Felice Venosta – I toscani a Curtatone e a Montanara – Edizione Liber Liber

“Giova ricordare gli esempi della virtù popolare: così si insegna ad imitarli.”

Con animo veramente commosso ci accingiamo a narrare la storia di que’ generosi Toscani, che, corsi nel 1848 ne’ campi lombardi, mostrarono a Curtatone, a Montanara, alle Grazie, di che fossero ancora capaci le genti italiane, malgrado che tre secoli di schiavitù avessero congiurato a snervare ogni braccio, a soffocare nei petti ogni sentimento di patria. Erano pochi, adolescenti appena, usciti allora allora dai collegi, dalle famiglie, male forniti d’armi, eppure stettero saldi alla tenzone, non fuggirono innanzi ad un nemico fortissimo per numero, per posizioni, per argomenti di guerra. Non fuggirono que’ pochi, ma combatterono sino a che o morti o prigionieri non fosse più a nessun di loro dato di brandire un ferro. Era il 29 maggio, anniversario glorioso; e que’ soldati della libertà si mostrarono degni emulatori degli avi; i quali, nello stesso giorno del 1176, combatterono e vinsero in Legnano il medesimo nemico. Noi narriamo la storia di questi Martiri, perchè è sacra per noi la vita data per la patria; perchè dobbiamo per quanto è in noi eternare la memoria di que’ precursori, che c’insegnarono, morendo, come si adempie il disegno di Dio, che ci vuol liberi e fratelli sulla terra. La gioventù italiana, leggendo queste pagine, troverà esempi di grandi virtù; essa, compresa d’ammirazione e d’entusiasmo, farà un voto di imitarli, preparando l’anima ed il braccio ai novelli cimenti della suprema battaglia.

Felice Venosta.

“La morte loro accese nei superstiti più vivo l’amore di libertà.”

Anonimo.

I

Il sabbato 18 marzo 1848, un popolo inerme sorgeva concorde, col santissimo nome di patria in sulle labbra, contro lo straniero oppressore. Era quello il popolo di Milano, il quale con solenni dimostrazioni aveva già fatto conoscere al tiranno, che l’opprimeva, come la dignità sua non avesse sbandita dal petto, come esso si accingesse a combatterlo, ove ai suoi giusti desideri non fosse fatta ragione.

Quando al diritto d’un popolo si sovrappone il falso diritto dei desposti, quando la sacra ragione giace schiacciata dalla forza, allora la coscienza di quel popolo trova al suo grido forme solenni, nobilissime dimostrazioni, che, svelando al mondo l’isolamento della tirannide, ne preparano la caduta. E, da queste generose proteste mosse la rigenerazione italiana sin dalla seconda metà dell’anno 1846. Milano sopratutto, ricorda con giusto orgoglio quelle gigantesche dimostrazioni, che segnarono irrevocabilmente la condanna dell’oppressione straniera e che rimarranno indelebili nel sacro volume della Storia.

La virtù del volere, spiegata di fronte alla brutale potenza delle baionette, il fermo proposito d’un popolo, consapevole del suo diritto e del suo finale trionfo, professato a viso scoperto, sotto gli occhi delle falangi nemiche, gridato all’orecchio dell’oppressore fu fatto mirabilissimo, infallibile foriero della nostra risurrezione. – Era il diritto che faceva tremare la forza.

Che disse allora, per calunniare Milano all’Europa, l’oppressore straniero? Disse che quelle dimostrazioni erano l’opera di pochi spiriti turbolenti e perversi, nemici d’ogni autorità e d’ogni governo, a cui il popolo, incline sempre a novità, affascinato ed illuso, traeva dietro. Rise l’Europa civile della stolta discolpa, ben sapendo che non è dato a pochi facinorosi d’imporsi al buon senso del popolo, e prevalere all’istinto d’ordine radicato profondamente nei civili consorzi. Essa sapeva che que’ segni non erano che le aspirazioni di tutto un popolo stanco del servaggio.

Tale sacrosanta verità Milano mostrò nelle sue giornate di marzo. L’Austria non aveva più dinanzi a sè i pochi forsennati tumultuanti: essa si trovava di fronte un popolo, che aveva spezzate le catene, pronto a vendicarsi dei patiti martirî. Il potente straniero impallidì, tremò, fuggì dinanzi a quegli uomini che per tant’anni aveva conculcati, che aveva sempre riguardati con occhio di sprezzo.

Nelle prime ore della lotta i cittadini non avevano che pochissime armi: circa trecento fucili da caccia: qualche pistola, un pugno di vecchie sciabole, e quanti utensili domestici, ferri taglienti ed appuntati, cadessero nelle mani. Tutto per loro era buono a correggere le antiche ingiurie. E così sforniti d’armi furono sempre vincitori, perchè tutti avevano l’entusiasmo nel cuore, il valore nel braccio; perchè il coraggio era grande in tutti, quanto l’amore della libertà, quanto la coscienza del proprio diritto. Innumerevoli barricate, costruite dagli ingegneri del popolo, sorsero, come per incanto, in ogni via, custodite animosamente da fanciulli e da vecchi, mentre i più gagliardi si cimentavano a fronte del nemico, accorrendo ove più minacciasse il pericolo. Le campane tutte suonavano a stormo, eccitando sempre più i cittadini, e gettando nel petto dello straniero il terrore. Le donne fasciavano le ferite, incuoravano alla pugna, combattevano esse medesime; e non poche andarono famose per coraggio e per virile ardimento. Le persone, già più deboli e timide, allora, fatte forti e coraggiose dal pericolo della patria, instavano animosamente alla zuffa; e il fragore dei cannoni convertivano in argomento di festa e di scherzo. Chi non poteva fare altra difesa, gettava dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli, legnami. Ogni classe di cittadini in quelle famose giornate fece prove stupende, e con uno splendido trionfo fu purgata la vergogna di 34 anni di turpe dominio.

Allato di questa gloria, altra anco ne vanta la memorabile rivoluzione di Milano; vogliamo dire la più che rara unica moderazione del popolo nella vittoria. Non furti, non saccheggi, non incendi, non private vendette, non insulti privati; alle persone, alle cose rispetto; rispetto ai prigionieri; mirabile contrasto colla barbarie, colla ferocia, la licenza degli Austriaci; e tanto più mirabile, che mentre il popolo accoglieva con amore il gregario vinto, sapeva che i fratelli prigionieri erano nel turrito castello spietatamente trucidati.

Il memorando trionfo del 22 marzo non si poteva ottenere senza grandi dolori, senza grandi sacrifici. L’albero della libertà non alligna che in terreno inaffiato col sangue dei Martiri. E copioso fu il numero di questi generosi, perchè grande era la forza dei nemici e più grande la loro efferatezza. I Martiri, che conquistarono e resero più preziosa la libertà di Milano, sommano a più centinaia: sono donne, vecchi, fanciulli, sacerdoti, cittadini d’ogni età, d’ogni condizione.

Il giorno 23 era in Milano un contento, una festa che sentiva del delirio. La coscienza di aver saputo col proprio valore cacciare l’abborrito straniero, rendeva baldo quel generoso popolo.

Dopo la vittoria, i Milanesi avrebbero voluto inseguire il fuggente nemico, stringerlo ai fianchi, distruggerlo. Ma quel movimento abbisognava di un capo esperimentato, che riunisse ogni fede; era pure mestieri che venissero ordinate le masse dei battaglieri della libertà; imperocchè, in campo aperto, ogni impetuoso valore diviene dannoso, ove non venga regolato dal senno di chi lo guida. In campo aperto l’uomo deve combattere a posta d’altri e non sua; altrimenti, la disciplinatezza del nemico, quantunque inferiore di animo e di numero, lo atterra e lo infuga.

L’entusiasmo del popolo milanese andò scemando sempre più tra i cantici e l’allegria. Quelli che continuarono ad essere i sopracciò della pubblica cosa non avevano la sapienza delle rivoluzioni. Essi lasciarono che il popolo s’intiepidisse, lasciarono che credesse già compiuta l’antica speranza, che tornasse alle usate faccende, ai piaceri. – Errore grandissimo e fatalissimo.

Nulladimeno, in mezzo a quella fiacchezza, parecchi, che l’adorazione d’Italia spingeva innanzi, partirono. Non avevano uniformità d’armi, nè di reggimento. Erano centoventinove, animosi giovani appartenenti a povere, agiate o nobili famiglie, i quali, sapendo come il debito d’ogni Lombardo non fosse interamente saldato sulle cittadine barricate, senza provvedimenti, senza vesti di ricambio, col solo moschetto dei cinque giorni, spensieratamente, ma colla esaltazione dell’eroismo, seguivano Luciano Manara, il quale, pel primo, dava esempi di abnegazione, lasciando la moglie, i figliuoli, le abitudini di lusso, tutto, per seguire gli impulsi dei suo cuore, e concorrere alla conquista della patria indipendenza, o morire.

Ma se que’ che in Milano rimasero al timone degli affari, si mostrarono fiacchi non all’altezza del cómpito che più che il merito, il caso aveva loro affidato, non dormivano le genti italiane.

Da ogni città, da ogni borgo, da ogni villaggio, all’annuncio della sollevazione di Milano, sorgevano giovani volontari, i quali correvano sui campi lombardi per combattere le onorate battaglie del fraterno riscatto. Mancava in essi il freno della disciplina; non l’impeto. Fra gli uomini si notavano parecchie donne, a cui la debilità del sesso, la nessuna abitudine ai forti esercizi non erano impedimento all’impugnare le armi, ai disagi delle marce, alle privazioni d’ogni maniera(1). Non mancavano sacerdoti, i quali, in nome di Cristo liberatore dei popoli, si erano fatti guidatori di squadre.

Il movimento dei novelli crociati era bello, grande, ammirato dai contrari, temuto dai nemici.

Non ci sentiamo abbastanza forti a descrivere il superbo spettacolo che la nostra Italia presentava in que’ dì, in cui i padri, i mariti, i figliuoli, i professori, gli studiosi correvano a rivendicare col loro sangue i colculcati diritti, e a riconquistare a tutti una patria che uno straniero insolente ci aveva tolta. Dal Modenese, dal Parmigiano, dal Genovesato, dal Novarese andavano volonterosi aiuti ai Lombardi. Le Guardie nazionali di Firenze, di Pisa, di Livorno, di Siena si mobilizzavano, aventi a capo il colonnello Giovannetti. La principessa Cristina di Belgioioso traeva seco da Napoli un drappello di volontari, cui Ferdinando di Borbone aveva dovuto, suo malgrado, accordare le armi. Da Roma, guidati dai generali Giovanni Durando e Andrea Ferrari, partivano le truppe pontificie delle tre armature con parecchie legioni di militi cittadini. Da Milano, dopo l’esempio di Manara, partivano nuove guerriglie, le quali, là sul Garda, si univano, coll’intendimento di asserragliare i passi dello Stelvio e del Tonale, suscitare nel cuor bellicoso dei Tirolesi la sacra fiamma del fratellevole amore, rivendicare i confini d’Italia sulle Alpi Rezie, dove la natura li ha posti, e il diritto delle nostre genti li addita.

Bello era quell’entusiasmo, quell’accorrere di giovani volonterosi di vincere o di morire per la patria; ma di quell’entusiasmo, di que’ volontari non si volle far tesoro.

Era cessata la lotta delle vie. La baldoria delle festività rumorose venivasi mano mano pur racquetando. La mente di parecchi posò per riflettere sui nuovi casi e trarne norma alle proprie azioni: gli uni a rivolgerle all’italica vita, gli altri all’individuale ambizione, i troppi alle sfrenatezze politiche. Per cui il nostro paese presentò alla gente illuminata la anarchia delle idee; il governo, l’ignoranza del maneggio della pubblica cosa; il popolo, il genio della rivoluzione bensì, ma fiacchezza nei propositi, facilità di spogliarsi della virtualità del sacrificio, di credere alla parola di quelli che, di lui temendo, sanno con arte fina trarlo nell’inerzia.

I governi provvisori, che qua e là vennero sorgendo, mano mano cioè che, all’esempio di Milano, le altre terre di Lombardia e quelle della Venezia cacciavano il nemico, erano composti da uomini di casato o di censo; da magistrati municipali dei tempi degli Austriaci, sudditi queruli, ma non energici; da qualche vittima dei caduti governi; da qualche avvocato in grido o scrittore di novelle. Codesti uomini, dondolandosi in seno di fallaci speranze di potenti aiuti del Re sabaudo, spensero a tutta possa il pubblico entusiasmo, risuscitarono le mal sopite discordie col parlare di agglomeramenti, d’innesti, di fusioni di popoli, invece di provvedere forti e pronti mezzi per discacciare oltre l’Alpi il nemico, di assecondare gli sforzi eroici dei soldati piemontesi coll’attivare la coscrizione, col chiamare alle armi l’italica gioventù, coll’affrettare la compera delle armi, e poter dire un giorno con nobile orgoglio: “L’Italia sta ed ha fatto da sè. Pusilli, per non dir peggio, guardavano invece con occhio diffidente quelli che in loro desideravano energia di propositi, sprezzavano i volontari accorrenti da ogni dove; e non potendo porre un obice all’impeto di quelle sacre falangi, facevano in modo che esse avessero ad essere in balia di sè stesse, a mancare di tutto; non furono rari i giorni in cui quegli eletti giovani d’Italia ebbero a piatire il pane. I sospetti, le tendenze, le ambizioni, le ingorde bramosie, le speranze agitarono gli animi di tutti, e fecero pendere in sospeso lo scopo precipuo, essenzialissimo, vitale, che tutti in lor cuore volevano attuato, fiaccamente aiutandolo.

II.

Carlo Alberto, all’esempio di Pio IX, aveva innalzato lo stendardo italiano, ogni suo decreto aveva diretto al bene della parte d’Italia che era da lui governata. Postosi su d’una tal via non poteva egli, senza smentire i propri atti, non aderire alle brame dei suoi popoli, che lo spingevano ad accorrere al soccorso dei Lombardo-Veneti. Sia per impulso altrui, sia per quello del proprio cuore, fatto stà che il giorno 23 emanava il seguente proclama:

Popoli della Lombardia e della Venezia!

“I destini d’Italia si maturano; sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.

“Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.

“Popoli della Lombardia e della Venezia! Le nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.

“Seconderemo i vostri giusti desiderii, fidando in Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio, che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio, che con maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sè.

“E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

CARLO ALBERTO”

Scorsi tre giorni partiva da Torino per Alessandria, ove era radunato il maggior nerbo delle truppe, di cui ne assumeva il supremo comando. Divideva quelle in due corpi; spediva le avanguardie, ed accelerava la mossa degli sparsi reggimenti; indi stipulava col governo provvisorio di Milano i seguenti capitoli:

“I. Le truppe di S. M. Sarda agiranno da fedeli e leali alleati del governo provvisorio, ritenendo S. M. a tutto suo carico gli stipendi in corso e stando invece a carico del governo provvisorio ogni somministrazione di sussistenza. A tal uopo l’esercito piemontese sarà assistito da’ suoi commissari di guerra; potrà il governo provvisorio aggiungere quei controllori che crederà del caso. Le richieste per la somministrazione delle razioni di viveri e foraggi si giustificheranno mediante boni firmati dai rispettivi comandanti dei diversi corpi, i quali saranno mallevadori della loro esattezza numerica.

“II. Avendo il governo provvisorio sopra istanza del signor generale comandante Lecchi espresso il desiderio di avere degli ufficiali per la istruzione delle nuove truppe che si stanno organizzando, il signor marchese Passalacqua – generale di S. M. – accoglie la richiesta in quanto a quelli che non figurano nei quadri di attività colla condizione che gli ufficiali assunti dal governo provvisorio diventino ufficiali al servizio di questo.”

Il 29 marzo, accomiatandosi dai suoi popoli, il Re varcava quel confine, che segnato aveva la tirannide, seguito da 23,000 soldati d’ogni armatura. A Pavia veniva accolto fra applausi indicibili, tra gridi di festa e fra le vie sparse di fiori. L’esercito sardo sommava a 72,000 uomini, molte migliaia de’ quali rimasero di presidio nei paesi che furono occupati durante la guerra; molti i vaganti per capriccio, per malattia, per superiore permesso, per dilatata licenza. Quell’esercito era ben lontano allora da quell’organamento a cui il La Marmora seppe portarlo dopo gl’infelici anni 1848 e 1849, e a cui si dovettero quelle stupende prove da lui date in Crimea, a Palestro, a san Martino. La fiducia d’un’eterna pace coll’Austria aveva fatte trascurare al governo di Torino le provvidenze di guerra; e se le armi soperchiavano di gran lunga la ordinaria misura per sedare le possibili intestine sommosse, non bastavano, sia nel numero, sia nelle militari discipline, per porsi convenientemente in campo contro un nemico, fuggitivo sì, ma sempre gigante com’era l’austriaco. Oltre a ciò i generali mancavano di carte topografiche, e non conoscevano la parte d’Italia in cui andavano a combattere. A un tale esercito bisognava un capo ardito, sapiente delle cose di guerra, di que’ generali che sanno in pochi dì creare i soldati, che sanno loro infondere quell’impeto che sopperisce agli stretti ordinamenti. Carlo Alberto, prendendo a sè il comando supremo delle truppe, fece grave errore. Egli avrà avute tutte le buone qualità immaginabili; ma mancava di spirito belligero, e d’attitudine per essere generale; era fiacco ed ignorante affatto della strategia. Anco il suo stato maggiore, fatta una eccezione, quella del generale conte Franzini, non era da più del supremo capitano. Affinchè i nostri lettori possano convincersi come le sorti della guerra fossero in cattive mani, diremo che il capo di stato maggiore, il conte Carlo Canera di Salasco, era un gentiluomo di camera, di nobile prosapia, d’indole timida e servile e di scarso ingegno. Egli spingeva la devozione verso la persona del re sino all’estremo; perfin nel campo si credeva in obbligo di continuare l’incarico di ciambellano, e sempre lo segui come l’ombra sua sia a piedi che a cavallo. Parte della notte passava in veglia per redigere que’ bollettini che tutti hanno letto e prescrivere gli ordinamenti dell’esercito. Travagliato dalla propria coscienza, egli non cessava dal chiedere al suo principe lo dispensasse da cure, che domandavano altre teste che non fosse la sua. Carlo Alberto non assentiva ai suoi desideri; e al cessare della prima campagna, cessava l’alta funzione con fama di pessimo strategico e colla fatalità d’aver dato il suo nome ad un armistizio coll’inimico, forse per la forza dei casi inevitabile, però inviso ad ogni generoso cuore italiano.

Il giorno cinque di aprile il quartiere generale era a Bozzolo. Una mano di arditissimi volontari, capitanata da Griffini, aveva occupato il passaggio del fiume Oglio e disfattone il ponte presso Marcaria. Verso sera fu spinto più innanzi un nodo di truppa regolare delle tre armi, che occupò una casipola isolata lungo la strada di Mantova. A notte fitta, i cacciatori nemici, approfittando della spensierata sicurezza in cui si credevano i nostri, si avanzarono carponi verso quella casipola, attaccarono que’ negligenti soldati e li posero in fuga. Una quarantina d’ulani li inseguì, facendone prigionieri nove, e togliendo loro otto cavalli che furono tradotti in Mantova. Quel primo scontro si poco felice, le frequenti paure al più lieve rumore notturno, il continuo trarre degli schioppi senza saper dove, nè contro chi, appalesavano chiaramente come le truppe piemontesi ignorassero i primi elementi dell’arte militare.

Il giorno sette il grosso dell’esercito muoveva per Goito, collo scopo di forzare il passo tra la fortezza di Mantova e quella di Peschiera. Il giorno 8, in sul meriggio, la prima divisione mosse con molta ansia contro gli Austriaci, i quali si erano asserragliati nel paese ed avevano minato il ponte. Dopo accanito contrasto i nostri facevano estremo impeto, entravano in Goito a viva forza, abbattevano ogni ostacolo, ponevano in fuga il nemico; il quale, sgominato da tanto ardire, correva precipitosamente al ponte per difendersi sull’altra linea del fiume. Anche quivi la resistenza fu lunga e ostinata; ma i nostri rimanevano vincitori.

Le perdite dal nostro lato, tra morti e feriti, sommarono a quarant’otto uomini. Caddero eroicamente il maggiore Maccarani del Real-Navi e il giovine tenente Wrigt, inglese di nascita. Si distinsero particolarmente il generale d’Arvillars, il generale dei volontari Griffini, il colonnello Alessandro Ferrero della Marmora(2), il tenente Franchetti, il Milanesi, caporale d’artiglieria.

Il felice successo della giornata di Goito, mentre indeboliva la temuta fama di possanza dell’esercito nemico, incuorava sopramodo i nostri. Il giorno 9, il generale Broglia, colla 3a divisione, dirigevasi verso le alture che signoreggiano Monzambano. Gli Austriaci, all’avvicinarsi delle colonne italiane, fuggivano dal paese, e, riparando nella sponda sinistra, appiccavano il fuoco al ponte. La prima batteria a cavallo, sotto gli ordini del maggiore Filippi, allontanò di quasi mille metri gli opponenti dal Mincio, affine di ristabilire il ponte, su cui passavano di corsa buon nodo de’ nostri. Se lo stato maggiore avesse conosciuti i luoghi avrebbe saputo rispondere all’ardore dei soldati, che volevano ad ogni costo inseguire i fuggenti. Ma quello doveva tenersi in una saggia moderazione, e anzichè eccitare le truppe le infrenava. Il colonnello Mollard, alle due e mezza dello stesso giorno occupava Borghetto. L’indomani le truppe della libertà prendevano posizione sulle alture dinanzi il castello di Valeggio; e il giorno 11, riposti in assetto i ponti fatti saltare in aria dal nemico, tutte passavano il fiume.

La facile vittoria ringalluzziva i nostri, e li faceva meno oculati e guardinghi; come quelli che ormai non temevano punto d’un nemico sbaragliato e fuggente. Ed era quello il momento che un generale esperto in cose di guerra avrebbe afferrato per ispingere innanzi le sue colonne, e approfittare in un tempo e dell’entusiasmo che le infiammava e della paura in cui ancora erano invasi gli Austriaci. In quella vece Carlo Alberto fissava il suo quartiere generale in Volta, e pago si teneva delle posizioni che gli erano state cedute con tanta facilità. La prima operazione del re a Volta fu, dietro consiglio di taluno, di tentare un movimento verso Peschiera; poichè, venivagli detto, il presidio di quella fortezza avrebbe tosto ceduto all’avvicinarsi delle sue truppe vittoriose. Se non che le mura di Peschiera non erano quelle di Gerico; nè era più il tempo che a suon di tromba cadevano i fortilizi. I Croati, che la presidiavano, erano soltanto 1800; ma, gente predona e selvaggia, avanzata alle vendette di Milano; essi non sentivano punto lo scoraggiamento nell’animo, bensì la speranza, nel resistere alla mala fortuna, d’infestare di bel nuovo le strade e i paesi, di appagare la non mai sazia ferocia col saccheggio e col sangue.

L’ufficiale parlamentario trovò adunque illusoria la facile reddizione della piazza; ed il Re, che, durante l’inutile tentativo, era rimasto ne’ punti più bersagliati dalle palle nemiche, si ritraeva di là lasciando la brigata Pinerolo a stringere il blocco della fortezza.

Le truppe di Mantova, sfornite di viveri, andavano infrattanto battendo i campi, le cascine, i paeselli, predando quanto meglio cadesse loro nelle mani e malmenando spietatamente que’ terrazzani che non erano lesti a darsi alla fuga. Carlo Alberto, a togliere questi miseri campagnuoli dallo strazio che il nemico di loro faceva, e fors’anco per pulire Rivolta e le Grazie dagli Austriaci, e facilitare il congiungimento delle proprie ordinanze colle modenesi, romane e toscane, che avevano di già varcato il Po, ordinava per la notte del dì 11 una grande ricognizione verso quella fortezza.

Ai primi albori, il generale Bava, alla testa di 12 mila uomini, muoveva da Gazzoldo dirigendo le sue truppe per Sarginesco, per Castellucchio e Montanara, affine di attaccare di fianco il nemico, ove avesse cercato di difendere l’argine dell’Osone; altre truppe dirigeva da Sacco per Rivolta e le Grazie per coglierlo di fronte; altre di Ceresara per Rodigo e Borghetto per procedere sino a Curtatone, ed altre infine da Piubega per Ospitaletto, affine di starvi come riserva, ed entrare, nel bisogno, a prender parte alla ricognizione.

Scopo di quelle mosse era, come si vede, di battere di fronte e di fianco gli Austriaci, esploranti le campagne, di tagliar loro la ritirata, e portarsi quindi immediatamente sotto le mure di Mantova. Il nemico non fu côlto all’improvviso; egli era stato avvisato di que’ movimenti dalle accurate e indefesse spie che aveva saputo sguinzagliare dappertutto. Si ritirò in fortezza, sostenendo, verso Belfiore, un breve scontro coi bersaglieri, che gli tennero dietro sino alle porte.

Fallito quel tentativo, Bava faceva ripiegare i battaglioni. Sotto Mantova rimaneva una divisione di 5000 mila Toscani, volontari e stanziali, sotto il comando del generale d’Arco Ferrari, il quale, già buon soldato sotto il primo Bonaparte, era dagli anni e dagli ozi reso ormai svigorito ed inutile. Ai Toscani s’era aggiunto il 10.° reggimento di linea Abruzzo, che Ferdinando di Napoli aveva mandato in aiuto al granduca di Toscana.

Sin dal 18 aprile una legione volante di Modenesi, sotto gli ordini del maggiore Lodovico Fontana, aveva traghettato il Po presso San Benedetto per presidiare Governolo, posizione importantissima non lontana da Mantova.

La scelta del Fontana a capo di que’ soldati fu ottima. Uomo di natura semplice, onesta, attivissima, egli aveva apprese le militari dottrine nel battaglione del duca di Modena, e desunte dal proprio cuore le politiche credenze. Il suo coraggio, la franchezza dei modi lo facevano stimare dai conterranei; il suo piglio soldatesco, le libere parole lo rendevano l’idolo delle schiere, che il governo provvisorio avevagli affidate. Consistevano queste in ottocento volontari, in duecentoventicinque soldati d’ordinanza, in trentacinque dragoni a cavallo ed in trenta cannonieri con tre pezzi d’artiglieria da campagna ed un obice. A cotale forza erano uniti cinquanta bersaglieri mantovani, guidati da Longoni, distinto ufficiale al servizio del Piemonte; fra que’ bersaglieri erano i genovesi Nino Bixio e Goffredo Mameli. Saputosi come alcuni nodi di nemici ponessero a ruba ed a sacco il vasto paese, che era loro dato di campeggiare, alcuni fra i Modenesi, divorati dalla sete di combattere, chiesero a Fontana di poter volteggiare verso il forte, e ai predoni in cui s’imbattessero di far pagare caramente le loro ribalderie. Partirono quegli arditi in numero di trecento. Giunti a Castellaro vi si fortificarono, riconoscendo quel luogo importante per intercettare le comunicazioni di Mantova con Verona e Legnago. L’indomani a sera, avvertiti che due compagnie di cacciatori austriaci erano giunte a Castelbelforte, partirono in numero di duecento per tentare di sorprenderle e farle prigioniere. Albeggiava appena, quando presso il paese si scontrarono in loro, già deste ed in marcia per a Mantova. Attaccatele senza porre tempo di mezzo, dopo mezz’ora di accanito combattimento, le costringevano alla fuga, facendo loro soffrire parecchie perdite, ed inseguendole per buon tratto di strada.

Frattanto i rimasti a Castellaro venivano sorpresi ed assaliti da un battaglione ungherese con cavalleria e cannoni; e, benchè presi all’improvviso per la mala guardia che intorno a sè facevano, si difesero per un’ora, e si ritirarono poscia ordinati verso Governolo. Il temerario ardimento dei nostri divenne esca al nemico alla vendetta.

III

Il generale Gorzkowsky, di esecrata memoria, l’uccisore di Ugo Bassi, era allora governatore di Mantova. L’animo suo truce non poteva sopportare in pace come un pugno di volontari, usciti allora allora, in gran parte dai collegi, figli di famiglia il dì prima, non abituati alla guerra e in loco non munito dall’arte, avessero saputo porre in fuga due compagnie delle migliori sue truppe e sostenuto un lungo combattimento con altre truppe numerose senza arrendersi, senza lasciare neppure un di loro prigioniero. Quel generale deliberò di gettare, nella sera del dì vegnente, contro i soldati di Fontana una forte colonna di scelti gregari ai cenni d’un veneto, il Duodo. – Notiamo il nome a titolo di vergogna, chè, se come soldato il Duodo non credeva dover abbandonare le file dell’oppressore, come italiano doveva infrenare le sue soldatesche.

Per la porta San Giorgio, notte tempo, come branco di ingordi ladroni, un reggimento di ungheresi ed un battaglione di cacciatori uscivano con seco sei pezzi d’artiglieria e due squadroni usseri. Ubbriacatisi in un’osteria alle Colombare, uccisone l’oste e la moglie, ed arsa la casa, il Duodo spediva i cacciatori verso Casale per assalire i nostri di fronte e di fianco; il molto vino però, che questi avevano tracannato, offuscava loro siffattamente gli occhi che stentavano a raccapezzare la strada. Il grosso del corpo egli spingeva direttamente per la via dell’argine. Tutto era silenzio e tenebra; le ruote dei carri erano fasciate di stoppa. Gli Austriaci sorprendevano, immerso nel sonno, un giovinetto reggiano, sentinella avanzata; uccisala a colpi di baionetta, scavalcavano la prima serraglia composta provvisoriamente d’alberi incrocicchiati; e i nostri, a difesa di quel punto, sorpresi e côlti da spavento si davano a precipitosa fuga, avvisando il campo del giungere del nemico con grida smodate.

Scoccavano allora le quattro del mattino. Un falso allarme nella notte aveva tutti desti; epperò tutti erano pronti a battaglia. Fontana, disceso in fretta nella strada, minacciava di morte chi alzasse grido, o battesse i tamburi; e provvedeva celeramente alla difesa. Poneva una compagnia di fanti con due cannoni sulla sponda destra del Mincio, ordinando al capitano Cremonini di prendere l’inimico di fianco. Disponeva tre centurie nel camposanto, che sta sulla via di Casale. Difilava dal ponte levatoio sino alla chiesa, che è in fondo al borgo, una riscossa di trecento uomini tra volontari, stanziali e soldati a cavallo. Traeva seco trecentosessanta civili, i bersaglieri mantovani e due pezzi d’artiglieria sull’argine della riva sinistra. Presso il casino Tiraboschi era stata già rotta la strada, e apertovi un largo fosso comunicante col fiume.

