Ferdinando Paolieri – La villa degli spiriti

Foffo, il mio compagno indivisibile di caccia, il bracconiere esperto d’ogni abitudine delle lepri l’allevatore scrupoloso di cani, mi aveva messo alla posta in cima a un colletto, dicendomi, con l’aria di chi è sicuro del fatto suo:
– Piantatevi costì; non muovetevi, e fra cinque minuti la Diana vi manderà su l’animale! –
E guardava con gli occhi lucidi di commozione, la canina rossiccia, che frugava le macchie), le ginestre, i talli delle scope, gettando ogni poco un guaito acuto, che avrebbe lacerato i timpani a un sordo.
Per Foffo quella cagna costituiva una specie di essere sacro.
– Se non ho preso moglie, – mi diceva spesso, – credete a me, l’ho fatto per via della Diana!… [2] Capirà che delle donne c’è poco da fidarsi; hanno a noia le bestie; e non avrei voluto (che me la facesse trovar distesa! –
Era, in verità, una bestia di rara intelligenza: una cagna da lepre capace di star sotto, come si dice in gergo venatorio, e di far tirare alla lepre quando schizza, non si trova dovunque, Egli è che Foffo regolarmente mancava il colpo; ma il bracconiere, senza sgomentarsi correva a perdifiato alla posta più vicina e lì aspettava che la canizza gli ci respingesse la lepre, la quale, finalmente, riceveva la immeritata morte.
E così avvenne anche quella sera.
La Diana a un tratto scovò l’animale, gli dette come suoi dirsi, con una serie d’urli disperati vidi in un prato di paleo un grande abbaruffio di pelo rossastro; si sentì una fucilata, poi non raccapezzai più nulla, e solo mi giunse, nel silenzio afoso del pomeriggio settembrino, un lungo, misurato scagnare, che si andava allontanando, per poi ritornare, vicino, vicinissimo, a rintronarmi le orecchie: segno che la lepre era respinta per i viottoli, verso i cacciatori.
E la lepre venne; ma non a me; per il filo del [3] borro passò davanti a Foffo, il quale, essendo corso, come al solito, a perdifiato, fece senza dubbio a causa dei palpiti disordinati del cuore, la milionesima ‘padella’, mentre l’abbaiare rotto e affannato si allontanava da capo, con mia grandissima ira.
Intanto, a tutto quel diavoleto, sui portici dei casolari sparsi per i circostanti poggetti, si affacciavano frotte di ragazzi, cani rispondevano con mugolii e ululati; i contadini, pei campi, alzavano il capo dal lavoro e si fermavano a guardare, appoggiati al bidente o all’aratro; alcune lavandaie, con le braccia e le gambe ignude, correvano, traballando di sasso in sasso, lungo il borro, per assistere alla cacciata; e perfino un pecoraio galoppava colle sue pecore, a rischio di tagliare la strada alla lepre e farci rimanere con un pugno di mosche in mano.
Erano venti minuti precisi che si svolgeva questo inseguimento, quando la lepre, sfiancata, disperata, esausta, riapparve a tiro del fucile di Foffo, il quale, questa volta, comodamente appoggiato alla inforcatura bassa d’un pesco, mirò e sfracellò il capo alla povera bestia, che giacque immobile fra due ceppi di querciolo, mentre la Diana leccava con avidità il sangue della gran ferita.
Mi precipitai dal mio posto per brontolare col cacciatore, che, oltre ad aver corso rischio di perder [4] la preda, mi aveva tagliato fuori dalla possibilità di fare un buon tiro; ma con mia gran sorpresa egli non mi lasciò il tempo di pronunziare neanche una parola.
Con la lepre in pugno, il fucile a bandoliera, teneva, ora, al pecoraio, ai contadini, ai ragazzi che lo circondavano, una specie d’arringa, magnificando le proprie qualità, e anche, sì! anche l’infallibilità della sua imbracciatura, ma indugiandosi specialmente sui meriti della cagna, della quale raccontava vita e miracoli, come farebbe un cerretano, in una fiera, davanti a un leone intignato e ammansito dai digiuni.
– L’avete vista? – urlava Foffo, delirante di gioia – l’avete vista con che malizia cercava la lepre? Sapeva che era a bacìo, e non ne cercava al solatìo; sapeva che era nel forte, e non ne cercava nel pulito…. Chi glielo avrà detto? Questa non è una cagna; è una persona umana! Guardatela qui, com’è graffiata, sanguinosa, ansante… L’avete veduta tuffarsi nel legname – il legname per Foffo era il fitto del bosco, fosse pure di semplici frasche, – l’avete veduta? pareva che nuotasse; faceva innamorare! E badate bene – urlò negli orecchi al pecoraio, che ascoltava rintontito, come se gli avessero dato una mazzata sul capo – notate bene, voi che ve n’intendete di cani, notate bene che questa bestia l’ho fatta io, soltanto io; [5] l’ho tirata su da me, a furia di fegato e d’acqua con lo zolfo; e non la darei per mille lire: e voi – terminò, rivolgendosi a me – voi, che scrivete su per i giornali, lo potete anche pubblicare, ché nessuno ve lo potrà smentire! –
Io ero rimbecillito.
