Francesco Guicciardini – [IN FAVORE DELLA LEGA PROPOSTA DA MASSIMILIANO ALLA REPUBBLICA DI VENEZIA.]

Massimiano re de’ romani, innanzi che fussi fatta la lega di Cambrai, nella dieta di Costanza, sotto titulo di rimettere Massimiano Sforza, ricercava e’ viniziani di lega per venire in Italia per la corona dello imperio ed a’ danni de’ franzesi, allora signori di Milano, offerendo loro partiti grandi. Trattavasi nel senato suo quid agendum; fu parlato da uno senatore per la parte affermativa in questo modo:

Tutta la difficultá di questa consulta, onorevoli senatori, consiste in considerare se el re de’ romani si unirá co’ franzesi in caso che noi rifiutiamo le dimande sue; perché avendo noi ora pace piacevole ed onorevole ed anche assai sicura, nessuna ragione può essere bastante a farci pigliare una guerra di travaglio e spesa assai, ogni volta che noi non dubitiamo che loro si unischino. Ma se noi presuppognamo che sia pericolo di questa unione, non credo che sia nessuno che neghi che sia da prevenire, perché è sanza comparazione piú utile essere insieme coi re de’ romani contro al re di Francia, che aspettare che l’uno e l’altro re sia insieme contro a noi. Fare ora questo iudicio del futuro è cosa incerta, pure se io non mi inganno, molto potente sono le ragione che ci consigliano a temerne. Principalmente non è dubio che el re de’ romani sia per desiderarla, perché arde di voglia di venire in Italia, e questo non può fare o difficillimamente, se non ha lega co’ franzesi o con noi. Però subito che noi lo escludiamo, fará el possibile per aderirsi a’ franzesi, né gli odii o le diffidenzie che sono tra loro lo rimoveranno da questo, perché non potendo camminare a’ disegni suoi per altra via, bisogna cammini per questa, ancora che totalmente la non gli piaccia. Fanno bene queste ragione che lui desideri piú la amicizia nostra, che quella del re di Francia, ma, escluso dalla nostra, bisogna si volti a quella.
Dal canto del re di Francia ci sono piú difficultá, ma non sono a giudicio mio tale che abbiamo a viverne sicuri, e le cagione possono essere dua: el sospetto e la ambizione, delle quali ciascuna per sé suole fare movimenti molto maggiori. Lui sa la instanzia che el re de’ romani ci fa, ed ancora che lui ed ognuno abbia sempre veduto grandissime esperienzie della fede di questa republica, pure, misurando noi dalla natura sua, può dubitare che per cupiditá di accrescere lo stato nostro o per sospetto di non essere prevenuti, non prevegnamo. Ed ha causa di credere che noi abbiamo questo sospetto, perché sa che ci sono note le pratiche che ha tenuto coi re de’ romani contro a noi, nonostante le capitulazioni che abbiamo insieme. Può ancora temere che la ambizione ci muova, perché sa esserci offerti partiti grandissimi, e che noi siamo uomini desiderosi, come sono tutti gli altri, di accrescere dominio; né ci è mezzo a assicurarlo da questo timore, perché voi sapete quanto gli stati sono sospettosi naturalmente, e quanta poca confidenzia è tra l’uno principato e l’altro. E tanto piú che faccendosi questa instanzia dal re de’ romani sotto titulo di rimettere nello stato di Milano Massimiano Sforza, può credere che noi desideriamo piú per vicino uno signore debole che uno re sí potente, e che per questa ragione sola, quando cessassino tutte le altre, noi ci moviamo a aiutare una impresa, lo effetto della quale, quando riuscissi, sarebbe la sicurtá totale dello stato nostro.
Lo può muovere la ambizione per el desiderio di recuperare Cremona, a che è stimolato ogni dí da’ milanesi e dalla vergogna di non possedere quello che possedeva Lodovico Sforza, massime che per el titulo ereditario che lui pretende in quello ducato, giudica se gli appartenga ancora Brescia, Bergamo e Crema, e tutto lo stato vecchio de’ Visconti. E noi veggiamo tuttodí quanto e’ principi grandi sono facili a imbarcarsi in simili imprese, e tanto piú quando alla speranza di acquistare el dominio è aggiunto qualche colore di ragione, e lo stimolo della vergogna, di che abbiamo piú da temere, perché sanza unione del re de’ romani non può sperare di pervenire a questo disegno, atteso che la republica nostra è potente per sé medesima ed arebbe sempre la aderenzia della Magna, quando el re di Francia ci assaltassi sanza questa unione. Però per le pratiche che ha tenuto si vede che sempre ha desiderato di opprimerci, ma non ha mai ardito di farne impresa sanza questa amicizia, la quale essendo il cammino solo che lo conduce al fine desiderato, abbiamo a credere ragionevolmente che vi si metterá drento.