Il nemico si accennò col rimbombo dei cannoni e col fischio dei razzi. Il Fontana, a cavallo, si pose alla testa de’ suoi, ed alzando il braccio e la spada, gridò animosamente: Viva l’Italia! a’ quel grido si succedevano le grida dei soldati, e alla mitraglia delle artiglierie austriache quella delle modenesi. Ad ogni colpo dell’inimico vedevansi andare in frantumi i tetti delle case di Governolo, a smembrarsi i pilastri dei porticati; ad ognuno dei nostri vedevasi lo sperpero nelle avverse file, e si udiva il confuso lamento delle teutoniche voci. La compagnia di Longoni procedeva innanzi, e i Modenesi la imitavano. Intanto uno dei due pezzi a capsula – su cui il duca Francesco IV, di trista memoria, aveva con villano scherzo fatta apporre la leggenda “Ciro Menotti contro i liberali, 1831” avendo rotto il congegnamento, non faceva più fuoco. Il Cremonini si rimaneva inoperoso nell’opposta riva, mentre alcuni tra i suoi si erano posti a fuggire verso il Po. Fontana mandava il suo aiutante per riscuotere l’attività dell’inerte capitano; ma lo stimolo non valse. Pur la fortuna combatteva pe’ nostri; imperocchè i pochi, postisi in iscaglioni, recavano la strage nell’opposto campo.

Dopo un combattimento di oltre quattr’ore, il Duodo, inasprito dalla lunga difesa e per le tante morti de’ suoi, ordinava la carica alla baionetta. Gli ungheresi rispondevano al cenno che i tamburi loro davano; ma giunti al valico del fosso s’arrestavano incerti. Essi venivano côlti da un ben nutrito fuoco di moschetteria che li faceva indietreggiare. Un nostro tamburo, senz’ordine, cominciava a battere anch’egli la carica. Il Fontana gridava: Vittoria! Viva l’onore italiano! I soldati della libertà si aggruppavano in colonna e correvano sui passi dell’inimico, il quale, preso da tale sbigottimento, si dava a dirotta fuga. Erano allora le dieci. Inseguiti gli Austriaci per buon tratto, i nostri fecero qualche prigioniero ed ebbero per bottino un carro coperto con munizioni da guerra.

IV.

Dal lago di Garda alle alture tirolesi erano adunati cinquemila e più volontari lombardi, svizzeri e genovesi, i quali si avevano a comandante un colonnello federale, originario di Piemonte, per nome Allemandi. Le varie legioni erano capitanate dal Borra di Brescia, ufficiale del già esercito italiano, cui i molti anni non avevano punto scemate le forze fisiche e del cuore; dal Thannberg, giovine alsaziano arditissimo; dal Tibaldi di Cremona; dal Manara, dal Trotti, dall’Arcioni, dal Torres, dal Beretta, dall’Anfossi, dal Longhena, e da altri generosi figli d’Italia. I soldati, che a que’ capi dovevano ubbidire, erano audaci tutti, ma mancavano di disciplina, di fermezza ne’ propositi. Il governo, come accennammo, avevali quasi abbandonati, facendo loro mancare vesti, munizioni e vettovaglie. Tuttavia essi valorosamente combatterono alle Sarche, presso il castello di Toblino, ed inseguirono il nemico verso Trento sin oltre Vezzano. L’Allemandi, che vedeva quanto importante fosse di conservare i passi del Tirolo, sia per tagliare da quelle parti la ritirata agli Austriaci, sia per impedire che vi ricevesse nuovi rinforzi, chiedeva a Carlo Alberto quattro battaglioni di truppe regolari con quattro pezzi d’artiglieria. Le sue istanze non erano ascoltate; dopo lungo domandare, gli veniva detto che il governo provvisorio di Milano, non volendo in quelle posizioni più oltre agire, gli ordinava si apprestasse a portarsi a Brescia colle sue genti per ricevervi una regolare riforma. Così nel corso d’un mese, dì per dì, dalla cacciata di Milano degli Austriaci, que’ reggitori della pubblica cosa decretavano l’abbandono del Tirolo, concedevano agio al nemico di raccozzare nuovi armati al di là delle Alpi, lasciavano indifesa la Venezia, scoperto il Friuli, libero il passo del lago di Garda per Brescia. Incredibile cosa, ma pur vera.

Anco la grossa guerra era infrattanto condotta con molta lentezza. Dopo una assai prolungata inerzia, parecchie scaramucce di avamposti si erano operate dai Piemontesi in sullo scorcio d’aprile. Essi avevano infugati gli Austriaci da Villafranca e avevano occupata quella terra. Pel giorno 30 si decideva di dare una battaglia. Mentre il generale Bes vigorosamente avrebbe respinto il nemico dai villaggi di Pacenzo e di Cola, il generale Broglio avrebbe marciato verso Santa Giustina e Pastrengo per impossessarsi di quelle posizioni; distruggere i corpi esciti da Verona, e infine chiudere ogni comunicazione tra quella piazza e Peschiera. Altre truppe venivano aggiunte in modo da formare un corpo di venticinquemila uomini, che era affidato al supremo comando del generale Ettore De-Sonnaz.

Il 30 aprile era giorno festivo. Il Re volle che, prima d’ingaggiare la battaglia, i soldati avessero ad udire la messa, ciò che ritardò di molte ore i movimenti delle truppe. Tuttavia le saggie disposizioni date dal De-Sonnaz, e il valore dei soldati riportarono dappertutto completa vittoria. La brigata Piemonte, 3.° e 4.° di linea, era la prima a misurarsi; essa spingeva il nemico, lo incalzava, lo proseguiva di collina in collina; la brigata Cuneo, 7.° e 8.° di linea, comechè a rilento a cagione del terreno accidentato, la imitava alla dritta. Pastrengo era preso d’assalto con un entusiasmo senza pari. Gli Austriaci, disloggiati, si riordinavano, e tentavano una vigorosa fazione sulla sinistra; e quel brusco attacco poteva forse cangiare le loro sorti, se tre squadroni di carabinieri non si fossero slanciati alla carica sulla collina, e non avessero colla forza irresistibile dell’esempio trascinata a sè la fanteria. Allora gli Austriaci, cinti da ogni lato, piegavano disordinatamente verso i ponti di barche stabiliti a Pescantina e a Pontone. Battevano le quattro pomeridiane; senza alcun pericolo si potevano inseguire i fuggenti, tagliare loro la ritirata, o farne per lo meno un numero grande prigionieri. Ma Carlo Alberto, che, da un’eminenza, aveva innanzi tutto assistito alla battaglia, e si era trovato quindi, a vero dire, ne’ più perigliosi punti, non seppe trarre profitto dalla loro demoralizzazione, e si accontentò delle acquistate posizioni.

La giornata di Pastrengo fu la prima battaglia campale, in cui gl’Italiani diedero saggio del loro valore e dell’intelligenza nell’eseguire le disposizioni del supremo generale.

Tra le più note virtù che in quel dì si appalesarono, noteremo il capitano d’artiglieria Paolo Riccardi, che poneva in rotta un grosso corpo nemico, disponendo saggiamente e con molto ardimento i suoi cannoni; – il maggiore Alfonso Lamarmora, il quale alla testa di uno squadrone di lancieri e d’una mezza batteria a cavallo, infugava, sgominandola, prima una colonna di fanteria nemica poscia altra di cacciatori; – il capitano Delavenay, che con un piccolo drappello di granatieri savoiardi si avanzava arditamente contro una compagnia di Austriaci, che avevano sorpreso uno squadrone de’ nostri, disposto in iscaglioni. Il nemico resisteva, egli lo assaliva colla baionetta; e, afferrato il braccio del capitano, lo faceva prigioniero co’ suoi. Ufficiali e soldati morirono da prodi. Cadde tra i più cari e rimpianti il giovane marchese Gerolamo di Bevilacqua, da Brescia, ricco di dovizie e di amor patrio, pochi dì prima assunto al grado di ufficiale nel reggimento di cavalleria Piemonte Reale; egli cadde mentre già i nostri gridavano vittoria. Avuto il comando dal suo capitano d’infugare un nodo di nemici, egli si slanciava furiosamente alla testa de’ suoi soldati, e, spiccando un gran salto per sopra una siepe, si dirigeva verso il cimitero di Pastrengo. Il fatto era coronato di lieto successo, non era morto che un trombettiere. Imperocchè gli Austriaci lasciavano la riva destra dell’Adige, e i Croati, rannicchiati dietro una cascina posta sopra un poggio, erano stati obbligati a snidar di colà per la maestria delle artiglierie nostre, le quali avevano smantellato quel riparo. E ad uno di codesti Croati, mortalmente ferito vicino ad un albero, Bevilacqua si avvicinava appunto per pietà guerriera e per dirgli di rimanere pur tranquillo in potere degl’Italiani. Esso avvicinavasi con un sentimento di benevolenza; ma l’altro, scaricandogli contro l’archibugio, che carico aveva fra le gambe, freddamente l’uccideva. Così a 25 anni moriva per la causa italiana Gerolamo Bevilacqua, lasciando di sè ineffabile dolore nella famiglia, desiderio perenne negli amici, nella storia il nome di un Martire.

La forza santificata dal diritto respingeva sui campi lombardi la forza compagna alla violenza ed all’oppressione. I casi della prima trovavano un eco sopra ogni labbro, sopra ogni pagina di giornale, e destavano un palpito di sublime fierezza entro ogni cuore italiano. Ma sollevando il pensiero all’altezza dei tempi progrediti, possiamo asserire che le vittorie riportate dai nostri sull’austriaco non valevano quelle apparentemente più modeste, che riportavano su loro medesimi, vogliam dire su quell’istinto naturale che ci spinge a lavare l’offesa colla vendetta. Mentre da una parte si sapevano i crudeli trattamenti a cui venivano sottoposti i nostri prigionieri, noi siamo lieti di contrapporre al quadro dolente due episodi, non unici, durante quella campagna.

Nella battaglia appunto di Pastrengo i due eserciti erano travagliati da un’ardentissima sete. Ricacciati gli Austriaci dappertutto, alcuni dei nostri erano giunti a procacciarsi una secchia d’acqua, e vi stavano affollati intorno, avidissimi d’immergervi le riarse labbra. Ma una voce si sollevò: “Portiamola ai prigionieri.” Tutti applaudirono al generoso invito, e gli Austriaci non tardarono ad essere i primi a spegnervi la sete. Il primo Bonaparte fu applaudito quando, salutando un convoglio di prigionieri, sclamava: Honneur au courage malheureux! Ma noi abbiamo ferma credenza che il fatto dei nostri si lasci di gran lunga addietro la vantata generosità del saluto e del detto dell’imperatore dei Francesi.

In quella medesima fazione, ricercando alcuni dei nostri nella giberna d’un prigioniero, ed affrettandosi questo a dar di mano alla borsa per offrir loro alcune swanzighe, gli venne risposto: “Tienti il tuo danaro, noi non sappiamo che farne, vogliamo soltanto le cartucce.”

Mentre gl’Italiani dalla mente immaginosa e poetica cantavano inni a gola piena sulla riconquista della patria, quasi attendendo il rinnovamento di que’ prodigi registrati nella storia degli Ebrei, il generale Nugent, quello stesso che un anno dopo moriva sotto le mura di Brescia, alla testa d’un corpo d’armata valicava senza ostacolo l’Isonzo, muovendo per alla volta di Palmanova. Erano 20,000 uomini che il ministero di Vienna aveva potuto radunare e spedire in Italia durante le incertezze di Carlo Alberto e gli errori del governo di Lombardia.

Oh! se quel re, serbando le mitezza dell’animo per tempi più lieti, si fosse mostrato capace di risoluzioni forti ed ardite! Se i generali, meglio scienti di quanto valessero, non avessero abbracciato ogni mezzo per ispegnere il primo entusiasmo, nè gettato il discredito sull’insurrezione popolare! Oh almeno, se gl’Italiani tutti adatti alle armi, invece di farsi abbagliare da mendaci propositi, fossero sorti alla voce dell’onore ed avessero avviluppato e ristretto gli stranieri entro una cerchia di baionette, l’Italia sin d’allora si sarebbe costituita; avremmo Roma e Venezia; Nizza e Savoia non sarebbero state vendute, e non saremmo all’arbitrio dell’uomo del 2 dicembre.

La fortezza di Palmanova era presidiata da un buon nerbo di difensori lombardi, veneti e piemontesi; ciò saputosi dal Nugent, stimando che lo Zucchi, lor comandante, si sarebbe battuto sino all’estremo, volse le sue genti perso Udine. Presidiavano questa città due compagnie di fanteria; 500 civici mobilizzati, parte con fucili da caccia, parte armati di lancie; una compagnia di granatieri mandati da Venezia senz’armi, e pochi artiglieri di marineria con quattro cannoni da 6. E questo pugno d’Italiani, sprovveduto d’ogni argomento di guerra, teneva per sei ore continue testa alle falangi austriache, e le fugava con non lievi perdite. Cresciuto l’animo nei civili, volevano esporsi ad una sortita che dalle autorità municipali e dall’arcivescovo non era assentita. Durante la notte i reggitori del paese, presi da paura, vilmente cedevano al nemico; e i cittadini, nel leggere, in sull’alba dell’indomani, affisso pei canti il turpe trattato, ad imprecare contro i traditori del paese, a sottrarre le armi e le robe alla cupidigia nemica, e a fuggire il loco natio per non cader vittime della vendetta dei fortunati.

Nugent non imitava punto la moderazione e la lentezza dei nostri generali. Esso opprimeva, taglieggiava, spandeva dappertutto il terrore, e proseguiva la sua corsa verso il Tagliamento. Il ponte era quivi troncato per un quarto della sua lunghezza; ma egli lo traghettava su piccole barche. I volontari della libertà e le scarse truppe, che difendevano la sponda, dopo breve resistenza si ritiravano, contando far mano non sulla Livenza, ma sulla Piave.

In Treviso si adunavano, oltre i volontari, un migliaio d’uomini di truppa regolare, e due legioni di egual numero, una delle quali comandata dal conte Livio Zambeccari, di Bologna. Poco lungi stavano i settemila pontifici e diecimila volontari di Roma, delle Marche, dell’Umbria, i primi guidati da Durando, da Ferrari i secondi.

Quelle schiere non potevano bastare ad infrenare i passi di Nugent, che, giunto d’improvviso a Conegliano, aveva spinti i suoi avamposti sulla riva sinistra del fiume. Soprammodo difficile è la difesa di una tal naturale barriera; impossibile quando si hanno di contro forze di molto superiori, e una lunga linea da sorvegliare.

Il generale Durando ne aveva una lunghissima dal Cadore alla Foce e colle poche sue truppe. Laonde dava soltanto quelle disposizioni che avessero potuto, non già respingere, ritardare almeno le operazioni di un nemico abile e forte. Il Nugent esitava qualche giorno in Conegliano e in Oderzo; distaccava armati a Ceneda, a Serravalle, e spingeva nodi dei suoi sino a Mel sulla Piave; finalmente, udendo come i Romani si avanzassero, cacciava un grosso corpo tra Belluno e Feltre, dirigeva tremila uomini sulla prima città senza incontrare opposizione, e faceva lo stesso sull’altra che, senza condizione veruna, pur gli apriva le porte. Durando ripiegava su Bassano affine di asserragliare la valle del Brenta; e siccome il nemico, perseguendolo da Feltre, non aveva che due strade, quella di Primolano e l’altra di Pederoba, poneva mille e duecento uomini nel primo paese, ritenendosi seco tremila; l’altro era custodito dai Romani di Ferrari, il quale era in Montebelluna e in Narvesa col principale nerbo.

Nugent, che aveva frastagliate le sue schiere pei paesi rioccupati, mandava quattromila nelle due strade. In Pederoba fu breve la resistenza; le truppe ripiegarono sopra Cornuda, ove Ferrari si recava sollecitamente con tremila uomini. Le truppe di Nugent attaccava quel generale la sera dell’8 maggio; e le milizie civili, comechè nuove alla guerra, resistevano intrepide al tempestare delle bombe e dei razzi e all’impeto della cavalleria. La notte poneva fine al combattimento; ma l’alba appariva appena, che gli Austriaci lo riaccendevano; e i nostri lo sostenevano con maraviglioso ardire. Nelle prime, file, esempio di raro coraggio, era il Gentiloni di Filottrano, che i compagni animava colle parole e cogli atti. Il Ferrari aveva, durante la notte, spediti messaggi premurosi al Durando, pregandolo di accorrere subito. Questo generale per lettera gliene dava assicurazione; dicendo che le sue truppe si sarebbero incontanente poste in marcia per Crespano; e i volontari, certi d’un pronto soccorso, tenevano fermo, mentre la morte mieteva molti di loro, tra cui l’aiutante maggiore Danzetta, operosissimo e prode. Poco oltre il mezzogiorno giungeva altra lettera del Durando, la quale diceva queste ormai celebri parole:

“Generale – Crespano – Vengo correndo. – Durando.

Ma il Durando non venne. In tutta la campagna quel generale cercò sempre di sfuggire gli Austriaci, tenendo una condotta delle più inesplicabili e senza scuse; eppure egli andò impunito; poichè, vuolsi, gli fosse tenuta buona la discolpa, di avere seguite le istruzioni del governo di Roma al cui stipendio era dal 1847, cioè da quando i Romani vollero ufficiali piemontesi pel riordinamento delle loro milizie.

Nugent infrattanto era venuto sempre più rinforzando le sue posizioni con nuovi battaglioni; e tuttavia le milizie nostre avevano tenuto fermo; ma svigorite dalla veglia della notte precedente, dal continuato combattere, dal digiuno, e non vedendo a giungere i soccorsi, esse cominciarono a diradare il fuoco e a cedere il terreno. Allora Ferrari comandò si effettuasse il movimento di ritirata. Erano le cinque e un quarto pomeridiane. La marcia fu ordinata, se non tranquilla. Gli Austriaci, che avevano patite di molte perdite, non osarono inquietarle.

I nostri giunti a Montebelluna, non trovandovi truppa stanziale, gridarono ad alta voce essere ingannati dal Ferrari, traditi dal Durando, venduti al nemico; e tanta paura e tanto disordine entrò in quelle legioni, che pocanzi avevano sì gagliardamente combattuto, che, sciogliendo il freno della disciplina, si diedero a fuggire verso Treviso. Fu giuocoforza al Ferrari seguire le improntitudini dei suoi e col resto della sua divisione abbandonare la Piave. Egli sperava confortare gli animi, contenere la corsa, riordinare i volontari, e riprendere Montebelluna prima che il nemico potesse occuparla. Senza porre tempo di mezzo, egli partecipava i lamentevoli eventi al Durando acciò lo soccorresse; scriveva al generale Guidotti di difendere colla sua brigata i posti occupati, o si ritirasse su quel punto che stimasse il migliore; ed eguale ordine trasmetteva al colonnello Gallieno. Inutile cura; il primo si poneva ad eseguire delle marce e contromarce a suo talento senza recare soccorso al compagno; i secondi erano già in marcia precipitosa verso Treviso. Veduta ormai vana ogni resistenza, Ferrari dirigevasi anch’esso per quest’ultima città.

Il Nugent, non trovando opposizione veruna da parte di Durando, e degli altri corpi, muoveva le sue genti per a Treviso in tre punti diversi, Il Ferrari dava disposizioni per la difesa; ma alcune sue truppe, andate in ricognizione sulla via di Spresiano, sorde alle voce del dovere e dell’onore, allo apparire degli Austriaci, ripiegavano in tumulto per colpa di alcuni capi, a cui il governo di Gregorio XVI aveva dato gradi supremi in grazia di turpi e nefandi meriti. Quel fatto demoralizzava sempre più le schiere stanziate in Treviso ed in ispeciale modo i papalini. Per cui Ferrari, radunato sollecito consiglio, proponeva di lasciare nella piazza un presidio di 5,000 uomini, i migliori che avesse tra i granatieri, i reggimenti de’ volontari e i corpi franchi, e trarre seco il rimanente, di notte per la via di Mestre, la sola sicura. Ma il grosso delle sue genti, preso dal timor panico – malattia contagiosa che così facilmente si apprende nelle giovani schiere di recente battute – non voleva partire adducendo a ragione non voler commettere una viltà coll’abbandonare un paese che il nemico stringeva come d’assedio. Oltre a ciò, un forte nodo di giovani trevigiani asserragliava la porta della città per impedirne la uscita. L’indomani, dodici maggio, venne ritentata la prova e riescì; il colonnello Lante rimase a comandante la piazza colla guarnigione di sopra accennata; la popolazione, sommante a quindicimila abitanti, pareva animata dal più nobile ardore; e la città circondata da muraglie era per lungo tratto inaccessibile a cagione delle paludose sponde del Sile. Facevano parte eziandio del presidio trecencinquantuno Italiani di tutte provincie, venuti da Parigi a Genova, con armi ed a spese del governo provvisorio di Francia e guidati da Giacomo Antonini, di Novara, capitano nelle napoleoniche schiere; colonnello in quelle della Polonia; eletto poi dai suoi, generale; uomo valente, arditissimo; ma di poco ingegno e di non specchiata moralità.

Il corpo del Nugent era in buona parte composto di Transilvani e Croati, gente brutta, ingorda e ladrona, uscita dalle povere sue contrade per far numero e forza, ed opprimere con ogni crudeltà, con ogni preda il paese infestato da’ suoi passi. E’ campeggiavano sui prati tra Visnadello e Fontane, e spingevansi qua e là a drappelli, rubando nei vicini villaggi. Lo stesso giorno che il Ferrari si dirigeva per a Mestre, il generale Guidotti, col moschetto alla mano, quasi semplice milite, volle fare una sortita coi pochi che consentirono seguirlo. “Soldati, aveva detto, il generoso italiano, il primo posto del pericolo è quello dei vostri generali; noi non vi diciamo di avanzarvi inverso l’inimico, vi diciamo soltanto di seguirci.” Ciò detto si slanciava solo in mezzo alla via, a pochi passi dagli Austriaci; e per tre volte faceva fuoco sull’oste vicina, con ardimento che è quasi incomprensibile al coraggio umano. Rotto il cuore dall’angoscia, voleva morire. Invano Ugo Bassi il raggiungeva a cavallo per esortarlo a non esporsi a certo pericolo. Egli fu irremovibile, e gridò ancora: Vincere o morire! Nè fu lontano l’avveramento del presagio. Colpito in mezzo alla fronte, cadde riverso sul terreno, e le sue ultime parole suonarono: Italia e libertà. Un grande cittadino perdette la patria, e un guerriero fortissimo l’esercito romano. Guidotti portò in cielo intemerata e bella la palma del martirio.

V.

La pubblica opinione aveva già mormorato sull’inutile tentativo fatto sopra Peschiera. Il ministero muoveva istanze perchè le mosse offensive si continuassero; i gazzettieri prorompevano in biasimi più o meno aperti, a seconda del partito a cui appartenevano, sulle cose operate cotanto a rilento, sulla persona che le dirigeva, e sul nessun pro’ ritirato dalla vittoria di Pastrengo. Carlo Alberto leggeva que’ fogli, entrava in gravi pensieri, e ordinava che l’esercito uscisse dall’incriminata immobilità. Alcuni segreti messaggi spediti da Verona al quartiere generale, davano speranza che gli abitanti di quella città sarebbero insorti all’apparire dei nostri nelle vicinanze; dicevano altresì che cinquemila Lombardi avrebbero disertato; ed aggiungevano che le truppe ungheresi, conscie di ciò che accadeva nella loro patria, non avrebbero preso parte al combattimento.

Il Re, a quelle voci, senza molto precisare il come ai capi delle schiere, comandava si eseguisse l’indomani, 6 maggio, una ricognizione offensiva sotto Verona. Nelle prime ore del mattino, le truppe si mossero dai rispettivi campi di Pastrengo e di Goito, o s’avanzarono scaldate da molto entusiasmo. Le due genti s’incontrarono vicino al villaggio di Santa Lucia, da una parte e dall’altra si combattè con impeto grande. I nostri furono sempre vincitori; ma il Re, vedendo che niun movimento avveniva in Verona per parte dei cittadini, ordinava verso sera la ritirata.

Cotesta impresa, malamente diretta e senza assieme, senza la menoma conoscenza del terreno, con uno spreco di sangue, come se da essa avessero dipenduto le sorti supreme d’Italia, colmò di stupore il nemico, il quale tolse un’alta idea del valore italiano, e impensierì i nostri sulla imperizia dei capi e sull’imprevidenza del corpo sanitario.

Un migliaio di soldati d’ogni grado e d’ogni arma rimase fuori di combattimento. Perirono tra gli altri gloriosamente il colonnello del 5.° fanteria, cavaliere Ottavio Caccia, il quale, traforato il petto da una palla, proferì negli estremi singulti: “Come io sono felice di morire per la mia Italia!”; il luogotenente dei cavalleggieri Aosta, cavaliere Alfonso Balbis di Sambuy; il marchese Carlo Del-Carretto, spento sul cannone di cui dirigeva il fuoco; il marchese Pietro Colli, pur ufficiale d’artiglieria; il tenente nel 5.° reggimento Bernardino Polombella, ed altri molti.

Possano presto gl’Italiani alzare in Santa Lucia una pietra monumentale a tutti i nostri fratelli, i quali vi caddero colla spada alla mano per la libertà d’Italia. Allora scomparirà la lapide che il 6 maggio dell’anno 1858 fece lo straniero collocare nel cimiterio a perpetuare la memoria di que’ fra i soldati del reggimento Sigismondo, che perirono in quella fazione; e tanto più che quella pietra rammenta una vergogna nostra: que’ soldati erano italiani combattenti per la tirannide!

Fra i fatti parziali in quel dì operati, vogliamo ricordare quello del soldato Descamps dell’artiglieria a cavallo, il quale rimase al suo posto, comechè una scheggia di mitraglia gli avesse strappate due dita; – quello del capitano d’Yvoley, il quale, non curando una grave ferita già riportata, continuò a combattere sino al punto in cui un altro proiettile venne a fracassargli l’osso della gamba. Vogliamo ricordare altresì l’atto generoso e pio del tenente di Loc-Maria, il cui cuore nella ritirata fu scosso alla vista di parecchi soldati giacenti sul campo alla mercè de’ Croati; ond’egli, con pochi de’ suoi, malgrado il grandinare delle palle, li raccoglieva e li faceva salvi per tempi migliori.

Alcuni giorni prima della fazione di Santa Lucia, i Toscani, dilatando il campo d’operazione sino al villaggio di San Silvestro a due miglia da Mantova, avevano, presso Chiesanova, ingaggiato il fuoco con parecchie compagnie ungheresi del reggimento Gyulai. La ricognizione era diretta dal magg. Belluomini, vecchio soldato che le nevi di Russia avevano risparmiato all’Italia. Breve fu la resistenza; i nemici vennero presi ed infugati; ed alcuni ardimentosi giovani li inseguirono sin sotto le mura di Mantova. Due giorni dopo, essi ricomparvero in numero di mille contro gli avamposti di San Silvestro; da cui ben presto volsero ignominiosamente le spalle; e in numero di duemila contro il campo di Curtatone; quivi si trovarono a fronte del secondo battaglione del 10.° di linea napoletano, che, gittando grandi urli, si cacciarono loro addosso. L’avanguardia austriaca si pose a fuggire; ma in quell’istante sboccarono da una prossima via altri uomini in colonna serrata, aventi veste di velluto e cappello piumato alla foggia dei volontari lombardi, i quali, preceduti da una bandiera tricolore, andavano gridando: “Viva Pio IX! Viva l’Italia!” I Napoletani ed i Toscani li stimarono fratelli, risposero al gradito saluto, e corsero per abbracciarli. Allora quegli sciagurati scoprirono un pezzo d’artiglieria, diedero fuoco e fuggirono precipitosamente. I nostri li rincorsero per trarre vendetta di sì nero tradimento. Quella mancanza di lealtà è degna di vili assassini e non di soldati. Ma da quelle orde che insozzano l’Italia ne abbiamo veduto a commettere di peggiori.

La Valtellina, ricca di belle tradizioni, manifestò essa pure il suo entusiasmo per la causa nazionale. Ma non a sole parole si limitò quell’entusiasmo. Le nevose giogaie dello Stelvio furono presidiate da quei generosi e gagliardi valligiani. Infrattanto che avvenivano i fatti per noi narrati, varie fazioni ivi pur ebbero luogo; e le compagnie Lavizzari e Arrigosi sostennero sempre glorioso il nome italiano. Da tutte le relazioni che abbiamo sotto gli occhi risulta che que’ prodi figli delle Alpi combattevano ad un tempo e le bufere alpine e la rabbia tedesca, e sopportavano i disagi di quegli inospiti siti con una fermezza che altamente onora il loro nome.

VI.

Quelli che reggevano la cosa pubblica in Toscana non avevano aggiunto altre truppe alle già spedite pel blocco di Mantova. Cotesta città ne chiedeva ben altro numero di quello che ivi era. Le frequenti scaramucce poi che esse sostenevano coi drappelli, che uscivano dal forte per provvedere profende e vettovaglie, l’aria malsana dei luoghi andavano giornalmente diminuendole. Il giorno dieci maggio, venuto l’ordine dal comandante il primo corpo d’esercito di riprendere le primitive posizioni di Curtatone e di Montanara, il battaglione di linea, sotto la guida di Ferdinando Landucci, veniva vigorosamente attaccato presso Rivalta da trecento Tirolesi. I Toscani, comechè pochi, li respinsero sino a Curtatone. Il Landucci, sempre primo alla mischia, combatteva con estremo ardimento. Uccideva colla pistola un nemico, che nella lotta lo stringeva per farlo prigione, si difendeva colla sciabola da altri assalitori, ma riportava mortale ferita, e moriva alle Grazie dopo sette giorni, mostrando sia nel combattere che nel novissimo istante del viver suo animo ben temprato e italianissimo. Fu nella chiesetta delle Grazie che il fiero e cittadino sacerdote Giambastiani, cappellano militare, ne disse l’orazione funebre, e il capitano dello stato maggiore, Enrico Mayer, notissimo letterato e cittadino di Livorno, ne dettò una bellissima iscrizione.

Il giorno 12, Gorzkowky ordinava ai campagnoli, che abitavano presso la città, che disloggiassero immantinente e si riducessero nell’interno. E l’indomani, poco oltre il mezzogiorno, quel generale spingeva numerose colonne con molta artiglieria verso Montanara, San Silvestro e Curtatone. Il colonnello Campia faceva quivi una gagliarda resistenza, sapendo trarre profitto del valore dei nostri artiglieri, diretti dal Niccolini e dal Mossele, della giustezza dei tiri dei bersaglieri volontari e dei Napoletani civili; i quali continuamente respinsero le barche armate, mostrantisi minacciose sul Mincio. In quella mischia erano feriti Cesare Rossaroll ed Enrico Poerio.

Trovavasi a caso nel campo, per ispezionare le scarse truppe, il ministro della guerra, De-Neri Corsini; egli volle assistere a cavallo a quella fortunata fazione.