Da principio non seppi cosa rispondere, poi m’arrabbiai con me stesso, e, ricordandomi che da una diecina d’ore almeno si girava e non s’era messo in corpo altro che un pezzo di pan casalingo e qualche sorso d’acqua di borro, risposi brusco:
– Faresti meglio ad aggarettare la lepre, a legar la cagna e farla finita! Ho una fame che non ne posso più, e il paese è lontano… –
Non avevo terminata la frase, che il gruppo dei contadini s’aprì e lasciò venire innanzi un uomo tarchiato e rubicondo, il quale, dalla cacciatora pulita e dal fare autoritario, mi si rivelò subito un fattore o qualcosa di simile; costui, mentre Foffo berciava, come se gli avessi tirato una stillettata, affermando che quello non era il modo, che ormai s’era cominciato e bisognava ammazzarne un’altra, che forse sul tramonto poteva piovere e allora avrei visto che strage si sarebbe fatta, tagliò corto, dicendomi senz’altro:
– Sentite, voi, non abbiatevene a male, stasera dovreste mangiare con me alla fattoria.
– Grazie! ma… e dormire?
[6] – Alla fattoria! –
Io non volevo accettare, proprio perché non vedevo il perché di quell’invito; ma quell’altro badò a battere di non poter permettere che una persona come me (e non mi aveva mai visto prima d’allora!) rimanesse digiuna tanto tempo; che sarei arrivato a casa di notte; che, d’altronde, aveva fatto ammazzare due coniglioli e bisognava che qualcuno l’aiutasse a mangiarli; e così via, finché io, combattuto fra gli scrupoli e l’appetito, finii coll’acconsentire, a patto che mi lasciasse ricompensare in qualche modo quell’ospitalità.
E ci s’incamminò, passo passo, verso la fattoria, mentre i contadini tornavano a zappare, e le pecore a belare, lungo i declivi erbosi.
Intanto il sole s’era avviato al tramonto, dardeggiando, di mezzo a enormi gruppi di nuvole, dei raggi obliqui, che empivano le campagne circostanti d’ombre turchine e di luci fosforescenti; gli alberi fremevano e si scotevano al soffio d’un libeccio fresco, che sapeva d’acqua lontano mille miglia; l’aria, umida, ora, e cristallina, svelava le meno me particolarità dei panorami più distanti. E noi si saliva, in silenzio, fra tutte queste bellezze.
A metà della viottola, che conduceva alla fattoria, mi voltai, e, additando la mole d’un castello (così almeno mi pareva), distante tre o quattro chilometri circa, in linea retta, chiesi al fattore, anche per attaccar discorso:
– E quello che cos’è? –
[7] L’interpellato si fermò tanto bruscamente, che Foffo, che gli camminava alle calcagna, a capo basso con la lepre in mano, si trovò lanciato due passi indietro dalla schiena possente del fattore.
Ma questi non se n’accorse neppure, tanto la mia domanda pareva interessarlo, e, come chi ha molte cose da esprimere e finisce per non dir nulla, restò a lungo con le braccia in aria, prima che le parole gli potessero scaturire dalla gola, strozzata per la commozione.
– Eh, signorino – esclamò finalmente, con accento costernato – quella, per nostra disgrazia, mia in ispecie, sarebbe la villa antica, di questa fattoria!
– Dev’essere di molto grande!
– E bella! tutta pitture, statue, quadri e mobilia antica!
– Davvero? Pagherei qualunque cosa per vederla. C’è nessuno dentro?
– E chi volete che ci sia?
– Oh, bella! i padroni!
– I padroni? O se voi, non abbiate vene a male, vi ho invitato a cena per questo!
– Io? o cosa c’entro io? – domandai sbalordito.
– Se c’entrate? lo vedrete se c’entrate, e come! ma andiamo su alla svelta, ché a tavola si spiegherà ogni cosa. –
E dir questo e affrettare il passo, sì che in due minuti s’arrivò alla fattoria, fu un punto solo. In un istante s’era a tavola, davanti a una tovaglia [8] bianca di canapa, che odorava di spigo; una zuppiera ci fumava davanti, e le mani tonde e bianche come la farina, d’una bella fattoressa, ci versavano nelle scodelle la minestra di tagliatini, mentre due ragazzi, in disparte, s’affaticavano a levar l’olio a un fiasco di vino, tutto polvere e ragnatele, che avrà avuto vent’anni, e a tagliarci il pane, dalla forma rotonda, color del bronzo.
