Felice Venosta – Il martirio di Brescia – Narrazione documentata – Edizione Liber Liber

I

Dopo l’infelice giornata di Custoza, Brescia, ritornata colla Lombardia sotto l’austriaco reggimento, o per meglio dire sotto la militare licenza, aveva serbato il più austero, il più dignitoso contegno. Mesi lunghi e lentissimi corsero per quella generosa città dall’agosto 1848, al marzo 1849, se si pensi che l’un di più che l’altro crescevano i motivi all’odio contro i truculenti generali dell’Austria, e la baldanza a questi e la disperazione d’ogni indugio; e più ancora se si consideri che molti incitamenti e d’uomini e di circostanze rinfuocavano le speranze e irritavano l’impazienza dei popoli. Ma nè lo scoppio della rivoluzione avvenuta in Vienna nell’ottobre, nè i moti della Valle Intelvi scossero la forte Brescia, a cui pareva che fossero da aspettare più sicuri segni e più fidi consigli.

Intanto infuriavano gli invasori, ebbri di paura e di vendetta. Oltre alle prescrizioni, agli assassini legali, ai sequestri, alle multe, che ingoiavano interi patrimonî, alle bastonature e alle prigionie mettevano mano ai più strani ed insoliti argomenti di tirannide. Bandivano una tassa sulle pietre e sui mattoni che si fossero trovati altrove che nei fondachi dei venditori, o in sull’opera dei manovali; richiamavano i disertori, che era quanto dire la gioventù profuga oltre il Ticino o pei monti, minacciando di trascinare al servizio militare i parenti di quelli, e non erano pochi, che non rispondessero all’appello; reprimevano peggio che con parole una scaramuccia infantile, animoso simulacro di guerra; giungevano fino alla stoltezza di comandare la gioia e di obbligare i cittadini a mostrarsi frequenti ai teatri. Non contenti di queste prepotenze, presto si misero sul truffare e sull’insidiare. Sitibondi d’oro, fabbricavano larve di congiure, e assoldavano sicarî e spie per ripescare multe e confische. Fra gli iniqui fatti, fu iniquissimo il sequestro di molti arredi militari, appartenenti al cessato Governo Provvisorio, di cui già il Municipio aveva dato nota al Comandante austriaco, e che nondimeno gli valsero pretesto per taglieggiare la città d’un mezzo milione di lire. Ma le minacce, le angherie e le estorsioni non piegavano gli animi invitti e fissi nell’avvenire: lusinghe e terrori non valsero a fare che la Congregazione Provinciale mandasse a Vienna, come ne aveva comando, a promettere fedeltà e ad invocare perdono al nuovo imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe. L’avvocato Saleri, probo e venerando vecchio, e dopo di lui il Sangervasio, eletti, non senza recondito consiglio, a curvarsi sotto quelle forche caudine, rifiutarono con risoluta fierezza: e la plebe, vedendo uomini cresciuti nella mollezza degli agi e degli studi sfidare l’esilio e il gibetto, imparava come si dovesse amare la patria, e come fosse onorevole e desiderabile di patire per essa.

Quelle enormezze soffriva Brescia con fiera dignità, senza infingersi, ma senza correre a precipitosi consigli. Per lo che gli Austriaci, dopo avere indarno usato le blandizie e le provocazioni, querelavansi nei loro bandi, che tutta la popolazione bresciana si mostrasse incocciata nelle tristizie liberali. Ma i Bresciani lasciavano strepitare i generali Haynau e d’Appel, e attendevano a riaversi dallo sbalordimento, e a raccogliere in una muta e generale congiura tutte le forze della provincia.

A confermarli in questo proposito si aggiunsero verso la metà di novembre i conforti de’ fuorusciti lombardi, che, in gran numero, raccozzatisi in Piemonte, assediavano re Carlo Alberto e il Parlamento e l’Esercito perchè non venissero meno ai patti giurati della unione, e commuovevano l’opinione pubblica, mirabilmente spalleggiati da quanti erano in quelle provincie amatori del vivere libero e teneri dell’onore italiano.

“E scrive il Correnti(1), tanto valse la fede recente del più solenne patto politico, di cui la storia dia esempio, e la pietà d’un popolo intero di profughi, che protestavano di non esser stati vinti e di non volersi rendere vinti, ed il dispetto di una fuga inesplicabile, che in breve il Piemonte si rincuorò e tornò a credere a’ propri destini. E anche i più restii per diffidenza o i più avversi per interesse alla guerra di libertà, sentendo rinforzare il vento contrario, non osavano più predicar la pace ad ogni costo, e aspettavano l’opportunità, o di rompere la guerra, quando altro non si potesse, o di far la pace in termini meno disonesti. Ma nell’ottobre e nel novembre, giunte le novelle della rivoluzione viennese e della guerra fra l’Austria e l’Ungheria, fuggito Pio IX, e prevalente la democrazia in Roma ed in Toscana, più si rinfiammarono le impazienze del partito della guerra in Piemonte, e le speranze dei Lombardi. E il Ministero, benchè tutti lo giudicassero deliberato a temporeggiare insino all’ultimo, pure, non sappiamo se per tenersi aperta anche la via delle armi o se per qualche più cupo consiglio, cominciò ad accogliere più benignamente i capi dei fuorusciti e ad assecondarli. Di che tosto si videro i frutti: perchè in poche settimane furono annodate infinite corrispondenze coll’interno di Lombardia, e si vennero formando lungo il confine molti Comitati, ove i profughi di maggior seguito e i più operosi raccoglievansi a dare in comune il miglior indirizzo alla vasta cospirazione, che dovea dar vinta in tutta Italia la seconda guerra dell’indipendenza.”

La provincia di Brescia, animosa e concorde, rispose anch’essa all’invito de’ fuorusciti e del governo piemontese; e mostrò di correre volonterosissima incontro ai nuovi pericoli. A Torino temevasi da que’ popoli qualche precipizio fuori di tempo; se non che la prudenza fu pari all’ardore. Nè mai le spie dell’Austria seppero fiutare dove mettesse capo il Comitato insurrezionale; chè, se le forze pubbliche e regolari non avessero fatta sì misera prova, avrebbe presi tutti ad un colpo gli oppressori d’Italia.

Nel cuore dell’inverno chi teneva in Brescia il filo della vasta trama, sovvenuto da alcun poco di danaro, cominciò ad avviare, per un giro lunghissimo di valli e di monti, verso il Piemonte, i disertori ed i coscritti affinchè ingrossassero le file di quella divisione, che, conservando il nome di Lombarda, era simbolo della unione italiana e pegno di guerra. Altri coscritti e disertori, con infinito pericolo, soccorse di denaro e di consigli, perchè in quell’aspra stagione potessero annidarsi per entro le valli meno accessibili, e indurarvisi alle armi e alle abitudini dei guerriglieri.

Frattanto in Brescia, sotto gli occhi della polizia militare, in mezzo a numero grande di cagnotti e di delatori, correvano letti, ricopiati, imparati a memoria certi foglietti a stampa, mandati dai fuorusciti, ove brevemente si narravano le speranze della causa italiana, si indicavano gli ostacoli, si incuoravano i buoni, si minacciavano i seminatori di scandali e gli uomini venali. “Questi fogli, scrive il Correnti, che non tanto creavano quanto esprimevano i sentimenti popolari, diedero occasione e modo di riconoscere la mirabile e profonda concordia degli animi e la forza, infino allora latente, della opinione. I tristi impaurirono, gli astuti assecondarono, gli incerti e i tiepidi si rinfrancarono; e una vasta, universale, muta ma nondimeno quasi direbbesi pubblica congiura si venne ramificando e rassodando senza bisogno di assembramenti e di complicate affigliazioni. Così nel mentre il Comitato segreto attendeva con infinite cautele a comprar armi, ammannir munizioni, levare le piante de’ fortilizi eretti d’intorno al castello e in sulle Alpi Camunie, tessere una vasta rete e sicura di corrispondenze e di esplorazioni, lo spirito pubblico con quella misteriosa sagacità che tiene del divino, sembrava indovinare e presentire quel che si andava preparando. I cittadini guardandosi negli occhi s’intendevano e si favellavano. Tutti dicevansi: il Piemonte è in armi, Roma e Toscana si mettono in punto, dieci milioni di Italiani sono liberi di pensare e di concertare la vendetta: alla prima novella che l’esercito nazionale siasi mosso, noi faremo in modo che cotesti cani non possano nè corrergli incontro, nè ritirarsi a salvamento nelle fortezze.”

Tra le speranze e i timori, sotto il permanente patibolo, in mezzo alle insidie nostrali e straniere, passò l’inverno del 1849, memorabile per coloro che lo vissero tra le incertezze dell’esilio, ma più ancora per coloro, che, prigionieri e quasi esuli in patria, lontani e segregati dalle notizie degli eventi da cui pendeva il loro destino, sospesi tra l’infamia e la gloria, passavano le notti insonni; aspettavano ogni domani il giorno della vendetta, e della libertà.

Più la primavera veniva avvicinandosi, più riavvampavano gli animi; crescevano le speranze, e con queste i timori.

Il 14 marzo giunse la notizia che l’armistizio tra l’Austria ed il Piemonte, era stato disdetto due giorni prima a mezzodì; che il 20 comincerebbero le ostilità, che i fuorusciti sarebbero entrati coll’esercito, e prima dell’esercito; che cento mila soldati stavano lungo il Ticino, pronti a rivendicare i diritti d’Italia.

Il dì 16 la guarnigione austriaca partiva da Brescia. Il generale d’Appel lasciava nel castello cinquecento uomini con quattordici pezzi di cannone, sotto gli ordini del capitano Leshke; alle falde di quello, nel Quartiere di Sant’Urbano, oltre sessanta gendarmi; nel Broletto, ov’era la Delegazione, il Tribunale della cassa pupillare e l’Ufficio della Polizia, un buon polso di soldati: nella sua solita stanza il Comandante di Piazza; negli ospedali di San Luca, Sant’Eufemia e San Gaetano da settecento in ottocento ammalati e un certo numero di medici.

Cogli Austriaci partivano le spie più notorie, gli sgherrani d’Haynau e d’Appel, e i pochissimi partigiani del dominio dell’oppressione.

Tant’era la fede in Dio e nella patria, che i Bresciani, senza distinzione, pronti aspettavano un cenno per insorgere; e nessun altro timore o dubbio avevano che quello di parere, per intemperanza di coraggio, o troppo impazienti, o poco disciplinati.

Appena gli Austriaci ebbero sgombrata la città, il Municipio, che era stato ricomposto poche settimane prima a capriccio dell’autorità militare, e alla cui direzione era stato messo Giovanni Zambelli, uomo tenuto ligio agli stranieri(2), mandò fuori due bandi: in uno raccomandava ai cittadini la prudenza, e prometteva la guardia civica, perchè più facilmente si potesse mantenere la quiete: nell’altro, che faceva imponente la guarnigione del castello, minacciava in caso di disordini, il bombardamento. Codeste scede non piacevano punto a quelli che erano deliberati a far davvero; nè piaceva loro il Zambelli. E ormai il tempo degli indugi era trascorso; imperocchè le prime ostilità s’erano già rotte dalle bande montanare, le quali, guidate dall’animoso curato di Serle, don Pietro Boifava, il giorno 19, per consiglio del Comitato segreto insurrezionale, che a ciò da quasi un mese le aveva armate, spesate e ammaestrate, vennero a postarsi sui colli suburbani, e di là percorrendo le strade avevano predato i traini e le staffette dell’esercito nemico. Il dì 20 gran folla di popolo si mosse fin sotto la loggia del Municipio, chiedendo al Zambelli desse luogo ad uomo più degno di reggere il freno della città in sì gravi momenti. Nella vegnente sera il Zambelli rinunziava la carica(3). Il Consiglio Comunale, presieduto dall’aggiunto di delegazione Dehò, acclamava allora capo del Municipio l’avvocato Saleri, con incarico di istituire subito la guardia nazionale per conservare il buon ordine nella città. Questa istituzione era tanto più urgente, in quanto che i gendarmi, per aver fatto da sicari durante il terrorismo d’Haynau e di Appel, erano odiati da tutti i cittadini. Era certo che col loro servizio non li avrebbero che maggiormente irritati, suscitando intempestiva sommossa. L’avvocato Saleri, uomo pur distinto per talenti, per specchiata probità e filantropico sentire, e benemerito alla patria pei miglioramenti sociali che cercò mai sempre d’introdurre, e, da ultimo, per il nobile rifiuto d’andarsene nunzio di sommessione a Vienna, forse per l’età sua avanzata o per troppa dolcezza di carattere, o fors’anche perchè oppresso da una crisi di famiglia cui era soggetto in quei giorni per grave malattia della moglie, che la conduceva poscia al sepolcro, mancava di quell’energia che si richiedeva per simile posto fra un popolo che divampava furore insurrezionale.

Comunque fosse, la città tutta aveva applaudito alla di lui nomina; per lo che il Saleri, più per riconoscenza che per propria volontà, accettava il posto conferitogli, e attivava subito la guardia cittadina, eleggendone capi i dottori Pietro Buffali e Carlo Tibaldi, giovani per capacità, per entusiasmo e per coraggio adattissimi. Chiedeva armi all’uopo al Comandante del forte, il quale, dietro replicate istanze, piegando alla necessità, prometteva quattrocento sciabole; ma come è di solito in tutti i generali austriaci, che hanno l’inganno a base della loro politica, ne consegnava, come vedremo, soltanto quaranta. In tal modo la guardia civica riesciva assai difficile ad effettuarsi, anche per la circostanza che pochi cittadini si facevano inscrivere, avversi come erano ai servigi che a quella venivano imposti, i quali non si confacevano punto alla santa causa cui avrebbero voluto coadiuvare.

Intanto giungeva in Brescia un messo, spedito dalla Giunta insurrezionale stanziata in Torino, il quale recava le istruzioni del generalissimo Charnowski, col piano dell’insurrezione lombarda, e coll’ordine che si dovesse incominciare il moto non più tardi del 21 marzo.

“I fuorusciti, scrive il Correnti, credevano utilissimo che in uno stesso giorno l’esercito regolare aprisse le sue mosse sul Ticino e sul Po, e le popolazioni lombarde tutte assieme insorgessero; di maniera che il maresciallo Radetzky, trovandosi asserragliate le vie, mozzate le comunicazioni, minacciati i fianchi e le spalle, non potesse concentrare lungo i confini le sue masse in tempo e in luogo da opporre valido contrasto agli irruenti Piemontesi, nè potesse staccare grosse colonne a sterminio delle città levatesi in armi, nè quieto ed intero ricovrare ai covili delle sue fortezze: e così messo in mezzo ad un incendio universale, trovasse pericoloso tanto il combattere, quanto il ritirarsi. Ma questo diviso venne a risolversi in nulla nel puntiglio dei capi di guerra piemontesi, che vollero intimare la cessazione dell’armistizio, comunque essi stessi confessassero, che gli Austriaci ne avevano violati svergognatamente e più volte i patti. Data agli Austriaci cogli otto giorni di disdetta ogni abilità di concentrarsi, l’insurrezione lombarda dovea di necessità riuscire secondaria; essendo evidente che, posti a fronte i due eserciti interi come in prefissa arena, la fortuna della guerra sarebbesi decisa in una battaglia campale. Ma ancora molto rimaneva a fare ai fuorusciti ed ai popoli lombardi; rumoreggiare alle spalle e sui fianchi dell’esercito nemico, interciderne le comunicazioni colle fortezze, preparare libero qualche punto sulla sinistra del Po, per agevolare il passo alle divisioni La Marmora ed Apice, che scendendo dall’Apennino accennavano a Mantova: portar il grido di guerra sulle soglie di Verona e nel Tirolo, e di là dar mano ai Veneti, i quali poi dal Cadore e dalle Lagune avrebber potuto correre su Padova e su Treviso, minacciare Vicenza, e congiungersi colle truppe della Repubblica Romana, che venivano a campo tra Ferrara e Bologna. Tutte queste cose, che ora sembrano quasi poetiche, si potevano allora compiere agevolmente, e si sarebbero senza alcun dubbio compiute, non diremo se Radetzky fosse stato vinto a Novara, ma soltanto se l’esercito Sardo avesse fatto testa per quindici giorni al nemico.”

La città di Brescia, riparata dalle estreme falde montane e signora delle valli armigere, che fanno strada dall’una parte al Tirolo italiano, e dall’altra a quel vasto labirinto prealpino, dove vive la più vigorosa razza d’Italia, e nel tempo stesso collocata quasi verso il mezzo della pianura a vigilare i passi dell’alto Mincio, era quella che meglio di ogni altra si prestava a quel piano d’insurrezione, e in essa appunto s’incardinava il vasto disegno. Il Municipio cercava, ma invano, di rattenere l’entusiasmo che infiammava ogni petto bresciano; chè questo veniva mirabilmente accresciuto dagli armati raccolti sui Ronchi. I cittadini d’ogni età e condizione si portavano a frotte a visitarli con espansione di gioia, comechè a pochi soltanto fosse accordato l’ingresso nel recinto dei locali in cui quelli si trovavano.

La guarnigione del castello s’era accorta della comparsa dei corpi-franchi, ed aveva fatto trasportare due cannoni nella parte del colle che guarda i Ronchi, e li aveva livellati contro di loro.

Il giorno 22 si leggeva affissa pei canti della città un’esortazione ai cittadini, che convenissero il dì appresso a mezzogiorno sotto la loggia municipale. Non era indicato da chi quella esortazione fosse stata promossa, nè perchè; onde gli animi ne erano tanto più scossi. Il Municipio, vedendosi disarmato ed incerto, e i tempi ingrossare, chiedeva tosto al Comando della piazza le armi per la milizia civica, ed a’ suoi compatrioti soccorso d’opera e di consigli.

La mattina del 23 il Comando militare faceva consegnare quaranta sciabole; ma nel tempo stesso, quasi a ricompensa di quella maravigliosa larghezza, osava chiedere che gli sborsassero in sull’atto lire 130.000, porzione della ingiustissima multa di lire 500.000, con cui Haynau faceva pagare alla città una di lui menzogna.

Il Saleri allora raccolse in una sala del teatro tutti quelli che già si erano scritti per la guardia civica, e ristrettosi co’ più savi veniva divisando come si potesse, senza disdire apertamente la soggezione, apparecchiare le armi, indugiare il pagamento dell’iniquo balzello e misurare agli incastellati le provigioni, sì che non se ne rifornissero troppo lautamente.

Ma intanto il popolo, tenendo l’invito delle scritte anonime, traeva in piazza; e avuto sentore dei denari che si chiedevano e si promettevano, cominciò a strepitare e a gridare: “Ai predoni si mandi piombo e non oro!”

Il caso volle che in quel punto avessero a passare per la via degli Orefici, proprio in su gli occhi dell’indignata moltitudine, certe carra di viveri e di legna che in mezzo ai soldati s’avviavano al castello. Non ci volle altro. I più impazienti diedero mano a quelle scheggie da ardere, e palleggiandole a modo di clava, con disperato coraggio si scagliarono sulla scorta, e, in un attimo, la disarmarono; predarono il convoglio, e corsero per le vie mettendo in fuga i soldati e gli accorsi gendarmi, strappando e calpestando quante insegne austriache loro venivano vedute, e levando il grido di viva il Piemonte! e morte ai barbari!

Ecco come descrive il Cassola quell’episodio:

“La caccia proseguiva in tutte le parti della città, e i pochi soldati della guarnigione degli spedali che si trovavano sbandati, venivano inseguiti ed arrestati, e quelli che osavano rivolgersi colle armi alla mano, erano a colpi di bastone feriti o massacrati. Finita questa caccia selvaggia, che avrebbe destato orrore se la santità della causa non l’avesse giustificata, e dirò anzi nobilitata, succedeva una scena ben più aggradevole a vedersi; era l’atterrarsi e la distruzione degli abborriti stemmi. Ad ogni aquila bicipite che veniva precipitata a terra, succedevano acclamazioni di gioia: quelle che erano formate di legno venivano spaccate, ed esultanti i cittadini si armavano con que’ pezzi, che a qualche soldato riescivano ben dolorosi.”

Quel primo moto, che era costato la vita di uno de’ nostri, non era ancora sbollito, che in mal punto si presentavano al Municipio, per ripetere la somma, il signor Pomo, comandante di piazza, unitamente al signor Canali, commissario de’ viveri. La folla li serrò dappresso, e, riversatasi nelle aule municipali, li avrebbe spacciati senz’altri complimenti, se non era un tal Maraffio, popolano audacissimo e caporione dei macellai, che, pregato dal Sangervasio, dal Rossa e da altri cittadini, si prese i due male arrivati sotto il braccio, e gridando ch’ei ne rispondeva sulla sua testa, con piglio minaccevole, si schiuse il passo tra la folla, e condusse i prigionieri fuori delle porte sui Ronchi “dove, come soleva dire il popolo bresciano, magnificando col desiderio le cose, era il campo del general Boifava, cioè dove erano appostate le bande del curato di Serle, accresciute allora di altre guidate dal dottore Maselli, giovine ardentissimo di patrio amore.”

Il Comandante di piazza, fatto prigione, dovette per iscritto ordinare a’ suoi di cedere alla guardia nazionale i fucili dei soldati, che erano ancora negli ospitali militari. L’ospitale di San Luca e quello di San Gaetano obbedirono senza porre tempo in mezzo: ma l’altro di Santa Eufemia rifiutò, e si fece a sparare sulla moltitudine: un cittadino in quella fazione cadeva morto, un altro gravemente ferito.

Quel tradimento portò al colmo l’irritazione del popolo, e sebbene soltanto otto o dieci cittadini vi si trovassero muniti di schioppi, parte de’ quali anco in mal essere, tuttavolta scambiarono alcune fucilate.

Venuta la sera quasi trecento convalescenti ne uscirono e, sgominate o ferite le sentinelle cittadine, si aprirono coll’armi un varco al castello, lasciando i malati alla misericordia del popolo. Anche i gendarmi in quella sera riparavano in castello.

Ormai il dado era tratto; epperò con ottimo avvedimento i capi del Comitato divulgarono quei segreti che insino allora erano andati dubbiamente bucinando; e recate al Municipio le copie dei dispacci del Ministero e della Commissione insurrezionale di Torino, aprirono tutto l’ordine della congiura. Quasi nell’ora istessa giungevano dal Piemonte i cittadini Martinengo, Borghetti e Maffei, dando certezza, che già molte armi e munizioni erano in sulla strada d’Iseo, che le colonne degli emigrati movevano verso Bergamo, guidate da Camozzi, che in breve il campo degli insorti sarebbe raccolto intorno a Brescia: infine portavano liete non soltanto novelle, ma testimonianze della guerra, rotta da tre giorni coll’ingresso delle divisioni piemontesi in Lombardia per la via di Boffalora.

La certezza delle armi vicine e le speranze buone infiammarono il popolo meravigliosamente. Esso, sdegnoso d’ogni indugio, gridava concorde che si smettessero le pratiche e si venisse al ferro. Allora si cominciarono a vedere per le vie quei fucili irruginiti, che per sette mesi, sotto le minacce della legge marziale, erano stati guardati a rischio di vita, spettacolo minaccioso e commovente, che, mostrando quanto era stata infino allora la virtù segreta di Brescia, prometteva nuovi miracoli.

Intanto pareva che gli Austriaci a disegno irritassero quelle forti nature e volessero, così rintanati com’erano dietro i baluardi e i cannoni, comportarsi con baldanza da vincitori e con durezza da padroni.

Quando giunse al Leshke la notizia, che la città si era levata a rumore, egli gettò, quasi per saggio, dieci bombe, che non recarono danno notabile. Alle quattro mandava, a mezza d’un manuale muratore, ordine al Municipio, che rendesse i prigioni. Un’ora dopo, altro ordine che sciogliesse i prigioni, e tornassero tutti all’obbedienza; se prima di notte non fosse fatta ragione alla domanda, palle e bombe.

Il Saleri chiedeva tempo a pensare, a provvedere, a persuadere; dava in pegno la sua fede per la vita dei prigioni; e intanto convocava i Consiglieri comunali, e s’ingegnava per ogni via a guadagnare qualche ora di respiro. L’austriaco però era duro, e più duro il popolo; tantochè e lettere e preghiere poco fruttarono da una parte, e meno dall’altra.

A mezzanotte, quando già la città era tornata alla quiete, il Leshke, come ne aveva data parola, cominciò a bombardare: e per oltre due ore durò quel rovinìo. Ne infuriavano i bresciani, a cui non pareva essere secondo le giuste e onorate leggi di guerra quella tempesta di fuoco, lanciata a caso per le tenebre della notte, e paurosa e mortifera, non già agli uomini vigili ed armati, alle donne ed ai bimbi dormenti.

La città tutta, desta in sussulto, corse animosamente alle armi; gli incendi che qua e là scoppiavano furono spenti in poco d’ora; gli uomini armati traevano a furia verso il castello a bersagliarvi i cannonieri austriaci; i fanciulli correvamo alle campane, rispondevano ai cannoni martellando a stormo; le donne e gli inermi s’affaccendavano ad asserragliare le vie; e le bande dei disertori, annidate sui Ronchi, scendevano a battere le strade. Grandissimo era nei popolani il furore, ma più grande la fede: per cui quella scena di notturna lotta aveva quasi l’aspetto d’una festa promessa e lungamente desiderata.

“Le canzoni patriottiche, scrive Cassola, le grida di viva l’Italia e fuori i lumi, per invitare i cittadini ad illuminare la città, si confondevano nell’aere col fragore del bombardamento, e producevano sugli animi, specialmente dei giovani, quelle sensazioni per cui l’uomo s’innalza a tutta la sua dignità.”

Il bombardamento di quella notte aveva apportato la morte a due fanciulli, e il guasto di poche case e delle suppellettili che contenevano; ma aveva pur dimostrato che l’effetto devastatore delle bombe non è quale i tiranni vorrebbero far credere per atterrire i popoli. Una città predominata dal sentimento nazionale sfida i bombardatori e ride dei loro mezzi distruttori.

Il dì vegnente, in sull’albeggiare, Leshke, vedutosi stretto da ogni parte dalle compagnie del Boifava e del Maselli, e veduto come le scolte popolane, alla loro volta, già gli impedissero dal lato della città di fornirsi di acqua, di cui sul colle pativasi grande difetto, temendo di non poter resistere lungamente, mandò fuori alcuni gendarmi, due dei quali sgattaiolatisi tra le sentinelle dei disertori, che battevano le campagne, volarono a Mantova a chiedervi pronti soccorsi. Intanto teneva a bada i Bresciani, ora minacciando di nuovo le bombe, ora promettendo di sospendere le ostilità.