Il colonnello Giovannetti alle grida di Viva l’Italia! attaccava il nemico sulla fronte di Montanara. Il generale De-Laugier sosteneva con due compagnie la posizione avanzata di San Silvestro. Il Giovannetti, approfittando dell’altezza del grano e della boscata delle vigne, assaltava di fianco gli Austriaci, che ripiegavano sino al camposanto; finchè, infugati da tutti i punti, si ritiravano nelle turrite mura, seco trascinando parecchie carri di feriti e di morti. Pochi furono i prigionieri fatti; ben più i disertori, dai quali seppesi la gravità delle perdite sofferte dall’oste nemica.

In quella fazione si distinsero il Lazzeretti, il Carminati, il Peckliner, il Michelazzi, il Simoncini, il Bresciani, il Carchidio, il Geri, il Zanetti, il Molli, il Renard, il Barzacchini, il Parra e molti altri. Noteremo pure il fatto d’un granatiere, che merita di essere ricordato. Questi, che il soverchio dell’audacia aveva lasciato solo in mezzo ad un drappello ungherese, veniva tolto prigione ed avviato verso Mantova. In una rivolta, côlto il destro, faceva cadere un nemico, l’altro disarmava ed uccideva, il già caduto malamente feriva, e colle armi tinte del sangue straniero, ritornava fra i suoi.

Noi ebbimo ad accennare all’improvvido richiamo dei volontari dal Tirolo. Essi rientrarono in Brescia laceri e scalzi; pochi erano i forniti di cappotti o di mantelli; e quella povertà di vestiti, que’ visi incotti dal sole ed emaciati dai patimenti; quell’andare spavaldo, che assume comunemente chi ha sacrificati i propri interessi e rischiata la vita a pro della patria in faccia a coloro che cooperano coi soli voti a quei sacrifici e a que’ rischi, invece di renderli bene accetti alla popolazione, li faceva malvisi ed insultati. Domandarono di far parte dell’esercito regolare; e la domani erano passati in rassegna dal colonnello piemontese Cresia. Quell’ufficiale, anzichè parlar loro d’Italia, della santa guerra combattuta, pronunciò parole enfatiche sul Piemonte, su Carlo Alberto, sulla disciplina dell’esercito regio. I volontari, a que’ detti, risposero tumultuariamente che essi volevano bensì combattere, ma per l’Italia tutta, e non agli ordini di un re. E al grido di Viva il Re promosso dal Cresia, risposero con Viva la Repubblica! Il governo provvisorio seppe tuttavia rappattumarli; li vestì convenientemente, li ordinò alla meglio, e, postili sotto gli ordini del generale Durando, fratello all’altro che trovavasi alla testa delle truppe papaline, li dirigeva pel Caffaro a trattenere l’impeto dei nemici tra i claustri delle Alpi.

Gli Austriaci campeggiavano in Vai di Ledro; essi sapevano che que’ volontari, per naturale incuria, mal custodivano i loro posti, e che nei dì festivi si davano tempone, per cui l’indomani giacevano briachi e bisognosi di quiete.

In sull’albeggiare del 22 maggio, i nemici, silenziosi si avanzarono verso i nostri. I primi a vedere le colonne austriache furono i volontari di Beretta e quelli d’Anfossi, i quali si davano a precipitosa fuga. Fortuna volle che il tenente Guerini tenesse fermo colle sue artiglierie e rispondesse al cannoneggiare e alla fucilata del nemico. Il generale, avvisato a Vestone del disastro, accorreva col suo stato maggiore. In Sant’Antonio s’imbatteva nei fuggenti; egli snudava la spada, minaccioso li incalzava, e, spingendo gli uni sugli altri, riusciva a riordinarli.

Luciano Manara, avvertito anch’esso a tempo, muoveva co’ suoi da Salò, toglieva seco le guide del Tirolo, comandate da Thannberg, e, passando per Rocca d’Anfo, si riduceva a Sant’Antonio, ove la via si biforca, l’una scendendo al palazzo del Caffaro, l’altra ascendendo al monte Suelo.

La mischia ricominciava e durava due ore; finchè il soperchiante nemico, portatosi sul fianco sinistro lungo le pendici, rendeva dubbia e micidiale la difesa del Caffaro e di Lodrone. Il colonnello Monti, capo di stato maggiore, disegnava allora di occupare sollecitamente le alture del monte Suelo, le quali, dominando la valle, offrono la chiave di tutta quella linea. Ciò fatto, gli Austriaci, che alla lor volta pur vi salivano, venivano cacciati al basso. Una legione, ch’erasi arditamente avanzata sullo stradale di Rocca d’Anfo, fulminata dai nostri, dovette rivalicare il fiume, ove parecchi annegarono. Un’altra, che, presa la via montana, la quale da Lodrone conduce a Bagnolino, minacciava pur sempre la nostr’ala sinistra, veniva respinta anche da questo lato dal secondo battaglione del reggimento bresciano, accorso frettolosamente da Ricco-Massimo.

L’azione durò sino al declinare del sole colla perdita di venti de’ nostri tra morti e feriti; e lasciato Val Bona, il Durando rimaneva nei conquistati quartieri di Sant’Antonio e di San Giacomo sul monte Suelo.

Infrattanto Carlo Alberto aveva abbandonato il suo quartier generale per assistere al bombardamento di Peschiera. Cinque pezzi del forte furono smontati, e un violentissimo scoppio avvisava l’incendio di una piccola polveriera del forte Mandella. Diversi punti della città erano in fiamme. Il Re, mosso dalla pietà per quegli abitanti, mandava il maggiore Alfonso La Marmora a proporre onorevoli accordi al comandante della cittadella; e siccome al suo lato cadevano a furia le palle nemiche, un uffiziale di stato maggiore se gli accostò per dirgli: “Maestà, la vostra vita è in pericolo qui; non è egli questo un posto per voi.” Ed egli preoccupato e distratto forse dalla sorte dei miseri, che dimoravano nella città assediata, rispondeva: “È vero: eccolo!” E spronando il cavallo lo arrestava venti passi più oltre. Intanto il La Marmora tornava colla risposta del general Rath, il quale aveva detto, che la breccia non essendo pur anche aperta, nè le munizioni esaurite, non poteva senza mancare all’onor militare consegnare il posto che gli era stato affidato. “Vi rimanga finchè il suo onore sia salvo” rispondeva Carlo Alberto; ed ordinava per l’indomani si attivasse il fuoco di tutte le batterie.

La direzione suprema dell’assedio era stata affidata al duca di Genova, secondogenito del Re, giovane istruito, valentissimo e assai bene amato dal padre suo, e prematuramente tolto all’Italia; il generale Chiodo comandava il corpo degl’ingegneri, il generale Rossi l’artiglieria e il generale Federici la quarta divisione che assediava la cittadella.

Verso il 15 di maggio, il generale Nugent aveva tentato e tentava ogni prova per far sì che Durando lasciasse le sue posizioni dietro la Brenta, e accorresse alla difesa di Treviso e de’ miseri abitanti delle vicinanze, i quali dagli Austriaci erano danneggiati a tutta possa; ma quegli indovinando la segreta cagione di tanti eccessi, si ristava immobile e vigilante. Non però molto, chè cedeva alle vive dimostranze del governo di Venezia.

Pauroso delle sue sorti per la voce che il nemico volesse ad ogni costo occupare Treviso, per aver libera la diretta via di Udine a Verona, e così stringere dappresso la città della Laguna, Durando, cedendo in mal punto, si portò da Piazzola a Moriano, e di là a Quinto per passare il Sile, e attaccare di fianco il nemico, che il presidio della città avrebbe combattuto di fronte. Gli era per l’appunto ciò che il Nugent agognava; imperocchè appena ebbe sentore delle altrui mosse, tolse il campo, e per Castelfranco e Cittadella avviossi per a Vicenza.

Durando era avvertito di quella subita partita a Mogliano; dirigeva immantinente su Mestre la sua avanguardia, comandata dal colonnello Gallieno, il quale nella sera del dì 19 giungeva per la strada ferrata in Vicenza co’ suoi tre battaglioni. Il giorno di poi, al tocco, gli Austriaci si annunciavano a Lusiera col fumo degl’incendi. Un’ora di poi il fuoco di moschetteria era vivissimo sulla prima barricata fuori la porta di Santa Lucia; quindi, a porta Padova e a porta San Bortolo. Dopo cinque ore di combattimento che a noi valsero la perdita di dieci morti e settanta feriti, il nemico validamente respinto e inseguito, si ritirava sul suo corpo principale. Il giorno dopo giungeva il Durando col resto delle sue schiere. Lo avevano preceduto il generale Antonini colla sua legione, il colonnello Cavedalis con una provvista di munizioni, ed il Manin ed il Tommaseo espressamente venuti di Venezia.

La guerra contro Vienna era sì santa; la inesperienza militare, il temerario eroismo, il valore frugavano siffattamente le vene e i polsi de’ nostri a non farli tranquilli e lieti che nell’azione. Per acquietare tali brame, Durando permetteva all’Antonini di muovere ad una ricognizione. E più tardi egli stesso esciva per sostenerlo nella temeraria impresa colla colonna Galateo, le compagnie scelte degli Svizzeri, uno squadrone di dragoni e quattro pezzi d’artiglieria.

Alla distanza di due miglia da porta Castello il primo trovò un grosso corpo nemico, il quale proteggeva la marcia di tutto il convoglio che aveva preso la via di Verona. Il combattimento fu oltremodo ostinato e durò sino all’imbrunire. Perdemmo un centinaio d’uomini tra morti e feriti; la colonna la più danneggiata fu quella dell’Antonini, il quale, spintosi con molta imprudenza e bravura alla testa de’ suoi sul Bacchiglione, n’ebbe molti uccisi e annegati, ed egli il braccio diritto portato via da un pezzo di mitraglia.

Nel ritirarsi di là per far la congiunzione colle truppe di Radetzky, il generale La Tour Taxis, surrogante il Nugent malato di febbre in Udine, scontravasi in San Bonifacio col maresciallo, il quale era scontentissimo de’ fatti suoi per aver con poca energia attaccato Vicenza, posizione strategica ch’ei voleva possedere, come quella a cui fanno capo tutte le vie del Tirolo e del Friuli, che menano all’Adige. Egli ordinavagli di tornare indietro alla testa di 18,000 uomini e di quaranta pezzi d’artiglieria.

Il generale Taxis giungeva a Vicenza in sull’annottare del dì 23; e, senza dare riposo alle truppe, le scagliava contro la città per impadronirsene di sorpresa. Alcuni posti importanti cadevano in suo potere. Ma i 10,000 armati dell’interno, accorsi frettolosamente, ne li ricacciavano colla punta dalle baionette. Oscura la notte e tempestosa; pioveva acqua a dirotto; piovevano bombe e razzi anche a dirotto, che danneggiarono parecchi edifici ed in particolare modo quello della Posta, ove un proiettile caduto nella camera abitata dal generale Antonini, al quale avevano amputato il braccio, lo avrebbe ucciso con quelli che lo attorniavano, se, scivolando dal poggiuolo della finestra, non avesse scoppiato nella sottoposta corte.

All’alba, le artiglierie vicentine collocate presso il casino Carcano, dominante il campo di Marte e la stazione della ferrovia, venivano rafforzate da due pezzi delle batterie svizzere dirette dal buon colonnello Lentulus, il quale ne smontò due all’inimico. Vano il numero contro il valore de’ nostri e la vigilanza degli abitanti, che sfidavano ogni pericolo per ispegnere gl’incendi e per recar munizioni dovunque abbisognassero. Verso le dieci ore del mattino, una sortita trovava debole resistenza negli avversari; cadevano in nostro potere alcuni prigionieri, fra i quali parecchi ufficiali. Già un distaccamento di veneti aveva occupato Cittadella, ove trovavansi parecchi feriti. In sul mezzodì il fuoco era interamente cessato e i più arditi inseguivano i Croati per più di sette miglia verso Montebello, ove questi depositarono all’ospedale dodici carrettoni di feriti; altri feriti coi morti li avevano posti qua e là nelle case di campagna in prossimità del luogo della battaglia, e bruciatili al solito nella ritirata. La nostra perdita sommava ad una settantina d’uomini fuor di combattimento; quella dell’inimico fu calcolata quasi a due mila.

Un tentativo cotanto dannoso impensierì il vecchio maresciallo senza punto indebolire la possanza dell’animo suo. Egli guerreggiava una guerra sventurata e rea; ma aveva nelle file del suo esercito capi, che non facilmente piegavano nelle avversità; le sue genti imbaldanzivano nei ladronecci e nello sfogo di tutte le passioni. D’altra parte scorgeva la nessuna sagacia militare ne’ generali avversi, il nessun vantaggio ritratto dall’empito, dalla destrezza e dalla intelligenza degl’Italiani, assoldati o volontari, e la sfiducia e lo scoramento che la mancanza di buoni ordini metteva in essi; notava la indifferente attitudine delle popolazioni lombarde, tranne quelle che abitavano le città più cospicue, in faccia alla nazionale rivoluzione, ed a’ necessari effetti che ne derivavano; a furia d’oro abilmente sparso in Milano aveva ordito una trama, da cui operava concertati favori. Immaginò allora un’impresa arditissima, che, scambiando di un tratto le sorti della guerra, poteva rifarlo possessore di tutto il paese perduto. I rischi erano molti, siccome pur molte le probabilità di successo.

VII.

In sulla sera del 27 maggio, Radetzky partiva da Verona con 35,000 uomini, una numerosa artiglieria e un traino da ponte, dirigendosi per l’Isola della scala. L’indomani a quell’ora istessa giungeva in Mantova, ed accampavasi presso San Giorgio. Durante il giorno, da Nogara e da Castellaro disertarono dugento soldati italiani allo incirca. parte con armi, parte no, e venuti in Sustinente e in Governolo presso il maggiore Fontana, tuttora stanziante coi Modenesi sulla sinistra del Mincio e del Po, a lui rivelarono il disegno del Maresciallo, cioè di piombare sulla divisione toscana e sterminarla; passare sulla ripa diritta del Mincio e distruggervi i magazzini ed i ponti; sgominare sulla linea le schiere piemontesi, e ripresentarsi trionfante in Milano, di cui i retrivi gli aprirebbero le porte, profittando dello scompiglio generale; lo accertarono che presso Rivoli stava forte nerbo di soldati per correre su Peschiera e chiudere il grosso dell’esercito di Carlo Alberto tra l’Adige ed il Mincio.

Fontana, senza porre tempo di mezzo, avvertiva delle cose udite il generale Bava, che allora stanziava a Custoza, e il generale De-Laugier, il quale aveva il quartier generale alle Grazie, e in pari tempo chiedeva istruzioni all’uopo. La legione modenese, comechè di molto assottigliata dalle malattie, dalla svogliatezza, prodotta da perverse mene e dall’inazione, isolata com’era e con poca speranza d’aiuti, pur era decisa a combattere e a tener saldo a qualunque costo.

Il foglio di Fontana trovava il De-Laugier già avvisato da Bava, il quale avevagli pur promesso un sollecito e valido soccorso. Il generale toscano, con pochissime truppe in paragone di quelle nemiche, non contando che 4,685 fanti, 100 cavalli, 6 cannoni e 2 obici sulla lunga linea da San Silvestro alle Grazie, senza precise istruzioni, senza precise promesse d’aiuti, sentiva di assumere una grande responsabilità. Ov’egli senza combattere si fosse ritirato su Goito, le più acerbe e più odiose critiche avrebbero il suo nome infamato. Aspettando di piè fermo gli Austriaci, esponeva i suoi ad un macello, ma salvava l’onore suo e quello della gioventù toscana pronta, come i soldati di Leonida, ad ogni sacrificio per l’Italia. De-Laugier decideva di star saldo.

È triste quanto glorioso il racconto della disperata lotta in cui durò quell’eletta gioventù; glorioso perchè dimostra quanto sia il valore italiano, infiammato dal santissimo amor di patria, dal sentimento d’indipendenza e di libertà; triste per le vittime, troppo chiare sventuratamente, che dovevano col sangue loro improntare nella storia quella indelebile pagina.

Il De Laugier, verso la sera del 28 maggio, riceveva dal Bava un altro dispaccio, in cui eragli detto, si apparecchiasse a difesa; e se malgrado ogni conato avesse dovuto cedere il terreno, si ritirasse in buon ordine verso Gazzoldo; indi, approfittando dei terreni tagliati, si conducesse sin sotto Volta, ov’era il suo corpo d’ordinanza.

De Laugier cominciò a dare le opportune istruzioni, ed intimò al maggiore Fortini, il quale aveva sparso il suo battaglione di volontari in Rivolta, a Sacca e a Castelluccio, di sorvegliare le sponde del Mincio, di distruggere al bisogno il ponte di Fossa Nuova e di difendere i ridotti dell’estremo paesello, per sostenere la ritirata ai compagni. Avvisò il Campia a Curtatone e il Giovannetti a Montanara di ciò che avrebbero dovuto operare tanto nell’attacco, quanto nella ritirata. Egli rimase alle Grazie con un solo obice; più tardi mandò anche quello col tenente Giovanni Araldi a Montanara, chiedendo di là un pezzo da sei che non gli fu spedito.

Alle ore nove e mezzo della mattina del giorno 29 maggio, il nemico, forte di trentamila uomini con cinquanta pezzi d’artiglieria, inoltravasi pella strada di Mantova.

I bersaglieri dei volontari venivano tosto alle prese. Le nostre artiglierie rispondevano gagliardamente alle austriache. A Montanara e a San Silvestro, i liberi battaglieri, presso i quali l’ardente amor di patria suppliva al numero, saltavano le barricate e battevano allo scoperto.

De Laugier passava per di là, e faceva richiamo al Giovannetti di tanta imprudenza. L’impavido colonnello rispondevagli: “Gl’Italiani debbono mostrare il petto al nemico. È viltà il nascondersi. Lasciamolo fare agli Austriaci!”

Infrattanto il capitano d’artiglieria Contri operava con una mano di cannonieri e di volontari un’ardita esplorazione sul fianco sinistro dei nemici. Egli s’incontrava con due battaglioni, ed apriva il fuoco ed il sosteneva per qualche tempo; alfine, non ricevendo aiuti, era obbligato a ripiegare. Ma, riforzato da due compagnie di fanteria, riprendeva la offensiva, e pel momento giungeva a discacciare la soperchiante colonna.

Il battaglione degli universitari, forte di duecento ottanta uomini, e comandato dal colonnello Melani, era stato posto come riserva a Curtatone. Se non che que’ generosi, non resistendo al loro patriottico ardore, si cacciavano oltre il ponte, là dove meglio ferveva la mischia, e rinforzavano i punti più ferocemente assaliti. Quivi moriva il capitano in quel battaglione Leopoldo Pilla, chiarissimo professore di geologia nell’Università di Pisa. Così tanti studi, tanta dottrina, tanto onore d’Italia distruggeva un colpo vandalico.

Nel centro non era meno l’entusiasmo. I razzi nemici avevano appiccato il fuoco ai cassoni delle polveri, e queste avevano orrendamente morti e feriti gli artiglieri e quanti erano vicini. Vedevi alcuni a correre sfigurati, dolenti, e strapparsi di dosso gli accesi abiti; altri, fatti anche più ebbri da quel supplicio, a surrogare alle riarse miccie i brani brucianti delle proprie assise, coi quali davano fuoco ai loro pezzi. Era ammirabile la condotta del caporale cannoniere Elbano Gaspari, il quale, rimasto solo in vita fra’ compagni, rispondeva con tre pezzi d’artiglieria ai 22 degli Austriaci che aveva di contro; solo e ignudo per essersi dovuto togliere i panni che gli bruciavano addosso. Mirabile pure era la condotta dei due ufficiali sanitari, Zannetti e Burci, professori di molto nome, che avevano lasciato le loro clientele, gl’ingenti lucri, tutto per seguire nel campo la gioventù militante; il loro zelo operoso ove più ferveva la mischia ha pochi riscontri nella storia.

I promessi aiuti non giungevano; nessuno dei messaggeri mandati a Goito ritornava con liete notizie. La mitraglia nemica continuava a mietere spietatamente le file dei generosi; alle grida di entusiasmo era succeduto il silenzio, quel solenne silenzio indicante che quelli i quali combattono sanno di morire senza vincere.

Il De Laugier riceveva frattanto un foglio da Bava, in cui era detto che un reggimento di cavalleria era in Goito, che due altri erano poco lontani con una batteria di campagna, e che un’intera divisione di fanteria con due batterie accampavano a Volta. Il generale spediva un aiutante per chiedere un sollecito soccorso, e gridava ai suoi: “Coraggio, figliuoli, costanza; i Piemontesi non sono lontani.”

Il vigore si riaccendeva; si operavano prove d’indicibile eroismo. Il colonnello Chigi aveva una mano tronca da un colpo di mitraglia; pur lieto sorrideva, e, agitando in alto il moncone sanguinoso; sclamava: Viva l’Italia! Il Campia pur era ferito; molti ufficiali e soldati giacevano alla rinfusa morti o semivivi al suolo.

Battute le ali, battuto il centro, non giungendo soccorso veruno, era mestieri sgombrare il terreno. Senza riserve, senza artiglierie numerose, che valessero a tenere in distanza il nemico, era impossibile eseguire con ordine la ritirata. Le discipline erano infrante; le voci dei capi non venivano più udite. Ognuno, per naturale istinto di vita, cercava uno scampo. Il disordine e lo scompiglio erano da non dirsi.

Il capitano Malenchini giungeva fortunatamente a rannodare i suoi bersaglieri e qualche altro dei volontari, e teneva in rispetto l’irrompente nemico, il quale intendeva di tagliare la ritirata dalle Grazie.

Il professore Giuseppe Montanelli colle parole e cogli atti infiammava i compagni; e intanto che pietoso dava l’ultimo bacio di affetto ad un giovine amico, caduto morto a’ suoi piedi, una palla lo feriva nella clavicola e cadeva. Il Morandini sorreggevalo, lo difendeva da un’orda di Croati, e veniva con esso lui tolto prigione; tenevano loro dietro in Mantova il Barellai e il Paganucci, giovani chirurghi, i quali, per mancanza di ambulanze, non avendo potuto salvare i feriti, vollero seguirli per aver cura di essi.

Bella prova di eroismo forniva l’aiutante Giuseppe Cipriani, il quale cedeva il proprio cavallo al generale De Laugier nell’atto che, stramazzato al suolo e calpesto dai suoi cavalieri in fuga, era per essere raggiunto da un drappello di ulani. Il Cipriani, uno dei gravemente offesi in Curtatone pella esplosione delle polveri, rimase sempre al suo posto; e comechè soffrisse moltissimo per la scottatura delle carni, fu uno degli ultimi a ritirarsi dal luogo del combattimento.

Passato il ponte, che era minato, le confuse schiere si riordinavano, e lentamente potevano procedere verso Goito, ove giunsero sull’annottare. Quivi, oltre al consueto presidio toscano e napolitano di 940 fanti, 14 cavalli e due cannoni, sotto gli ordini del colonnello Rodriguez, nessun altro corpo trovavasi. Che aveva detto e promesso adunque il Bava? Quel generale s’era infatto recato in Goito; ma era ritornato a Volta, senza mandare un soccorso ai fratelli, che, credenti nella sua parola, facevano sacrificio della vita, col combattere un nemico numerosissimo e fornito di tutto: speravano che i loro cadaveri avrebbero spianata la via a debellarlo completamente. Bava ritornava a Volta, e tranquillamente si poneva a contemplare col canocchiale gl’incendi e l’eccidio dei generosi Toscani. La storia ha già rimeritato quel generale della sua condotta.

Sguernite le posizioni delle Grazie e di Curtatone, Radetzky spingeva forti colonne ad investire quel pugno di eroi, che, con una ostinatezza senza pari difendeva ancora i ridotti di Montanara. Ma alla furia dei colpi e alle grida dei nostri, gli Austriaci credevano che fossero truppe fresche allora allora sopraggiunte, e indietreggiavano; era d’uopo agli ufficiali porsi alla testa delle colonne, perchè le loro schiere disanimate tornassero all’assalto.

Poco oltre le ore quattro, il generale Lichtenstein si avvedeva che i casolari della Santa erano sprovveduti di armati, e, marciando per quella volta, sboccava sulla via maestra, e minacciava alle spalle i compagni del Giovannetti. L’intrepido Toscano contrastava palmo a palmo il terreno, finchè, vedendo indebolite le sue file, e scorgendo farsi ognora più spessa l’onda nemica, avvertito pure che le altre linee erano già state abbandonate ordinava la ritirata. Appena passata la porta di Montanara, quel nodo di prodi vedeva dinanzi a sè chiusa la strada di Santa Lucia.

Il colonnello si teneva sulla destra coi Napoletani e coi volontari, e spingeva un reggimento in colonna dietro l’artiglieria per difenderla. La spessa mitraglia lo sgominava; i cannonieri anch’essi saltavano il fosso a dritta, e spargevansi pei campi; il solo tenente Araldi, comechè ferito, rimaneva al suo posto. Incitato dal Giovannetti a ritirarsi, rispondeva: “Un buon artigliere, quando non può salvare i suoi pezzi, muore su di essi.” E trascinava a braccia con sessanta volontari i cannoni nella cascina ov’erano deposti i feriti, e quivi proseguiva un fuoco micidiale contro il nemico per più d’un’ora, finchè, da varie parti gli Austriaci entrati nella cascina, e que’ pochi uomini dopo una disperata difesa, ridotti a soli dieciasette, feriti tutti, egli rimaneva prigioniero. Giovanni Araldi sarebbe stato morto di baionetta nemica, se un ufficiale degli ungheresi, il barone Lazzarini di Fiume, vedendolo a cadere sul pezzo, non fosse corso a lui per salvarlo.

Dopo parecchi tentativi, e sempre combattendo, il Giovannetti poteva imboccare in una traversa, che l’introduceva sulla via di Castellucchio, da cui proseguiva co’ suoi, trafelati e stanchi, il cammino verso Marcaria e San Martino.

Il nemico non potè menar gran vanto della sua vittoria, scorgendo delusa ogni preconcetta speranza. Soltanto quattro cannoni andarono perduti per mancanza di cavalli che li trasportassero. Le bandiere furono tutte salve. Gli ufficiali Lavagnini e Andreini, che, con un drappello di soldati d’ordinanza le avevano in custodia, cinti da ogni lato, presso a cadere prigionieri, ritolsero le insegne dalle aste, e, celatele sotto la divisa, religiosamente le spartirono in Mantova tra i compagni. E quando furono liberi mostrarono ai loro conterranei quelle onorate reliquie, come memoria d’un infelice destino e della loro intemerata fede.

Nella giornata del 29 maggio 1848, gl’Italiani non vennero meno a sè stessi. Ricordandosi che in quel medesimo giorno, nel 1176, i loro avi, pochi di numero, avevano in Legnano combattuto e vinto i soldati del Barbarossa, fecero prove stupende d’abnegazione e di valore. Per tre volte fu suonato a raccolta; indarno. Tutti fermi nel proposito di far vedere al nemico quanto valesse il braccio dei figli d’Italia, tutti volevano morire sul campo. Ma alla fine, pensando come fosse migliore serbarsi a successi più prosperi, frementi si ritiravano, lasciando sul suolo zuppo di sangue, lacere membra, morti molti e feriti, e molti prigionieri. E nella morte e nella prigionia non ismentirono il nome italiano. Tutti sino all’ultimo gridarono: Viva l’Italia. Molti di essi e per ingegno e per dottrina erano le più belle speranze della patria: v’erano avvocati, medici, professori, artisti, studenti, che formavano la parte più eletta delle città toscane. Morirono venticinque di Firenze, sei di Pistoia; altri di Livorno, di Pisa, di Lucca, di Montepulciano, di Massa, d’ogni terra: molti in battaglia, alcuni nella ritirata, altri nella prigionia; tutti fieri amatori della libertà della patria.

Accenniamo que’ giovani immortali, che, come i trecento di Sparta, insegnarono ai superstiti che per vincere bisogna saper morire; li accenniamo per causa di venerazione, e per ricordare ai nuovi campioni il sangue che spetta le loro vendette. Che gl’Italiani si rendano degni di coloro che dai primi albori del nostro risorgimento, hanno con prove indefesse o continue preparato le vittorie della nostra libertà, che come gl’immortali di Dario hanno sempre presentato la stessa fronte al nemico, allora sì che il completo affrancamento della patria diverrà un fatto compiuto.

Leopoldo Pilla, professore dell’università di Pisa, nacque a Venafro, patria del celebre capitano Giambattista Della-Valle, primo scrittore italiano di fortificazione, il dì 20 ottobre del 1805.

Gli scritti e gli esempi paterni di certo instillarono nell’animo di Leopoldo i primi amori della scienza, cui aveva a recare tanto lustro e decoro, e più le avrebbe arrecato incremento e copia di trovati e di utilità, se gli fosse bastata la vita, se una vita sì preziosa non fosse stata con tante altre generosamente e debitamente esposta per la salute e la libertà d’Italia. Ed a che giova la vita, la scienza e la gloria quand’è schiava la patria? Le provincie e i reggimenti di cavalleria sentivano il difetto dei chirurghi da mascalcìa; sicchè sorgeva in Napoli un collegio di coteste discipline, per educarvi numerosa gioventù. Colà faceva i suoi studi il giovine Leopoldo Pilla, già inviato nelle lettere dall’archeologo Cotugno, e nelle scienze fisiche dal chiarissimo Niccolò Cavelli, e ne uscì ornato di buoni studi in fatto d’Ippiatria, di Zoologia e di scienze naturali. Ma non si sentì chiamato all’arte pur generosa di ricercare, e sapere, e curare i mali gravi delle bestie. Per la qual cosa più e meglio si volse alla terra; e coltivando poi gli studi geologici, egli presto s’accorse che assai difficilmente ne avrebbe potuto trarre frutto di vita, nè voleva, anche potendolo, vivere delle discretissime entrate della sua casa, tanto più ch’altro fratello e due sorelle avevano bisogno di ricorrere al patrimonio. Non lasciando dunque da parte i suoi lavori prediletti, vi congiunse gli studi di medicina, come secondari in vero e come espedienti di professione. Infatti il primo suo lavoro è quello della vita scientifica del citato Cavelli, ch’ei lesse nell’Accademia Pontaniana l’anno 1830. Nè faremo le maraviglie vedendo un giovane com’era il Pilla, promettitore di sicura ed eminente riuscita nelle scienze naturali, vivere negli ultimi posti de’ medici militari d’un ospedale. Imperocchè generalmente negli eserciti e allora più in Napoli, tenendosi in maggior pregio la vita de’ cavalli e delle bestie da tiro, si affidava la salute del soldato a giovani, o a praticanti di pochissimo valore. Pure il Pilla, al cui animo gentile ripugnava di certo un servigio, che non avesse egli potuto ministrare con tutte le forze dell’ingegno e dell’animo, preferì anche in quell’officio il ramo piuttosto dell’amministrazione e della statistica. E in questo suo intendimento potè essere viemmeglio confortato, dappoichè risaputasi la sua passione e la sua valentìa nelle cose naturali, il generale che comandava allora supremamente le milizie napolitane, ed era vago d’impinguare il patrimonio co’ negozi dell’allume, dell’ossidiana, delle acque termali, de’ cappelli di certa materia vegetale, consultava sempre il Pilla. Cotesta meritata e pesata protezione, non che la sua bella fama, la quale di dì in dì cresceva rapidamente, lo fecero eleggere fra quei professori dell’arte salutare e delle scienze naturali, i quali furono dallo Stato spediti in Vienna e nella Germania per istudiarvi la malattia venuta in Europa dalle regioni asiatiche, che desolò l’Italia e sovrappiù Napoli e Palermo.