Foffo era sempre in cucina a preparar da mangiare, un pasto complicato e speciale, alla sua dilettissima Diana, quando io e il fattore s’attaccavano i primi bocconi e i primi discorsi.
– Dunque voi, – cominciò il fattore, che, forse per far più presto, masticava con tutte e due le ganasce e durava fatica a discorrere – dunque voi, ma non abbiate vene a male…
– Ma dite su, che io non mi ho per male di nulla!!
– Voi scrivete su per i giornali…
– E come fate a saperlo?
– Ho sentito Foffo, dianzi, quando l’ha detto…
– Ah!, – e dentro di me mandai una… benedizione a quel chiacchierone, che, novantanove su cento, mi aveva messo in condizione d’accettare un pranzo per sentirmi poi chiedere qualche favore impossibile. – Ah! è verissimo. E… perché, se è lecito, mi fate questa domanda?
– Ecco. State bene attento. Voi, non abbiatevene a male, che siete una persona istruita, ci credete agli spiriti?
[9] Io, no!
– Ecco, io che sono, non abbiatevene a male, un ignorante, non ci credo neppur io!
– O bravo!
– Però c’è chi ci crede!
– Eh, ce ne son tanti!
– E così, se una casa ha la nomea d’essere invasa dagli spiriti, non si vende più.
– Anche questo è verissimo.
– Ora, per l’appunto, su, al castello, dicono che ci si sente; e i padroni, gente nervosa, capite? gente di città, abituata a fare una vita che li rende tutti, non abbiatevene a male, un po’ ‘nervastenici’, non ci son più venuti, e vogliono vendere; però, nel contorno, s’è sparsa la voce, e, quando arrivano i forestieri, li mettono sull’avviso; e quelli non comprano; e così i padroni minacciano di vederselo andare all’asta; e io ci perdo la senseria… avete capito?
– Altro che spirito! Qui si ragiona di pubblico incanto! E voi ci perdete la senseria! Se ho capito? E come! Solamente non ho capito… in tutta questa faccenda cosa c’entri io!
– Ecco, ma sentite un po’ questo vino; col frizzante che ha, non abbiatevene a male, non dà alla testa… Dunque, siete stracco; avete cenato, non fo per dire, da papa; avrete sonno…; siete [10] una persona di città, ma a giudicarvi dal viso, non abbiatevene a male, sembrate di campagna; voi, insomma, siete un uomo forte e a certe sciocchezze non ci credete… voi dovreste andare a dormirci, lassù al castello, magari con Foffo e la cagna… poi, dopo, fate una bella descrizione del posto, che è antico, che è splendido, su per i giornali, e raccontate come qualmente di spiriti… neppur l’idea! Ne convenite? E allora, io, col vostro articolo in mano, stringo l’affare… e, non abbiatevene a male, vi ricompenso, e vi ricompenso bene! Vi torna?
– Io ero rimasto con una coscia di pollo a mezz’aria, rintontito e scandalizzato. “Ma senti, – dicevo fra me, – cosa ti è andato a escogitare! E poi dicono che in montagna… basta!”. Respinsi con tutte le forze il progetto di quella specie di compera della mia coscienza; e sopra tutto mi attaccai al fatto che, a quell’ora, io non mi sentivo davvero la forza, per andare a riposarmi, di far dei chilometri in mezzo a strade malagevoli e oscure; tanto valeva, conclusi, che tornassi a dormire a casa mia! In quel mentre arrivò Foffo, affamato, ma seguito dalla cagna pasciuta, e si gettò sulla minestra con due occhi così sgranati, che non li dimenticherò mai, se dovessi campar cent’anni; ma, nel mentre mangiava, moveva gli orecchi come le lepri e coglieva a volo le parole, sicché, nel sentire il dibattito fra me e il fattore, che ci voleva mandare a dormire al castello, mi parve che si rannuvolasse non poco.
[11] Quando però s’avvide che io, lusingato dalla descrizione che della villa mi faceva il fattore, al quale il desiderio di combinar l’affare dava l’ali alla fantasia, e dalla prospettiva d’andarci con un cavallo, stavo per cedere, alzò il viso dal piatto, e disse a muso duro:
– Caro sor fattore, io vorrei sapere solamente… per farla finita con tutte le chiacchiere: perché non ci siete andato voi, prima, a dormire e… bonanotte? –
Il fattore rimase brutto, ma io mi alzai, conoscendo il debole di Foffo, famoso per le spacconate, e gli dichiarai sul muso:
– Sta bene; andrò solo; non ti credevo così vigliacco.