Dal canto loro i patrioti bresciani, volendo crescere forza ed autorità alla insurrezione, elessero duumviri a reggere lo sforzo delle armi cittadine e la pubblica difesa, l’ingegnere Luigi Contratti e li dottore Carro Cassola, uomini noti all’universale per devozione e per fede alla causa italiana. Essi tosto curarono di porre qualche ordine nell’impeto delle moltitudini, creando molti capi-squadre che guidassero i cittadini al fuoco, creando pure tre commissioni, una che sopravvedesse l’ordinamento e il servizio delle guardie nazionali, l’altra che facesse incetta d’armi, la terza che attendesse ad afforzare le mura e a piantare serraglie, secondo la necessità dei luoghi. Inoltre mandarono esploratori a spiare le mosse del nemico, e uomini autorevoli che chiamassero all’armi le campagne, e s’abboccassero coi fuorusciti, coi Bergamaschi e coi Riveriani del Mincio e del Po. Le 130 mila lire che la città aveva raccolte per saziare l’ingordigia d’Haynau, furono assegnate al Comitato di difesa, perché le erogasse a pro’ della patria. “E anche questo pareva ottimo augurio; che la taglia della tirannide servisse a ricomperare la libertà(4).”

Nella notte del 23 al 24, prendeva le redini del Municipio il Sangervasio; imperocchè, il Saleri, ritornando dall’ufficio alla propria casa, inciampò inavvertitamente in istrada e cadde, riportandone una contusione che lo tenne obbligato a letto. Quest’avvenimento e le disgrazie di famiglia già enunciate, riducevano quest’ottimo cittadino a rinunciare definitivamente alla sua carica.

Il giorno 24 passò tra timori e speranze, essendo l’animo di tutti vôlto alle novelle che si aspettavano dal Ticino. Il Leshke due volte riprese il bombardamento; la prima in sull’alba, per dar agio a’ suoi messi di passare col favore del disordine attraverso i posti bresciani, la seconda poco oltre il mezzodì; ma l’una volta e l’altra molto debolmente; perchè anche gli Austriaci stavano con timore ed ansietà grandissima attendendo avvisi dal campo. Questi a dir vero, giunsero in quel dì medesimo anche in città recando il fatto di Mortara e la prima fuga dei Piemontesi; ma i Bresciani giudicarono quella essere un’avvisaglia di nessuna importanza, e il loro animo non fu minimamente abbattuto.

Il dì 25 passò quieto più che le circostanze paressero concederlo. Tacque il castello; la città preparava le armi. A crescere il numero e l’animo dei difensori calavano dalle valli parecchie centinaia di Trumplini, Valsabbini e Pedemontani, sui quali i capi della congiura avevano pur fatto assegnamento, armandoli e ordinandoli. Ma gli aiuti aspettati dalle provincie non venivano, i Pianigiani non davano sentore di volersi levare; nè dal teatro della guerra giungevano notizie d’alcun fatto importante. Ben sulla sera fu predato il corriere che dal campo portava lettere di privati e dispacci a Verona. Con quanta ansietà si leggessero quei fogli è più facile immaginarlo, che dirlo. Ma i dispacci non recavano cosa d’importanza, e le molte lettere non fecero che crescere l’incertezza. Un ufficiale scriveva dal campo: vincemmo a Mortara, d’un salto entreremo a Torino. Un altro scriveva da Pavia: i nostri trascorrono oltre Mortara, mentre noi qui abbiamo a’ fianchi integra e minacciosa una divisione nemica.

I Bresciani avevano fede nella lealtà dei capi e nel valore dell’esercito regio; credevano, come tutti, italianissimo il generale Ramorino: e facilmente si persuasero che gli Austriaci, cacciatisi innanzi a tentare un colpo disperato, sarebbero stati côlti di fianco rituffati nel Po e nel Ticino, presi alle spalle da Ramorino e da Lamarmora.

In quella notte giunsero avvisi sicuri che un corpo di soldati austriaci si era mosso da Mantova; e sotto il comando del generale Nugent correva a marcia precipitosa sovra Brescia.

In fatto, all’alba del 26 marzo, una colonna di mille uomini con due cannoni sboccò a Montechiaro, e di là trasse a corsa verso Rezzato. Quivi, dopo breve avvisaglia coi disertori e gli altri insorti sui colli, sostò per aspettare rinforzi da Verona, ed a concedere un poco di respiro ai soldati affranti dalla marcia.

Il Comitato di difesa, d’accordo col Municipio, spediva come parlamentario a Nugent il capo-medico militare, dottor Lowestein, per saperne le intenzioni. Quel generale con modi villani licenziava il povero medico, dicendogli che per trattare con lui dovesse la città mandare una deputazione di cittadini. Non perchè si credesse che vi fosse qualche probabilità di convenire coll’Austriaco, ma per non lasciar nulla d’intentato che potesse risparmiare l’effusione del sangue, veniva mandata una deputazione di tre distinti e benemeriti cittadini, fra cui Pallavicini e Rossa, ai quali si aggiungeva il medico militare suddetto. Questi presentatisi al generale, lo stesso intimava loro che Brescia dovesse distruggere tosto le barricate, deporre le armi ed arrendersi a discrezione. Diceva voler entrare per amore o per forza, dare tempo quattr’ore a rispondere, intanto per misericordia avrebbe frenato i soldati, e comandato silenzio ai cannoni.

La Commissione riportò al Comitato l’arrogante proposta e le superbe minacce del Nugent. Comechè non peranco fossero giunti i fucili mandati dal Piemonte, Cassola e Contratti, fiduciosi nel valore cittadino, nella santità della causa, abbracciavano senza porre tempo in mezzo il partito di sfidare il tracotante straniero. Pubblicate al popolo dal balcone le esigenze di Nugent, esso colla potente sua voce prorompeva in grida di guerra e di disfida al nemico. Allora i duumviri ne scrivevano al generale austriaco, il quale, al messo che gli aveva portata la lettera, disse che il Comitato avrebbe avuto a che fare con lui. “Allora veramente, sclama il Correnti, si vide quanto possano in un popolo il magnanimo sdegno e lo amor di patria.” Di tutta quella moltitudine, che era convenuta in sulla gran piazza, non uscì infatti una voce che degna non fosse di Brescia e del nome italiano. E sì che le notizie della guerra correvano ancora dubbiose, e a moltissimi pareva pericolosa la condizione della città, la quale, lontana e incerta degli amici, pressochè inerme e al tutto sprovvista di cannoni e di milizie regolari, trovavasi avere sovracapo il castello, e alle porte un nerbo di agguerriti nemici, che signoreggiavano la campagna; pure tutti, come fosse ispirazione di istinto naturale, trovaronsi concordi nel pensare che Brescia si avesse a difendere fino all’estremo. E l’impeto cittadino parve torrente che, rotto l’argine, straripi.

All’ora fissata gli Austriaci, in numero di duemila, trassero ordinatamente contro sant’Eufemia, grossa borgata che siede appiè dei colli, a tre miglia da Brescia. I più animosi drappelli di cittadini e dei disertori si erano appostati e asserragliati in santa Eufemia, deliberati a difendervisi ed a ripulsare coi fucili e colle baionette le artiglierie nemiche. Arditi bersaglieri si erano distesi in catena per la campagna da una parte verso il piano, e dall’altra in sui monti di Caionvico ad impedire che gl’Imperiali circuissero il borgo; un piccolo corpo di riserva si era infine stabilito a san Francesco di Paola, che sorge a mezzo cammino tra Brescia e sant’Eufemia, dove i colli serrandosi alla strada la rendono più difendevole. Poco prima di mezzodì i nemici aprivano il fuoco, e irruivano più numerosi contro la sinistra dei Bresciani, sperando forse trovare mal difese le alture, che dominano quella posizione. Ma in quel primo scontro fu miracoloso il coraggio dei nostri, i quali, benchè pochi di numero e nuovi alle arti del combattere, ributtarono gli Austriaci, e li avrebbero inseguiti colla baionetta in resta sino al piano, se non si fosse opposto Tito Speri, giovane ardentissimo per la causa dell’indipendenza, che comandava quel pugno di bravi, e che ad una rara intrepidezza congiungeva perspicacia naturale, e qualche esperienza militare(5).

Gli Italiani lietamente combattevano, e parimente morivano.

Un Raboldi, all’aprirsi del fuoco, côlto da una palla austriaca nel petto spirava dicendo: Me fortunato! ho l’onore di morire per primo sul campo di battaglia! e raccomandando al capitano che non dimenticasse di scrivere primo il suo nome. E il mio secondo! gridava un altro, cadendo col ventre squarciato dalla mitraglia; e i compagni che gli si affacendavano intorno lo udirono mormorare fino all’ultimo sospiro: Viva l’Italia! Viva la guerra! Un terzo, pericolosamente ferito, rifiutava con tenero disdegno i soccorsi dei commilitoni, e li ricacciava al fuoco dicendo: Ben è assai che manchi io: ma non comporterà mai che quattro sani per cagion mia lascino il posto.

Questi magnanimi esempi, e la persuasione che in tutti era saldissima di combattere col favore del cielo e per la giustizia, avevano infiammati i nostri per modo che, più volte, lo Speri fu costretto ad esortare e a comandare che più cautamente procedessero. Mostrando come i cacciatori nemici s’acquattassero dietro gli alberi e le siepi, li pregava ad avanzarsi cauti e coperti e a studiare il terreno. Ma con quella audacia che rare fiate si può biasimare, perchè di rado s’incontra, i soldati della libertà rispondevano unanimi che essi sdegnavano di imitare i soldati della tirannide; e cacciandosi innanzi all’aperto, e talora salendo in sulle barricate tranquillamente, e come se fossero dietro sicurissima trinciera, puntavano e sparavano su gli accovacciati nemici. E con superba arguzia chiamavano codesto modo di combattere: alla bresciana; modo che veramente doveva parere agli Austriaci non sappiamo se più strano, o più terribile: onde forse erano indotti a credere che que’ radi ed audacissimi stracorridori fossero l’antiguardo di grosse schiere. Il fatto è che essi, a quella tempesta, stavano spesso come smemorati. Fu veduto un Bresciano, che aveva avuto il cappello forato da tre palle, scagliarsi ridendo contro uno scarco di macerie, ove erano nascosti quattro cacciatori austriaci, ucciderne uno, mandare in fuga gli altri, fermarsi a raccogliere le spoglie nemiche, e tornarsene a’suoi dicendo: Ben mi pagai del mio cappello!

E veramente doveva essere sovrumano il valore de’ nostri, se, pochi di numero, tennero fermo più ore contro le truppe di Nugent. Mancate le munizioni, i battaglieri di sant’Eufemia mandavano per queste al Comitato e per rinforzi; ma s’ebbero invece comando di ritirarsi. Essi non sapevano risolversi a voltare le spalle; epperò, raccozzatisi nelle vie di quel borgo, continuarono a combattere.

Vedevi madri sorridere ai perigli de’ figliuoli, e, baciandoli in fronte, dire loro come le antiche romane: “Compite il debito vostro e riva l’Italia!” Altre chiuder la casa ai figliuoli, che ritornavano stanchi dal combattimento, e dire loro che non avrebbero aperto sinchè Brescia non fosse affatto libera. E mariti distaccarsi senza pianto dalle non singhiozzanti loro consorti colle parole: “Se noi morremo vendicateci!” E non mancarono donne, le quali armate di moschetto escirono a combattere a lato degli amanti loro. E vecchi, che nulla ormai potevano operare col braccio, udivi rammentare le atrocità dei Croati, l’avarizia de’ loro capi, le lascivie usate dai barbari dopo le civiche sconfitte; e i meglio devoti e pii, magnificare il miracolo altra fiata compito dai santi Faustino e Giovita, respingendo dalle protette mura le palle nemiche. Un sacerdote, fra gli altri, levatosi a favellare, con infiammativo discorso ricorda alla moltitudine lo strazio patito dal prete Attilio Pulusella e da Luigi Usanza(6).

Il Comitato di difesa aveva frattanto dato mano a quei provvedimenti, che portava la gravità dei casi. Innanzi tutto prese ordine, che si chiudesse compiutamente il blocco del castello, appostando scolte e pattuglie ove ne era necessità; quindi si minassero i ponti, si tagliassero le strade minacciate; poi provvide che si rafforzassero le barricate, che si murassero le porte tutte, meno quella di san Giovanni e quella di Torrelunga. Oltre a ciò proibì strettissimamente a chiunque l’uscita dalla città senza un passaporto del Municipio; mandò lettere ai sacerdoti che predicassero per tutta la provincia la guerra di popolo, e diede facoltà ai parrochi di disegnare le famiglie povere, che nei giorni della battaglia dovessero venir mantenute dal pubblico erario(7).

In mezzo a quel generale fervore giungevano in Brescia, quasi a confermare i generosi propositi, varie bande armate di valligiani, e un grosso traino che recava parte dei fucili e delle munizioni dal Ministero di Torino assegnate ed avviate alla provincia bresciana; carico affidato al signor Gabriele Camozzi, insieme ad altre armi destinate per Bergamo. Le armi, che erano bellissime, vennero distribuite a festa, ed impugnate con animo tanto più volonteroso, in quanto divulgavasi allora per lettere venute da Codogno, la lieta e creduta novella d’una gran vittoria piemontese. Ond’è che tutto il popolo, senza più dubitare, corse alle serraglie ed alle mura, acclamando viva alla guerra ed all’Italia, e rincalzando con terra e con altri munimenti le trinciere. E i più animosi uscirono fuori ad ingrossare le fila dei combattenti che s’erano appostati nelle case di San Francesco di Paola, e su pei Ronchi sovrastanti, da dove con un vivissimo moschettare, quantunque pochi di numero, impedirono agli Austriaci, forti di dieci compagnie di fanti, di procedere più oltre. Ma il fulminare incessante di due cannoni puntati contro il villaggio, e le difficoltà di guardare, durante la notte, con gente inesperta una lunga ed aperta linea, consigliarono verso sera i nostri a ridursi dentro le mura.

In tal modo aveva fine il giorno 26 marzo, in cui il popolo fu sull’armi dall’alba alla sera. Il Comitato di pubblica difesa emanava un ordine del giorno in cui si gloriava del coraggio bresciano, che veramente si era mostrato quel dì, come dissero i duumviri, con popolare efficacia, a prova di bomba.

Le ore notturne passarono senza molestie per parte del nemico; e l’alba del 27 sorgeva con ottime speranze. S’aspettava d’ora in ora Camozzi co’ suoi Bergamaschi e colle bande dei fuorusciti; dal Ticino non venivano notizie certe, ma nessuno pensava che di là avessero a giungere altre notizie se non buone.

Nugent aveva avuto il giorno prima una dura lezione; e innanzi cimentarsi di nuovo attendeva altri rinforzi d’uomini e d’artiglieria; e appena li ebbe, verso le due pomeridiane, mosse l’avanguardia per porta Torrelunga. Il corpo austriaco era forte di 4,000 soldati e 5 pezzi di cannone.

Il Comitato di difesa, volendo risparmiare sangue e guadagnar tempo, aveva quel dì preso ordine coi capi delle bande bresciane che s’uscisse all’aperto.

“Durò l’attacco quasi tre ore, scrive il Correnti; e come fu micidiale ai nemici che procedevano in sullo stradale e spesso erano bersagliati di fianco dalle bande dei disertori appostati sui Ronchi, così sarebbe riuscito quasi incruenta ai Bresciani se il Leshke, battendo co’ fuochi del sovraeminente castello la fronte interna di porta Torrelunga e fulminando le vie adiacenti, non avesse con più centinaia di bombe e di granate recato un danno gravissimo alla città e posti i difensori della porta in fra due fuochi. Nè però se ne sgominarono; chè anzi pareva in essi crescere l’animo, quanto più cresceva il pericolo. Anche i cannoni di Nugent, tirati in su d’un colle suburbano, tempestavano l’oppugnata porta, e spesso le palle di rimbalzo saltavano oltre la barricata, e venivano a rotolare in sul corso, dove l’ardita ragazzaglia le inseguiva e raccoglieva festosamente. Le bombe quasi subito seguite dai razzi, che entravano a metter fuoco dove il peso e l’impeto del primo proiettile avea aperta una rovina, presto ebbero desti molti incendi: e il popolo motteggiando diceva: Vhe la tal casa e la tal’altra che hanno acceso il sigaro! e senza punto badare a quella pioggia infernale, attendeva a spegnere il fuoco, a soccorrere i feriti e portar armi in sulle mura. Quivi poi era una bella gara di coraggio, anzi pur di fiera lietezza. Due de’ più animosi e destri erano alla vedetta, e appena vedevano fiammeggiare il cannone, gridavano: La viene! e gli altri che stavano in sull’avviso, raccosciavansi un istante, poi rimbalzavano più alacri in piedi rispondendo al tuono delle cannonate con un Viva l’Italia, e collo sparo de’ moschetti. Nè i feriti degnavansi turbare coi lamenti quella festa di guerra: ed uno a cui una scaglia portò via il braccio sinistro, si resse un istante in piedi, scaricò il fucile col braccio destro, e cadde gridando: Viva! mi resta un braccio per la spada; mi faranno capitano! Poco dopo era sepolto. Quasi nel tempo stesso lo scoppio d’una bomba levò di mano il martello ad un artiere, che stava in sul torrione interno a non so quali lavori, e il valent’uomo, senza mutarsi in viso, afferra un frammento della bomba, e s’ingegna a pur ripicchiare con quell’informe arnese, dicendo: Mi han tolto il martello di bottega, e mi han dato quello di guerra. Un altro, a cui una palla da fucile avea forato una coscia, sorridendo guardavasi la ferita, e diceva: Ih! che bel buco! ma io non voglio lasciar il ballo per questa miseria: e bisognò portarlo di forza all’ospitale.”

“Ciò che non si potè fare con un giovane a cui era entrata nelle carni una palla morta, il quale confortato ad aversi cura e a ritirarsi, sclamava argutamente: Come? Ora che io son maschio mezza volta più di voi? E fattosi levare la palla rimase al suo posto. Dopo la prova di un’ora e assalitori e assaliti compresero che le artiglierie facevano più fracasso che danno: e però scemava la baldanza degli uni, e cresceva negli altri l’ardimento: i quali veggendo languire il fuoco del cannone di Nugent, chiesero di sortire e di correre sui nemici. Detto, fatto; e vi fu gran ressa alle porte, volendo ognuno uscire tra i primi. E perché a schiudere il cancello era necessità di venire allo scoperto oltre le barricate, e lo Speri, come capitano della porta, non volle concedere che altri l’aprisse, e vi andò egli stesso; moltissimi accorsero a fargli scudo della persona contro le palle nemiche che convergevano a quel punto pericoloso come a metà di bersaglio. E sebbene Dio abbia voluto che niuno di quei bravi rimanesse colpito, che in vero parve miracolo, noi volemmo ricordare questo fatto, notabile in soldati di due giorni, non legati al loro capo da riverenza di disciplina, e da consuetudine di connivenza. Ma l’amor di patria è sollecito e mirabile maestro. E prova ne sia che i nostri, i quali non erano forse due centinaia, correndo audacemente contro la linea degli Imperiali, la videro rompersi e ritirarsi, e per poco stette che non riuscissero addosso ad un cannone, il quale era rimasto a sostenere il retroguardo, e che dovette a gran galoppo mettersi in salvo verso santa Eufemia.”

Côlto il buon punto, i disertori calavano dai Ronchi, ed occupavano le case di Rebuffone, scalandone le mura e le finestre con impeto indicibili; quivi, invece di trovarvi appiattati i cacciatori tirolesi, come se ne aveva avuto avviso, non si rinvennero che alcuni cadaveri austriaci. Intanto annottava; e benchè i nostri potessero spingere le loro scolte oltre il villaggio di san Francesco, sgombro di nemici, parve ai capi di guerra più savio partito, che i cittadini tornassero al sicuro e riposato posto delle mura, e le bande del Boifava e del Maselli si riducessero di nuovo in sull’alto dei Ronchi.

Ad un giorno glorioso ne succedeva un altro più glorioso ancora; e ciò che prima a molti era sembrato un prodigio di valore e di fortuna, dopo la doppia prova del dì 26 e del dì 27 a tutti cominciava a parere cosa naturale.

La mattina del 28 marzo arrivava un altro convoglio di fucili e, secondo il solita, una folla di popolo accorreva al Comitato per aspirare al possesso di quegl’istromenti tanto desiderati; per cui in un momento venivano distribuiti. Ma troppo scarso ne era ancora il numero al confronto di quelli che li ricercavano, e molti perciò si allontanavano dolenti per non aver potuto raggiungere la meta dei loro ardenti desideri.

Il Comitato di difesa, che mulinava come mettere in pensiero la guarnigione del castello, affinchè più non potesse fulminare la città, faceva un’eletta schiera de’ più esperti bersaglieri, e, armatili di stutzen, li appostava in sull’alba del giorno nel pendìo dei Ronchi, e sulla torre del popolo, a cui quasi non partiva colpo, che non atterrasse in sugli spalti del castello o sentinella, o cannoniere. Ne infuriava il Leshke; e mentre faceva in fretta in fretta lavorare i parapetti, che mettessero i suoi al coperto, minacciava nuovamente delle sue bombe la città.

Dalla parte di sant’Eufemia i nemici procedevano frattanto rimessamente. Appena si vedevano venire con ogni cautela drappelli di Croati verso le mura, i quali ritraevansi alle prime fucilate, poi riapparivano di nuovo, e di nuovo andavano in volta. Ciò scorgendo, i nostri opinarono che gli Austriaci si ritirassero; e per conseguenza nacque tosto in loro il pensiero d’inseguirli. Ma lo Speri, che aveva occhio sicuro, da più indizi era stato condotto a pensare che quella peritanza dei nemici non fosse altro che un’astuzia per tenere i nostri lontani dalle mura, e averne buon mercato in rasa campagna. E però ne avvisò i suoi, confortandoli a rimanersi dietro le barricate, ove non poteva nè l’arte, nè la forza dei nemici. A molti parve, che insidia o non insidia, si dovesse uscire, dacchè prosperamente si era combattuto anche il giorno innanzi all’aperto. Per cui, contro le preghiere e i comandi di Speri e d’altri influenti uomini, tumultuariamente sortirono, caricando gli avamposti nemici, e respingendoli fin verso san Francesco di Paola.

Nugent li lasciò fare, perocchè voleva che si cacciassero innanzi e dessero nella rete che egli aveva tesa con molta arte, disponendo due grandi catene l’una verso il piano, l’altra in sui colli, e imponendo ai soldati che diligentemente s’acquattassero per le fosse, nelle case, dietro i muriccioli e sotto i vigneti. Oltre di che aveva imboscato tra due colline un mezzo battaglione di fanteria, che a un dato segno doveva irruire di fianco o alle spalle dei Bresciani. Ora quando le prime bande dei cittadini ebbero contro gli ordini dato dentro, non parve agli altri di doverle abbandonare; e perciò fatte due grosse squadre, l’una fiancheggiando a sinistra, sotto il comando dello Speri, salì pei Ronchi, l’altra, sotto quello di Antonio Bosi, rimase come retroguardo e riserva ad impedire che gli Austriaci, stesi dal lato della pianura, circuissero i Bresciani ed occupassero la strada.

Lungo tutta la linea cominciò allora il fuoco assai vivamente; e i cittadini con tanto impeto si scagliarono sugli Austriaci, che presto la ritirata di costoro non fu più simulata. Di che Nugent, ammirato e sdegnoso, veggendosi in sul punto d’essere ricacciato là, dove due giorni innanzi aveva con tanta durezza accolti i messi del municipio e posto loro termine quattro ore a pentirsi e a chiedere mercè, si trasse avanti ad incuorare i soldati: e mentre stava accennando che si avanzasse un cannone e si puntasse contro gl’infuriati Bresciani, cadde ferito d’un colpo che in pochi giorni lo trasse a morte(8).

Gli Austriaci, portando seco il ferito generale, abbandonarono san Francesco; e i nostri ad inseguirli gridando: Avanti, avanti, a sant’Eufemia! Viva l’Italia! La Vittoria è nostra! E sì forte e sì concorde era il grido, e tanto l’impeto, che nè lo Speri, nè gli altri in influenti valsero per ragione o per autorità a dissuadere o fermare quella mossa dissennata.

Narrasi anzi che lo Speri, veduta l’impossibilità dell’impresa, e veduto inutile il sacrificio de’ suoi, ordinava alla colonna di ritirarsi verso la città. Se non che taluni, dominati da disperato coraggio, insistevano perché non si dovesse lasciar posa al nemico, e tacciavano di vile il loro capo, e lo dicevano indegno di guidarli, ove non avesse abbracciato il partito d’inseguire il nemico. Un tale rimprovero, quantunque immeritato, ridestava un incendio in quell’intrepido cuore giovanile, e soffocava in lui ogni calcolo della mente; per cui, alzata la spada, seguitemi, sclamò, e senza badare che pochissimi uomini si mostravano determinati a quel sacrificio, si lanciava alla loro testa sulla falange austriaca.

Anco i più circospetti, per non far peggio, si disposero allora d’aiutare in tutto quello che non potevano impedire; e gittaronsi in sant’Eufemia. Mentre si stava gagliardamente combattendo per le contrade, Speri commise ad un Taglianini, giovane sopramodo intrepido, che, salito sul campanile, suonasse a stormo: e mandò messi ai Botticini, a Rezzato, a Cajonvico, affinchè le campagne si levassero in armi. I nemici si strinsero frattanto d’ogni parte verso sant’Eufemia; occuparono la strada di Brescia, e presero in mezzo i nostri. Il Taglianini, che attendeva a rintoccare a stormo, ebbe una palla in bocca, e nondimeno, moribondo com’era, continuò a martellare gagliardamente, finchè i Croati, saliti in sul campanile, non lo ebbero finito.

Infrattanto la prima brigata di Bresciani, che già era penetrata nel borgo, vedutasi ormai in punto d’essere oppressa dal numero, e al tutto deliberata di non volersi rendere, precipitossi in colonna serrata allo sbocco occidentale di sant’Eufemia per guadagnare la strada di Brescia. Ivi assalita da una schiera di cavalli la scompigliò con un fuoco a bruciapelo, e, passata oltre, rovesciò colle bajonette un nodo di fanti, che stavano in riserva dietro la cavalleria; così aprendosi il cammino fra un mucchio di cadaveri, potè congiungersi verso san Francesco, coi soccorsi, che accorrevano da Brescia, e rinfrescare il combattimento, che durò d’intorno a quel villaggio fino a notte.

