Francesco da Barberino – La pazienza premiata

U

NA Donzella fue in una città, che ha nome SanLis in Francia, ch’ebbe nome Felice! non mi ricorda bene del nome del padre, ma l’avolo ebbe nome messer Ugonetto. Ella era chiamata Felice di messer Ugonetto; perocchè, morto il padre, ello la ridusse a sé, e trattava continuamente di darle marito, e tutt’i trattati si rompeano, sì disragionevolmente parea che Iddio non volesse. Per questo modo passò tanto tempo, ch’ella avea venti anni. E quando certe donne sue parenti diceano a lei che di ciò le portavano compassione, ella rispondea: Non vi dolete di quello che non mi doglio io; Dio m’ha serbata una migliore ventura che alcuna di quelle che trattate sono, e quando lui piaccia che io non trovi mai compagnia, anco sono contenta, che forse acconcerò l’anima mia quasi per una cotal forza ad esser sposa di lui, ch’è Signore di tutti. Avvenne che infra un anno dopo suoi venti anni, tutti coloro di cui era stato il trattato, o presono mala via, o morirono di mala morte. E sempre costei udita la novella, mò dell’uno e mò dell’altro, andava dinanzi ad una sua Tavoletta, e ringraziava Dio mò dell’una e mò dell’altra grazia, che l’aveva guardata di cotale compagnia. E veggendo questa gente così arrivare, dicea nel cuor suo: Or ben veggio io, Signor mio Domenedio, che tu mi riserbi a miglior mio stato e ventura. E per questa cognoscenza di Dio, e per la sua onestà, e per lo dolce suo parlare a chiunque di ciò le ragionava, crebbe sì la fama di sua santità e di virtù, che tutto il paese ne parlava bene. Essendo una fiata lo Re là presso una badia, andò messer Ugonetto a lui, come fanno i gentili uomini del paese quando lo Re muta contrada; e domandatolo il Re di sua condizione e di sua famiglia, fugli risposto per più Baroni dal lato, abbiendo ello detto suo stato, tutto l’essere e la maniera di questa Donzella. Dimandò il Re come era bella, e fugli risposto di comunale bellezza. Era in sua corte un Cavaliere giovane molto provato, d’armi famoso e di cortesia e di senno, lo cui padre avea perdute tutte sue terre perché avea per disavventura misfatto al Re; e per questo tanto vi lasciò il nome per non infamar lo figlio del fallo del padre. Il quale figlio era tutto senza macula. Lo Re lo fece chiamare, e disse: Va, vedi questa Felice, e savrami dire se ella ti piacesse per compagnia. Rispose il Cavaliere: Io l’ho veduta, e udito tanto di lei di buona fama, che s’io avessi terra, e potessila tenere a onore, io la prenderei, anzi s’io la potessi avere, ch’alcun’altra qual fosse. Abbreviamo qui le parole: lo Re gli concedette tutte le terre ch’avea tenute il padre, in dote per questa Felice, e diegliele per moglie, e fecesi ogni cosa quel dì, e ciascun Barone le fece certi doni. E la Regina fece vestire e fornire lei di tutto. E in somma non si porria dir lo bene ch’ebbono questa compagnia insieme. E sì mi ricordo che la terra, che gli restituio il Re per lo detto modo, fu tanta che di rendita avea per anno più di trentamila livre tornesi. E la gente che scese poi di costoro è stata sempre molto graziosa appresso di qualunque è stato re. Essendo io alla detta badia, l’Abate, contandomi questa novella, mi mostrò uno giovane disceso di quella gente dicendomi: Vedi che l’uomo talora crede lo ‘ndugio esser rio, ch’è buono. Che messer Ugonetto, poniamo che avesse trovato uno buono, noll’avria possuta poner in grande luogo. E quinci confortava la compagnia e me, se non così tosto potevamo esser spigliati dal Re; dicendo: Voi sarete tardati da Dio, tantoché voi verrete al punto ch’arete migliore spigliamento, se voi arete ragione, e sarete pazienti.