– Vigliacco io? – urlò Foffo, rizzandosi di scatto, senza neanche finir di mangiare – vigliacco io? Voi mi dovete dare un sorso di cognacche, e vedrete di cosa son capace!… E poi o la Diana non la contate per nulla? –
Fu questo l’argomento principale che finì di persuaderlo; s’empì la cacciatora di pane e d’avanzi; nonostante le mie proteste, bevve, uno dietro l’altro, altri due o tre bicchieri di vino, versò il resto del fiasco in una bottiglia, la prese, poi con aria terribile mi disse:
– Son pronto! –
Quindi il fattore, munito d’un lume (era ormai notte profonda), ci precedette e ci accompagnò fin sull’aia, dove aspettava un cavallo attaccato a un [12] barroccino. Mi domandò se sapevo guidare alla meglio; mi assicurò sulle qualità del cavallo, buonissimo, ‘umano’, come diceva lui; mi caricò il ‘cruscotto’ di biada; mi consegnò un lanternino a olio, acceso, delle candele, le chiavi della stalla; mi chiese se avevo bisogno d’altro; poi ci aiutò a montare in calesse, noi e la cagna; ci porse i fucili; mi mise le redini in mano; m’avvertì, per favore, di non far correre il cavallo alla salita, perché eran due giorni che mangiava poco e tossiva; poi, senza fare un passo di più fuori dell’aia, c’imboccò sullo stradone; e partimmo, salutati da tutti i contadini, accorsi a guardarci come fenomeni, e che ci auguravano il buon riposo a mezza bocca, e aggiungevano: – Coraggio! – come se si andasse alla guerra.
Faceva un buio d’inferno, ma il cavallo pareva ammaestrato; soltanto una volta, si fermò, perché tenevo lente le redini; capii che pigliava l’ambio ‘sull’appoggio’; lo sostenni; e ben presto, di gran trotto, si cominciò a salire. Ci si avvicinava, e io misi la bestia al passo, e chiesi a Foffo:
– Come va?
– Bene, – mi rispose – ma, credetelo, lo fo proprio per un punto d’impegno… Avete visto il fattore? Lui ci crede più di tutti!
– Sicché tu dici…
[13] – Io dico che stanotte se ne vedranno delle belle. Per fortuna c’è la Diana, i fucili carichi e… ce n’avete sempre del cognacche?
– Mezza bottiglia.
– Meno male. –
Il castello non spuntava, e io, fra seccato e incuriosito, sferzai il cavallo e gli feci fare di trotto il resto della salita, si che, quando si arrivò davanti all’enorme cancello di ferro battuto, la povera bestia aveva una gocciola di sudore per pelo.
Io impazzivo a trovar la chiave per aprire; la cagna rugliava; Foffo bestemmiava fra i denti, e il vento andava rinforzando. Certo l’uragano, covato dalle nuvole durante tutto il giorno, sarebbe scoppiato nella notte.
Come Dio volle, riuscii a spalancare il cancello, e, preso il cavallo a mano, m’inoltrai per il viale, su cui la luce del lanternino metteva bagliori rossastri, che facevano parere più bui i bussi alti, una volta tagliati a disegno; dietro, Foffo si affaticava a chiudere.
– Lascialo aperto; – dissi io – tutta fatica risparmiata per domattina.
– Eh, caro voi, – rispose il bracconiere – non si sa mai!… –
E lasciò andare pesantemente il cancello, che, stridendo, ricombaciò, serrandosi con un lungo fremito metallico.
[14] Ci dovevano esser dell’erme lungo il viale, perché ogni tanto apparivano dei cosi biancastri, che parean fantasmi; e sentivo Foffo venirmi vicino e tirarmi la cacciatora, dicendo:
– Avete visto? Avete sentito?
– Ho visto una statua di marmo e ho sentito frullare un merlo… Vuoi un sorso di cognac?
– Non sarà male, perché qui fa piuttosto freddo…
– Chiamalo freddo! – e gli detti da bere. –
Un enorme piazzale s’apriva sulla campagna dormente. I monti parevano blocchi confusi, nell’ombra che fasciava cielo e terra; rane gracidavano in lontananza, chiedendo acqua; un lampo rossastro illuminò la facciata del castello, nera, arcigna, con le finestre secentesche a mensoloni, appiccicate sull’architettura medioevale.
Una fonte piangeva a intervalli, sbatacchiandosi fra dei lauri agitati; il silenzio era enorme.
– La porta della stalla è a sinistra; – dissi a Foffo – prova un po’ questa chiave… –
Era quella; la porta s’aprì, e ne venne fuori un gran puzzo di muffa; il cavallo tossiva; la paglia era polverizzata, minuta; non c’era verso di fare un ‘buscione’; gli buttai la coperta a dosso, dopo averlo spogliato; poi andai con un secchio, verso la fonte, a prendere l’acqua da versar nella semola.
[15] Quando tornai, Foffo, che era rimasto al buio, accovacciato con la cagna, stretta al petto come un tesoro, mi disse piano:
– Sbaglierò; ma di sopra c’è gente!
– Ma fammi il famoso piacere!