La compagnia dello Speri, che, girando sant’Eufemia, era sboccata in sull’altra estremità del borgo, trovossi a disperato partito, come quella che aveva alle spalle tutte le forze di Nugent, nè poteva aprirsi il cammino se non espugnando il paese, già venuto in mano degli Austriaci. Epperò lo Speri si gettò co’ suoi in sui colli, per vedere se con più lungo giro, e con una deliberazione strana e forse non preveduta dai nemici, potesse uscir loro di mano. Ma pare che la mala ventura lo portasse invece a dar di cozzo in quel mezzo battaglione, che Nugent aveva appostato in riserva, per modo che alla difficoltà della salita, s’aggiunse bentosto un fuoco di carabine, sì fitto, incessante e crescente, che due terzi dei Bresciani ne restarono in sul luogo morti o feriti. “Gli altri, nota il Correnti, respinti alle falde, si volsero senza smarrirsi verso il borgo; e benchè non giungessero alla decina, tentarono di attraversarlo colla baionetta in resta. La calca dei nemici li oppresse; cinque furono presi vivi, e poco stante fucilati; gli altri morirono combattendo(9). I feriti, stesi al suolo o accoccolati, stavano aspettando coll’armi in pugno che i predatori nemici si avvicinassero, colpivano una volta ancora, e morivano. Di cinquanta, che erano collo Speri, egli quasi solo potè trarsi a salvamento dopo aver tutte adempiute le parti di soldato e di capitano, e cessata per alcun tempo con sottile accorgimento l’estrema rovina dei suoi. Poichè, quando i nemici calati in folla dal Monte incalzavano gli stremati Bresciani verso sant’Eufemia, lo Speri, gettandosi dietro le spalle parte del denaro, ch’egli aveva seco per far le spese alla sua brigata, più volte ritardò la furia dei perseguenti Croati, nei quali, sovra ogni altra considerazione, può l’avidità della preda.

Circa cento de’ nostri caddero tra morti, feriti e prigionieri in quella terribile giornata del 28 marzo; ma doppia riescì la perdita dei nemico, che rimase ammirato del valore dei Bresciani, e quasi inorridito per la loro sovraumana pertinacia; e diceva essere essi più terribili quando cadevano, che quando vincevano. “E perchè sia chiara l’indole di questa guerra e degli uomini che la combattevano, scrive il Correnti, vuolsi ricordare un fatto, che occorse in questo dì 28 a vista dell’uno e dell’altro campo. Un drappello di dragoni trascinava fuori di sant’Eufemia due prigionieri bresciani. I bersaglieri nostri s’appostarono per pur tentare di liberare i loro compatrioti. Al primo suono delle fucilate i cavalli tedeschi si mossero per pigliare altra via: ma i due prigioni, ch’erano in mezzo ad essi, afferrando le briglie e le staffe tentarono d’impedir la mossa; percossi, feriti, atterrati non ristettero dall’offendere: e l’uno d’essi, avvinghiata la gamba deretana del cavallo dell’ufficiale che guidava il drappello, e cavato un pugnale, si tirò addosso col cavallo il cavaliere, e prima di rendere l’estremo fiato lo trafisse.

Cinque ufficiali austriaci rimasero per un dì intiero insepolti sul campo di battaglia. D’altri tre ufficiali furono recate in trofeo per tutta Brescia le vesti e le insegne, colla spada d’un capitano presa dai nostri.

Il generale Nugent, in punto di morte, mandava per nuovi soccorsi ad Haynau, che reggeva il blocco di Venezia, e al maresciallo Radetzky, che già tornava vittorioso dal Ticino.

La mattina del 29 alcuni esploratori, i quali erano stati mandati a Milano con lettere pel console di Francia, portarono una copia dell’armistizio di Novara. Ma l’enormezza veramente incredibile del fatto, e le speranze che i Bresciani avevano posto vivissime nell’esercito piemontese, non lasciava credere la funesta novella, a cui toglieva fede anche il difetto degli inviati, che avuto a Gorgonzola l’infelice bollettino, senza curarsi d’altro, e senza toccare Milano, mezzo smarriti, se ne erano tornati a Brescia.

Intanto giungevano lettere e messaggi da varie parti, recando della guerra novelle lietissime, ma con molta varietà di circostanze. In tre cose però tutte le lettere cadevano d’accordo: che, cioè Carlo Alberto, dopo essere calato a patti cogli Austriaci, avesse abbandonato la corona e la patria al suo primogenito Vittorio Emanuele; che Radetzky, spintosi a fidanza nel cuore del Piemonte, vi fosse stato combattuto e vinto dal Chzarnowsky; che la casa di Savoja era stata dalle Camere dichiarata decaduta dal trono, e spiegata bandiera rossa. Onde il Comitato di pubblica difesa, temendo che le contraddicenti novelle fornissero materia a dispute oziose e a gelosie, senz’ira di fazione, diè fuori un bando che acclamava Chzarnowsky salvatore e dittatore d’Italia, e confortava i cittadini a seguire quella bandiera, che il vittorioso Piemonte avrebbe inalberata.

I Bresciani non si lasciarono volgere dalle strane novelle a vanità di giudizi; i migliori se ne stavano in sulle mura e per le barricate; e loro bastava sapere che l’esercito piemontese vincesse.

Il fuoco era incominciato in sul mezzodì assai gagliardo; poiché gli Austriaci, per soccorsi avuti da Peschiera e da Verona, si erano considerevolmente ingrossati. I nostri tenevano ancora san Francesco di Paola; ma essendo riuscito ai nemici di stendersi sui fianchi del Ronco sovrastante, nè potendo la colonna dei volontari disertori, per difetto di munizioni, opporre a loro valido contrasto, i Bresciani abbandonarono il villaggio. Ma il prete Boifava, comechè stesse col sospetto di essere girato ed assediato su quelle cime isolate, tuttavolta, ritrattosi verso la cresta dei colli, vi si mantenne.

Mentre così con dubbia fortuna e senza molto sangue si combatteva fuor delle mura, il Leshke bombardava dentro furiosamente: la maggior parte dei proiettili cadeva nel quartiere di sant’Eufemia verso Torrelunga, ove i cittadini facevano l’adunanza per le sortite. Ma quel dì non poche caddero sull’ospitale civile. Di che il Comitato, giustamente commosso a sdegno, mandò al capo medico dell’ospedale militare di sant’Eufemia, significandogli che se Nugent non rispettava la bandiera sanitaria, esso e gli infermi suoi, che erano nelle mani dei cittadini, ne avrebbero pagato il fio(10). Il capo medico spedì tosto taluno con bandiera bianca, perchè supplicasse Nugent di rispettare il diritto delle genti, o almeno di aver riguardo alle vite dei suoi compatrioti minacciate dalla legge del taglione.

“E qui occorse caso, racconta il Correnti, che mostrò quale veramente fosse l’animo del popolo. Imperocchè veduta quella bandiera parlamentaria, e venuti in sospetto che il Municipio trattasse la resa, colle grida e colle armi impedirono al signifero che andasse alle mura, e bisognò che lo Speri e due venerandi cittadini, che erano con lui, giurassero a nome di tutte le autorità bresciane, d’altro non volersi parlare ai nemici se non del rispetto dovuto, secondo la legge di guerra, ai sacri ospizi degli infermi.”

Gli Austriaci accolsero i nostri con piglio oltre dire superbo; e, fatto mostra di credere che Brescia volesse capitolare, senza dar luogo ad alcuna parola per parte de’ parlamentari, concessero un’ora sola a mandare qualcuno, che legalmente rappresentasse la città, e ritennero in ostaggio un degno sacerdote, che era venuto agli avamposti coi parlamentari. Preso quel tempo, gli Austriaci, contro ogni fede o ogni legge di guerra, si trassero fin sotto la porta, e cacciatosi avanti il prete, senza guardare se fosse o no scoccata l’ora pattuita, vennero a più stretto contatto e deliberato assalto; e per crescere confusione e terrore, misero in fiamme molte case in sui Ronchi. A quella vista i Bresciani, irritati oltremodo, strappavano la bandiera di pace, e, calpestatala nel fango, gridavano di volere piuttosto seppellirsi colle donne e coi figli loro sotto le rovine della città, che comportare siffatto vituperio. E appunto mentre l’affollato popolo consigliavasi confusamente come pigliare vendetta dell’insulto, una grossa bomba scoppiò quasi in sulla piazza; e alcuno afferratone il più grosso frammento, recollo in mezzo; e su di esso, come sul Vangelo, tutti stesero a gara la mano, consacrando così in modo guerriero il giuramento di morire anzi che cedere.

“Del qual atto, scrive il Correnti, tanto fu la nobile fierezza e l’umanità, che molti, come a religioso spettacolo, s’inginocchiarono, e molti piangevano di tenerezza.”

Di repente il grido: Alle porte! Alla sortita! Sorse di mezzo alla moltitudine; e moltissimi a quella voce aggiunsero l’atto, precipitandosi fuori la porta. Il nemico, che aveva sperimentato di che sapesse la furia bresciana, si ritrasse verso san Francesco.

Breve fu la notte ai cittadini, già affranti di sette giorni di incertezze, di agitazioni e di battaglie. Il giorno 30 marzo, per tempissimo, ricominciarono le offese dalle due parti, massime a porta Torrelunga, investita da sei grosse compagnie di fanti, gente fresca e bene in punto, le quali facevano prova di stendersi sotto le mura, e di congiungersi colla guarnigione del castello. Ma il fuoco, spesso e giusto, dei cacciatori bresciani ruppe quel disegno; tanto che quelle dovettero pigliare altro partito, e salire in colonna sull’erta dei Ronchi per isboccare poi con lungo e faticoso rigiro alle spalle del castello. Il che riuscì loro nè senza pena, nè senza sangue; imperocchè innanzi tratto cozzarono coi volontari del Boifava, i quali, fatta quella resistenza che loro concedeva il numero sottile e la scarsità delle munizioni, si ritrassero quindi ordinati ed intieri verso le parti più aspre della montagna.

Nello scendere dai Ronchi per venire verso la porta di soccorso del castello, il nemico ebbe a sostenere, quasi scoperto, il fuoco dei cittadini, che dalle mura e dal torrione della Pusterla sicuramente lo tempestavano, e più fiate, comechè senza artiglieria, lo costrinsero a retrocedere. Seguendo il vandalico sistema introdotto nell’esercito austriaco dalla ferina natura de’ capi, i truci si vendicavano delle perdite che soffrivano col saccheggiare i casini di campagna. Dopo tali gesta, piombarono sulla città. Intrepidi i Bresciani difendevano le serraglie; e nè le bombe del castello, nè il cannoneggiamento al di fuori, nè la fitta moschetteria bastarono ad atterrire quegli intrepidi petti, dai quali scoppiavano di tratto in tratto le grida di Viva l’Italia! Soltanto la morte costringeva quei prodi a cedere il posto, il quale veniva tosto rimpiazzato da altri; giacchè tutti gareggiavano nello spingersi avanti per essere a migliore portata di offendere il nemico. Un intrepido cittadino, fra le palle nemiche, osava salire sui cancelli di ferro della porta e piantarvi una bandiera nazionale.

Il conflitto durò sino a sera, e sebbene guaste in ispecialità dalle palle de’ cannoni, nessuna serraglia fu abbandonata. Il nemico si ritirò di nuovo a santa Eufemia, idrofobo per non aver potuto sfogare la sua rabbia sui cittadini, come aveva fatto sui loro averi.

In quel giorno altre nuove fallaci giungevano del campo. Lettere da Crema e da Lodi recavano essersi dopo le due infelici battaglie di Mortara e Novara, combattuto di nuovo il 26 lungo la Sesia coll’ultimo esterminio dell’intera vanguardia austriaca; avere il maresciallo toccata tale una rotta da dover d’un tratto, come Melas, dopo la battaglia di Marengo, cedere tutta la Lombardia. I corrispondenti, uomini autorevoli e credibili, allegavano in prova di quelle notizie essere venuti in gran diligenza ordini che i prigionieri fatti sui Piemontesi a Mortara, e sino dal 22 avviati per a Pavia e Cremona verso Mantova, retrocedessero per essere restituiti al vincitore, e averne essi già veduti gli effetti; aver letto coi loro occhi il bando stampato dal generale, Chzarnowski ove celebrava le vittorie italiane e l’armistizio vendicatore delle vergogne di Vigevano e di Novara.

Anzi di quest’armistizio fu mandata copia a Brescia. Numerava sei articoli, che in sostanza portavano, doversi l’Austriaco ritirare oltre l’Adige, sgombrando le provincie lombarde e le fortezze del Mincio, e serbando rispetto alle vite ed alle proprietà delle popolazioni, framezzo alle quali gli si concedeva la ritirata. “E quest’ultima condizione, narra il Correnti, che assai bene quadrava ai Bresciani, indusse il Comitato a mandare un medico militare al generale Nugent, perchè lo ammonisse a ritirarsi oltre l’Adige, senza più molestare, violando i patti, i popoli lombardi. Il generale, il quale era, come dicemmo, malamente ferito, appena sentì le parole del parlamentario, che, senza più oltre chiarire le cose, come la giustizia e l’umanità avrebbero pur voluto, gl’intimò di levarsegli d’innanzi e di tornare a’ suoi infermi. Ma i cittadini, ingannati da tanta concordia di liete novelle, e non disingannati nè dagli amici, nè dai nemici, sempre più si persuadevano che gl’Imperiali, battuti e perseguitati in sul Ticino dai Piemontesi, volessero per sete di vendetta e di preda buttarsi su Brescia e farne strazio prima di ridursi entro le linee loro assegnate dai Vincitori.”

Mentre di tali speranze si pascevano i Bresciani, le fanterie nemiche, le quali, finchè bastò la luce diurna, erano state tenute in rispetto, col favore delle tenebre, in silenzio e rapidamente, per la porta di soccorso, si riducevano in castello. E poco oltre la mezzanotte vi giunse anche, da niuno aspettato, il tenente maresciallo Haynau colla scorta del secondo battaglione del reggimento fanti di Baden. Uditi i casi di Brescia e lo smacco che le armi imperiali ne soffrivano, si era l’Haynau mosso segretamente da Mestre, e soprarrivato improvviso agli avamposti di sant’Eufemia, con meraviglia dello stesso Nugent, recossi in mano il comando dell’assedio, e prestamente divisò come compiere l’eccidio di quella città, cui pochi mesi prima aveva bistrattata e insultata sì bassamente, che i Bresciani solevano chiamarlo col nome di Jena.

Fu la notte quieta per Brescia quanto essere poteva tra i gridi d’allarme, le fucilate delle scolte, il rintocco delle campane, e il barlume dei morenti incendi, che i Croati avevano la sera accesi nelle case dei Ronchi, quasi per documentare a lor modo che ne avevano preso possesso.

II

Il mattino del giorno 31 sorgeva tristo e uliginoso. I cittadini, già fattisi alla vita soldatesca, erano tornati ai posti aspettando l’assalto, e più diligentemente guardandosi con doppie scolte, perchè il nemico non si vantaggiasse d’un nebbione assai fitto, che toglieva la vista dei colli e delle strade suburbane. Poco appresso le ore antimeridiane calarono dal castello alcuni soldati, preceduti da una bandiera bianca, portata da due gendarmi. Ne corse subito voce per la città, e fu maravigliosa la pressa del popolo, che già sperava d’essere venuto al termine glorioso delle sue fatiche. I due gendarmi furono presi in mezzo dalle pattuglie cittadine e condotti al Municipio, ove misero fuori un dispaccio dell’Haynau. Veggendo la firma del truculento generale, che per sicura fama sapevano a Mestre, istupidirono i Bresciani; e molti credettero che il Leshke, disperato d’uscire vivo dalle mani dei cittadini, avesse falsata la firma per ottenere col terrore d’un nome ciò che non aveva potuto colle bombo; altri cominciarono a sospettare quello che veramente era, cioè che ormai tutto lo sforzo della guerra italiana si riducesse d’intorno alle mura di Brescia. Ma più valse la lettura del dispaccio a rinfuocare gli animi, che tante e sì grandi cagioni di dubbio a tenerli sospesi. Scriveva l’Haynau di volere tosto, senza condizione alcuna, la resa della ribellante città; se per mezzodì non fossero levate le serraglie e dati i passi alle truppe, prometteva l’assalto, il saccheggio, la devastazione e l’estrema rovina. E per far pompa della sua fiera natura, finiva dicendo: Bresciani voi mi conoscete, io mantengo la mia parola!

Quantunque al disonesto scherno ribollissero i magnanimi sdegni, non si pigliò tuttavia alcun partito, che non fosse prudente, potendo nei consiglieri e nei capi del Municipio e del Comitato più la carità della patria, che l’ira. Decisero pertanto di mandare commissari in castello, che vedessero l’Haynau, e gli esponessero le cagioni per cui Brescia era sorta e voleva mantenersi in armi. Non fidandosi alcuno del tenente maresciallo, non furono i messi designati per sorte o per elezione; ma, come a sacrificio di vita si offrirono alla pericolosa andata Lodovico Borghetto e Pietro Pallavicini, animosi giovani, che erano stati pochi dì prima chiamati ad assistere il Sangervasio. E perchè si veda come i nobili esempi portano tosto i loro frutti, l’avv. Barucchelli e Girolamo Rossa vollero andare compagni ai primi due, e un Novelli si pigliò il carico di vessillifero, e li precedette col segnale di pace. Così si mossero per andare al castello, accorrendo d’ogni parte la moltitudine, che ora pregava loro dal cielo il ritorno, ora fremeva e si rifiutava di dare il passo, temendo che da quell’andare e venire non ne uscisse qualche brutta conclusione. Pervenuti i commissari al castello, furono messi dentro e condotti di mezzo a due file di ufficiali, che non si astennero punto dal minacciarli, fino ad un salotto, ove l’Haynau coi maggiorenti dell’esercito li stava attendendo.

Parlò uno dei commissari, narrando i fatti come erano corsi, e la città lasciata in propria balia, e gli impedimenti posti al valido ordinamento d’una guardia civica, e gli ordini avuti dal Ministero Sardo, e il debito di fede che stringeva la città per voto solenne al regno dell’Alta Italia, e infine le notizie della guerra e i patti dell’armistizio, che volevano sgombra la Lombardia dagli Austriaci: in così dire offerse copia dell’atto al tenente maresciallo, il quale con un ghigno feroce rispondeva: saper tutto, essere informato di ogni cosa, ma non voler parlare di questo; doversi parlare soltanto della resa ch’egli aveva intimata alla città pel mezzogiorno. Erano allora presso ad undici ore. I commissari come ne avevano ordine, chiesero 48 ore di tempo per meglio chiarire i fatti, protestando pur sempre che se un armistizio era stato firmato, doveva intendervisi compresa anche Brescia, e che se contro i patti, o senza dar altre soddisfazioni, gli Austriaci avessero attaccato quel dì stesso, di fermo la città si sarebbe difesa fino agli estremi. Ripeteva l’Haynau, quasi per fuggire dall’argomento dell’armistizio: Ho detto a mezzogiorno, ho detto a mezzogiorno! E gli altri a dimostrargli che mezzogiorno era tanto vicino, che appena rimaneva tempo a notificare di nuovo quel suo ultimato ai cittadini. Allora concesso due ore di respiro oltre il mezzodì; e presi gli appunti sull’orologio, senza altro dire accomiatò i parlamentari.

A codesta infamia assistevano anche gli altri ufficiali superiori; nè alcuno osò o volle disingannare i prodi Bresciani; ma anzi tutti se ne stavano ad arte pensosi.

Tornati i deputati in città, e venuti al Municipio riferirono le cose udite e le vedute; l’Haynau starsene veramente nella rocca con truppe nuove e fresche; i soldati o gli ufficiali minori mostrarsi insolenti e superbi, come gli Austriaci non sanno fare che nella fortuna seconda; avere il tenente maresciallo parlato alto ed arrogante; ma per contrario niuno essersi levato a smentire l’armistizio di Chzarnorwsky o le sue vittorie. A quel fatto, già per sè di grande significanza, aggiungevano valore le novelle per via sicurissima allora pervenute a Brescia, che gli Austriaci se ne erano tornati dal Piemonte in Milano senza alcuna pompa militare, senza le musiche, muti, laceri, disordinati, in aspetto di vergognosi e dolenti. Prova certissima, come tutti allora credettero a Milano, e come più facilmente si doveva credere a Brescia, già eccitata a maschi propositi, che quella fosse una ritirata pattuita e concessa, perchè il tumulto e la disperazione d’una fuga barbarica non avesse a consumare il paese(11).

Il Sangervasio, uscito in sulla loggia del palazzo municipale, alla fremente moltitudine di che era gremita la gran piazza e le propinque vie e le finestre della case e infino i tetti, rispettoso e grave, lesse senz’altri commenti l’intimazione dell’Haynau, e narrò quello che ai messi era intervenuto.

Allorchè giunse a riferire le superbe parole dell’Austriaco e le due ore concedute, perchè Brescia si risolvesse a darsi vinta per paura, dall’innumerevole folla levossi un grido formidabile: Guerra! vogliamo guerra! libertà o morte. Era il mezzogiorno. Dato il voto, il popolo tacque e si sciolse; sicché in pochi minuti la piazza rimase muta e deserta. Correvano gli uomini pei loro quartieri e alle case a prendere le armi, ad afforzare le barricate, a mettere gl’infermi ed i bambini in salvo nelle cantine, e a dare gli ultimi baci e gli ultimi consigli alle donne; le quali, lodando la difesa, e non mostrandosi punto smarrite per la gravezza del pericolo, animosamente apprestavano le armi virili e le proprie: cartuccie, sassi, tegole, acqua bollente. Anzi molte ne furono viste armate e succinte correre alle mura ed alle serraglie: “e due sorelle fra le altre, fanciulle entrambe, e di vita e di casa onorate, le quali a vederle muovevano pianto d’orgoglio e di tenerezza, e più che di guerriere rendevano immagine di martiri cristiane(12).” Così confortandosi ed ammirandosi l’un l’altro, e i propri dolori dimenticando per consolare i dolori fraterni, passarono i cittadini due ore sublimi, respirando un’atmosfera di sacrificio e d’amore; sicchè furono allora fatte molte paci, e spenti e perdonati molti odi antichi, come se quella fosse una comune preparazione ad una santa morte. Allo scoccare delle due tutte le campane della città, come se fossero siate mosse da un solo uomo, e tocche da uno stesso martello, cominciarono a suonare a stormo. E questa fu la risposta dei Bresciani alle minacce dell’Haynau.

Subito dopo cominciò dalle case, dai tetti, dai campanili, dalle porte, un vivo moschettare contro gli avamposti nemici, che debolmente rispondevano, e solo coi fucilieri dell’antiguardo. Ma non per questo perdevano essi tempo: perchè poco lungi della porta Torrelunga, a Villa Maffei, stavano puntando, a mezza gittata di cannone una batteria di grossi mortai; e intanto, fatte quattro nuove schiere di fanti, prendevano ordine ch’esse, col favor della nebbia, girando poco fuori delle mura, si conducessero presso le altre porte della Città, e s’appostassero poco lungi dai sobborghi per far impeto tutte assieme quando le artiglierie del castello ne avessero dato il segno. Per tal modo l’Haynau, moltiplicando gli assalti, i pericoli, le paure, sperava di forzare con poco sangue de’ suoi la città, tanto più che i fuochi del castello potevano battere di fianco e di rovescio tutte le porte, e principalmente porta Torrelunga e porta Pile, le quali dovevano essere quel giorno oppugnate più duramente che mai.

Cominciò il Castello a tuonare verso le tre pomeridiane; e allora ad un tratto la città fu attaccata da ogni parte, e tutte le porte furono combattute col ferro e col fuoco. L’artiglieria, fulminando furiosamente in breccia contro porta Torrelunga, schiantò le spranghe di ferro dei cancelli, spezzò la barricata esterna. I nostri si ritrassero entro la porta, e i nemici ad inseguirli; ma ne furono aspramente ributtati. E sebbene dal castello venisse tutt’intorno alla porta una sì fitta tempesta di bombe, di granate, di razzi, che spesso ai difensori pareva d’essere dentro un cerchio di fiamme; sebbene i fanti di Nugent più volte tornassero all’assalto, e i mortai squarciassero con orribili colpi le crollanti trinciere, nondimeno i volontari dello Speri duravano intrepidi alla guardia di quel posto, che niun soldato di professione avrebbe più oltre osato difendere.

Mentre così lo sforzo della battaglia pareva, come nei giorni innanzi, concentrarsi a porta Torrelunga, l’Haynau commise al battaglione dei fanti di Baden di occupare di forza lo sbocco delle vie che mettono al centro della città. Trovarono i soldati duro contrasto, e furono ricacciati con molte morti dai colpi sicuri, che uscivano dalle barricate, dalle finestre e dalle torri. Ma dopo che si furono ritratti più in alto, e distesi a mezza china, cominciarono col vantaggio del sito a tempestare i Bresciani con un fuoco di fila assai ben nutrito. I nostri allora con ottimo avvedimento pigliarono partito di lasciarli calare e di combatterli nelle vie.

Fermato questo consiglio, essi a poco a poco si ritrassero dall’estrema barricata, eretta allo sbocco della via che mena al castello e che per quasi due ore aveva sostenuto il fuoco dei soverchianti fucilieri tedeschi; poi fatta una mostra di difesa, abbandonarono anche le altre barricate di sant’Urbano, e delle Consolazioni.

Gli Austriaci, a cui già sapeva strano quel lungo e micidiale contrasto di un popolo imbelle contro milizie agguerrite, facilmente s’indussero a credere quello che loro pareva naturale. E però, atterrati gli impedimenti e disfatte le serraglie, si cacciarono innanzi per le insidiose vie. E così urlando e minacciando sboccarono sulla piazza dell’Aldera. Quivi li aspettavano i Bresciani, appostati tutti all’intorno nelle case, e dietro saldissime trinciere, che chiudevano ogni sbocco della piazzetta verso le più interne parti della città. Il primo nodo di fanteria nemica, che uscì in sull’aperto, fu da un nugolo di palle decimato. E così gli altri, a misura che accorrendo al rumore della battaglia, giungevano sotto le feritoie cittadine. Non per questo i sorvegnenti soldati, contenuti e sospinti dai pelottoni che s’avanzavano dietro di loro per la via angusta, potevano ritrarsi dal mal passo. Per cui, disperati d’ogni altro scampo, fatto un nodo, e come meglio potevano copertisi dagli stessi colpi, si avventarono risolutamente alla baionetta in sulle barricate. Ma un fuoco a bruciapelo, diretto da mani ferme e da cuori sicuri, menò di loro siffatta strage, che nessun altro osò più ritentare la prova.

