Francesco De Sanctis – Onorate l’altissimo poeta

La festa di Dante si rinnova in tutte le parti di Italia, secondo che giungono notizie della festa celebrata in Firenze, le quali rinfrescano negli spiriti la immagine del grande Italiano.
Anche noi, sotto l’impressione ancor viva delle corrispondenze trasmesseci dalla città dell’Arno, sentiamo svegliarcisi nell’anima una folla di sentimenti e di pensieri, e non possiamo resistere al bisogno di darvi pure un po’ di sfogo.
Dante è stata la nostra stella nell’avversità; Dante è l’Eroe del nostro risorgimento; tutti gl’italiani dicono: il pensiero di Dante è attuato.
Gli stranieri non l’hanno mai compreso. Ed irridendo alla nostra sventura, dicevano: voi siete arcadi ed accademici; invece di guardare all’avvenire, voi siete abbracciati ad un passato, che non può tornare; Dante è il passato, non è l’avvenire.
E quando, compiuto il nostro maraviglioso moto nazionale, diciamo: ecco compiuto il pensiero di Dante e con riverente gratitudine dalle cento città d’Italia echeggia il grido: onorate l’altissimo poeta! gli stranieri si stringono nelle spalle e non ci comprendono.
Non è che non onorino anch’essi e riveriscano l’altissimo poeta; non è che a Berlino e a Vienna non si sia anche celebrata la festa sua; ma essi la onorano, come Omero, con ammirazione erudita e dotta; comprendono il Poeta cosmopolita, non comprendono ancora il poeta italiano.
Hanno scritto molti volumi sul Pensiero di Dante, e ne hanno conchiuso che quel Pensiero non è un presentimento, non è una gestazione dell’avvenire, come dice Victor-Hugo nella sua lettera al Gonfaloniere di Firenze, ma è una reminiscenza.
Victor-Hugo poeta ha indovinato il Poeta. E non mancano alcuni spiriti superiori anche presso gli stranieri, che hanno intuito il Pensiero dantesco; ma i più, analizzandolo e sperdendolo ne’ suoi particolari, ne hanno smarrito l’intimo senso, e lo hanno giudicato un Pensiero morto, il Pensiero del passato.
Dante concepiva in questo modo l’universo, ciò che direbbesi oggi l’edificio sociale: in cima i due soli, il Papa e l’Imperatore; il Papa nella pienezza della sua indipendenza spirituale, il maggior Sole, per quanto lo spirito è più nobile della materia, e accanto ad esso il Temporale, l’Imperatore del mondo nella piena indipendenza della sua sovranità temporale; al di sotto Re, Principi, popoli, sotto quell’alta sovranità indipendenti ed autonomi.
Non vedete, si dice, che tutto questo è il sogno del passato? È l’amalgama confuso del medio evo col mondo pagano; e la reminiscenza dell’impero romano congiunta con le pretensioni papali del medio evo; è un accordo impossibile di due mondi, del medio evo e del mondo antico: una sintesi confusa di ciò che fu, non la base di ciò che sarà. Oggi il Papa è un’ombra; l’Imperatore è un’ombra; i due soli sono spenti, e ciò che rimane vivo e radiante, è il Popolo, non presentito, anzi calpestato da Dante. Quello che nel suo sogno è di libero, sono i Comuni, libertà anche questa di reminiscenza, e i Comuni sono messi in un fascio coi Re e i Principi sotto l’alta Sovranità di un Imperatore, onnipotente al pari di Dio, e che come è Somma Potenza, dovrebbe essere ancora Somma Bontà e Somma Giustizia, come è nel concetto di Dante, e come non è possibile che sia, visto che in questo basso mondo il Potere irresponsabile mena diritto al dispotismo e alla tirannide. Che maraviglia è dunque che i Comuni italiani non vollero saperne del suo imperatore, e amarono meglio morire con la spada in pugno, difendendo fino all’ultimo la loro libertà, che conservare una libertà nominale sotto la effettiva tirannide de’ due Soli?
Con queste spiegazioni non si sa concepire, come l’Italia può avere scelto a suo duca e maestro il visionario Ghibellino, e come, rivendicata la libertà, e costituita la sua unità, possa dire: ho compiuto il Pensiero di Dante. Celebrate pure Dante, come fareste Omero o Shakespeare, come il Gran Poeta; celebratelo pure, come il fondatore e l’unificatore della vostra lingua; ma rigettate il suo Pensiero, strana sintesi di ciò che è morto, non Stella dello avvenire.
E nondimeno gl’italiani con mirabile ostinazione hanno messo sempre a interprete delle loro rivoluzioni e delle loro aspirazioni il Pensiero di Dante; e non ristaranno finchè quel Pensiero non sia recato ad atto.
E questo avviene, perchè essi interpretano il Pensiero di Dante in un modo assai diverso da quello che tengono i critici e gli eruditi.
Nel Pensiero di un grand’Uomo bisogna distinguere le parti temporanee ed accidentali da quelle che ne costituiscono l’essenza. È il destino di tutte le cose viventi. Ogni essere ha con sè qualche cosa che sopravvive.
Il Pensiero di Dante fu il Pensiero Ghibellino, il pensiero de’ suoi tempi. I Ghibellini lo chiusero nel piccolo giro delle mura delle loro città, nell’angustia delle passioni municipali e personali, nella sfera della loro esistenza mortale; Dante lo allargò, lo idealizzò; ne fece il pensiero del Mondo.
In questo Pensiero generalizzato e idealizzato ci è il Passato, ma ci è ancora l’Avvenire; ci è il temporaneo e il contingente, ma ci è anche il sostanziale e l’immortale. I dotti ci veggono per lo più quello che è morto; gl’italiani ci veggono quello che hanno sentito sempre vivo, intorno a sè, che hanno mantenuto vivo per lunga tradizione e con lunga ostinazione e che ora si veggono brillare innanzi, e lo riconoscono, e dicono: è desso, è il Pensiero di Dante. Onorate l’Altissimo Poeta.
Se a’ lettori non verrà meno la pazienza, noi vogliamo tratteggiare in un prossimo articolo il Pensiero di Dante, come gl’italiani lo sentono e lo riconoscono.

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