I terreni meridionali fra’ più ricchi d’Italia, richiedevano una gioventù studiosa de’ naturali tesori; nè più erano que’ tempi che l’Italia, e in ispecie la parte di mezzodì, potevasi contentare di tenere solo il campo dell’agricoltura e della pastorizia. Più non era stagione di esclusioni e di sapere privato, in cui chiamavansi i minatori sassoni e stiriani per aprire e coltivare le miniere di Calabria. Anche ai ministri meno veggenti si presentava il bisogno di avere non già per vanità e per pompa una cattedra nel pubblico Studio di Napoli; ma più e più geologi e mineralogisti, i quali avessero potuto disaminare e scorrere e studiare la natura, più che sulle pagine, nelle viscere de’ nostri terreni, quasi lasciati vergini e sconosciuti al martello e alla trivella del ricercatore.

Per le quali considerazioni il ministro dell’Interno indusse il Pilla a lasciare quel posto di chirurgo militare, alla cui gloria davvero non aspirava, nè poteva aspirare il geologo, e a mostrarsi cittadino veramente utile ed operoso, in que’ tempi d’industria nazionale, nelle ricerche e nelle aperture delle miniere; tanto più che, morto di recente il vecchio professore dell’Università, poteva un dì più che l’altro ascendere meritamente a quell’offizio. Dovette egli credere a cotesta spacciata protezione, la quale non era punto quell’altra, più povera forse, ma subita e pronta e franca del soldato; era la protezione tronfia, magnificante, abbottonata dell’uomo di Stato, secondo i tempi infausti e codardi. Gli si voleva mostrare il posto vuoto, perchè la scienza fosse stata cortigiana e stesse inchinata innanzi al superbo ministro, e intanto il Pilla rimaneva senza l’antico officio modesto, e senza il magnanimo soccorso annunziato.

Si accorse dunque, come aveva già avuto sempre in animo, dover meglio fondare sul favore del popolo e dell’universale, che su quello del famoso Mecenate; talchè non si addormentò su’ guanciali delle promesse de’ Grandi, ma guardò alla scienza e alla sua fama, e nel 1836 fece un viaggio nella Sicilia e nella Calabria per studiare l’attacco degli Appennini, come lo dimostrano certe sue scritture.

Gli studiosi di scienze naturali, massime di geologia, non erano molti in Italia; Pilla ne aprì uno studio; anzi, come annunzio più solenne e come più solenne malleveria del suo valore nell’insegnamento, lesse nella grande sala dell’Accademia Pontoniana, fra ripetuti e grandi applausi, un Discorso accademico intorno ai principali progressi della geologia ed allo stato presente di questa scienza.

L’insegnamento suo privato ebbe grandissimo successo. E volendo tornare utile a’ suoi cittadini, quand’era appunto il tempo di non aver bisogno del braccio altrui e dell’altrui predominio nelle imprese di scavazioni, di combustibili e di minerali, e sentendo già il bisogno d’ogni affrancamento dallo straniero e della libertà della patria, faceva pubbliche nel 1841 alcune Conoscenze di mineralogia necessarie per lo studio di geologia, dove in ogni pagina contiensi quanto è necessario a preparare lo studioso alle cognizioni geologiche.

Intanto all’occhio del governo pareva troppa vergogna fare sì lungo tempo rimanere chiusa la cattedra pubblica di mineralogia; e alla fine il Pilla vi nominava professore, ma professore interino solamente.

La Corte toscana allora era in Napoli: le tradizioni di civiltà, la estimazione maggiore in che tenevansi in quella Italia di mezzo le discipline e i pubblici studi, la minore gelosia e la veruna paura che, a differenza di Napoli, ispiravano colà gli uomini sapienti e dediti alla gloria d’Italia, e forse un certo tributo di omaggio alla casa di Carlo III, che aveva onorato il cittadino di Stia, Bernardo Tanucci; tutte queste cose insieme fecero dall’Università di Pisa dimandare al Gran Duca d’invitarvi delle capacità eminenti, in ispecialità nella geologia, nella chimica e anche nella medicina frenologica; vieppiù indotti i Toscani dalla decrepitezza del professore di chimica, cui erasi concesso il riposo, e dalla divisione delle due cattedre di zoologia e di geologia, non meno che dalla scarsezza che allora facevasi colà sentire in cotesti campi scientifici, di uomini egregi.

Il Pilla, prima di lasciare Napoli, recossi dal ministro dell’Interno per ringraziarlo delle sue parole, e prendere congedo. Quegli, con modi del tutto sconci, osò dire al professore: Eh dovreste ricordarvi ch’io vi tolsi di mano il lavativo!

Non terremo presso alla vita del Pilla durante gli anni che fu professore a Pisa. Diremo come, quando i comizi scientifici italiani succedevansi di anno in anno, egli, che lieto vi vedeva il bene delle scienze, e lietissimo ne scorgeva le conseguenze morali e politiche della divisa Italia, non mancò di farvi risuonare la sua voce o mandarvi le sue scritture.

Sul cominciare del 1846 il ministero toscano, dov’erano ministri un Homburg e un Paucr, voleva aprire il passo a’ Gesuiti, e si provava a stanziarvi le suore del Sacro Cuore, tenute come antiguardo della milizia gesuitica, e già raccettate dalla contessa Buturlin, sotto il gradito e onorevole nome di suore della Carità. Gli amici e protettori della Compagnia stimarono esser Pisa il primo asilo più acconcio; ma il popolo e l’Università se ne sdegnarono forte, sicchè ì professori sottoscrissero una dignitosa petizione, e fu tra essi il Pilla, comunque vi fossero stati negativi il Mori, i due Savi, il Padelletti e Del Padule.

Ma a’ mali morali si aggiunsero quelli di natura, dacchè un’ora dopo il mezzodì del 15 di agosto di quello stesso anno una romba simile a quella di lontana bufera, annunziava un flagello che doveva contristare buona parte di Toscana. Succedeva un tremuoto, ch’empieva di terrore e di rovine quel tratto di paese, che si distende fra Orbetello, l’isola D’Elba, la Lunigiana e la montagna di San Marcello. E Leopoldo Pilla pianse quel caso e ne studiò le cagioni, e ne raccolse i fatti, recandosi in vari luoghi, e più specialmente in Orciano, popolata di 800 abitanti, la quale divenne un mucchio di sassi, e in Castelnuovo della Misericordia, dove rovinarono trentatrè case rusticali; pubblicandone una importantissima descrizione, venduta a beneficio de’ danneggiati. Nè passò molto tempo, che pose a stampa il primo volume del suo Corso compiuto di Geologia, il cui secondo volume non si poteva ancora pensare dovesse apparire postumo nel 1849.

Fra’ pochi, cui parve sicura la morte gloriosa sui campi di Lombardia, si fu di certo Leopoldo Pilla. Il quale, eletto capitano d’una compagnia del battaglione universitario, stimolando al cammino e alla guerra il governo e la scolaresca, fu solamente tranquillo alla vista del nemico. E presago di sua prossima fine, tant’era acceso al combattere, appunto al quartiere generale delle Grazie, il dì 22 maggio scrisse di sua mano il suo testamento, per provvedere a innocente e caro bambino di tre anni, che portava il suo nome medesimo. E furono queste le sue solenni parole:

“Siccome la vita e la morte è nelle mani di Dio, così trovandomi nel campo toscano nella santa guerra della Indipendenza Italiana, e potendo mancare a’ vivi, esprimo in questo foglio la mia ultima volontà in parte: Lascio a Giuditta Nocentini, ed alla sua sorella Teresa, tutto il danaro contante che si trova chiuso nella scrivania dentro alla mia stanza di studio a Pisa, e di più il letto più grande della mia casa con tutte le suppelletteli annessevi. Dichiaro che il bimbo Leopoldo Nocentini, che è custodito dalla prelodata Giuditta, è mio figliuolo. Lascio a questo bimbo tutte le suppellettili di casa, fuorchè i libri scentifici, e di più i soldi, di cui posso rimanere creditore dal governo, a condizione che egli rimanga sempre in casa della prelodata Giuditta, la quale gli ha fatto ufficio di madre. Raccomando questo bimbo al governo, se mai la mia opera e le mie fatiche hanno potuto essere in qualche modo utili alla Toscana.”

Tardi fu chiamato a combattere il battaglione universitario, dov’era un fremito generale di guerra; e quando si fu giunti al bivio fra le Grazie e Curtatone, dove si rimase fermi per più di un’ora, il capitano Pilla era fra’ primi a gridare di doversi e volere accorrere prontamente. E parecchi de’ militi, mancando alla disciplina, lasciarono un’ora innanzi il battaglione; ma il Pilla, il quale avrebbe pur voluto farsene guida, rattenuto dall’idea della riverenza alle leggi militari e dell’esempio, rimase dolorosamente obbediente.

Lieto egli della vita di guerra, ritornato da Peschiera, di cui volle osservare i lavori dell’assedio, invitò il dì 28 alle Grazie i suoi amici carissimi e compagni d’arme Ginnasi e Fonseca, uno che cadde pur vittima alla domane e l’altro prigioniero. E nel giorno appunto della pugna stava Leopoldo sopra un rialto con Mossotti: gli scolari pregavanli di ritirarsi perchè troppo esposti. Ma vi sono delle ore supreme della vita, in cui l’uomo generoso non vive la vita propria, che un granello di piombo può sperdere, ma la vita nazionale, contro cui non hanno nessun potere i passeggieri trionfi della tirannide e dell’usurpazione. Poco dopo, una scaglia gli fracassò l’antibraccio destro, e gli lacerò corrispondentemente il basso ventre. Lo raccolse il Bini, che gli era innanzi nell’abbarrata, al cui orecchio giunse un grido e si voltò. Accorsero poscia il Livi e altri due scolari, i quali lo posero su moschetti; e passando per quell’usciolino medesimo, pel quale pochi minuti prima era entrato il battaglione, lo menarono sull’argine destro dell’Osone, avendo a sinistra le Grazie, dove lo lasciarono colla speranza e quasi colla certezza che un’ambulanza lo avesse raccolto.

Ferdinando Landucci, maggiore nelle milizie stanziali, nacque a Pescia nel giorno 4 dicembre 1791, morì alle Grazie il 17 maggio 1848, per ferita riportata nel combattimento del giorno 10.

Armando Chiavacci, nacque a Pistoia il 18 agosto 1818, morì a Montanara il 29 maggio. Fin da quando fu istituita la guardia nazionale in Pistoia, Armando fu fra’ più volonterosi ed accesi sostenitori di essa. Laonde egli colla signora Bracciolini ed altre signore concittadine, e con altri che meglio potevano esser di esempio, si recò a Firenze nella memoranda giornata del 12 settembre 1847.

Nel marzo del 48 egli, fatto foriere, si diresse alla frontiera passando per San Marcello, piano Asinatico e l’Abetone; ma nell’animo suo combattevano potentemente gli affetti della famiglia e gli affetti di patria, ai quali risolutamente pospose ogni altro. Ma scoraggiato dalla lentezza del procedere, dalla discordia tra comandanti e comandati, e dalla poca disciplina, lasciò il suo corpo, desiderando trovarne uno ove fosse maggior ordine e vigoria di comando. E sul cominciare dell’aprile tornava a Pistoia ed a Firenze a rivedere la madre inferma e la sorella: poi il dì 6 del medesimo mese prendeva lo schioppo e il sacco dalle mani dell’Odaldi e dal gonfaloniere di Pistoia; e con alcuni altri della compagnia Bellorini si volgeva a Bologna per arruolarsi in quella del modenese Piva, antico soldato napoleonico. E il dì 10 di aprile scriveva da Revere ad un suo amico grandissimo: “Nel vedere il Po e quelle immense pianure, nel calcare questo suolo desolato ed afflitto, mi sono sentito compreso da entusiasmo e da orgoglio indefinito, pensando che anch’io sono qua, e che presto coi Napoletani, Romani, Lombardi potrò io pure combattere e versare il mio sangue pel santo riscatto.” E il 20 di aprile scriveva: “Sono in Montanara e sto benissimo: spero di battermi, e allora starò meglio.”

Il suo cuore era generosissimo, e di impeto subitaneo, benchè facile ad essere vinto e ragionevolmente persuaso. Quand’era risoluto davvero ad una impresa, sentivasi impaziente, durante il tempo che pur era necessario ad ottenere lo scopo. Dopo di che ognuno intenderà che non altro che la fortuna (la quale mai non gli era stata amica) lo avrebbe potuto salvare da essere vittima della guerra. Un soldato cittadino come lui generoso, tenero, impetuoso, impaziente, infiammato dell’amor della patria e della gloria italiana, doveva pei primi cadere il dì 29 nell’impari tenzone sulle abbarrate pur troppo deboli di Montanara, ferito in fronte da palla di moschetto.

Luigi Pierotti, volontario, nacque a Pistoia nel 1818, fu ferito mortalmente alle Grazie il 29 maggio, e morì all’ospedale di Castiglione delle Stiviere, ai 7 di giugno 1848.

Alberti Bechelli, volontario, nacque a Pistoia agli 8 di dicembre 1828, morì a Curtatone il 29 maggio.

Luigi Barzellotti, volontario, nacque in Pian Castagnaio, morì il 29 maggio a Curtatone. Ferito volle pur continuare a combattere; il professore di matematiche di Pistoia, che gli caricava il moschetto, e dicevagli di ritirarsi, lo vide cadere a terra tronco del capo che una palla di cannone gli aveva portato via.

Pietro Parra, volontario, era nato a Pisa; era giovane; era ricco; ma non per questo era felice. Imperciocchè egli aveva un’anima nobile e sentiva che gioventù e ricchezza sono perle vanamente sprecate per chi appartiene ad una famiglia di schiavi, per chi si sa figlio d’una Nazione, che non può levar la testa nel consesso delle Nazioni. E convinto di questo supremo dovere, gemente com’era la Toscana sotto la sferza d’una polizia tirannica ed onnipotente, univasi con animo pronto alle politiche manifestazioni che avevano luogo in patria contro le mene de’ Gesuiti e dei Gesuitanti. Nè de’ liberi sentimenti faceva vanto, quieto e tranquillo nelle pareti domestiche, dove l’amore della famiglia lo circondava, tra’ fondatori del giornale l’Italia; cosicchè quella libertà che ne’ giorni del pericolo aveva coraggiosamente sostenuta, non adulò poi vilmente, quando mostrarsi libero divenne facile coraggio, e il santo nome di patria suonò senza merito sulle labbra di tutti. Ma per l’Italia parve un giorno solenne, parve giunto il momento di frangere con uno sforzo generoso il giogo di dieci secoli; e l’idea d’indipendenza si mostrò vicina a ricevere la conferma dal fatto.

Il 22 marzo, Parra partì coi volontari, lasciando il suo grado di capitano per stringere un moschetto. Ma quelle milizie cittadine, per altrui colpa, tergiversavano nelle montagne di Lunigiana, e per incerti ordini; sicchè a lui che la causa italiana, non la municipale Toscana, era surto a difendere, parve quella un’angustissima sfera d’azione; e lasciando i compagni corse ai campi di Lombardia col fratello Antonio, con Luigi Fantoni e Giovanni Frassi. E annoverato nella colonna dell’Arcioni volò verso il Tirolo, ove prima pareva doversi incontrare il nemico.

Ma volto appena verso Rezzato, la malattia di suo fratello lo costringeva a tornare in Brescia, per deciderlo a riprendere la via di Toscana, e provvedere sotto il patrio cielo alle cure di mal ferma salute. I due fratelli si separarono, e fu straziante l’addio, come se un mesto presentimento dicesse loro, non doversi rivedere mai più. Intanto la legione toscana aveva passato il Po, e stava a campo sotto Mantova; talchè si prevedeva da tutti, avrebbe essa avuto luogo a sostenere ardue e luminose fazioni di guerra. Parra allora, in compagnia di Giuseppe Montanelli, volle tornare fra’ suoi, dai quali soltanto lo aveva diviso il pensiero, che potessero non esser serbati alla gloria della battaglia.

Giunse al campo di Curtatone, dov’era stanziato il battaglione pisano; e benchè non iscritto a nessuna compagnia, divise la dura vita e le costrizioni morali che alle anime generose sono il più duro sacrificio, poichè per esse è momento di festa quello nel quale ferve più accesa la mischia. Era di poco giunto al campo toscano, quando la prima scaramuccia ebbe luogo il dì 5 di maggio, alla quale accennando; scriveva a sua madre, che stava allora in Desenzano “Appena giunti qua, abbiamo portato fortuna.”

Presente allo scontro vittorioso del 13 di maggio, d’altro non si lamentava che d’aver dovuto restare a guardia della trincera, invidiando chi da bersagliere si era avanzato ne’ campi, inseguendo più da vicino il nemico. Comunque fosse, egli ebbe parte in quella gloriosa giornata; e qualche tempo dopo andò a Desenzano per abbracciarvi la sorella e la madre, e insieme con Montanelli potè stare all’assedio di Peschiera, ed avere, com’esso diceva, la consolazione di vedere due bombe scoppiare a’ suoi piedi. La sorella e la madre volevano trattenerlo ancora, ed esso sentì la forza del dovere maggiore di quella dell’affetto, e il 25 di maggio partì pel campo.

Intanto sorgeva l’alba del 29; le scaramuccie, gli scontri, che avevano avuto luogo fino allora, cedevano il passo ad una vera, a una disperata battaglia, dove, come vedemmo, il valore d’una mano di Toscani osava tener fronte per sette ore all’urto delle migliaia, al fulminare delle artiglierie austriache.

Egli, incorporato in quel giorno alla compagnia Malenchini, fu sempre per tutto ove maggiore incalzava il pericolo: vide per tre volte piegare gli Austriaci, li vide tornare rinforzati all’assalto, e quando la disperata resistenza dovette cessare, per le munizioni scoppiate, per le artiglierie sguarnite, quando si dovette volgere a ritirata, che fruttò più d’una vittoria, alla voce di Montanelli, il quale gridava a pochi: “Dobbiamo morire ma non ritirarci,” lo seguì al posto disperato del Molino, e là, mentre accanitamente ferveva la mischia, che oramai non era più che parziale, una palla lo colpiva nella fronte, e, stendendolo senza vita su’ campi sanguinolenti, gli cingeva alla fronte la corona del martirio.

Torquato Toti, volontario, nacque il 18 febbraio 1823 in Val d’Arno, morì il 29 maggio a Curtatone.

Roberto Buonfanti, volontario, vero sacerdote del Vangelo, nacque il 20 novembre 1826 in Lamporecchio, morì, credesi, il 29 maggio a Curtatone. Ove giaccia la sua spoglia mortale s’ignora. Forse che la mano del nemico la compose nel sepolcro. Neppur breve nota indica al passante il nome di lui. Ma che ci cale? Anco le ossa di Francesco Ferruccio non sappiamo ove sieno; non pertanto la fama lo consacra fra gl’immortali, alla gloria delle opere grandi, all’eternità.

Domenico Vincenti, volontario, nacque in Santa Reparata di Corsica nel 1828, morì il 29 maggio.

Riccardo Bernini, volontario, studente di medicina, nacque a Livorno nel 1827, morì alle Grazie il 29 maggio, colpito nel petto al di là delle barricate che egli saltò per andare incontro all’inimico.

Giovacchino Biagiotti, volontario, nacque a Firenze nel 1829, morì a Curtatone il 29 maggio. All’urto poderoso delle falangi austriache, fra’ primi che opposero disperata resistenza fu Giovacchino. Il quale, quando il valore tornò vano sul numero, sdegnoso di sopravvivere, con pochi de’ suoi, fra il piombo e le scaglie che gli strisciavano sul capo, passò le abbarrate; nè restò dal combattere finchè, fulminato dalle batterie nemiche, cadde morto sul campo. E infatti il chiarissimo chirurgo supremo Zannetti, incapace di esagerare i fatti, lo chiamava giovane coragiosissimo ed ardente.

Raffaelle Zei, volontario, studente di medicina, giovane di raro ingegno, nacque a Firenze il 16 novembre del 1829; ferito di molti colpi il 29 maggio a Curtatone, morì nel campo nemico. Come quella del Buonfanti, ignorasi ove giaccia la sua salma.

Giuseppe Ginnasi, volontario, nato a Imola nel 1827. Nel 1848 trovavasi all’università di Pisa; e allo scoppiar della guerra di Lombardia muoveva col battaglione dei suoi condiscepoli, e si trovò alla mischia il giorno 29. Quando vide che già da qualche ora combattevasi e il suo battaglione rimaneva inoperoso, corse dove il pericolo era maggiore, cioè ai posti avanzati della sinistra, ove era una mano di Napoletani sotto gli ordini del tenente Fonseca. Combattè da prode, quantunque la natura non lo avesse fornito di grande coraggio: ma lo incitavano il sentimento, il dovere, l’amor della patria e il farsi degno della mano di una carissima vergine. – Colà una scheggia di granata lo ferì primamente alla fronte, e tosto che l’ufficiale ebbelo con una pezzuola medicato alla meglio, ritornò al fuoco. Altri, dopo la ferita, avrebbe stimato terminare il proprio ufficio: non così il Ginnasi. Anzi pieno d’ira nel veder morto il fratello della sua sposa, il suo maestro, l’amico, uno dei più splendidi intelletti d’Italia, raddoppiò di valore. Ma ecco cominciava la ritirata, rimanevano soli quei pochi, nè il tenente voleva abbandonare il posto. Si ripararono poi dietro una casa, e di là continuarono a far fuoco, caricando i moschetti sotto le scale, quando una palla di stutzen colpì nel petto il Ginnasi e lo gittò sul terreno. Nè fu possibile raccoglierlo, imperocchè, incalzati vieppiù, si ebbero gli altri a ridurre in una casa ed abbarrarla: donde udirono i lamenti del povero moribondo che diceva ripetutamente: “Ungheresi, uccidetemi.”

I fratelli Sforzi. – Temistocle Sforzi nacque in Livorno il 24 luglio 1826. Fu di ingegno pronto e vivace, di animo schietto e generoso. Negli anni più giovani frequentò le pubbliche lezioni di San Sebastiano, e poi la scuola privata d’eccellente Istitutore. Proclive assai al divertimento seppe però spregiarlo quando il dovere lo esigeva, e lo dimostra il felice esito con cui subì tutti gli esami sì nella Università di Siena, che in quella di Pisa, ove attese allo studio delle scienze naturali. – Nell’anno appunto in cui doveva conseguire la laurea, scoppiò la guerra della Indipendenza; e come aveva posposto al dovere di studente i sollazzi che tanto allettano l’età giovanile; così al dovere di cittadino sacrificò non solo gli agi e le mollezze delle quali in tempi ordinari era anche troppo curante, ma eziandio il piacere per lui grandissimo di essere spesso in seno della famiglia; e si espose a perdere (come pur troppo perdè) un avvenire lieto, quale lo facevano presagire il buon esito de’ suoi studi, e un mediocre censo domestico. Ottenuto, dopo replicate istanze, il consenso del padre, partiva da Pisa col battaglione universitario, ansioso di difendere colle armi quella indipendenza che aveva gridato nelle feste di settembre. Chi ha conosciuto il gracile temperamento e le abitudini di Temistocle Sforzi, dice, non potersi niuno immaginare come egli abbia potuto sopportare i disagi del cammino e del sereno.

Pure nulla di ciò lo turbava; giunto in Lombardia, non di altro si lagnava, che di essere lontano dal fuoco, e invidiava gli altri due fratelli che erano nel luogo dell’azione. In data del 5 maggio scriveva alla famiglia da Marcaria, accennando lo scontro del 4, e soggiungeva: “Forse Aristide avrà veduto i nemici, ed avrà con essi cambiata qualche palla, e noi, del Battaglione Universitario, che dovremmo esser l’anima de’ volontari, ci tengono qua a poltrire almeno dieci miglia distanti dal campo.” Le quali parole, alteramente disdegnose, ei ripeteva al suo capitano e parente, professor Puccinotti, ed al suo amico d’infanzia e compagno di studi, Azzati. E nel 16 maggio, da Castellucchio, chiedeva al padre un permesso scritto e autenticato dalle Autorità competenti, onde, in caso di scioglimento del battaglione universitario, entrare nella Civica fiorentina “per potere essere utile alla patria, per la quale sinora ho sofferto senza riportarne onore veruno, mentre tutti gli altri corpi di volontari, almeno sanno per prova che cosa sieno le moschettate.”

Il pericoloso onore che tanto agognava, lo ebbe finalmente nel 29 di maggio. Colpito nel ventre da una palla di cannone, spirò dopo pochi momenti; e fu il primo a morire nel passaggio del piccolo ponte di comunicazione fra le due parti del campo, rimanendo ferito dal medesimo colpo l’altro milite Brachini di Siena.

Aristide, l’altro fratello di Temistocle, nacque in Livorno il 16 giugno 1830. Fino dalla sua infanzia mostrò intrepidezza non comune, anzi disprezzo del pericolo e del dolore. – Agli studi letterari mostrava preferire una vita più attiva e faticosa. Chiese ed ottenne di entrare nella Marineria di Guerra Sarda, ma gli avvenimenti del 1848 gli fecero cambiare proposito.

Partì da Livorno come milite civico colla prima colonna comandata dal capitano Mussi, comunque si sentisse spezzare il cuore lasciando la madre che lo guardava stupefatta, avendo da qualche tempo smarrito il senno e la ragione. In età di non ancora diciotto anni sopportò tutti i disagi delle marce nè mai nelle sue lettere accennò a lagnanze; la traversata dell’Appennino, fatta con un temporale orribile, non strappò dalla sua penna che espressioni di compiacenza: “ora posso dirmi soldato perchè ho potuto tollerare questi disagi senza risentirne danno.” – Anzi, quanto più pativa e più si avvicinava ai pericoli, tanto più si innamorava della vita militare, e quindi chiedeva al padre il permesso di arruolarsi nel primo Reggimento di linea. Ottenne finalmente il sospirato consenso, e nonostante il difetto di età, fu scritto nella 6.a compagnia del 2.° battaglione, colla quale combattè il 13 maggio a Curtatone, mostrando un ardore che da molti era tacciato, e forse con ragione, di temerità, scusabile per altro in lui giovanissimo.

Piacque ai superiori di ordinare in altro modo il Reggimento; ed egli fu allora collocato nella 4.a compagnia del battaglione medesimo. Con questa si trovò a Montanara il 29 maggio, e là dopo distinte prove di valore, cadeva mortalmente ferito da un colpo di moschetto. Così periva Aristide Sforzi innanzi di compiere il diciottesimo anno, lasciando immersa nel lutto una famiglia, che doveva piangere la perdita di Temistocle nello stesso giorno a Curtatone, e deplorare ancora la prigionia di un fratello degli uccisi, Napoleone.

Cesare Taruffi, volontario, nacque a Firenze il 6 gennaio 1832, morì a Montanara il 29 maggio.

Giuseppe Amidei, volontario, nacque a Massa Marittima il 28 agosto 1823. Sebbene allevato in povera ma onesta famiglia, sebbene educato al lavoro ed al grave lavoro dell’incudine e del fuoco, sentì che oltre al babbo e alla mamma, eravi una mamma più ancora venerabile, la patria: oltre ai doveri di cristiano e dell’officina, eranvi quelli non meno sacri del cittadino e della patria. E perchè avesse meglio inteso i suoi doveri, imparò a leggere e scrivere. Maggiore di sei figliuoli, tre fratelli e altrettante sorelle, egli avrebbe voluto esser di conforto a’ bisogni della famiglia col suo amato genitore. Il quale, incuorandolo di certo a ben fare quando, era chiamato come milite della guardia nazionale, agli esercizi e ai doveri della pace, seppe con ammirabilissime parole accommiatarlo, abbracciandolo piangendo, e dicendogli: “Sai, il tuo dovere ti chiama; e se fossi più giovine, volerei anch’io in soccorso della patria. Ultime parole che il giovine ascoltò, e che il padre gl’indirizzò. Imperocchè al 29, combattendo con animo fierissimo all’estrema difesa del Molino, fu ferito nel braccio sinistro, e condotto a Castiglione delle Stiviere, sopportando coraggiosamente i patimenti della ferita, nè d’altro lamentandosi che d’esser posto nell’impossibilità di pugnare, in quell’ospedale il dì 11 di luglio diede l’anima a Dio.

Giuseppe Fusi, volontario, dottore in medicina, nacque a Massa Marittima il primo di novembre 1831, morì il 29, valorosamente combattendo, colpito da una palla di cannone nel momento in cui stava piegato per evitare lo scoppio d’una bomba vicina.

Raffaele Luti, bersagliere, nacque ai 24 ottobre 1826 a Sant’Angelo. A 19 anni andava all’Università. La medicina, come scienza d’affetto, ministero di carità e scuola di verità, gli piacque meglio, e l’abbracciò non come mezzo venale di brancicarsi così materialmente, ma come scopo santissimo da intendervi anima, ingegno, vita, tutto sè stesso.

Andato a Pisa, anzichè sfrenarsi a una vita sollazzevole e lieta, parve raccogliersi più che mai nella sua abituale melanconia, melanconia mista a una certa alterezza, che ai pusilli pareva superbia, e non era; era invece sentimento della dignità dell’uomo, era tensione continua dell’anima a cose alte e generose. Parlava poco, ma con posatezza soave, con un senno, spesso sovra l’età; co’ maggiori di sè ei si teneva in silenzio, i ciarlatani tanto di caffè che di trivio che allora allora erudivano, nè anche d’uno sguardo li avrebbe degnati.

Una madre tenerissima lo richiamava ogni dì tra gli affanni di un dolore disperato; la salute stessa cominciava a pericolare. Qual cosa più potente in un’anima buona delle preghiere d’una madre? Povero Raffaello! Si hanno sott’occhio le lettere sue d’allora; chi sa le lagrime di cui le bagnava! che sforzo gli sarà costato lo scrivere al tuo fratello Luigi, che pur lo pregava a tornare: “Chi sente l’onore, non macchia la vita di quest’obbrobrio. Intendo l’angoscia d’una madre e d’un padre; il pensiero mi strazia l’anima, e mi adiro col mio destino, che non mi diede genitori simili a quelli che scrivono a’ figli: “non tornare a casa, se non onorato; tutto sacrifica alla patria.” Però se gli altri seguitano col conforto della famiglia, io col disconforto, ho un merito doppio, peno doppiamente: consola e persuadi. Cosa difficile, comprendo, parlare all’affetto, perchè, perdio, non si può parlare alla ragione.”