Stava l’Haynau alle vedette in sullo sterrato del castello, accanando con messaggi e con rinforzi il valore de’ suoi, e ammirando, pur suo malgrado, quello degli avversari. E quando vide atterrata a piè delle barricate l’ultima schiera, dicono che esclamasse: “Se avessi trentamila di questi indemoniati Bresciani vorrei ben io tra un mese veder Parigi!(13)” E intanto comandava che tutte le riserve del battaglione di Baden e le compagnie di Rumeni calassero a rinfrescare la battaglia. E perchè i soldati ci andavano a malincorpo, come quelli che avevano veduto tornar pochissimi de’ molti che erano stati al primo fatto, l’Haynau volle che il tenente colonnello Milez si ponesse alla loro testa. V’ha chi assicura, che per usare più spicci conforti, facesse spianare i cannoni del castello contro i soldati tentennanti, gridando loro “che se avessero voltate le spalle ai borghesi, si sarebbero trovati in faccia alla mitraglia imperiale(14).”

Fatto sta che gli Austriaci s’avventarono di nuovo all’assalto. Ma appena le prime schiere si furono messe per la perigliosa forra, che il Milez cadde col cuore trafitto da una palla di carabina. A quella vista i Bresciani, levando uno strido di vittoria, saltarono fuori dai ripari e dai nascondigli, e colle baionette, colle daghe, colle coltella corsero sui nemici, desiderando pur una volta di odorare il loro fiato, come ferocemente chiedevano i macellai, di cui una grossa brigata era venuta alla difesa di sant’Urbano. Di che fu sì grande lo spavento dei soldati, incalliti al fischiare delle palle e al tuonare dei cannoni, ma insoliti a sostenere il baleno d’occhi sanguigni e il digrignare dei denti, ch’essi se ne andarono in dileguo, abbandonando morti o feriti in mano al vincitore; e fra questi anche il loro tenente-colonnello, non ancora ben freddo. I Bresciani lo svestirono, e le spoglie mandarono in città affinchè le vedessero le donne, i vecchi, e ne pigliassero augurio di vittoria. Il cappello e la spada donarono però al feritore, giovane popolano, che, armato d’uno stutzen, da più ore con occhio infallibile stava spiando e saettando gli ufficiali nemici. Il popolo lo gridò capitano del posto; ed ei si piantò presso la commessagli barricata colle trionfali insegne, e vi stette bersaglio ai nemici, e trofeo vivente del valore italiano, finchè delle tante che lo cercavano non l’ebbe giunto una palla che gli ruppe il magnanimo petto.

Così la piazza dell’Albera, ingombra da mucchi di cadaveri, restò ai nostri: e gli Austriaci non osarono più neppure far capolino dalla via di sant’Urbano. Ma da un’altra parte si riscattava il pertinace Haynau, il quale poichè vide alla prova come in quel labirinto di strade nulla potessero le artiglierie e poco la disciplina, racimolati quanti erano o per ufficio, o per ultima riserva, o per mal ferma salute rimasti in castello, e fattone un battaglione di mezzo migliaio di fanti d’ogni arma, lo pose sotto la direzione del tenente Imeresk, commettendogli di lanciarsi a corsa sui bastioni orientali, e di non sostare finchè non fosse riuscito alla torre che sta ai fianchi e quasi in sul collo della porta Torrelunga, ove già ferveva da due ore la mischia tra le compagnie dello Speri e la brigata Nugent, condotta quel dì all’assalto dal colonnello Favancourt, che poi vi rimase morto. Quando lo Speri vide gli Austriaci in sulle mura sovrastanti alla barricata di porta Torrelunga, ordinò a’ suoi che, senza far altro contrasto, riparassero dietro alle barricate più interne, le quali già erano state fra loro legate con tale avvedimento, da formare una nuova linea difendibile. Ma tanto era il furore dei Bresciani, e sì fermo in loro il proposito di morire, che nè comandi, nè preghiere potevano indurli alla ritirata; e molti rimasero e caddero al loro posto. “Fra questi ricorderemo Cesare Guerini, giovane soave di forme e d’ingegno, che ferito in un ginocchio sarebbe venuto in mano de’ truci, se non era un altro giovinetto appena quindicenne, e d’umile condizione, il quale non potendo vedere, come ei diceva, morire quel buon signore in mezzo ai nemici, tornato indietro tra il grandinare delle palle e quasi d’in sulle baionette austriache, levò di terra il ferito, e recatoselo in collo, lo trasse dietro le barricate. Ed un ferito mentre era portato per le vie sentendo alcune donne compiangerlo e muovere lamenti e che? sclamava, credete voi che alla guerra si vada a scambiar baci? state allegre, gridate viva l’Italia, e lasciate piangere i tedeschi(15).”

Intanto la brigata di Nugent, rotta la barricata di porta Torrelunga, si rinversava in città; e mentre una colonna correva a prendere di fianco porta sant’Alessandro, e a sfondarla per mettervi dentro le compagnie, che infino allora avevano indarno dalla campagna combattuto quel posto, un’altra colonna si buttava sulle barricate interne, e faceva prove di entrare nel cuore della città. Fu l’urto violento per modo che gl’inimici penetrarono tino alla Bruttanome; ma poi accorrendo loro addosso da tutte le strade cittadini e valligiani, e venutosi a lotta più serrata di baionette, di pistole e di pugnali, furono risospinti ed inseguiti fino alla porta. E qui i nostri piansero gravemente ferita la più intrepida fra le eroine bresciane.

Cadeva il crepuscolo, e il feroce Haynau, temendo che i suoi per le incerte ombre si lasciassero tirare sprovvedutamente dietro le insidie cittadine, comandò che sostassero e si fortificassero nei posti che avevano con tanto sangue acquistati. Ma in sostanza la città durava ancora pressoché intatta, perchè i nemici dal lato di sant’Eufemia erano stati ricacciati fin sulle mura ed alla soglia di porta Torrelunga; nè dentro la porta sant’Alessandro avevano potuto fare alcun progresso di considerazione; alla scesa del castello tenevano appena quell’estremo lembo del quartiere di sant’Urbano, dove erano stati tirati ad arte. Alle porte di san Nazaro e di san Giovanni n’era stato piuttosto simulacro e fracasso, che pericolo d’assalto; a porta Pile, per la prossimità del castello, e pel giuoco delle soprastanti artiglierie, era riuscito più aspro il combattere degli Austriaci, e più onorata la vittoria dei Bresciani.

Senonchè atrocissimi consigli agitava l’animo dell’Haynau; il quale sapendo come il dì appresso tutto il terzo corpo dell’esercito con fioritissima artiglieria dovesse giungere sotto Brescia, smaniava d’impazienza, e recavasi ad onta di non avere espugnata la città prima che giungesse il soccorso, quasichè quel poco d’indugio, che altri avrebbe saputo volgere a benefizio d’umanità, potesse macchiare il suo onore, e fargli uscire di mano l’indubbia vittoria. Volle tentare in quella notte stessa un’estrema prova se mai colla pietà e coll’orrore potesse vincere gli animi, che la paura e la morte non avevano saputo piegare. Già a molte case suburbane ed a molte ville de’ Ronchi era stato, come dicemmo, appiccato il fuoco; tantochè sull’imbrunire si vedeva la nobile città incoronata d’incendi. Quando le tenebre posero fine agli assalti, fu comandato e insegnato ai soldati di forare i muri delle case e penetrare nell’interno, abbruciando e devastando: nuovo ed orribile modo di guerra. A quest’uopo venivano per ogni pelottone alcuni gregari recando acqua ragia, pece, paglia ed altro da appiccare e propagare rapidamente le fiamme: e gli uffiziali si facevano maestri di questa barbarie. Gl’incendi ruppero spaventevoli principalmente nelle case di sant’Urbano e nei vicoli popolatissimi che stanno presso a porta sant’Alessandro: e presto giganteggiarono le vampe, spandendo largamente un orrendo chiarore sotto il cupo orizzonte d’una notte nebulosa.

I cittadini vegliavano in armi quell’ultima notte della libertà lombarda: e combattendo il fuoco ed i nemici, con maravigliosa gara di pietà, soccorrevano i feriti, raccoglievano ed ospitavano le famiglie fuggenti dalla ferina caccia de’ Croati, i quali, poiché avevano saccheggiata una casa ed incendiata, si postavano presso ad essa ad insidiare i soccorrevoli, a scannarli senza riguardo a sesso o a età, prolungando soltanto per le donne il supplizio per appagare prima i loro istinti brutali. Gli stridi delle vittime di tratto in tratto si facevano udire fra il continuato moschettare, a cui tenevano dietro le grida di viva Haynau! saccheggio ed incendio a Brescia! grida che i proconsoli del paterno regime austriaco facevano emettere da quelle belve ferocissime. Con viva all’Italia, rispondevano i nostri a quelle umane ecatombi.

Poco oltre il mezzo di quell’orribile notte si raccoglieva a consiglio il Corpo municipale, chiamandovi i più autorevoli cittadini, fra’ quali alcuni della guardia nazionale, i duumviri Contratti e Cassola. Brevi parole vi si fecero. Parecchi, allibiti e disfatti, mostrando più colla mano che colla voce l’atmosfera ardente che soffocava la città, pregavano che si cedesse al destino. I più stavano sopra pensiero, come aspettando od ascoltando un’interna ispirazione; al di fuori s’udiva crescere ed avvicinarsi il crepito degli incendi, il rovinio delle case, il tuonare degli schioppi, il rintocco rabbioso delle campane, e quello che sopra ogni altra cosa trafiggeva il cuore, le grida di donne e di fanciulli e gli urli come di fiere, che ora parevano dileguarsi lontano, ora finire strozzati, ora scoppiare in sulla piazza del Municipio, secondo che il vento ne portava col fumo, e colle faville quel viluppo di suoni orribili e pietosi. “Dinanzi a siffatto spettacolo, scrive il Correnti, levossi taluno chiedendo gravemente se rimanessero armi, combattenti, munizioni e speranze. Rispose il Comitato di difesa: non essersi perduto un fucile: pochi dei combattenti caduti, e quei che rimanevano tanto più feroci e deliberati: le munizioni bastare per un giorno ancora: aspettarsi aiuti dalle valli e dal Camozzi che forse fra poche ore, o certamente entro il domani doveva capitare: della guerra grande non v’essere altre nuove dopo quelle dell’armistizio, che l’Haynau non aveva osato negare. I consiglieri allora considerando che se era cresciuto il pericolo, non erano però mutate le ragioni dei difendersi, decisero, che Brescia terrebbe finchè le avanzasse una cartuccia, od una speranza. E fu di subito codesta deliberazione notificata al popolo, che, raccolto sotto la loggia, confortava i suoi magistrati a pigliar per migliore il partito più onorevole.”

III

L’aurora della domenica, prima di aprile, spuntava scolorata. Non si udivano più gli inni patriottici, le grida di gioia, le manifestazioni d’entusiasmo: soltanto lo sconforto si leggeva nel volto dei cittadini. Non era che il potente braccio del popolo bresciano fosse infiacchito dalle bombe e dalle baionette: lo spettacolo della morte dei molti Martiri non aveva fatto che accrescere energia ai cuori audaci dei volontari della libertà: era il sentimento dell’umanità, sconosciuto agli Austriaci, che aveva trovato facile albergo ne’ petti bresciani. Il martellare spesseggiava più furioso del dì innanzi; i cittadini si cacciavano dappertutto fuori delle serraglie ad assalire i nemici, a snidiarli da quei posti che avevano sorpresi durante la notte, e col favore degli incendi. Haynau meravigliò come Brescia ancora combattesse tanto arditamente; e ne furono sì sbigottiti i soldati, che a porta Torrelunga vennero in tanta confusione, che se i nostri fossero stati più numerosi e freschi, come erano intrepidi, forse ne usciva la salute dell’eroica città.

Schiere austriache si erano avanzate a scaglioni dal lato della Bruttanome, ed avevano piantati due cannoni per battere le interne barricate, quando ardimentosi cittadini colle baionette e colle picche erano sboccati per una via traversa, si erano avventati contro quelle con immenso impeto, avevano rovesciate le prime file, ed erano riusciti addosso ai cannoni, che i soldati avevano dovuto difendere coi loro corpi e tirare a forza di braccia fin presso le mura.

Questa fu l’ultima vittoria del popolo bresciano. Imperocchè in quell’istante istesso, in cui i soldati in sulle mura e a capo delle vie, storditi dell’irruente furia bresciana, cominciavano a piegare, nuove artiglierie e nuovi battaglioni giungevano dal Ticino e dal Mincio sotto la città, e l’Haynau li faceva subito entrare nella battaglia, che da quel punto egli condusse con arte veramente infernale. Schierate le artiglierie sulle mura, e agli sbocchi delle vie spaziose si davano gli Austriaci a mitragliare, affinchè i cittadini non potessero stringere d’appresso colle armi corte i soldati: poi, inquietando con falsi assalti e con rumore di moschetti i difensori delle barricate, di repente dirizzavano il cannone e l’impeto dei guastatori contro qualche casa, i cui muri sfasciandosi lasciavano accesso ai soldati, i quali vi irruivano, col ferro e col fuoco ove non era difesa alcuna. Trascorrendo e passando di casa in casa, uscivano a tergo o in sui fianchi delle serraglie meno munite, e mostrandosi improvvisamente alle finestre e di mezzo agli incendi, confondevano ogni ordine della difesa cittadina.

“A stravolger le menti ed agghiacciar nelle vene il sangue, così il Correnti nella sua terribile narrazione, s’aggiungeva la vista delle orribili enormezze, a cui o ebbri, o comandati, per natura stolidamente feroci gl’Imperiali trascorsero: cose che escono dai confini non pur del credibile, ma dell’immaginabile. Perchè non solo inferocirono contro gl’inermi, le donne, i fanciulli e gli infermi, ma raffinarono per modo gli strazii, che ben si parve come le umane belve anche in ferocia passino ogni animale.

Le membra dilacerate delle vittime scagliavano giù dalle finestre e contro le barricate, come si getta ai cani l’avanzo di un pasto. Teste di teneri fanciulli divelte dal busto e braccia di donne e carni umane abbrustolate cadevano in mezzo alle schiere bresciane, a cui allora parvero misericordiose le bombe. E sopratutto piacevansi i cannibali imperiali nelle convulsioni atrocissime dei morti per arsura; onde, immollati i prigioni con acqua ragia, li incendiavano; e spesso obbligavano le donne de’ martoriati ad assistere a siffatta festa; ovvero, per pigliarsi giuoco del nobile sangue bresciano sì ribollente alle magnanime ire, legati strettamente gli uomini, davanti agli occhi loro vituperavano e scannavano le mogli ed i figliuoli. E alcuna volta (Dio ci perdoni se serbiamo memoria dell’orribil fatto) si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti. Di che molti morirono d’angoscia e più assai impazzirono.”

E il popolo bresciano, ad onta dei nuovi nemici accorrenti da tutte le parti ad opprimere una città di soli trentacinque mila abitanti, ad onta della persuasione essere vano ogni ulteriore contrasto, ad onta degli strazi testè narrati e d’una imminente rovina, non si dava per vinto, durava fermo alle poste e combatteva. Nè ciò basta, chè, scorta la bandiera di pace, inalberata sulla loggia del Comune, strepitò sì fattamente, che fu forza rizzare di nuovo il vessillo rosso, segnale di guerra disperata. E siccome i nemici, incendiando uomini e case, sempre più si venivano allargando, levossi una voce a consigliare a’ cittadini, che, messi colle loro mani in fiamme anche i quartieri del centro, si gettassero tutti, uomini e donne, col coltello in pugno a cercare in quel vasto baratro di fuoco i nemici, e a morire sui loro cadaveri. Ma fu chi sviò il popolo da quel tremendo consiglio, che avrebbe avuto compimento, ricordando che molte spie stavano tuttora impunite nelle prigioni. I più feroci trassero a quell’invito di sangue; e cavati di carcere alcuni tristissimi mezzani della inquisizione austriaca, li fucilarono, sfidando così i sovrastanti nemici. I nomi di quei rifiuti della società sono: un Imiotti, cursore di Polizia, un Sambrini, un Giovanni Marinoni, detto Brutto, ed altro agente di Polizia col soprannome di Menacò. Non crediamo tacere, affinchè non si abbia a dare a questo fatto maggior valore di quello che porti un trabocco d’indignazione, come la Commissione dei giudizi avesse di que’ scellerati già formato il processo, e già deciso di dannarli alla pena capitale, quali felloni del popolo sicari dello straniero.

Mentre così la folla si diradava, parte correndo alle carceri, e parte traendo di nuovo alle serraglie per ringagliardire la difesa, il Municipio, nel timore che la moltitudine, cieca di ira e di giusto dolore, non incrudelisse contro sè stessa, accettò, anco dietro consiglio del prete Mor, l’offerta che gli fece il Padre Maurizio, priore de’ Riformati, di interporsi paciere appo la Jena. Il valent’uomo ben sapeva come la cocolla non fosse obice troppo sicuro contro i Croati, tuttavolta si mise animosamente per la via del turrito covo, accompagnato da un altro frate, e preceduto da un tal Marchesini, mirabile popolano a cui l’amore di patria in quel dì supremo ispirò eloquenza di tribuno e coraggio di martire.

Più fiate venne inceppato il cammino al vessillo bianco dai soldati, che non volevano saperne di dar quartiere, e dai cittadini che non volevano nè impetrarlo, nè accettarlo. Pure al fine, dopo lungo rigirarsi e pregare riuscirono i messi al castello.

Il Padre Maurizio con quella autorità che gli concedeva di prendere la riputazione di eloquenza e di bontà in cui era tenuto da tutti, venuto innanzi all’Haynau, fece ogni prova per cavarne pronta e benigna risposta, e gli consegnò una lettera degli uffiziali austriaci prigionieri di guerra in Brescia, i quali pregavano il tenente-maresciallo a ricordarsi in che mani fossero, e per che cagione; e un foglio in cui il Municipio, significando che la città sarebbesi senz’altro contrasto rassegnata alla forza, chiedeva a quali patti si potesse cessare il macello. Haynau, duro e muto, non annuì neppure a comandare che durante il colloquio le armi posassero. Epperò ne venne che mentre i Bresciani, incorreggibilmente cavallereschi, sapendo salito il Padre Maurizio ai castello, e temendo per la sua vita, si conteneva dall’offendere gli Austriaci, questi, per lo contrario, trovate sprovviste o debolmente difese parecchie barricate, contro ogni legge di guerra, si avvantaggiarono per modo, e per tante vie si vennero distendendo, che si può dire senza esagerazione avere quelle poche ore di falsa tregua assai più nociuto a Brescia dei molti giorni di battaglia.

Intanto la spietata Jena lasciava, che il Padre Maurizio gettasse il fiato e le lagrime; e solo una volta con un cotal suo ghigno gli accennò la strada di Milano, che da quell’altezza tutta, finchè bastava la vista, si scopriva. In quella si scorgevano luccicare per lunghissimo spazio le baionette de’ battaglioni accorrenti su Brescia. Infine, dopo quasi due ore, lo accommiatò con uno scritto, ove in mezzo a parole aspre e sconvenienti a tanta sventura e a sì alto valore era pur detto: Che nulla d’ostile avrebbero a soffrire i pacifici cittadini. Ne’ termini a cui erano venute le cose, parve al Municipio di doversene contentare; e veramente la promessa, quantunque non portasse alcuna sicurtà, assai larga doveva giudicarsi, se quella parola d’onore che sanciva le minaccie, si aveva a tenere per buona e ferma anche a sancire le promesse. E benchè lo scritto del tenente maresciallo fosse duro e nimichevole, piacque tuttavolta al nobile orgoglio de’ Bresciani, gelosissimi della fede loro; essi preferirono non fosse imposto, nè consentito alcun atto di soggezione, recandosi a gloria di essere trattati come nemici e come vinti, e non come servi perdonati e rimessi all’usato giogo. Le altre condizioni erano che si togliessero le barricate e si smurassero le porte; che niun cittadino uscisse armato o armato si affacciasse alle finestre; che quelle case da cui fosse partito un colpo sarebbero state rase; che sei ostaggi fra i principali della città rispondessero vita per vita dei prigionieri austriaci. Degli ostaggi non occorsero altre parole, avendo il Municipio, quando già i nemici di fronte alla loggia apprestavano le scale e le fiaccole, accettato gli altri patti dell’Haynau e resi i prigionieri.

Le condizioni della resa furono gridate per tutta la città; e vennero mandati parecchi cittadini bene accetti al popolo a divulgare la capitolazione e a predicare la pazienza e la prudenza. Quasi tutte le case ed i campanili misero subito fuori bandiera bianca; molte barricate furono disfatte; e molti cittadini, gettato in terra lo schioppo, corsero al Municipio, agli spedali ed agli incendi, offrendosi a servire la patria caduta ed umiliata, come l’avevano servita libera e gloriosa. Ma ai macellai sapeva amaro il cedere; questi, ridottisi tra porta Pile e porta san Giovanni, sostennero fino a notte una valida difesa; il che fu cagione di saccheggio e rovina, non solo a quella parte di città, ma ad altri luoghi, dove pure ogni contrasto era del tutto cessato. I soldati chiedevano, come premio lungamente promesso, saccheggi e carnificine; e l’Haynau glieli concedeva; e moltissimi uffiziali volontieri avrebbero tenuto loro il sacco.

IV

Le torme austriache si sguinzagliarono subito dopo la resa per le piazze e per le vie, gridando con efferata gioia: Viva l’imperatore, viva Radetzky, viva Haynau! Ma i cittadini, non potendo più rispondere a quegli insulti con colpi di moschetto, dimostrarono loro almeno che avevano aperte le porte alla forza brutale; ma che giammai il bombardatore fanciullo li avrebbe ridotti alla servilità di inchinarsi al suo nefando altare.

Lo stato maggiore mandò a chiedere al Municipio viveri ed alloggi; e non lasciò di far capire come i soldati fossero stanchi e riscaldati dalla lotta e dalle celeri marce nella speranza di saccheggiare la città. Il Municipio che, quantunque minacciato, per miracolo di virtù civile, non aveva abbandonato il posto, non sapeva come aderire alle domande degli Austriaci. Erano parecchi giorni che in Brescia non entravano più carni; e nella pressura dell’assalto non si era neppur pensato a far pane. Fuggiti o rintanati nei nascondigli i fornai, gli osti, i pizzicagnoli; morti od ancora ostinati all’ultima barricata i macellai; oscura la notte, spezzate le lampade, chiuse tutte le finestre, piene le vie di soldati, che, guidati dal sinistro chiarore degli incendi, traevano colle scuri a sfondare usci e botteghe; l’andare nelle strade portava pericolo di morte; per cui non si potevano neppure mandare avvisi, nè chiedere consigli, nè interporre le supplicazioni presso i generali, i quali, sia avanzo di pudore, sia arte di crudeltà, non si lasciarono trovare. Malgrado tutto ciò, il Municipio, a mezzo dei fornitori di viveri nel castello, provvide che si imbandissero per le vie quindici mila razioni di pane, vino e salumi. S’aggiunsero legna e strame in buon dato. Allora si accesero per la città i fuochi dei bivacchi, e intorno ad essi il tumulto barbarico e le gozzoviglie dei vincitori durarono sino all’alba.

La lunga agonia di quella notte non fu senza un ultimo raggio di speranza; imperocchè, in sulle undici ore, quando era dappertutto cessato ogni conato, i Bresciani, che, quantunque chiusi nelle più remote parti delle loro case, stavano tuttavolta vigili per timore d’una irruzione de’ truci, udirono di repente a scoppiare e mano mano distendersi poco lungi dalla città, verso ponente, una viva fucilata. Durò quel tumulto, come d’un’avvisaglia d’avamposti, per alcune ore; poi svanì senza che altro per allora se ne sentisse. Seppesi poi che in quella notte si erano gli Austriaci azzuffati coi volontari di Camozzi e di Narducci, i quali, lasciata Bergamo quando già correvano tristi novelle della battaglia di Novara, e nondimeno deliberati di mettersi a qualsiasi rischio anzichè abbandonare i Bresciani, la resa dei quali ignoravano, erano per la strada di Fantasine pervenuti, con quasi ottocento uomini, e con un buon carico di polvere e di armi, in vista della città sul declinare della domenica, e si erano spinti con un’audace manovra e non senza sangue fino nel borgo di san Giovanni.

Se un tal Patuzzi, agente comunale, citiamo il nome a sua perenne infamia, non si fosse fatto delatore appo l’Haynau, col riferirgli come i posti avanzati del Camozzi fossero ad Ospedaletto del Mella, questi avrebbe potuto sorprendere gli Austriaci e rinfrescare la lotta. Disgrazia volle che oltre all’essere i volontari prevenuti, gli Austriaci ne trovarono l’antiguardo sorpreso nel sonno; essi lo cinsero e gli furono addosso uccidendo ventuno di que’ generosi. Alla fucilata accorse il Camozzi; egli pugnò con estremo ardimento insino alla mattina, facendo non una volta retrocedere i nemici; ma saputo della capitolazione di Brescia, e come imponenti forze nemiche marciassero verso la città, riflettè che ormai non avrebbe potuto coi pochi suoi volontari occuparsi in imprese che rialzassero la bandiera italiana nella Lombardia; disciolse allora la sua gente e si congedò da loro.

In compagnia del generale Camozzi trovavasi un personaggio illustre per fama italiana, vogliamo dire il padre Massimino, uomo di vasta mente, di condotta rigorosamente evangelica, di cuore divampante d’amor patrio. Se il clero di Roma si componesse di sacerdoti simili al padre Massimino, l’Italia avrebbe ormai la sua capitale, alzerebbe le mani al cielo per ringraziare il Dio dell’amore e della fratellanza dei popoli.

Poco mancò che l’Italia non perdesse sotto le mura di Brescia questi due suoi prodi campioni, giacchè, essendosi avanzati in compagnia soltanto di un aiutante per osservare le mosse dei nemici, erano stati colti all’improvviso da un picchetto di cavalleria austriaca, che passò sul ponte sotto il quale essi ebbero appena il tempo di nascondersi. Fu al certo l’angelo della libertà che li salvò da quel pericolo.

Riferiamo alcuni fatti, i quali chiaramente dimostrano come i mercenari austriaci, lasciandosi uscire quasi sempre di mano i validi e i combattenti, si avventassero bramosamente contro gli infermi, le donne e i fanciulli.

