Francesco Maria Emanuele e Gaetani, Marchese di Villabianca – Autoapologia

Francesco Emanuele, terzo di questo nome, marchese di Villabianca.

Egli è il marchese di Villabianca, oggi per divina munificenza vivente, nato in Palermo, sua patria, figlio del marchese D. Benedetto, secondo di questo nome, e di Cassandra Gaetani ed Alliata, sua genitrice. Uscì al giorno nel lunedì 12 di marzo 1720, rigenerato colle sagre acque lustrali nella parrocchiale chiesa di S. Giacomo la marina, tenuto in essa da Francesco Notarbartolo e da D. Angela Zati, iugali, barone e baronessa di S. Anna, come per fede battesimale registrata nel vol. 2° Nobiltà Emanuele, fogli 211 e 376.

Notisi che detto marchese Francesco Emanuele e Gaetani ebbe concessa da monsignore arcivescovo di Palermo, fra’ Matteo Basile, l’ordinazione della prima clericale tonsura e delli due primi ordini minori, ostiarato e lettorato, sotto li 6 marzo 13a Ind. 1735, come per fede di D. Modesto Rosso, maestro notaro dell’Arcivescovado, sotto li 3 agosto 1759. Gli fu collato il santo cresima da Epifanio Di Napoli, vescovo di Listria, a 15 marzo 1733 a Palermo.

Divenne questi reggitore di sua famiglia nell’anno 1739, dappoichè avea di già compita la nobil carriera delli studij nel real imperial convitto del fu Collegio Borbonico de’ RR. PP. Teatini di questa capitale, e prese sua investitura del titolo e baronia di Villabianca nel dì 5 ottobre dell’anno seguente 1740.

Notisi che detto marchese Francesco quarto insignissi dell’ordine di cavaliere del Santo Sepolcro per concessione del rev.mo padre fra’ Angelico di Gazolo, guardiano del Monte Sion e custode di Terrasanta, come vicario del papa, gran maestro di detto ordine, data in Gerusalemme sotto li 15 luglio 1737.

Quindi, trovandosi nell’età d’anni 23, conchiuse il suo maritaggio con Zenobia di Vanni e Zappino Sitajolo e Termine, figlia di Placido di Vanni de’ marchesi di Roccabianca e di Rosalia Zappino e Termine, celebrando il contratto di dote negli atti di not. Antonino Giuseppe Bruno di Palermo a dì 31 ottobre 7a Ind. 1743, transuntato per l’atti di not. Giuseppe D’Angelo di Palermo a 20 settembre 3a Ind. 1754.

Onde, per un tal matrimonio, raddoppiato avendo la consanguinità di sua famiglia colla Casa Vanni, ha ricevuto dalla riferita marchesa D. Zenobia, sua consorte, nuova azione di conseguire per i suoi posteri i legati di Saladino e di Parisi, il primo de’ quali fu lasciato da Ludovico Saladino, barone di Valguarnera, autore de’ principi di Campofiorito, nel suo testamento celebrato in Palermo per l’atti di not. Antonino Corona a dì 3 luglio 2a Ind. 1619, e per cui si ha la facoltà di potere educarsi nel monastero di Saladino della città di Palermo a spese dell’eredità del summentovato testatore di Saladino duodeci nobili donzelle di lui consanguinee e con dovere queste poscia ottenere onze 200 per dote di loro monacato, che devono fare nel monastero di S. Chiara e a tenore dell’elezioni che ad esse vengono fatte dalli governatori del Monte della Pietà. Per conferma di tutto questo vedasi l’elezione di tal legato fatta a soro Placida Catarina di Vanni per l’atti di not. Antonino Vollari di Palermo a 2 dicembre 7a Ind. 1683.

Il legato poi di Parisi fu istituito da Lucrezia Marchese, vedova di Alfonzo Parisi, nel suo testamento sollenne publicato per l’atti di not. Giacomo Galasso di Palermo a dì 13 ottobre 13a Ind. 1584, in somma di onze 200, per monacato alle consanguinee più strette in grado di essa testatrice, tra le quali, mercè della Casa Bellacera, noveransi i signori Vanni e per essi i signori Emanueli.

Tenne esso marchese D. Francesco il governo della Compagnia della Carità di S. Bartolomeo col posto di ministro, che volgarmente dicesi “superiore”, nell’anno 1750, e ne fu primo coaggiutore nel 1754 e 1766, 1771, 1772 e 1773.

Eletto videsi primo rettore dello Spedale degl’Incurabili di Palermo, che sta sotto titolo di S. Bartolomeo, per l’anno la Ind. 1752 e 1753, seguendosi appresso per gl’anni 6a Ind. 1757 e 1758 e 7a Ind. 1758 e 1759, 7a Ind. 1773 e 1774 ed 8a Ind. 1774 e 1775, come ancora fu eletto governadore e priore del prestame del venerabile Monte della Pietà di Palermo nell’anno 3a Ind. 1754 e 1755, come per atto di elezione registrata nell’ufficio di maestro notaro dell’ecc.mo Senato a dì 3 settembre 1754, nel di cui ufficio confermato egli venne la seconda volta per l’anno seguente 4a Ind. 1755 e 1756 e confermato per la 15a Ind. 1766 e 1767, e di bel nuovo riconfermato per l’anno la Ind. 1767 e 1768.

Fu alto sei palmi ed oncia una, bianco nel viso, ma di faccia bislunga, il pelo biondo, e gracile, delicato e snello di corporatura.

Impiegato intanto esso vedesi a menare per proprio istituto gl’intieri anni di sua vita negli onesti intertinimenti dello studio e nelle virtuose ricreazioni dell’uman vivere, acciocchè succhiassero i di lui figli, insieme col latte, l’acerbo della più sana educazione e l’esempio di un edificante ammaestramento, sullo riflesso di Virgilio, Aeneid., lib. 10, verso 371, f. 253 edit. Venezia 1688: Nunc prece nunc dictis virtutem accendit amaris, e far sì che a suo tempo i dolci frutti ne raccogliessero e serbare potessero que’ risplendenti raggi che pel cammino pressochè di quattro secoli da’ loro bisavoli han ricevuto, potendo a pelo adattarsi quell’eroismo dello stesso Virgilio posto in bocca ad Enea, Aeneid., lib. 2°: Disce puer virtutem ex me verumque laborem, fortunam ex aliis.

Il molle ozio adunque schivando, ha egli saputo cambiarlo nelle più curiose giovevoli ricerche di sua nazione, infino che venne una volta a capo di fornire la storia della Sicilia nobile, escita alle stampe in quattro tomi in foglio, e insieme con essa altri volumosi manuscritti ha fatigato di varia erudizione.

Oltre lo studio delle lettere umane ed erudite, ebbe il buon gusto di toccare leggiadramente lo strumento musicale del cembalo, nel quale però brevemente ci potè comparire, a causa che quasi giovine gli si indebolì notabilmente la vista degl’occhi.

È stato eletto, esso marchese Francesco, per uno degli otto censori dell’Accademia del Buon Gusto, solita adunarsi in Palermo, nel palazzo dell’illustre principe di Santa Flavia, Filingeri, nel dì l° aprile 1760, come si vede pella patente di detta Accademia speditali il dì 2 aprile sudetto, e vi fu anche censore per la seconda volta per patente del dì 17 marzo 1766 (pel biglietto di detta Accademia infilzato nel vol. 3° Nobiltà Emanuele, f. 229 retro), come pure in questo foglio di detto volume appare essere stato ascritto il riferito marchese Emanuele nelle altre Accademie di Palermo, sua patria, chiamate delle Belle Arti e Scienze e degli Agricoltori oretei (e al f. 291 del vol. 3° Nobiltà Emanuele vi si vede la patente in forma di accademico delle Belle Arti e Scienze in data de’ 18 giugno 1761). Si vede pure col grado di censore di stampa nella dissertazione del tomo sopra le Doti del Forno e nella dissertazione del Burgio di S. Alberto carmelitano.

Onorato vedesi il suo nome, per la pubblicazione delle sue opere date alle stampe, nelle note del volume I delle Dissertazioni dell’Accademia palermitana del Buon Gusto, alla dissertazione preliminare del dr. D. Domenico Schiavo sopra le antiche Accademie di Palermo, pag. 39, ed anche nel tomo I, che ha per titolo Memorie della storia letteraria di Sicilia, parte 4, art. 17, f. 59, e nel tomo 2°, parte 3, art. 10, f. 168 e parte 4, art. 15, f. 227.

Commendasi parimente dal padre priore e regio istoriografo D. Vito Amico nel suo Lexicon topographicum siculum, pag. 13 in prefatione tomo I e f. 281 di detto tomo, parte I, Vallis Neti, come pure a f. 41 del tomo 2°, parte I, Vallis Mazariae. Lodasi parimente a f. 127, cap. Castania, f. 182, cap. Ceramis, e f. 229, cap. Furnaris del tomo 3°, parte I, Vallis Demana, cap. Turretta, parte 2 Vallis Mazariae.

Si consulti il padre Francesco Antonio Zaccaria nel tomo 10° della continuazione della sua Storia letteraria della Italia, ove al f. 332 del libro I, cap. 11, si trova l’estratto di detta Sicilia nobile con molti encomij fatti all’autor di essa. Si commenda anche, esso marchese Emanuele, a f. 444, cap. 2°, del tomo 11° di detto padre Zaccaria.

Vedansi gl’Atti di S. Lucia, opera postuma di monsignor Giovanni Di Giovanni, stampata nel 1758 per Pietro Bentivegna, e nell’epistola dedicatoria fatta al barone Francica dal conte D. Cesare Gaetani, a f. 121, fassi menzione del surriferito marchese di Villabianca e della sua famiglia Emanuele, note (a) e (b). In altra operetta di detti Atti di S. Lucia dello stesso conte Gaetani, stampata in Siracusa, 1760, per l’impressor Pulejo, si vede un elogio del marchese di Villabianca a pag. 6 epistola dedicatoria ed altro elogio se ne legge a pag. 9 epistola dedicatoria di un’altra operetta di detto signor Gaetani fatta per dissertazione sopra un idoletto di creta, stampata in Palermo pel Bentivegna, 1761.

Altre orrevoli note se ne scorgono nell’epistola dedicatoria di casa, che si ha nella vita del Servo di D. Giuseppe Veneziano, stampata dal riferito signor conte Gaetani in Siragusa nel 1766.

Si osservi il secondo tomo degli Opuscoli di autori siciliani, stampato in Palermo presso Pietro Bentivegna nel 1759, ove nell’epistola dedicatoria fatta dall’impressore al signor principe di Resuttano, Napoli, pag.11, si vede commendato detto marchese di Villabianca, Emanuele, per le erudizioni della sua opera intitolata La Sicilia nobile, come anche se ne fa menzione a ff. 100 e 333 del tomo 4° di detti Opuscoli Siciliani, 1760, e pure alla pag. 11 e al f. 11 del tomo 6° di detti Opuscoli. Lo stesso si trova a f. 341; nel tomo 20°, alla pag. 29 della prefazione; nel tomo 12° di detti Opuscoli viene lodato detto marchese, epistola dedicatoria, pag. 8; nel tomo 19° si vede lo stesso, epistola dedicatoria Filingeri; nel tomo 9° degl’Opuscoli siciliani, epistola dedicatoria di Casa Agliata, vi è lodata la stessa Sicilia nobile; nel tomo 11°, epistola dedicatoria di Casa Tomasi, viene citato Villabianca, e nel detto tomo vi è il suo elogio come autore di un opuscolo; nel tomo 7° di detti Opuscoli se ne vede un largo elogio specialmente in riguardo dell’opuscolo composto da detto marchese Francesco intorno agl’uffizij di Sicilia, che va inserto in detto tomo.

Citata vedesi la riferita opera della Sicilia nobile di detto marchese Emanuele in due luoghi del tomo 12° delle Memorie per servire alla storia litteraria, stampato in Venezia appresso Pietro Valvasente, 1758, a ff. 314 e 326 di detto tomo, e se ne vede un consimile elogio nelle Nuove memorie per servire alla storia letteraria, che si stampano novellamente in Venezia da Silvestro Marsini, anno 1760, tomo 3°, f. 313.

Il dr. Gaetano Sarri, autore, nel terzo tomo dell’Opuscoli di autori siciliani fa menzione della Sicilia nobile dello stesso menzionato marchese Villabianca, cap. 1, f. 4, come pure nel f. 11 della epistola dedicatoria e a f. 20 nel catalogo degl’associati. Nel tomo di detti Opuscoli hassene orrevol menzione a ff. 100 e 333 e nel tomo 5°, a pag. 17, epistola dedicatoria.

Commendasi con molto onore dall’autore delle Nuove memorie per servire alla storia letteraria d’Italia, il quale rapporta l’estratto ed elogio della di lui opera della Sicilia nobile, t. 4° in foglio, a f. 213 del tomo 2° di dette Nuove memorie letterarie, che stampa Silvestro Marsini in Venezia, 1759. E in questo prenarrato elogio di Marsini trattato vedesi il marchese Emanuele col titolo di eccellenza in stampa e di ragguardevolissimo barone del Regno di Sicilia.

È stato egli eletto diputato dell’Albergo generale de’ Poveri della città di Palermo nel 1746 per biglietto di S. E. signor principe Corsini, vicerè, sotto il 1° febbrajo 1746, come pure nel 1761 gliene fu indossato il medesimo governo col grado di diputato governadore di detto Albergo dall’ecc.mo signor vicerè marchese Fogliani, con suo biglietto di secretaria de’ 10 gennaio 1761 e ne fu confermato pell’anno 1762: vedasi il Torremuzza, capitoli Albergo, ff. 183 e 184.

Come accademico del Buon Gusto ed essendo attual censore di detta Accademia, recitò una dissertazione storica intorno agl’antichi giustizieri della Sicilia lunedì 20 luglio 1761, e per detto discorso si vede un sonetto fatto in sua lode. Altro discorso fu da lui recitato nell’Accademia del Buon Gusto il dì 1° settembre 1766, trovandosi anch’egli censore della medesima Accademia, e fu intorno all’antico ufficio di Gran Siniscalco della Sicilia. Recitò egli un terzo discorso nella medesima Accademia del Buon Gusto a 31 agosto 1767 sopra le memorie storiche dell’antico Gran Cancelliere di Sicilia. Notisi che nell’Accademia degli Ereini del detto principe di Resuttano, a 22 marzo 1772, domenica, dal detto marchese vi fu recitato un discorso storico critico sopra i simboli e l’armi d’insegna propria della Sicilia, e che pure, sotto li 3 agosto 1772, lunedì, esso marchese Francesco Emanuele fece la recita d’altro discorso sopra l’aquila palermitana nell’Accademia del Buon Gusto di Santa Flavia.

In occasione poi che il P. abbate D. Arcangelo Leanti diede alla luce la sua gratissima opera dello Stato presente della Sicilia, in agosto 1761, per la stamperia di Francesco Valenza di Palermo, si vedono alla pag. 11 della prefazione e a ff. 322, 342 e 356, capitolo 6°, tomo 2°, alcune note d’elogio della persona di detto marchese Emanuele, come ancora della sua opera che ha titolo di Sicilia nobile.

Questo marchese D. Francesco fu detto uno de’ sedici confrati nobili della venerabile Arciconfraternita di S. Nicolò lo reale, ch’esiste in Palermo, fondata dentro li chiostri del venerabile convento de’ padri conventuali del terzo ordine di S. Francesco d’Assisi, detto di S. Francesco li chiovara, da’ quali si fa l’elezione di uno de’ tre rettori dell’Opera di Navarro, come si vede ne’ libri di detta venerabile Arciconfraternita e ne’ capitoli della medesima, fatti nell’anno 1761 sotto il governo del marchese Salvadore Vigo, D. Giovanni Naselli e D. Antonino Fardella, rettori d’essa, e stampati in Palermo presso Francesco Valenza.

Eletto videsi quindi rettore di detta Arciconfraternita di S. Nicolò lo reale per gl’atti di not. Giovan Battista Lo Cicero di Palermo a 28 novembre 1762; altra volta rettore unitamente con D. Pietro Scasso e D. Corrado Lanza barone delli Supplementi a 17 febrajo 1765 per gl’anni 1765 e 1766 per detti atti di not. Lo Cicero; e la terza volta eletto rettore della stessa Arciconfraternita sotto li 5 febrajo 1775 per gl’anni 1775 e 1776 nell’istesse tavole di not. Andrea Lo Cicero. Per gli atti di not. Andrea Lo Cicero di Palermo, a 29 maggio 1779 fu eletto rettore di S. Niccolò lo reale per la quarta volta per gli anni 1779 e 80.

A dì 2 luglio 1761 fece egli monache le prime due sue figlie, chiamate in secolo Cassandra Maria e Rosalia Emanuele e Vanni, nel venerabile monastero di S. Maria delle Vergini di questa città di Palermo, ove esse si fecero professe l’anno appresso 1762, a 29 luglio, sotto li novelli nomi di religione di sor Maria Fede e di sor Maria Speranza. Si fecero questi monacati e professioni con molta sollennità e v’intervenne tutta la nobiltà di Palermo di cavalieri e dame.

Sotto li 19 febrajo 1772, mercoledì, si fecero monache professe nello stesso monastero di S. Maria delle Vergini di Palermo altre due mie figlie, chiamate in seculo Giuseppa e Dorotea Emanuele e Vanni, ed ora appellate co’ i novelli nomi di religione Maria Carità e Marianna Emanuele. S’erano esse fatte novizie il dì 25 novembre 1770.

Nella tanto famigerata opera del Salmon che fa lo Stato presente di tutti i Paesi e popoli del mondo e nel tomo 24 di essa, ove hassi la descrizione e storia della Sicilia, vien commendata l’opera della Sicilia nobile di Villabianca, e se ne trova l’elogio al f. 127, cap. 6°, delle forze, costumi, ecc. de’ siciliani. Il sacerdote D. Mercurio Teresi, nella sua Sicilia mariana, stampata in Palermo nel 1762 presso Francesco Valenza, tomo I, f. 68, cap. 3, paragrafo 2 e f. 90, cap. 3, cita con lode il marchese D. Francesco Emanuele per la sua opera della Sicilia nobile. Grandi encomij riceve detto marchese da mons. abbate Expillis Francesco nella sua Geografia manuense in 8°, a f. 79, pag. 21, impressa a Parigi, 1763.

Fu eletto dal vicerè marchese Fogliani per uno de’ nobili deputati di Vicaria con suo biglietto di segretaria del dì 6 marzo 1757, e questo durante la vita di detto marchese Francesco Emanuele, il quale nel 1763 tenne la carica di primo assistente o sia coadjutore della Congregazione dell’Annunziata de’ nobili di Casa Professa de’ PP. Gesuiti nel governo del superiore di essa il principe di S. Lorenzo, D. Tommaso Oneto e Ruffo, così costando da un atto d’elezione de’ superiori che si vede negl’atti di not. Raffaele Galici di Palermo a 1° di gennaro 1763. Quindi nell’anno 1765 fu eletto il nostro marchese D. Francesco superiore della detta Congregazione dell’Annunziata, come appare negli atti di not. Giuseppe D’Angelo di Palermo a 1° gennaro 1765.

Il Senato ecc.mo di Palermo si è servito dell’opera sua qual diputato di nobiltà per esaminare e rivedere l’incartamenti di nobiltà di natali di alcuni soggetti che han volsuto farsi dichiarare nobili da detto ecc.mo Magistrato affin di concorrere negli officij senatorij di Palermo, che però vedasi l’incartamento di D. Federico Estremola e Cangiamila, barone di S. Sebastiano, negli atti di maestro notaro di detto ecc.mo Senato e l’attestato di nobiltà concesso al suddetto di Estremola a 15 marzo 1763. Risultò esso marchese per gl’atti di not. D. Girolamo Sevasta di Palermo.

D. Francesco Emanuele fu uno de’ rettori nobili della reale Arciconfraternita di S. Maria della Pinta e dell’Itria, la di cui chiesa si trova in questa città di Palermo presso porta di Castro; i suoi colleghi furono Biaggio Vignuales e Girolamo Calvello. Ne fu confermato rettore a 12 gennaro 1766 per un altro sessennio unitamente con D. Girolamo Calvello, presso gl’atti di not. D. Girolamo Sevasta di Palermo.