Queste parole ei le scriveva da Reggio il giorno di Pasqua, 23 aprile, le quali parole ogni giovane italiano vorrebbe saper dire a 22 anni; ed esse come valgono ad onorare una vita intiera, così le vogliamo scolpite a ricordanza di sì caro nome, a vergogna delle ignave e stolte superbie, ad eccitamento di maschie virtù, in luogo sacro ai martiri della patria.

Alberto Acconci, bersagliere, nato a Pisa il 9 dicembre 1828. Alberto nell’allontanarsi dalla casa paterna sentiva palpitare il suo cuore diviso in due affetti. – La speranza di salvare la patria, il dolore di aver lasciato i suoi cari genitori. Vinto però dal suo primo dovere, la mattina del dì ventidue marzo 1848 si unì alla Civica pisana, salì nel convoglio della ferrovia lucchese, e, giunto a Lucca, si diresse a Pietrasanta, da Pietrasanta a Fivizzano, e quivi, unitosi al battaglione senese, traversò gli Appennini.

Colà il padre gli scriveva perchè ritornasse in patria presso l’adorata famiglia, la quale non attendeva che il momento di riabbracciarlo. Ed egli rispondeva in questo tenore: – “Se ella è mio padre, non mi discorra di tornare adesso, che vi è qualche pericolo. Fino dalla mia prima età ho sognato questo momento, e adesso che è giunto non dovrei approfittarne?” – E soggiungeva – “Dica da parte di tutti coloro che sono qua con me, quei tali che ci chiamano vagabondi, dica loro, che se non si crepa tutti, torneremo, e sapremo loro rispondere, che il vile ha sempre bisogno di una scusa per nascondere agli occhi di tutti la sua dappocaggine.” – E più sotto ancora: – Sento con piacere che stiate tutti bene, ed io pure starei, se il desiderio di rivedere la mia famiglia non mi facesse alcuna volta stare di cattivo umore: ma per ora ci vuol pazienza. Iddio mi darà forza, e mi farà combattere per la salvezza dalla mia bella Italia, e se a Lui piacerà, ritornerò sano e salvo a rivedere i miei.”

Giunto a Mantova, dopo varie scaramuccie avute coi nemici, il tredici maggio 1848, Alberto Acconci non solo si distinse per il suo coraggio, quanto ancora per la sua destrezza delle armi: ed il ventinove, combattendo da valoroso, facendo animo a’ suoi amici, e difendendosi colla maestria di un vecchio soldato, cadde sventuratamente prigioniero.

Ognuno può immaginarsi il dolore, l’angoscia e la disperazione che regnava nella famiglia Acconci dopo il giorno ventinove. Eglino credevano estinto il loro figlio, e ne avevano ben donde, poichè stettero un mese e mezzo nella più crudele incertezza e nell’assoluta mancanza di sue notizie. Finalmente parve che il cielo volesse mettere un termine al loro dolore, e la mattina del dì diciassette luglio 1848 giunse una lettera di Alberto diretta a suo padre, che lo ragguagliava della sua prigionia.

Egli scriveva da Budwei quando giunse l’ordine di trasferirsi a Theresienstadt.

Giunto in quel luogo (facendo quasi sempre a piede quel viaggio per non togliere sui carri un posto a chi egli nella sua delicatezza credeva ne fosse più degno), ricevè lettere di sua famiglia, scrisse varie poesie, e si mostrò cogli amici pieno di coraggio e di rassegnazione. Ma, oh fatalissima circostanza! o fossero i disagi del lunghissimo tratto di strada che aveva percorso, o fosse il cattivo vitto, o il clima variabilissimo e costantemente umido di quel luogo, una sera dopo qualche malessere provato durante il giorno, gli comparve una febbre. La credè una effimera, e giudicò non essere necessario il riguardo. Nel secondo e terzo giorno la febbre tornava, ma non essendo accompagnata da gravi sintomi, pensava di superarla senza bisogno di costituirsi ammalato. – Io desidero morire presso di voi, diceva a’ suoi compagni, piuttosto che andare all’ospedale. L’ospedale mi fa orrore… non so perchè… ma sento che ci ho una grande avversione. – Il quinto però essendo più forte la febbre, cedè alle istanze di tutti i suoi amici, che gli promisero di assisterlo e di mai abbandonarlo, come infatti fecero, e fu condotto all’ospedale.

Alla sordità si aggiunse l’insonnio continuo, quindi il vaniloquio, un delirio placido, e finalmente dopo due giorni di continuo sopore, il dì diciassette agosto 1848, spirò fra le braccia de’ suoi più cari amici. Prima che fosse entrato in delirio, diceva spesso ai suoi compagni: – Io sento che è giunta l’ultima ora, eppure assicuratevi che morirei più volentieri, se fossi sicuro di lasciare l’Italia libera. Ah! potessi almeno rivedere i miei genitori, i miei fratelli; i miei parenti!… quando sapranno la nuova della mia morte…. mi amavano tanto!… infelici!… e dovrò morire lungi da loro senza rivederli mai più!… Ah! per pietà, che eglino non lo sappiano!… io sono certo che ne morirebbero di dolore! – Dopo di ciò, uscito fuori di sè non si udiva che proferire queste interrotte parole: – Madre mia!… Padre mio!… mia bella Italia!… morte ai Tedeschi!…

Achille Becheroni, bersagliere, nacque in Poggibonsi il 5 ottobre 1817. Spuntati i giorni sereni del risorgimento italiano, e suonata l’ora del riscatto, partì, caldo d’amor di patria, nella seconda compagnia del primo battaglione dei volontari. Giovine pieno a ribocco d’onore, ma educato alla bellezza e alla pace delle arti, era assai inquieto, e passò dal primo al secondo battaglione nella compagnia dove erano tenenti Federico Fabbrini e Ferdinando Materassi. Poco dopo fece altro mutamento per combattere nei bersaglieri, e per essere insieme con altri artisti. E avendo affrontati con ardore tutti i disagi della insolita vita, il 29 maggio 1848, ferito mortalmente, da due palle nel basso ventre a Montanara, morì, dopo 24 ore, nelle stanze dell’ambulanza di Mantova, di morte gloriosa e onorata, e fra il compianto de’ suoi compagni d’arme, che con lui eran caduti vivi, nelle mani dell’inimico.

Pietro Pifferi; bersagliere, nacque in Arcidosso di Val d’Orcia nell’anno 1828. Quando scoppiò la guerra patria si arruolò nella quinta compagnia del secondo battaglione. Il dì 29 fu ferito alla coscia destra e menato all’ambulanza; ma essendo pieno il luogo, venne collocato sulle stanghe per salvarlo dall’inimico che sopraggiungeva. Nè però si sottrasse alla morte, chè piombò la cavalleria ungherese; ed il soldato Baroncelli, ordinanza del capitano Giannelli, il quale anch’esso era fra i feriti, dette al Pifferi il suo moschetto, ed egli con fermezza e coraggio indescrivibile lo scaricò addosso ai nemici. Della qual cosa irritati gli ungheresi, si dettero a menare in tondo e alla cieca i loro squadroni su tutti quegli sventurati, e più sul Pifferi, che fu orribilmente mutilato e quasi ridotto in pezzi.

Alessandro Ceccherini, bersagliere, nacque a Pisa da genitori popolani nel 1824; ferito mortalmente il 29 a Montanara, morì a Mantova i primi di giugno.

Pietro Sarcoli, volontario nei bersaglieri, nacque in Massa Marittima il 26 giugno 1817. Giovane serio per natura, e sempre prudente e morigerato, ei non tenne come pompa vana l’officio e l’abito di milite nella guardia nazionale; finchè all’annunzio della guerra, prima di scriversi soldato volontario co’ suoi compagni, avuta la notizia che potesse la fortezza di Ferrara essere assalita, vi si recò rapidamente, e non essendosi poi verificato quest’assalto, raggiunse in Viadana la compagnia, dov’erano annoverati i suoi carissimi Massetani. Il Sarcoli il 29 era distaccato con dieci uomini ad un posto avanzato. Quando i nemici sopravvennero, e col numero soverchiarono i nostri; egli non si volle ritirare. Proseguì colla baionetta spianata contro gli Austriaci e fu trucidato.

Paolo Sacchi, nacque a Bibbiena. Appena scoppiata la guerra s’inscriveva nella settima compagnia dei volontari. E quanto amor di patria sentisse e di quanto coraggio avesse pieno l’animo solennemente il dimostrò a Curtatone il dì 29, quando i suoi soldati, restati privi di cartucce per l’incendio de’ cassoni di munizione, egli andava a cercarne nelle tracolle dei morti in mezzo a una grandine di palle e di razzi, sempre mantenendosi il medesimo fino a che una palla d’archibugio non gli passò una coscia. Egli dapprima voleva disprezzare la ferita, e a chi amorosamente dimandavagli: “che! sei ferito?” rispose: “non è niente, non è niente” e intanto si fasciava là dove sgorgava il sangue. Ma non potè durare lungamente, e quindi trasportato in una casa poco distante sulla destra del lago, fu con altri fatto prigioniero e menato all’ospedale di Mantova.

Forte e robusto, potè in pochi giorni essere a tale da muovere per la Germania, ed era a Theresienstadt, quando vennegli la lieta novella del cambio dei prigionieri. Partì immantinente ma quella vita che era rimasta salva in cotanti pericoli non potè superare una febbre cagionata anche dalla riapertura della ferita, che gli sopraggiunse in Budwei; e così in terra straniera rimase il di 22 di agosto il corpo trafitto di Paolo Sacchi.

Clearco Freccia, volontario, nato nel 1831 a Noceto. Lasciato lo scalpello correva nel 1848 a combattere le battaglie della patria indipendenza. Il dì 9 di maggio il battaglione in cui era inscritto dividevasi colle stanze fra Rivalta, Sacca e Castelvecchio; e Clearco, volendo correre i maggiori pericoli, e non esser fermo di presidio, si unì a’ bersaglieri, comandati e ammaestrati dal valoroso maggiore Beraudi piemontese in Monteggiana sulle rive del Po.

Così combattè strenuamente il dì 29 nel campo di Montanara, e mortalmente ferito insieme al Becheroni, furono entrambi menati prigionieri in Mantova, dove all’alba del dì 30 insieme spirarono nelle stanze di osservazione nell’ospedale, senza un abbraccio e una lagrima pietosa de’ fratelli e degli amici.

Francesco Barzacchini, volontario, nacque il 21 luglio 1821, in Campiglia, morì a Montanara il 29 maggio.

Francesco Pierallini di Bibbiena, soprannominato il Grillino, fu figlio unico di onesti pigionali. E quantunque, giovine di diciannove anni, fosse sostegno ai vecchi genitori col guadagno che ritraeva come garzone di postiglione, cioè come stalliere, pure quando Milano e Lombardia si scossero, sentì anch’esso il bisogno di consacrare all’Italia la sua vita. E non ebbe pace finchè non partì per Firenze con altri volontari del paese; ma giunto al deposito, non fu arruolato perchè mancante del permesso paterno. Laonde ripartì il medesimo giorno per Bibbiena, e si presentò al povero padre che, quasi previdente dell’avvenire, non voleva accordargli il suo consenso; ma dovè cedere quando scôrse la ferma risoluzione del giovane italiano, di togliersi la vita primachè esser scherno dei suoi compagni e de’ suoi concittadini. Col desiderato permesso ripartì lietissimo, e ricomparve al deposito colla massima sollecitudine: ed ivi fu arruolato, e fin da quel momento diceva di esser diventato il giovane più felice della terra. Al campo, questo popolano fu esempio di valoroso ed ubbidiente milite, ed amore della sua compagnia. Il giorno 29 maggio 1818 fu il primo, cui una palla di moschetto colse mortalmente alla fronte; e di subito spirò fra le braccia del suo compatriota tenente Ghilardi.

Virgilio Bernardini, volontario, nacque il 1832 a Convalle in quel di Lucca. Alla battaglia di Curtatone, dopo la prima ora di fuoco, salito sul parapetto della trincea, sdegnando di parare il suo corpo, fu colpito in fronte da una palla, e cadde, gridando più volte: Viva l’Italia!

Giuseppe Solimeno, nacque in Marciana il dì 10 febbraio 1806, ferito mortalmente il 29 maggio, morì il 1 dicembre 1848 dopo dolorosa malattia, sopportato colla massima rassegnazione.

Giuseppe Nerli di Siena, deposto il grado tributatogli nella milizia cittadina, si distaccava dall’amorosa madre, volava ai campi di Lombardia. Ultimo negli onori, primo ai rischi e ai disagi, intrepido e feroce nel conflitto, pio, umano modesto, docile, mansueto fra i suoi, ei presto rendevasi modello ai guerrieri della libertà; e ben tale suonava e suona sempre il suo nome fra quanti durarono con lui quella infelice e gloriosa guerra. Nel 29 maggio rimasto con un solo compagno tra i nemici ferri, rispettabile ai nemici stessi per indomito valore, fu preso alfine e fatto prigione. Sopportò dignitoso i quattro mesi di sua cattività; fu paziente nella malattia contratta fra i travagli del campo; ma il cordoglio dei pubblici casi vinse le sue forze usate già con tanto abbandono. Attaccato dalla miliare, dissimulò alla povera madre il corso pericolo, e sperò, nella breve tregua avuta dal fiero morbo, tornare a lei consolatore del lungo affanno. La infelice gli corse incontro al ritorno, lo abbracciò vaneggiando, e nelle care sembianze ravvivate in quell’ultima gioia, non lesse, delusa! la imminente ruina. La cruda lue, appresa sordamente agli organi respiratori, insorgeva di nuovo, e dopo poca lotta, già puro e disposto a miglior soggiorno, spegnevalo tra le braccia di quella desolata.

Roberto Menabuoni, nacque il 19 luglio 1827 in Livorno. Lo scoppio della guerra lo chiamava nei campi lombardi ove difatti si inviava fra i primi il giorno 21 marzo 1848, quantunque afflitto da dolori reumatici acquistati poche notti avanti, allorquando nel compiere l’ufficio della ronda cittadina gli avvenne di scoprire ed inseguire alquanti malfattori. Partiva esso col primo battaglione livornese, comandato dal Mussi, e precisamente colla prima compagnia del capitano Dupuis. E ad un amico, il quale avendo stabilito di partire egli pure fra militi, lo impegnava ad aspettarlo per partire poi insieme solo due giorni dopo, il Menabuoni risolutamente rispose: “Ho dato la mia parola d’onore e parto oggi.”. Nè valsero a ritenerlo neppure le calde esortazioni della famiglia, e specialmente del padre. E partì, tribolando pel dolore alle gambe; del quale però in breve restò libero, come egli stesso dopo non molti giorni scriveva. E coi Napoletani si trovò il 4 maggio al fatto di San Silvestro; ed ivi si segnalò per valore ed ardire, tantochè poco mancò non fosse ferito, come avvenne al suo compagno d’armi è d’affetto Riccardo Lacomba, che cadde il primo nelle mani del nemico. Il dì 29 era nella linea aperta de’ bersaglieri di Montanara, aspettando con ansia di scaricare il suo archibugio già preparato, allorchè disgraziatamente fu colpito per negligenza da ferita mortale che subitamente il freddò. Lo piansero italianamente i suoi cari; e del padre suo desolatissimo non vogliamo tacere una bellissima azione, che meglio si scorgerà nelle due lettere seguenti:

“Cittadino ministro,

“Quando la patria ha d’uopo di soccorso, ciascuno faccia quel che può. Il sottoscritto perdè un figlio per l’italiana indipendenza: ebbene, sia pace all’anima sua.

“Oggi, tanto esso, quanto la di lui famiglia, ascoltano le grida dell’eroica Venezia e le destinano la piccola somma di lire fiorentine cinquanta, inviandole a voi, cittadino ministro, acciò, unite alle altre sovvenzioni, possano essere di qualche utile a quei valorosi italiani.

“Con distinta stima si pregia di essere

“Livorno, 8 gennaio 1849.

“Di voi, cittadino ministro dell’interno

“Umil. devot. servo

“BARTOLOMMEO MENABUONI”

Il ministro F. D. Guerrazzi rispondeva il giorno 10:

“Cittadino,

“Leggiamo nei libri santi, come il Signore, di tutte le offerte, gradisca principalmente l’obolo della vedova e dell’orfano; e la patria sopra ogni altra, in verità io ve lo assicuro, avrà accetta la vostra offerta, che io chiamerei volentieri il dono del dolore. Non temete, no, che la vostra moneta vada confusa con le altre; ella vince di splendore quella dell’oro, perchè sfolgorante di ardentissimo amore e di sacrificio cittadino.

“Il cuore vostro di uomo forte vi ha consolato della morte del figlio; e poichè voi siete di coloro che si mostrano capaci di virili conforti, io vi dico che non si muore cadendo per la patria, ma si vive nella memoria degli uomini e nelle sedi più beate del cielo, dove si accolgono le anime elette. Credete, o, buon cittadino, a questa religione; imperciocchè, se tale fu la religione di Cicerone, di cui porge testimonianza nel sogno di Scipione e di Tacito, come si legge nella Vita d’Agricola, perchè non dovrebbe essere la nostra, dopochè con bene altri precetti e con divina certezza ce la rivelava Gesù Cristo, amico di ogni oppresso, nemico di tutto oppressore?”

Ulisse Renard, nacque a Firenze nel 1823. Quando sorsero le voci di guerra, e si andava da molti con ampie parole tentando gli animi de’ giovani più arditi, Ulisse rispondeva con brevi, ma vere e sentite parole: “quando sarà il momento di combattere, non s’avrà che ad annunziarmelo soltanto, e non sarò secondo a nessuno.” Infatti lasciò subitamente Castiglion Fiorentino, appena intese le prime mosse, e partì volontario in uno de’ battaglioni. Fu a’ diversi fatti combattuti il 4, il 10 e il 13; e nella giornata del 29 aveva ricevuto tre ferite, una al piede, due al braccio, e pure non andava all’ospedale. “Ritirati” gli dicevano i compagni e gli uffiziali; ma egli rispondeva, bastargli ancora la vita, e tutta volerla dare all’Italia libera. Un cannone era per cadere nelle mani dell’inimico: vi volevano audaci cittadini e soldati per salvarlo, e primo tra essi andò il Renard; ma lì presso venne colpito mortalmente da una palla nemica e cadde sul campo.

Liberato Molli, nacque in Arezzo nel 1822. Come architetto e ingegnere fu sempre adoperato alla tumultuaria costruzione e al mantenimento delle deboli trincee del campo in Montanara; ma non volle mai nè per viltà, nè per avarizia, pur di fatica, nè per aumento di provvisione lasciar la veste del caporale; sicchè, ora costruiva ed ora vigilava, quando ristaurava e quando proteggeva i campali baluardi; e ne prese cotale infreddatura, che il dì 25 di maggio fu obbligato dal chirurgo maggiore Chelli di cavarsi presto sangue e starsene qualche tempo guardingo in letto. E scriveva appunto in que’ momenti di ozio una lettera al Pierotti, in cui, fra altro, così diceva: “Se mi sono prestato e mi seguito a prestare per le fortificazioni, lo faccio colla paga solita cha passano a’ comuni, e ho rifiutato l’aumento, non dovendo esser lo scopo d’un buon figlio d’Italia l’interesse, ma sì vero la buona volontà d’occuparsi pel felice esito della santa causa per cui siamo mossi. Pur troppo si va dicendo che parecchi di noi stanno qua per speculazione, non già io e la maggior parte.” E in questa medesima lettera proponevasi di disegnare la chiesa e il posto delle Grazie, sicchè dimandava seste e righe e occorrenze da disegno. Ei lasciava subitamente l’ospedale ambulante per trovarsi alla già preveduta zuffa. Era appunto sui parapetti di Montanara, quando il furiere della sua compagnia, Leopoldo Pierotti, dicevagli: “Smetti, Liberato, oramai sono buone quattr’ore che fai fuoco. – È il mio dovere, rispondeva, dammi un solo bicchier d’acqua, che ho arsa la gola.” Andava subito l’amico, ma ritornato, una palla coglieva in fronte il Molli, il quale spirò sul suo parapetto.

Paolo Caselli, nacque a Firenze nei primi del 1831. Mentre a Curtatone ferveva la pugna, gli ufficiali della compagnia, a cui apparteneva, dissero animosamente: “Giovanotti, chi di voi ha audacia e valore lo mostri: deggionsi portare le cariche a’ nostri posti avanzati, che già cominciano a difettarne.” E Caselli, presane buona quantità, arditamente si spinse innanzi. Ma più non tornò fra’ suoi, e veduto il bisogno pugnò nell’antiguardo e perì da forte.

Pietro Simoncini, nacque a Fucecchio. Nel 13 maggio fu ferito a Curtatone nella parte superiore dell’avambraccio sinistro, per cui fino al 29 luglio seguente stette all’ospedale di Villafranca sotto il chirurgo Burci, professore nell’Università pisana.

Ripatriò il 3 di agosto 1848, ricondotto dal suo fratello Giovacchino (chè se arrogi Francesco, erano al campo tre fratelli) e si mise sotto cura rigidissima; perocchè per due consulti fu minacciato della mutilazione. Ma poscia dalla estrazione di diversi frammenti e schegge degli ossi radio e ulna, si erano formate delle caverne intorno del condotto fistoloso, le quali facevano deposito, ed in alcune di esse rendendosi difficile lo scolo, chè le materie dovevano ripassare contro il proprio peso, si rese indispensabile la contro apertura, dietro cui migliorò assai. Sempre però accusava offeso il braccio; ma infine riprese servigio, e poteva considerarsi guarito.

Ebbe a patire carcere in Samminiato dopo la ristorazione in seguito di processo; perocchè alla fin fine divennero sospetti colà tutti quelli che avevano combattuto per l’Italia. E per dolore, e per le conseguenze della ferita, nel febbraio dell’anno 1851 si rimise in letto, e agli 8 di luglio ad un’ora pomeridiana morì.

Pio Foresti, nacque in Casale il 19 gennaio 1813. Ai primi rumori della rivoluzione di Milano abbandonò ogni cosa per offerire il suo braccio alla guerra santa; e, vinta la ripugnanza de’ genitori, che, come unico figliuolo, lo persuadevano a rimanersene a casa, si arruolò volontario nella legione Torres. – Giovane alto di statura, di colorido pallido, ma di fibra gagliarda, e d’indole aperta e risoluta, non tardò a dare prove di singolare bravura e di molta perizia nelle fazioni campali, per cui fu promosso al grado di maggiore della legione. – Ma quella milizia andò in breve soggetta a sinistre vicende, e ai 17 di aprile Pio Foresti scriveva da Goito al vecchio suo padre le seguenti parole:

“La legione Torres, nella quale io era maggiore del secondo battaglione, venne disfatta sotto Mantova tre giorni fa, ed in pochi ci siamo ritirati con marcia retrograda qui a Goito. – Molti sono i partiti che mi vengono offerti: – prima però d’accettare voglio intendermela col comitato del governo provvisorio di Milano.

“Spero per altro di aver tempo a fare una gita a casa per passarvi le feste di Pasqua. – Se però non potessi, e dovessi invece trovarmi presto nuovamente in faccia al nemico, ella non si turbi perciò, perchè, passando anche nel numero dei più, sarò lieto abbastanza di aver data la mia vita alla patria.

“Tanti saluti a tutti, ed in ispecie alla cara mamma.

“- In fretta addio.-

La Pasqua di quell’anno cadeva ai 23 di aprile; ma Pio Foresti non potè adempiere il voto di rivedere i suoi, perchè, essendosi riordinata la legione Torres, egli tornò a correrne le sorti e ad affrontare il nemico. E innanzi Mantova, nella fazione di San Silvestro, Pio Foresti, combattendo, cadeva il terzo giorno di maggio trafitto da una palla che gli passava da parte a parte il petto, senza poter mettere altre voci che Italia mia!

Enrico Lazzeretti, nacque in Montepascoli il 17 maggio 1827. Fece prodigi di valore nel combattimento del 13 maggio a Curtatone, sicchè meritò la medaglia da Carlo Alberto. Ed oggi la famiglia, che tien conto delle virtù cittadine di Enrico, le quali sono le prime virtù del mondo, conserva religiosamente quella medaglia d’argento, e, più che la medaglia, le parole del decreto, per aver sostenuto con molto coraggio l’assalto del nemico, riportando nell’azione una ferita al lato destro del torace.

Giovanetto com’era, chiamava, morendo, la madre, e diceva al Buonamici, che ne raccoglieva l’ultimo sospiro: “Ella non voleva lasciarmi partire; la desolata sappia almeno ch’io sono spirato col suo nome carissimo sulle labbra e con quello d’Italia!”

Francesco Lotti, nacque a Pisa nell’anno 1818. Allo scoppiare della guerra si scrisse volontario nella prima compagnia del battaglione pisano comandata dal capitano Ferdinando Ruschi, e combattè valorosamente in tutta la giornata del 29 insino all’ultima ritirata: allora nel saltare una fossa fu colpito al fianco da una palla dirizzatagli da un Croato, rimanendo supino su quel ciglio, e proferendo un ultimo addio al fratello, ch’ei consegnava morente al suo compagno d’arme Giovanni Donzelli, ch’insieme con lui fu più fortunato nel saltare quell’ostacolo.

Leopoldo Fedeli, nacque a Siena il 1 aprile 1825. Egli esercitava la professione di stipettaio; nella quale si mostrava intelligente ed operoso; sicchè i lavori che uscivano delle sue mani, erano non solo eleganti nelle forme, ma esattissimi e netti. Cogli altri Sanesi ei partì per Lombardia il dì 24 di marzo 1848. Fu eccellente milite e di carattere esemplare: buono, obbediente, indefesso alla fatica, rassegnato a’ disagi della guerra; e quantunque si fosse ammalato delle febbri dei pantani fin dal 24 di maggio, e il dì 29 si trovasse assai debole e febbricitante, si slanciò coi suoi fratelli d’armi nel pertinace conflitto a Montanara, e fu ferito alla coscia destra. Rimasto prigioniero, fu menato dai nemici in Mantova, dove imperterrito morì il dì 3 di agosto, tre giorni dopo l’amputazione di quella gamba, che per tre mesi lo aveva fatto stare fra la vita travagliata e la desiderata morte.

Tito Diddi, nacque in Firenze nel 1826. Nella famosa giornata del 29, egli ricevè moltissime ferite per fitta mitraglia, una delle quali all’inguine, che lo tolse di vita il 22 di giugno, dopo giorni di prigionia nell’ospedale di Mantova. E si racconta della sua costanza che, trafitto in terra, cercasse a un suo compagno lo schioppo carico, e sollevatosi come potè meglio volle trarre almeno per l’ultima volta contro il nemico d’Italia.

Alfredo Newton, inglese di nascita, italiano per l’affetto che portava alla nostra terra. Non tratto già da spirito inconsiderato di parte, ma da vero amor patrio, risolvè di partire per la guerra, non convenendo, diceva, a lui oramai italiano, starsene colle mani in mano, mentre gli altri, e singolarmente il fratello Gervasio, esponevano il petto alle spade e al cannone. Andò dunque e sempre si segnalò, singolarmente in due fatti d’arme, a testimonianza dei commilitoni superstiti. Nella battaglia del 29 in Montanara fu ferito da due palle di moschetto alla spalla sinistra, e caduto come estinto fu presso ad esser seppellito co’ morti. Per sorte un uffiziale austriaco, vedutolo dar segni di vita, lo fece trasportare in Mantova, quando aveva già quasi vuote le vene di sangue: pur tuttavolta riebbesi nello spedale, mercè le cure dei medici e di persone che le rare sue doti gli amicarono ben presto. Intanto scriveva al padre più volte, nè mai ebbe risposta, per sinistro invio di lettere. Fu annunziato nella lista dei prigionieri già morti; e come tale fu tenuto per un mese all’incirca. Pienza, terra ove erasi accasata la famiglia Newton, ne piangeva dolorosissimamente la perdita, e con solenne funebre pompa ne ricordava la cara memoria; ed egli intanto stava a confortare caramente il suo compagno di prigionia e d’infermità Raffaele Zei, il quale gli offriva come segno di affetto e di ultimo addio il proprio oriuolo, e Alfredo ricusando, quegli soggiungeva: “Tienlo, ti farà comodo: tu non hai un soldo: io poche ore ho da vivere.”

Dopo alquanto tempo finalmente vennero certissime novelle che Alfredo era ancor vivo. Il padre, che di quella perdita era desolatissimo, si mosse per le poste alla volta di Mantova per condurlo via. La nuova frattanto giunse ancora in Pienza, i cui cittadini trasecolarono come di cosa che non pareva credibile. Riavutisi dallo stupore i Pientini festeggiarono con pubbliche dimostrazioni d’esultanza e con rendimento di grazie all’Altissimo il fausto annunzio. Alfredo tornò in braccio a’ suoi cari, malgrado però della spalla che tormentavalo sempre e mantenevalo abitualmente arso di febbre. Migliorò nondimanco mercè le sollecite cure del prof. Filugelli, e ottenuto alcunchè di miglioramento, eccolo col pensiero e coll’anima tutta alla sua Pienza. Riassunto il grado negli offici di capitano, la notte del giovedì santo del 1850, volle di per sè distribuire e vigilare la civica nella visita dei SS. Sepolcri. La febbre ingagliardì e lo pose in letto. Fu creduto vano ogni medico, e il 6 aprile, tra le smanie del male, quanto repentino, altrettanto doloroso, rese la bell’anima a Dio.

Alfonso Mazzei, nacque a Pistoia il giorno 29 settembre 1831, morì il giorno 29 maggio.

Mariano Mancianti, nacque in Siena il 2 gennaio dell’anno 1817. Fece parte del battaglione sanese-pisano, e nel dì 29 perdè fra’ primi la giovine vita ne’ campi di Montanara, trovandosi per l’appunto una delle più avanzate sentinelle in quel posto. Gridò il suono dell’arme, aspettò il nemico per ripiegare e congiungersi colle altre sentinelle della Gran Guardia e del Sostegno, e, nel battere la ritirata, cadde quasi in mezzo a’ nemici, che forse nell’impeto dell’assalto gli calpestarono il viso insanguinato.

Romualdo Bianchini, giovane scultore allo studio dei Duprez, figliuolo d’un tappezziere, moriva il 29 maggio a Montanara.

Leopoldo Calosi, già dottorato nell’Università di Pisa, scolare di belle speranze, morì a Montanara il 29 maggio.

Tomaso Marchetti di Bagnacavallo, di 27 anni all’incirca, il quale a Montanara fece prove di immenso valore, e per una palla giuntagli alla gola, rimase freddo sul campo.

Colombi Cesare di Montepulciano, studente di legge, morì ferito da cinque palle il 29 a Curtatone.