La mattina della domenica, 1.° aprile, i Moravi dalla scala di sant’Urbano discesero dopo un fiero contrasto nel vicolo della Carità, e mandarono le case che erano lì intorno a fuoco ed a ruba; fra le quali era quella in cui un tal Guidi teneva un collegio d’educazione per fanciulli. Vi irruirono i soldati, non essendovi che la madre del Guidi, donna assai avanti negli anni, la moglie di lui e dodici alunni sotto la guardia di un servo. I saccomanni cominciarono a rompere, strepitare, minacciare, invano pregando loro d’innanzi le donne ed i fanciulli. Poi, cresciuto il furore, presero fra gli alunni il più tenerello di età, e lo sgozzarono. Il servo, che l’indegno strazio di quell’innocente non seppe sopportare, senza far prove di difenderlo, fu morto: e dopo di lui, le due donne e alla rinfusa quanti altri diedero nelle mani di quelle furie: appena alcuni di quei fanciulli furono salvati da un gendarme italiano. Di questo martirio andò subito il grido per la città; e benchè già a tutti e da tutte le parti sovrastassero supremi dolori, nondimeno fu grande la pietà delle molte madri accorrenti al Municipio per aver novelle de’ loro figliuoli.

Più fiero fu lo strazio dei Parolari, mercanti onorati alle Cantarane, poco lungi da Torrelunga, nella cui casa entrati i dragoni il sabbato sera, ferirono di squadrone e lasciarono per morto il figlio Luigi, giovane d’animo prode, ma non atto all’armi per forte epilessia. I parenti lo portarono in camera, e tutta quella notte lo vegliarono, benchè le case e le propinque vie fossero in fiamme. Il mattino della domenica di nuovo irruirono i soldati, e strappato pe’ capegli giù dal letto il moribondo, sconciamente lo percossero, sicchè appena la madre con lagrime e con industria di blandimenti e di doni ottenne che nol finissero. Ma poco valse; perchè quanti soldati passavano per quella via come a data posta traevano a pascersi del doloroso spettacolo; ed ogni fiata erano nuove ferite all’agonizzante, e nuove trafitture al cuore della madre, la quale, nè per minacce, nè per l’abbandono di tutti i suoi, mai si mosse di là, supplendo cogli atti, quando le mancavano la voce e le lagrime, di pregare in misericordia pella vita del figliuolo. Così dieci volte vide la derelitta co’ propri occhi l’assassinio del suo sangue, finchè un croato suggellò quel lungo spasimo, freddando con un colpo di grazia il corpo mutilato e malvivo presso il quale l’amore materno pregava e sperava ancora.

Pietoso fatto fu anco quello della Piozzi, che, vecchia e inferma, trovossi di notte cacciata fuori da una sua villetta, ove ella viveva sui Ronchi, e tratta fra le imprecazioni e le minacce dei soldati, e obbligata a vedere dall’una parte l’incendio della città, e dall’altra parte la ruina della casa. Non è villanìa che non le facessero percuotendola e straziandola a diletto; e certo l’avrebbero uccisa, o lasciata morire di dolore e d’affanno in sulla nuda terra, se non erano alcuni contadini nei quali tanto potè la pietosa vista di quella canuta posta a sì indegno vituperio, che, fatto impeto d’improvviso, la tolsero di mano a’ soldati e la condussero a salvamento in un seno più remoto di que’ colli.

Il sacerdote Andrea Gabetti, maestro di scuola ed alienissimo dall’armi, appena gridati la domenica i patti della resa, si mosse inerme e sicuro verso porta Torrelunga, con animo d’uscire nel quartiere suburbano dove la notte prima aveva veduto, stando pur tuttavia in città, ardere poco fuori dalle mura una sua casetta, nella quale aveva la madre. Alla porta chiese dell’ufficiale, e chiaritolo del pietoso motivo che lo faceva andare, n’ebbe l’assenso. Ma non aveva fatto cento passi, che a gran tempesta fu richiamato, inseguito, preso e mandato all’Haynau in castello, dove, il dì appresso, come prete e come patriota, venne fucilato.

Pietro Venturini, uomo di legge assai popolare tra i Bresciani, grave come era per l’età e per la podagra, fu pur strappato inerme di sua casa e tradotto in castello. Quivi pressato con minacce a giurare la bandiera imperiale, si rizzò fieramente in mezzo alle baionette puntategli sul cuore, e imprecando ai nemici d’Italia, e mandando un saluto d’amore alla patria e alla libertà chiese ed ottenne di morire.

Carlo Ziga, lavoratore di cocchi, giovine vensettenne e sciancato della persona, fu ghermito dai Croati, e, bagnato d’acqua ragia, arso vivo, credendo i truci che il misero potesse spirare coi più risibili contorcimenti che mai. Se non che il forte popolano, avventatosi sul più prossimo e giubilante dei suoi manigoldi, lo abbrancò, e colla furibonda vendetta, lo tenne sì indissolubilmente avvinto che lo costrinse a morire con lui di morte aspra e crudele.

V

L’alba del lunedì, 2 aprile, rischiarando le opere della notte e destando alle usate cupidigie le soldatesche, crebbe orrore allo spettacolo della violata città e terrore negli abitanti. Quei pochi che si attentarono ad uscire delle case, inermi e in atto di supplichevoli, venivano minacciati, percossi, rubati; parecchi che recando il fucile disarmato ed arrovesciato verso terra s’avviavano al Municipio per liberarsene, furono in sull’atto fucilati, nè loro valse pregare e chiamare in testimonio Dio e i patti della resa. Per il che tutti, aspettando il saccheggio e la morte, stavano come la notte innanzi, rintanati ed agonizzanti. Non uscio, non bottega, non finestra aperta, se non dove divampavano gl’incendi, o dove erano entrati i saccomanni. Quasi in nessun luogo delle muraglie si potevano fissare gli occhi, senza vedere solco di palla o di scure, traccia di fuoco o macchia di sangue.

“Per le vie, narra il Correnti, smosso e spezzato il lastrico di granito, sconvolto l’acciottolato, mura squarciate dalle bombe, tetti crollanti, avanzi di barricate, che alle materie ricche talora e gentili di cui erano composte, e alla fretta con cui poi erano state atterrate e disperse ancora serbavano indizio del primo entusiasmo e dell’ultimo spavento; scarchi di stoviglie e d’arredi rotti e sperperati come dalla pazza furia d’un turbine; e qua e là cadaveri di Bresciani e di soldati già da molte ore insepolti; e talora gruppi di donne e di fanciulli accovacciati in qualche angolo remoto, fissi, muti, istupiditi, i quali dando immagine della morte dell’anima, erano più strazianti a vedere che i cadaveri. Gli incendi duravano tuttavia, e minacciavano di stendersi a tutta la città; nè le violenze dei soldati cessavano.”

Il Municipio domandò in carità che gli venissero restituite le macchine idrauliche, che come nobile trofeo di guerra, avevano nel dì 31 gli Austriaci menate via, e le ottenne. Domandò una guardia pel palazzo di città e pei suoi impiegati, che più fiate erano stati bistrattati dai soldati e perfino dagli ufficiali; e anche questo gli fu consentito. Allora si cominciò a rifiatare e a dare qualche provvedimento. Ma troppo più facile era frenare gli incendi, che ammansare gli inferociti vincitori, massime con animi sì ripugnanti alla viltà delle supplicazioni come sono i Bresciani; e con quel soprarrivare ad ogni ora di nuove truppe, le quali si sguinzagliavano per la città cavando da tutto pretesto di forzare le porte e d’insanguinare le mani. Così alcuni, da più giorni rimbucati per le cantine, furono allora malconci o morti. Nè i generali, nè gli ufficiali superiori si mostravano solleciti dell’onore o dell’umanità, se appena se ne eccettuino alcuni pochi. E tra questi vogliamo menzionare il colonnello Jellachich, il quale volle mostrarsi, fra compagni, umano. Narrano ch’egli, udendo minacciata da’ suoi la chiesa di sant’Affra, ove si erano ricoverate molte donne, accorresse a guardia della soglia, che la religione avrebbe mal difesa, e vi rimanesse supplicando finchè i suoi non furono passati oltre. Anche parecchi altri ufficiali, che nel verno avevano avuta le stanze in Brescia, accorsero per salvare dal sacco le case degli ospiti. Ma l’Haynau non diè segno alcuno che il valore, la sventura e l’aperta giustizia della causa avessero ammollito la sua ferocia; sicchè parve piuttosto aver l’animo di vendicarsi che a vincere e a governare.

Quel lunedì, quasi per sopraggravare i dolori dei Bresciani, la Jena mandò fuori un bando con cui multava la provincia di sei milioni di lire, e la città, due volte ribelle, d’una tassa di trecento mila lire destinate a compenso e premio degli ufficiali. Poi il comando della città affidò al tenente maresciallo Appel, il quale alle due pomeridiane entrò in Brescia alla testa del terzo corpo di armata, composto di venti battaglioni con cavalleria e cannoni, borioso di essere stato vincitore a Novara, e chiedente con ansia che quella sua gloria gli fosse pagata in licenza ed in sangue!

Il Sangervasio ed i suoi due assistenti accorsero a lui, sebbene non fosse senza loro pericolo, e modestamente ricordarono all’Appel, essersi la città data sotto fede che si sarebbero rispettati gl’imbelli, i rassegnati e gli inermi; epperò pregavano che si frenasse la licenza militare, che le porte e le vie della città si liberassero ai commerci, e che anche nel punire non si procedesse più a capriccio e a furore de’ soldaiti. Aspramente rispose Appel: “Non essere tempo di misurati consigli, ma di rigida giustizia; i municipali non a parlar di patti e a muover querele, ma pensassero invece a dargli in mano i capi-popolo, o a denunciarglieli; a far subito sparire ogni traccia delle infami barricate, a riaprir le botteghe, a rassettare il selciato. Conceder loro per questo un termine di 6 ore, e facoltà di usar coi renitenti la forza e le pene; badassero però che anch’essi colla forza e colle pene sarebbero stati astretti a compiere l’ufficio loro.”

Così li accommiatò minacciando. Poco dopo il Sangervasio, avuto per indizi e per avvisi, certezza, che volevano arrestarlo, dovette trafugarsi fuor di città. Rimasero i due suoi colleghi, i quali con bandi e con messi sollecitarono i bottegai a riaprire i loro fondachi, mostrando come quella chiusura irritasse il nemico e offrisse pretesto d’usare violenza. Ma più di questi conforti valse il pensiero di assoldare sentinelle e postarle a guardia delle botteghe, frenando così colla religione della disciplina quelle orde ubbriache di sangue.

Intanto alla tumultuaria carnificina, succedeva, nuovo argomento di terrore, la carnificina ordinata. Svanera e Siccardi, famosi sgherri di polizia, appena liberati dalle prigioni, ove il popolo aveva loro perdonato la vita, entrarono in caccia: e quanti si fossero in voce o di più caldi amatori della patria, o di più intrepidi al fuoco venivano fiutati, cercati, e, se per loro mala ventura presi, erano nel giro di poche ore tratti in castello o nelle caserme, bastonati, martoriati, e infine fucilati e buttati nelle fosse o sotto i bastioni, ove per più giorni se ne lasciavano insepolti i cadaveri, affinchè servissero di salutare terrore.

Mal si potrebbe dire quanti a questo modo mancassero; ma la fama li reca presso ad un centinaio. Infine tre giorni dopo, alle reiterate supplicazioni del Municipio, il tenente maresciallo Appel promise, e gli parve clemenza, che “da quel dì in avanti nessuno più sarebbe passato per l’armi senza i soliti processi.” Tanto s’erano gli animi spaventati, e le menti alterate che, parve un beneficio il tornare alle enormezze de’ giudizi marziali.

“E veramente, scrive il Correnti, in questo fatto di Brescia, quasi come in ultimo schianto di tutte le passioni buone e malvagie che si erano andate ingrossando durante la guerra italiana, trasmodò per modo l’umana natura così in bene, come in male, da toglier fede a chi debba narrarne con tocchi rapidi e riassuntivi.”

Che i soldati austriaci, anzichè infrenati, venissero eccitati dai capi a incrudelire spietatamente contro gli abitanti, possiamo chiarircene leggendo la relazione dell’atroce Haynau. “Quando io vidi, scrive egli, che già moltissimi dei nostri erano caduti, e che nè per la tempesta incessante delle bombe, nè per l’assalto generale s’allentava il furore dei cittadini, che duravano pertinaci alle difese, diedi mano gli estremi argomenti di guerra, comandando che più non si ricevessero prigioni, e che in sull’atto si facesse macello di quanti fossero presi coll’armi indosso, e le case, ove si trovasse contrasto, venissero arse e spianate.” Quest’era la legge di guerra del tenente maresciallo austriaco; ed egli stesso poi confessa che i soldati nel calore del fatto trascorsero più oltre, e diedero in eccessi. Pensino i nostri lettori di qual natura saranno stati questi eccessi, se tali parvero al truculento Haynau. E un tal uomo, chiamato dall’austriaco imperatore suo benemerito, veniva dal medesimo mandato tosto dopo a rizzare le pericolanti sorti dell’impero in Ungheria; e come sotto le mura di Brescia, pur quivi il suo cuore fu chiuso ad ogni senso di pietà(16).

Comechè la sfrenata licenza dei soldati avesse per modo inorriditi i cittadini, che non pochi si precipitarono alla fuga da incredibile altezza, o cercarono morte più riposata buttandosi sulle armi nemiche, tuttavia, anco in mezzo allo spavento ed al furore che suole aizzare gli uomini, si vide sempre segno della forte ed amorevole natura del popolo bresciano.

Alle famiglie cacciate dalle loro case e raminghe per le vie, ai fuggenti, ai proscritti non furono mai chiuse le porte dai cittadini, quantunque non si potessero aprire senza pericolo di vedere irrompere dietro gli inseguiti i persecutori. Anzi in quei dì nefasti pareva che niuna altra gloria conoscessero i Bresciani e niun’altra consolazione volessero se non quella d’ospiziare qualche Martire della patria; e molte famiglie, che prima erano sembrate tiepide alle speranze, si mostrarono ferventi ai pericoli colla carità. E se ne videro esempi notabili anche nel saccheggio. Imperocchè avendo i soldati aperto delle loro ruberie un mercato fuori di porta Torrelunga intorno al Rebuffone, molti accorsero a comperare, fingendo d’esservi tirati dall’ingordigia del buon prezzo in cui quegli oggetti erano venduti(17); e acquistato che avessero alcun che andavano cercando i danneggiati e a loro restituivano il mal tolto. E fra gli altri moltissime robe ricomperò e diligentemente restituì una ostessa, che, come bella e giovane, era stata dai soldati trascinata fra le prede, e che, senza lasciarsi avvilire dalla vergogna e dal dolore, volse la sventura propria in soccorso de’ suoi fratelli.

“E certo, scrive il Correnti, a frenare gli animi indomiti più valse la pietà, che la paura. E pur troppo spesso nelle case del popolo gli uomini dopo avere per carità delle donne e dei figli patito alcun tempo l’oltracotanza dei nemici, vinti ad un tratto da qualche più acerba trafittura, riafferravano le armi e morivano vendicati. Spesso anche i cittadini, che da più ore s’erano abbarrati nelle loro case, uscirono fuori di nuovo ai pericoli per soccorrere feriti, od accorrere agli incendi. Perchè è da notare che anche in questo estremo i Bresciani sdegnosamente rifiutarono che gli stranieri mettessero mano a soccorrere la città dopo averla rovinata; ed una volta che i soldati fecero vista di mescolarsi coi cittadini per combattere le fiamme che minacciavano d’incenerire tutto un quartiere, furono accolti con imprecazioni e con atti di orrore, sicchè dovettero restarsene.”

Dieci giorni durò Brescia in sull’armi, spesso vincente e non vinta affatto se non colle insidie. Caso unico negli annali guerreschi, ove, si pensi che la città, popolata, come abbiamo più sopra notato, di soli trentacinque mila persone d’ogni sesso e d’ogni età, aveva confitto nei fianchi il castello devastatore, e di più in sulle porte l’oste nemica, che crescendo man mano, in sull’ultimo toccava le venti migliaia di soldati stanziali. A questi appena appena si opposero due in tre migliaia di fucili in mano di cittadini e di valligiani nuovi tutti alla guerra, se ne togliamo le bande dei disertori; il resto sassi, tegole, coltelli. Lontani i patrioti più autorevoli, lontana tutta la gioventù più animosa e più esperta dell’armi, scarso l’erario, le mura indifese, non un cannone, nè un nodo di milizie regolari, nè un ufficiale di esperienza, col quale consigliarsi. E nondimeno o sul campo, o di ferite negli ospitali morirono 1514 nemici; e fra questi un tal numero d’ufficiali, da provare qual fosse l’accanimento nel combattere e il terrore del soldato, a muovere il quale, dopo ch’ebbe assaggiato di che sapessero i Bresciani, bisognarono stimoli di fieri castighi, di insolita emulazione e d’infami promesse. Fra i morti 30 ufficiali, tre capitani, un tenente colonnello, due colonnelli e il generale Nugent. Nel giorno 17 gli Austriaci contavano ancora più di seicento feriti nei tre ospitali.

Più fiate il castello saettò l’incendio e la morte sulle case cittadine, delle quali trecento furono consunte dal fuoco, o guaste; e il danno passò i dodici milioni di lire. Piovvero mille seicento bombe e palle: alcune di pietra, le quali, furono dal Leshke gettate per sordidezza. I vincitori, non contenti alle multe, ai danni dell’incendio ed alle tasse di guerra di sei milioni e mezzo, mandarono al Municipio la polizza dei proiettili e della polvere, chiedendo che la città ne pagasse le spese.

I circa seicento Bresciani che morirono (e più di metà furono donne, fanciulli o inermi presi e martoriati a furore, ovvero assassinati dai giudizi militari a dispetto delle condizioni della resa) furono spazzati via alla rinfusa; e di molti non si trovò il nome o il cadavere.

Consci d’aver dato al mondo un magnanimo esempio, i Bresciani non ruppero al fiero colpo in discordie e in calunnie. E sì che avrebbero potuto con troppa apparenza di ragione dirsi tratti in errore da coloro, che, promettendosi miracoli dall’esercito piemontese, avevano mosso quella pratica esiziale. Ma all’incontro, ricordandosi soltanto che le speranze erano state comuni, e abborrendo dal volgere, secondo il capriccio della fortuna, in colpa ed in biasimo quello che prima a tutti pareva merito e lode, non pensarono neppure un momento a gridare traditori, quelli che l’Austriaco cercava a morte. Anzi tutti d’accordo e principalmente i macellai e gli operai minuti, s’adoperavano anco col rischio di vita, a trarre fuori delle porte e a calare giù delle mura i più noti autori della sommossa, quelli stessi che i sobbillatori e le spie dell’Austria con quell’arte vecchia, che pur troppo, anco in questi dì venne posta in opera per gettare scissura fra noi, accusavano al popolo come macchinatori delle sciagure che aggravavano su Brescia. Onde l’Haynau e l’Appel, per vigili che stessero, non ebbero in mano altro che uomini, i quali non avevano preso parte alcuna a preparare o a dirigere i fatti. Ciò non tolse ai due generali d’incrudelire e allora, e poi; come mostrò l’infame processo del luglio, pel quale dodici popolani, quando già tutta Italia era prostrata e quattro mesi erano corsi sul primo furore delle vendette, furono sentenziati a morire della morte dei ladri. Dodici forche furono rizzate in fila sui baluardi al cantone Mombello in vista dei Ronchi, della città e di quella porta di Torrelunga, ove tante volte i Bresciani avevano con liete grida invocato il Dio della libertà e della vittoria.

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Fra un popolo di cotanto eroismo, come quello di cui abbiamo narrato le gesta, non mancarono uomini vili, che cercarono di disonorarlo col mostrare al mondo come esso si trovasse pentito della fatta rivoluzione e che a questa fosse stato travolto soltanto da pochi pazzi, andando, dietro proposta del famigerato Zambelli, in commissione a Vienna per impetrar grazia dall’Imperatore. I Bresciani non potendo protestare altamente contro l’illegale atto, vollero gli emigrati della vinta ma non doma città, residenti in Isvizzera, pubblicare lo scritto, che qui riportiamo, il quale fa conoscere come la sventura non aveva potuto avvilire i petti bresciani.

PROTESTA.

….. l’8 giugno 1849.

“Perchè una Commissione rappresenti legalmente ed equamente una nazione, in ispecial modo quando si tratta del suo onore, non solo deve averne da essa il mandato, ma deve inoltre essere coscienziosamente persuasa che il di lei voto è quello della massa, giacchè senza il primo requisito, la Commissione sarebbe illegale nella sua rappresentanza, senza il secondo, il di lei operato sarebbe iniquo. Ora la Commissione, composta dei cittadini bresciani Giovanni Zambelli, Faustino Feroldi e Camillo Palusella, partita da Brescia per Vienna a riconoscere l’imperatore fanciullo Francesco Giuseppe I, ed impetrar grazia da lui per averlo offeso colla rivoluzione, mancherebbe di entrambi questi requisiti, e perciò la si dichiara illegale ed iniqua.”

“È illegale, perchè, non solo la Congregazione provinciale che la nominò, dietro proposta del famigerato austriacizzante Zambelli, non poteva avere, nè aveva facoltà di rappresentare il principio nazionale, perchè affatto indipendente dalle mansioni relative alla sua istituzione, ma perchè ancora i pusillanimi cittadini che componevano quella Congregazione non potevano emettere un libero voto sotto la diretta influenza delle baionette austriache, pronte a ferire ove diversamente si fossero espressi.”

“È poi iniqua la commissione, perchè il voto della nazione assolutamente contrario al di lei mandato. E ciò chiaro si appalesa dalla generale rivoluzione del passato anno, riprodotta non ha guari dai Bresciani colla più disperata resistenza, dimostrando in tal modo che fra essi e gli Austriaci non v’ha più transazione, ma che si tratta di vita o di morte; e si manifestò inoltre colla universale riprovazione che susseguì alla nomina della Commissione stessa.”

“In vista di ciò, gli emigrati bresciani, interpreti del vero sentimento della nazione, e come i soli che possano liberamente esprimerlo,”

1.° Protestano altamente in faccia ai popoli d’ogni nazione contro l’operato qualsiasi della Commissione bresciana diretta a Vienna allo scopo di patteggiare vilmente coll’imperatore fanciullo Francesco Giuseppe I, per essere stata la Commissione istessa illegalmente costituita, e per essersi assunto un mandato contrario al voto della nazione;

2.° Dichiarano e sostengono che la provincia di Brescia non perde punto del suo onore nazionale per il fatto illegale ed iniquo della Commissione stessa;

3.° Manifestano la più sentita disapprovazione contro la Congregazione Provinciale, che per vigliacca condiscendenza agli aggressori della nostra patria si lasciò indurre alla nomina di quella Commissione;

4.° Abbandonano all’esecrazione universale gli individui componenti la Commissione, per avere rinnegata la loro patria, cercando di stuprarne l’onore, che i loro concittadini resero sì bello col proprio sangue.”

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Gli uomini che hanno fede soltanto in ciò che vedono e che toccano; quelli la cui religione è materia e calcolo, tanto che vorrebbero gettare ghiaccio e chiudere un abbaco fin dentro al divampante cuore del popolo; i pochi di spirito che vorrebbero le rivoluzioni misurate a compasso e che presumerebbero fare l’economo agli slanci popolari, questa gente, che è quanto codarda, altrettanto inetta a capire i grandi problemi dell’umanità, nella caduta di Brescia non vide che quello con cui finiscono le vittorie austriache: oro espilato e vittime massacrate. Il popolo per lo contrario scôrse nel mezzo delle grandi rovine della patria, il grande compenso; misurò le sue forze, sentì la sua potenza, acquistò la sicurezza per l’avvenire; e, superbo della sua opera, per dodici anni nudrì ed espresse un sempre crescente odio allo straniero. Noi teniamo poi per fermo che abbia di molto operato sul cuore non solo dei Bresciani, ma di tutte le genti italiane, lo spettacolo d’un popolo che si dibatte per dieci non interrotti dì colle smisuratamente superiori forze nemiche, e l’un di più che l’altro progredisce nella disperata lotta, e cade schiacciato soltanto dallo sterminato numero, ma pur contando, sopra una delle sue, dieci delle vittime nemiche. La grandezza delle tradizioni e degli esempi hanno sempre gran parte nella riabilitazione dei popoli. Le rivoluzioni di Brescia, di Milano, di Bologna e delle altre città italiane s’ebbero i loro frutti; ne scorgiamo il genio in tutti que’ portentosi avvenimenti che vennero succedendosi ne’ giorni dell’oggi; e quella fiamma di cui tutta Italia è invasa, la chiamiamo fulgidissima favilla di quelle rivoluzioni.

Concluderemo dicendo che i dieci giorni di Brescia verranno mai sempre ricordati ad onore perpetuo di quella generosa città, ad infamia perenne de’ suoi scellerati carnefici.

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Le ossa delle vittime dell’insurrezione bresciana inonoratamente sepolte dall’austriaca vendetta, vennero ricuperate dietro accurate indagini d’una Commissione istituita da quel Municipio, e, come cosa santa, con trasporto d’amore, collocate nel pubblico cimiterio.

La mesta e solenne cerimonia del trasporto delle ossa, ebbe luogo il 1.° aprile 1861. Meglio che alla nostra parola a descriverla, noi diamo luogo ad una peregrina narrativa che il bresciano scrittore Federico Odorici gentilmente ci inviava:

“Alcuni scheletri dissepolti nell’ultimo recinto del castello, e che si tennero dapprima miserande reliquie di fucilati del 1849, furono causa di più minute ricerche. Perchè destatasi dal fatto l’attenzione del Municipio e del Circolo Nazionale, una Commissione da quest’ultima eletta, ritrovate quell’ossa di lunga mano più antiche, fu dal Circolo incaricata della indagine di altre, che veramente sapevansi colà disperse, di molte vittime cadute nell’eroica resistenza, che apprese al Leshke ed all’Haynau di che sapessero l’armi nostre.

“Rinvenuti i luoghi che la pietà cittadina aveva già designati come deserte sepolture di quegli assassinati, la nostra Giunta delegava (13 marzo) il conte Gerolamo Fenaroli, il dottor Lodovico Balardini, l’ing. Bortolo Peroni e Federico Odorici, perchè sopravvedessero al disterramento ed al trasporto nel patrio cimiterio dei martiri della nostra indipendenza.

“La disumazione fu principiata in castello il 19 marzo nella cannoniera sotto il torrione così detto dei Francesi. Vi si rinvennero quattro cadaveri barbaramente fracellato il cranio da gravi pietre scagliate loro prima ancora che la terra ne li coprisse. L’una di quelle vittime sembra non spirasse che a quest’ultimo colpo di tedesca rabbia, perchè ci apparvero spalancate le mascelle e schiacciata la fronte sotto il largo sasso. Il poveretto, nelle prime esultanze della rivolta, poneva all’abito bottoni dorati del 1797 recanti il moto Guardia Nazionale Bresciana, e quel moto fors’anche gli costò la vita.