Esercitata videsi la pietà della marchesa sua consorte, D. Zenobia Vanni e Zappino, dal detto vicerè marchese Fogliani con suoi biglietti di secretaria, spedito l’uno a 26 novembre 1761 e l’altro a 19 marzo 1763, ad oggetto di raccorre limosine per sovvenimento de’ poveri carcerati di Palermo, come anche delle donne allontanate dal peccato con altri biglietti del dì 16 marzo 1768 e dì 14 marzo 1770 e 2 dicembre 1770. Questa dama Zenobia Vanni fu tesoriera della chiesa delle Raccomandate delle dame di Palermo per l’anno 10a Ind. 1776 e 1777, così costando dall’atto di consegna delli denari e giogali della detta chiesa fattogli in not. Salvadore Mariano Palumbo di Palermo a 21 agosto 1776, nelle di cui scritture publiche si rinvengono molti altri attitati fatti dalla detta Emanuele e Vanni come tesoriera sudetta, e venne confermata nell’istessa carica per l’anno 11a Ind. 1777 e 1778 per atto in esso not. Palumbo sotto li 6 agosto 1777 e riconfermata per la terza volta per atto in not. Testaferrata.

Nell’anno l764 da detto marchese D. Francesco prodotta venne una novella composizione letteraria per le stampe di Pietro Bentivegna di Palermo, sotto titolo di Notizie istoriche intorno agli antichi uffizij di Sicilia e la dedicò egli al conte D. Cesare Gaetani di Siracusa, suo parente. Due capitoli di detta opera stampati veggonsi e colletti sono nell’ottavo tomo dell’Opuscoli siciliani, che vidde la luce in detto anno 1764, dal f. 3 sino all’88; il terzo capitolo della medesima opera, che appartiene al Gran Siniscalco, si trova al f. 167 e finisce al 240 del decimo tomo de’ detti Opuscoli siciliani, stampati pel Bentivegna nel 1769.

Di questo marchese D. Francesco Emanuele e Gaetani ne appare una memoria lapidaria in una fonte publica del suo luogo magno di Cutò esistente nella campagna di Partinico, e l’iscrizione della detta lapide, che fu composta dal medesimo marchese, così fa leggere:

Sat facunda oleis, sat pomis terra referta

totaque frondosis vitibus arva virent

omnia quam belle! deerat si rivus aquarum

irriguis decorat fontibus Emmanuel.

Anno Domini 1764.

Il cennato podere di Cutò, unitamente colli territorij di Partinico aggregati ad esso ed all’Albaciara, antica possessione di Casa Emmanuele, nominati di Garofalo, della Magna e Ramotta, furono acquistati da questo marchese Francesco Maria Emanuele e Gaetani, cioè il luogo di Cutò nel 1753, l’altro di Garofalo nel 1747, quello della Magna nel 1748 e della Ramotta o sia Bracco Soprano nel 1751, così costando da i libri di casa e dall’assenti de’ detti luoghi e territorij, alli quali si rimette il leggitore, e con particolarità poi dall’infrascritti versi latini, composizione che sono dell’istesso surriferito marchese del 1775:

Tertius Emmanuel Franciscus marchio quartus

Magnam quaesivit Garofalumque quoque

quibus adjunxit Cutodis feuda, Ramottae,

sic praestans libris sat bona lata suis.

Is est qui Siculas urbis Regnique per orbem

scriptis res procerum nobiliumque dedit

o in altro modo:

Magnae, Cutodis, Ramottae, Caryophylli

jus sibi Franciscus comparat Emmanuel.

Quis neget hoc magnum? venim praestantius illud

quod fert de sicula nobilitate decus.

Questo marchese D. Francesco fu eletto governadore del Monte della Pietà di Palermo dall’ecc.mo Senato il dì 2 settembre 1765 per l’anno 14a Ind. 1765 e 1766, ed ebbe il ripartimento del governo de’ monasterij per la terza volta. Vi fu confermato per l’anno seguente 15a Ind. 1766 e 1767 il dì 25 agosto 1766, sortito avendo il ripartimento delli medesimi monasterij. Vi seguì finalmente confermato con raro esempio per l’anno 1a Ind. 1767 e 1768 nella deputazione delle liti.

A 9 febrajo 1766 il signor principe di Resuttano, D. Fiderico Napoli e Montaperto, mi diè l’onore di ascrivermi tra ‘l novero de’ suoi accademici dell’Accademia de’ Pastori ereini, che fiorisce sotto i suoi auspicij ed ha luogo fisso nel suo palazzo in Palermo, con il nome di Polidamante Neseo, e come meglio per la patente data in Palermo detto giorno 9 febrajo 1766. L’anno 1773, per patente de’ 9 gennaio, vi risultai uno de’ critici, o sia de’ censori, di detta Accademia.

La sua opera della Sicilia nobile commendata viene dall’abbate D. Gioachino Drago nelle note ed elogij di mons. Giovanni Paternò, del P. Ottavio Gaetano, D. Carlo Ventimiglia, Antonio Panormita, D. Mariano Valguarnera. Nella Dissertazione della patria di S. Alberto carmelitano fatta da Nicolò Burgio viene citato il Villabianca, a f. 70, parte I, cap. 5.

Pelli servigij prestati al publico di Palermo da questo marchese Francesco Emanuele e Gaetani, vedansi primieramente li mutui da esso fatti al venerabile Monte della Pietà di detta città, cioè di onze 1700 a febrajo 1766.

Pella ricorrenza di dover partire il duca D. Pietro Alliata, protonotaro della Camera reginale di Siracusa, pe’ stati di Villafranca, e così essendo egli fuori di questa capitale, il marchese vicerè Fogliani, a relazione di esso duca, mi ha eletto protonotaro di detta Camera interino durante l’absenzia di esso Alliata, e questo in virtù di atto viceregio per l’atti di detto officio di protonotaro reginale li 17 maggio 1766. Portai quindi la detta carica dal riferito giorno 17 maggio per tutti li 26 giugno 1766, perchè in tal giorno fece ritorno in Palermo il surriferito di Alliata, protonotaro proprietario.

Il signor barone D. Agostino Forno, nella sua orazione encomiastica pel titolo di regio istoriografo di Sicilia conferito all’abbate D. Arcangiolo Leanti, stampata in Palermo pel Bentivegna l’anno 1766, fa degna commemorazione della Sicilia nobile del nostro Emanuele, a ff. 7, 8, 9 e 23, e anche nel tomo primo delle Prose volgari, ff. 98, 99, 100 e 114. E lo stesso signor barone Forno ce lo commenda alla pag. 65 della sua Dissertazione sopra le doti de’ maritaggi, stampata pel Bentivegna in Palermo nel 1772.

Correndo l’anno 1767, sotto li 8 gennajo, prescielto videsi esso marchese D. Francesco Maria Emanuele dall’ecc.mo monsignor arcivescovo di Palermo D. Serafino Filingeri per prorettore del venerabile monastero di S. Caterina del Cassaro per li tre anni di governo del terzo priorato della signora madre D. Angiola Giovanna Alliata e Gaetani, come per atto di elezione negl’atti dell’uffizio di maestro notaro della Corte arcivescovile di Palermo li 8 gennajo 1767.

L’anno 1764 fu apposta lapide marmorea con iscrizione dietro le mura delle case dell’Albaciara, feudo di mia Casa in Partinico, in memoria della novella strada di noci, ch’è stata nobilmente eretta da me, Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca, per servire di comunicazione colle mie case di Cutò, e in questa tabella così leggiamo, composizione debole di me sudetto:

Quae modo frondosis nucibus via clauditur, unde

mollis ab arboreis gignitur umbra comis

laetior, et duplices necteris pro finibus aedes

majus ab Emmanuel nomen adecta suo est,

sic tibi jam fesso requiem dabit umbra viatori

utraque et hospitium proxima villa dabit.

Anno Domini incaluit 1764.

Si vede inoltre scritto in un scudo nelle case dell’Albaciara: Est recta juxta rectitudinem Domini.

Nella pittura poi di contro della cennata strada fatta nelle case di Cutò si legge, scritto in un suo lazzo: EccEMANUELicimus plantas frondesque perennes.

Tutti gli elogij e composizioni encomiastiche che da molti letterati sì di Sicilia che di là da’ monti vengon prestati a questo marchese Francesco Maria Emanuele e Gaetani vedasene la raccolta nel volume 3° di Nobiltà Emanuele, f. 104.

L’anno 1768 il nostro marchese Francesco Emanuele fu annoverato tra gli accademici degl’Industriosi dell’Accademia enguina, cioè di Gangi, per patente di detta Accademia in data de’ 6 marzo 1768.

Vien egli commendato dal principe di Torremuzza, Gabriele Lancellotto Castello, nella sua erudita opera in lingua latina De Siciliae veterum inscriptionibus, stampata in Palermo presso Gaetano Bentivegna in foglio, classe 14a, pag. 188, parte 2a, colle seguenti parole: Quametiam in elaboratissimo opere quod anno 1754 et seq. Panormi edidit Franciscus Emmanuel marchio Villae albae cui titulus Sicilia nobile ecc.

Ebbe fatto l’onore dal senatore D. Vincenzo Parisi di ristampargli nelli novelli Capitoli del Monte della Pietà di Palermo in foglio, del 1768, la sua cronologia delli governadori del Monte, ch’è parte della sua Sicilia nobile, parte 3a, libro I, t. 4, f. 151.

L’anno 1770 ottenne egli breve pontificio di Roma, della data del dì 30 luglio 1770, esecutoriato in Palermo a 18 settembre 4a Ind. 1770 nella Corte arcivescovile, accordandosi la facoltà alle due marchese di Villabianca, Gaetani e Vanni, sua madre e moglie, di potere entrare due volte l’anno nella clausura del venerabile monastero di S. Maria delle Vergini in Palermo.

Fu, detto nostro marchese Francesco Emanuele e Gaetani, uno de’ primi deputati e fondatori del Ritiro di donzelle disperse sotto titolo del SS.mo Cuore di Gesù in Palermo, per biglietto del signor vicerè Fogliani dato in Palermo a 4 maggio 1771. I suoi colleghi in questa sudetta deputazione furono il principe di Palagonia, il marchese Gregorio, le principesse di Cutò, di S. Caterina e di S. Lorenzo, Giovan Battista Paternò, presidente egli del Concistoro, Antonio Di Napoli, maestro razionale del Patrimonio.

In quest’anno 1771, nel mese d’agosto, ridusse egli in migliore stato la sua casa grande di Piedigrotta in Palermo con fabriche di novelli archi, con ampliazione di cortili e con altri magnifici abbellimenti. In memoria di tali opere vi fu posta la sottoposta lapide marmorea colla seguente leggenda, giusto in fondo al cortile che guarda la porta maggiore della detta casa affaccio la marina: Refecta, ampliata, ornata Francisci M. Emanuele IV beneficentia 1771.

Nelle notizie letterarie che nell’anno 1772 ha intrapreso lodevolmente regalare al publico il dotto P. abbate D. Giovanni Evangelista Di Blasi sotto il nome del raccoglitore Andrea Rapetti, vi si vede un elogio del nostro marchese Francesco Emanuele, e in seguito, a f. 3 del t. 1, un estratto letterario dell’opuscolo del Gran Cancelliere di Sicilia, che nell’anno decorso 1770 venne stampato da detto marchese di Villabianca dentro il tomo XI degli Opuscoli siciliani.

Oltre alle opere letterarie mandate alla publica luce da questo marchese Francesco Emanuele, dee sapersi che ce ne ha egli lasciate altre non poche e che sotto il titolo di manuscritti letterarij di Villabianca corrono per le mani de’ letterati, presso i quali riescon pregievoli di molto e a segno tale che forse in appresso qualcheduno tra essi sortirà l’onor della stampa.

In più d’una delle cappelle reali che si sono celebrate in Palermo dalli signori vicerè vi ha funzione il sudetto marchese D. Francesco Emanuele, con sedere nelle sedie de’ titoli qual’uno de’ titolati del Regno: al duomo ne fu la prima il dì delle Ceneri del 1749, invitatovi dal principe di Palagonia, Gravina; nella chiesa di Casa Professa degli espulsi gesuiti la festa di S. Ignazio di Lojola del 1763 vi sedette egli seguendo il principe di Linguagrossa, Bonanni; nella chiesa della cappella regia di S. Pietro di palazzo vi fu invitato a seder con lui il secondo venerdì di quaresima del 1767 dal principe di S. Caterina, Giardina; nella medesima cappella di S. Pietro vi fece la stessa funzione la terza domenica dell’Avvento del 1769, seguendo il principe di Resuttano, Napoli; nella chiesa di S. Giuseppe dei Teatini vi ebbe esso luogo tra i titolati nella cappella reale tenutavi a 10 agosto 1773 per la beatificazione di cardinal d’Arezzo, Paolo Burale, accompagnando il principe di Palagonia, Gravina; col sudetto principe di Palagonia sedette egli da titolato nella cappella reale del dì 21 febrajo 1779, prima domenica di quaresima, tenuta nella chiesa reale di S. Pietro di palazzo, siccome nell’altra tenutavi a 18 febrajo 1779.

Memorie lodevoli e iscrizioni che si ritengono per il marchese Francesco M. Emanuele e Gaetani, terzo di questo nome.

Delli due ritratti principali di casa, pittati dal cav. Antonino Manno:

Franciscus M. Emanuele e Gaetani Vanni Agliata et de Bononia ex Burgij Millusij priscis comitibus, feudorumque Borgetti, Culcasij et Cristani, marchio Villae albae ac Castri Mazariae dominus et baroniae Merchae suaque in domo aequisitor inclytus novis pro bonis junctis avitis, patricio genere Panormi exortus, bonoque Patriae pro sese natus ac simul omnibus omnia factus, hic urbis principis incessit senator et inter PP. CC. recensitus iterum sub annis criticam rem contingentibus 1775 et 1776, post fata scilicet urbis infesta praelapsi anni 1773, perquae senatores ex magnatibus Regni seligi dispositum, sumpto per antea longo regimine magistratuum omnium urbanorum pluries. Panormi coeterum prothonotarius Camerae reginalis Syracusarum anno 1766 et secundus vir prior Regalis Curiae de Consulatu commercij terraque marique anno 1779. Salutatus cum fuerit post gestam publicae salutis curam anno 1776 vice et voce Principis auctus, tunc ibi incaluit primus in Sicilia concessionarius ex Ferdinandi III regis diplomate anno 1779 tituli et decoris pulchri fortis comiti captata regia jugiter gratia de se appellando belle de Patria deque tota Sicilia optime meritum. Vir paene omnimodo scientiarum eruditione doctus, suarum rerum notione doctior, panormitana siculaque historia doctissimus. Per libros editos ubique clarus, factusque urbis decus et orbis post vitae cursum per annos… fortiter semper sancte ductum non sibi sed Patriae suisque, obiit anno… die… mense… a viris principum diu lamentatus Trinacria tota comitante in funerando virtutes, Panormi… quo modo nobiles servantur cineres.

Un altro ritratto se ne vede nella Compagnia della Carità, riposto nel luogo de’ superiori di detta Compagnia. La pittura de’ detti ritratti è di D. Antonino Manno, valente pittore palermitano.

Un altro se n’erge nelle case e torre del luogo magno dell’Albaciara, col seguente elogio:

Magnae, Cutodis, Ramottae, Caryophylli

jus sibi Franciscus comparat Emmanuel.

Feuda inde ex atavis quae umbrabat lis rapere ausa est.

Bellavit, vicit, sacra redegit ea.

Quis neget haec magna? at quanto plus grandia in illis

quae ad Patriae cultum prodidit historiae.

Vivente essendo questo marchese Francesco M. Emanuele e Gaetani, gli venne fatto l’onore da i suoi parziali letterati di consacrarvi, ancor vivente, delle monete e medaglie coniate in oro, argento, in rame, in bronzo e in altro metallo nell’anno 1771 in Palermo.

Sul ritto leggesi, attorno l’effigie di detto marchese, vestito d’armi bianche: Franciscus Emanuel marchio Villae albae IV aetatis ann. LI. Sul rovescio, una corona d’alloro riempita dal seguente elogio: Non habuit virtus pignus amabilius viventi adhuc cusum Panormi. Anno MDCCLXXI. Di questa ne corrono cinque in rame.

Questa medaglia gli venne fatta dietro a quell’altra che gli era stata formata dall’universo della Sicilia in grazia dell’opera della Sicilia nobile da lui stampata nel 1754. Di questa medaglia ne corrono in oro, argento e in rame. Sul ritto di questa medaglia leggesi: Franciscus Emanuel marchio Villae albae IV. Viro benemerenti Sicilia universa dedicat. Sul rovescio vedesi: Sciens de Patria pro Patria dilexit faman. Di sotto vi sono una tromba e un ramo d’ulivo come simbolo della fama, Panormi 1754. Di questa ne corrono cioè due in oro, quattro in argento, dieci in bronzo e una in stagno.

E appunto in quest’anno sudetto 1754 videsi anche in onore di questo marchese Francesco Emanuele e Gaetani la moneta in rame secondo la qui espressata figura. Di questa medaglia ne corrono sedici in rame. Sul ritto si legge: Franciscus marchio Villae albae IV Emanuelium familiae princeps. E questa è la leggenda del rovescio: Urbis et Trinacriae non tenuis jubar, Panormi 1754, che vuol dire: “Lume non piccolo della città di Palermo e della Sicilia”. L’aquila è il simbolo di Palermo; le tre gambe sono le figure della Sicilia.

Nell’anno 1773, cioè in tempo de’ moti popolari di Palermo, il marchese Francesco Emanuele fu fatto uno de’ capirondi delle mastranze, sortito avendone il biglietto del pretore, principe del Cassaro, a 26 settembre 1773.

Vien lodato da D. Gaetano Agate, buon letterato e valente poeta, con 58 stanze di ottave rime siciliane, sì per rapporto alla sua nobiltà di natali che al ragguardevole grado di sua letteratura.

Nell’orazione fatta ne’ funerali di D. Giuseppe Iurato dal P. Pietro Liuzzo, crocifero, e stampata pel Valenza in Palermo nel 1774, al foglio 40 e 41, viene citata l’opera Sicilia nobile del marchese di Villabianca.

Essendo uscita dalle stampe del Rapetti in Palermo nel 1775 un’apologia della città di Palermo contro gli raccoglitori dell’opera vastissima dell’Enciclopedia, autore il p. priore D. Salvadore Di Blasi sotto il nome anagrammatico di Basilio de Alustra, in corpore di quest’opuscolo viene commendato il marchese Francesco Emanuele di Villabianca per la sua letteratura e per le sue opere date alla luce, alle pagine 46, 52 e 54. Quest’opera ha il titolo: Esame dell’articolo di Palermo.

Nell’anno 1775, a 2 febrajo, per gl’atti di not. Giuseppe Sevasta di Palermo, eletto videsi uno de’ tre rettori della pia Opera di Navarro il marchese di Villabianca, Francesco Emanuele, dalli rettori e confrati dell’Arciconfraternita di S. Maria la Pinta dall’anno 1775, 1° settembre, innanti per tre anni. Fu fatto rettore per la seconda volta di Navarro in not. Giuseppe Sarcì di Palermo a 24 febrajo 1789, eletto dalla chiesa della Nunziata.

1775, 18 febrajo. Fu opera e benfatti di questo marchese Francesco le memorie, l’armi e li nomi esposti in pittura di otto quadroni, che la prima volta si spinsero nella saletta dell’ospedale di S. Bartolomeo in Palermo, di cui era rettore detto di Emanuele. Della detta opera dello spedale di S. Bartolomeo ne publicò poi detto marchese Emanuele la serie cronologica delli rettori e spedalieri dall’anno 1541 sino al 1775, tomo 1 in 4°, stampato in Palermo per D. Gaetano Bentivegna l’anno 1775.

In quest’anno ancora 1775, pelle medesime stampe del Bentivegna in Palermo, uscì la nuova sua opera, t. 1 in foglio, sotto il titolo di Appendice alla sua Sicilia nobile, nel quale si contengono le susseguenti investiture e la storica continuazione de i titoli di principi, duchi, marchesi e conti del baronaggio del Regno di Sicilia, stampata detta opera interamente a spese di detto autore, marchese di Villabianca, e dedicata dal medesimo al novello vicerè, principe di Aliano, Colonna. La prefazione di quest’opera appare fatta dal dotto letterato barone Agostino Forno.

L’anno pure 1775, 13 febrajo, nell’Accademia del Buon Gusto fu recitato un discorso sopra l’uffizio del Gran Camerlengo del Regno dal detto marchese Francesco Emanuele.

Nel 1775, essendo uscite dalle stampe di D. Francesco M. Pulejo di Siracusa le odi di Anacreonte e di altri poeti buccolici greci tradotte in rime italiane dal gran letterato conte Cesare Gaetani, furon queste dedicate dal detto nobile autore al marchese di Villabianca, Francesco Emanuele, dandogli il titolo seguente: Al virtuosissimo e dottissimo signor marchese Francesco Emanuele e Gaetani di Villabianca.