Zenone Benini di Firenze, egualmente al canonico Bonfanti, ignorasi quando e come perisse.

Luigi Santini, del corpo dei bersaglieri, fu ferito mentre animosamente combatteva presso il mulino di Curtatone. I compagni, fra cui Giovanni Bozzano, incalzati furiosamente dal nemico non poterono soccorrerlo. Ed egli, trovata forza per alzarsi dalla caduta, passeggiava dietro una casa col petto insanguinato, aspettando senza lamenti e con disperata rassegnazione la morte.- Il BOZZANO era uomo di cuore veramante italiano e commendabilissimo per bontà di costumi. Combattè animosamente alla trinciera: cadde colpito da una palla di moschetto nella fronte e morì.

Gli altri valorosi volontari morti sono:

Agostini Giovanni – Arrighini – Baldi Angiolo – Bardi Lodovico – Barlei Francesco – Benozzi – Berlinghieri – Bertuccelli Giorgio – Bianchi Gaetano – Boccardi Metello – Bonuccelli Raffaello – Bozzano Giovanni – Brilli Lorenzo – Camagrani Ferdinando – Cartoni – Catani Eugenio – Cateni Cesare – Ciaccheri – Ciacchi – Cialdi Giuseppe – Ciani Ferdinando – Cinganelli Michele – Comasoni Ferdinando – Fondi Ferdinando – Formichini – Francia Giuseppe – Franci Gioachino – Franchini Giuseppe – Giacomelli Giovanni – Grossi Angiolo -Guidi Francesco – Lucchesi Ermenegildo – Marcucci Nicola – Marendi Nicola – Marruzzi Nicola – Martini Angiolo – Martinelli Luigi – Masetti – Masi, di Montereggioni – Masini Luigi – Mazzoni Angiolo – Micheletti Pietro – Molinelli Luigi – Monaldi Milziade – Nardini Giuseppe – Nusiglia Lorenzo – Paolo detto Giuseppe — Pavolini Domenico – Pelagatti Lorenzo – Pellegrini Francesco – Piantini Giacomo – Picchi Tito – Pieri Giuseppe – Pierolini Domenico – Pietrini Pietro – Pizzetti Ottavio – Rafanelli Ferdinando – Righini Angiolo – Rivi Stefano – Rossi Alessandro – Rossini – Salvarelli Domenico – Sambuchi Angiolo – Sandrini Giulio – Santini Federigo – Savelli Gaetano – Scatarsi Luigi – Scelli Pietro – Tassi Cosimo – Tomagioni Lorenzo – Vibriani Leone – Vincenti Marco – Zellini Raffaello – Zocchi Gaetano.

I nomi conosciuti sommano a 194, di cui solamente 70 appartengono alla truppa regolare e che sono i seguenti:

Angeletti Domenico – Balbiani Eugenio – Baliotti Pietro – Benedetti Michele – Biagini Pietro – Bianchi Luigi – Borelli Pietro – Bossi Samuele, cadetto – Brunetti – Bruscatini Ferdinando – Camiciottoli Lorenzo – Caprilli Silvestro – Cartoni – Ciarpaglini Ellero, maggiore – Ciocchi Pietro – Clementi Gian Battista – Colzi Riccardo – Comparini – Comparoni – De Gambron Emmanuele – Donini Paolo – Fabbri Carlo – Foresti – Franci Gioachino – Fratini Andrea – Gasperini Cesare – Gattai Onorato – Gavazzi Pier Francesco – Ghelardoni Jacopo, tenente – Giannini Antonio – Giuntini Oreste – Grassolini Eugenio, sergente – Gualtierolfi – Guarigieri Salvatore – Guerri Lorenzo – Ilari Luigi – Innocenti – Landucci Ferdinando, maggiore – Lenzi Giuseppe – Livi Gioachino – Lorenzoni Costantino – Lucchesi Giovanni – Lupi Costantino – Lupichini Rinaldo – Luppicchini – Maffei Antonio – Mancini Antonio – Marchi Luigi, cadetto – Mattioli Tito – Nosi Giovanni – Pallini Michele – Pananti Claudio – Pelagatti Cristoforo – Pellegrini Francesco – Pellegrini Costantino – Petronici Alessandro – Piccinini Pietro – Poggesi Ranieri, cadetto – Pompei Gio. Antonio – Raspi Antonio – Rimbotti Giuseppe – Sandrini Giulio – Scoti Cesare – Tellini Raffaele – Tognocchi Giuseppe – Tonnacchera Andrea – Trani – Vigiani Giovanni – Viti Angelo – Zannoni Antonio.

Nella giornata del 29 maggio, coi Toscani, pur da prode moriva Beraudi Francesco, piemontese, maggiore nelle milizie stanziali del granducato. Era nato il dì 29 aprile 1801 in Boves, borgo assai cospicuo nelle vicinanze della città di Cuneo, ultimo figliuolo di molta prole. Indottosi alla vita del soldato, entrava nel 1816 nella brigata Cuneo; nel 1822 era sergente nella brigata Pinerolo. Da grado in grado giungeva nel 1848 al grado di capitano nel 13.° fanteria. Vi erano voluti meglio di nove anni, e quasi un’èra novella perchè il Beraudi avesse con dispaccio del 26 febbraio 1848 il grado di maggiore, e fosse “destinato al servizio della Toscana con paga e vantaggi fissati in Piemonte agli ufficiali dell’arma e grado stesso, con soprassoldo di lire 1000 annue, oltre l’alloggio, con riserva di ricollocarlo col suo grado nell’armata, e quando l’opera sua non tornasse più utile al servizio toscano.” E tanto più lietamente vi andava; quantochè l’unica sua sorella Caterina era colà maritata sin dal 1813 a Deograzias Manetti da Oratorio presso Pisa. Giunsero in Firenze il dì 22 di marzo gli ufficiali piemontesi, a’ quali non fu data molta ingerenza; ma nessuno poteva, nè voleva impedire che nei pericoli supremi quegli eccellenti ufficiali avessero esposta, col pubblico vantaggio, la vita, facendo opera non pur di prodi soldati d’Italia, ma di guide sapienti e di conforto. E Beraudi, perito com’era negli esercizi e negli armeggiamenti da bersaglieri ammaestrò i più svelti militi de’ due battaglioni toscani a guerreggiare nell’ordine sparpagliato; tenendo guardie frattanto sul Po verso Borgoforte insino al 4 di maggio. Nè si contentò di ammaestrarli e addestrarli, volle bensì guidarli e con essi bravamente pugnare. Laonde il dì 29, date le più acconcie disposizioni, disse la sera al capitano Bellandi, il quale avea preso il comando dei bersaglieri ed erasi presentato alla Canonica, dov’era l’alloggiamento del comandante: “ritornate alla compagnia, e procurate di star pronti e dormire come le lepri.”

Alla domane egli era lieto e animoso alla testa delle sue giovani ribollenti milizie; e spintosi primo innanzi al fervore della pugna, fuori del campo trincerato di Montanara fu gravissimamente ferito nell’ippocondrio sinistro, e non ostante fosse raccolto dal sergente Luigi Maccianti di Prato Vecchio, che in quel giorno medesimo cotanto si distinse, e da Bartolomeo Gaube, i quali lo menarono nel quartiere del colonnello Giovannetti, e fosse poscia collocato con altri feriti sopra un barroccio, pur ci cadde prigioniero al nemico. Nell’ospedale de’ Cappuccini in Mantova, il dì 31 giugno spirò pietosamente fra la mesta compagnia de’ prigionieri italiani, mandando l’ultimo sospiro all’Italia e al Dio degli oppressi(3).

Alla gloriosa sventura non solo la Toscana, ma tutta Italia si commosse; e ai prodi che intrepidamente morirono si fecero dappertutto solenni esequie, e si decretarono onori di epigrafi e di monumenti.

Il giorno tre di giugno 1848 in Santa Maria del Fiore(4), e a gramaglia, e a fiori e a trofei, si raccoglieva tutta Firenze per pregare pace alle anime dei generosi Toscani che il sangue avevano versato per l’indipendenza della patria.

Ci piace riportare le epigrafi dettate in quella circostanza. Al sommo della porta di mezzo leggevasi:

Ai Valorosi

Che il ventinove maggio

Anniversario della gloriosa giornata di Legnano

Nipoti non degeneri del Ferrucci

Palpitanti di libertà e di gloria

Sul Campo Lombardo

Per la santa Indipendenza d’Italia

Morirono combattendo come leoni

Pregate o Cittadini

Ai quattro lati del Tumulo:

Fortunati!

A voi toccò di morire per la Patria

E potete dal Paradiso

Vagheggiare la grande Vittoria

Frutto della vostra morte.

Carissimi!

Finchè aura di libera vita

Spiri su i colli del bel Paese

Voi sarete il primo palpito

D’ogni Italo cuore.

Benedetti!

L’Angelo il più innamorato

Raccolse il vostro sangue in calice d’oro

Arra d’intero trionfo

E Dio l’ebbe caro.

Gloriosi!

Palme di fronda immortale

Crescono per voi Martiri della Patria

Alla vostra eterna memoria

S’ispirerà l’avvenire.

Nella stessa Firenze poi i nomi dei 25 suoi martiri furono incisi in tavole di bronzo e posti nei Panteon di Santa Croce. A Pisa i nomi degli otto pur caduti per la causa della patria vennero scolpiti in una lapide posta nel camposanto. A Pistoia i sei prodi di Curtatone furono eternati nella facciata del palazzo municipale. Ai tre di Massa Marittima, Pasquale Romanelli eresse un monumento. Una scritta rammentò quei di Poggibonsi. Vedremo poscia come la reazione vincente muovesse guerra anco ai santi Martiri.

VIII.

Lo stesso giorno in cui il terreno di Mantova si bagnava del generoso sangue toscano, un corpo di circa 6000 Austriaci discendeva dai colli di Rivoli per portare soccorso a Peschiera. Baldanzosi venivano innanzi i nemici; ma giunti a Colmasino, sorpresi da poche compagnie di bersaglieri, si asserragliarono nel cimitero. Sopraggiunto in quel mentre colà il generale Bes con rinforzi, i nostri caricarono i nemici alla baionetta, li snidarono dal campo, li inseguirono al di là del Cavaglione. I bersaglieri, tra i quali erano gli studenti dell’Università di Torino, e il 3.° e 4.° di linea, contarono due morti e quattordici feriti. Gli Austriaci lasciarono sessanta cadaveri sul campo.

Se Radetzky avesse posseduto quel genio guerresco che i reazionari d’Europa tutta decantavano in lui, non avrebbe lasciato tempo a Carlo Alberto di apparecchiarsi alle difese. Appena superato il passaggio del Mincio, “che buoni ragazzi toscani, così egli chiamò ironicamente que’ giovani immortali, durante sei ore a lui contrastarono” avrebbe marciato su Goito. Non fu che il giorno 30 che, alla testa di 25,000 uomini all’incirca, presentavasi ai nostri senza segnalare il suo arrivo nè per vedette, nè per corpi di riconoscenza. Accanita si accendeva la battaglia, la quale durava tutto il dì. Gli Austriaci, sebbene superiori di numero, furono alla fine sgominati, scompigliati, posti in piena rotta, ed inseguiti sino a Gazzoldo, ove vennero collocati i nostri avamposti. Erano le sette della sera, e la vittoria era dappertutto acclamata, quando a renderla più bella giungeva al Re un ufficiale portatore di una lettera del duca di Genova colla quale gli annunciava la resa di Peschiera. L’entusiasmo fu allora al colmo; e grida unanimi echeggiarono nell’immensa pianura di Goito di Viva il Re! viva il duca di Genova! Viva l’Italia! L’interna gioia fece spuntare un leggero sorriso sulle labbra di Carlo Alberto, che, voltosi ai circostanti, diceva: “Ora, i Toscani sono vendicati!”. Quindi percorse il disputato terreno, confortò di una visita i feriti, ch’erano in numero di duecentosessanta e tornò al suo quartier generale di Valeggio. Si distinsero per la difesa il generale Bava, che diresse la battaglia, e i suoi colleghi il duca di Savoia, l’attuale re d’Italia, il d’Arvillars e il d’Aix-Sommariva.

In sulla sera cominciò a piovigginare; nella notte e nel dì appresso l’acqua venne a torrenti. I Piemontesi, non avendo che Goito ove trovare adatto ricovero, poichè l’esercito austriaco campaggiava a poca distanza, non poterono prendere nessun riposo dalle fatiche durate.

Carlo Alberto invece di far tesoro dell’entusiasmo in cui erano le sue schiere, e tentare un atto ardito, piombando addosso alle tarde e scorate truppe austriache, entrava il primo dì del giugno in Peschiera, e co’ soldati moveva alla cattedrale per ringraziare Iddio della riportata Vittoria; quindi umanamente andava a visitare nell’ospedale i malati e i feriti Croati, donandoli di conforti e di denaro. Percorse co’ figli e co’ suoi generali le opere e il paese danneggiati da una grandine di più di ottomila palle, bombe e granate; eranvi alcune case che fumavano ancora; i tetti delle caserme traforati; dodici pezzi smontati; se ne trovarono però 127 integri con una quantità grande di proietti, di polvere e di materiale d’ogni maniera.

Nel mattino del terzo dì, il sole tornava ad allegrare l’orizzonte; e comechè la ruinosa pioggia avesse sfondato il terreno e obbligasse a camminare sulla strada, il general Bava mosse da Goito per operare un’energica offensiva, forzando il centro nemico, contenendo la sua ala destra con buona e numerosa artiglieria ed opprimendo la sinistra colle migliori e più fresche schiere. Ma Radetzky non aveva atteso i suoi comodi; e, saputa la concentrazione delle forze in Goito e la resa di Peschiera, escì anch’egli dalla sua inerzia, sguarnì nottetempo e in silenzio le posizioni di Sacca, Cagliara, Caigola, La-Motta, Rodigo, Solarolo e Ceresara, e per la via di Mantova si ridusse a Legnago.

Il corpo austriaco, comandato dal generale d’Aspre, che co’ suoi cavalieri aveva portato la desolazione e lo spavento fin sullo stradale di Brescia, e che il De Laugier, supponendolo tagliato fuori di combattimento nella fazione del dì 30, tentò col mezzo del suo ufficiale d’ordinanza, Leonetto Cipriani, di persuadere alla resa, aveva pur sgombrato il paese sino allora campeggiato e seguiva il maresciallo, seco traendo prigione il male avventurato parlamentario. Se il generale comando avesse avuto migliore spionaggio il generale Salasco avrebbe sapute le mosse dell’oste nemica anche prima che partisse. Imperocchè, in tempi di guerra, per quanto il capo di un esercito si taccia, l’ansia premurosa de’ suoi indovina i preconcetti disegni; quindi spargesi d’un tratto, senza autore, nè principio, una voce d’un prossimo attacco, d’una pronta ritirata e via discorrendo.

Nel villaggio delle Grazie evvi una chiesa, santuario rinomatissimo in que’ luoghi, nelle cui interne pareti, ornate tutte bizzarramente di cera, sono lunghi ordini di statue, pure di cera, le quali rappresentano i principi di casa Gonzaga e i loro clienti, graziati dalla Madonna di qualche miracolo. Il Re, devoto com’era, desiderò visitare l’antico tempio; ma non vi fu modo da raccapezzare le chiavi che ne aprissero l’uscio. Si seppe dipoi come quivi fossero ricoverati meglio di cento feriti austriaci, grave impaccio in una celere fuga; ed è facile l’immaginare che quei contadini li celarono per tema di venir macellati allorchè un drappello di Mantova sarebbe tornato alle Grazie per trasportarli all’ospedale.

Frutto della mossa sino all’argine dell’Osone, da Curtatone a Montanara, fu la cattura di parecchi soldati stracchi e rilenti e di mille e cinquecento disertori italiani, che avevano approfittato della marcia precipitosa e notturna per isbandarsi. I prigionieri furono inviati in Piemonte e i disertori alle loro case. Dall’Osone Bava tornava indietro per riprendere le antiche posizioni.

Le milizie toscane, dopo la giornata del 29 maggio, venivano mandate a Brescia coll’intendimento di ordinarle. La magnanima città offerse loro le delizie di Capua. Le belle prove di coraggio e di ardire lodate a cielo; la squisita gentilezza dei modi ammirata; ogni cura fu per esse. Le donne specialmente, prese da un sentimento inesprimibile, che i casi d’Italia inspiravano, avvincolarono in siffatto modo gli ospiti da rendere impossibile il loro ordinamento. Le discussioni, l’indisciplina, le querele, i disordini furono giornalieri; e fu giuocoforza al De Laugier di rilasciare congedi, attestati, fogli di via ai militi dei battaglioni civili, pressochè tutti vogliosi di ritornare alle case loro. Così, nell’atto che i nostri nemici andavano ingrossandosi, le file dei difensori d’Italia venivano assottigliandosi di giorno in giorno. Chi soffiava nel disordine erano gli uomini dell’antico regime, i nemici di libertà, i quali speravano in quello salvezza alla causa del dispotismo. Altra cagione di tumulti e di discordie fu la malaugurata fusione col Piemonte, la quale, suscitando forti discussioni in pro’ e in contra, divideva gli animi, li disviava dall’unico scopo che ogni italiano avrebbe dovuto aver fisso dinanzi, la cacciata cioè dell’Austriaco al di là delle Alpi.

Non poca influenza pur s’ebbe in molti la famosa Enciclica pubblicata da Pio IX, con cui, grazie all’abborrimento che la Chiesa ha del sangue, egli abbracciava suoi figli gli eterni nemici della nostra nazionalità, malediva in certo modo le patrie battaglie, rifiutava ogni responsabilità, esponendo così i volontari non solo, ma i soldati stanziali delle provincie romane ad essere passati per le armi se fatti prigionieri dagli Austriaci.

IX.

Un nuovo rinforzo di 16,000 uomini, capitanato da Welden, partito dal Tirolo, correva in soccorso di Radetzky. Il non aver a dovere chiusi que’ passi, dava il destro all’ostinato Maresciallo di trarre partito di un altro sistema di guerra da riallacciare conseguentemente al suo primo. Gli è perciò, che, nell’atto in cui l’esercito, piemontese si disponeva a sloggiare di Goito affine di muovere per Verona, il feld-maresciallo celava i suoi disegni al confidente avversario col lasciare poche truppe in Legnago; ed intanto, dirigendo una colonna per San Bonifacio, marciava col grosso delle sue forze per alla volta di Montagnana. Quivi egli riceveva una staffetta di Vienna, in cui gli veniva ordinato di abbandonare immediatamente l’Italia e di portarsi a grandi giornate sulla capitale dell’impero per far salvo colle truppe a lui più fide il governo in preda alla rivoluzione trionfante. Fidente nella propria energia e sulla disciplinatezza delle schiere, egli volle innanzi tentare un colpo in Italia. Mandava in Verona 5, o 6,000 uomini, per ingannare i nostri sulle sue vere intenzioni, e decideva impadronirsi di Vicenza nel doppio scopo di rialzare il morale delle truppe alquanto abbattute dalla disfatta di Goito, e di avere nelle mani la chiave delle strade che hanno il loro sbocco verso la Germania. Il Durando, cui era nota la discesa del corpo di Welden dal Tirolo, nell’udire la novella dell’approssimarsi di Radetzky, impauriva e decideva di parare a Venezia. Ma, bentosto corse al suo orecchio la voce, che l’oste nemica era stata battuta a Sanguinetto dai Piemontesi e questi rincorrerla oltre l’Adige per isterminarla. Ond’ei si rimaneva, e scriveva al quartier generale del Re dell’imminente attacco che avrebbe sostenuto, del buono spirito delle sue truppe e del patriottico ardore de’ Vicentini; e conchiudeva che per le munizioni di guerra e di bocca poteva calcolare sulla difesa di otto giorni. Cotesto annuncio giungeva l’undecimo del giugno nel campo; e immediatamente veniva ordinato alle nostre divisioni si apparecchiassero per trovarsi dopo due giorni presso Villafranca, per marciare su Verona e sulla linea dell’Adige, lasciata quasi scoperta. Ma gl’intoppi al conseguimento dell’impresa furono tali e tanti per contrarietà di destino, che allorquando l’esercito giunse sotto Verona, Vicenza era stata espugnata, e il Maresciallo colle vittoriose sue schiere trovavasi già nel forte.

Il generale d’Aspre all’alba del dì 8 giugno passava il Bacchiglione, rompeva la ferrovia, ed accampavasi all’est della città; il generale Wratislaw stabilivasi al sud, alle falde dei colli Berici; e l’indomani il generale Welden giungeva per quella strada e compiva lo accerchiamento. Le forze di cui disponevano que’ generali sommavano a 43,000 uomini e a centodieciotto pezzi d’artiglieria. Il Durando, con 10,000 de’ suoi e quaranta cannoni, non dubitò punto a resistere, e, a vero dire, con senno attivò le sue linee di difesa.

Egli si affrettava a premunire i colli con tre mila uomini scelti tra le migliori sue schiere, affidandone il comando al colonnello Enrico Cialdini, intelligente e valorosissimo soldato venuto allora di Spagna; con lui era altresì il cavaliere Massimo d’Azeglio, colonnello e capo di stato maggiore del generale. Collocava due battaglioni a sinistra sulla via di Verona. Ed il resto delle sue forze lo distribuiva ne’ sobborghi e presso le porte. Le serraglie erano sui monti, nel piano, nelle interne vie.

Ai primi chiarori del giorno 10 vennero assaliti i monti Berici da numerose colonne nemiche: l’attacco era validamente sostenuto; accanita la disparata lotta. I nostri con grande valore combattevano e cadevano; il terreno non ceduto neppure d’una linea; le artiglierie, bravamente dirette, facevano scempio delle torme croate. Ma gli eroici sforzi dovevano avere un termine dinanzi a un nemico, che i suoi morti e gli scorati rimpiazzava con altri 12,000 e con ventiquattro cannoni. Ferito con dubbio di vita il Cialdini da una palla di moschetto nel basso ventre; tratti fuori di combattimento almeno seicento Svizzeri, tra i quali ventidue ufficiali; ferito in un ginocchio il d’Azeglio; gli artiglieri d’assai menomati, fu mestieri suonare a raccolta e a ritirarsi dinanzi il numero nella città, che già la si assaliva da ogni lato. Anche le milizie civili dovettero piegare, dopo le più ostinate prove dai sobborghi per l’urto formidabile della divisione Schwarzemberg.

Appena gli Austriaci furono signori delle alture, vi collocarono le loro artiglierie, e cominciarono a lanciare sulla città un rovescio di proietti d’ogni maniera. Contemporaneamente assalivano le porte di Padova, di Santa Lucia e di S. Bartolo; ma da quei posti erano sempre respinti con gravi perdite. Il sole declinava al tramonto; declinavano pure le forze de’ nostri, stanchi per trentasei ore di veglia, di fatiche, di sangue. Molte le perdite; le batterie in gran parte smontate; quasi esauste le munizioni. Utile cosa sarebbe stato più a lungo resistere; perchè, così facendo, si sconcertava il piano del Maresciallo e si dava agio a Carlo Alberto di trarre in Verona le vicentine vendette. Ma la città veniva esposta alle luttuose conseguenze di un disperato assalto; la nostra truppa al più compiuto macello.

Durando, scorgendo impossibile il resistere, ordinò si togliesse dalla torre la bandiera rossa e vi si sostituisse la bianca. Il comitato del governo si offese per tale misura. La popolazione entusiasmata e cieca gridava per le vie: “Viltà lo arrendersi; tradimento il commetterla alla fede di una capitolazione cogli Austriaci; voler essere sepolta sotto le ruine della natia città.” I volontari, rispondendo all’indole impetuosa che li aveva mossi, chiedevano si continuassero i pericoli sino all’estremo e crivellavano di palle l’insegna di pace. Pur gl’incendi sempre più propagavansi, le polveri erano esaurite e gli stessi gridatori prostrati a terra per la stanchezza. In quell’istante, le musiche militari de’ nostri nemici suonavano sulle occupate colline. La chiesa della Madonna del Monte era profanata con ogni genere di sacrilegi.

Alle ore sei mattutine del giorno 11, nella casa Balbi presso Vicenza, dopo lunghe, reiterate e minaccevoli discussioni, il vinto e il vincitore sottoscrivevano i capitoli di un trattato, mediante il quale si guarentiva a’ nostri l’uscita dalla città con tutti gli onori della guerra per ridursi in Este e di là per Rovigo oltre il Po; le schiere romane pattuivano di non combattere per tre mesi; Radetzky, alle vive istanze con cui Durando raccomandava gli abitanti della città e provincia per tutti gli avvenimenti passati cui essi avessero potuto prender parte, rispondeva colla “promessa di trattarli, in rapporto agli avvenimenti suddetti, a seconda dei benevoli principi del suo governo.”

Ma il d’Aspre, non appena usciti i Romani, imponeva alla città una contribuzione di tre milioni di swanziger; e siccome il Municipio non poteva pagare una sì ingente somma, egli ordinava ai suoi dessero il sacco alla città.

Dopo la caduta di Vicenza, Radetzky riceveva altro messaggio da Vienna, mediante il quale veniva avvisato, rimanesse in Italia se tal fosse la sua mente, avendo il governo imbrigliato la rivolta. Ond’ei diresse una parte delle sue truppe a Padova e a Treviso ed il rimanente a Verona, mettendosi egli stesso alla testa dell’avanguardo di 8,000 uomini.

Padova era munita di dieciotto pezzi d’artiglieria e di una guarnigione di 5,000 volontari romani. Al Ferrari, lor generale, richiamato in Roma, era stato surrogato il colonnello Bartolucci. Scarse le munizioni di guerra pei fanti; non più che cento colpi a mitraglia per ogni cannone; nessuna speranza di soccorso; imperocchè, il solo che avrebbe potuto darne, il generale Guglielmo Pepe, allora a Rovigo ed avente il suo avanguardo a Monselice, opinava non doversi esporre le truppe ad una resistenza inutile di pochi giorni, ed egli ritiravasi su Venezia per ivi attendere gli avvenimenti della guerra. Il comitato di difesa della città, per civico amore, fe’ opposizione vivissima alla ritirata e la protrasse sino all’estremo momento, in cui il nemico era quasi alle porte. Batteva il tocco dopo la mezzanotte, e il partire, cotanto differito, fu tumultuoso e disordinato. In un istante così supremo, per manco di cavalli di traino, fu giuocoforza abbandonare in Padova molti carreggi e tutte le artiglierie che guarnivano le mura. Il Bartolucci, prima di muovere, avvisava il colonnello Pianciani, partisse da Badia colla guarnigione e si imbarcasse sul Po per Venezia. Lo stesso avvertimento dava a Treviso; ma, sia che il messo tardi giungesse, o il presidio, circondato dai nemici, non potesse ritirarsi, questa città si apparecchiò alla difesa.

Il generale Welden; alle prime sette ore del dì 14, annunciò il giungere de’ suoi 10,000 soldati con una bomba che cadde nel fossato esterno. Altri proiettili e dannosi succedettero al primo. Le nostre artiglierie tuonarono alla lor volta; ma inutilmente; perchè le truppe e le batterie inimiche erano di molto distanti. Allora si pensò d’inviare una deputazione al campo per capitolare. In Treviso erano parecchi volontari siciliani giunti da Palermo in Livorno sin dal ventunesimo aprile. L’eletto drappello, composto quasi tutto di ufficiali del nascente esercito insulare, capitanato da Giuseppe La-Masa, l’iniziatore in Palermo della gloriosa giornata del dì 12 gennaio, era venuto in aiuto de’ fratelli per convertire in opera efficace la universale effervescenza. Quei bollenti patrioti, uniti ai Lombardi, ch’erano a guardia della porta, respinsero i deputati del Municipio con minacce di morte. Essi intendevano cadere sepolti sotto le ruine della città piuttosto che cedere; e quando il comandante la piazza, per la sua responsabilità, dovesse transigere coll’inimico, ritirarsi con tutti gli onori di guerra sopra Venezia. Dopo due ore si rinnovava il tentativo, innalzando sulla torre la bandiera bianca; ma la si dovette ritrarre, perchè non voluta e bucherellata dalle palle dei malcontenti. Verso sera però, tanta era la confusione dei voleri, e lo scompiglio negli armati, tanto l’abbattimento dei cittadini sì arditi nel dire, sì incoerenti nel fare, che fu mestieri concedere le trattative col Welden, le quali vennero conchiuse sulle basi delle vicentine, salvo che il generale volle i cannoni come oggetti di austriaca spettanza.

La lentezza della marcia delle truppe regie verso Verona, la perdita di un tempo prezioso in Villafranca per farle passare in rassegna da re Carlo Alberto, la ruinosa pioggia che, sfondando le strade, impedì alle artiglierie di muovere dal loro posto, fornirono intoppi al buon esito dell’impresa. Durante il tragitto di Villafranca ad Alpo, il principe conobbe la disfatta e la capitolazione di Vicenza. Nella sera del giorno 13 seppe pure che nel mattino era giunto in Verona il maresciallo con 8,000 uomini e che nell’atto stesso erano esciti di quel forte 4,000 soldati per rimontare la riva sinistra dell’Adige. Cotali misure rendevano inutili le disposizioni prese, e consigliavano a retrocedere. Ma un veronese, giunto al quartier generale, recava l’annuncio che sei o settecento cittadini eransi determinati a far nascere un interno subbuglio, malgrado la presenza del Radetzky e de’ suoi rinforzi, ove i Piemontesi si presentassero in buon numero verso le mura; il segno del convenuto avviso da parte nostra doveva essere un falò in Villafranca. Il Re aderiva a quelle speranze, e dava le disposizioni necessarie per l’attacco dell’indomani. Il comandante la piazza del luogo, ove l’indizio fissato doveva attuarsi, nol consentì; perchè, nel nostro campo tutto facevasi a caso, senza puntualità, nè ubbidienza agli ordini emanati. Convenne avvertire la divisione del duca di Savoia, che nella notte aveva occupato Tomba, di sgomberare il paese per Ca di Rupi, Castel d’Azzano, Forette e Isolalta. All’alba, il secondo corpo di armata si diresse verso Sona e Sommacampagna. La divisione di cavalleria, situata dietro Dossobuono, protesse la ritirata, fastidita appresso da grossi distaccamenti di ulani. Piemonte Reale e Novara ebbero uno scontro con essi presso le cascine di Calzoni in un sentierello sì ristretto dalle vigne e dalle siepi di gelsi, a non permettere il passo che a due cavalli di fronte. Un grido d’allarme scompigliò le file; i palafrenieri, che conducevano a mano le cavalcature di ricambio degli ufficiali, le abbandonarono; il disordine dalla coda della colonna si propagò rapidamente alla testa; gli squadroni saltarono dal sentiero sui campi. Ma il colonnello del reggimento Novara, preso di nobile ardire, gridò ai soldati, che confusamente sbandavansi: “Compagni, a me! volgete indietro. Seguitemi, in nome d’Italia!” E primo ei s’imbattè con un ufficiale austriaco, se gli slanciò addosso, il ferì; in quello, quattro ulani, corsi in aiuto del loro capo, gli furono sopra colle lance. Egli bastava per tutti; uno ne gittava di sella e gli altri siffattamente incalzava a trovar salute sol nella fuga. Molti de’ nemici furono morti e prigioni. Il colonnello era il conte Maffei di Broglio, parente del celebre Scipione.