“Il giorno appresso venivano dissepolte l’orsa dei fucilati lungo gli spaldi del Ravarotto. In quattro fosse, così com’erano rimescolati alla rinfusa, e nelle strane guise in cui giacquero, buttativi dentro dall’ira croata, emersero le reliquie di trentadue cadaveri: nè fu cuore dei presenti a quell’orrida scena, che non fremesse di sdegno e di pietà. – Era austriaca sepoltura.

“Per quanto difficile riuscisse alla Commissione discernere ed appartare gli scheletri, una scarpa ed una fibula da prete additarono quello di Andrea Gabetti, come una suola di femminile calzatura e l’ossa delle pelvi designavano i resti d’una donna massacrata coi dodici che nel tumulo rasente alla cinta di S. Giulia furono rinvenuti. Nessun indizio positivo distingueva del resto di tanto salme, quella di Francesco Canobio, mitissima ed innocente creatura; di Pietro Venturini, che terrore de’ suoi carnefici, moriva imprecando alla tedesca immanità; di Cesare Nullo, che ferito com’era, fu colà trascinato perchè le palle nemiche troncassero nel fiore delle speranze una giovane vita.

“Se i due comaschi ciotolai, giustiziati nelle fosse del castello a destra dell’ingresso, furono tosto rinvenuti, più difficili tornarono le indagini nella Rocchetta di S. Chiara, dove soltanto al terzo dì si discopersero le spoglie di Pietro Boifava, Sotero Bresciani, Dionisio Donabini, Filippo Franzoni, mentre nel piano di fronte ai magazzeni del Forno di Castello, a rintracciarsi le reliquie del prete Attilio Pulusella e di Luigi Usanza, riuscirono vane investigazioni più rigorose ed insistenti.

“Terminato quel triste ufficio che allo squallore di profana terra toglieva i resti di tanti martiri della bresciana libertà, la Giunta Municipale annunciava la pompa del trasporto, mentre la Commissione volgevasi con altro appello a tutte le classi lavoratrici: a quella massa potente dai terribili commovimenti, che nelle grandi sventure sostenne frequenti volte le nostre sorti, e sempre la dignità del nostro nome. E quell’appello fu inteso; e più di due mila popolani accorsero dimandando al Circolo Nazionale i moti e le bandiere dell’arti.

“La funerea cerimonia doveva compiersi al 1° di aprile, ricorrenza gloriosa della nostra insurrezione, cui le attonite città chiamarono salvatrice dell’avvenire. Quel mattino volgeva mesto e piovoso; ma l’onda dell’affluente moltitudine, lo spiegarsi delle bandiere e il divisarsi a lutto delle contrade dava imponente aspetto di popolo chiamato ad un convegno fraterno, nè d’altro compreso che del compimento di una sacra ed antica promessa.

“La Guardia Nazionale sfilata nella piazza del Duomo, e nella via di Broletto le ventinove Corporazioni dell’arti aspettavano il convoglio che lentamente si avvicinava, e che arrestatosi di fronte alla cattedrale, cessato il rito con cui la religione saluta le ceneri dell’uomo, s’era messo nel centro del grave corteggio, per modo che, precedute dai nostri Bersaglieri e da una banda musicale, venivano l’arti schierate a compagnie, distinte dalle loro bandiere; poi gli animosi Garibaldini; e recante l’impresa, di cui ben presto non avrà più bisogno:

“V’aspettan frementi

“Le oppresse città”,

la veneta Emigrazione, e dietro ad essa le singole rappresentanze dell’arti e delle industrie provinciali.

“Era il convoglio come di ricco mausoleo. Otto genii, colle faci arrovesciate, seduti appiè del monumento, erano simboli del nostro dolore. Sovr’alta base decorata dell’armi sabaude e cittadine, fiancheggiata dalle italiche bandiere e di funerei vasi, era l’urna dei martiri. Il Bresciano lione posava sull’urna e gli sedeva sul dorso mestamente raccolta la immagine di Brescia, che fiera de’ suoi martiri porgea, spezzate per essi, le catene dell’antica servitù. Quattro consiglieri della città ed altrettanti ufficiali della guardia cittadina reggevano i cordoni del feretro, che, trascinato da sei cavalli coperti di gramaglie, cui moderavano vestiti a lutto sei palafrenieri, traspariva da un ampio velo che leggermente ne l’avvolgeva. Ai lati del monumento leggemmo le parole – Vittime della patria libertà – Caddero senza vanto ma da forti. Dietro al carro procedeva col Sindaco l’intero Corpo municipale, e col governatore l’altre civili e provinciali rappresentanze, quelle dei Circoli, del Commercio, della pubblica Istruzione, dei molti Comuni del piano e delle valli, accorse volonterose al commovente rito; nè mancarono sacerdoti che dividessero con noi quest’ultimo saluto ai fratelli caduti. Sei bande musicali empievano frattanto di mestissime armonie le contrade silenti, eppur stipate di popolo, mentre dalle finestre cadevano fiori in sulla tomba, e più d’un volto immoto su di lei, come di vinti dalla piena di commozioni profonde, si rigava di pianto. Il corteggio era chiuso dall’intera Legione della Guardia Nazionale.

“Tra le bande Musicali quella di Breno attrasse i nostri sguardi. La ricca e fantastica sua divisa di velluto nero a candidi cordoni, armonizzava colla mestizia della pompa; se non che la breve tunica stretta al fianco da una sciarpa azzurra che dall’un capo libera scendeva, e un non so che di spigliato ritraente del bersagliere, le dava carattere alpigiano ch’era nuncio dei luoghi da cui veniva, i quali a noi per secoli congiunti di lingua, di costumi, di glorie e di sventura, a noi tolti sul principiare del secolo, ridati ora dalle sorti mutate, riconsacravano in quel giorno, dodici lustri, sull’ossa dei nostri martiri la fratellanza antica.

“Giunto il convoglio di fronte al camposanto, il cui viale era messo a cippi ed are e serti di fiori, o confaloni divisati a corruccio, ritrovò già sfilate a riceverlo le compagnie dell’arti, mentre la Guardia Nazionale col tuono delle artiglierie e coi fuochi di fila egregiamente riusciti, ne salutavano l’arrivo.

“Finalmente, dall’alto della tribuna, suonò poderosa la parola del nostro Salvoni, che trasfuso negli animi commossi l’entusiasmo del suo, vi destò sentimenti ed affetti, a ciascuno dei quali rispose un palpito dei nostri cuori. E quando facevasi promettitore, che la virtù dei figli sarebbe stata degna dell’olocausto dei padri, lo giuriamo, gridò una voce solitaria emersa dalla calca; e il forte grido corse vibrato per la vasta moltitudine come un eco solenne e per poco la sacra dignità di quell’istante non fu vinta dal prorompere impetuoso d’una di quelle manifestazioni, che nei popoli concitati hanno sempre un non so che di sublime e di tremendo.

Sulla porta del tempio, dettata dal conte Lechi, era la bella epigrafe:

RITI SOLENNI

PER L’INUMAZIONE DELLE OSSA DEI NOSTRI FRATELLI

CHE L’AUSTRIA RABBIA

ASSASSINÒ E SEPPELLÌ A GUISA DI BELVE

IN POCA TERRA

SCAVATA DALLE MANI STESSE DEI MISERI.

DIO VINDICE E LIBERATORE

CHE NELLA TUA MISERICORDIA

BENEDICI AI POPOLI REDENTI

ACCOGLI LE PRECI E LE LACRIME DEI BRESCIANI

PER QUESTI MARTIRI

CHE NELL’AGONIA IMPLORAVANO QUELLA GIUSTIZIA

CHE CI DIEDE ALFINE UNA PATRIA.

MARTIRI DI BRESCIA

Brescia nel 1836, colpita dal flagello del cholera, erigeva piamente nel suo cimitero un cenotafio comune, ove tutte sono ricordate le vittime del contagio; noi siamo sicuri che, non andrà molto, essa porrà una colonna votiva a commemorazione dei Martiri suoi. Frattanto con religioso sgomento qui trascriviamo i nomi che si sono potuti ricavare. Alle vittime ignote, che non hanno lasciato che un brano di cadavere irreconoscibile, e forse un’angoscia segreta in qualche umile cuore, provvegga la giustizia di Dio!

1. Albertani Angelo, di Brescia, massacrato.

2. Anderloni Faustino, id., d’anni 45, massacrato

3. Angeli Andrea, idem, d’anni 62, agricoltore, massacrato.

4. Apostoli Tommaso, idem, morto all’ospedale per ferita di bomba.

5. Archetti Domenico, idem.

6. Arrighini Federico, idem, morto per ferite.

7. Arrighini Rosa, idem, d’anni 30, cucitrice, ferita in sua casa, poi morta.

8. Baronio Pietro, idem, d’anni 40, cuoco, preso e fucilato in castello.

9. Bassi Pietro, idem, d’anni 15, preso e fucilato in castello.

10. Beccaguti Vincenzo, idem, d’anni 52, massacrato.

11. Bellini Giovanni, idem, d’anni 48, cuoco, morto all’ospedale per ferite.

12. Berardi Pietro.

13. Bernasconi Antonio, idem, d’anni 38, muratore, massacrato dai soldati in cantina.

14. Berti Bortolo, idem, d’anni 48.

15. Bertolani Antonio, idem, d’anni 51, muratore, ucciso.

16. Bertolani Giuseppe, idem, d’anni 27, muratore, figlio del suddetto, ucciso.

17. Bertolani Giuseppe, idem, d’anni 25, muratore, figlio del suddetto, ucciso.

18. Bertua Giovanni, idem, d’anni 48, oste, preso in sua casa e fucilato sugli spalti dai soldati.

19. Bettini Marco.

20. Boggiani Faustino.

21. Bonata Pietro, idem, d’anni 20, morto per ferite all’ospedale.

22. Bonduri Andrea, idem, d’anni 39, prestinaio, ucciso in sua casa, ammogliato e padre di tre teneri figli.

23. Bonfanti Gio. Battista, idem, d’anni 49, sarto e possidente, massacrato dai soldati che invasero la sua casa.

24. Bonservi Giovanni, di Milano, d’anni 57, indoratore, morto per ferita al braccio sinistro.

25. Braga Pietro, di Brescia, d’anni 15, ucciso dai soldati.

26. Bracchi Carlo, idem, d’anni 32.

27. Bresciani Angelo, idem, d’anni 29, ucciso dai soldati.

28. Bruschi Giuseppe, morto all’ospedale per ferite.

29. Buffi Gio. Antonio, idem, d’anni 49, calzolaio.

30. Calabi Carlo, idem, d’anni 35, negoziante israelita, morto per ferite.

31. Calzavelli Margherita, idem, d’anni 70, uccisa dai soldati.

32. Capellini Giovanni, idem, morto per ferite.

33. Carobi Pietro, idem, d’anni 67.

34. Cassamali Giuseppe, morto per ferite.

35. Chiodo Pietro, di Bedizzole, d’anni 25, farmacista, morto in combattimento.

36. Chiodo Gio. Battista, idem, d’anni 20, studente, fratello del suddetto, ferito in ambe le braccia, ed amputato che ne moriva.

37. Cominardi Vincenzo, morto all’ospedale per ferite.

38. Conti Gaetano, di Brescia, d’anni 39.

39. Corsetti Antonio, di Gargnano, d’anni 18, studente, morto in combattimento.

40. Costa Giacinta, di Brescia, d’anni 88, uccisa dai soldati.

41. David Carlo, idem, d’anni 46.

42. Duina Gio. Battista, idem, d’anni 46, ucciso dai soldati.

43. Eretico Gio. Battista, d’anni 56.

44. Ferrari Luigi, idem, morto all’ospedale per ferite.

45. Ferretti Giuseppe, idem, d’anni 17, vetturale, ferito in fronte da una palla e morto.

46. Filippi Andrea, d’anni 60.

47. Fogliata Gio. Battista, morto all’ospedale per ferite.

48. Francinelli Pietro, idem, d’anni 48, ucciso dai soldati.

49. Franzoni Benedetto, idem, d’anni 29, macinatore.

50. Franzoni Gio. Battista, idem, d’anni 31, agente di negozio.

51. Gabaglio Fedele, idem, d’anni 66, muratore, massacrato dai soldati nella sua cantina dove si era nascosto.

52. Gabaglio Francesco, idem, d’anni 24, massacrato come sopra.

53. Gabetti Andrea, di Urago Mella, d’anni 41, sacerdote, prese inerme a porta Torrelunga e fucilato il 1° aprile in castello.

54. Gazzoli Pietro, di Volta Bresciana, d’anni 35, agricoltore.

55. Genovesi Girolamo, morto all’ospedale per ferite.

56. Gherber Alberto, svizzero, d’anni 19, cameriere, gettato dalla finestra dai soldati che ne invasero la casa, moriva.

57. Gigalini Gio. Battista, di Brescia, d’anni 29, barbitonsore.

58. Giacomini Francesco, idem, d’anni 32.

59. Giuliani Giuseppe, idem, sarto, colpito da una bomba, moriva.

60. Godi Giovanni, idem, d’anni 39, ucciso dai soldati.

61. Grassi Giovanni, idem, d’anni 32, prestinaio.

62. Guerrini Cesare, idem, d’anni 23, dottore in legge, ferito al ginocchio in combattimento, fu amputato, e moriva.

63. Guerrini Paolo, idem, morto all’ospedale per ferite.

64. Guerrini Carlo, idem, d’anni 44.

65. Inselvini Gio. Battista, idem, d’anni 32, oste.

66. Lecchi Benedetto, idem, d’anni 72, falegname, massacrato in sua casa.

67. Locatelli Francesco, idem, d’anni 68, ucciso dai soldati.

68. Longhi Innocente.

69. Lovatini Temistocle, idem, d’anni 19, studente, ferito, fu fatto prigioniero e fucilato.

70. Lumieri Giovanni, idem, d’anni 40, sensale.

71. Maffezzoni Giuseppe, idem, d’anni 66, domestico, ucciso dai soldati.

72. Marti Giuseppe, d’anni 55, agricoltore.

73. Mazza Angelo, idem, d’anni 22, argentiere.

74. Mazza Faustino, idem, d’anni 77, sacerdote, venne abbruciato dai soldati.

75. Mayer Carlo d’anni 32.

76. Melchiori Rosa, idem, uccisa dai soldati.

77. Micheli Pietro, idem, d’anni 40.

78. Mottinelli Lorenzo, idem, d’anni 57.

79. Mostacchini Antonio, idem, oste, ucciso dai soldati in sua casa.

80. Ninzola Luigi, idem, d’anni 31.

81. Novelli Giuseppe, idem, morto all’ospedale per ferite.

82. Nullo Cesare, idem, d’anni 24, negoziante, ferito, fu fatto prigioniero e fucilato.

83. Onofrio Gio. Pattista, idem, d’anni 30, possidente, ferito nella coscia destra, moriva.

84. Paderni Giuseppe, idem.

85. Fari Alessandria, idem, incendiata.

86. Parolari Luigi, idem, d’anni 28, negoziante di biade, martoriato ed ucciso in sua casa.

87. Parzani Andrea, idem, d’anni 56, canestraio, morto di ferite ricevute in combattimento.

88. Pasotti Felice, idem, possidente, prestinaio, uscendo da città il giorno dopo le ostilità, venne ucciso dai soldati, che lo spogliarono di alcune migliaia di lire, nella partizione delle quali essendo nato contrasto col loro ufficiale, lo uccisero.

89. Pasqualigo Gaetano, idem, d’anni 65, giornaliere.

90. Pedrini Barbara, idem, d’anni 65, cucitrice, uccisa dai soldati.

91. Pellegrini Santa, idem, d’anni 65, abbruciata.

92. Pelizzari Bortolo, idem, d’anni 66, ucciso dai soldati.

93. Perati Pietro, idem, morto all’ospedale per ferita di bomba.

94. Patiroli Giacomo, idem. d’anni 68, patinista, colpito da fucilata uscendo di casa.

95. Perlotti Faustino, morto all’ospedale per ferite.

96. Peroni Bortolo, idem, d’anni 61, possidente ed oste, martoriato e ferito venne gettato dalla finestra dal 4,° piano della sua casa, alla quale i soldati diedero fuoco dopo saccheggiata.

97. Peroni Pietro, idem, d’anni 27, figlio del suddetto, martoriato some sopra.

98. Piazza Luigi, d’anni 60, giornaliere.

99. Pini Giacomo, d’anni 60.

100. Prina Giacomo, morto all’ospedale per ferite.

101. Radici Serina, idem, d’anni 42, moglie del direttore del collegio Guidi; invaso il collegio dai soldati, venne uccisa con 10 alunni dell’età dagli 8 agli 11 anni.

102. Ragni Giovanni, idem, morto all’ospedale per ferite.

103. Ragni Bortolo, idem, morto all’ospedale per ferite.

104. Ragni Faustino, idem.

105. Rienzi Antonio.

106. Ronchetti Pietro, morto all’ospedale per ferite.

107. Ronchi Gaetano, ferito sulle mura da una palla in fronte, moriva.

108. Rubini Francesco, idem, d’anni 13, studente nel collegio Guidi, ucciso dai soldati.

109. Sandri Giacomo, idem, d’anni 50, ucciso dai soldati.

110. Sandrini Andrea, idem, d’anni 37, vetturale, ferito, moriva all’ospedale.

111. Serafini Paolo, d’anni 37.

112. Servergnini Paolo.

113. Sigalini Francesco, d’anni 41.

114. Squassini Luigia, idem, d’anni 24, cucitrice, ferita dai soldati in sua casa e poi morta.

115. Tavelli Michele.

116. Tavelli-Lubbi Teresa, idem, d’anni 17, sposa da mesi, uccisa dai soldati.

117. Tedeschi Cesare, d’Adro, possidente prigioniero, fu fucilato.

118. Tisi Giuseppe, di Gargnano, d’anni 36, maiolino, morto in combattimento.

119. Tosi Massimiliano, di Brescia, morto all’ospedale per ferite.

120. Tosini Giorgio, idem, d’anni 70, calzolaio, ferito da bomba, moriva.

121. Trenchi Beniamino, idem, morto all’ospedale per ferite.

122. Trentini Giovanni, idem, d’anni 64, ucciso dai soldati.

123. Valsecchi Luigi, morto all’ospedale per ferite.

124. Vanini Luigi, d’anni 45.

125. Ventura Luigi, idem, morto all’ospedale per ferite.

126. Venturini Pietro, idem, d’anni 63, fu preso inerme in casa sua, condotto in castello e fucilato.

127. Vicentini Gio. Battista, d’anni 70, ucciso dai soldati.

128. Vicentini Pietro, d’anni 50, ucciso dai soldati.

129. Vicentini Luigi, d’anni 35, ucciso dai soldati.

130. Vimercati Ulisse, d’anni 18.

131. Vonong Carlo, Ungherese, d’anni 40, si battè da prode, e moriva in combattendo.

132. Zambelli Teresa, di Brescia d’anni 73, madre del direttore Guidi, massacrata in sua casa.

133. Zamboni Catterina, maritata Fava, idem, morta per ferita di bomba.

134. Zatti Costantino, idem, morto all’ospedale per ferite.

135. Zatti Paolo, idem, morto all’ospedale per ferite.

136. Zima Carlo, idem, d’anni 26; fabbricante di carozze, abbruciato vivo con un croato.

137. Frate Arcangelo, idem, d’anni 75, P. Francescano, ucciso da un croato in sua casa.

Oltre ai sunnominati si debbono aggiungere:

a) Diciassette morti trovati in parrocchia Santa Maria Calchera, non riconosciuti.

b) Altri tre, i cui cadaveri mutilati si rinvennero nell’orto del Dazio porta Turrelunga, e che non erano riconoscibili, e fra cui forse quello del povero Taglianini.

c) Venti individui Bergamaschi appartenenti alla legione Camozzi stati rinvenuti morti in casa Caldera nel comune di Fiumicello; nel territorio del qual comune furono pure trovati altri quattro individui appartenenti alla stessa legione.

d) Altri 16 individui della stessa legione, dei quali 11 Bergamaschi, 5 della provincia bresciana, che fatti prigionieri e condotti in castello, furono fucilati.

e) Il 5 aprile 1849 furono sepolti altri 29 individui morti nei combattimenti del 30 e 31 Marzo, e 1° aprile, i quali vennero raccolti nella fossa della città tra porta Torrelunga e il Casino della Polveriera.

Al numero risultante dal presente quadro ve ne sarebbero da aggiungere molti altri, che venivano nei giorni del trambusto seppelliti dai cittadini, ed altri sotterrati dal militare all’insaputa del civile.

In occasione del disterramento praticato nel 19 marzo 1861, venivano riconosciuti gli scheletri de’ seguenti generosi Martiri

1. Boifava Pietro, vero sacerdote del Vangelo.

2. Bresciani Sotero.

3. Canobio Francesco, giovine elettissimo per molte virtù cittadine.

4. Donabini Dionisio.

5. Franzoni Filippo.

In questo martirologio non dobbiamo dimenticare i nomi di:

1. Pulusella Attilio.

2. Usanza Luigi,

fucilati dall’ira austriaca prima dell’eroica difesa.

Nomi dei 12 individui stati appiccati, 6 il giorno 9, e gli altri 6 il susseguente giorno 10 luglio per aver preso parte alla insurrezione di Brescia: ciò per sentenza del Consiglio di guerra radunatosi per ordine dell’I.R comando dell’armata d’Italia.

Maccatinelli Pietro, detto Cicca di Brescia, d’anni 31, nubile, macellaio.

Rizzi Costantino, detto Pitanzini, idem, d’anni, 31, ammogliato e padre, tintore,

Bianchi Vincenzo, di Pavia, d’anni 26, nubile, orefice.

Gobbi Bortolo, di Lumezzane, provincia di Brescia, d’anni 19, nubile, calzolaio.

Conegatti Gaetano, di Brescia, d’anni 38, nubile, tintore.

Dall’Era Giovanni, detto Gobbo, idem, d’anni 27, nubile, macellaio.

Avanzi Giovanni, detto Pestaos od Inoci, idem, di anni 46, vedovo con due figli, calzolaio.

Zanni Napoleone, idem, d’anni 29, nubile, muratore.

Zanini Pietro, di Villanova, provincia di Brescia, di anni 45, ammogliato e padre, fruttivendolo.

Zanini Pietro, detto Peteo di Brescia, d’anni 30, nubile, fruttivendolo.

Zappani Francesco, di sant’Eufemia, provincia di Brescia, d’anni 31, nubile, falegname.

Maggi Bonafino, detto Barabba, di Milano, d’anni 30, nubile, macchinista.

COMANDO DEL TERZO CORPO D’ARMATA

Brescia, 21 dicembre 1813.

All’Inclita I. R. Delegazione Provinciale.

Sembra essere intenzione di un certo partito di dar a divedere il proprio malcontento intorno allo stato attuale delle cose col non frequentare, in maniera come concertata, le rappresentazioni teatrali. Affinchè non vi abbia nemmeno l’apparenza, che gli impiegati di queste II. RR. cariche civili e della città, i quali pur ricevono il loro onorario dallo Stato, convengano in così semplici e frivole dimostrazioni col non andare al teatro, si dovrà significare ai medesimi, giacere nella natura della cosa che tutti i pubblici impiegati abbiano ad abbonarsi alle rappresentazioni teatrali che stanno per aver luogo, ed in quanto non vi si oppongano forti impedimenti frequentare eziandio il teatro, per non figurare siccome prendenti parte a quelle meschine dimostrazioni.

HAYNAU, tenente maresciallo.

PROCLAMA

L’avviso stato pubblicato in questa città il 6 passato settembre prescriveva che tutti gl’individui presso i quali si fossero trovati oggetti militari di qualsiasi specie appartenenti a truppe austriache, ovvero a quelle di altre potenze, od a corpi franchi formatisi sotto il passato governo provvisorio, erano obbligati a farne immediata notificazione a questo I. R. comando sotto comminatoria che qualora si fossero in seguito trovati simili oggetti non notificati i detentori sarebbero stati trattati secondo le vigenti leggi militari.

Malgrado ciò si scopersero ora diversi magazzini chiusi sotto chiave, con iscienza di questa municipalità, nei quali trovansi accumulate considerevoli quantità di monture e di effetti d’armatura d’ogni specie in parte già perfezionati, ed in parte ancora in materiali, non solo di ragione dell’Austria, ma anche di altre potenze estere.

Questo accumulamento di sì rilevante numero di forniture militari, che per essere durato quattro mesi, deve dirsi operato a disegno, è tanto più inescusabile e colpevole, in quanto che partì dalla prima autorità della città, alla quale non essendo ignota l’esistenza dei suddetti magazzini, correva già obbligo per suo dovere d’ufficio di farne la notificazione, e la consegna anche senza il preciso avviso di sopra enunciato.

La sleale occultazione di tanta ragguardevole quantità di monture ed effetti di armatura austriaca tolta all’I. R. militare non poteva essere ignota neppure agli abitanti della città, il che non fa che confermare di nuovo lo spirito ostile, in cui questa stessa città continuamente persiste. Anche lo scoprimento di fucili carichi nascosti appartenenti alle truppe austriache verificatosi in occasione dell’incendio non è guari quivi scoppiato, è un’altra prova della cattiva disposizione di questi abitanti.

Tali fatti, e la conservazione dei magazzini ripieni di effetti militari non fanno fede di sentimenti leali e di pacifiche tendenze, e non possono trovare spiegazione se non se nella speranza che si nutre di rimettere all’occasione gli effetti medesimi ai nemici dell’Austria.

Per queste misure di alto tradimento, e per l’opposizione che si manifesta in ogni occasione contro il legittimo I. R. governo, la città di Brescia, ad ammonizione ben anco delle altre città che fussero dello stesso spirito, viene multata della somma di austriache lire 520.000, alla quale dovranno contribuire in ragione del rispettivo scotato d’estimo tanto i proprietari di una o più case in Brescia coll’aggiunta della cifra d’estimo della possidenza che potessero avere in provincia, quanto coloro che avendo soltanto regolare domicilio in questa città di Brescia possedessero beni immobili nel territorio bresciano.

La quota parte dei singoli contribuenti dovrà essere versata pel giorno 21 del prossimo venturo febbraio al più tardi nella cassa dell’esattore comunale di Brescia sotto la comminatoria ai morosi dell’immediata esecuzione forzosa.

L’I. R. Delegazione provinciale resta incaricata della pronta e puntuale esecuzione del presente proclama.