Nella Vita di Federigo II aragonese, re di Sicilia, scritta da mons. Testa, arcivescovo di Monreale, opera sua postuma in foglio, stampata in Palermo pel Bentivegna, 1775, alla pag. 131, si ha un elogio della persona di me, marchese di Villabianca.

Presso gl’atti di not. D. Michele Tamajo di Palermo, a 24 aprile 1775, fu da me, Villabianca, rinunziato l’ufficio di rettore titolato dello spedale di S. Bartolomeo l’incurabili di detta capitale.

Nel tomo 3° de’ Capitoli del Senato di Palermo, a f. 356 della edizione del 1768, vien segnato il marchese di Villabianca colla carica d’uno de’ governadori del Monte della Pietà di Palermo nell’anno 1768.

Pel novello saggio sistema intrapreso dal Governo di Sicilia in seguito degl’ordini reali di eliggersi li senatori della città di Palermo non altri che persone cospicue, autorevoli e figli di magnati, tenendosi in considerazione li tempi critici del 1775, dietro alle passate rivolture popolari di Palermo del 1773, fu eletto il marchese di Villabianca, Francesco M. Emmanuele, per uno de’ senatori di detta capitale nella sede dell’anno 9a Ind. 1775 e 1776, dispensandosi nella sua persona alla preminenza goduta dai titolati del Regno di venire esenti dagl’officij di senatore, e molto più dai marchesi di Villabianca, che pel corso d’un secolo e mezzo mai sono stati pregiudicati nella collazione di detto officio, abilitati solo restandovi i loro cadetti. Gli abbassò il biglietto di sua elezione per via della Segretaria di Stato di questo Regno sotto li 13 giugno 1775. Il senato di questo marchese di Villabianca fu considerato un senato molto rispettevole, primo senato dopo il tumulto, ed incontrò il piacere ed approvazione universale.

Dal sacerdote Carlo Santacolomba, autore di una novella opera data alla luce pel Rapetti in Palermo nel 1775 in 4°, sotto titolo di Educazione della gioventù civile per li figlioli dispersi, vien commendato questo marchese Francesco Emanuele pelle sue opere letterarie mandate fuori, a ff. 152 e 153 del capitolo 4°.

Col nome di Eumelane di Burgio Millusio fu fatto pastore di Fonte di Aretusa della città di Siracusa, come per patente accademica a f. 129 del vol. 5° Nobiltà Emanuele.

Come senatore di Palermo, trovandosi detto marchese di soggiorno ne’ suoi predij di Partinico per le vendemmie tra l’ottobre del 1775, gli fu appoggiata dal signor vicerè Colonna, Stigliani, col consiglio della Deputazione generale di salute di questo Regno, una commissione di dovere prendere le informazioni, processare e riferire alla detta E. S. sopra un delitto di seminerio e macerazione di canape commesso da Antonio Ferrara, sortito avendo per detta causa una potestà ampiissima coll’onore del vices et voces nostras, non solo da esercitarsi in Partinico, ma anche in tutto il Regno, non altrimenti del trattamento solito darsi alli commissarij e vicarij generali, e come meglio va a rilevarsi dal dispaccio viceregio segnato in Palermo li 17 ottobre 1775. Tutte le scritture delli processi, informazioni, testimoniali, consuete si conservano e rinvengonsi in un volume apparte, che ha titolo di Commissione generale viceregia del marchese di Villabianca eseguita in Partinico l’anno 1775.

La sua nota opera della Sicilia nobile viene citata dal sacerdote Onofrio Iudica nella sua opera De officiis divinis Ecclesiae panormitanae, f. 410, lib. 4, cap. 4°.

A 11 febrajo 1776, domenica, vien sbussolato detto marchese Francesco Emanuele per rettore della reale Arciconfraternita di S. Maria l’Annunziata delli spersi di questa capitale dalli confrati della detta chiesa, in compagnia del maestro razionale Giovanni Naselli e di Giovanni Mataplana, ex senatore. L’atto di elezione si ha nelle tavole di not. Francesco Tugnini di Palermo a 11 febrajo sudetto 1776. Fu confermato per il 1777 (atto in not. Tugnini a 2 febrajo 1777).

Fra il marzo 1776 raccolsi io, marchese di Villabianca, e terminai l’opera di nobilitare li 29 tomi del Ceremoniale del Senato eccellentissimo di Palermo, manuscritti, delli banditori Perini, Alons e De Franchis, dedicandoli al detto eccelso Magistrato, come si vede in ogni frontispizio dato in stampa de’ detti tomi.

Il nome di me, sudetto marchese di Villabianca, a gloria dell’autori degli onori, inciso vedesi nella tabella marmorea del Monte della Pietà ch’esiste nell’officina del prestame, che comincia Laetamini pauperes ecc., 1755, che sta registrata a f. 41 de’ Capitoli di detta Opera del Monte dell’edizione del 1768; e anche nella novella parocchia del Borgo della chiesa di S. Lucia, che comincia Divae Mariae de Monteserrato nel 1776; siccome pure nella lapide a Piedigrotta della fonte di S. Rosalia, che comincia Fontes hic rigui, e nella lapida della Libreria publica del 1775. E sappisi come le sudette tre iscrizioni furono composte da me, sudetto Villabianca, trovandomi io attuale governatore del Monte nel 1755 e senator di Palermo nel 1776.

Nell’anno 1776 fui annoverato io, sudetto Francesco Emanuele, tra gli accademici de’ Scientifici Agricoltori, de’ quali è novello mecenate il duca della Ferla, Tarallo, fondato avendone detto cavaliere l’Accademia nella terra di Partinico l’anno sudetto 1776. Di Elerico Triseldo è il mio nome accademico.

Nell’anno 1776 fui confermato senator di Palermo io, marchese di Villabianca, per l’anno 10a Ind. 1776 e 1777, sortito avendone il real biglietto a 3 ottobre 1776.

La tabella senatore posta nella scala della Biblioteca publica di questa capitale, fondata in Casa Professa del fu Gesù nell’anno 1775, publica il nome di me, sudetto marchese Villabianca, decorandolo col grado di senatore. Così comincia la detta iscrizione: Bibliothecam publico literarum commodo.

Sotto la data de’ 14 ottobre 1776, fatta nella città di Messina, gli accademici Periclitani di detta città mi mandarono la patente di uno de’ loro socij, dandomi il nome di accademico distinto.

A dì 5 gennaio 1777 mi fu conferito l’onore dagl’accademici de’ Pastori ereini di Palermo d’essere io uno de’ critici per la seconda volta di essa Accademia.

Per la mia opera, grazie al Dator d’ogni bene, fu mio parto e composizione la carta novella della pianta geometrica della città di Palermo colle note ed erudizioni riguardanti sua antichità e tutte le altre sue prerogative. Venne ella designata dall’ingegnero regio Nicola Anito ed incisa poi videsi dal virtuoso D. Giuseppe Garofalo. Costò la spesa di onze 72, inclusivi li rami e tutt’altro che bisognò per la carta e stampa, la gran parte uscite dalla cassa del Senato di Palermo, e ciò fu il motivo che da me istesso, Villabianca, che ne fui autore, sia stata dedicata all’accennato Senato eccellentissimo, trovandomi io in esso uno degl’attuali senatori per la seconda volta sotto li 12 febrajo 1777, e come meglio per la detta pianta, conservata a f. 11 del vol. IX de’ miei Diarij palermitani. Il Senato quindi ne regalò più di duodeci consimili alla Maestà de’ sovrani e a’ capi di Corte e ministri della Real Corte di Napoli, fregiandoli con tartaruche e con bastoni di prezioso legno stesi su rasi di seta e su tele finissime; ond’è che dalla Maestà del re pervenne in risposta al Senato una lettera di Corte del marchese della Sambuca, primo ministro di essi sovrani, della data de’ 20 luglio 1777, colla quale si fonda l’accettazione e gradimento di questo dono.

Dal celebre letterato conte D. Cesare Gaetani vien dedicata al nome, sebbene debole, di me, marchese di Villabianca, la dotta leggiadra sua opera delle odi di Anacreonte tradotte in rime italiane, pelle stampe di Francesco M. Pulejo di Siracusa l’anno 1773, e nella dedica fattami mi fu prestato l’onor del ritratto di mia persona. Un altro gran rame del suo ritratto corre per le stampe inciso in foglio dallo stesso virtuoso D. Giuseppe Galofaro.

Per un biglietto reale e viceregio della data di Palermo de’ 19 luglio 1777 viene decorato il marchese di Villabianca come uno degli individui componenti il Senato di Palermo, con attestati molto onorevoli del Real Padrone a proposito del buon governo ed amministrazione civica fatta dal detto Magistrato negl’anni 1775 e 1776.

Il padre D. Gioachino Monroy, decano cassinese de’ principi di Pandolfina, sotto il nome anonimo di un Solitario, nella Vita del fu monsignor del Castillo, stampata in Palermo per D. Giuseppe Epiro sotto l’anno 1777, fa lode a me, marchese di Villabianca, colle seguenti parole, a f. 4, t. 1: Chi mai va premurato delle minute notizie d’una famiglia che ha ereditato in patrimonio, assai più che ricchezze, l’onestà, il decoro, la virtù, il buon costume, potrà nell’opera insigne e faticosa del sempre chiaro ed eruditissimo signor marchese di Villabianca, D. Francesco Emanuele e Gaetani, appagare sue giuste brame.

L’anno 1777 detto marchese Francesco M. Emanuele e Gaetani fu nominato accademico de’ Pastori Ereini Imerei della città di Caltanissetta, per patente speditagli dal barone di S. Nicola, Gaspare Genovese, corifeo di detta Accademia, a 10 settembre 1777.

Da lui fu data alla luce tra ‘l mese di luglio del 1778, pella stamperia del Bentivegna, in piazza Bologni, la storia della pia Opera di Navarro, che ha titolo di Memorie storiche di detta Opera, tomo uno in foglio. Trovavasi rettore, detto marchese, di Navarro, e perciò gli fu luogo di fare a detta Opera questo serviglio. Questa storia viene illustrata di pregevoli rami, e ‘l suo manuscritto, ch’è arricchito di citazioni di scritture publiche che non si poterono portare in stampa, si trova a f. 4 del vol. 33 di mie Erudizioni.

L’abbate Francesco Carì, nella sua Orazione funebre del principe di Carini del 1778, fa onore alla mia persona, citandomi la mia Sicilia nobile alla pagina 7.

Per gl’atti del maestro notaro dell’ecc.mo Senato di Palermo, sotto li 10 giugno 1778, fui eletto dal detto ecc.mo Magistrato in un de’ rettori e deputati della pia Opera di S. Rocco, ch’è conservatorio di orfanelli in Palermo. Vacava tal carica per la morte del fu duca Matteo Lucchese.

Dall’Accademia letteraria de’ Pastori Etnei della città di Catania fu fatto onore alla persona di me, marchese di Villabianca, di ascrivermi nella loro unione in grado di accademico col nome particolare di Nicandro Oretino, dal nome del fiume Oreto della città di Palermo, mia illustre patria. Tanto rilevasi dalla patente originale che m’inviò il signor principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello, mio amico, della data de’ 25 agosto 1778 nella detta città di Catania.

L’uguale onore mi venne fatto nell’anno stesso 1778 del dì 6 settembre dagli accademici della città di Termini, ascritto avendomi alla loro Accademia, del titolo della Colonia Ereina Imerese, col nome di Aristeo Croatico, come per patente della data enunciata di sopra.

Dal detto medesimo di Villabianca, l’anno 1778, tra ‘l mese di decembre, publicata vedesi in rame la pianta topografica della novella Villa Giulia o sia del popolo, piantata nella gran pianura di S. Erasmo, alla marina di Palermo, effigiata in punto di veduta coll’alzata in ogniuna delle sue parti. Al quale poi di Emanuele fu fatta fare la figura insieme di mecenate della stessa opera a causa d’averne volsuto l’incisore fare la dedica al di lui buon nome, come persona egli di famiglia del di lui servigio, chiamato Ignazio Pocorobba.

L’anno 1779 eletto venne il marchese di Villabianca, Francesco M. Emanuele e Gaetani, dalla Maestà del Re nostro signore in console nobile priore del Consolato di mare e terra e commercio della Corte residente in Palermo, per patente e cedola reale della data di Napoli del dì 8 aprile 1779 e delle lettere corrispondenti viceregie e magistrali del Supremo Magistrato del Commercio della data di Palermo de’ 26 maggio 1779.

Dal sacerdote Giuseppe Benincasa, nella sua Dissertazione sull’origine e stemma della città di Termini, viene citata l’opera letteraria di esso marchese di Villabianca, sì del titolo de’ Sette Uffizij di Sicilia che nella sua Sicilia nobile, a ff. 17 e 47.

L’anno 1779, sotto il dì 30 agosto, fu ricevuto da esso marchese di Villabianca, Francesco M. Emanuele e Gaetani, un biglietto di Segretaria della data de’ 27 di detto mese di agosto, per cui gli fu dato l’avviso della concessione di un titolo di conte in Regno fatta al detto marchese pro se et suis dalla Maestà del Re Ferdinando III Borbone, nostro signore, e spedita in Napoli a 14 agosto sudetto 1779, come pel biglietto sovra accennato. Or, in questa appunto concessione di contea si compiacque il benigno sovrano commendare di molto la persona di esso di Villabianca, non solo pel capo della nobiltà de’ suoi natali mercè le famiglie paterna e materna, Emanuele e Gaetani, quanto per gli uffizij di senator di Palermo e de’ posti nobili urbani da lui sostenuti sempre con lode, e per le stampe insieme delle sue opere date alla luce in tante materie storiche, con tanto vantaggio della nazione siciliana. Il maggiore e più pieno elogio, però, che si ravvisa nel detto real diploma è quello appunto di venire egli appellato dall’istesso monarca col titolo tanto giocondo a’ buoni cittadini di deque Patria, deque tota Sicilia optime meritus, vale a dire col titolo di Padre della Patria.

Venne fatto quindi dal detto marchese il pagamento della mezzannata alla R. Corte nella somma di onze 30 per partita di Tavola de’ 13 gennaio 1780. Di più, di detto appunto real diploma di Corte, ben è sapere, ne corrono da per tutto le stampe publiche colle versioni del latino nel toscano idioma presso la stamperia del Bentivenga in Palermo l’anno 1780 in fogli in 4°, e le lor copie rinvengonsi in tutti i dieci volumi di Nobiltà Emanuele.

Il nome di questo marchese, conte novello Emanuele in Regno, Francesco M. Emanuele, va riposto tra ‘l luogo illustre de’ benefattori della pubblica Libreria di Palermo a f. 22 della orazione di D. Tommaso Angelini attinente alla detta Biblioteca, stampata pel Bentivenga in Palermo, 1780.

Fra ‘l settembre del 1780 uscì da’ torchij di D. Gaetano Bentivenga sudetto, impressore in piazza Bologni, un’opera letteraria in foglio contenente la storia di Casa Emanuele di Sicilia, derivata dall’Emanuele di Spagna e del Portogallo, che prende origine reale. Porta ella il titolo di Elogij e tavole genetliache critico-storiche de’ i marchesi conti Villabianca co’ loro padri e antichi progenitori. Il suo autore è anonimo, e tuttavia egli è lo stesso sudetto marchese Francesco Emanuele, che colla detta opera ha inteso scrivere de sua familia et de rebus suis.

Nel 1780, 25 luglio, per patente dell’Accademia de’ Vaticinanti di Marsala fu fatto accademico esso marchese Emanuele di detta Accademia.

Nel 1780 sudetto fece egli acquisto de’ legati di Bavera Manganelli per la sua famiglia, avendone ottenuto sentenza favorevole nell’atto di elezzione di essi legati fatto per gli atti di not. D. Girolamo Lionti di Palermo a 27 settembre 14a Ind. 1780. E notisi che per superare questa pertinenza fu esso marchese nella dura necessità di litigare quattro anni col duca Ficì e marchese Milo e dovuto fare una pruova di scrittura pubblica di trecento anni.

Nel sudetto anno 1780 parimente, sotto li 23 novembre, si fecero monache nella badia di S. Maria delle Vergini dell’ordine di S. Benedetto della città di Palermo le ultime figlie di detto marchese, cioè la quinta e la sesta, chiamate Rosaria Emanuele e Vanni, nata in Palermo a 29 ottobre 1756, ed Anna Michela Emanuele e Vanni, nata in Palermo a 28 settembre 1759.

Nel 1781, correndo stampata in Palermo presso D. Antonino Valenza la orazione funebre della serva di Dio Giuseppa Caterina del Vio e Monroy, composta dal sacerdote Gioachino Sanacori, alle pagine 4, 5, 6 vien citata con lode la sua Sicilia nobile.

L’anno 1781, il giorno di 20 maggio, per dispaccio viceregio e patrimoniale, il titolo di conte Emanuele, che nel 1779 fu concesso a me, Francesco M. Emanuele, marchese di Villabianca, fu intestato sopra il mio feudo rusticano che possiedo nel territorio di Partinico, ampio di 200 salme di terra. E pella detta real provisione, li nomi di esso feudo, ch’è dell’Albaciara, Cutò, Ramotta, Garofalo, Magna, tutti vengono assorti nel nome novello di feudo di Belforte. E però da oggi innanzi io, sudetto Villabianca, e tutti i miei successori saremo chiamati conti di Belforte, cioè conti de’ detti fondi e feudi di Partinico.

Nella celebre opera massima dell’Enciclopedia, al tomo 15, che ultimamente vide la luce, edizione di Livorno, articolo di Sicilia, pag. 172, rapportandosi l’opera della Sicilia nobile attinente a storia di Sicilia, autore il marchese di Villabianca, viene riposta la detta opera nel terzo luogo dopo il Fazello e ‘l Burigny.

Toccante a’ soccorsi dati dal detto marchese Emanuele al canonico fra’ Giambattista Emanuele ed Omodei dell’ordine di Malta, suo parente, vedansi gli atti di not. D. Gaetano Grimaldi di Palermo, 10 ottobre 1772, 9 maggio 1776, 16 decembre 1781.

Questo marchese Francesco nel 1782 accetta la carica di devozione di primo coadjutore della Confraternita della Madonna dell’Oreto a Falsomele, campagna di Palermo, per l’anno 1a Ind. 1782 e 83, unito a Michele Moncada e Branciforte di Lardaria, che la fe’ da superiore, e Gioacchino Reggio e Regio di Catena qual secondo coadjutore, come per provista fatta nella persona del cappellano di detta chiesa Angelo Barbanera negli atti di not. Giambattista Lo Bianco di Palermo, 24 luglio 1782, e se ne hanno scritture in not. Di Giorgio di Palermo a maggio 1783. Ebbe egli la stessa carica di primo congionto di detta chiesa pella 2a Ind. 1783 e 84, tenendovi per superiore Francesco Parisi, marchese dell’Ogliastro, e Luigi Giardina e Valero per secondo congionto, in not. Lo Bianco come sopra a 26 luglio 1783.

L’anno 1787, 19 settembre, mi fe’ l’onore il Senato ecc.mo di eligermi uno delli novelli governatori del Monte, ma da me, Villabianca, per motivi a me benvisti, non stimai accettarne la carica e gliene feci la renunzia in forma presso gli atti di. Francesco Paolo Tesauro di Palermo a 20 settembre 1787. Siccome pure nell’anno istesso 1787, 5 ottobre, per gli atti di not. Francesco Paolo Tesauro di Palermo pensai rinunziare le cariche di rettore e tesoriere insieme della venerabile Reale Arciconfraternita di S. Maria l’Annunziata a porta di S. Giorgio a Palermo.

Nel 1787, essendo stato io, Villabianca, attaccato dalli maniscalchi pella revendicatoria del mio gran fondo dell’Albaciara, che a sè volean ritrarre, dopo due anni di trattati alla buona ne fu piantata la lite nel 1788 presso il Tribunale della Gran Corte. Dopo li maniscalchi, bisognai litigare con Giacomo Bartolomeo Forno, barone di Caruso, nel 1789, da cui era stato comprato il jus recuperandi detto feudo col privilegio delle strade Toledo e Macqueda in not. Filippo Salemi di Palermo a 28 gennajo 1789. La considerazione però del dubbioso esito delle liti e ‘l fuoco delle medesime che mi brugiava la casa e ‘l predio insieme pericolante più che mai veniva devorato, stimai sano consiglio aggiustarmi col detto di Caruso, pagando al medesimo onze 578 ed oltre altre onze 100 che mi costarono le spese extragiudiziarie, e in conseguenza la compra col privilegio fatta dal Caruso come sopra s’intese fatta da me, Villabianca, come cessionario fattomi dallo stesso di Caruso. Sicchè ora il fondo dell’Albaciara in Partinico va a possedersi col titolo del verbo regio, cioè del surriferito privilegio, e in conseguenza mi posso dare il vanto io, Villabianca, di chiamarmi secondo acquistatore di detto feudo, come per atto in not. Pietro Tesauro di Palermo, 28 maggio 1789.