X.

Fino dal giorno 10, le truppe avevano discacciati i nemici dappresso Rivoli e costrettili a raggiungere celeremente le alture del Tirolo. Ove l’attacco fosse stato meglio combinato, si potevano prenderli a rovescio e tagliare loro la via della ritirata. Otto giorni più tardi, tremila e cinquecento Austriaci, discesi dai colli di Ferrara, assalirono, alla prima luce, di sorpresa, un battaglione della brigata Pinerolo, cui erasi aggiunta la compagnia dei bersaglieri universitari torinesi. Ma i nostri, annoiati di far fuoco coi moschetti e colle carabine, gridando Viva Italia! furono loro addosso impetuosamente. Gli Austriaci indietreggiarono; e cacciatisi entro un cimitero, fulminarono i nostri dal muro di cinta. Gli studenti, con quell’avventatezza propria alla gioventù, che sfida ogni più grave pericolo, li scacciarono anche di là, costringendoli a fuga dirotta. Dei nostri morirono gli studenti Sarchieri, Longoni e Rogiapane.

Infrattanto la unione della Lombardia col Piemonte era compiuta. A’ dì 13 giugno veniva pattuito il testo della convenzione tra il governo provvisorio e il governo del Re. Due giorni appresso, il ministro Ricci proponeva l’atto politico al Parlamento, dicendo esser quello “l’instaurazione d’una nazionalità lungamente conculcata dagli uomini e dalla fortuna.” Alla immediata fusione nessun altro patto ponevasi, tranne il convocamento di un’assemblea costituente per tutto lo Stato sulle basi del suffragio universale, la quale discutesse e stabilisse le basi e le forme di una nuova monarchia costituzionale colla dinastia di Savoia.

In quel torno le mura di Palmanova si aprivano senza breccia agli Austriaci. La difendeva, come dicemmo, il barone Carlo Zucchi, quegli cui Napoleone nella campagna di Sassonia affidava i perigliosi onori dell’avanguardo e del retroguardo, e che nel 1831 era alla testa degli animosi amici della patria. Zucchi era ora troppo vecchio per comprendere i nostri tempi; egli, quantunque la città avesse una discreta guarnigione e munizioni di bocca e di guerra, preparò il meglio che seppe la sua uscita; e saputa la caduta di Vicenza, di Padova e di Treviso, chiedette vilmente di capitolare. Il colonnello Kerpan sottoscriveva i capitoli che se gli presentarono, l’ultimo de’ quali non ridonda certo a gloria dello Zucchi.

Le varie capitolazioni avevano tolte molte migliaia di soldati dal campo. La viltà e i rei maneggi facevano disertare parecchie centurie di Modenesi da Bozzolo, da Marcaria, ove la legione comandata dal maggiore Fontana erasi recata da Governolo, Sacchetta e Sustinente, per difendere la linea dell’Oglio abbandonata dai Toscani. Una lettera di re Ferdinando richiamava in quel frattempo in Napoli il 10.° reggimento di linea, che aveva valorosamente combattuto nelle giornate 13, 29 e 30 maggio a San Silvestro, Montanara, Curtatone, le Grazie e Goito, coll’ordine al colonnello Rodriguez di far tosto rientrare le truppe; e a tutti quelli che non retrocedessero, sarebbero confiscati i beni e preso in ostaggio il capo della famiglia. Partirono i Napoletani da Goito la sera del 29 giugno, lasciando cotesto addio a’ loro fratelli d’armi:

“Compagni ne’ disagi e ne’ pericoli, noi abbiamo partecipato all’onore delle vostre vittorie. Legati da sì sacrosanti nodi, sanzionati dal battesimo del fuoco, voi soli potete sentire interesse della nostra posizione. Addio, fratelli Piemontesi! Addio Toscani! Non abbiate trista ricordanza dei soldati del 10.° napoletano.”

Parecchi soldati abruzzesi si rimpiattarono per non seguire il reggimento; molti altri disertarono lungo la marcia per Marcaria e Casalmaggiore; e richiesero servire ne’ battaglioni del primo corpo d’ordinanza. “Noi amiamo la bandiera tricolore e il buon re Carlo Alberto. E poichè cominciammo l’impresa ne vogliamo vedere la fine.” Buone e semplici parole proferite da quegl’incuranti ogni dolore per l’Italia, le quali notiamo a loro elogio ed a biasimo de’ capi dell’esercito napoletano, i quali preferirono le grazie del loro principe e la guerra fraterna alla santa crociata d’indipendenza e di libertà.

In pari tempo, i prigionieri toscani, da Mantova, venivano trasferiti co’ Napoletani volontari e regolari nel Tirolo tedesco. Que’ di Trento fecero loro gran festa; e avuto il permesso di offerire loro ciò di che meglio abbisognassero; l’entusiasmo del popolo fu commovente. Nella via Lunga si gittò loro danaro a manciate; e gli uni donavali di camicie, di calzoni, di scarpe; chi non aveva roba pronta, dava il proprio vestito. Le ricche famiglie si distinsero nella gara dei benefizi; e i poveri artigiani che non avevano che il cuore, pregavano quella buona e valorosa gente ad asciolvere e a bere con essi; e le venditrici di latte mettevano per forza nelle tasche di que’ non inviliti dall’infortunio, le monete ritratte dal commercio della mattina; e i fornai del borgo di San Martino, non avendo più pane, pregavano si aggradissero le stiacciate appositamente fatte.

Quegli atti di simpatia e di compassionevoli affetti; questi sensi di patria carità, volemmo accennarli per testimoniare quanta italianità si annidi nei forti petti de’ montagnardi del Tirolo, dei quali non si seppe dedurre alcun pro’ nella rivoluzione e ne’ combattimenti di una guerra sì nobile e sì generosa.

In sullo scorcio del mese di giugno, l’esercito italiano in faccia al nemico, detrattone il forte numero dei malati di febbre, dei feriti, de’ disertori nelle proprie case, dei buoni a nulla, poteva calcolarsi a 65,000 uomini con 120 pezzi d’artiglieria; e questi ridotti in tale disordine, per la nessuna polizia del campo e pel dannoso sistema di militare giustizia, sino a partire e a tornare a proprio talento, ad entrare e ad escire dagli ospedali senza il conveniente polizzino sanitario, o ad andarsene di propria mente in Brescia, ove quella popolazione così affettuosamente accoglievali sino a nudrirli, vestirli e pagarli come maestri di scherma e di evoluzioni alla guardia nazionale, o come operai in lavori orticoli e rurali.

Intanto i fogli pubblici strepitavano per la inazione del quartier generale. Una deputazione lombarda insisteva presso Carlo Alberto affinchè l’ordinanza marciasse innanzi, aggiungendo, che il partito della repubblica avrebbe prevaluto sul costituzionale monarchico, ove non si acquetassero le nazionali esigenze a furia di vittoriosi successi. Altri dicevano il Re traditore; torme di vili, d’inetti, di avversi alla causa i suoi ufficiali e soldati. E il Re, che leggeva cotali cose, se ne accorava, e chiedeva a’ suoi il mezzo efficace per escire da tanta ambage e accontentare tutti.

Carlo Alberto era debole ed incapace di far tacere la calunnia, di disciplinare un esercito, di maneggiare memorande fazioni di guerra; egli non aveva che l’eroico coraggio individuale della sua razza, e si teneva nel campo come esempio di fede nella giustizia della nostra causa, come confutazione vivente agli oltraggi prodigatigli da chi aveva in mano la penna, non lo schioppo e la spada. Il torto del principe era quello di non aver mai saputo cogliere profitto dalla vittoria; e i replicati falli avevano perduto la Venezia e lui costretto a difesa con un esercito non bene ordinato.

Il Re volle rispondere alla volontà dei molti e cacciarsi con imprudenza in qualunque avventata fazione. Egli pensò in sulle prime di attaccare Verona dalle eminenze sulla riva sinistra dell’Adige; quindi preferì una marcia offensiva verso Legnago; in ultimo si decise per l’assedio di Mantova, anco per tranquillare gli animi delle popolazioni modenesi e parmensi, e far contenti coloro che volevano si agisse ad ogni costo.

Allo spuntare dell’alba del giorno 13 luglio, Carlo Alberto poneva in movimento i battaglioni. La divisione Ferrere, la divisione delle nuove truppe lombarde, sotto gli ordini del generale Perrone, i bersaglieri, ed i volontari di Griffini e di Longoni si dirigevano per Belfiore. Giunte queste truppe sotto al tiro del cannone, gli zappatori del genio tagliavano tosto la strada, e cominciavano ad innalzare trincee.

Il giorno 14 un battaglione della brigata Savoia veniva spinto verso Sant’Agata. Esso trovava questo borgo trincerato, lo girava, e, dopo una lotta accanita, costringeva gli Austriaci ad uscirne. Dipoi lo stesso battaglione inoltravasi sulla destra sino a Lugagnano; pur quivi trovava il nemico trincerato e munito di molti pezzi d’artiglieria. Piegava quindi alla sinistra, e retrocedeva per la via di Bussolengo; e quantunque circondato da imponenti forze nemiche, le teneva sempre a bada, finchè poteva riunirsi al grosso dell’esercito. Seppesi da questa ricognizione che gli edifici presso Verona erano vuoti d’abitatori, che Radetzky aveva fatto sgomberare le case, che si trovavano entro la linea delle sue difese, e si seppe eziandio che tutti i pozzi all’ingiro erano stati murati o disfatti.

Il giorno 19, il generale Bava pensava di prendere la forte posizione di Governolo per far sicura la linea del Mincio sino alla foce del Po e compiere il blocco di Mantova. Esso faceva scendere in certe barche un battaglione di bersaglieri con ordine di assalire il nemico tosto che la brigata Regina, 9 ° e 10.° di linea, avesse cominciato l’attacco. Alla vista degli Italiani, i quali si avanzavano con brio e risolutezza, gli Austriaci si ritiravano entro il borgo, ed alzavano il ponte levatoio. Allora la nostra artiglieria cominciava colla fanteria un fuoco di conserva così terribile, che i nemici ne soffrivano assaissimo. In pari tempo i bersaglieri, spingendosi innanzi, ne facevano tale una strage che in breve li costringevano a porsi in disperata fuga, lasciando sul terreno parecchi morti e feriti, e nelle mani dei nostri 500 prigionieri, due cannoni, molte armi, molti cavalli e la bandiera del reggimento Rukavina. L’impresa di Governolo, quantunque propizia, riesciva dannosa; imperocchè allungava di molto la nostra linea d’operazione, e costringeva a tenere in quella borgata il nono e il decimo reggimento, che pure sarebbero stati di qualche aiuto nelle ulteriori battaglie.

Radetzky aveva riuniti 40,000 uomini con sè presso Verona; altri 30,000 li aveva occupati intorno a Venezia; più che 20,000 gli aveva presso Legnago e dentro il forte di Mantova; un rinforzo di altri 20 mila scendeva allora il Tirolo. Egli pose in effetto lo antico disegno di Goito, promettendosi un migliore successo. Volle sfondare la nostra linea a Sona e a Sommacampagna attaccando prima Rivoli e la forte posizione della Corona. Il giorno 22, verso le quattro del mattino, una grossa colonna nemica, discesa dalle alture del monte Baldo, avviluppava il piccolo numero dei nostri, che da quell’ultimo luogo sosteneva con grande eroismo il combattimento per lo spazio di sei ore. Siccom’era periglioso e vano il resistere più a lungo, operavasi con ordine la ritirata su Rivoli. Il maggiore Danesi accorreva in aiuto e col suo battaglione ingaggiava il fuoco coll’avanguardia, la quale perseguiva ed incalzava i compagni suoi che ripiegavano, ed avvedutosi che gli Austriaci cercavano di prenderlo a rovescio, raddoppiava il coraggio e l’ardire, e dalla difesa passava all’offesa, ponendo in fuga un corpo di Tirolesi. Alle tre, il generale di Sonnaz giungeva con un rinforzo di fanti e di artiglieria; la battaglia ricominciava con accanimento maggiore. I Piemontesi erano in numero di 5,000. Il generale austriaco rassegnava almeno 12,000 uomini. Questi non seppe trarre partito di tale vantaggio dinanzi la intrepidezza de’ nostri; e sul far della sera, i suoi, bersagliati su tutti i punti, dovettero gittarsi una parte verso Incanale sulla riva dritta dell’Adige, e l’altra al di là di Caprino. Cotesta azione, gloriosissima pel generale di Sonnaz, che la diresse, e pei reggimenti che vi presero parte, ricorda le stesse prove di valore delle schiere repubblicane di Francia nella memorabile giornata del dì 14 gennaio 1797.

Comechè vincitori, le condizioni di guerra non si mutavano punto per noi. Il de Sonnaz, vedendosi intorno forze cotanto inferiori, e temendo un attaccò nell’indomani, previde che le sue schiere, stanche ed affrante, sarebbero di leggieri rotte e sforzate. Egli ritiravasi sur Affi e Cavaglione per Pastrengo e Bussolengo, scegliendo a sua stanza Sandrà per ivi attendere gli ordini. E ben per lui e per le sue truppe. Imperciocchè, nella sera del dì 22, Radetzky faceva partire da Verona due divisioni capitanate dai generali d’Aspre e Wratislaw per assalire il nostro campo. Moveva altresì una brigata per Santa Giustina, per ingannare i nostri sulle sue vere intenzioni, ed un’altra spedivane dalle vicinanze di Legnago per piombare su Villafranca e Custoza e riunirsi al corpo di un esercito venuto di Verona. Il cielo cospirava per noi. Una pioggia ruinosa rallentando la marcia nemica, ci salvò da un’improvviso attacco notturno. La linea da Pastrengo a Sommacampagna era difesa da 6,000 uomini comandati dal generale Broglia di Casalborgone.

Gli Austriaci si presentarono alle sei mattutine del dì 23 presso l’Osteria del Bosco e Sommacampagna; un corpo di riscossa, posto indietro tra le due colonne, attendeva gli avvenimenti. Dopo inutili sforzi e molte perdite toccate presso l’Osteria, il nemico si ritirava al di là della portata dei cannoni, ed andava in parte ad attaccare Sona. Ma l’empito maggiore venne rivolto verso Sommacampagna e la Madonna del Monte; sanguinoso fu quivi il combattere; irresoluti, a quando a quando, gli Austriaci; audaci i nostri nelle offese per ben tre ore; finchè, giacenti sul campo morti e moribondi, le stanche genti stimarono prudente consiglio il ripiegare su Villafranca. A tale nuncio, que’ di Sona, che avevano più volte caricato il nemico colla punta della baionetta e disputato palmo a palmo il terreno, vedutisi prendere al rovescio sulla diritta, si ritirarono a Pacengo per la via di Sandrà.

In quel frattempo il generale Thurn marciava su Rivoli con grande cautela, stimando sulla costa trovare la resistenza del giorno innanzi. Per quella lentezza il destino a lui niegava gloria e profitto, mentre per le sue buone ed accorte mosse dava il destro al de Sonnaz di salvare i magazzini ed i parchi ch’erano in Lazise, e di giungere con poche perdite a Cavalcaselle per riunirsi al rimanente della ordinanza, Nell’ora istessa, la divisione Visconti toglievasi dalla sinistra linea del Mincio, rompeva i ponti di Borghetto e di Monzambano, collocando un battaglione in faccia a Salionze per impedire al nemico di traghettare il fiume in tal punto. Poco di poi, la brigata Savoia, il battaglione parmigiano e Savona giungevano per dare il ricambio su que’ posti istessi alla seconda divisione di riscossa comandata dal barone Visconti. I nuovi venuti erano discorati dai frequenti allarmi, stanchi pel continuo combattere, e svigoriti da un digiuno di trentasei ore. Pur, quando gli Austriaci, protetti da dieci pezzi d’artiglieria, si approssimarono alla ripa del fiume per costruirvi un ponte di barche, combatterono per quanto potettero; essi non avevano da opporre che due cannoni. Il di Sonnaz, che trovavisi in Monzambano, spedì immediatamente il colonnello Solaroli a Ponti per ordinare al 14.° di linea di attaccare il nemico sul suo fianco destro; ma quel corpo non vi era più; chè, al primo rombo del cannone, aveva in disordine piegato sopra Peschiera. Gli universitari tentarono arrestare i disegni dell’inimico, ma vennero ben presto respinti dalle scariche a mitraglia. Una volta che quello potè occupare l’opposta sponda, il de Sonnaz non valeva più a far argine all’oste irrompente, e ritirossi invece co’ suoi su Volta. I nuovi occupanti non lo inseguirono, ma volsero per Ponti e Monzambano, e più tardi per Valeggio.

Carlo Alberto, saputa la rotta del secondo corpo di esercito, e immaginando che necessità spingesse i vincitori a perseguirlo, volle battaglia pel dì vegnente. E raccolta una parte delle truppe, che assediavano Mantova, colle loro rispettive batterie e con quattro reggimenti di cavalleria si dirigeva a Villafranca per tenervi consiglio di guerra. Due battaglioni di Pinerolo co’ Toscani sotto gli ordini del generale Manno munirono il paese. Carlo Alberto ed il Bava avanzaronsi verso la valle di Staffalo con tre brigate, quelle delle Guardie e di Cuneo guidate dal duca di Savoia, l’altra di Piemonte dal duca di Genova. Il sistema decretato in consiglio era questo. Le truppe avrebbero dovuto impadronirsi di Vateggio, di Sommacampagna e di Custoza; quindi, con una conversione a sinistra verso il Mincio, gittarsi con impeto sulle schiere imperiali, cacciarle nel fiume, o al di là; e così, tagliata loro la via di Verona, sterminarla e costringerle ad arrendersi.

Nel dì 23 luglio era il calore eccessivo, insopportabile. I nostri, sfiniti dalla fame, dalla sete, dalla lunga marcia, non punto aiutati dalle popolazioni egoiste, istupidite e villane traevano dal proprio onore la forza di attaccare colla baionetta in resta il nemico eccedente di numero, in magnifiche posizioni e opponentesi a tutta possa. Dopo lungo ed ostinato combattere, le alture cadevano sull’imbrunire in potere dei nostri; i vinti si rincantucciarono dietro gli scoscendimenti dei colli; quindi, approfittando della notte oscurissima, si rivolsero ad Oliose ov’era il grosso dell’esercito. Lasciarono però sul terreno, oltre quattrocento e più tra feriti e morti, mille e ottocento prigionieri, tra cui quarantasei ufficiali e due bandiere. Fu azione stupenda la nostra in cui tutti si coprirono di gloria.

Ma anche in tale occasione il Bava peccò di lentezza e non colse l’eroico slancio de’ valenti che comandava. Valeggio era il perno delle sue operazioni. Approvvigionate le truppe alla meglio, invece di farle serenare sulle conquistate posizioni, doveva cacciarle verso quel punto d’appoggio, e il suo eccellente disegno di guerra sarebbe riescito a capello. Ei pur doveva richiamare il generale Perrone dall’inutile assedio di Mantova, avere alla sua portata il corpo di ordinanza lasciato a Governolo e accelerare il congiungimento del de Sonnaz al grosso dell’esercito nostro. Così il Radetzky non si sarebbe impadronito nella notte di Valeggio, od almeno non avrebbegli quivi presentato nell’indomani una linea di fronte di 55,000 uomini da opporre a’ suoi 20,000 e al secondo corpo di armati, sulle cui forze il Re sperava impedire al nemico il passaggio del Mincio. Ma il generale de Sonnaz non ubbidì agli ordini mandatigli di attaccare Valeggio verso il ponte di Borghetto, togliendo a scusa che le sue schiere erano prostrate di molto.

Al chiarore primo del dì 25, il duca di Genova doveva partire dalla Berettara e da Sommacampagna per alla volta di Oliose collegandosi a manca col suo fratello il duca di Savoia, il quale alla testa delle Guardie e di Cuneo aveva ordine di dirigersi da Custoza verso Salionze, affine di favorire la brigata Aosta nel suo attacco di Valeggio, e far credere al nemico di esser colto alle spalle.

Radetzky, aspettando di piè fermo i nostri, che supponeva forti di 40,000, collocava a diritta il primo corpo d’esercito agli ordini del generale Wratislaw, dilungava parte di una divisione a Borghetto, e l’altra la riteneva in Valeggio; una seconda l’appostava tra Fornelli e San Zenone. Il generale d’Aspre distribuiva i suoi sulle alture di Custoza, di Sommacampagna e di San Giorgio. Fece togliere al corpo di riscossa la posizione di San Rocco e di Oliose. Il generale Thurn ebbe avviso di rimanersi in osservazione del forte di Peschiera nelle vicinanze di Castelnuovo; e faceva custodire il ponte di Monzambano e il nuovo di barche presso Salionze da tre battaglioni di fanteria.

La brigata Aosta, alla cui testa era il Re, col Bava e col Sommariva, scontrossi verso le nove cogli avamposti nemici. Accolta da una formidabile artiglieria, cui la nostra rispondeva senza alcun pro, convenne ritirarsi indietro per non ricevere inutili perdite ed aspettare il simultaneo effetto del concertato piano di attacco. Gli occhi del generale erano verso Valeggio per notare da una repentina mossa degli Austriaci l’avvicinarsi al fiume del de Sonnaz. Egli attendeva eziandio con impazienza la divisione del duca di Savoia. Quegli invece, assalito da forze superiori presso Custoza, difendeva la posizione, e spediva un solo reggimento alla nostra fronte. Il duca di Genova trovavasi anch’egli alle prese con forze assai rilevanti alla Berettara. Alle tre, il combattimento si faceva accanito, disperato su tutta la linea, da Valeggio a Sommacampagna. I principi conservavano il terreno a furia di cariche alla baionetta. Il primo colla sua brigata Cuneo lottò per sei ore contro 15,000 imperiali. L’altro con soli quattro battaglioni e mezzo ebbe cuore di resistere per la intera giornata contro diecinove battaglioni condotti dallo stesso Radetzky.

Inutili le prove di eroismo contro le stragrandi forze dell’inimico. La ritirata fu battuta su tutta la linea. L’artiglieria, la cavalleria, intanto che la si effettuava, tennero in rispetto gli Austriaci, e alle otto della sera l’ordinanza si ridusse regolarmente sul piano che spazia intorno Villafranca. E i vinti lacrimarono la perdita di mille e cinquecento compagni posti fuori di combattimento. E i vincitori si ebbero duemila uomini tra morti e feriti, tra i quali moltissimi ufficiali, costretti a porsi alla testa delle loro colonne perchè meritassero dal vecchio Maresciallo nel bollettino del dì 26 luglio il titolo di “valorose truppe.”

Tale fu la battaglia di Custoza sì funesta alla causa dell’indipendenza.

Le truppe avevano sostato per quattr’ore, quando, per ordine del Re, dovettero levare il campo da Villafranca, e alla metà della notte partire per Goito. Se più si rimaneva, il nemico avrebbe potuto precludere loro la ritirata, separarle dalla nostra base d’operazione, circondarlo e intimarle la resa. Partirono primi i feriti, i prigionieri, i convogli colla scorta di due battaglioni di Pinerolo e della brigata toscana. Le brigate delle Guardie e di Cuneo passarono per Mozzacane, Roverbella e Marengo. Quelle di Piemonte e d’Aosta si avanzarono per Quaderni e Massimbona. Per proteggere la ritirata, vennero appostati i reggimenti a cavallo coll’artiglieria volante presso Mozzacane; il 17.° di fanti presso Roverbella; e la brigata, sopraggiunta allora da Governolo, sui campi tra Marengo e Goito. Due battaglioni di Cuneo, comandati dal duca di Savoia, composero il retroguardo.

Miserando spettacolo offeriva il teatro ove i nostri avevano altra volta sì gagliardamente combattuto e vinto! Non un fil verde sui campi; gli alberi e i vigneti rotti e sguarniti di fronde; le baracche costruite dopo la vittoria del maggio, rovesciate e disperse; gli argini e le trincee presso il fiume, scomposte ed aperte; il primo corpo di ordinanza allor giunto, trepidante, sfinito. E per colmo di sciagura, il secondo corpo, disceso alle due del mattino da Volta, spingeva sempre più in peggio la causa italiana.

La chiave della posizione era ormai sulle alture di Volta; conveniva impossessarsene di bel nuovo e tenervisi a qualunque costo. Alle sette s’ingaggiò il fuoco delle nostre artiglierie, cui risposero le inimiche; chè, il corpo capitanato dal generale d’Aspre, formante l’ala sinistra dell’esercito imperiale, aveva già preso quartiere nel paese e premunitolo da un probabile attacco. I nostri si slanciavano con baionetta spianata all’assalto, malgrado il grandinare di proietti. La porta era atterrata; le prime case cadevano in nostro potere; molte barriere, parecchi giardini, discacciatine i difensori, divenivano posti di offesa; lo eroismo di quegli arditi superava l’elogio, Buia e tempestosa la notte. Le audaci imprese schiarite dal lume degl’incendi. Il lagno degli agonizzanti confuso col grido animoso dei capi che conducevano i soldati all’arduo cimento. E in quel rombazzo di artiglierie e di moschetti, ogni ordine scambiato, rotto franteso. Il conflitto il più ostinato fu presso la chiesa di Volta, ove tre o quattrocento uomini eransi trincerati come in un ridotto. Ufficiali e soldati rivaleggiarono nel ferocissimo scontro; i primi successi mettevano una nuova e più gagliarda volontà di superare ogni ostacolo negli assalitori. E il generale, côlto anch’egli dal comune entusiasmo, non rifiutava spingere l’affronto a’ termini estremi; e per ciò fare, mandava a richiedere in Goito copia maggiore di milizie. La pugna durò accanita, terribile, corpo a corpo, per ben sette ore. In sulle prime non fu possibile ottenere dai nostri il dar quartiere ai prigioni; questi vennero macellati senza pietà; meglio che cinquecento giacquero supini tra’ vigneti del colle. Erano le due del mattino. I domandati soccorsi intanto non giungevano; e il generale de Sonnaz vedeva con amarezza freddarsi l’entusiasmo delle sue milizie spossate dal lungo combattere; dinanzi la chiesa l’ardore dei nostri cominciava già a rallentare; udivasi la voce che altre truppe accorrevano da Monzambano in aiuto a quelle del d’Aspre. Egli pensò l’avviso ingannevole, volle illudere sè stesso, stette titubante, esitò se dovesse co’ suoi darsi intero nelle braccia della più disperata fortuna; ma, prudente per natura, quantunque battagliero audacissimo, non osò più oltre rischiarsi ed ordinava la ritirata. I feriti furono raccolti; e, posti nel mezzo i prigioni, gli ancora validi discesero alle falde della collina.

Albeggiava quando questi s’imbatterono colla brigata Regina, che il quartier generale aveva alla fine spedita come rinforzo. Il de Sonnaz ingiunse allora di tornare indietro e di attaccare di bel nuovo il nemico. Il comando era eseguito coll’impeto primo; le menti, come nella notte, erano ebbre di vendetta e di sangue. Ma il tentativo non rispondeva al pensiero, e procacciava altre inutili morti. Anche una volta, ei convenne avviarsi verso la pianura, pur senza disordine e protetti dalla cavalleria. Gli Austriaci, ringalluzziti dalla vittoria, cercavano di turbare la ritirata, e dissennatamente prorompevano a slascio. I cavalieri di Savoia e di Genova, attelati presso Cerlungo, davano di sprone ed accorrevano a lancia spianata. Gli ulani s’incrociavano con essi, non reggevano all’urto e s’infugavano dopo aver lasciato sul terreno una trentina di cadaveri. E peggiore sventura toccavano nella corsa precipitata; lo sgomento non fece loro osservare che passavano a tiro delle nostre batterie; d’un tratto si disegnava una linea di fuoco per entro una nube di fumo; una salve di mitraglia lanciava la morte su quella spessa colonna d’uomini e di cavalli.

Il paesello di Volta Mantovana sarà celebre per l’ostinata impresa del dì 26 luglio, in cui un pugno di prodi per ben due volte attaccava in sì forte posizione un numero stragrande di Austriaci.

Alla notizia della rotta di Custoza e di Volta lo scoramento si fe’ generale. Il rappresentante del governo provvisorio di Milano vigliaccamente partì. Con esso disparvero i commissari di guerra, l’imprenditore delle somministrazioni, i vettovaglieri, lo steccato dei buoi aperto e il bestiame rubato e condotto via. I carreggi di pane, incamminati verso i magazzini del Mincio, tronche le tirelle a’ cavalli, in balìa de’ primi occupanti. Gli abitatori delle campagne ragunavano le loro robe, e cacciando disperate grida, quasi quello fosse l’ultimo giorno della loro vita, riparavano in tutta fretta in più sicuro paese. I più tristi intra essi, che preferivano il servaggio straniero, gittarono ne’ pozzi la secchia e la corda, perchè i nostri, affamati, cadessero anche per sete. L’esercito, che da quattro dì marciava, combatteva e mancava regolarmente di viveri, dimentico della disciplina sino allora tenuta, discioglievasi in parte, seguendo i feriti e i bagagli diretti per Bozzolo, e in parte trasmodava in maggiore delitto, dacchè molti capi erano minacciati della vita come ostacolo alla fuga. Parecchi soldati dopo breve convulsione morirono di stenti sui canti delle strade. Le case erano chiuse o vuote di abitatori; o, se pur questi vi si trovavano, erano affranti a tal segno dallo schianto dell’anima a non essere capaci di aiuto veruno. Oltre a ciò le provvigioni di bocca insufficienti al numero degli sbandati, che arrogantemente ne chiedevano in folla pel forte istinto della propria conservazione. Il tumulto, il disordine di quel giorno nefasto non escirà mai dalla memoria di chi ne fu testimonio.

In que’ casi estremi, Carlo Alberto pensò d’inviare il cavaliere Bes al campo inimico per proporre una sospensione d’armi al Radetzky, mercè la sua ritirata oltre l’Oglio. Alle cinque della sera venne la risposta che i Regi si ritirassero al dì là dell’Adda, consegnando Venezia, Peschiera, Bocca d’Anfo, i due Ducati e la più gran parte degli ufficiali austriaci caduti prigioni. Il Maresciallo ignorava le nostre critiche circostanze, altrimenti non sarebbe stato sì generoso a lasciarci la provincia di Milano, che equivaleva ad una successiva rinuncia della Lombardia. Il Re parve offeso da siffatte condizioni, e sperò nell’aiuto del popolo, in una levata d’insegne formidabile; e pubblicò all’uopo un programma.