Brescia, 4 gennaio 1849

Il comandante l’I. R. 3° Corpo d’armata

I. R. ten. Maresciallo HAYNAU

NOTIFICAZIONE

Egli è un fatto comprovato dalle investigazoni praticate che la recente diserzione, la quale va sempre più estendendosi, dei già disertori del reggimento conte Haugwitz, rientrati in seguito al perdono generale, è indotta principalmente dalle insinuazioni dei loro parenti ed amici, i quali, dal canto loro, sono a ciò eccitati da malevoli ed ingannevoli dicerie di ogni maniera, che loro danno ad intendere i male intenzionati: ed è pur cosa di fatto che cotali disertori si trattengono nel circondario dei comuni, e che anzi vengono da questi sussidiati.

Allo scopo di porre possibilmente un argine a questo procedere ostile, il quale, nella maggior parte dei casi, non può dai comuni ignorarsi, si fa noto colla presente, che quel comune nel cui territorio trovasi il disertore, qualora non avesse a consegnare il medesimo entro il termine che gli verrà fissato, dovrà pagare la multa di austriache lire 500.

Nelle stesse pene incorrerà pure quel comune in cui venga colto il disertore in qualsiasi altro modo, e questi deponga d’essersi trattenuto in esso comune senza essere stato dal medesimo notificato e consegnato.

La famiglia di un tal disertore dovrà inoltre fornire al detto reggimento un individuo idoneo preso dal seno della medesima, e quando questo non vi fosse, dovrà provvedere il comune per la presentazione di un altro soggetto, da prendersi dal comune stesso, il quale rimarrà presso il reggimento qual supplente del disertore sino a che quest’ultimo sarà ricondotto ad esso reggimento. Qualora il disertore avesse esportate in questa rinnovata di lui evasione effetti di montura ovvero d’armatura, il comune rispettivo dovrà pure presentarne l’indennizzo giusta l’ordine che al medesimo sarà per pervenire.

Quel comune, il quale, cinque giorni dopo che gli sarà stata partecipata la relativa condanna, che non avrà versata la multa che si sarà tirata addosso nella maniera suindicata, ovvero il rimborso presso il commissario distrettuale, cui appartiene per l’ulteriore trasmissione all’imperiale regio comando del terzo corpo d’armata, sarà punito col doppio importo della multa stessa, e verrà inoltre colà spedito un corrispondente distaccamento di truppa per l’esecuzione, il quale vi si tratterà a spese del comune, e con l’aggiunta di una lira austriaca al giorno fino a che la somma di detta multa sarà soddisfatta.

Per quei comuni poi, i quali, persistendo nella resistenza, daranno a conoscere con ciò la continua loro disposizione ostile, verrà proceduto contro di loro ad altre più severe misure militari.

La presente notificazione dovrà esser letta in ciascun comune dal parroco al pubblico raccolto nella chiesa, per tre giorni, fra i quali dovrà cadere una domenica, e dovrà inoltre essere affissa al locale del comune e partecipata dalla deputazione comunale a quella famiglia in ispecie alla quale appartiene l’uno o l’altro dei disertori.

Brescia, 15 gennaio 1849.

HAYNAU.

NOTIFICAZIONE

Essendo avvenuti ripetutamente nell’intervallo di questi ultimi quattro giorni gravi eccessi a perturbare la quiete, quali sarebbero uno sparo d’arma carica a palla stato diretto il 15 corrente contro la quasi caserma in casa Cazzago, ed una sassata lanciata da una casa il giorno 18 pure corrente contro una pattuglia, nella quale occasione si ebbe perfino l’ardire di insultare e scagliar sassi non solo contro i singoli soldati tranquilli, che passavano a caso, ma ben anche contro le pattuglie mandate a ristabilir l’ordine e la quiete, così allo scopo di mantenere sì l’uno che l’altra, trovo di ordinare quanto segue:

Sono severamente proibite le adunanze di ragazzi e giovinetti adulti, che hanno luogo, a quel che sembra, non senza scopo, sui bastioni, i quali ragazzi, mediante giuochi clamorosi, attirano numerosi spettatori, gran parte dei quali si compone di persone che approfittano di quest’occasione per provocare in modo petulante il militare. Qualora in onta a tal divieto avesse a rinnovarsi un cosiffatto scandalo saranno sottoposti al meritato castigo non solo i ragazzi che verranno arrestati, ma saranno severamente puniti i loro genitori, ed in mancanza di questi i parenti, ovvero le persone incaricate della sorveglianza dei medesimi, correndo loro obbligo di curare che simili fanciulli oziosi non vengano sedotti a cattivi fini.

All’intento però di meglio ovviare in avvenire simili perturbazioni della quiete, introdotte a disegno, costituisco in pari tempo solidariamente responsabile quel circondario della città, in cui avesse a verificarsi un inconveniente di tale natura, ed impartisco parimente l’ordine che all’evenienza di simili casi venga immediatamente colà acquartierata per l’ulteriore mantenimento dell’ordine una divisione, ovvero a norma delle circostanze un intiero battaglione, per le cui competenze di tappa durante tutto il tempo di questa occupazione militare dovrà provvedere il corrispettivo circondario, il quale dovrà pagare inoltre una multa di austriache lire 5000. Ciascuna casa, dalla quale venisse gettato un sasso, qualora non venga consegnato il colpevole, dovrà essere sgombrata intieramente entro 24 ore, e sarà ridotta a caserma a spese del circondario della città, e come tale subito occupata dal militare, ovvero rivolta ad altro uso.

Si ricorda da ultimo, che il gettar sassi contro le pattuglie porta con sè, secondo la legge marziale, la stessa pena della resistenza a mano armata.

Nel caso che queste sassate partano da un assembramento di persone, le pattuglie hanno ordine di rispondere a cotali attacchi con una scarica a palla.

Le vittime colpevoli od innocenti, che in conseguenza di ciò rimanessero colpite, dovranno ascriversi a sola colpa degli autori di un tale conflitto.

Brescia, i febbraio 1849.

L’I. R. comandante del 3.° Corpo d’armata.

Tenente maresciallo APPEL.

N° 14-24

I. R. INTENDENZA PROVINCIALE DI FINANZA

Brescia, 6 marzo 1849.

Con sommo mio dispiacere mi viene oggi partecipato da S. E. il tenente maresciallo barone di Appel, comandante il terzo corpo d’armata, che alcuni degli impiegati di Finanza si permettono di indossare distintivi anti-politici tendenti a dimostrazioni contro l’attuale ordine di cose, come sarebbero abiti di velluto, stivali rossi e cappelli così detto alla Calabrese, all’Ernani, alla Profuga ecc., ecc.

Non potendosi tollerare, massime nei pubblici impiegati, i quali anzi dovrebbero servire di buon esempio agli altri abitanti, il rimarcato abuso, siccome scandaloso ed ostile all’attuale governo, così d’ordine della prelodata S. E. diffida tutti i signori impiegati a smettere in giornata i suddetti distintivi, perchè in caso contrario dovranno a sè stessi imputare le severe misure delle leggi militari da cui sarebbero impreteribilmente colpiti i renitenti, contro le quali non varrebbe al certo l’opera mia in loro favore.

E perchè nessuno degli impiegati da me dipendenti abbia ad allegare ignoranza di queste determinazioni, i signori capi d’uffizio trarranno copia della presente sulla quale dovranno essere riportate le firme di tutti gli impiegati addetti all’ufficio rispettivo, e me la rassegneranno in giornata e prima della scadenza dell’ora d’ufficio.

I dirigenti poi dell’ufficio medesimo saranno ritenuti responsabili dell’inesecuzione della stessa.

PAGANI

MUNICIPIO DI BRESCIA.

AVVISO

Una rappresentanza di cittadini per la difesa della patria ha nominato un Comitato apposito, composto dei seguenti:

Ingegnere professore Luigi Contratti,

Dottore Carlo Cassola.

“Cittadini, il vostro amore per la patria è conosciuto, ed ora è il tempo di darne una luminosa prova; avvicinatevi al Comitato, che fissa la sua residenza nel locale del Teatro, ed attendete da lui direzione ed ordine.

Brescia, 24 marzo 1849.

Per il dirigente SANGERVASIO

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Elegge e nomina in via d’urgenza le seguenti Commissioni:

Per l’organizzazione della Guardia nazionale, con incarico di sorvegliare l’esatto adempimento del servizio e la distribuzione delle relative paghe:

I signori ingegnere Domenico Buizza,

Dottor Pietro Buffali,

Ingegnere Camillo De-Dominici,

Dottore Carlo Tibaldi;

Per l’acquisto delle armi e munizioni:

I signori Vincenzo Grassi,

Serafino Volponi,

Giovanni Micheloni,

Zaccaria Premoli;

Per la distribuzione delle armi e munizioni:

I signori ingegnere Pietro Pedarali,

Ragioniere Alessandro Usardi.

Le summentovate Commissioni avranno residenza nel locale del Teatro.

Dall’Ufficio, 24 marzo 1849.

I membri del Comitato

CONTRATTI – CASSOLA.

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 29 marzo 1849.

I sottoscritti, stati eletti per provvedere alla difesa della patria, nell’accettare sì grave incarico confidano che i cittadini i quali diedero già tante belle dimostrazioni di amor patrio vorranno concorrere con tutta l’energia di cui sono capaci, a sostegno di una così santa causa.

Frattanto si invitano tutti coloro che possiedono uno schioppo e che non fossero ancora organizzati in pattuglie, a presentarsi oggi alle ore dieci antimeridiane alla caserma nel Teatro, ove si dirigeranno alla Commissione già nominata per l’organizzazione e pagamento della Guardia nazionale, avvertiti che a coloro che traessero i mezzi di sussistenza dal giornaliero lavoro verrà corrisposta la mercede di lire 1,50.

Cittadini!

Nessun privato interesse, nessun timore vi trattenga dall’accorrere alla chiamata, e considerate quale infamia piomberebbe su quelli che non si prestassero in momenti tanto decisivi per la salute della patria.

Unione – Costanza – Coraggio.

CASSOLA – CONTRATTI

MUNICIPALITÀ DI BRESCIA

AVVISO.

La rappresentanza Municipale di questa città trovasi necessitata a dover provvedere ai mezzi di pubblica sicurezza e difesa, la quale venne ieri affidata ad un Comitato composto dei signori ingegnere Luigi Contratti e dottore Carlo Cassola.

Trattasi di confermare nel Comitato medesimo ogni relativo potere di somministrare i mezzi ad agire nell’importantissimo ed urgente mandato.

Il rappresentante Municipale a questa scopo, e per essere appoggiato al voto della popolazione, invita tutti i possidenti e censiti, negozianti ed esercenti arti liberali della città, e quelli ancora della provincia che si trovassero, a recarsi oggi alle ore quattro pomeridiane nel palazzo Municipale della Loggia per deliberare sopra così importante oggetto.

Brescia, dal Civico Palazzo, il 25 marzo 1849.

Per il dirigente SANGERVASIO.

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

CIRCOLARE.

Ai reverendi Parrochi

della città e campagna della provincia di Brescia.

Sacerdoti! A voi, che tanta influenza, pel sacro vostro ministero, avete sulla popolazione, è giunto il momento dell’opera vostra.

Il sole della nostra indipendenza aveva già rischiarato il nostro bel paese l’anno scorso, e poscia offuscatosi, ora comincia a mostrarsi più bello, ed a lasciarne scorgere speranze, e speranze fondate di libertà ed indipendenza dello straniero.

Ma non basta l’affidarsi all’esito di una battaglia fra le due armate, che delle notizie avute è a noi favorevole; è necessario che anche la popolazione lombardo-veneta dia mano contro il comune nemico, contro lo straniero, e mostrandosi e lui imponente ed infesta, agisca sul morale di truppe preste alla diserzione, e poco vogliose al combattere, come le italiane e le ungheresi, e sia al nemico di danno, o col scemarlo di numero, o col rendergli difficile il provvigionarsi, e le operazioni militari nel caso specialmente di una ritirata ai loro nidi.

Brescia e Bergamo hanno di già dimostrato di essere comprese di queste massime, hanno di già inalberata la bandiera della rivoluzione, e dimostrato all’austriaco cha non aspettavamo che il segnale per armarsi e difendere col loro sangue e colla loro vita quanto si ha di più caro dopo Dio; la nostra patria.

Ora a voi si indirizza questo Comitato di pubblica difesa, a voi, ministri di un Dio giusto, onnipotente e che vuole mantenuti agli uomini i diritti che a lui concesse col dare un’anima, un pensiero libero, una patria, affinchè col vostro carattere sacro alla popolazione abbiate a secondare lo spirito d’indipendenza che così bene si ebbe già a manifestare in questa città ed in alcuni paesi. Nè solo è Ufficio il secondare, ma se siete veri patrioti dovete eccitare la popolazione, far conoscere ad essa il debito verso la patria. Ma i giovani specialmente accorrino alla caserma ed alla città, che quivi sarà loro dato un fucile, un’arma, onde con essa dar prova del loro amor patrio; pronti i cittadini a dividere seco loro il pane ed i pericoli.

Sì, voi dovete parlare, voi dovete col crocifisso in mano gridare l’allarmi, voi dovete far conoscere colle vostre influentissime parole come si deve amare la patria, e quanto deve farsi per essa contro lo straniero.

Se compirete quest’ufficio, Dio nella sua giustizia vi benedirà, la patria ve ne sarà grata, la storia, parlerà di voi, la vostra coscienza ed il vostro cuore saranno tranquilli. Guai a voi se non lo compirete, guai per la vostra coscienza e per la esecrazione dei vostri concittadini e congiunti.

Brescia, 25 marzo 1859(18).

I membri del Comitato

CONTRATTI – CASSOLA.

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, il 26 marzo 1849.

Questo Comitato avrebbe intenzione di formare una guardia di arditissimi bersaglieri, ai quali verrebbero affidate importantissime operazioni di difesa ed offesa.

Si invitano pertanto tutti coloro che avessero il coraggio e l’attitudine per appartenere a questo corpo distinto a presentarsi nella caserma del Teatro alle dodici meridiane d’oggi, ove verranno debitamente organizzati e si assegneranno loro le relative incombenze.

Giovani Bresciani!

L’ora è scoccata in cui potrete mostrare all’Italia che il nome di prodi che avete ereditato dai vostri maggiori sapete conservarlo immacolato, e farete conoscere all’ostinato nemico quali cuori questo sole arista riscaldi.

Unione – Costanza – Ardire.

CASSOLA – CONTRATTI.

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

AL POPOLO BRESCIANO.

Brescia, 28 marzo 1849.

Il 27 marzo di Brescia sarà trasmesso ai posteri del paro coi più gloriosi giorni che rifulsero a Milano e Palermo durante la lotta per l’indipendenza italiana.

Nel precedente giorno 26 un’armata nemica presentavasi nelle vicinanze della città. Alla Commissione di tre distinti cittadini, speditagli contro a Sant’Eufemia per conoscere quali fossero le sue intenzioni, imperiosamente rispondeva che gli si dovevano aprire le porte e consegnare i prigionieri di guerra.

Il Comitato di difesa allora, dopo aver consultato il voto del popolo, rescriveva quanto segue:

Al comandante le armate austriache

nelle vicinanze di Brescia.

Abbiamo comunicato ai cittadini la vostra risposta, ed il popolo in massa ha respinto con indignazione le vostre proposte, proclamando che si deve vincere o morire, e che la città è pronta a resistere finchè sia ridotta in cenere. Nulla noi aggiungiamo alla potente voce del popolo, e ci siamo perciò determinati di sostenere con tutti i mezzi che abbiamo in nostro potere qualunque assalto.

Signore! Non confidate troppo nelle vostre forze; perchè la massa popolare di una città agguerrita non si vince che con un imponente esercito. Pensate che le vostre truppe saranno massacrate sotto le mura di questa città, e quindi quale responsabilità attirerete sul vostro capo con un progetto disperato.

Pensate inoltre che al principiare delle ostilità contro Brescia tutti i prigionieri e gli ammalati che abbiamo in nostro potere sarebbero massacrati dal furor popolare.

Il Comitato di pubblica difesa

CASSOLA – CONTRATTI

Ieri giorno il comandante nemico minaccioso si presentava davanti alla città, ed il popolo bresciano, fermo nelle sua promesse, avrebbe senza dubbio effettuato lo sterminio delle sue truppe, se prudentemente non le avesse salvate colla ritirata.

CASSOLA – CONTRATTI.

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 26 marzo 1849.

LA PATRIA È IN PERICOLO.

Ora è il momento, o Bresciani, di agire e di far conoscere che le vostre promesse non furono millanterie. Gli armati accorrino davanti al Teatro per ricevere le destinazioni. Chi non ha armi, le donne, i vecchi, i ragazzi, si adoprino a costruire barricate alle porte della città. Uniamo le forze, e difendiamoci. Non si tratta che di duemila uomini con due pezzi d’artiglieria, quasi tutti italiani. All’armi, all’armi.

Unione – Costanza – Ordine.

CASSOLA – CONTRATTI.

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 26 marzo 1849

Allo scopo che i cittadini abbiano cognizione degli eventi della guerra, si pubblica il seguente bollettino piemontese, or ora pervenuto.

Bollettino piemontese.

Il nemico ebbe l’audacia d’inoltrarsi sul nostro suolo; battuto da tutte le parti, tenta inutilmente ritirarsi al corpo.

La nostra vittoria è di diecimila tra morti e feriti, e quattromila prigionieri.

Un corpo di quindicimila uomini è separato dal maggior corpo austriaco, e tenta invano di riunirsi.

Dal Campo.

CHRZANOWSKI.

Cittadini!

A fronte di tali vittorie riportate dai nostri prodi, vorrete voi gettare incancellabile macchia d’infamia sulla nostra città col cedere in faccia ad un piccolo distaccamento, che certe notizie dicono minore di duemila uomini? Quando i generosi figli di Brescia che combattono per noi in Piemonte ritorneranno in patria a raccontare le loro prodezze, come potrete nascondere la vostra viltà se mostraste loro delle catene? Il Comitato di difesa ha deciso di vincere o morire. Lo abbandonerete voi? Ah no! Brescia non smentirà il suo nome di città eroica.

All’armi adunque, alle barricate.

Ordine – Costanza – Ardire.

CASSOLA – CONTRATTI

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 26 marzo 1849.

Popolo bresciano,

Pare che il nemico non abbia avuto il coraggio di affrontarci durante il giorno per non far conoscere la sua debolezza. Forse potrebbe tentare un assalto nella vegnente notte, nella lusinga che, spiegando all’improvviso un vivo fuoco dall’esterno della città di concerto col bombardamento da parte del castello, fra le tenebre della notte, possiate essere atterriti ed abbandoniate la difesa. Quanto s’inganni però ce lo comprova l’entusiasmo che scorgiamo in tutti i cittadini pronti a vincere o morire. Voi siete già a prova di bomba, perchè finora il bombardamento non eccitò che allegria ai cittadini. I nemici esterni non oltrepassano i seicento.

Interpreti perciò del voto universale, li sfidiamo a qualunque ora. Poco importa che la nostra vittoria sia rischiarata dal sole o dall’illuminazione della città.

Comprenderanno pertanto i cittadini che necessita che a tutte le finestre verso strada sieno esposti i lumi.

In questo momento ci è giunto un proclama del generale insurrezionale Camozzi, il quale annuncia che la città di Bergamo ha di già ottenuta vittoria del presidio nemico. Domani sarà qui in nostro sussidio. I Bergamaschi usarono di ogni mezzo di difesa; sassi, tegole ed altri effetti venivano scagliati dalle finestre e dai tetti. Sarete voi meno di loro? No, per Dio! Brescia sceglierebbe la tomba in confronto del disonore. Secondate pertanto gli sforzi del Comitato, e la città sarà salva.

Unione – Costanza – Ardire.

CASSOLA – CONTRATTI

MUNICIPALITÀ DI BRESCIA.

AVVISO.

Seduta del Consiglio comunale

del giorno 27 marzo 1849, ore 10 antimeridiane.

La suprema necessità di conservare la sicurezza delle persone e delle sostanze di questa città dopo chè le autorità superiori hanno abbandonato l’esercizio delle loro attribuzioni, lasciandola sprovveduta, in onta alle fatte istanze d’ogni guarnigione, difesa e tutela, ha indotto il sig. dottor Girolamo Sangervasio col concorso di un’eletta di cittadini convocati a tale scopo a domandare parte dei poteri e lui conferiti dall’avv. Saleri ad un Comitato composto dei signori Luigi Contratti e Carlo Cassola affinchè provvedessero alla difesa della patria nell’urgenza delle circostanze. I sopravvenuti avvenimenti, i bombardamenti tre volte ripresi sulla città e la vicinanza di un corpo di milizia imperiale hanno suscitata nel popolo la massima esacerbazione, ma l’indole generosa della popolazione ci ha salvati fin qui dalle estremità della guerra conservando incolumi gli stessi ammalati militari lasciati alla sua protezione. Continuando però il pericolo, ed il governo della cosa pubblica trovandosi tuttavia concentrato nel solo Municipio, e l’unica forza del popolo armato, l’adunanza dei consiglieri comunali e di altri cittadini in numero di 38 convocatisi in questo stesso giorno ha deliberato ad unanimità quanto segue, ed ha votato la pubblicazione del seguente

PROCESSO VERBALE.

Attesa la necessità imperiosa di provvedere straordinariamente alla sicurezza delle persone e delle cose, resta conservato interinalmente nel signor dott. Girolamo Sangervasio ogni potere già conferito al benemerito avvocato Saleri, compresa la facoltà di aggregarsi quelle persone che più credesse opportune con pieno mandato di avvisare al miglior possibile andamento della cosa pubblica, anche costituendo un corpo armato nazionale che come in altra epoca ha meritato l’universale encomio, così anche negli attuali bisogni si presti munito delle armi necessarie tanto lasciate dal militare, quanto provvedute o da provvedersi al di fuori; è approvata ad unanimità ogni misura sin qui attuata dal signor Sangervasio sottentrato alla dirigenza municipale per i poteri trasmessi dal consiglio 22 marzo corrente, oltre a quelli straordinariamente attribuitegli in questo giorno, e nel mentre si votano i ringraziamenti ad esso Sangervasio ed al Comitato di pubblica difesa, si lascia allo stes-so Sangervasio di avvisare al completamento degli uffici dipendenti per tutte le misure ch’egli crederà nel caso così pure alla provvista dei mezzi e relativa esecuzione.

Per estratto conforme

il f. f. del Presidente dei consiglio

ANTONIO BASILETTI.

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, il 27 marzo 1849

ore sei e mezza pomeridiane.

Cittadini!

Il vostro nome alla posterità è assicurato. Voi vi difendeste da leoni. Il nemico trovasi nell’avvilimento perché gli imponenti mezzi di guerra coi quali credeva atterrirvi non hanno fatto che accrescere il vostro entusiasmo. Ormai ha consumati tutti i suoi mezzi guerreschi, e quindi non dovete far altro che dar compimento alla vittoria nello stesso modo che l’avete incominciata.

Italia tutta farà plauso a tanta prodezza.

Ordine – Costanza – Unione.

CASSOLA – CONTRATTI

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 27 marzo 1849.

Mentre l’entusiasmo patriotico predomina la mente ed il cuore di questa generosa popolazione, pur troppo alcuni vermi malnati, calpestando ogni dovere sociale, osano in questi momenti sacri alla patria commettere il più abbominevole fra i delitti, quello cioè di violenza alle persone allo scopo di impadronirsi delle sostanze. Se pertanto da una parte il Comitato di difesa va superbo di trovarsi in circostanze da prestarsi alla salvezza di sì eroica popolazione, conosce, dall’altra, gli obblighi che si trovano inerenti al suo difficile incarico; e perciò, mentre fa plauso alla massa dei cittadini che fanno onore alla loro patria con azioni generose, ha determinato di adottare le misure più rigorose contro questi esseri indegni del nome bresciano.

SI DECRETA QUINDI:

Tutti quelli che verranno colti in flagrante delitto di rapina saranno assoggettati ad una Commissione di giudizio statario e condannati alla pena di morte colla fucilazione.

Allo stesso giudizio ed alla stessa pena verranno assoggettati anche coloro a carico dei quali sarà provato lo spionaggio a favore del nemico.

Tale Commissione di giudizio statario viene composta dei seguenti cittadini:

Contratti Luigi

Cassola Carlo.

Prestini Giambattista.

I buoni cittadini faranno eco senza dubbio a questa misura straordinaria di giustizia, e la loro approvazione basta ai sottoscritti.

CASSOLA – CONTRATTI

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 28 marzo 1849

AVVISO.

Attesa la rinuncia del cittadino Prestini Giambattista al posto assegnatogli nella Commissione di giudizio statario, nominata con decreto a stampa di ieri giorno, gli si sostituisce il cittadino Ulisse Marinoni, e perciò tale Commissione viene composta dei seguenti cittadini;

Contratti Luigi.

Cassola Carlo.

Marinoni Ulisse.

I membri dei Comitato

CASSOLA – CONTRATTI.

CITTADINI!

Chiamato dalla confidenza vostra in questi gravissimi tempi alla direzione della cosa pubblica, io non potei soffermarmi a considerare quanto le mie forze fossero insufficienti a tanto peso; amore pel mio paese e i vostri incoraggiamenti mi spinsero a continuare nel cammino; volontà ferma, intenzione pura, piena fiducia in voi, ecco ciò che importa al grande lavoro, cui tutti ora ci stiamo travagliando. L’affetto e la persuasione che mi avete dimostrato sono già largo compenso alle mie fatiche. Uniti nell’impresa il pericolo non saprà disgiungerci mai. Le angoscie della patria cesseranno fra breve, io ne sono certo, perché voi, i quali sapeste già eroicamente difenderla, siete degni di possederla libera e gloriosa.

Brescia, 28 marzo 1849.

Il dirigente interinale del Municipio.

SANGERVASIO.

LA DIRIGENZA DEL MUNICIPIO DI BRESCIA.

DECRETA

Tutti i venditori di commestibili di prima necessità, come pure le farmacie, droghierie ed i caffè dovranno secondo l’uso restare aperte onde prestarsi immediatamente al pubblico bisogno. Quelli che non eseguiranno tale ingiunzione saranno multati ed anche puniti a norma delle circostanze.

Brescia, 28 marzo 1849.

Il dirigente – SANGERVASIO.

LA DIRIGENZA DEL MUNICIPIO

DECRETA

Tutte le case della città devono essere illuminate per tutta la notte fino a nuovo avviso. E siccome tale misura voluta imperiosamente dalle circostanze non è stata in parte eseguita malgrado le ordinanze del Comitato di difesa, così ogni proprietario ed inquilino si ritiene solidariamente obbligato a tale ingiunzione, ed alle pene o multe pecuniarie che saranno applicate in caso di mancanza.

Brescia, 8 marzo 1849.

Il dirigente – SANGERVASIO

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 28 marzo 1849,

LE BARRICATE.

Questa felice istituzione dei popoli per fiaccare la potenza di forze materiali, diabolicamente congegnate a ruina della società, deve essere non solo conservata, ma migliorata.