L’anno 1785, considerando io, Villabianca, avvicinarsi purtroppo l’ora di termine del mio uman vivere in questa bassa valle di lagrime, comecchè carco di senili anni, mi applicai a tutt’uomo finirne i giorni in honestate virtutis e, quel più importa, da cristiano in osculo Domini.

Pensai primo per la sepoltura, cioè per la novella casa in cui fra brieve devo passare colla mia salma resasi estinta, sloggiando per sempre da questa mia casa di Piedigrotta, Villabianca, di questa capitale, ove per lo spazio di quasi due secoli gli antichi miei Emanueli vi han soggiornato. Il real tempio di S. Domenico di Palermo, in cui ho passato gran parte della mia vita, sì della secca che della verde età, in culto del Rosario della Vergine Madre e per la espiazione delle mie colpe presso la maestà di Dio, sembrò a me il luogo più opportuno e più portato a questa mia sì fatta devozione.

Ricercati quindi li buoni padri del sacro chiostro dell’accennata chiesa di S. Domenico di tal mio voto, mi fu concessa dalli medesimi la cappella di Santa Rosalia per luogo della mia tomba, e questa non solo per la mia persona, ma anche per tutte le altre de’ miei eredi e tardi nepoti in infinitum et in perpetuum. E vi fu, di più, la facoltà datami di fare uso di detto sacello a libero mio talento, volendovi apporre armi di famiglia, lapidi, medaglie e sculture e come meglio può ravvisarsi dalla carta originale della cattata concessione, della data de’ 2 agosto 1785.

La devozione, in verità, da me portata alla Celeste Reggina del Santissimo Rosario, come sopra, mi fe’ metter da parte gli avelli miei gentilizii delle chiese conventuali di S. Nicolò li Bologni e della Zisa di questa metropoli, ove potea congiungermi alle care ceneri de’ miei buoni padri.

Posto ciò, dunque, da me, sudetto Villabianca, si son preparati i marmi e tutta la mobilia, per lasciar di mia persona a’ posteri un monumento sepolcrale, e insiememente vi è stata da me stesso vivente disposta la qui sotto iscrizione mortuale:

D.O.M. Perpetuae securitati et spei aeternae comitis Francisci M. de Emanuele marchionis Vtllae albae et pulchri fortis castri Mazariae dynastae, patricij, et iterum panormitani senatoris, luctus et amoris monumentum a Benedicto parentante filio magnificenter ut par erat positum et in lacrymis quod numquam satis. Viri quidem majorum imaginibus clari eruditione, comitate, prudentia, religione vero muneribus, boni publici studio, librisque editis cumque anecdotis ad res siculas missis innumeris, longe clarissimi admirandi, inclyti, et hinc de Patria deque tota Sicilia jure dicti optime meriti per chartas Caesaris et per numismata unaque ex populi consonis suffragiis. Qui obiit die… mense… anno… non sibi sed suis Urbique et Regno, aetatis annum agens…

Nello svolazzo dell’aquila che tiene nel rostro la medaglia così si legge: Sic meritum Patria suum hic colit civem.

E per questa iscrizione sepolcrale dee farsi avvertenza l’incisore marmoraro di mettere il punto tra ogni parola e non nel fine della linea, e tutte le V debbono essere consonanti come V, e non vocali come U secondo il fare delle iscrizioni antiche.

Questa iscrizione di aeternae spei s’è presa dalla formola usitata per li cristiani dal celebre Mazzocchi e sta col monumentum positum riguardo la persona corporale del difonto. Al manibus, indi, che ne significa l’anima, si dà l’aggiunta del pientissimis e concorda col justa persolvente in lacrimis del figlio Benedetto all’anima pia del padre, formula pure lapidaria usitata dagli antichi nel far l’esequie funerali ai difonti, cosa diversa dal monumentum. Per non replicar io finalmente l’idea della di lui pietà, che ne fu ragguardevolissimo, espressa nella voce manibus pientissimis, s’è detto viri quidem claritate generis ingenio religione magis librisque editis spectatissimi, facendo così concordar tutta la dizione col primo genitivo sino alla fine, per conservar l’unità del periodo e dell’iscrizione.

Con sì fatta erudizione s’era disposta per prima l’iscrizione, ma poi, per l’amore della brevità, si tralasciò affatto. Il novello detto di parentante riaccommodato di sopra in vece del funerante, che da principio avea io pensato, stato usato da Plinio, è detto di Cicerone per l’esequie de’ di lui parenti.

Nell’anno indi 1789, che per me, Villabianca, mi fissa un’epoca notabil di casa, l’opera della gran gebbia, o sia novella peschieria, che nel feudo della Ramotta viene a giacere per l’adacquamento del novello giardino che nel 1781 io vi piantai, prende sua fondazione, grazie a Dio, dalla mia mano, come per atto appare e per la tabella marmorea apposta in essa gebbia co’ i versi di mia composizione:

Lympha optata diu per nos post tempora surgit

piscina hos hortos, quos subit, aucta rigat

cum plantis hic poma fluunt cum vitibus uvae

quando ubi spinetum terraque limus erat.

D. Vincentius de Paula pro domino suo

curator bonus invenit perfecit 1789.

La spesa di questa pescheria costò alla mia cassa la somma di onze 71.24.

Notisi che questa gebbia della Ramotta essere una seconda gebbia che si ha in casa dalla mia beneficenza, ed è quella appunto che si trova nel mio predio della Grazia, territorio di Palermo, detto altrimenti del Cilio e di Ambleri. Vi si legge il seguente distico in una tavola di marmo fatta nel 1749:

Tertius Emmanuel Fraciscus marchio quartus

piscinam hanc amplam condidit in Domino 1749.

Nell’anno istesso 1789 il pozzo d’acqua dolce ch’è il principale adorno della gran bottega ed osteria di vino che sta nel destretto della mia casa grande di Piedigrotta in Palermo fu cavato a mie spese, ascendenti alla somma di onze 17.5.3, secondo l’apoca e relazione pubblica che ce ne fu fatta in not. Pietro Tesauro di Palermo il 27 aprile 1789.

Nell’anno medesimo 1789 finalmente mi riuscì far la cucina che bisognava nello scrittore secondo di casa della mia succennata casa di Piedigrotta, che dietro a due liti di causa di spoglio mi fece il barone Giuseppe Parisi, e, superato il tutto mercè una transazione fatta col detto di Parisi a not. Pietro Tesauro di Palermo, 17 settembre 8a Ind. 1789, si venne a capo di acquistarla. La mia penna quindi poetica vi produsse per tal fatto il qui seguente distico:

Bruti Parisij rabies dum pellitur, ecce

inviso eo struitur clausa culina foco.

Pel giardino novello della Ramotta da me piantato nel 1781, si dice essere egli dell’ampiezza di salme… e che per netto, l’anno 1789, avermi costato la spesa di onze 84.

Ristretto de’ fatti più notabili lasciatici il fu Francesco M. Emanuele e Gaetani, quarto marchese di Villabianca:

1) Gli acquisti in prima dei luoghi della Ramotta, Magna, Cutò e Garofalo, e anche può dirsi dell’acquisto dell’Albaciara mercè il privilegio delle strade Toledo e Macqueda, ch’egli vi ottenne sopra il titolo di possessione di detto feudo. Ecco, il tutto ce lo si appalesa nell’epigrafe del di lui ritratto in pittura che si ha nella casena dell’Albaciara: Magnae, Cutodis, Ramottae ecc.

2) Il lungo stradone che si camina nell’Albaciara e Cutò, onde comunicano le due casene di detti due predij, verdegiante di noci, mandorle e landri, vien predicato nella tabella marmorea che sorge nella casena dalla parte di fuori dell’Albaciara: Quae modo frondosis nucibus ecc.

3) La beveratura, fonte e ristoro dell’acqua di cinque sifoni o sian cannoli, che delizia il feudo di Cutò, ci porta la iscrizione incisa in bianco marmo: Sat faecunda oleis ecc.

4) La strada che per forza di liti venne a formarsi nel luogo delli Raccugli per dare il passaggio a Partenico dalli luoghi di Villabianca fatta carrozzabile, e che taglia nel mezzo detto luogo delli Raccugli, nel 1780, ce ‘l dice il distico latino che si dovea incidere in tavola di marmo e che restò inedito per modestia:

Fit via vi. Frustra Raccuglia superba

Emmanuel superans in pede sternit eam.

5) La gran gebbia fatta nella villa della Grazia o sia Villabianca, detta volgarmente del Cilio, ci fa leggere la iscrizione: Tertius Emmanuel ecc.

6) La fonte dell’acqua trovata alla Ramotta e la gebbia in essa fabbricata l’anno 1789 viene animata dalla seguente iscrizione: Lympha optata ecc.

7) Il giardino ampio di tumoli 10 di terra piantato alla Ramotta ce ‘1 dice la iscrizione di sopra, nella voce dell’Hos hortos.

8) La cucinella fatta quasi a forza d’armi nella vanelluzza della casa Villabianca a Piedigrotta in Palermo e casa del barone Parisi ce l’avvisa il distico latino che si ha nelle composizioni poetiche di Villabianca: Bruti Parisij ecc.

9) La biblioteca e l’archivio di scritture di Casa Villabianca ci mostra la seguente tabella:

Crescite libri in nobis, sed mage crescite libri.

Venite et cunctis dabimus hospitium

10) La nobilitazione e gran benfatti fissi nella casa grande Villabianca a Piedigrotta, colla aggregazione fattavi del cortiglio detto olim del Generale, per cui il cortile e detta casa insieme prende il grado di casa magnatizia, ce ne fa memoria la qui sotto tabella posta sopra la fontana in fondo dell’atrio: Refecta, ampliata, ornata Francisci M. de Emmanuele IV marchionis ex beneficentia, 1771. E la tabella collaterale marmorea vi ci fa soggiungere, fissatavi nel 1790: Beneficentia, o posteri, postrema hinc inde expectatum a vobis ad culmen usque magnatitium, 1790.

Nel 1791, magio, pe’ torchij in Palermo di Rosario Abate in piazza Vigliena, dà alla luce esso Villabianca l’ultimo suo opuscolo letterario sotto il titolo di Notiziario biblico, per cui si passa avviso al pubblico di tutte le sue opere e parti letterarij sì editi che inediti, tomo uno in foglio.

Il padre abate cassinese Giovanni Evangelista Di Blasi nella sua Cronologia de’ vicerè di Sicilia, stampata in Palermo pel Solli, 1798, nel tomo primo, alla prefazione, pag. 21, mi dà l’onore di appellarmi cavaliere meritevolissimo, e a f. 262 del corso di detto tomo, fa menzione pure di mia persona Villabianca. Nel 2° tomo dell’istessa Cronologia, ne’ cataloghi de’ ministri, alle pagine 3 e 39, mi tratta co’ i titoli di benemerito ed eruditissimo cavaliere.

Dal sacerdote Giovanni D’Angelo e Cipriano, ne’ suoi Principij della storia di Sicilia, t. 1 in 8°, stampati in Palermo pella Reale Stamperia, ci fa l’onore di citar le mie opere, ff. 132 e 136, siccome parimente il D’Angelo nel suo opuscolo del Cingolo militare, edito nel tomo 6° Opuscoli siciliani del Blasi, Nuova raccolta, a ff. 182, 183 e 197, m’impartisce il medesimo onore.

L’anno 1794, 26 gennaio, in not. Giuseppe Sarcì di Palermo, renuncia il marchese Francesco l’officij di rettore e tesoriere della chiesa dell’Annunziata a porta di S. Giorgio. Addì 11 decembre 1794, a not. Francesco Paolo Tesauro di Palermo, rinunzia la carica di rettore dell’Opera e seminario di S. Rocco. L’anno istesso 1794, a 14 decembre, in not. Tesauro, rinunzia l’officio di deputato di Vicaria.

L’anno 1795, 23 marzo, fu rimessa da Trapani a me, Villabianca, la patente di accademico dell’Accademia del Discernimento.

L’anno 1795, 19 agosto, colla venuta del rev. Pachetto in Palermo inaspettatamente mi capitò la dedicatoria fatta alla mia persona Villabianca del tomo 25 in 4° dall’editore dell’Effemeridi enciclopediche nel mese di luglio 1795, onore ch’è stato impartito fin’ora a’ magnati di Napoli e di Sicilia.

Del 1797, 22, giorno di S. Giuseppe, 15a Ind., restando a me, Villabianca, poco tempo di vita per ragion naturale, mentre sto correndo gli anni 77 di mia età compiti, stimai fare testamento, e testamento nuncupativo con fidecommisso in esso primogeniale, agli atti di not. Francesco Paolo Tesauro di Palermo, quale poi convennemi revocare e stenderne altro novello, agosto 1798, appo le pubbliche tavole di detto not. Tesauro. E notisi che il detto testamento revocato si trova inserito nel tomo 37 de’ miei Opuscoli palermitani, n. 6.

L’anno 1798, non ostante che io, Villabianca, mi sentissi molto benemerito di questa mia nobile Patria, Palermo, pur tuttavia ambizioso restando di accrescermene le benemerenze, passai a far donazione irrevocabile di tutti i miei parti letterarij e libri scientifici alla Biblioteca Senatoria di Palermo, consistenti in 245 pezzi di libri, appo gli atti di not. Francesco Paolo Tesauro di Palermo, a 24 settembre 1798.

II

ORAZIONE FUNEBRE PREVENTIVA ALLA MORTE,

CHE SI HA FATTO EGLI STESSO PER LA SUA PERSONA

RESTANDO ANCOR TRA I VIVENTI, IL VILLABIANCA,

E CH’EGLI INSIEME FA DIFESA A SE STESSO

PER LA NOVITÀ DEL FARE DI DETTA ORAZIONE,

DICITURA TUTTA QUANTA DELLA SUA PENNA

DIFESA DELL’AUTORE APPO CHI LEGGE

L’autore della funebre orazione che dee dirsi in morte del conte Francesco Maria Emanuele, marchese di Villabianca, è l’istesso conte marchese d’Emanuele, cioè che io Villabianca medesimo in essa, or qui scrivente sotto il nome anagrammatico di Arfeste Eummel, preventivamente fo a me difonto, e alle celesti non mai comprese maggioni trapassato dicomi.

E come andar ciò? Egli è possibile tal cosa pratticarsi dagli uomini, cioè che a un vivente si facci l’orazione funebre e allo stesso vivente ancor di sua mano farla a se stesso, mettendo avanti le proprie sue doti d’animo? Sembra all’istante ardita la causa, stravolta del pari, e da guasta fantasia prodotta. E pur questo è vero, e tanto si ha nel presente mortual panegirico, e lo so benissimo che laus in ore proprio vilescit, e so anco l’avviso d’Ovidio, quando cantò nelle sue Metamorfosi, lib. 3, v. 132, appo me, t. 2°, f. 96:

Expectanda dies homini dicique beatus

ante obitum nemo supremaque funera debet.

Pur tuttavia, non è quest’affare che all’impiedi condannar debbesi. Ha delle sue eccezioni. Tiene capo di bastante difesa la stranizzata azzione, e ‘l di le assonto in qualche maniera va a qualificarsi. Eccone dunque la occasione che frapposesi a meditarne l’impresa.

Eravi meco mostrandosi il dotto buon patriotto canonico Tommaso Angelini della donazione da me pensata fare post funera di tutti i miei parti letterarij editi e non editi alla Biblioteca nostra senatoria in servigio della Patria e de’ scienziati miei concittadini. Egli, come custode della medesima studiosa Casa e primario insieme istitutore, per onorarmi si lasciò uscir di bocca di volermi comporre una loda accademica e farla cantare, presente anche a me, in una adunanza letteraria, secondo dagli accademici del Buongusto una volta fu fatto col fu abbate Arcangelo Leanti, in contingenza d’essere stato salutato in Regno col titolo e posto di regio istoriografo.

Se da me non accettata venne tal rimostranza nello stato di vivente, mi fu gradita però moltissimo in quello di trapassato. E perchè volle egli da me istesso la nota dei decorosi documenti con che ammanire la sua orazione, non potei fare ammeno di non contentarlo in tanto punto, avendone io graziosamente di già accolto l’offerta. Or, nell’atto di raccogliere i punti, sebbene di poca considerazione, del piccolo bene da me operato, mi saltò in capo la fantasia di fare delle mie gesta una storica orazione, scompagnata però d’arte oratoria, di cui va scarso il mio talento, e che è quella appunto che qui vi siegue. È certo intanto che ne potea io far di meno, bastato avendomi coll’amico Angelini un breve semplice dettaglio e d’informe confessionale, ma la debbolezza di vanteggiar me istesso e la celatezza per altro che da per se stessa richiede la faccenda, cioè che non era il caso di publicarsi tal loda a’ miei giorni, restando essa per monumento di scrittura privata di casa, mi persuasero e indussero a ciò pratticare.

Che si vuol fare? Per la varietà di pensare, il mondo è bello. Si danno tal volta tali umori tra gli uomini, che per la forza immaginativa dell’amor proprio e per la passione dominante di comparirvi lodevole, e vivi e morti, a questi fatti declinar veggonsi e si fan discendere poi francamente, senza badare punto a tutto altro che saporasse di inconveniente. Ma quante volte poi da costoro, signoreggiati da questo spirito, ciò tanto venire esseguito, sebbene con candido consiglio, senza ledere punto i suoi simili, ma sol per infondere novelli onori secondo il lor pensare ne’ gradi de’ figli e tardi lor posteri, sono degni eglino di qualche scusa e di ascoltarsene benignamente l’eccezzioni.

Or tal carattere innoccente pomposo dalla natura venne a toccare a me Villabianca, se per sorte o per disgrazia che no ‘l so dire, e fu quello appunto che ebbe sempre di mira l’ago di tramontana di lasciare a’ succedenti di casa, nell’atto di benedir me stesso con queste tele di orazioni, scorrette o senzate qualunqui vogliansi, monumenti ben degni de’ lor natali per imitargli nelle virtù, anzichè recare al mio personale unicamente decorazione, come a prima vista o in astratto si va ad apprendere.

Ed ecco l’arringa di questi miei trasporti di sì fatte seguite fantasie. Oltre le pompe e i vanti che han dato le stampe alla mia persona su parti letterarij in varij argomenti, che non son pochi, unitamente a quelli degli altri autori che per lor bontà fansi encomiastici del mio umil nome, e a’ carmi altresì dell’aonio coro in tutte quasi le accademie della Sicilia nelle quali ho avuto luogo di far recite, occupandone i primi gradi ed onori, han concorso di molto al mio vaneggiare; le monete parimente con esse, che al mio fasto sacrate e coniate corrono in oro ed argento, sono stati pregi di non pochi piaceri prestati al mio naturale ostentoso intendere; parecchie pitture in rami e in tele, seguiamo a notare, che del mio volto portan l’effigie, fatte far da me istesso o da taluno de’ dotti miei amici, per metterle nelle dediche fattemi di loro opere; la vita che io medesimo mi scrissi e non lascio di per me puntare coll’istessa iniziale voga sino a quell’ora che dal clemente Signore mi sarà concesso di stare in terra in mezzo agli uomini, e ‘l mausoleo marmoreo finalmente che, anni sono, magnificamente mi fabbricai con elogij e trofei nella real basilica di San Domenico di questa capitale, mia patria, mi fan colto autore tutti quanti essi capi del visionale istesso della presente novità, che muove funerali viventi.

Cosa dunque mi restava di fare dietro a tante opere sovra arringate, alla veduta del prossimo morir, che attendo a causa degli anni troppo senili che mi condannono? Ella è appunto l’orazione funebre o sia notula di documenti richiestimi dal mio amico Angelini, che in questi fogli io fò parlare, facendola finale ed ultima delle vanità e capricci fantastici, ma virtuosi, che mi ho passato finora, caduco essendo in questa caduca lagrimosa valle.

Sic est, decipimur, quodcumque videmus inane est.

Est speciem somnii praetereuntis habet.

Per la quale cosa, per altro, ho l’ardir di dire d’essere ella la più propria orazione, se bene non lucida, d’oratorij ornati che poter fiansi in questo genere a defonti, perchè prodotta dalla mano istessa e dalla vivezza maggiore de’ sentimenti animata, che può influirvi la mente dell’autore istesso, che in essa dovrà un giorno estinto far di sè la triste scena.

