Francesco De Sanctis – Torino l’unificatrice

Il trasporto della capitale è già decretato per legge, e a giugno al più tardi sarà un fatto compiuto. Tutte le passioni che questo fatto ha destate, si calmano, tutte le recriminazioni non hanno più ragion d’essere. È il momento opportuno, crediamo, di esaminare pacatamente, qual è stata la missione di Torino nella storia italiana.
La più grande, la più nobile a nostro credere, che mai città alcuna possa desiderare. Essa è stata a un tempo la testa e il braccio dell’impresa nazionale. La sua costanza, ne’ propositi e ne’ sagrifizii, il senno de’ suoi uomini di Stato, il valore de’ suoi soldati, le hanno fatto possibile il preparare e iniziare un moto, che poi per opera della rivoluzione allargandosi ha condotto all’unità italiana. La parte che Torino ha rappresentata in questa impresa le ha dato tali meriti innanzi all’Italia, che ha potuto senza gelosia rimanere sua capitale per molto tempo ed esercitare il suo primato con un’autorità incontrastata. Torino o Roma è stato per parecchi anni il motto della rivoluzione. E che cosa è Roma? che cosa è Torino? Roma non è la città di Bruto, non la città di Cesare, neppur la città de’ Papi; noi andiamo a Roma non pour cela, ma quoique, non per questo, ma malgrado questo; noi vi andiamo per edificarvi la terza civiltà, per farla una terza volta regina del mondo civile. La capitale del mondo pagano e del mondo cattolico è ben degna di esser la capitale dello spirito moderno. Roma dunque è per noi non il passato, ma l’avvenire. Noi andremo là per distruggervi il potere temporale e per trasformare il Papato.
Se Roma è l’avvenire, Torino è il presente. Perchè a giudizio degl’italiani Torino era stata e dovea per qualche tempo ancora esser la base d’operazione dell’impresa nazionale. Parea che finchè Roma e Venezia non fossero nelle nostre mani, Torino dovesse rimanere il centro del moto italiano, quasi un posto avanzato dirimpetto ai nemici, nel quale si raccogliesse tutta l’Italia, pronta a guerra.
Armare, armare, e compiuti gli apparecchi, far l’impresa della Venezia, e risolvere d’accordo con la Francia la quistione romana, tale era il programma nazionale, accettato da tutti. Pareva certissimo che recuperata Venezia, nessuna ragione ci fosse più perchè Roma non dovesse esser nostra. Questo era il concetto di Cavour, questo di Garibaldi; era il sottinteso di tutti gl’italiani.
Ma un bel dì ci trovammo con le finanze esauste, impotenti a risolver subito la quistione veneta, e per di più straziati da discordie regionali. Non potemmo andare innanzi; non volevamo andare addietro; ci convenne fermarci; alla politica d’azione dovea succedere secondo l’avviso di molti uomini prudenti la politica della sosta e del raccoglimento.
Ma se l’Italia si dee raccogliere, sarà a Torino? E tutta Italia rispose con una concordia formidabile, no. La volontà d’Italia è stata fatta; Torino fra sei mesi non sarà più capitale.
Gl’italiani hanno obbliato i meriti di Torino? Se fossero capaci di tanta ingratitudine, il Lanza ha ragione, meriterebbero di ricadere sotto il giogo degli austriaci e de’ Borboni. Hanno obbliato così poco, che è appunto per questi meriti che Torino ha potuto avere in Italia un’autorità morale, di cui non ci è esempio nella storia. E qual è l’uso che ha fatto Torino della sua autorità? Ne ha fatto quest’uso, di compiere una rivoluzione assai più difficile della prima.
Con una prima rivoluzione abbiamo cacciato via i principi nemici d’Italia, e proclamata l’unità nazionale. Ma era ancora unità astratta. E finchè si trattava di gridare Viva Italia una! tutti abbiamo gridato. Ma quando si è trattato di tradurre in fatto l’idea, oh allora sono cominciate le proteste. Ciascuna parte d’Italia avea le sue leggi, i suoi usi, le sue tradizioni, le sue vanaglorie. Per unificare il paese bisognava spostare interessi, offendere vanità, calpestare pregiudizii e tradizioni. L’assunto pareva così difficile, che i nostri nemici erano impazienti di vederci all’opera, e pronosticavano su quel terreno la nostra divisione. Lo stesso governo francese protestava in favore dell’autonomia toscana, e in nome delle tendenze autonomiche, reputava l’unità una chimera. Piuttosto che affrontare queste difficoltà, Farini e Minghetti inventarono le regioni, le quali ci avrebbero condotti addirittura ad una confederazione mascherata. Senza la città di Torino ci saremmo trovati innanzi a pretensioni uguali e per cavarcela alla meglio ci sarebbe stato forza finirla con la confederazione.
Volle la buona fortuna d’Italia che in mezzo a tanta dissoluzione di Stati rimanesse intatto uno Stato solo, con un Re italiano, con uno statuto, con ordinamenti liberi e con uso antico di libertà, rispettato da tutti gl’italiani per le sue virtù e per gli straordinarii servigi resi alla nazione. Torino la benemerita si valse della sua immensa autorità per compiere questa seconda rivoluzione, o piuttosto per rendere effettiva e reale la prima, unificando il paese. Tutto questo non si è potuto fare senza violenza e senz’abusi; le autonomie calpestate e offese protestavano contro la tirannia di Torino. Invano si diceva: ma che colpa ha Torino di quello che fanno i Ministri? Le popolazioni hanno un istinto sicuro; e sentivano che sotto i Ministri c’era Torino. Ed avevano ragione. La storia dimenticherà i particolari, e ricorderà solo questo gran fatto, che Torino è stata l’istrumento che ha reso possibile l’unificazione italiana.
Ma queste grandi rivoluzioni non si fanno senza concitarsi contro odii e passioni. Le rivoluzioni non si fanno impunemente, e gli autori sono per lo più quelli che ne cadono vittima. Perchè è impossibile tentare grandi cose senza violenza e senza abusi, che a lungo andare gittano giù i loro autori. Questi cadono, l’opera loro rimane. E la storia più tardi regnando sul silenzio delle passioni contemporanee, li chiama benefattori e martiri. Caddero i rivoluzionarii francesi sotto il peso degli odii e delle passioni concitate; l’opera loro è rimasta.
Torino è caduta, dovea cadere. Tutte le autonomie italiane si sono sollevate contro la tirannia della Capitale, e l’hanno gittata giù. Torino dovea pagar la pena delle violenze e degli abusi che accompagnano tutte le rivoluzioni di questo genere. Ella è caduta, ma l’opera sua è rimasta. Anzi cadendo dà l’ultima mano alla rivoluzione interna, compie la sua missione, unificando la Toscana. Maravigliosa fortuna d’Italia! La capitale unificatrice è abbandonata, e l’unificazione benefica rimane, anzi con lo stesso atto si abbandona la capitale e si compie l’unificazione.
Questo è per noi il concetto politico del grande atto compiuto. E quando le passioni taceranno, quando noi saremo a Firenze, non dubito che a proposta di qualche uomo generoso la nazione italiana riconoscente non abbia a decretare una memoria durabile a Torino l’Unificatrice.

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