Frattanto pensiamo noi a trar profitto degli importanti vantaggi di tale istituzione.

Le guardie nazionali si lagnano ed a ragione, al vedere tanti individui colle mani in mano, e che non hanno altra scopo se non quello di appagare la propria curiosità, raccogliendo notizie, mentre ad esse tocca vegliare giorno e notte per la causa comune. Nessuna scusa che valga possono addurre i neghittosi in questi momenti d’azione. Chi non ha armi può prestare colle braccia importante sussidio; le barricate li aspettano. Chi non ha forza di braccio, avrà una voce per incoraggiare, mani per apprestar cibi ai lavoranti, cuore per offrir loro ricovero ove ne avessero di bisogno.

Tutti i cittadini adunque devono prestare qualche sussidio alla causa, e guai agli inerti.

CASSOLA – CONTRATTI

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Per evitare qualunque disordine dell’uso della forza armata, e per moderare l’ardore sfrenato di alcuni che anelano di battere il nemico, lo che può portare delle sinistre conseguenze, si ordina che nessuno possa intraprendere qualsiasi impresa fuori di città, senza avere riportati l’assenso del Comitato di difesa.

Brescia, 29 marzo 1849.

CONTRATTI – CASSOLA

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 29 marzo 1849.

Non avendo avuto compimento la sistemazione della guardia nazionale colla convocazione seguita nelle parrocchie al mezzogiorno d’oggi, si ordina che tale convocazione dovrà rinnovarsi nel giorno di domani 30 marzo, alle ore dodici del mezzodì.

A tale convocazione dovranno intervenire indistintamente tutti coloro che sono domiciliati in città, sia che abbiano armi proprie od armi avute dal Comitato, e sia che ricevino soldo o che si prestino gratuitamente, non avuto riguardo alle antecedenti iscrizioni. Tutti quelli che si troveranno in servizio nell’ora prefissa, faranno pervenire alla parrocchia i loro nomi colla indicazione della compagnia a cui appartengono.

Nessuno manchi per compire un ordine che tanto deve giovare alla patria.

CONTRATTI – CASSOLA

COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 31 marzo 1849.

Riesce spiacentissimo il vedere quasi tutte le porte delle case chiuse quando la prode Guardia Nazionale di città e di provincia sta respingendo il nemico alle barricate. Come mai ponno esistere esseri dominati da tanto egoismo e privi d’ogni sentimento amorevole verso i suoi simili, da chiuder loro le porte in faccia mentre espongono il loro petto alle palle nemiche per la comune causa dell’indipendenza ed impedire così ad essi un rifugio, nel caso che esuberante forza d’impeto nemico, superata qualche barricata, portasse la guerra nelle contrade? Guai a quel cittadino che, dopo la pubblicazione del presente, non aprisse il portello non solo, ma anche gli usci degli appartamenti onde i nostri prodi possano all’evenienza ripararvisi ed offendere il nemico dalle finestre. Colui sarebbe dichiarato traditore della patria, ed oltre l’esecrazione universale, verrebbe da apposita commissione condannato al pagamento di una gravosa multa.

Si ripromette il Comitato che chi racchiude in petto cuore bresciano non vorrà contravvenire a tale ordine.

CONTRATTI – CASSOLA.

MUNICIPALITÀ DI BRESCIA.

AVVISO.

Brescia, 29 marzo 1849.

Il dirigente della municipalità di Brescia in forza dei poteri attribuitigli dall’adunanza del Consiglio comunale e dei cittadini convocati nel 27 febbraio 1849, giusta quanto stato proclamato con avviso municipale:

DECRETA

1.° Tutti gli ufficii tanto amministrativi, quanto giudiziarii restano pienamente confirmati nelle loro attribuzioni e nello stesso modo con cui sono attualmente costituiti; essi dipendono immediatamente dalla dirigenza del municipio.

2.° Tutti gli impiegati addetti agli ufficii medesimi dovranno prestare il loro servizio.

Il dirigente SANGERVASIO.

MUNICIPIO DI BRESCIA.

Visto l’urgenza di provvedere a che gli affari giudiziarii non soffrano pregiudizio dalle attuali condizioni politiche locali, interpellato anche il potere giudiziario:

Il dirigente del Municipio in vista delle attribuzioni conferitegli,

DECRETA:

1.° Resta sospesa la decorrenza di tutti i termini giudiziarii tanto prescritti dal regolamento generale sul processo civile, quanto dal giudice a datare dal giorno 23 marzo fino a nuova disposizione.

2.° Le rate ed altri effetti cambiari scadenti col giorno 30 e 31 marzo corrente restano in proroga fino a tutto il prossimo venturo aprile, e quelle scadenti dal 1.° al 10 aprile prossimo venturo restano prorogate pel lasso di 8 giorni, salvo le successive disposizioni che saranno del caso.

Dal civico Palazzo, 26 marzo 1849.

Il dirigente SANGERVASIO,

CITTADINI!

Il Comitato di pubblica difesa, intento al bene dei poveri di questa città, essendo in questi momenti interrotti i mezzi di sussistenza, ha emesso dei Boni che vennero consegnati ai parrochi e curati delle singole parrocchie, i quali conosciuti i più e i meno bisognosi dispenseranno a questi i detti Boni, che i fornai hanno l’ordine di estinguere.

Brescia, 29 marzo 1849.

CASSOLA – CONTRATTI.

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 29 marzo 1849

Per meglio facilitare la difesa della patria si ordina: Chi venderà fucili ricevuti dal Comitato sarà arrestato, e secondo le circostanze aggravanti potrà anche venir fucilato. Chi compra tali fucili sarà arrestato e condannato alla multa di lire 100 per ogni fucile. Chi ha arme da fuoco senza farne il debito uso a pro della patria, sarà arrestato e le armi saranno confiscate e subirà altresì una multa da determinarsi. Chi non sa usare le armi da fuoco dovrà consegnarle al Comitato di difesa per la distribuzione, salva la restituzione a suo tempo, altrimenti sarà arrestato e multato.

CONTRATTI – CASSOLA.

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 28 marzo 1849.

Dietro proposta di molte guardie nazionali si ordina ai principali alberghi e caffè di questa città di lasciar aperte le botteghe durante la notte, così in caso di attacco del nemico si proibisce che si chiudano le botteghe e le porte delle case, delle quali ultime si dovrà almeno lasciar aperto il portello. Non si pone dubbio che questi ordini saranno puntualmente eseguiti.

CASSOLA – CONTRATTI

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 29 marzo 1849.

S’invitano tutti i cittadini a portarsi colle proprie armi alla rispettiva parrocchia per eleggersi un capo. Ogni parrocchia avrà un capitano il quale dividerà sotto di sè i soldati in tante compagnie di 30 uomini per ciascheduna con un capo.

Bresciani!

Voi che fino ad ora deste tante luminose prove di buon volere, voi sarete per approvare questa deliberazione, e quindi vi stabiliamo per tale riunione l’ora di mezzogiorno.

Viva l’Italia! Viva l’Indipendenza!

CASSOLA – CONTRATTI.

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

Brescia, 28 marzo 1849.

Il Comitato di pubblica difesa conoscendo che alcuni dell’armata austriaca disertano e girano senza nome, ha deliberato che tutti quei disertori che si presenteranno allo stesso Comitato con fucile saranno premiati colla somma di correnti lire 50. e saranno altresì protetti e giornalmente sussidiati colla paga di lire 1 50.

CONTRATTI – CASSOLA.

CASTELLO DI BRESCIA.

Li 31 marzo 1849, ore 9 antimeridiane.

Notifico alla Congregazione municipale ch’io alla testa delle mie truppe mi trovo qui per intimare alla città di rendersi tosto e senza condizione. Se ciò non succederà sino oggi a mezzogiorno, se tutte le barricate non sono intieramente levate, la città sarà presa d’assalto e saccheggiata, e lasciata in balìa a tutti gli orrori della devastazione. Tutte le uscite della città verranno occupate dalle mie truppe, ed una resistenza prolungata trarrà seco la certa rovina della città.

Bresciani! voi mi conoscete, io mantengo la mia parola.

Il comandante delle truppe

stanziate all’intorno alla città di Brescia

il tenente maresciallo

HAYNAU.

ORDINE DEL GIORNO.

Italiani, sì Piemontesi che Lombardi, voi siete valorosi e degni figli d’Italia…..! Voi vedeste il nemico ed egli fu vinto, ora ritornerete colle vostre stesse mani a piantare il vessillo tricolore sull’Adige, lo vedrete, ve lo assicuro, sventolare sulle rive dell’Isonzo.

CHZARNOWSKY.

BOLLETTINO.

Il giorno 25 Radetzky proponeva un armistizio che fu rigettato dal valente Chzarnowsky. Il giorno 25 due divisioni, 24,000 uomini, avanzavansi baldanzosamente sul ponte della Sesia inseguendo piccol corpo di piemontesi in finta ritirata. Appena da una di queste divisioni fu passato il ponte già minato, questo balzò, dividendo così l’armata austriaca. Le divisioni ora trovansi al cospetto di 40,000 uomini comparsi quasi per incanto: s’impone la resa. La divisione rifiuta, e le nostre artiglierie fulminano da ogni lato. I nostri soldati assalgono il nemico di fianco alla baionetta. I Tedeschi si avvoltolano nella polve lasciando nude le fila. Radetzky vedendo irreparabile una sconfitta, innalza bandiera bianca intanto che la predetta divisione deponeva le armi. Dopo breve ma franco parlamento fu conchiuso l’armistizio in questi termini:

1.° Radetzky sgombrerà subito il Lombardo col restante dell’armata ritirandosi Veronetta oltre l’Adige.

2.° Il Lombardo verrà immediatamente occupato dalle truppe sarde.

3.° Restituzione di tutti i prigionieri Piemontesi e Lombardi.

4.° Detenzione dei prigionieri Tedeschi in Piemonte.

5.° Rispetto alle vite ed alle proprietà d’ogni provincia lombarda.

6.° Sull’Adige nuovi trattati riguardo al Veneto.

Cittadini!

A tali notizie non occorre far comenti per destare entusiasmo. Rispettiamo i patti del grande Chzarnowsky e quindi tregua coi nostri nemici. Se però fossimo assaliti, imitate i nostri fratelli che si trovano in Piemonte.

Firmati – CASSOLA – CONTRATTI.

ESTRATTO DEL RAPPORTO

DEL FELD MARESCIALLO HAYNAU

sulla presa di Brescia comunicata a Radetzky.

“Non dubitando che a V. E. saranno noti gli avvenimenti in ed all’intorno di Brescia fino al 30 marzo a. c. comunicati col mezzo dell’I. R. comando militare L. V. mi affretto ad umiliare a V. E. la relazione dell’attacco e sottomissione di questa ribelle città intrapreso nel giorno 31 marzo e 1 aprile.

Fino al 30 marzo la brigata del generale Nugent si era accontentata di minacciare la città dalla sola parte del borgo di sant’Eufemia, e non aveva potuto fino allora mettersi in comunicazione col castello.

Quando nella notte dal 29 al 30 mi pervenne la notizia che la ribellione in Brescia prendeva maggiormente vigore, nel giorno 30 mi portai da Padova a Verona fino sant’Eufemia, presi tutte le disposizioni per spedire alcuni corpi di truppe, come anche pel rinforzo della guarnigione a Verona, ed ordinai che sul giorno 31 in unione alla brigata Nugent concentrata a sant’Eufemia si dovesse compiere il blocco della città ed operare l’assalto sopra le cinque porte ad un tempo.

La detta brigata consisteva nel 1. battaglione di Confinali Rumeni del Banato, 2. battaglione del reggimento arciduca Baden, due divisioni del Ceccopieri, uno squadrone di cavalleggieri Lichtenstein, e quattro pezzi di cannone: dassi in tutto 2300 uomini e 50 cavalli.

Ad onta di così piccol forza di truppa io non dubitava dell’esito, nè si poteva ritardare più oltre l’attacco poichè gl’insorgenti ricevevano dai colli continui rinforzi. Nel giorno 31 in sull’aurora venne operata la circuizione col mezzo di cinque colonne in modo che erano occupate le cinque strade che conducono alla città, e minacciate le cinque porte.

Io condussi meco il primo battaglione del Baden attraverso al declivio dei colli, facendolo entrare in castello per la porta esterna. Tutte le indicate colonne dovettero mettersi alle rispettive posizioni lottando cogli insorgenti in modo che ebbimo un morto e quattordici feriti. Sebbene una dirotta pioggia rendesse difficile l’operazione, venne d’altra parte favorita dalla nebbia. Verso il mezzogiorno era compiuto il blocco della città nella quale dominava il popolo e la perfetta anarchia.

Io feci conoscere alla città che mi trovava in castello, e che con apposita notificazione le intimava la resa.

Alle 11 ore comparve una deputazione della città, la quale facendo conoscere l’impotenza dell’autorità municipale e della parte ben intenzionata dei cittadini a dominare la ribellione, tenne contemporaneamente un linguaggio che provava come i ribelli non volessero in alcun modo conoscere il loro delitto: anzi versassero nella pazza idea di trovarsi sopra un terreno legale difendendo la città contro le truppe imperiali poichè erano incominciate le ostilità tra il Piemonte e l’Austria.

La deputazione chiese una dilazione fino alle 2 ore dopo mezzogiorno, essendo quel tempo assolutamente indispensabile per muovere gl’insorgenti a deporre le armi. Concessi la dilazione sempre sperando che i ribelli rinunciassero al pazzo proposito della difesa.

In luogo della risposta alle due ore pomeridiane venne suonato a stormo con tutte le campane della città, e si diresse sopra il castello un fuoco non interrotto dalle fila delle case che circondano il castello, dalle torri e dai tetti.

Io temporeggiai volontariamente il termine fino a 4 ore dopo il mezzogiorno, ma vedendo che la ribellione si faceva più forte, feci aprire il fuoco dal castello sulla città, ed incominciai l’assalto sopra tutti i punti.

Siccome io non aveva che 4 pezzi di cannone alla porta Torrelunga, e tutte le entrate fortemente barricate, non si potè a prima giunta penetrare che per questa porta.

L’attacco di essa venne facilitato da una divisione di riconvalescenti che io feci partire dal castello sotto la direzione del tenente Imeresk, prendendo la via dei Bastioni, disperdendoli in modo di operare di fianco sulla barricata della porta medesima.

Il tenente Imeresk eseguì l’attacco con distinta bravura e gl’insorgenti al primo giungere furono dispersi dalla barricata in modo che la colonna esterna del generale Nugent potè penetrare per questa porta nella città. Contemporaneamente feci uscire dal castello il 1.° battaglione Baden ordinando di assalire anche da quel lato la città.

Allora cominciò un combattimento micidiale il quale dagl’insorgerti venne condotto da barricata a barricata, da casa a casa, colla massima ostinazione: io non avrei giammai creduto che una causa così cattiva potesse essere sostenuta con tanta perseveranza. Ad onta di questa disperata resistenza, sebbene l’assalto non si potesse effettuare che in parte e con forti cannoni le nostre brave truppe sotto grave perdita con eroico coraggio occuparono una fila delle prime case; ma siccome tutte le colonne non poterono ad un tempo penetrare nella città, comandai sul far della notte di sospendere ogni progresso nell’assalto e di mantenere soltanto le parti conquistate.

Il combattimento durò sino a notte inoltrata. Al primo aprile sul far del giorno si rinnovò il suono delle campane a stormo ancor più forte che nel giorno prima, e la pugna cominciò dalla parte degli insorgenti con ancor maggior accanimento.

Io feci aprire subito un terribile bombardamento sulla città e ricominciare l’assalto. Attesa la grave perdita che avevamo di già sofferta, l’ostinazione ed il furore del nemico, si dovette procedere alla più rigorosa misura, comandai perciò che non si facessero prigionieri, e fossero immediatamente massacrati tutti coloro che venissero colti coll’arma alla mano; le case da cui venisse sparato, incendiate, e così avvenne che il fuoco già incominciato parte ad opera delle truppe, e parte dal bombardamento si appiccò in parecchi luoghi.

Le nostre truppe fecero a poco a poco progressi, poichè non si poteva avanzare che di posto in posto, essendo la forza disponibile troppo poca per una città così estesa, e colle contrade così strette. A poco a poco mediante assalti di fianco furono prese ed occupate le porte s. Alessandro, s. Nazaro, e finalmente in sulla sera anche la porta s. Giovanni, e in quella misura sgombrata la città dagl’insorgenti che in maggior parte tentarono fuggire per le mura. Essi furono serrati nell’angolo tra s. Giovanni, e porta Pile. A quattro ore dopo mezzogiorno entrava in città un battaglione di confinali del Banato ed una batteria di mortai che io aveva fatto pervenire il primo da Verona, la seconda da Mantova.

Il suddetto battaglione venne tosto impiegato a sollecitare la resa della città, e siccome la resistenza dei ribelli a poco a poco cedeva, così le nostre truppe a 6 ore pomeridiane erano già in possesso della città non solo, ma avevano anche ristabilita la quiete.

La nostra perdita in questo ostinato e micidiale combattimento che durò dalle 4 pomeridiane del 31 marzo fino a cinque ore dopo mezzogiorno del 1.° aprile fu considerevole. Non posso per ora spedire un quadro preciso e particolareggiato, però debbo umilmente annunciare che il generale Nugent è stato ferito alla noce del piede in modo che gli si dovette farne l’amputazione; che il colonnello conte Favancourt comandante in sua vece alla testa delle sue truppe ebbe una palla attraverso il petto e morì poco dopo; che il tenente colonnello Milez, dello stesso reggimento Baden, cadde gravemente ferito e dagli insorgenti poscia massacrato, e la sua salma mutilata. In tutto, la perdita dovrebbe ammontare in morti a 5 o 6 ufficiali e 480 uomini, in feriti a 10 o 12 ufficiali, e più che 430 uomini, avrò l’onore di comunicare a suo tempo la precisa distinta di queste perdite. Quella degli insorgenti non si può stimare; però si sono trovati in molti luoghi quantità di cadaveri.

Tutte le truppe, i loro ufficiali alla testa, hanno combattuto con straordinario valore, e il loro contegno merita la più grande riconoscenza.

Se questo lungo ed ostinato combattimento non trascorse senza eccessi in tali circostanze, ciò non si può evitare anche colle truppe meglio disciplinate.

Io mi darò somma cura di ristabilire nella città l’ordine e la legge, e non ritornerò colle mie truppe se non quando l’avrò consegnata al feld-maresciallo barone Appel, il quale deve entrare in Brescia al giorno 2 aprile. Tengo frattanto occupate le porte con forte guarnigione, e non lascio uscire alcuno per ottenere possibilmente l’arresto dei capi della rivolta.

In prova dello spirito che dominava nella città unisco alcuni proclami emanati dall’autorità(19).

B. HAYNAU.

PROCLAMA.

Partite le Imperiali Regie truppe pel Ticino, la città di Brescia con baldanza insolente si mise in ribellione, usò violenze agli II. RR. Militari qui rimasti, imprigionandoli e maltrattandoli, si armò e ammise entro le sue mura masnade armate della provincia e fece tutti i preparativi ed una difesa ostinata contro l’I. R. Militare.

Invece che il terrore di un bombardamento l’avesse indotta di desistere dal suo procedere insensato e di ritornare al suo dovere, s’organizzò nella città la resistenza sotto la direzione d’un apposito – Comitato di pubblica difesa – e colla diffusione delle notizie le più assurde di sventure sofferte dall’armata imperiale, s’eccitò ad una perseveranza generale e pertinace. Sono accorso per domare la città ribelle e di punirla per la ripetuta sua ribellione verso l’I. R. Governo.

Non ostante la prolungazione di due ore chieste e da me accordata, il termine posto alla città per la sua resa a discrezione, non servì ad altro, che di vieppiù fortificare la difesa della città coll’erigere di nuove barricate, e il termine scorso fu annunziato con un generale suonar a stormo.

Nulla di meno ritenni ancora per alcune ore gli ordini per l’assalto della città, nell’aspettativa che questa desistesse dal suo procedere insensato.

Poichè dopo un breve bombardamento, fatto come avvertimento, non si eseguì ancora la sommissione, la città dopo una resistenza disperata fu presa d’assalto dalle valorose mie truppe.

Eccitati dalla micidiale lotta nelle contrade alla più grande esacerbazione, nulla di meno essi non fecero sentire alla città tutti gli orrori di una presa d’assalto.

SI PORTA A GENERALE COGNIZIONE:

1.° Quattro ore dopo la pubblicazione di questo Proclama, tutte le armi e munizioni d’ogni sorta devono essere portate al Municipio, e consegnate all’I. R. Militare.

2.° Dove scorso il termine accordato per l’impunita consegna delle armi, si trovassero, praticando visite domiciliarie, delle armi o munizione di qualunque sorta il loro proprietario, o se questo non venisse trovato, il proprietario della casa o il suo agente sarà fucilato.

3.° Tutte le barricate sono tosto da levare, e il selciato deve essere rimesso come era prima, dove questo non succede sino oggi alle cinque ore di sera, e talmente che le traccie non sieno riconoscibili, le case private che vi confinano pagheranno una multa determinata.

4.° Gli II. RR. stemmi sono da ricollocare entro 48 ore in tutti quei luoghi ove furono prima, dove ciò non sarà effettuato, subentrerà una multa corrispondente.

5.° La città e provincia di Brescia pagherà una multa espiatoria di Sei milioni di Lire Austriache, le quali levate secondo lo scudo d’estimo, si verseranno in rate mensili di cinquecento mila lire austriache, cioè la prima rata col primo maggio di quest’anno, la seconda col primo giugno e così avanti sino all’ultima, scadente col primo aprile 1850.

6.° Per quegli II. RR. Militari, che in questa lotta contro gl’insorgenti traditori furono feriti, come anche per gli orfani dei rimasti sul campo, la città di Brescia pagherà Trecento mila lire austriache, pagabili in tre rate eguali, una coll’ultimo aprile, l’altra coll’ultimo maggio e la terza coll’ultimo giugno di quest’anno.

7.° Inoltre tutti i detrimenti sofferti dalle locali Casse militari e pubbliche durante e in causa di questa ribellione, sono da restituirsi e soddisfarsi dietro la precisa evaluazione.

NOTE:

(1) Dal libro di quest’autore attingemmo varie ad interessanti notizie sui fatti bresciani.

(2) Il vero podestà di Brescia, l’Averoldi, era fuggito per scansare l’arresto ordinato da Haynau in conseguenza della scoperta del magazzino di vestimenti militari sopra citato.

(3) Narra il Cassola che di quel sacrificio venne il Zambelli giustamente ricompensato, perché il Montecucoli, conscio del suo fedele attaccamento al paterno regime di casa d’Austria, gli conferiva il posto di amministratore dei Luoghi Pii.

(4) Correnti.

(5) Tiro Speri morì martire per la fede italiana; egli fu appiccato a Mantova dagli Austriaci il 3 marzo 1853. Vedi I processi di Mantova pubblicati in questa raccolta.

(6) Attilio nobile Pulusella, nativo di Cellatica, d’anni 36, cappellano nel santuario delle Grazie, e Luigi Usanza, di Borgo san Giovanni, d’anni 20, venivano per ordine di Haynau fucilati, il 20 ottobre 1848; il primo, diceva la notificazione, per aver tenuto indosso uno stile bitagliente, il secondo perchè possessore d’una pistola.

(7) Veggansi Cassola e Correnti.

(8) Il generale Nugent, innanzi spirare, chiamò nel suo testamento legataria la città di Brescia, non sappiamo se per iattanza soldatesca o per rimorso. Nel cippo che venne collocato nel cimitero di quella città alla di lui memoria, il governo austriaco fece incidere il verso di Monti nella Basvilliana: “Oltre il rogo non vive ira nemica.”

(9) Fra i cinque fatti prigionieri eravi l’intrepido Speri. Questi però, poco dopo, quasi per miracolo, riusciva a fuggire lor di mano, riportando soltanto leggiera ferita al capo. Per quanto ci consta tra i martiri di quella fazione trovaronsi il Nullo, il Lovatini ed il Taglianini.

(10) Parecchi giornali austriaci si scatenarono contro il Comitato di pubblica difesa in Brescia, tacciandolo di selvaggia ferocia, per avere, come dicevano, fatti massacrare gli ammalati militari e gli altri prigionieri di guerra. Sappiano però quei satelliti del dispotismo che gratuitamente lanciarono tali imputazioni, che il Comitato ed il popolo bresciano non attinse la sua politica alla malvagia scuola di Casa d’Austria; e sebbene nelle corrispondenze co’ propri aggressori minacciasse qualche volta l’esterminio dei prigionieri di guerra, nol fece che per tentare con tale mezzo dl rimuovere i bombardatori dai loro progetti di distruzione, ma in realtà i prigionieri sempre furono trattati con tutta l’umanità.

(11) Il pietoso spettacolo che offrivano i soldati riedenti dal Piemonte, specialmente dalla porta Vercellina, aveva sì fattamente persuasi i Milanesi essere gli Austriaci in ritirata, che, lieti in volto, andavansi ripetendo: Lasciamoli pur stare: entrano da una porta per uscire da un’altra; fra poco saremo liberi senza macchiarci di sangue.

(12) Correnti.

(13) Correnti.

(14) Correnti.

(15) Correnti.

(16) Quanto fosse l’orrore destato nell’Europa tutta civile ai fatti dell’Haynau, consumati sì in Italia che in Ungheria, ci basti il citare che, recatosi quel crudo uomo, alcuni anni dopo, a visitare in Londra una officina, gli operai, udito chi egli fosse, gli si avventarono addosso. gli strapparono gl’ispidi baffi; e lo avrebbero freddato alle grida di morte al carnefice di Brescia e di Arad, se non fossero accorsi soldati a salvarlo.

(17) Per comprendere quanto i soldati vendessero all’impazzata le loro ladronate, diremo come giungessero perfino a spacciare per una lira austriaca un sacco di riso, e per cinquanta una coppia[“copia” nel testo] di buoi.

(18) Così nel testo, ma è 1849. Nota per l’edizione elettronica Manuzio

(19) Noi non crediamo necessario di entrare nella confutazione delle molte falsità asserite in questo rapporto. I fatti per noi narrati vennero attinti a fonti troppo autorevoli per poterli mettere in dubbio; il mondo sa che fede si possa attribuire ai bollettini austriaci. Noteremo soltanto come l’Haynau non che sperar di vedere i Bresciani rinunciare al loro pazzo proposito di difesa non dicesse verbo di ciò che avrebbe potuto indurveli; che attaccò alle tre e non alle quattro, che lo stato delle forse operanti il 31 non giunge al terzo del vero.

da: wwwliberliber.it