Francesco da Barberino – La matta

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ASSAVA per la città di Uninga una donna giovane, né bella, né laida. Cavalieri, che v’erano, non abbiendo altro che fare, cominciarono a seguitar costei, e a farsele dinanzi alle vie, e a dire sicch’ella il potea intendere: Iddio, dalle buona ventura: quanto ella è piacevole, vedi com’ella è leggiadra, vedi come giuliva, vedi come le rispondon le membra, vedi cavelli amorosi, vedi occhi vaghi, vedi andatura onesta, vedi come fa i passi iguali, vedi come saluta vezzosamente, vedi ghirlanda stare, vedi cintura a punto, vedi peducci dilicati, vedi come va in sulla persona, vedi man da baciare, vedesti mai sì compiuta giovane? e simiglianti parole; e dimandando per la terra, chi è questa giovane, e simili dimande, tanto l’allustrano per la Terra in seguitarla insino alla tornata in sua magione, che costei tornò in casa, e cominciossi a specchiare, e lisciare, e credeasi essere così bella, o più, come costoro la faceano. Comincia costei a spessar le finestre, e le chiese, e le vie, e questi Cavalieri, accorti della mattezza di costei, comincian a seguitalla, e cominciano a dillo a più altri, e quegli a quegli altri; sicché costei era troppo più seguitata per beffe, che non era per diletto la più bella di Uninga. E come di prima ell’era detta giovane discreta, e onesta, così poi era detta la matta. Sicché alquanti buoni dissono al padre questa cosa. Il padre il disse a lei. Non valse. Il marito se n’accorse, e disseglielo, e non valse; anzi dicea, che il marito il dicea per gelosia, ed il facea dire al padre. Andò sì la cosa, che passando ella dinanzi al palazzo di Guglielmo di Uninga, i fanciulli, come la matta, le cominciarono a gittar le pietre. Fuggì in una di quelle parti, e là fu lapidata, e finìo i dì suoi.