– Ho sentito camminare! Credete che abbia paura? A voi, guardate… – e caricò il fucile con la munizione più grossa. –
Il cavallo tossì rumorosamente, soffiò dalle froge con forza, facendo vacillare la fiamma del lume posato sulla mangiatoia; poi si mise a masticare la semola, di malavoglia. Noi chiudemmo l’uscio, lasciando il lanternino acceso a un chiodo; poi si cominciò a cercare il portone della villa.
Si trovò subito, ma bisognò aprirlo al buio, perché il vento spegneva i fiammiferi, appena accesi. Come Dio volle, si riuscì ad aprire, mentre un rumore sordo faceva schizzar dentro Foffo con un salto di lepre. Ci volle del bello e del buono a raccapezzarci; ma finalmente si scoprì che l’api avevano fabbricato un alveare nel vuoto, fra la soglia staccata e l’intonaco gonfio e screpolato, e che Foffo, senz’avvedersene, ci aveva posato una mano sopra.
L’atrio era a volta, tutta d’un colore turchiniccio, con due grandi cassoni da guardia a zampe di leone, uno a destra, l’altro a sinistra, e, in fondo, in disparte, a piè dello scalone di pietra, con la balaustra su cui posava un leone senza naso, si vedeva un blocco oscuro, un grande oggetto bizzarro.
[16] Foffo l’osservò attentamente, poi espresse l’opinione che si trattasse d’uno stromento per dar la tortura o per ammazzare la gente a poco a poco.
Lo rassicurai, spiegandogli che si trattava d’una portantina, e dandogli una sommaria descrizione del suo uso.
A destra entrammo in un gran salone affrescato e con poca mobilia; poi trovammo una stanza, che doveva essere il tinello, con due credenze, scolpite in legno a ippogrifi e foglie d’acanto, alte due metri, un camino e un lavabo di marmo, che mi parvero bellissimi; quindi una sala oblunga con un trucco, di cui il panno verde, roso dalle tarme, pareva una pelle di leopardo intignata; infine, due camere con letti bassi e grandissimi, la guardaroba dai lunghi armadi di quercia, neri neri, che parevano immense casse funebri messe per ritto; e, per un’altra stanza, dove non c’era nulla, e la cucina, patriarcale, lunghissima, col camino a fior di terra e gli alari di ferro battuto a teste di draghi, rientrammo là donde s’era venuti.
Foffo vide sotto la cappa del camino una civetta morta, secca come un uscio; era entrata probabilmente dal fumaiolo, e non aveva più saputo uscire da quella trappola volontaria, ed era morta d’inanizione. Di fatti, da un chiodo, pendeva fino a terra un canevaccio, tutto lucente d’argentee [17] tracce di lumache, mangiato, rosicato rabbiosamente dall’uccellaccio da preda, affamato e disperato. Anche l’acquario riluceva di striscie brillanti come il metallo, ed era schifosamente costellato di quei molluschi. Tutta questa roba, che a me piaceva poco, a Foffo non piacque punto, e specialmente l’affare della civetta gli dette ai nervi in un modo straordinario.
– Sbaglierò; – diceva tra i denti – ma mi pare che si principii di molto male!.
– Senti, – gli risposi io, fermandomi a metà dello scalone – se vuoi un altro sorso di cognac… ma ti avverto che i tuoi sorsi son lunghi, e la bottiglia è quasi asciutta!
– Voi badate a canzonarmi, – mi rispose – credendo che abbia paura; ma vedrete che, o gli spiriti ci sono, e allora avrete paura anche voi; o c’è gente che vuol male ai padroni e al fattore, e…
– E…?
– E qualche cosa stanotte, ci succede di certo. –
Alzai la candela, per guardare incuriosito una statua di guerriera, in una nicchia sul pianerottolo; poi seguitai a salire in silenzio.
Alte, spaziose, con cortinaggi oscuri, i soffitti a cassettoni, i letti a baldacchino, le antiche camere si somigliavano tutte. Una stanza era stata accomodata a biblioteca, ma di libri ce n’erano pochi. [18] Legati in cartapecora, rosi dai tarli in modo da far pietà. Ne sfogliai qualcuno; era la collezione, scompagnata e manomessa, della Storia generale dei viaggi per mare e per terra, scritta dai missionari e illustrata con rami originali, un’edizione veneziana del 1755, fatta dal Valvasense, con licenzia de’ superiori e privilegio dell’Eccellentissimo Senato.
Non c’era altro.
Un uscio, ermeticamente tappato, doveva, probabilmente, condurre alle soffitte, dove non m’importava per nulla di penetrare. C’erano, là, abbastanza ragni, scarafaggi e altre bestie, che fuggivano da tutte le parti, lungo le pareti dipinte, all’improvvisa luce della candela, si che pareva d’essere in casa del prete di bernesca memoria, perché io desiderassi di fare anche la conoscenza delle talpe de’ solai.