L’aliena penna certamente non puotrà mai pingere miglior di colui ch’è il pittor di se stesso e dar nel segno in cui coglier debbono gli argomenti lugubri di simili nobili dimostrazioni. Ma, dicasi quel che si vogli su tal far bizzarro, mai e giammai con esso ho inteso infliggere offesa al prossimo, la minima che già si fosse; ma se ha luogo la censura degli invidi Aristarchi e la emenda qualunque siasi dovuta su tale articolo, il male l’ho fatto a me stesso, mentre verrò a rubricarmi reo di ambiziosa vanità e di mancanza pure di non usata modestia, indifferenza e rossore nell’encomiar il mio medesimo individuo.

Con tutto ciò, facendo io i miei conti su questa cura, giustamente lusingar debbomi di sortire essa opera qualunque apprendasi sempre valevole e fruttuosa per i miei interessi e non disutile e stimata cosa di perdita di tempo, mentre che per la medesima non lasceranno di ricordarsi i figli e tardi nepoti, secondo vorrebbe la gratitudine, della persona del loro padre, del loro avolo, del loro benefattore in ultimo nelle vegnenti mondane loro vicende. Appo gli antichi romani fiorì il costume di cantarsi ne’ conviti i magnanimi fatti de’ loro antenati, perchè la gioventù si rendesse invogliosa all’amore delle scienze ed opere virtuose.

Chè se poi finalmente l’ammannita presente orazione sì o no si reciti ne’ funerali che alla mia morte converrà far fare, secondo appresso passo a riflettere a quei miei congionti, non tenendo conto della mia fredda salma, non mica punto me ne dò briga. A me sol basta l’averla disposta e lasciata in carta, inserta ne’ miei Opuscoli palermitani, e non più di tanto io pretendo, anzi me ne dico molto contento. Vanità questa per altro è ella che non altrimenti darassi meno di non dirsi costar di preggio e di virtuosa marca, pella di cui esercitazione e pella di cui gloria il tutto far lice, senza riserba. E infatti taluni grandi uomini dell’età passate prima (oh, quanto di me per li pari portati capi di virtuoso immaginare!) si han dato in vita l’istessi elogij funebri, epitafij e marche che altri scienziati estranei in morte per loro merito li dovean prestare. Sicchè sul testo di esempij così autorevoli posso dire francamente di esser io non l’unico e senza compagni da mal intesa vanità sorpreso in queste luttuose preventive comparse, ma li migliori di me, come sopra toccai, l’hanno osservato tal’ora con buon successo ed approvazione de’ dotti.

Ed ecco il lungo catalogo de’ grandi uomini e letterati che a questi fogli illuminatamente fo’ seguire, appresso situati ad ordine alfabetico, onoratisi viventi eglino stessi colle marche onorevoli de’ ritratti in rami, in monete, monumenti ed elogij, e di farsi autori finalmente della storia della propria vita scrittasi essi stessi colle lor mani.

Posto ciò, adunque, pell’attuale così mio fare chiamo da tutti in qualche maniera compatimento. Egli è candido, innoccente in tutto, non fa male a nessuno, come sopra mi protestai, e scevro di superbia affatto, capace solo di recar del bene al mio diletto presente e lontano parentado. Il ricordarmi poi al tempo stesso di miei novissimi, che da un seguace del Vangelo credersi debbono, e l’aver presente di continuo alla mente l’aspetto terribile della fiera Parca, che certamente un giorno reciderà lo stame di vita con cui have i suoi giorni la mia umanità, è parte di cristian cattolico ed è cosa lodevole e mai detrattanda, come si vuole dai forti spiriti del nostro sedicente illuminato secolo.

Mors tua, mors Christi, fraus mundi, gloria Coeli,

et dolor Inferni sint meditanda tibi.

Vita brevis divinus amor terrorque Gehenna

haec tua si recolet labe carebit homo.

La fatiga finalmente della presente dogliosa laude che al mio nome io stesso porgo è un capo di piacere (non può negarsi) che sente il mio animo nel vedere cogli occhi della vita, e non con quelli della morte, l’onorato spettacolo che un dì, reso esangue, io posso attendere da’ miei consanguinei per rispetto non solo del mio personale, ma quanto più per l’onore di loro stessi e della famiglia Emanuele, del di cui cognome, grazie al Cielo, a fronte scoverta sull’universale ceto patrizio della Sicilia tutta e altrove ancora ne posson dire le distinte illustri regie anticaglie.

Questo compatimento e manuscritto non vi è paura di darsi alle stampe, come sul principio avvisai, e perciò ne lascio la cura a chi conviene o di farlo stare sotto la polvere, sempre che inetto si reputasse, o farne uso pel publico studio, qualora tenesse il grado di rispettabile.

Amico lettore, ho detto e non passo avanti, lasciandoti intieramente la libertà di giudicarlo come ti aggrada, e ti dico addio.

PROEMIO

Non habuit virtus pignus amabilius

Il desiderio al mondo di volersi ognuno dar vanto di amore ed accogliere virtù nel seno, ch’è l’immagine di Dio, anzi la stessa divinità tra’ mortali, nasce coll’uomo, naturalmente s’impasta nel di lui spirito, e in conseguenza non può darsi uomo che non ne tenga l’ambizione di conseguirne il talento e ardentemente amarlo pe ‘l lustro e titolo di sua persona. Ordinariamente però s’infonde sì fatta dote della virtù con maggior vivezza e generalità nelle alme grandi che son nate di chiaro sangue, che non lo fia nelle altre secondarie che da schiatte inferiori tengon suo nascere. Trova viva la virtù in esse alme nobili parte di quella fiamma che per fasti di gloria brugiò un dì ne’ petti de’ lor maggiori, e, come tale, lusingasi di proseguire ella lungamente l’esercizio, anzi vieppiù vivificarvisi, trovare in quelle sempre più assidue l’adorabil suo culto.

Se ciò sia vero ce l’insegna l’esperienza appo la storia di tutti i tempi, cioè che nel teatro di questa terra han fatto alta comparsa d’uomini grandi in maggior numero e più eccelso grado le persone nate di nobil stirpe che quelle sortite d’ordinarij legni. Un di costoro di tali grandi uomini in tanto fu Francesco Maria d’Emanuele, conte marchese di Villabianca, signore del castello di Mazara, del suol sicano pregio ed ornamento, e particolarmente del nostro panormeo, che su quelli sta principe, da voi troppo, troppo conosciuto, o signori, magnati, patrizij e nobili, con qui presente quanta altra siete onesta gente, giacchè familiare sempre meco voi l’aveste con piacevolezza, decoro ed umiltà di trattare, signori, dico, che vi degnate ascoltarmi su questo pergamo e al mio dir fate cerchio d’onore.

Egli fu grande pe’ suoi natali e fu grande per la sua virtù. Son poche ore che si è partito da noi e a tutti i suoi simili ei disse addio, e però la sua perdita compianger deesi universalmente dai cittadini e dagli indigeni ancora per sì fatte singolari qualità che ‘l coronarono. Ed è pur dovere che le sue virtù e i rilevanti servigij fatti alla Patria, come appresso noveremo, si commendino incessantemente in questo e in altro luogo, e come gesta di buon glorioso si tramandino alla posterità della gloria, perchè i buoni se ne compiacciano e se ne propongano l’esemplare e gl’invidiosi se ne attristino ed a fremer se ne passino.

Per la grandezza cumulatamente, quindi, di sì fatte doti di virtù e natali, che a sè, insiem congiunti, gloriosamente ritrasse, ci si fa avanti agli occhi nostri la gran comparsa, oggi, e funzione di lutto, sebbene assai inferiore al suo gran merito, in questo regio gusmano tempio, nel quale, in mezzo dell’echeggiare di ogni intorno la voce flebile di ognun di voi nell’applaudire al sacro promesso detto del laudemus viros gloriosos et parentes nostros in generatione sua, mi dò la pompa d’esserne uno de’ costituenti la loda colla penna e colla lingua, quantunque d’afflitto misero oratore: Carmine et lacrimis parentare extremum officium est.

La di cui estinta or fredda salma che voi toccate, in riguardo del punto della dignità de’ natali, salma nobile che jeri notte esalò lo spirito, sublimata restasi su la più alta vetta del presente di morte anfiteatro eccelso, di cipressi ricolmo messi in argento, con stemmi, emblemi ed epitafij, e di fiaccole insieme funeste ricco e lumeggiante a giorno. Serve ella di scabello alla fiera Parca, che su d’essa trionfante posasi, e, di quella salma tenendo in grembo il gonfio fardello, delle di lei virtuose gloriose doti ce le espone superba per marche de’ suoi trofei.

Or per sì fatto personaggio appunto la vaga mostra di questa basilica trasfigurata vedesi nel suo splendore e, fatta pallida in pietoso aspetto, non più di gioia, ma di tristezza alla mente ci manda idee. Li ricchi panni e intersiati di colori argentei, gaij e vermigli, che per l’avanti già la vestivano, ora li veggo cambiati in bruni e di doglie e di gramaglie di paro le mura ingombre. Gli musicali concerti delle corali melodie festive, che frequenti insuonavansi pe’ divini salutari uffizij, sacrificij e bandi, sentonsi ora cantanti bassi e sonanti sordi, che ci muovon gli affetti al pianto. Tutto, in sostanza, è orror di morte, tutto in sostanza luogo di pianto, sebbene il tutto in mezzo dell’ordine e in mezzo del fasto qui si raggiri.

Pella grandezza indi del nostro difonto, in riguardo al titolo della virtù, dee dirsi come la maggior pompa e la più brillante marca, che fa più sollenne, quantunque lugubre, questo spettacolo, si è il vedere cogli occhi della mente e della fama su i popolari suffragij cinto il gran uomo e raggiante appieno dell’aurea fascia del bel sole di sì fatta dea, per cui grande in tutto appo noi mostrossi e per cui, esente del letal squallore, ancor vivente tra noi si aggira, non vinto mai, ma vincitor di morte. Gli uomini surti di magnatizia, anzi di regia superba sfera, che di grandi di terra il nome tengono e di gran signori, morir sogliono tutti e poi tutti immediatamente dopo l’esequie e la memoria loro se ‘n va a perire dietro al suono e tuono de’ sacri bronzi. Ma, poi, coloro che alla grandezza de’ natali l’eccellenza della virtù accompagnano, dello stellato manto di essa lei cuoprendosi, oh! sì che si possono dare il gran vanto di salutarsi veri grandi uomini, e con ciò sopravvivere al mondo e nel teatro della fama ancor trapassati, grandi quai furono, pella perenne ricordanza de’ secoli.

Virtus sola perennis effugit extremi tristitia fata rogi.

Or questa appunto qualità immortale con sommo nostro godimento verificar traluce, tale quale è stata sopra definita e dipinta, nella degna persona del nostro estinto cavaliere, mentre nel di lui petto generosamente allignando la virtù più solida in tutti i suoi rami, non ebbe ella pegno in lui più degno che per sè fosse più caro e amabile. Non habuit virtus pignus amabilius: motto preso dalla prima medaglia che sul 1754 per di lui onor massimo in oro ed argento coniata venne in Palermo, e motto questo che prima voce gridar vi femmo facendo capo all’orazione.

Spuntato a vivere il nostro grand’uomo per accidente suo fortunato o sia desio del Cielo e per gloria può dirsi del suol di Oreto in questo infelice mortale albergo del lignaggio illustre e regio ancora d’Emanuele, ch’è un de’ patrizij, anzi magnatizij, della Sicilia nelle città di Palermo e di Trapani, di cui ora la fa da principe, in retaggio la virtù in esso con più genio infusesi, giusta li miei accennati riflessi, sovr’altri spiriti, comecchè nato di così chiara sublime stirpe. E però, rammentandosi egli de’ suoi doveri appo la benefica natura pe ‘l ricevuto dono, procurò adorar sempre e mai sempre la virtù del suo animo, coltivandone il prezioso talento con maggior studio, veemenza e lena che non si ha nel fare ordinario degli uomini. Esemplarmente quindi ne traficò il capitale per trovar fortuna, quale cattossi con tanto lucroso per sè successo, appoggiato all’ombra di detta dea, che arrivò a reputarsi di comune consenso tra i cittadini compitamente uom grande per nobiltà e virtù.

E, in verità, fu egli grande, pel bene prima della sua anima, grande pel vantaggio di sua famiglia, grande finalmente pel servizio alla Patria, che sono i tre capi appunto del presente nostro ragionamento, apprendendoli da S. Dionisio cartusiano, quando ci fa sentire il seguente elogio: Vir magnus in vita sua, magnus in officio suo, magnus in Patria et sapientia sua.

PRIMO PUNTO

Vir magnus in vita sua

Pel bene, dissi, dell’alma, primo punto, che tocca il vir magnus in vita sua, come sopra sta scritto, per lui su tutt’altro professar videsi la virtù in Dio, con che assicurarsi la speranza eterna, che l’uom dee fidare per felice rendere (in) eterno il suo spirito. Questo fu il primo scopo del suo consiglio, apprendendolo in quel momento in cui fe’ uso di sua ragione dalli furon piissimi marchesi Benedetto Emmanuele, ex capitano di Palermo, e Cassandra Gaetani de’ principi del Cassaro, che il mandarono alla luce il dì 12 marzo 1720 in questa oretea palermitana metropoli.

E in verità non vi è altro mezzo in questo nostro passagiero ospizio a tergersi dagli occhi il pianto che leggere in Cristo la sua morale e serbar sempre nell’alma e il cuore il santo timor di Dio. Su tali poli porterem noi mortali più che sicuri li nostri passi al Cielo, la navicella di nostra salma in porto, e così darem pace in qualche maniera alle pene e fatighe di questo tiranno traditore mondo.

Battendo quindi il nostro trapassato la sì fatta via della salute, era sua cura tosto sul far dell’aurora alzar la mente al suo Creatore con orazioni mentali e vocali preci, e a cui umiliandosi qual peccatore, prostrato a’ piedi del Crocifisso nel suo genuflessorio domestico, chiedeva perdono delle sue colpe colla recita del Miserere e con funicoli di disciplina, sciogliendogli insieme voti di grazie per riceversi beneficij e misericordie. La Regina del Cielo al tempo istesso invocava, Maria Santissima, tesoriera de’ divini doni, unitamente all’angelo e santi suoi tutelari, la protezione de’ quali pe’ bisogni suoi spirituali e temporali efficacemente implorata giornaliera per sè volea. Officiate indi e finite di orare tali devozioni, ecco che la chiesa e case di Dio qualunqui siansi aspettavanlo infallibilmente ogni mattina per presentarsi al divin sacrificio, chè parecchi e parecchi solea adorare, nonchè per far corte spirituale alla coronata Vergine del Paradiso e refugio de’ peccatori, che ei riveriva come sua signora e madre in tutti i momenti di vita, salutandola tre volte il giorno: all’aurora, il mezzodì e nell’ora dell’angelica salutazione.

La chiesa parrochiale di S. Giacomo la marina, in cui bevè egli le sacre acque della salute battesimale, e ‘l tempio di S. Domenico insieme, in cui egli, memore dell’ultimo destino, si fe’ vivente (già son degli anni) la triste tomba nel sacello del titolo di S. Rosalia, che in bianchi marmi rilevata vedete nobilmente colà, o signori, erano siffatte due chiese luoghi fissi assentati della sua cotidiana cristiana assistenza e religione. Nella prima di S. Giacomo sciogliea i suoi voti all’adorabile Sacramento dell’altare con più salmi ed inni, e nella seconda di S. Domenico prestava le dovute laudi alla gran Signora del Rosario, di cui ne fu sempre divotissimo oratore. In esse chiese quindi la frequenza celebravavi de’ sacramenti di spiritual salvezza nelle festive ricorrenze dell’anno, e spezialmente in S. Domenico, giacchè la grazia della penitenza qui ricevea da un padre religioso assai dotto, di questo chiostro domenicano alunno.

Per tutti i giorni della settimana lo vedeva il popolo nella visita delle quaranta ore circolari della città, nelle quali l’eucaristico divin Signore assiso restando in trono di grazie scoperto a tutti, da lui sperava certo il perdono delle sue debbolezze e traviamenti di umanità. Fatti i negozij temporali, tornato in casa, solea ascoltare per altra volta dal cappellano domestico l’istessa divina laude della santa Messa nell’interno oratorio delle sue stanze, glorificando in esso la SS. Triade con trenta Gloria Patri e la Vergine Madre unitamente onorando colla preziosa corona del Rosario. Oltre ciò, può dirsi che, per la devozione stessa di Maria Santissima, che a un cristiano è necessaria per la sua eterna sicurezza, non lasciava di portarsi ogni sabato della settimana in S. Francesco li chiovara, per adorarla particolarmente nella cappella senatoria, in cui essa diva va a venerarsi sotto il titolo della Immacolata sua Concezione, portando anche in questo giorno il cilicio su le nude sue carni per farsi credito in qualche maniera de’ rigorosi discorsi che una volta dovea prestare all’eterno suo Giudicante.

Colla lezione poi finalmente retorica, che ogni giorno si facea ricorrere da un suo manuense, buon cristiano di vita di santi e di varia insieme onesta erudizione, così occupava le ultime ore del giorno, a cui dava termine collocazione mentale e coll’esame di sua coscienza. Sotto quali atti prendea riposo nel suo piccolo commodo per dormir nel Signore, come sperava un giorno ciò effettuare, dando alla natura l’ultimo addio e ‘l respiro estremo della sua corporale soluzione.

Dall’osservanza de’ religiosi precetti, che sono stati da me finora dettati in rapporto a Dio, va inseparabile la prattica delle opere di misericordia, che son le virtù cristiane (in) rapporto al prossimo le più giovevoli e le sole ricercate all’estremo de’ secoli dal divin Giudicante, perchè l’uom possa in quel dì rendersi meritevole del celestial favore. Ecco dunque il nostro marchese, tutto intento a tal pio consiglio, sperimentarsi prontissimo in ciò esseguire.

Popoli, ditelo voi, riguardo a queste opere di misericordia e di tutte quelle altre che spirituali si appellano, delle quali ora dò la parola, quante volte egli fu a consigliarvi e a insegnarvi nelle vostre critiche occorenze, vi ammonì negli errori, vi consolò afflitti, e sopra tutto vi perdonò le offese che gli schiaffaste talvolta nelle umane vicende, studiandosi violentemente darle all’oblio, anzi, volendovi per indi amici e fratelli, procurò sempre di ricolmarvi di favori e doni. Questa fu l’opera a sè più diletta, giusta il dimittemini del Redentore.

Poveri voi che tacete, scendiamo alle corporali, e voi, o signori di questa udienza, ancor voglio per testimonij in questa mia causa. Quanti di voi miseri foste alimentati con larghe limosine che fin’oggi seguite a godere, prendendole da questa sant’alma come vitalizi assentatarij di Casa. Non poche orfane per lui conoscon lo stato di coniugate e sussistenza corporale, alimentate dai legati che lor qualche volta solea egli communicare di sua pecunia, oltre alle tante e tante altre simili miserabili che per ragion d’uffizio con pingui legati fu a consolare.

Infelici uomini, che per disgrazia giorni menate di pena al mondo e che siete i più veri naturali popoli di questa fatale lagrimosa valle, il nostro pio uomo non disdegnò mai di associarsi con essi voi e familiarmente discorrere su de’ vostri infortunij. Vi visitò ne’ spedali, vi visitò priggioni, vi sciolse dalle catene, assistendovi ne’ primi per lenire alquanto i vostri dolori e ne’ secondi tra delle carceri per darvi il pane ogni mattina, senza mai mancarvi per lunghe eddomade, protegendovi fino ne’ tribunali.

In esse opere, però, convien dire come per sua buona sorte avere egli avuto luogo di più lampeggiare in misericordia e sfogare senza limiti l’ardente sua pietà cristiana sopra ogni altro fedel cattolico, mentre in esse non solo vi si presentava qual semplice divoto cittadino, ma come rettore e curatore delle medesime, destinatovi più volte dal Governo e dal Senato eccellentissimo, siccome a suo luogo e al capo 3 comproveremo.

SECONDO PUNTO

Vir magnus in officio suo

Il culto in seguito della virtù di cui il nostro difonto fu zelantissimo esemplare alunno (ed ecco noi entrati nel secondo punto di questi elogij) fu quegli che lo rese grande in famiglia Emanuele Villabianca, lodevole benefattore ed onore non ultimo di suo retaggio. Lo professò egli colla pazienza e coll’esempio.