E se mi sará detto che noi non abbiamo a dubitare di questo, perché sarebbe mala deliberazione per el re di Francia, per acquistare una cittá o dua, mettere in Italia el re de’ romani, di chi è inimico naturale, e da chi ará sempre alla fine guerre e travagli, e che mentre che ará amicizia seco, gli costerá infinita somma di danari, ed anche l’ará incerta, e però farsi piú per lui sanza comparazione la pace ed amicizia nostra, con la quale tiene sicure le cose sue di Italia, io risponderò che se ha el sospetto detto di sopra che noi non ci ristrignamo col re de’ romani, non gli parrá entrare in pericolo a farlo lui, anzi assicurarsi, e non solo dalla unione che si potessi fare tra quello re e noi, ma ancora da’ movimenti che in caso che noi stessimo a vedere, gli potessi fare contro lui, o con l’aiuto della Magna o con altre aderenzie ed occasione. Ed essendo prima questi pericoli che quelli che succedono poi che el re de’ romani ará fatto piede in Italia, non sará da maravigliarsi che el re di Francia vi pensi prima, seguitando in questo la natura commune degli uomini, che spesso temono e’ pericoli presenti e vicini piú che non debbono, sempre tengono manco conto de’ futuri e lontani che non è da tenere, e vi sperano molti rimedi e dal tempo e dagli accidenti che spesso non riescono. Di poi quando bene sia vero che questo partito non sia utile per lui, non siamo però sicuri che non l’abbia a pigliare. Non sappiamo noi quanto ora el timore ora la ambizione acciecano gli uomini? non cognosciamo noi la natura dei franzesi leggiere a imprese nuove, e facile a sperare sanza modo quello che desidera? non ci sono noti gli stimuli e le offerte che ha da’ milanesi, dal papa, da’ fiorentini, dal duca di Ferrara, dal marchese di Mantova, bastanti a accendere ogni quieto animo? Gli uomini non sono tutti savi, anzi la maggiore parte non sono savi; e chi ha a fare pronostico delle deliberazione di altri, non debbe tanto andare con la misura di quello che ragionevolmente doverrebbe fare uno savio, quanto con la misura del cervello, natura ed altre condizione di chi ha a deliberare; e chi procede altrimenti spesso si inganna.
Però volendo giudicare che deliberazione piglierá el re di Francia, non bisogna avvertire tanto a quello che ragionevolmente doverrebbe fare, quanto ricordarsi che e’ franzesi sono inquieti e leggieri, e soliti a pigliare spesso e’ partiti con piú caldezza che prudenzia. Non sono le nature de’ signori grandi simili alle nostre, né sono loro cosí facili a vincere gli appetiti suoi, come sono gli uomini privati; sono soliti a essere adorati da chi gli è intorno, ed essere intesi ed obediti a’ cenni. Però non solo sono elati ed insolenti, ma non possono tollerare di non avere quello che gli pare ragionevole, ed ogni cosa gli pare ragionevole che gli viene in desiderio, e si persuadono potere con una parola spianare tutti li impedimenti e vincere la natura delle cose. Anzi si recono a vergogna, quando per qualche difficultá si ritirano da e’ loro appetiti, e misurano communemente le cose maggiori con quelle regole con che sono consueti a procedere nelle minori, consigliandosi non con la prudenzia e con la ragione, ma con la voluntá e con la alterezza; e se nessuno vive cosí, e’ franzesi sopra tutti gli altri.
Non vedemo noi frescamente lo esemplo del regno di Napoli, dove la ambizione e leggerezza sua fu tanta, che per avere mezzo quello regno lo indusse a consentire l’altro mezzo al re di Spagna, ed a mettere in Italia uno re potentissimo, e dove prima era unico tra noi altri, disporsi a averci uno compagno pari a lui? Ma che andiamo noi per conietture quando abbiamo la certezza? Non sappiamo noi che altra volta questi dua re hanno fatto insieme questa unione e che el re di Francia l’ha desiderata e sollecitata? E se per qualche difficultá che fu in quella capitulazione, non ebbe effetto, non abbiamo da dubitare che poi che erano d’accordo del verbo principale, troverranno qualche mezzo a queste difficultá, massime che el re de’ romani, quando sará totalmente desperato della amicizia nostra, vi sará piú caldo che prima.
E certo, se noi potessimo stare in pace, a me piacerebbe sopra ogni cosa; ma a giudicio mio abbiamo a avere guerra, ed è officio di savi non si lasciare tanto ingannare dalla dolcezza della pace presente, che non consideriamo e’ pericoli imminenti ed el carico ed infamia che ci risulterá apresso a tutto el mondo, che per non avere saputo bene discorrere permettiamo che altri si faccia gagliardo, a offesa nostra, di quelle arme che ci erano offerte a nostra sicurtá ed augumento; massime che, sendo noto a ognuno le pratiche che a danno nostro hanno tenuto questi re, non potreno essere imputati di mancare di fede a’ franzesi, se ci armereno contro a chi ci ha voluto ingannare. Però sendo in queste necessitá debbiamo pensare quanto sia differenzia grande a muovere la guerra a altri, o aspettare che la sia mossa a noi; trattare di dividere lo stato di altri, o aspettare che sia diviso el nostro; essere accompagnati contra uno solo, o soli contro a molti compagni; perché se si fa unione tra costoro, vi concorrerá el papa per le terre di Romagna, el re di Spagna per e’ porti del reame, e tutta Italia, chi per recuperare, chi per assicurarsi. In effetto io desidero la pace, ma credo che abbiamo a avere la guerra, e però desidero piú presto una guerra onorevole, sicura ed utile, che vergognosa, pericolosissima e dannosissima; e consiglio el collegarsi col re de’ romani. Dio feliciti quello che voi deliberrete.