, ove traevano in educazione le figliuole di quasi tutti i principi romani.
(3) Rôcca Petrella, luogo solitario posto sull’Appennino fra Roma e Napoli, e più precisamente sopra un colle dell’Abruzzo ulteriore, e a confine della Sabina Pontificia, a quindici miglia da Aquila e trenta dal lago di Celano.
(4) Borgo negli Stati Pontificj, la sua situazione ed i giardini annessi non ponno desiderarsi più deliziosi ed ameni: quivi i Papi protraggono le autunnali vacanze.
(5) Si dissero di Tordinona, da una vicina Torre che ne’ secoli di mezzo appellavasi Tor-di-Nona (perchè suonava all’ora di Nona). Quell’edificio servì ad uso di prigione sino sullo scorcio del 1647, tempo in cui Innocenzo X la fece trasportare in via Giulia, accanto alla chiesa di santa Lucia; ora sorge in quel luogo il più bel teatro di Roma.
(6) Quasi tutti i signori di Roma hanno una propria cappella, detta gentilizia, in questa o quella chiesa di città.
(7) Per farsi un’idea della ricchezza di quella chiesa, dirò che quell’altare costava più di cento mila scudi.
(8) La macchia della Fagiola è a cavaliere della via d’Albano a Napoli.
(9) Quell’immensa mole venne edificata da Adriano per emulare quella che aveva, in un altro canto di Roma, innalzata Augusto.

da: www.liberliber.it