Parimenti senza turbarsi venne a soffrire le lunghe spinose liti dalle quali fu assassinato come fresco capo di Casa dopo la morte del suo genitore. Queste eran tarli che portava il legno antico del suo casato, onde bisognò nettarle e farle fuori per non passare avanti ed infettarne di peggio il tronco. Intanto però fu d’uopo subir la pena di grosse spese, estenuando la sua bisogna, e a’ fieri litiganti che l’opprimevano per cause ingiuste, o giuste forse, che lo sa Dio, contribuire talune tangenti di considerabili rendite o interessi a fin di fermarle e non portare avanti le rovinose lor conseguenze. Buon è però che queste perdite risarcite gli vennero dal clemente Dio, che fe’ cadere sua grazia sul di cui buon vivere cogli acquisti di larghi beni che posteriormente cattossi egli col senno e colla mano, come appresso seguendo vengo a presentarvi.

Maritato che fu, sotto il quinto lustro della età sua, colla pia vivente matrona Zenobia Vanni de’ marchesi di Roccabianca, Iddio gliene benedisse il maritaggio colla pace di casa e con numerosa prole. Uxor tua sicut vitis abundans in lateribus domus tuae et filii tui sicut novellae olivarum in circuitu mensae tuae.

Questa pace egli curando e questa prole quindi instruendo con saggio onorato studio in tutte le cose, regolamento d’ore poco men che gloriosamente ei maneggiava qual di lei esemplare, cioè col mostrarsi in casa appo tutti i suoi familiari la norma e specchio della onestà, umiltà, verità, puntualità e pienezza santa di costumi, perchè vivessero tutti i figli e domestici da lui ingombrati da cristiani cattolici, conformi a lui iuxta legem e colla mente continua fissata all’eternità; gliene fruttarono in conseguenza il gran capitale di collocare le femine, non meno che del numero di sei, tutte sei in religione e nel monastero di Santa Maria delle Vergini di questa Capitale, con sommo contento delle medesime, giacchè veggonsi menare colà tutte quante esse vita angelica e care venire altresì a tutti pelle loro virtuose qualità.

Delle femine graziosamente a lato fu unito il maschio, e maschio unico, pel ben di Casa, decentemente oggi pur situato col dominio e signoria di due feudi nobili di regie investiture, detti di S. Bartolomeo e di Buscialca, con casale in esso, oltre tre altri feudi rustici detti di Cardisi vecchi e nuovi, posti ne’ territorij di Caltagirone, Chiaramonte e Modica, recatigli in dote la vivente sua moglie Antonia Vassallo e Castelletti, principessa vedova di Bellaprima, baronessa eredera di S. Bartolomeo ecc., e con prole anche egli di successione in retaggio lasciatoli la fu Rosalia Vanni di Roccabianca, facendogli vedere il Signore nella persona di costui i figli de’ figli in aumento della sua grazia e della sua divina benedizione: Et videas filios filiorum tuorum, pacem super Israel, continuando il dire dello stesso salmo 127.

Dopodichè il clementissimo Dio, non fatto stanco in beneficarlo, essendogli il datore delle ricchezze, volle coronarlo del bel titolo di acquistatore, in famiglia, ch’è il più invidiabile titolo da persone nobili nell’onorato cerchio degli uomini, donandogli assenti di feudi, rendite e cespiti.

Figli di Emmanuele, al vostro padre dovete il possedimento de’ feudi raguardevoli di Cutò, Garofalo, Lucca o Catalanotto, Ramotta e Magna, che nel territorio di Partinico spaziar vedete, e anche può dirsi dell’avito saracenico dell’Albaciara esistente nel contado istesso, con inquilinaggio, per non dir vassallaggio, di 600 coloni, comprato avendoli egli tutti quanti essi con grossi capitali di contanti cumulati coi suoi sudori e ‘l secondo conservando in retaggio, cioè dell’Albaciara, mercè le fatte virili difese e mercè le larghe effusioni subite d’oro per salvarlo dagli artigli rapaci di avare mani che a tutta forza ce ‘l volean rapire. Quali feudi poscia sudecorati voi li trovate ora per l’aumento di vostra grandezza con titolo di novella contea in Regno sotto la dinominazione di Belforte al di lui merito pur li dovete, sortito avendone egli la real cedola dal regnante Ferdinando III, nostro sovrano, data in Napoli il dì 12 agosto 1779, esecutoriata in Palermo 21 gennaio 1780. E se accresciuti poi vieppiù li vedete di novelli verzieri, fabbriche, viali deliziosi, di strade ne’ confinanti terreni, peschiere, corsi d’acque, pur dovete sì fatte alte opere al vostro gran padre.

Non è punto quindi fuor di proposito, per dar conferma di quanto ho detto, farvi ascoltare, cortesi uditori, per tai benfatti e onorificenze, parte d’iscrizione di un suo quadro inciso dell’immagine di esso marchese, che esiste nella torre dell’Albaciara, in cui leggesi:

Magnae, Cutodis, Ramottae, Caryophylli

ius sibi Franciscus comparat Emmanuel.

Quae feuda ab atavis umbrabat, lis rapere ausa est.

Bellavit, vicit, sacra redegit ea.

Quis neget haec magna? at quanto plus grandia in illis

quae ad Patriae cultum prodidit historiae.

La casa grande in Palermo vi va del pari in questo paragrafo commendatizio di ben fatte opere, che essendo ella propria già da due secoli ed anni de’ conti marchesi di Villabianca Emmanuele, posta a Piedi di grotta, e divenuta ora per la sua opera un vero piccol palazzo di grossi signori, con due cortili scoverti che più solare la rendono, accresciuta di un tenimento di case in fronte dominanti il mare e di un novello appartamento altresì ampliata nelle camere principi, con stanze separate di biblioteca domestica, ch’è di libri molto referta e di libri anche di rango e spezialmente per storia di Sicilia, con largo archivio in essa di scritture avite di famiglia assai lumegiate, di fatti, assenti e giuliane, ed oltre a detta libreria quasi in ogni camera vi stan de’ libri consimili al fare della casa del Magliabecchi, ornata rendendosi finalmente la stessa casa per d’ogni intorno di gustose meliorazioni alla moda, son tutti sì fatti capi e motivi di novella gloria e di onor coronale, che dovete dare al gran padre e che mai abastanza per sì tante gesta da voi, figli e nipoti, si potrà lui da voi lodare.

TERZO PUNTO

Vir magnus in Patria et sapientia sua

Pel servigio della Patria finalmente, che al terzo capo di questa orazione dolente viene a competere, professandosi virtù da questo cavaliere, che veramente fu grande in patria, mi si presenta materia tanto da dire, che, se fil filo volessi a voi ascoltanti farne l’arringa, stancherei di sicuro la vostra sofferenza e giammai per questa volta ne toccherei la metà. Bisogna quindi accorciare questa parte per quanto ci permette il tempo e toccar di volo le cose precipue che al nostro chiarissimo conte marchese Emmanuele si appartengono.

Servì egli primieramente il Paese e la Corona coi regij posti e uffizij varij di magistrature, sempre con lodi e sommo decoro di sua presenza. E a questi onori lo portò per mano la virtù, che, nel di lui petto albergando, del suo fare al sommo si compiaceva, essendo di lei proprietà il dar strada a’ suoi allievi di grand’uomini nella gloria, giusta il dir di Bernardo santo: Virtus gradus ad gloriam, virtus mater gloriae est, sola est cui gloria jure debetur et sicure impenditur.

Servì il sovrano colle cariche di commissario generale in Partinico sul 1775 per gli affari assai interessanti di sanità, di amplissima potestà investito e col vices et voces principis, di protonotajo interino della Camera reginale di Siracusa sul 1766, di deputato indi perpetuo della Vicaria fin dal dì 6 marzo 1757, console priore del commercio appo il Supremo Magistrato nel 1779, di deputato governatore dell’Albergo generale de’ poveri per due volte per gli anni 1761 e 1762, e di senator di Palermo finalmente per pari fiate negli anni 1775 e 1776, e negli anni appunto, è ben dire, se ne indossò la toga in che la carica di senatore fu instituita magnatizia tra il ceto nobile, in seguito de’ novelli procedimenti che dal sovrano si diedero pello bene della città, a causa de’ noti tumulti seguiti in essa nell’anno 1773. Pe’ quali tumulti, a curarne il sussiego e farlo più stabile, sette eccelsi patrizij di conosciuta probità e talento prescelti vennero ed in consiglio molto autorevoli imponenti al popolo, che la sede senatoria allora formarono colla persona insieme del nostro defonto, circostanza questa che rese più accetta e decorosa la sua persona.

La Patria poi istessa, cioè la città principe nella Sicilia, che di Palermo dinomasi, restar videsi da lui servita per altre altresì secondarie cariche, e queste sempre portate una sopra l’altra con novella laude. Eletto egli videsi primieramente dal corpo nobile della cittadinanza per governatore della Compagnia della Carità sul 1750 e della Congregazione indi al 1762 dell’Annunziata della gran Casa olim gesuitica, composte tutte due queste Unioni di nobiltà sublime palermitana; mentre salutato venne dal Senato eccellentissimo per rettore titolato dello Spedale degl’incurabili per molte fiate negl’anni 1752, 1757, 1758, 1773 e 1774 e per governatore per uguali volte del Monte della Pietà, imgombrando gl’anni 1754, 1755, 1763, 1766 e 1767. Tenne egli in appresso colle dette Opere senatorie insieme la rettoria triennale dell’Opera di Navarro l’anno 1775 e 1789, per la seconda volta, e al pari di esse portò il governo di altre chiese e luoghi pii della città in numero, fra li quali la protezione una volta assunse dell’eccelso monastero di nobili signore di Santa Caterina del Cassaro, chiostro questo che per ricchezze e pel magnatizio grado delle moniali di lui costituenti distintissimo in Palermo rendesi.

Amministrando intanto l’istesso di Emmanuele tutte queste Opere maggiori e minori qual’esse furono (è ben che si dica) sempre con plauso ed esemplare assistenza, come dovea, umiltà usando, dolcezza e generosità coi sudditi, ebbe la vanità virtuosa di lasciare in tutte esse Opere la memoria del suo bel nome, con pitture e lapidi, stampe e con scritti, fatti marcare su le tavole e mura, perchè quasi a brillare la si facesse sempre perenne la beneficenza e ne spiccassero vieppiù sonanti gli ornati delle stesse Case.

Ebbe egli in gran vanto poi finalmente d’impiegar sua opera in servigio di tutti due insieme essi corpi pubblici, voglio dire la Patria e il Regno, e questo anche tutto in un tempo, col valor della penna che lo movea in ciò fare e col valor sommo del capitale della distinta letteratura di cui era bello, e con ciò, al tempo istesso, così coll’uso di tale dote recare a sè onore di troppo conto, prezio e conseguenza.

Or in questa studiosa occupazione fu a consumare sempre i suoi giorni sì primitivi che di gioventù e senili, ma, ciò osservando, trasse a sè il danno di molto accorciarseli dal dato termine dell’uman destino (francamente può dirsi), stante la strabocchevole applicazione e studio diuque noctuque che per l’attacco alla virtù e per l’onor di sè stesso v’impiegò in difesa. Avvenne difatti, per questo capo, di vedersi obligato più d’una volta il prete che sugli anni di ragazzino ne ebbe la cura in casa come di lui aio e governatore a trarlo a forza dal tavolino di studio, che più in esso del giuoco trovava divertimento. I prefetti poi in seguito stranier toscani a far lo stesso furori portati nel fu Colleggio imperiale e poi borbonico de’ Padri Teatini in cui allevato fe’ le sue comparse.

Altro piacer, che nel sapere io provo:

ma piacer quanto rio e a vita infesto.

E, in verità, non v’ha mal più forte al mondo quanto lo studio per la salute dell’uomo, di cui qual sorda lima rode le forze e a poco a poco, e talvolta ratto, al sepolcro il mena.

Nove opere di umane lettere in foglio e in minor sesto insieme mandò alla luce de’ rami in varij tempi, delle quali le più cospicue, che han fatto grido appo i dotti, sì tra’ nostri che di là de’ monti e largo, co’ quali tenne carteggio e grido, e appo anche delle Accademie quasi tutte della Sicilia, che l’ebbero in socio, onorandolo co’ i primi onori e gradi, sono quelle della Sicilia nobile per cinque corpi in foglio e le altre de’ Grandi Uffizij del Regno, che negli Opuscoli siciliani del prior Di Blasi sparsamente in sette tomi contengonsi. Non dico poi del numero delle opere inedite e dotti commentarij da esso lui dati a buon termine vergati a penna in varie materie di sublimi scienze, come filosofiche, di antiquaria, dipplomatica ecc., mentre non è credibile averne lasciate fino alle duecento in numero, uscite tutte dalla sua unica instancabil mano: cosa questa che dà ragione di strasecolare e recar stupore a taluni e a moltissimi d’inarcar le ciglia, in considerare che la vita di un uomo, cioè della di lui sola persona, a produrle compite e colme appieno di buoni voti si sia fatta bastevole.

E, in verità, è così di esse opere sorprendente il numero, che per darne avviso e ragguaglio al pubblico, col breve saggio delle imprese ed assunti che in quelle accolgonsi, bisognò farne correre per via de’ torchi sul 1791, e nel 1794 in seconda edizione, un volumoso largo catalogo, facendosi propria a tutto dritto la lode che diè Valerio Massimo a Crisippo, greco filosofo, scrivendo: Cuius studium in tradendis ingenii sui monumentis tantum operae laborisque substituit ut adeo quae scripsit penitus cognoscenda longa vita sit opus.

Quae mens sufficeret, tantis quae pectora curis, sarà bene dire con Claudiano:

Quae mens sufficeret, tantis quae tempora libris.

Dignus cui nomen superas evadere ad auras

et Patriae lumen merito queratur in illo.

Stampa, questa, appunto, di ruolo di libri toccata di sopra che a lui partorì l’effetto di divenir poi la sua casa un luogo di vivo liceo, con frequenza di letterati e virtuosi, che nel consultare di qua e di là quei libri pe’ loro studij il di lui talento ne ammiravano e ne veneravano il personale.

Di taluni pochissimi scrittori greci han sì adito simili prodigij, cioè di compilar fatiche di cento e cento opere lasciate in pergamene e scritti, ma questo far lo poterono perchè a’ loro tempi, da noi assai lontani, la natura umana contava più giorni e non declinata spossata veniva come ne’ nostri. La sola opera de’ Diarij palermitani, che ci dà esatta e minuta contezza della patria nostra moderna storia dal 1745 fino al 1795, ingombra viene da 19 tomi in foglio, e l’altra opera, che tiene il titolo di Opuscoli palermitani, contenente notizie ed erudizioni miscellanee patrie, si fa costare di 34 tomi. Or queste due opere son capi d’opere e noverar possonsi e luogo aver degno appo la repubblica nostra letteraria sicola; quali opere intanto, tante quante siansi, sì edite che anecdote come si voglia, si fan luminose di copiosi minutissimi indici per animarne più al vivo i corpi e le materie, onde facilitarne assai franche le cognizioni; e tutte queste oggi di pianta, tali quali sono, alla Patria donansi, facendole passare in proprietà nella Biblioteca civica senatoria mercè la eroica generosità dell’autore, che in vita gliene avea fatto la donazione.

Potrà dirsi dunque il nostro marchese per essa non solo largizione, ch’è molto considerevole appo i letterati, quanto pe ‘l tutto altro suo fare virtuoso e spirito di patriottismo, che non ebbe pari in pro di Palermo e della Sicilia tutta, padre vero della Patria, qual altro Pirri, Auria e Mongitore. Gliene fe’ la donazione, torno a dire, in vita, pel gran consiglio cioè di poter in appresso e sempre o mai sempre la gioventù studiosa e ‘l generale de’ letterati a lor bell’agio e senza riserba servirsi de’ suoi dati libri e pell’onore poi della nazione e della Patria tutto in un tempo ne profittassero. Vir amator, dunque, è ben recitarne le sacre parole, civitatis et boni audiens qui pro affectu pater appellabantur.

L’amor proprio pure in tal consiglio vi ebbe sua parte (non è bene ometterne il dire), cioè di non aver possuto ei lasciar miglior padre e curatore a’ suoi figli, quali sono i detti suoi libri e parti letterarij, dovendo abbandonarli morendo, che la Patria stessa di cui avea ricevuto l’essere, e comechè da lei per atto di gratitudine non potranno essere trattati essi libri con altrimenti che con materno affetto, stima e venerazione.

Se questa sia lieve benemerenza cattatasi il nostro illustre difonto su tal virtuoso scientifico talento appo il pubblico mel dica la grandezza lo stesso Cesare nostro oggi Serenissimo (che Dio feliciti per nostra sorte) quando nell’investitura salutollo un giorno di conte in Regno, come nel secondo capo notificai, colle seguenti parole: Deque Patria, deque tota Sicilia optime meritus, e ‘l confermi insieme il nostro Magistrato eccellentissimo col permesso a lui dato di porre l’aquila palermitana su i marmi per coronare di gloria vieppiù il mausoleo al primo istante di fabbricarlo, col dire nello svolazzo: Sic meritum Patria suum hic colit civem, e con essa aquila starsene sotto, dolente e messa in atto di piangere, col permesso pur del Governo, la figura della Sicilia, attorniata da Mongibello, dal Castellaccio di Morreale e dalle colonne insieme del tempio di Segesta, colle spighe di grano alle mani e co’ i suoi noti emblemi delle tre gambe.

Con tai monumenti poi van d’accordo l’epigrafe sepolcrale che in detta tomba di marmo leggesi: Librisque editis cumque anecdotis ad res siculas missis innumeris admirandi incliti et hinc de Patria deque tota Sicilia optime meriti per chartas Caesaris et per numismata unaque ex populi consonis suffragiis e la finale iscrizione con essa unisone che si ha nel pittato volto di sua persona e che ne’ due ultimi versi va a ravisarsi: Quis neget haec magnatitia, cioè pelli acquisti fatti de’ feudi:

At quanto plus grandia in illis

quae ad Patriae cultum prodidit historiae

Per la virtù adunque e per la coronide eccelsa di essa virtù venghiamo a conchiudere il nostro cavaliere di Emmanuele alma grande, che Iddio abbia in cielo; e così il credo sicuramente, perchè il cultore e figlio delle virtù, immagin di Dio, mai può patire dannazione, gloria egli del suol sicano ed ornamento e pegno di essa virtude amabilissimo: Non habuit virtus pignus amabilius.

Va a tenere egli non poche copie della sua effigie date in rame nonchè a pennello e portare in esse la collana in petto d’oro della virtù col geroglifico della colonna posta perpendicolare al sole, col motto delle Umbrae nescio, ch’è il distintivo proprio delle virtù; sicchè, vestito di tali doti, il trapassato oggi di Emmanuele, mettendo noi in un punto di veduta tutti gli elogij che a lui fin ora si son prestati, degno esso rendesi, o popoli, generalmente de’ vostri applausi, quando lo gridate lume di patria, sebbene da qui innanzi, me servendo, avete obligo di appellarlo padre, qual altro Pirri, Auria e Mongitore, nobili, quando il stimate degno della vostra venerazione, scienziati, de’ vostri encomij, giacchè il grand’uomo pella virtù sen’ vive a Dio diletto e a’ suoi santi caro benefattor surse di suo retaggio e pella virtù padre della Patria generalmente proclamato venne.

La sua fama lasciata in Dio, la sua virtù al mondo, i feudi acquistati alla famiglia: la piena osanna della voce del popolo più del mio dire su tali officij vi fan giurare. Giustamente quindi e meritamente a voi torno a esporre, quanti or qui siete di mia udienza, magnati nobili e onesti cittadini, che con tanto mio onore vi degnaste fin’ora e compiacete ascoltarmi, tenere benissimo raggion di piangere la perdita che avete fatto di un sì tanto benefacente cittadino. Consolatevi però al tempo istesso nel dirvi che per voi e con voi presente in tutti i tempi vegnenti rimane egli e scuotesi, portando essi voi li sguardi nelle private pittate sue immagini, che non son poche in casa appo i suoi congionti, nelle marche de’ marmi pubblici, nelle medaglie di sua persona e ne’ rami de’ torchij.

Vive chiaro e immortal ne’ scritti sui e molto più vi lenisce alfine il pianto la trionfante pompa del mausoleo che qui a voi per pochi passi si fa d’avanti in questa istessa gusmana real basilica, unita all’altra della prima moneta che vi si offre a mano, fusa in Palermo sul 1754 in argento e rame in di lui onor singolare e in prezioso monumento del suo gran nome, col busto di esso all’esergo e ‘l motto al rovescio del Non habuit virtus pignus amabilius. Motto questo poi finalmente che chiaramente già prima da me intuonasi nel primo capo della presente laude per motto principe dell’argomento, ora io ripeto pe ‘l punto postremo dell’orazione, alla quale, non senza lagrime più io di voi, scandagliando il fondo del merito del mio difonto, perchè quasi sempre statovi a lato in spiritual parentela, e contro mia voglia, devo dar termine.