Scelsi la camera più bella, anche perché c’erano due letti; e cominciai a ispezionarla un po’.
Sotto i letti, polvere e… basta; in un armadio, nulla; in un tavolino, uno scartafaccio di saldi, de’ quali le cifre sbiadite rosseggiavano alla fiamma del lume, come scritte coll’anilina rossa; in un comodino, due o tre boccette vuote; delle poltrone a braccioli, col damasco sbrindellato; nel soffitto, delle ragnatele così spesse, che non c’era pericolo cascassero in capo.
A un tratto Foffo cacciò un urlo.
[19] Corsi a vedere. Aveva aperto un armadio a muro, e gli era apparsa una cosa spaventevole: un Cristo di cera, che pareva vivo, flagellato a morte, gocciante sangue da mille piaghe, con la canna nelle mani legate, l’orbite bianche sotto la sopracciglia di peli veri, la corona di spine acute sul capo doloroso e reclinato.
Chiusi con reverenza lo sportello, davanti a quello spaventoso capolavoro secentesco; e dissi a Foffo, che tremava ancora: – Sei persuaso, sciocco?
Un ululato mi rispose; un ululato lungo, di vento, che s’insinuava chissà di dove, percorreva follemente la casa vuota, e smoriva proprio all’uscio di camera nostra, scuotendolo come per entrare.
Nel tempo stesso la cagna rizzò il pelo e scoperse i denti bianchi, ringhiando con furore, mentre dal basso, quasi dalle viscere della terra, un colpo sordo parve venisse a battere sotto il pavimento, ripercotendosi nell’intime fibre nostre, scosse e sovreccitate dalla solitudine e dal preconcetto.
Foffo, con in mano il fucile, di cui le canne oscillavano a tutti i punti del quadrante, era pallido come un cadavere; è indubitato che a me batteva il cuore. La cagna ringhiava sempre.
Vinsi, con impeto di collera, l’orgasmo che mi aveva invaso, e, facendo tacere la cagna con una pedata, che provocò un gesto paterno e desolato di Foffo, dissi a quest’ultimo:
– Ci dev’essere qualche cosa di aperto! Andiamo a vedere; se no, non si dorme davvero.
[20] – A vedere? – urlò Foffo cogli occhi sgusciati. – Voi siete matto! E un miracolo, se non siamo morti prima d’arrivare qui; ora ci siamo, e io, fino a giorno chiaro, non fo più neanche un passo.
– Morti? Morti, come? –
Foffo riunì con uno sforzo gigantesco tutte le sue cognizioni storiche, e mi rispose con un piglio sicuro:
– Ma vi pare che non ci sieno dei ‘tarbocchetti’?
– Ma che trabocchetti d’Egitto! Io vo a vedere…
– Sor Ferdinando, non andateci…
– Sei un imbecille!
– Sor Ferdinando, ve ne pentirete… –
Io misi la mano sulla gruccia dell’uscio, la girai, e feci per spingere l’imposta… Ma l’uscio resisté.
Feci forza, un po’ sorpreso; e mi parve che qualcuno respingesse l’imposta contro di me, mentre l’ululato serpeggiava di nuovo per tutta la casa abbandonata, e dileguava in un gemito; nel tempo stesso la cagna riprese a ringhiare; e il colpo sotterraneo si rinnovò.
Ero certo che si trattava d’un gioco d’aria; nessuno più di me era persuaso che avevo da fare solamente col vento; ma l’effetto, dico il vero, fu agghiacciante.
Se fossi stato solo, avrei dato di paletto, e mi sarei messo a leggere o a passeggiare per la stanza, [21] fumando; ma l’idea che un testimone, e un testimone di lingua lunga come Foffo, era là, e non cercava di meglio che travolgermi nella sua vigliaccheria, fu più forte dell’istinto, dominò i miei nervi, li costrinse a una reazione quasi selvaggia.
Mi tirai indietro, e con la scarpa ferrata menai un calcio alla porta, un calcio formidabile, che fece piovere in terra una nevicata di calcinacci… Ma la porta si spalancò con una violenza inaudita, come se avesse i cardini unti, sbatté contro il muro dell’andito, e, per il contraccolpo, si rinchiuse da sé. Tornai ad aprirla, pian piano, alzai la candela, vidi la mia ombra allungarsi sulle pareti del corridoio; e null’altro.
Serrai, tornandomene in camera, più tranquillo; anche Foffo pareva persuaso, tanto che mise il fucile in un angolo, a portata di mano, e si buttò sul letto più piccolo, con la cagna ai piedi, che, però, ringhiava sempre.
Io mi sdraiai sul letto grande, adagio, perché la polvere dei cortinaggi non mi cascasse sulla faccia; spezzai un sigaro, ne diedi mezzo al compagno, e, dopo un istante, si entrò tutti e due in uno stato di dormiveglia.