I popoli d’Italia non rispondevano al richiamo. Udivasi bensì continuo nelle sale parlamentarie, nei circoli, nelle piazze, in ogni pubblico ritrovo proferire la santa parola di patria; e ai molti sembrò che da migliaia e migliaia di bocche la uscisse. E si ingannarono! La era un eco armoniosa di poche voci onorate, che vacuamente ripercuotevasi da ogni banda. E ancor pochi la udivano; e a lei più pochi ubbidivano. I popoli erano stati innanzi tratto troppo trascurati; avevano perduto quell’entusiasmo che crea gli eroi; il timore aveva incominciato ad invaderli. È raro che nella sconfitta possasi destare lo slancio.

Carlo Alberto passava in rassegna nella sera le truppe che tuttora stanziavano in faccia al nemico. Avuto riguardo al loro numero ed alle fazioni di guerra che gloriosamente avevano combattuto, ci poteva rischiarle ad ulteriori cimenti sul Mincio, temporeggiare sino al punto in cui la intera nazione darebbe la prova di quanto potesse; non già nelle scissure di parte; o negli amori municipali; o nelle pedantesche ciarle di una pubblica tribuna; o nelle velleità ambiziose de’ consigliatori di misure estreme; o nelle inettezze governative; o nelle parole di una minorità spodestata; o nelle smargiasserie popolari; sibbene nell’energia, nell’operoso entusiasmo, nella disciplinatezza, nel ragionato silenzio, nel sacrificio di sè e degli averi alla fortuna della patria; tutte virtù cittadine che insublimano un popolo e il fanno degno di libertà e d’indipendenza.

XI.

La sera del ventisette, alle undici, Carlo Alberto, invece di far tuonare ai cannoni di Goito il colpo d’allarme ed intimare il passo di carica sugl’inimici eterni d’Italia, ordinò ai tamburi battessero la ritirata verso Cremona. Il nostro esercito vi si diresse per tre strade convergenti. Nel passare l’Oglio, la falsa voce che il nemico era alle spalle ad un trar di moschetto, fece sbandare una parte della terza divisione; e i Savoiardi, per tema di peggio, alla voce dei capi si aggruppavano intorno alle loro bandiere e formavano un quadrato di brigata, per contrastare agli Austriaci il passaggio del fiume; gli artiglieri e la cavalleria si associavano a tal movimento, e quivi si ristavano quasi antimuro al rimanente della ordinanza. Quella posizione non poteva però essere difesa; ei fu mestieri procedere innanzi. In sugli albori del giorno trenta i cavalieri austriaci si trovarono presso il nostro retroguardo; d’un tratto si ritraevano e scoprivano tre pezzi d’artiglieria che fulminavano ed infugavano i nostri ne’ campi. Il generale Broglia, quantunque ferito, saliva a cavallo, conduceva la sua divisione e sosteneva validamente l’urto degli avversari. La pioggia, per colmo di mali, cadeva a torrenti. Si pensava allora di difendere la linea dell’Adda da Pizzighettone a Lodi. Ma il Sommariva, accampato colla prima divisione a Grotta d’Adda, sia per dappocaggine, sia per turpe infedeltà, permetteva al nemico la costruzione d’un ponte, e senza opporre ostacoli ritiravasi colle artiglierie e co’ suoi su Piacenza. Così, gli altri corpi, scoperti sulla sinistra, erano obbligati a indietreggiare sino a Lodi in gran fretta.

L’ambasciatore inglese tentava in quel frangente interporsi tra le due parti belligeranti. La risposta del Maresciallo fu ch’egli avviavasi per a Milano. Il Re poteva ridursi in Piacenza, combattere ed ottenere una capitolazione onorevole. A’ tre di agosto l’esercito si accampava poco lungi da Milano in una linea semicircolare sino al canale di Pavia. La seconda divisione stava sulla dritta della via di Lodi ed appoggiava la sua sinistra a Gambaloita; la terza, che dilungavasi più indietro, occupava le cascine di Boffalora, di Besana e di Caminella. La quarta trovavasi a sinistra; gli altri corpi colla cavalleria formavano la riscossa; il Re stabiliva il suo quartier generale fuor di Porta Romana, tra la seconda e la terza divisione, nell’osteria all’insegna di San Giorgio.

Già i sopracciò della Lombardia, cagione di tanta catastrofe, scendendo sulle ruine della prima loro fortuna, avevano rassegnato il potere, nelle mani del generale Olivieri, venuto in Milano coll’autorità di regio commissario. Lo scoramento era grande nella città. La era stata tanta la sicurezza della vittoria che giammai erasi pensato a premunire il paese da un attacco nemico. Creavasi un comitato di difesa composto del general Fanti, del Rastelli, del Maestri; i due ultimi erano incaricati di tutti i rami del servizio pubblico; il primo col colonnello Pettinengo, col maggiore Cadorna e con alcuni ingegneri civili si adoperò a far innondata colle acque dell’Adda la sponda sinistra del fiume; a concentrare le truppe stanzianti nel Tirolo, nello Stelvio, ed in Brescia ne’ monti di Bergamo; e a premunire Milano di ogni mezzo di resistenza, perchè l’esercito italiano avesse potuto far fronte al nemico sull’Adda, o respingerlo di fianco sul Po. L’Olivieri il giorno 4 passava in rassegna le 6,000 guardie cittadine, capitanate dal generale Zucchi, il traditore di Palmanova, e gli 8,500 uomini di truppe agli ordini del Fanti, il quale non era tal uomo da illudersi sulla efficacia di quelle forze, che avrebbero spezzato gli ordini al primo rovescio di avversa fortuna.

Il duca Antonio Litta, che le sue generose oblazioni avevano renduto uno tra i cittadini più benemeriti d’Italia, era già partito alla volta della Svizzera per assoldarvi di proprio cinque mila uomini per la salute della patria in pericolo. Ma la dieta fin dal dì 13 maggio aveva annullato ogni speranza di valido soccorso. Uno dell’ex governo provvisorio, lo avvocato Anselmo Guerrieri, inviato a Parigi per chiedere rinforzi al reggimento della Repubblica, nulla pur esso potè ottenere.

Innanzi che l’esercito fosse costretto ad una ritirata, la colonna dei Modenesi aveva ricevuto l’ordine di portarsi da Pizzighettone a Governolo e di prendervi posizione. Due altre compagnie guidate da Giuseppe Castelli erano in Revere, e combattevano sole da più giorni contro un nerbo d’Austriaci vaganti da Ferrara ad Ostiglia con desolazione della corsa contrada. Il colonnello Alessandro Della Marmora trovavasi da poco in San Benedetto con un rinforzo di 3,000 uomini. Il maggiore Fontana chiarì al generale il rovescio delle nostre sorti. E’ fu mestieri lasciare la linea del Po, e per Guastalla, Brescello e Parma ritirarsi a Piacenza. S’incontravano presso Borgo San Donnino coi Toscani, i quali per la via appennina s’incamminavano pel loro paese; in questa ritirata il prode colonnello Giuseppe Giovannetti veniva ucciso con palla in Pecorile da un soldato di linea e l’iniquo fatto restava impunito.

Gli Austriaci frattanto marciavano a gran furia sopra Milano. In sulle otto ore del giorno 4 di agosto avvenne il primo scontro avanti la cascina della Gambaloita. Burrascoso era il tempo come la nostra fortuna; la pioggia cadeva a secchie; lo scoppio dei tuoni e delle artiglierie intronava l’aere per intervalli; e siccome temevasi che nelle prossime case gli Austriaci avrebbero potuto celarsi co’ loro cannoni, e bombardare il paese, o che per esse venisse impedita la difesa de’ bastioni, chiedevasi al Re la licenza di mandarle alle fiamme; ciò ch’ei rifiutava, rimettendone la sentenza al comitato di difesa. Siccome anche questo non volle sobbarcarsi ad una tanta responsabilità, ignote mani appiccavano il fuoco alle suburbane dimore, che ben presto elevarono su per l’aere fosco e piovigginoso una nube di fumo biancastro, dalla quale sprigionavansi le lingue di fiamme e la luce corrusca dell’incendio, che addoppiavano l’orrore della infelice giornata. Le scariche seminavano dall’una parte e dall’altra la morte, e molti erano i cadaveri illacrimati giacenti sul cruento terreno. In ogni canto si fabbricavano cartucce; i quartieri delle guardie nazionali ne erano provvisti a dovizia; le farmacie ridotte in officine di guerra per fornire cotone fulmineo; ogni casa, ogni stamperia, ogni bottega distribuiva piombo e palle ai combattenti in pro della patria. Carlo Cattaneo suggeriva a provvedimento l’asserragliare intorno alla città tutte le acque correnti per comporne una cerchia di fango e farne ostacolo materiale al libero giro delle artiglierie nemiche e confondere le molte linee di strade colle linee de’ molteplici canali; con tale spediente si sarebbero separati i corpi che imprendessero il blocco, e distrutti in pochi dì per malattia gli assedianti. In quegli estremi pericoli a certuno l’alacrità del popolo sembrava delitto; l’abbarrare delle vie, un insulto fatto a’ soldati del Re e un dannoso ingombro all’azione; la irrequietezza dei molti, una minaccia repubblicana. Le voci erano troppe; soverchia la confusione; la diffidenza scambievole tra i popolani ed i Regi, la quale più e più si accrebbe ne’ primi, allorchè videro accorrere questi precipitosi in Milano, dopo la toccata disfatta.

Gravi considerazioni occupavano Carlo Alberto. A lui non rimanevano che i 24,000 uomini sfiniti dal manco di riposo e dalla scarsezza de’ viveri. Radetzky poteva danneggiare fortemente il paese colle sue bombe; e, irritato nel suo amor proprio pe’ patiti insulti, porlo a fuoco a sangue ed a ruba. Poteva costringere lui a cedere le armi dopo un disperato ed infelice combattimento, ed a rendersi prigioniero col pugno de’ bravi che l’amica sorte gli risparmiasse.

Siffatti pensieri lo indussero a ragunare in consiglio i suoi generali per conoscere il loro avviso su ciò che si dovesse operare in tanta avversità di fortuna. Calcolata la impossibilità di una lunga ed onorata difesa, ne venne la inevitabile sentenza di entrare in comunicazione col Maresciallo e pattuire seco lui da resa della città. Erano presenti alla redazione ed alla lettura de’ patti varie autorità militari e civili lombardi. Il Rastelli protestò in modo assai energico. Il podestà non era l’uomo dai disperati consigli; epperciò rifiutava i nobili, ammirevoli, pur vani disegni offerti dal Rastelli ed ostinavasi a salvare il paese dall’eccidio e dalla ruina. Que’ che assentivano o si opponevano a’ divisati patti, partirono. Rimase solo col Re il general Fanti, il quale esponeva l’impossibilità di tenere la campagna più oltre. Fu stabilito che i Piemontesi si ritirassero entro due giorni oltre il Ticino; che Peschiera, Piacenza ed ogni altro luogo occupato dalle truppe sarde sarebbero consegnati alle I. R. truppe; che Milano sarebbe risparmiata, rispettandone le persone e le proprietà; e che chiunque volesse emigrarne, avrebbe avuto l’agio sino a ventiquattr’ore dopo l’ingresso degli Austriaci in città.

“L’infausto avvenimento saputosi bentosto per qualcuno del municipio – cui i patti non si eran tenuti celati – produsse grande fermento. Due infelici, ch’ebbero la sventura di parlarne in pubblico sulle vie, gridati traditori ed austriaci, vennero incontanente sbranati. Un tal Montignani, amministratore del diario compilato dal Mazzini, sarebbe stato morto del pari, se un amico che passava, noto per fede repubblicana, non lo faceva salvo. Il general Fanti, che, escito dal palazzo Greppi, erasi diretto a quello Nazionale ove siedeva il quartiere supremo delle truppe e delle milizie civili, trovatolo deserto, avviavasi verso la piazza di San Fedele, quando una turba di popolo assalivalo da ogni banda, e minacciandolo colle baionette e co’ coltelli, tentò gittarlo giù da cavallo. Il prode ed incolpabile soldato non aveva a difesa che la serenità della propria coscienza; il sentimento della dignità d’uomo offesa gli contraeva leggermente il viso; alcuni che il riconobbero, lo chiarirono per quell’uomo che era, e lo conducevano al palazzo del Marino, ove trovavansi Pompeo Litta, l’Anelli, il Giulini ed il Clerici. Questi poco dopo partirono. Il Fanti fu ritenuto, e a quando a quando vedevasi trascinare innanzi, da quella gente scaldata, persone, ch’essa diceva sospette e che il generale con vari stratagemmi salvava. Alla perfine potette anch’egli sottrarsi da tale incresciosa posizione, e coi suoi aiutanti di campo tornare al palazzo del Re. I più esacerbati, e frenetici erano quelli che si erano firmati per l’atto della infausta fusione, i quali scorrazzavano le contrade, bestemmiando al nome di Carlo Alberto e alla fede in lui avuta. Nella confusione dei poteri, nello imperar della plebe atterrita da un pericolo che la minaccia od offesa da supposti tradimenti, le sentenze dissolute danno plauso e trionfo; le oneste e vere, supplizio. Allora il più ardito che si presenti e colle sue parole incarni i pensieri degli adunati, ne è il capo. Nè il capo mancò in tale frangente. Le piccole partite in sul nascere, tosto ingrossarono e si fecero moltitudine schiamazzante e ruinosa. L’un disse “Morte a Carlo Alberto! Morte al Re traditore! al palazzo Greppi!” E tutti ad accorrere, e con ricambiati discorsi e con grida di minaccia, aiutarono all’atto reo. Per la via quanti s’incontravano vestiti della divisa piemontese erano insultati, picchiati e peggio; le regie carrozze, capovolte e frugate; il baccano più feroce e ribaldo che mai; la milizia civile di guardia al palazzo o fugge o la si accomuna co’ sediziosi. Allora invasa la corte, e la plebaglia su per le scale. Ma quivi alcuni coraggiosi carabinieri bastano a farla rinculare chè non havvi gente più vigliacca e codarda quanto quella che medita o commette assassini. Molti ufficiali superiori erano nell’appartamento ove trovavasi il re; e – per la più parte impaurati e sgomenti – mal presagivano su ciò che potesse: avvenire. Il rumore della strada cresceva; su per le scale l’orda de’ furiosi addoppiavasi, al cui empito i carabinieri a dura prova potevan resistere. Quand’ecco entra nell’anticamera il maggior generale, conte Maurizio Nicolis di Robilant, e voltosi agli astanti: “Spero, signori, che noi sguaineremo la spada a difesa della persona del Re.” Quindi si fa sulla scala e tenta acquetar l’ira negli animi concitati. Il tenente colonnello Ardoino – antico patriota che le calunnie de’ retrogradi avevano nel 33 colorato colle tinte dell’assassino e costrettolo per quindici anni a spendere il proprio valore per tutelare dal dispotismo le non sue contrade – per meglio aggiungere lo intento pietoso, vi si slancia egli pure; ed udito come il capo de’ sediziosi, giovane dalla barba e dai capelli biondissimi, parlasse italiano con forestiero accento, con sicurtà grande esclama: “Poveri illusi! Io conosco costui nel qual voi fidate! Non è già un nostrano. Egli è un tedesco, mandato dal suo governo a seminar zizzanie fra noi, a far nascere contese civili, acciò nel mentre che gl’Italiani si sgozzan tra loro, entrino qui gli imperiali.” Il manigoldo balbetta parole confuse, si guarda intorno, legge l’ira sur ogni volto e dassi a fuggire. E tutti lo seguono a precipizio. Ma quei della strada sommano già a più centinaia. I pericoli, i timori si fanno più forti. Un tribuno di plebe salito sur una sedia, chiede con baldanza che il Re si presenti; e Carlo Alberto apre le imposte e francamente si mostra sul verone; e per alcun tempo vi rimane segno a parecchie archibugiate e ad invettive le più grossolane. L’orator su accennato – reso ardito e potente dalla bassa moltitudine che dominava – si rifà accusatore del principe per la sua fuga del 21; ricorda gl’imprigionamenti, gli esilii, le morti, le sevizie comandate dal Re dodici anni più tardi; ripete i sospetti di tradimento nel campo; lo dichiara vie più traditore in Milano; e consiglia la commossa ciurmaglia ad atti colpevoli, ribaldi. E gli accorati dalle ruine della patria, che omai a tutto credevano, addoppiavano gl’impeti e le ingiurie contro re Carlo Alberto, il quale, sereno in tanto gravi perigli, pone la mano sul petto, quasi per dimostrare la propria lealtà e resta segnacolo di ben altri colpi. “O guerra o morte” seguitano ad urlare tra le imprecazioni ed i fischi quei della strada. Ed il duca di Genova, credendo che quegli arditi sarebbero stati capaci a tener la promessa – e lo avrebbero potuto, se i fatti non fossero fortunatamente più difficili delle parole – rispondeva loro com’egli, ammirando l’animo dei cittadini milanesi, sarebbesi posto alla loro testa per vincere o morire con essi. La folla applaudì; ma qualcun sorse per chiedere che il Re di sua bocca confermasse quel voto. Richiesto, si presentò di bel nuovo; il popolo, però avea mutato mente, giacchè un altro oratore, sur una sedia, avea detto che per esser sicuri facea d’uopo vedere il nero sul bianco ed emetter fuori una promessa in istampa. Vennero di fatto pubblicate queste parole: “Il modo energico col quale la intera popolazione si pronuncia contro qualsiasi idea di transazione col nemico, mi ha determinato di continuar nella lotta, per quanto le circostanze sembrino avverse. Io rimango fra di voi coi miei figli.” E Carlo Alberto strappava la capitolazione, sperando nella provvidenza di Dio. In quel mentre con immenso scoppio andava in aria il palazzo del genio, ove trovavasi la provvisione delle polveri; non dovevano essere stranieri al misfatto gli sprigionati dalla galera di Mantova, di cui il Radetzky aveva innondata la Lombardia; nè gli ufficiali austriaci travestiti, i quali – profittando di tanta confusione capitanavano l’orda degli eccessivi cogli infami artifizi riesciti altra volta in Gallizia. Il municipio impensieriva a tale novella; e vedendo che il Re era deciso a combattere ancora, fidando sulla cooperazione di uomini, i quali nell’istante del pericolo – perchè con tali elementi così deve accadere – sarebbero tutti scomparsi, inviò di propria mente, al declinare del quinto del mese, una sua deputazione al Radetzky per pregarlo di ratificare i capitoli già convenuti.”

“La novella dell’attentato bociavasi già tra le file, e gli ufficiali della brigata di Savoia, indignati per tanto eccesso, eransi riuniti per deliberare in qual modo potesse farsi salva la persona del Re. Gabriele Massimiliano Ferrero, Carlo di Coucy, e Leone di Cocatrix vennero deputati a rappresentare presso i differenti corpi della ordinanza le comuni inquietudini e le prese determinazioni. Ma re Carlo Alberto, informato del pensier generoso che movea le sue genti e deciso a tutt’uomo d’impedire la fratricida discordia ordinò pace ed obblio. “Dovess’anche questo popolo assassinarmi” egli disse “non permetterò giammai che i miei soldati si pongano al rischio di versare il sangue italiano!” Il duca di Genova, malgrado l’ordine di raggiungere la propria divisione, volle rimanersi presso suo padre per tutelarne a qualunque costo la vita. Il sergente Orengo, giacente ferito nell’ospedale, trascinossi fino al palazzo Greppi, e appoggiato l’infermo corpo ad una colonna della porta, rispose alle minacce di morte colle grida reiterate di “Viva il Re!” Serbino queste pagine il ricordo di una fedeltà così coraggiosa. Il colonnello d’artiglieria Alfonso della Marmora, scorgendo come i forsennati si affaticassero nello adattar sotto l’uscio un barile di polvere con sinistre intenzioni, si gittò da una finestra nel giardino e coll’aiuto de’ bersaglieri e di un battaglione della brigata Piemonte infugò quegli arditi, che mai più ricomparvero. Verso il mezzo della notte, Carlo Alberto, saputo come lo arcivescovo e il podestà avessero – a nome del municipio – stipulato i capitoli sulle sorti della città, col cuore angosciato ed oppresso deliberò rientrare nei proprii Stati. Una più lunga dimora potea compromettere il popolo, l’esercito e sè medesimo. Escì dunque dal palazzo e si diresse a piedi alla volta della porta Orientale; dopo breve riposo continuò il cammino per porta Vercellina in mezzo alle tenebre più profonde, tra il rintocco delle campane a stormo, tra lo scoppio della moschetteria che diè morte a parecchi soldati al suo fianco. Con lunga e penosa fatica venne sgombera la via dalle molteplici barricate esterne, e l’esercito in tre colonne potette alla fine dirigersi a Magenta e Abbiategrasso per rientrare in Piemonte. Un solo battaglione della brigata Guardie rimase col duca di Genova in Milano per consegnare la porta Romana agli Austriaci e per tutelare le convenzioni del municipio(5).

La luce sinistra degli incendi suburbani; il continuo trarre degli archibugi contro le mura; il frastuono delle campane a martello; l’inaspettato giungere di Garibaldi con cinquemila uomini a Monza; l’avere il Re stracciato i discussi capitoli; il girovagare de’ contadini armati per le campagne, senza sapersene lo scopo; tutto ciò poneva lo sgomento nel cuore di Radetzky e de’ suoi generali. Credettero la ritirata di Goito, di Cremona, di Lodi un tranello loro teso per distaccarli dalle loro fortezze e distruggerli sommariamente con una guerra omicida e mai rallentata di truppe e di popolo armato. Il Maresciallo mandò i suoi ufficiali travestiti per ogni dove a esplorare il terreno. L’indomani, in sul meriggio, fece il suo ingresso nella città. Le vie erano spopolate e nude; le case in molti luoghi deserte; chè, più di centomila abitanti eransi prima dell’alba e poi precipitati fuor delle porte. Piangendo accorati, traendo seco le poche robe e i bambini e i malati e le donne e i vecchi cadenti, smarriti quasi del senno, muovevano quelli innanzi senza direzione, senza scopo, privi di danaro e di ogni altro mezzo da sostentarsi. Alcuni, stremati dal dolore, o deboli di corpo, o non adatti alla fatica delle marce, od a resistere ai raggi di un sole cocente, impazzarono, o caddero morti sulla polvere della strada. Altri raggiunsero i soldati piemontesi, i quali, memori delle fratellevoli cure avute in Milano, ove i cittadini offerirono loro quarantamila camicie in un giorno, ove vennero cibati di pane bianco e di doppia razione di carne, di cacio e di vino, ove furono presentati di sigari e di denaro, aiutarono i derelitti come meglio poterono; e, messo ad armacollo il moschetto, portarono fra le braccia i bambini che pel lungo cammino non valevano più a reggersi in piedi. Misera consolazione, perchè tremenda!

Innanzi por termine a narrare d’una guerra cominciata sotto i più felici auspici, e che l’imperizia del capo supremo, dei governi provvisori, e il tradimento di alcuni generali trassero a sì miseranda fine, sacrificando un esercito a cui non mancava certo il valore, dobbiamo un cenno di lode ai volontari tutti, i quali, malgrado l’obblio in cui furono tenuti, soffrirono con abnegazione ogni disagio, e combatterono sempre con estremo ardimento. Il pugno di prodi Alpigiani alla custodia dello Stelvio non venne pur mai meno a sè stesso; esso più volte rintuzzò gli attacchi dei nemico, fortemente stabilito sulla linea del Taufers, Glums, Schluderns e Trafoi; e i soldati del Reisinger del Wellington e i cacciatori tirolesi ebbero a provare quanto fosse ardito il volontario italiano! Ne’ combattimenti allo Stelvio s’ebbe a compiangere la perdita di un volontario, il Clerici di Milano, il quale soltanto da ventiquattro ore era corso ad offerire la sua vita alla patria. Si copersero di gloria il Lavizzari, l’Arrigosi, un tal Battista De Gasperis, e molti altri generosi di cui non potemmo raccogliere i nomi.

XII

Per dodici anni l’Italia fu immersa nel lutto; vi fu un istante, nel 1849, in cui essa sperò risorgere a nuova vita; ma i generosi conati venivano dappertutto vinti dai soldati dell’oppressione. E la feroce reazione scatenavasi; mentre imprigionava o cacciava in esilio quanti rei fossero d’amare la patria, muoveva pur guerra alle ossa dei morti. Fra i tanti fatti, non crediamo doverne tacere uno inaudito, avvenuto nella gentile Firenze dopo che il Granduca fu rinsediato al potere.

Ai 29 maggio 1851, quando i cittadini di ogni ceto e d’ogni età gremivano il tempio di Santa Croce per pregare alla memoria dei fratelli, morti in quel glorioso dì sui campi di Lombardia, una masnada di sgherri, uscita d’improvviso dai sotterranei, ove s’era per tempissimo accovacciata, invase la casa del Signore, fece fuoco sugli inermi preganti, contaminò il luogo sacro, e produsse un tumulto pieno di spavento e di pericolo. Poscia furono tolte le tavole di bronzo, le quali per opera dei generosi cittadini passarono, in copia, nel palazzo municipale a Torino. Anco a Pistoia la lapide dei Martiri venne tolta dal suo luogo. Da questa proscrizione di morti scamparono per obblio degli infami persecutori solo quelli del camposanto di Pisa e quelli di Poggibonsi.

E le cose così perdurarono sino a che le mutazioni, prodotte dal 27 aprile del 1859, non redense le terre toscane. A Pistoia, alle ore quattro pomeridiane di quello stesso giorno, non appena si seppe del rivolgimento accaduto a Firenze, il popolo accorse in folla sulla Piazza del Duomo e chiese che la pietra dei Martiri fosse ricollocata al suo luogo d’onore. A Firenze, il giorno 28 dal governo provvisorio venne pubblicato il seguente decreto:

Il Governo Provvisorio Toscano.

Al Tempio nel quale si adunano tante glorie italiane una sola gloria e la maggiore mancava, la gloria del sangue versato per la Patria.

Nel 1848 quando fu per la prima volta concesso agl’Italiani di morire per l’Italia, i nomi dei morti nella Guerra combattuta per l’Indipendenza d’Italia, incisi sopra tavole di bronzo, furono esposti in Santa Croce.

E poi, quando il dominio straniero non contento di averci ogni cosa rapita, volle anche rapirci le memorie e gli affetti, quelle tavole furono tolte alla pubblica venerazione, e nascoste in una fortezza, per esservi custodite da soldati austriaci, che allora la occupavano.

Il Governo Provvisorio Toscano, volendo e dovendo dare una pronta riparazione al sentimento nazionale oltraggiato, tra i primi suoi atti emana le seguenti disposizioni:

Art. 1. Le Tavole di Bronzo, nelle quali si leggono i nomi dei morti per la Patria nella Guerra della Indipendenza combattuta nel 1848, saranno immediatamente riposte al luogo che prima occupavano nella chiesa di Santa Croce.

Art. 2. Una solenne Commemorazione funebre sarà celebrata ogni anno, a spese pubbliche, nella chiesa di Santa Croce il giorno 29 maggio, anniversario della battaglia di Curtatone e Montanara.

Dato in Firenze il 28 aprile 1859.

Cav. Ubaldino Peruzzi

Avv. Vincenzo Malenchini

Magg. Alessandro Danzini

Per cui nella chiesa di Santa Croce, il Panteon di Firenze – ove i suoi più grandi uomini riposano fra la pubblica venerazione, – il 29 maggio 1859 celebrossi solenne festa; e il popolo, accorso in gran folla, rese solenni onori di preci e di pianto ai morti per la patria. “Il tempio era adorno, scrive il Vannucci, come si addiceva alla santa commemorazione. Nel mezzo era il catafalco a tre ripiani coperto di nero, tranne la parte superiore in cui eran dipinti dal Sanesi i fatti di Curtatone e di Montanara. Al disopra, l’urna con immensa ghirlanda tricolore. Nel primo imbasamento quattro grandi candelabri, e in terra quattro gruppi di fucili corrispondenti agli angoli: poi tamburi, palle e pistole da tutti i lati, e due cannoni dalla parte riguardante l’ingresso. Nel secondo ripiano altri quattro candelabri, e nelle quattro colonne coperte di nero, cartelli con iscrizioni, intrecciate di bandiere e coronati di alloro. Bandiere anche ai trofei dei fucili e ai candelabri. Fra il catafalco e l’altar maggiore era la statua d’Italia del Cambi, a mani alzate, con due corone nell’atto di offrirle a Dio. Alto tra la statua e il tumulo una bandiera pendente, a stendardo, nera, con iscrizioni bianche. Le due tavole di bronzo coi nomi dei morti erano piene di corone d’alloro, di bandiere e trofei. Bandiere ad ogni arco e a ogni capitello della navata principale. Le iscrizioni composte da Luigi Muzzi ricordavano eloquentemente la storia dei prodi caduti a difesa d’Italia e la venerazione che loro si deve. La festa riuscì splendidissima come conveniva alla santità dell’idea e degli affetti a cui era dedicata. Belle le armonie musicali dirette dai nostri più valorosi maestri: eloquenti, pie e generose le parole dette del canonico Novelli. Tutti gli astanti ne rimasero profondamente commossi, e da questa mesta cerimonia trassero eccitamento e forza alle nuove battaglie che allora preparavansi contro quel medesimo nemico di cui furon vittima i morti del 29 maggio.”

FINE

NOTE:

(1) Giacinta Luchinati di Genova, a mo’ d’esempio, era caporale nella legione universitaria di Roma, e combattè in più luoghi coraggiosamente. Giulia Modena portava il vessillo dei volontari della Venezia, che sempre difese. Anco le madri distaccarono senza dolore dal petto i propri figli. Un esule romagnolo, appena scoppiata la guerra, scrisse alla vecchia madre che tornerebbe ad abbracciarla e che quindi andrebbe tosto a combattere l’abborrito Austriaco. La povera madre temette la propria tenerezza, e rispose al figliuolo: “Ti ho desiderato tanti anni per rivederti prima di morire: ma se tu venissi adesso come potrei aver la forza di lasciarti partire? Va, combatti per la patria. Se muori per lei ci rivedremo presto in cielo. Dio mi terrà conto del sacrifizio.” Un’altra madre, la signora Danzetta di Perugia, mandò i suoi due figli al campo, e quando seppe che uno era morto combattendo a Cornuda disse: Spero che l’altro non sarà fuggito.”

(2) Fu il creatore del corpo del bersaglieri; egli morì in Crimea.

(3) Siamo dolenti di non aver potuto raccogliere i nomi dei volontari di Genova, nè di altre città che caddero nella guerra dell’indipendenza. Fra gli studenti dell’Università di Torino troviamo quattro giovani che caddero da prodi. Sono Saccheri, Coppa, Longoni e Rogiapane.

(4) La cattedrale di Firenze, detta del Fiore, dal simbolo rappresentante Fiorenza, che è il giglio. Il tempio di Santa Maria del Fiore, il Campanile e il Battistero di San Giovanni, basterebbero essi soli ad illustrare una città capitale.

(5) C. A. Vecchi.

da: www.liberliber.it