Ho detto.

III

DELL’ULTIMA VOLONTÀ E DISPOSIZIONE

TESTAMENTARIA FATTA DA FRANCESCO M. EMANUELE,

CONTE MARCHESE DI VILLABIANCA,

NELLO STATO DA LUI TENUTO DI SANA MENTE,

CON FEDECOMMESSO INSTITUTOVI PRIMOGENIALE

AGNATIZIO E DI ERUDIZIONI ORNATA

LETTERARIE, MORALI, NOBILI E LEGALI,

OPUSCOLO DI ESSO STESSO VILLABIANCA,

TESTATORE, AUTORE E SCRIBENTE DEL MEDESIMO

AVVISO A CHI LEGGE

Non fa alla bisogna di questo opuscolo di testamento Emmanuele Villabianca la ordinaria avvisoria prefazione, della quale si fan dovere per sè le opere in generale letterarie. N’è di ciò la ragione perchè dall’autore, ch’è lo stesso Villabianca, senatore, nelle tavole sue testamentarie largamente si dà la retta dell’opera e si premette l’istituzione della legge che dee piantarsi sul corpo del suo retaggio, onde il replicar parole su questo punto esser lo stesso che recar noja a’ leggitori e farsi cosa supervacanea senza cavarsi unqua di buono. Omne supervacaneum lectori tedia tendit. Purnondimeno, su questo capo, pensandovi io appresso maturamente, non sembrami incoerente cosa lo sbilanciarmi in commentario nelle seguenti erudizioni e adorni spettanti a testamento.

È di certo, per altro, che, apportandosi le note scientifiche per testamenti, non solo si fa del male, anzi del bene, che posson giovare nelle umane qualsiasi vicende.

La voce di testamento primieramente è formata dal latino testamentum, che i leggitori sogliono far derivare da testatio mentis. E questa va sempre accompagnata dalle voci di nuncupativo e di sollenne testamento. Il nuncupativo dinota un’ultima volontà o testamento fatto verbalmente di viva voce e non messo in scritto che dal solo tabellione da cui si tramanda al pubblico. Il sollenne è il testamento che deve essere attestato da sette testimonij per la sua autenticità, chiuso con sigilli, e vi parla il testatore in persona prima, ordinando al notaro il ridurlo agl’atti, onde può dirsi per queste cose parimente testamento chiuso.

Ramo del testamento è il codicillo, o sia schedula testamentaria, la quale passa cum effectu per un secondo piccolo testamento per valere di supplemento al di già rogato testamento. Posto ciò, il testamento grande vien paragonato al vascello ed il codicillo al battello legato ad esso.

I codicilli ebbero il primo uso in tempo di Augusto da L. Lennelo. Rajmondo Lullo ha fatto un libro che egli chiama codicillo, nel quale pretende di aver lasciato a’ letterati il segreto della sua pietra filosofale, purchè essi sapessero interpretarlo.

Or questi appunto codicilli testamentarij furono le miniere del Potosì, che diedero monti d’oro all’aboliti Gesuiti (allor dagli storici sono chiamati sedicenti), con che si feron padroni, francamente può dirsi, di una quarta parte della Sicilia. Coll’arti loro di virtuosa apparenza in pietà e divozione, si davano accesso nelle case de’ ricchi e colla frequenza di visite se ne catturavan la grazia e sopratutto finalmente, nell’atto di esser coloro moribondi, la successione di farsi rendere eredi della maggior parte del retaggio, che costar solea di fondi e feudi.

Appo le femine, del tutto credule, si facean il gran colpo e la fortuna davansi cattivandosene le donazioni in virtù di scrittura di codicilli che si facean fare negli estremi di vita dai moribondi che per l’avanti si trovavan testati, sotto le quali mandavano essi coloro di persone semplici in Paradiso. Nelle robbe rusticane, di fatti, quasi tutte de’ Gesuiti vi stavano i ritratti delle dame e donne più facili a cogliersi che n’erano state benefattrici ed aveano lasciate alle Case conventuali di quelli massarie, terreni e predij. Dal che indi (è) nato il proverbio del Santo Ignazio col codicillo.

Della vaglia simile intanto sarà la carta che io, Villabianca, dietro al mio condito testamento penso forse confidare e passare a mani del mio padre spirituale in quel punto allora del terribil fato.

Un testamento non ha effetto se non dopo la morte, ed è sempre revocabile, per la esperienza in prattica che se ne ha di divenire i testamenti soggetti ad inganni, sorprese, ecc., motivo per cui si fu stimato necessario di usare ogni sorta di precauzione per impedire che la volontà del defonto non venisse ad eludersi e che non si abusasse della debolezza delle persone moribonde.

Non poche quindi sono le leggi che a noi insegna il saper legale state prescritte nell’andar de’ tempi riguardo a testamento. Ogni Repubblica, ogni Paese ha le sue proprie peculiari. Applichiamoci però qui solo a’ Greci e Romani, che son gli autori di saggi detti e in ciò maestri da reputarsi su gl’altri tutti i legislatori e su le altre tutte più illustri genti.

Le antiche leggi ateniesi non permisero al cittadino il far testamento. Solone lo accordò, quegli eccettuando che avevano figlioli, come in Plutarco, Vita di Solone, ed al contrario i Romani, pieni dell’idea della paterna podestà, concessero il poter testare anche in pregiudizio de’ figlioli. Presso quindi l’antica Roma si faceano i testamenti alla presenza d’un’assemblea di popoli o almeno di sette testimonij. I sordi, mutoli e prodighi non ammettevansi alla facoltà di far testamento, mentre di ciò ce ne dan raggione le leggi Voconia, Furia, Falcidia, Junia, Velleja, Cornella, Aelia, Sentia e sopratutto il commentatore Ulpiano ne’ suoi Frammenti, tit. 10, paragrafo 2, siccome in tal legge di esclusione cadevano i figlioli di famiglia, con tutto che per essi ne procedesse il permesso del padre.

I parenti del defunto nella Francia eran tenuti fare il testamento che non fece il moribondo, e ciò all’oggetto di dare qualche cosa alla Chiesa per non condannare il morto dell’infamia di dirsi non confesso e privo in conseguenza della comunione eucaristica e della sepoltura, così costando dal signor di Montesquieu nel suo Spirito della legge, lib. 28, cap. 41, t. 3°, f. 16. I militari, trovandosi sopra l’armi nell’esercito, non poteano far testamento, per la mancanza che aveano della presenza dell’assemblea del popolo, ma poi tal lege fu revocata.

Si concepiscono i testamenti in termini imperatrici, perchè il testatore in quell’atto vien considerato investito della potestà legislativa che v’infonde il popolo, così appo Montesquieu, lib. 27, cap. 1, t. 3°, f. 127.

Il testamento che si voglia conder più valido è quello che formasi di propria composizione e dicitura, scritto di proprio pugno e firmatene di proprio carattere di foglio in foglio le carte, e perciò si deve fare testamento in stato di sanità di corpo e serenità di mente e pria d’imprendere qualche faccenda che sia pericolosa d’incorrer morte. Li Romani rigorosamente osservavano tal punto, facendo ognuno il suo testamento pria di viaggiar per mare o pria di andare alla guerra.

Persuaso io, quindi, Villabianca, di tal raggione, avendone eseguito fedelmente il consiglio nel far testamento, che si ha in questo Opuscolo, e che l’ho fatto restando in possesso, la Dio mercè, de’ sentimenti di corpo e della mente, tutto uscito della mia penna, cautelato della mia firma e reso consono a’ miei cordiali voleri, sembrami di aver colto nel segno di tal negozio ed operato da saggio, lungi affatto dal pentirmene, dipartendomi dal comunale degl’uomini che per mancanza di letteratura e di talento hanno bisogno di supplire al tutto la mano di un scriba estero. Mi hanno addottrinato in tal fare, peraltro, parecchi grandi uomini e letterati di primo rango, ed io me ne vanto di seguir l’esempio, quali non spiacermi di qui avvisare, sebben de’ precipui e più illustri tra tutti quanti, pel disimpegno del mio impreso voto.

Ne’ miei volumi di scrittura di casa, titulo Butera, n. 2, f. 285, tengo il testamento che si fece e compose egli stesso tre anni pria di morire, cioè a 21 gennajo 1690, il fu Carlo Maria Caraffa Branciforti Santapau, principe di Butera e della Roccella ecc., magnate in tutto, che seppe farsi del nome glorioso al mondo, aggiungendo alla grandezza de’ suoi natali la scientifica preziosa delle belle lettere. L’uom singolare del signor di Voltaire, Francesco Maria de Arouet, e ch’ebbe il titolo pur d’immortale appo i letterati, fu testatore di questa sorte e ne curò mandare anche in stampa la sua ultima volontà, firmata a Ferney, terricciuola di suo dominio, 8 gennajo 1771, ed appoggiata eseguibile su i ricchi capitali e grossi redditi; edita che fu quest’opera nel 1779, la tengo io, Villabianca, nella mia biblioteca, appo il tomo 107 mie Erudizioni, n. 9. L’abbate Pietro Metastasio trasmise al publico il suo testamento, che si trova dato alla fama de’ torchi nel tomo 3° delle sue opere postume, state stampate dal nostro siciliano conte di Ajala. Al pari ancora di questi capi d’uomini si fece testamentaro pria di morte egli stesso di sua composizione il padre Giorgio Guzzetta, prete dell’Oratorio dell’Olivella in Palermo, ove ancor verdegia il suo nome nelle palme di gloria per la fondazione da lui fattavi del Seminario de’ greci: ciò tanto affermasi nella sua vita.

E tra questi grandi uomini finalmente vi voglio includere il testamento capriccioso, bizzarro, fatto da Giovanni Di Piero, letterato della città di Firenze, che, senza le solite formalità del notaro, testimonij ed altri riti legali dovuti usarsi ne’ testamenti, si prese la libertà di far sua disposizione con succinte parole in rima nel qui sotto sonetto:

Io, Giovanni Di Piero, così testo:

sano già, grazie al Ciel, di corpo e mente,

sciolta l’alma dal corpo immantinente,

lascio al Ciel quella ed alla terra questo.

Il solito tributo manifesto.

Lascio a Santa Maria che alla dolente

moglie si renda il suo, che la corrente

dote alla figlie ed al mio figlio il resto.

S’apran de’ Cappuccini a me le porte;

vestito di lor sacco e senza onori,

solo chiedo suffragio alla mia morte.

Il Senatore e Monsignor Ginori,

Carlo il fratello e Sandra mia consorte

lascio della mia mente esecutori.

Date finalmente queste note letterarie, che dan qualche pregio al mio dire testamentario del presente Opuscolo, non mi resta di dire altro su tanto affare, caro Lettore, che ufficiarti in felicità e lasciarti in Dio.

Morir credea quando sul letto scrisse

suo testamento Villabianca il grande,

nato ei alla gloria: e a lui che a gloria visse

la Dea alla gloria anni novel li spande.

IN MANUS TUAS, DOMINE, EGO NUNC QUO TESTOR ET PRO TUNC QUO MORIOR COMMENDO SPIRITUM MEUM

In nome della divinissima Triade, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, e della immacolata Maria Vergine e Madre, ed ora e poi sempre dia lode a Dio la bocca mia.

Considerando io, Francesco Maria Emanuele, conte marchese di Villabianca, che spiritus meus attenuabitur, dies mei breviabuntur et solum mihi superest sepulchrum, secondo il santo Giobbe, cap. 17, v. 1, essendo all’uomo dovere il morire sempre, mentre linquenda est tellus, secondo anche i gentili scrittori in Orazio, lib. 2, ode 14, et domus et placens uxor neque harum quas colis arborum te praetor invisas cupressus ulla brevem Dominum sequetur, quanti pochi in appresso saranno gli anni che mi avanzano su li correnti di grazia da me menati d’anni 77, e quanto incerta ella sia l’ora della morte ed ignota qual siane la cognizione del male e l’ansamento o sia agonia che sarà per toccarmi in quel punto dell’ultimi respiri col quasi certo pericolo di non esser capace di dar ragione di fatti miei, disponere delle mie cose terrene e molto più delle spirituali che riguardano l’anima; e però mentre la divina misericordia mi sta concedendo stato di trovarmi sano già, grazie al Cielo, di corpo e mente, voglio far testamento per non morire intestato, locchè è d’ingiuria al culto uomo, e che per esso, previa sempre la revoca e cancellazione di qualunque siasi altro testamento che per l’avanti mi trovo avere io condito per l’atti di publico notaro come se mai fosse stato fatto, e a cui solo dee darsi retta come ad ultimo testamento, far palese e dichiarare la mia volontà e sentimenti a tutti, e più d’ogn’altro a chi conviene ascoltarli per la parte d’interesse che va a toccargli su i beni della lasciatavi mia eredità.

Ho stimato quindi da saggio produrre questo mio estremo fatale voto, dettato interamente e a bella posta di mia composizione, senza avervi fatto mettere mano a chicchesia de’ scribi e tabellioni, l’opera de’ quali ordinariamente suol darsi infetta di note di errori, di anfibologie e di equivoci, che sono invero di gran pericolo appo gli eredi. E di fatti questo testamento, comecchè parto tutto formato dalla mia penna, l’ho firmato tutto per la maggior sua validità di mia propria mano e carattere tanto in calce che di pagina in pagina, della quale s’è fatta copia dell’originali, e renderlo publico fin da oggi innanti nelle tavole di not. Francesco Paolo Tesauro di questa città di Palermo.

E vi è di più, che ho procurato rendere publico lo stesso mio testamento con incardinarlo al tomo 37 de’ miei Opuscoli letterarij manoscritti palermitani, che per sè terrà un giorno la nostra Biblioteca senatoria, alla quale, come sotto vedremo, ho fatto donazione delle mie dette opere.

Testando così io, intanto, Francesco Maria Emanuele.

Lasciar sento primieramente e donar la mia anima, ch’è più nobile del corpo, a quel Sommo Fattore che l’ha creato e redento col suo preziosissimo sangue, supplicandolo colla somma riverenza ed umiltà che possa avere di lei misericordia, dicendo con Cristo: In manus tuas commendo spiritum meum, degnandosi di non riguardare la moltitudine e gravezza de’ miei peccati, ma bensì l’amore portato agli uomini, fra i quali ho luogo io misero, che lo fece scendere dal cielo in terra per redimerci, liberandoci dagli artigli di Satana.

Supplico poi similmente la Regina del Cielo, Maria sempre vergine ed immacolata, protettrice degli agonizzanti e mia particolare ed unica avvocata dopo Gesù, patrona e protettrice (unica spes mea Jesus et post Jesum Virgo Maria), a degnarsi, come rifugio de’ peccatori e consolatrice degli afflitti, intercedere per me, vil peccatore, acciocchè l’onnipotente Dio delle misericordie voglia metter da parte il rigore che vi deve usare per la sua giustizia, aver pietà delle mie lagrime e così perdonarmi generalmente i peccati, de’ quali mi pento e dolgomi con tutto il cuore, da primo sino all’ultimo, da me commessi, cioè da quando ebbi lume di ragione sino al postremo, in tutto il corso del mio umano vivere per avere offeso il sommo bene e la bontà d’un Dio che meritava essere da me servito ed amato per tutti i capi e doveri, osservando i suoi santi precetti e non offenderlo come ho fatto vilmente finora.

Pentito io quindi e ravveduto veramente in tal modo da questi errori, prometto con proposito fermo di non offendere più altra volta e mai e giammai quell’adorabile Maestà del cielo e della terra, dicendo potius mori quam foedari, e dichiarando ancora su lo stesso sentimento che, nel caso io mi trovassi in quel punto fatale terribilmente ancora macchiato di qualche peccato, che Dio non voglia, intendo pel presente mio scritto confessarmelo come vorrei a’ sacerdoti, e non posso fare per la gravezza del male. Fiat poi in tutto il resto voluntas Dei, perchè non posso dubitare della sua misericordia, avendomi rimesso interamente nelle sue mani.

Item supplico il glorioso patriarca S. Giuseppe, protettore etiam degli agonizanti, a S. Francesco d’Assisi, di cui porto il nome, S. Benedetto, S. Rosalia e a tutti i Santi in una voce della corte celestiale, che vogliano medianti i lor meriti ad impetrarmi dal misericordioso Dio la remissione delle colpe e pene meritate dai miei peccati, di come gli ho pregato finora.

Supplico parimente il mio Angelo santo custode ad ajutarmi nel poco resta di mia vita come nel punto di morte, acciò io viva e muoja da vero cristiano fedele, e difendermi d’ogni tentazione, e massime diaboliche.

Priego così similmente S. Michele arcangelo, principe della celeste milizia, a rendermi vittorioso nel combattimento che il mondo, demonio e carne mi faranno in quel punto estremo, acciocchè l’anima possa sfugir per grazia l’eternità delle pene infernali che meritano li miei peccati, e poi quando Dio vorrà sii ammesso per grazia nell’eterna gloria, il che Dio voglia concedermi per sua bontà e misericordia.

Posto che, passo a dichiarare come qual’ora il più crudele nemico dell’uomo, qual’è il demonio, tentasse opporsi a quelle mie suppliche e risolti voti d’essere stato io sempre fin da che nacqui in questa valle di pianti ed intender vissuto avere e sperar di morire, finchè avrò spirito, da cristiano e cultore della fede cattolica di Gesù Cristo nostro Signore, credendo fermamente tutto quel tanto va compreso nel Credo, ed ordina, vuole e comanda la Santa Chiesa cattolica ed apostolica romana, essendo io prontissimo per questa fede spargere tutto il mio sangue sino all’ultima goccia, o se, che Dio no ‘l permetta, per le insidie e diaboliche illusioni o per delirij di spirito dicessi e facessi cosa in contrario, traviando dal tuto sentier prevaricato dalle insidie dell’infernal serpente, cioè con scapparmi per disgrazia dalla bocca qualche scandalosa parola secondante le nere dottrine ereticali de’ libertini illuminati de’ nostri tempi per far corte ai francesi nemici di Santa Chiesa or dichiarati con farne anche i lettori publici, mi protesto e dichiaro di non aderirvi pel minimo capo e disdirmi in tutto e per tutto, giacchè di tal fare ne sarà la molla sicuramente della scemazion della mente che mi reca il male e de’ moti soltanto naturali della parte animale immessa in vanegiamenti e deliri lungi dal bello della ragione e del consiglio e scevro affatto, ch’è il più che importa, di atto di consenso nella volontà, che è stata salda e sempre fedele ne’ sensi di ratificare quanto ho votato ed osservarne la continuazione costantemente, coll’ajuto di Dio, sino all’ultimo anelito della mia bocca, dicendo l’ultimo addio a tutte le cose, santa perseveranza dunque imploro dal Signor de’ Cieli e dico amen.

SEPOLTURA

Andiamo ora alla tomba che debbo per me sciegliere in racchiudere le ceneri della mia morta salma.

Non so il luogo in verità opportuno in cui sarò per morire, perchè tal punto è riserbato a Dio. Pensando su ciò però ad hominem, voglio che, toccandomi la fatal sciagura nella città di Palermo, mia patria, sia seppellito il mio cadavere nel real tempio di S. Domenico e nella cappella mia gentilizia del titolo di S. Rosalia, preferendola all’antichissime due professate dai miei arcavoli, esistenti l’una nella chiesa conventuale di carmelitani di S. Nicolò li Bologni e nella cappella di S. Maria di tutte le grazie e nell’altra pur conventuale di francescani del terzo ordine, del titolo dell’Annunziata della Zisa e nella cappella della Concezione, come che essere detta cappella di S. Domenico un acquisto novello fatto da me testatore all’oggetto di non scostarmi per poco, nè pur difonto, dal patrocinio potentissimo della Gran Vergine Madre, che lungamente in tutto il corso di mia vita non ho lasciato di venerare ed adorare con particolare divozione sotto il titolo del SS. Rosario nella grand’ara sua particolare della real basilica, pregandola sempre col più intimo del cuore a farmi fare partecipe della beata visione del divin Figliolo, col dirle: Fac Regina tuum coelo me visere natum quod Deus imperio tu prece Virgo potes.

Volendo però il Signore che io morissi forse in altre città del Regno, secondo i casi ed accidenti che non so io, e può esser di ciò sortire nelle città di Trapani e di Marsala per gli interessi che ho nelle due città, o sia per gli attacchi di parentela tenuti nelle medesime, come sono de’ marchesi di Torralta e signori titolati di baronie Emanuele, cadetti tutti della mia Casa in famiglia, voglio essere perciò sepolto, se sarà in Trapani, nel tempio di S. Domenico e nella cappella del SS. Crocifisso opure nel convento di S. Francesco, se sarà in Marsala, e nel cappellone della chiesa proprio di mia famiglia Emanuele, andando così a trovare le ossa de’ miei lontani progenitori, sepolti nelle dette due cappelle ed ove finora stanno de’ mausolei marmorei iscrizioni e lapidi sepolcrali di antiquata nobiltà.