Il vento pareva proprio che avesse smesso di urlare; se l’uscio dava qualche scossa, o i mobili avevano uno schianto, o si sentiva ruzzolar nel solaio, non ci si badava proprio; i nervi si distendevano, dopo l’ansia di prima; la candela fu tirata indietro, perché non ci battesse negli occhi; i [22] mozziconi dei sigari vennero posati sui marmi de’ comodini; la cagna ficcò il naso sotto una zampa; le nostre palpebre, pianino pianino, scesero sulle pupille; poi parve che qualcheduno ce le carezzasse con dita invisibili; un torpore languido, un benessere un po’ doloroso invase le nostre membra affaticate; i vapori del vino finirono d’addormentarci, e noi scivolammo, come fra due pareti di velluto nero, nel baratro beato del sonno, mentre lontano lontano rotolavano e borbottavano i tuoni.
Ahimè! la felicità è breve. S’era da poco piombati in quel provvido letargo, quando un colpo, che parve rintronarmi nelle viscere, mi svegliò bruscamente; apersi gli occhi intontiti, e, al chiarore d’un lampo, che dilagò nella camera di fra le stecche delle persiane, dando un aspetto bizzarro e fuggevole alle figure dipinte sul muro, vidi Foffo, accanto al letto col fucile in pugno, che mi diceva concitato: “Eccoli! vengono!”.
Balzai in terra, mentre la cagna, vedendoci agitare a quel modo, ringhiava cogli orecchi ritti.
Foffo le tappò la bocca, perché non abbaiasse. Un altro colpo, poi un altro, poi non finirono più come se qualcuno aprisse un buco in qualche parete, a colpi di scalpello.
Coi fucili carichi, gli occhi dilatati nell’ombra (la candela, consumata, era spenta), ci consultammo a bassa voce.
– Son gli spiriti!… – diceva Foffo.
[23] – Ma che spiriti! – rispondevo io. – Questi son uomini… Bisogna andare a vedere.
– Sono spiriti! Non provatevi!
– Si sparerà loro contro; e la vedremo! Dammi una candela…
– O se le avete voi!
– Ma io non le trovo più… –
I colpi ora venivano battuti, metodici, a uno a uno, spaziati, lenti, come nelle sedute medianiche. Tutta la casa, enorme e vuota, ne rimbombava, mentre di fuori raffittivano i lampi e si udiva lo scroscio violento della pioggia a raffiche, sbattuta contro le muraglie dal vento.
A tentoni, trovai la finestra, l’apersi, spalancai le persiane, respinto da una folata d’acqua diaccia. Tutto era buio e silenzioso; forme nerastre, alberi senza dubbio, si agitavano intorno a qualcosa di bianco, una statua, forse; sul terreno, una pozzanghera riluceva, sanguigna, come specchiasse una fiamma.
I colpi, che seguitavano, venivano proprio di sotto a noi; ma io non raccapezzavo bene se la finestra desse sopra il piazzale donde eravamo entrati, o sopra un altro cantuccio del parco; non distinguevo gli oggetti, in quella confusione, e il dubbio che mi sarei trovato qualcuno di fronte si faceva oramai certezza.
[24] “Gli tiro o non gli tiro?, – dicevo tra me. – Se è qualche persona che intende farci dispetto, il castigo è sproporzionato alla causa… e se quello è armato anche lui, e, vedendomi armato, spara prima di me?”
In quel mentre Foffo ebbe una splendida idea; la paura la vinse su tutti gli scrupoli, e con un gesto magnifico votò la cagna al sacrifizio, ardente d’un furor sacro, che il padre d’Ifigenia gli avrebbe invidiato: sciolse la bestia, la condusse all’uscio di camera, che io apersi, poi l’aizzò, giù per il corridoio, contro un nemico invisibile.
– Piglia! dai! via! su! –
La Diana, piantata sulle quattro zampe irrigidite, ringhiava; ma fiutava l’aria muffita col naso mobilissimo, e non si moveva.
– Lo vedete? ha paura anche lei! C’è qualcosa di straordinario!
– Invece non sente nulla, e però non si butta!
– Piglia, su! Diana, cerca!
– Piglia… cerca… – E venne un’idea anche a me. Feci un passo indietro, misi le due mani fra il naso e la bocca, poi imitai insuperabilmente il miagolio e il soffiare d’un gatto arrabbiato.
Fu come sollevare una diga: la cagna, latrando ferocemente, si scagliò nel buio con un balzo magnifico, volò per le scale; ne udimmo l’abbaiare, [25] lungo e furibondo, perdersi, ritornare, echeggiando, per tutto il piano terreno; ma i colpi, spaziati, metodici, lenti come nelle sedute medianiche, continuavano sempre, mentre l’acqua, ora, scrosciava a diluvio, come se ci volesse affogare.
