Francesco De Sanctis – Il pensiero di Dante

Sviluppiamo il Pensiero di Dante dal suo involucro, e guardiamolo nella sua essenza, se vogliamo intenderlo.
Ci si dice che nell’Accademia letteraria tenuta in Firenze ad onore di Dante, il Rossi abbia recitato un Sonetto, in cui su per giù è espresso questo concetto, tu volevi un Papa e un Imperatore; l’Italia ha realizzato qualche cosa di meglio.
Se è così, il Rossi ha interpretato il Pensiero di Dante, secondo che fanno molti critici stranieri, in un senso puramente letterale e superficiale. No, noi non abbiamo realizzato qualche cosa di meglio che non era nella mente di Dante; siamo anzi ancora ben lontani dall’aver realizzato tutto l’ideale dantesco.
Il primo concetto che si spicca chiaramente dal Pensiero di Dante è questo: abolizione del potere temporale, indipendenza piena del Papato nell’ordine spirituale.
Questo ai tempi di Dante non era il passato, e non era il presente, era la base dell’avvenire, era il punto di partenza e la meta di una rivoluzione non solo italiana, ma europea. La meta è: affrancamento del Laicato; la storia d’Europa è tutto un conato gigantesco verso questa meta; e siamo ancor lontani, soprattutto noi italiani, dall’averla raggiunta.
Nè questo concetto rimane un’astrazione filosofica, un incidente nello sviluppo del Pensiero dantesco; anzi ne è come il Protagonista, la condizione sine qua non, la base del suo edificio.
La filosofia guelfa diceva: lo spirito è superiore al corpo, comanda al corpo; e poichè il Papa rappresenta lo spirituale, viene immediatamente da Dio e comanda a tutte le Podestà della terra, che hanno legittimità da lui. È la dottrina sostenuta anche oggi dalla Civiltà Cattolica.
Si può dunque misurare l’immenso progresso contenuto nel Pensiero di Dante, quando alla dottrina teocratica contrappone la dottrina civile della distinzione de’ due reggimenti, la separazione della Chiesa dallo Stato, l’indipendenza e l’affrancamento del Laicato, un Imperatore che è da Dio così immediatamente come il Papa.
Questo non era passato, nè presente; era l’avvenire.
Questo si chiamò più tardi la Riforma; si chiamò Chiesa gallicana; ed ora presso noi si chiama: Abolizione del potere temporale.
Con questo si legano presso noi per una non interrotta tradizione Machiavelli, Savonarola, Sarpi, Giannone, Mazzini, Gioberti, Cavour.
Il qual concetto è, si può dire, la parte più viva e popolare della Divina Commedia; gl’italiani, poco curanti di astruserie e allegorie, hanno scritto nella memoria, come un sacro mandato del loro gran Cittadino, tutto ciò che vi si riferisce al Papato.
Quando noi diciamo Pensiero di Dante, intendiamo principalmente questo: affrancamento del Laicato, mediante l’abolizione del potere temporale. La Riforma ha raggiunto lo scopo con una rivoluzione radicale, con lo scisma, con la negazione del Papato; la Chiesa gallicana vi si è adoperata, opponendo privilegi a privilegi, i privilegi suoi a’ privilegi di Roma; l’Italia accetta non pure il fine, ma i mezzi proposti da Dante, e vuol conservato il Papato nella pienezza della sua Sovranità spirituale, ma risecandone ogni temporalità, come ad esso estranea e dannosa.
E questo non è il passato, è l’avvenire di cui Dante ci ha data la parola, ed al quale da parecchi secoli tendono fra noi quanti sono uomini di pensiero e di azione.
E come nella storia ci sono i momenti di transizione, ed anche di regresso, il Pensiero di Dante è stato confermato in Italia anche da questo fatto, che il primo segno di sosta o di regresso fra noi è stata la guerra a questo concetto di Dante, fattagli da cattolici vecchi e da neo-cattolici. Anche oggi i D’Ondes Reggio, i Cantù, i Boncompagni continuano le tradizioni di Troya e di Balbo, nelle quali si trovò per poco invescato anche il Gioberti.
Oggi il buon senso italiano a sentir parlare di trattative con Roma, ha detto subito, comincia la reazione, si sente un odore di reazione. E in verità un passo verso Roma pare subito l’abdicazione del pensiero nazionale, la negazione di Dante.
Nella festa di Dante l’Italia ha applaudita calorosamente la bandiera della Società napoletana emancipatrice, portata da un cappuccino. Essa ha veduto in quella bandiera il primo segno di un Clero italiano, che rinnega la Curia romana, e fa atto di ossequio a Dante, al Pensiero di Dante.
Ma in quel Pensiero ci è un altro concetto sostanziale, al quale i critici stranieri danno poca importanza, ma che per noi è il Verbo, è la parola di vita. Questo concetto, è: unificazione delle genti italiane.
Municipii liberi ed autonomi significava per Dante: anarchia e debolezza; e mentre i più de’ suoi contemporanei vedevano questo o quel municipio, egli abbracciò nel grande animo tutta l’Italia, e flagellò con indignazione immortale le divisioni municipali, fino in quelle differenze che pur sono naturali, le differenze dei dialetti.
Così le due idee più care agl’italiani, che furono l’obbietto di sforzi secolari dalla parte loro per recarle ad atto, sono per essi il Pensiero di Dante, tutto quel Pensiero: Unità italiana costituita sulla doppia base dell’emancipazione dallo straniero e la emancipazione dal clero. Sottigliezze guelfe e ghibelline, speculazioni mistiche e filosofiche, reminiscenze del mondo pagano innestate stranamente coi pregiudizii del medio evo, il rozzo e bizzarro involucro di tante forme labili; tutto questo è sparito dalla coscienza del popolo italiano, ed è rimasto appena negli archivii degli eruditi. Quando gli stranieri pongono in questo il Pensiero di Dante scambiano la forma per la sostanza, e non intendono Dante.
Ciò che di Dante rimane, sono le due idee, divenute parte della vita italiana, e di un significato così generale, che si possono chiamare europee, le basi del mondo moderno, la chiave del nostro avvenire: l’affrancamento del laicato, e l’unificazione delle razze.
L’ideale di Dante oltrepassa l’Italia. E se un giorno, unificate le razze, affrancato il laicato, avremo quella federazione europea che è nell’animo de’ più nobili pensatori moderni, e che è la conclusione e la corona del Pensiero di Dante; la festa del suo nuovo centenario non sarà solo festa italiana, sarà festa europea. E forse allora prenderanno parte alla festa non solo i dotti e gli eruditi di Vienna e Berlino, ma tutte le popolazioni europee affrancate e affratellate.
Onorate l’altissimo poeta.

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