– Se ci fosse qualcheduno, – esclamai io – la cagna l’avrebbe trovato!…
– E i colpi seguitano. Li sentite? – fece Foffo.
– Appunto. O chi fa questi colpi è al di fuori, e allora noi possiamo scendere; o…
– O son gli spiriti…
– Ma che spiriti! –
E, imbracciato il fucile, accesi uno solfino. Foffo si decise a trovare nella mia carniera la candela superstite; l’accendemmo, e si cominciò a scender la scala con gli orecchi intenti.
Per la prima e seconda branca i colpi s’allontanarono, poi tacquero del tutto; ma, a pena si fu al piano terreno, li sentimmo chiari, vicinissimi.
– Chi va là? –
Nessuna risposta.
– Chi va là? – gridai con quanta voce avevo.
Mi risposero due colpi consecutivi, ma più deboli dei precedenti. Si era allora alla porta d’ingresso, nell’atrio; e i colpi venivano da destra…: dunque venivano dalla rimessa! Che qualcuno ci volesse rubare il cavallo?
Spalancai il portone, tirando i paletti con gran fragore, poi mi affacciai sul piazzale, buttando via la candela, subito spenta dal vento.
[26] Ora il terreno fradicio aveva assunto sotto la pioggia quel colore turchiniccio che annunzia l’approssimarsi del giorno; vedevo benissimo una grande erma di Pane, sferzata da pochi allori, dietro a’ quali si contorcevano due cipressi neri come l’inchiostro; il solito barlume nella pozzanghera mi fece alzare gli occhi, e m’accorsi che si trattava del riflesso che, dalla stalla, vi mandava il lanternino lasciato acceso. Via, via, tutto quello che di spettrale e d’oscuro avevan creato la notte e la fantasia pareva fuggire a volo, col vento, verso i monti, che fumigavano di nubi cenerognole.
Rapido, corsi alla rimessa; la chiave era nel portone; apersi, e… (da qualche minuto i colpi non risonavano più) mi apparve nella penombra la mole agitata del grosso cavallo baio, che si torceva sulla paglia magra, coi quattro ferri in aria.
Mi avvicinai e capii, subito, ogni cosa. Ma che cosa si poteva fare? Tutto era inutile, ormai!
Ristemmo, silenziosi, desolati, intorno alla povera bestia, che tutta la notte ci aveva chiamati a grandi colpi di zoccolo, zampando in preda alle torture d’una terribile colica infiammatoria: era troppo tardi per poter trovare un rimedio; troppo tardi per riparare alle conseguenze della nostra stolta paura.
L’agonia d’un cavallo è spaventevole; al vedere [27] l’animale, buono e intelligente, girare i grandi occhi melanconici, già velati dalla morte; al vedere il moto convulso delle sue povere lunghe zampe magre, che battono meccanicamente i mattoni; la bava, che discende, delle labbra flosce, grumate di sangue sopra i denti bianchi, scoperti in un spaventoso riso spasmodico; e quella bella coda, quella doviziosa criniera, orgoglio e decoro del quadrupede, strascicate per terra come cenci inutili, il cuore è punto da una pena acutissima.
Il primo raggio di sole, rosso di porpora, illuminò i nostri volti sbiancati e compunti; scintillò sopra l’enorme carogna del generoso animale, immobile per sempre, col collo lunghissimo proteso verso la porta, l’onda dei lucidi crini disfatti, l’occhio sbarrato, i quattro zoccoli rigidi, che dal mezzo della stanza toccavano l’opposta parete.
Le nuvole, a stormi, migravano immani per il cielo sconvolto, quando noi, a capo basso, mogi e sconfitti, cominciammo a scendere lentamente lungo il viale vigilato dalle statue bianche, contro le pareti di bossolo verde cinguettanti d’uccelli.
Il fattore, che c’era venuto incontro tutto allegro, non seppe risponderci nulla; si mise le mani nei capelli, e corse disperatamente verso la villa, dove, dopo tanto tempo, ebbe il coraggio d’entrare; noi ci affrettammo verso il nostro paese lontano, senza aver coraggio di dirci, l’un coll’altro, una sola parola. In quel parapiglia la lepre uccisa era rimasta alla fattoria.
[28] La villa andò all’asta; nessuno più la comprò.
Per venti miglia di raggio si sparse la voce che due cacciatori audaci, essendosi azzardati a dormirci, gli spiriti avevan loro ucciso un cavallo, e che i cacciatori stessi eran potuti scampare a prodigio.
Ora Foffo, nel canto del fuoco, riposandosi dalle solite cacce, dopo aver ingigantite ai campagnoli atterriti le peripezie di quella memoranda notte, termina sempre additando la cagna, divenuta bolsa e tutta spelacchiata:
– Non è più buona a nulla, lo so; ma che volete? la tengo con me, come una persona di famiglia… In fin de’ conti, m’ha salvata la vita! –