Parecchi Emanueli di mia famiglia, regnicoli di Trapani, trovandosi in questa capitale in cui del loro essere mortale ebbero a fare l’ultima partita, sepolti veggonsi nella cappella Emanuele delli Bologni, volendo la reciprocanza di sepoltura in famiglia, e che ora benissimo va ad unirsi al pensare che per questo articolo ho disegnato.

Per conto poi de’ funerali da prestarsi al cadavere, ne lascio la disposizione in tutto e per tutto al mio erede e colla più libera in essi volontà di pensare, mentre io, già trapassato ed esposto exanime nella mia estinta spoglia, non ne posso goder la minima pompa, ma che, avendone tenuta la veduta in vita, non mi curo affatto delli medesimi, in qual forma e modo forse si facessero.

Le mie opere letterarie edite ed inedite, in numero che mi han reso caro alla Patria ed al Regno tutto, me ne han fatto godere l’onore in vita e poi questo gionto per me a tal segno che si sono invogliati parecchi valenti letterati spontaneamente da loro stessi a farmene preventivamente la onoranza con compostevi orazioni funebri, accompagnate a quelle eziandio che io istesso ora testatore per l’avanti trovavami fatte per la mia persona, stimandomi eglino per bontà loro l’onor di mia Casa e facendomi buono il distico che in essi parti onorifici di lettere si trova inserto, cioè:

Lancea Conradis gaudet Moncata Vilelmus

pro Emmanuel vero gloria dicar ego.

Del ciò fare però non si sdegni nessuno nell’udir la jattanza, mentre altri ed altri uomini chiarissimi per le loro virtudi al mondo in armi e in lettere, che non han che fare col mio umil talento, essendo il loro veramente inclito e superbo, han pratticato e datosi lo stesso vanto pel loro vantagio, cioè di fare avanti alla fama il nome e ‘l personale, qualunque siasi il merito di loro stessi, in vita congiungere, al punto eziandio di scriversi essi stessi la storia delle proprie cose.

Con queste opere si son creduti sì fatti capi uomini di recare abbastanza coronazione per punto di nobiltà ai posteri, e si son lusingati finalmente con queste pompe asciugare in qualche maniera i sudori della lor fronte e rendere contenta in parte la troppo faticata mano che quelle scrisse. Alla povera umanità e a quella per altro dotata di buona intenzione dee permettersi qualche sorte di sfogo e di sodisfazione nel vaghegiar se stessa e compiacersi delle sue proprie in virtù qualità personali.

Sulla guida, io, quindi, Villabianca, di così valenti degni scribenti migliori di me regolando i miei pratticati fatti sulle addotte cure, sento di non aver fatto male e non tanto facile restar trafitto coll’imitarli dalle punture degli Aristarchi ed emoli col velenoso lor dente critico.

CAPO DEL TESTAMENTO

E perchè il capo ed origine d’ogni testamento è l’instituzione dell’erede universale, intanto io, sudetto testatore di Villabianca, in e sopra tutti i miei beni mobili, stabili, urbani e rusticani, allodiali e burgensatici, rendite, frutti, introiti e proventi, nomi di debitori, azioni, pretenzioni, successioni, cause, domande, legati ed altri universi e singoli beni che a me si devono per ogni dritto e nome, e sopratutto su quei molti beni che mi furono lasciati e donati, scevri affatto di legami di fidecommesso e con titolo della mia larga libertà, componenti oggi il più grosso e pieno delle mie libere sostanze, dall’olim eccellentissimi signori miei genitori Benedetto Emanuele Vanni e di Bologna Termine Suarez, marchese di Villabianca, signore del castello di Mazzara, patrizio antico palermitano, capitano una volta giustiziere di Palermo, e Cassandra marchesa Gaetani, nata dama dall’illustre famiglia Gaetani e delle magnatizie insieme prosapie degli Agliati, Lucchesi e Palagonia-Camastra, in virtù de’ loro testamenti fatti dai miei medesimi, sì per diritti di legitime dovutigli sopra gli aviti lor cespiti, redditi e fondi o per altro qualsivoglia dritto di retagio a lor spettante, e sopra tutto finalmente l’integro ed indiscriminato mio patrimonio di libera mia pertinenza, e questa eziandio che fosse vincolata, perchè sopra la quale mi si devono ragionare le detrazioni delle legitime e tutt’altro che voglion le leggi, per questo articolo, omnia includendo et nihil excludendo, instituisco, faccio, creo e di mia propria bocca e volontà ho nominato e nomino in mio erede universale il conte D. Benedetto Emanuele e Vanni, mio dilettissimo figlio, nato e procreato da me sudetto testatore e dalla vivente Zenobia Emanuele e Vanni Zappino, nata dama di casa Vanni e del ramo principe di essa famiglia, come furono li marchesi di Roccabianca e fedecommissarij legati del famoso nobilissimo legato Vanni, mia dilettissima moglie, salvi però i legati e disposizioni infrascritti, che voglio osservati di uno in uno ad unquam senza la minima alterazione, giusta la forma e maniera che qui seguendo mi dò a prescrivere.

Voglio quindi io, testatore, ordino e comando che detto ill. D. Benedetto, mio erede universale, e tutti gli altri chiamati e sostituti nel presente mio testamento de’ sudetti miei beni ereditarij ne siano meri e semplici usufruttuarij durante la lor e d’ognuno di loro vita e che doppo la morte di esso ill. D. Benedetto succeda ne’ medesimi e sia suo erede universale l’ill. D. Francesco Emanuele e Vanni, suo primogenito, e li suoi figli, nepoti e pronepoti, posteri e discendenti mascoli legitimi e naturali e procreati da legitimo matrimonio ordine successivo, in gradocchè il primogenito sia sempre preferito al secondo, il secondo al terzo e così successivamente in infinito ed in perpetuo, ad esclusione però dei naturali eziandio legitimati per subsequens matrimonium o per rescriptum Principis o in altra qualsiasi forma delli monachi e preti, e delle femine eziandio maritate con un fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum, ed, estinta affatto la linea e descendenza mascolina di detto ill. D. Francesco, voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditarij succeda e sia erede universale il figlio secondogenito di detto ill. D. Benedetto, che presentemente non tiene e che forse in appresso lo avrà nel corso di sua vita, e li di lui figli, nepoti e pronepoti, posteri e discendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, ordine successivo come sopra, coll’istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum e colla stessa esclusione delle persone di sopra accennate, ed, estinta affatto la linea mascolina di detto secondogenito, voglio, ordino e comando che in detti suoi beni ereditarij succedano e siano eredi universali il terzo, quarto ed ultrogeniti mascoli di detto ill. D. Benedetto, semprecchè gliene verranno col tempo, e li loro figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, ordine successivo, coll’istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum, e così il quarto ed ultrogeniti, l’uno cioè estinta totalmente la linea mascolina dell’altro, cioè il quartogenito estinta totalmente la linea mascolina del terzo, il quinto estinta totalmente la linea mascolina del quarto, e così successivamente coll’ordine di sopra, coll’istessa esclusione delle persone di sopra nominate, e così debba osservarsi sino alla totale estinzione della descendenza mascolina di detto ill. D. Benedetto Emanuele, erede universale come sopra instituto.

Quale descendenza mascolina affatto estinta, voglio, ordino e comando io, al solito, testatore, che in detti miei beni ereditarij succeda e sia mio erede universale il mascolo primogenito della figlia primogenita dell’ultimo mascolo in cui si estinguerà l’agnazione e descendenza mascolina di detto ill. D. Benedetto e di suoi figli, nipoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, ordine successivo come sopra, e coll’istesso fedecommesso mascolino e clausola juris francorum e coll’istessa esclusione delle persone di sopra nominate, ed, estinta affatto la linea mascolina di detto primogenito, voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditarij succedano il secondo, terzo, quarto ed ultrogeniti legitimi e naturali di detta figlia primogenita dell’ultimo agnato, il secondo cioè estinta la linea del primo, il terzo estinta la linea del secondo, et sic successive, e i loro figli, nepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali nati e procreati da legitimo matrimonio ordine successivo come sopra, coll’istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum e colla stessa esclusione delle persone di sopra nominate, e così, estinta affatto la descendenza mascolina di detta primogenita, voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditarij succedano e debbano succedere e siano miei eredi universali li figli primogeniti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, della seconda, terza, quarta ed ultragenita di detto ultimo agnato e li loro figli, nepoti, pronepoti posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, li mascoli cioè della seconda estinti li mascoli della prima, li mascoli della terza estinti li mascoli della seconda et sic successive, coll’istesso fedecommesso primogeniale mascolino e clausola juris francorum e colla stessa esclusione delle persone di sopra nominate, cioè in primo luogo li figli della primogenita e li loro figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli, quali estinti succedano li figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali come sopra della seconda et sic successive quelli della terza, quarta ed ultrogenite nell’istesso modo e forma prescritte nella descendenza delli mascoli delle figlie dell’ultimo agnato, e così debba pratticarsi in ogni estinzione di linee sino alla totale estinzione delli mascoli della descendenza feminina di detto ill. D. Benedetto.

Ed estinti affatto li mascoli delle femine della descendenza di detto ill. D. Benedetto e restando figlie femine o innutte overo in età da non potere generare legitime e naturali come sopra dell’ultimo maschio, voglio, ordino e comando che le sudette figlie femine succedano ugualmente in detti miei beni ereditarij, de’ quali ne siano mere e semplici usufruttuarie sino a tanto che delle innutte non nascerà alcun mascolo, quale nato, voglio, ordino e comando che succeda in qualità di erede universale in detti miei beni ereditarij, de’ quali sia mero e semplice usufruttuario come sopra, e dopo la di lui morte succedano li di lui figli, nipoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, coll’istesso fedecommesso primogeniale mascolino, colla clausola juris francorum, colla stessa esclusione delle persone di sopra nominate, ed, estinti affatto li maschi e femine della descendenza di detto ill. D. Benedetto, voglio, ordino e comando che li frutti della mia eredità si debbano ripartire alli preti, monaci e monache che forse vi saranno della descendenza di detto mio erede universale e che la porzione di colui o di colei che morirà si debba ugualmente ripartire alli superstiti e nella proprietà di essi succeda e sia erede universale l’agnato prossimiore legitimo e naturale, nato e procreato da legitimo matrimonio della famiglia Emanuele, e che doppo la morte di detti preti, monaci e monache, l’usufrutto di detti miei beni ereditarij ne sia e debba essere mero e semplice usufruttuario sua vita durante, e che dopo la di lui morte in detti beni ereditarij succedano e siano eredi universali li di lui figli, nepoti, pronepoti, posteri e descendenti mascoli legitimi e naturali, nati e procreati da legitimo matrimonio, che abbiano la qualità dell’agnazione ed il cognome della famiglia Emanuele, con un fedecommesso primogeniale mascolino agnatizio saltuario, colla totale esclusione delle femine e maschi di femine, ordine successivo ad mentem juris.

Voglio inoltre, ordino e comando, io, come sopra testatore, che ogni qualvolta si estinguerà qualche linea dei chiamati e sostituti nel presente mio testamento e li suoi beni passeranno in altra linea, in tal caso il sostituto che succederà alla linea estinta debba pagare alle figlie femine dell’ultimo maschio della linea estinta onze duecento per ognuna in augumento di loro doti nuziali o monastiche, senza che possa detrarle dal fedecommesso, poicchè io testatore con questa condizione intendo devenire alle sostituzioni sudette, quali somme debba pagare colla metà de’ frutti di sudetta eredità, restando libera per tal sostituto l’altra mettà.

E se mai le sudette femine non cureranno esigere le sudette somme del sudetto capo di linea, non possano agire per l’attrassi contro li beni ereditarij di esso testatore pervenuti all’immediato successore, ma possano soltanto agire sopra li beni di detto capo di linee lor debitore infra la mettà de’ frutti dal testatore destinata a pagare le sudette somme da detto debitore percette.

E volendo io finalmente che li miei beni ereditarij, dedotta la legitima spettante a detto mio erede universale, si conservino integri ed intatti nella mia eredità, perciò proibisco a detto mio erede universale la detrazione della tabellionica e proibisco non meno a lui che a tutti li sostituti in detta mia eredità qualsiasi alienazione ed ipoteca de’ miei beni ereditarij ed alli collaterali, chiamati e sostituti in questo mio testamento proibisco l’alienazione ed ipotega di sudetti miei beni ereditarij eziandio per causa di costituzione e restituzione di dote o per qualsiasi altra causa de jure privilegiata e privilegiatissima.

LIBRERIA DI CASA

Fra’ quali beni, pur sia d’avviso, di libera mia pertinenza come sopra combinatamente esposti e legati a fidecommesso primogeniale, la miglior porzione in verità che dee considerarsi in essi e ‘l mobile insieme più prezioso sarà quello sicuramente della nobile biblioteca che tengo dentro due camere mediane di casa, e ch’è l’acquisto più caro che da me s’è fatto in tutto il corso del mio uman vivere fìn dagl’anni più verdi dell’età mia sino a’ correnti secchi e giallicci, folta di più di due mila libri, tutti figli del ben sapere in tutte quasi le facoltà scientifiche e sopratutto in quelle della storia patria palermitana sicola, in cui è stata la mia passion dominante e per cui mi porto il vanto di quasi averne toccato il punto finale, in numero cioè a cattarmene l’ammassamento, compito in tutto e per tutto, giusta i miei voti, di scelte opere correnti sia in stampa che scritte a mano, con lusingarmi di non essermene dato in fallo la minima di esse finor che fosse.

Nel ruolo indi de’ manuscritti ve ne sono de’ miei qualunqui siansi particolari caminanti fin’ora in 22 libri, enunciati li medesimi sotto diversi titoli nel catalogo stampato de’ miei parti letterarij, che son separati e non han che fare con quei dell’opere primarie, sento donare nel presente consiglio estremo alla Libreria Senatoria di questa mia patria Palermo, come in appresso sono per dire, mentre essi libri particolari sono stati e sono per altro li padri di tutte le opere scientifiche sì edite che manuscritti che in vita mia ho fattigate e prodotte, contenendo parte di essi la tanto disiata continuazione storica della mia Sicilia nobile.

Vi sono armate per questa storia nostra nazionale quattro separate scanzie e aperti scrigni e all’intorno a tai libri dalla parte di sotto vi stan posati cento e tanti volumi di filza in foglio, arrivati finora, nel 1797 in cui sto scrivendo, al novero di 108, tutti quanti essi componenti miscellanei ed interessanti libri di varia erudizione e di notizie per lo più appartenenti all’amata mia patria Palermo, ne’ quali per maggior lor lustro non mancano de’ preziosi manuscritti lasciatici da grandi autori e letterati di nome.

Ne computo io il prezzo, secondo lo stato presente, presso alli tre mila scudi di nostra moneta, e per ciò merita sì fatta biblioteca il religioso per sè legame di primogeniale agnatizia legge ordinato di sopra, con maggior rigore questo da osservarsi sempre mai sempre sopra d’ogn’altro mio acquisto di feudi, titoli e robba di libera mia considerazione, quanto che ne sia tal vincolo un fido amante ad hominem nella ruota de’ secoli, e più che sveglio perpetuo custode, mentre è cosa quasi certa per noi di sorta un giorno che dopo il mio fato a me prossimo di dire: Et cum discedam sine me liber ibit in ignem.

E chi mai forse rivocar possa in dubbio d’essere i libri in generale gli ornamenti più insigni e pegni sacrosanti che per sè desiderar si possa da una nobile e magnatizia famiglia in patria? giacchè, oltre l’illustrarne viepiù le glorie e le avite dignità, son l’istrumenti di conservarne i beni e a guisa di antemurali stare essi al fuoco e a pie’ fermo attendere le spade degli avversari e de’ seguaci de’ vizi, venendo con ciò a prestarle le inestimabili onorificenze della virtù colla professione di cristiani esemplari costumi.

Debbono stimarsi in sostanza dall’uomo i libri per le cose più care di sua persona ed amarsi intensamente così da lui che si arrivi fin anche al grado di farli alternare in affetto coi proprij figli.

Con ragione dunque, nelle due basi marmoree coronate de’ stemmi di mia famiglia Emanuele, stanti nella mia domestica biblioteca, surgonvi saggiamente incise le seguenti leggende: Familiae Deus in una et tutamen, ed excolendo monet nell’altra Franciscus marchio de Emanuele, leggendosi al tempo istesso nell’arco della porta della libreria medesima, ma più tosto nella stanza superiore che serba il volumoso archivio di scritture di casa appresso ad essa letteraria stanza, il qui latino seguente distico, che vale non solo stimolo a noi e a’ posteri ad averne la cura, ma anche ad intendersi di briga di farne di giorno in giorno l’accrescimento:

Crescite libri in nobis sed mage crescite fundi.

Venite et cunctis tradimus hospitium.

UTILITÀ DEL FEDECOMMESSO PRIMOGENIALE

Ho stimato intanto, io testatore, sottoporre tutti quanti i miei beni, qualunqui siansi, di libera mia pertinenza, come stanno sopra espressati e combinati, a duri vincoli, sebben salutari, per queste carte di fedecommesso, e volendo legitimare su ciò il mio adottato consiglio per dubitare di non incontrare forse nel bel segno dell’opinione de’ savi, mi conviene addirittura far qui parola per poco de’ fedecommessi in generale su i beni lasciati in retagio, provandone l’origine, tocchi di storia e finalmente li più solidi di essi fatti stabilmente appo le nazioni del mondo passare tosto all’esame di vedere di quali sieno li più utili fedecommessi e degni a proporsi e risolversi dai testatori.

Fu pensata primieramente dall’uomo l’istituzione de’ fedecommessi per pabolo invero di sua superbia e darsi pompa di vanità, lusingandosi di sussistere già trapassato da questa terra e fare il padrone dopo il suo fato nella persona nonchè del figlio o siasi di altro consanguineo lasciato erede e fattolo capo di sua discendenza quanto nella vita sostanzialmente de’ beni che ei dimetteva. Se sia ben fatto sì o no questo consulto, salutare o dannevole, operoso di bene o di male, lo vedremo fra brieve coi seguenti detti politici e saggi riflessi.

Li fedecommessi fanno del male, stante essere egline le vere cause e le molle più agenti moventi liti, delle quali vien turbata la pace della Republica, e fan del bene perchè pe’ medesimi, che conservadori sono de’ beni, si riconosce il bello delle famiglie civiche qualunqui siansi che per l’onestà che professano e nobiltà di pensare messa in opera a pro de’ prossimi stimate vengono le decorazioni del popolo e di un Paese.

Ciò però dee sentirsi precipue pel favore del nostro assonto della sorte de’ fedecommessi delle primogeniture imperanti nelle famiglie, mentre il capo di casa ed eredi fattisi primogeniali agevol prestansi la maniera di accrescere di tempo in tempo lor patrimonio e farsi merito colle ricchezze giunte in lor possa, prendendole dal primogenio asse di adottarsi maritaggi assai denarosi e sommamente poi quei magnatizi che arrivano a fare con dame eredere dell’istesso lor rango e di maggioranza inclite e superbe.

È verità che tai fedecommessi di primogeniti si senton con doglia dai cadetti di casa, che sono i secondi della classe de’ figli del testatore, e sopratutto poi dalle femine, che affatto affatto escluse ne vengono, ma questi poi, facendosi i rami di un poderoso tronco, qual’è il maggior lor fratello, che essendo tumido di succhio spirituale ne può diffondere in abbondanza a’ rami che sono di colui germani, onde questi divenendo in tal modo più alimentati e meno robusti, si fan degno germoglio del loro stipite fratello e principe. Le leggi di molti re favoriscono il dritto, e ‘l capo di lor casato non può fare a meno di comunicarne di giustizia la cosa in rapporto allo stato maggiore e minor di ricchezze che da lui sostienesi.

Le primogeniture per altro a principio sui fior dai primi tempi dell’orto del mondo hanno incontrato benissimo e con non poca grazia accettazione appo le leggi divine e umane. I santi patriarchi della prima legge lor dieron retta e osservanza, e così dalle culte fatte quasi nazioni che alle giudaiche son venute appresso sono state seguite e lungamente accolte.

Anzi, si parva licet componere magnis, il fatto istesso delle private famiglie in tai legami di primogeniture è stato sempre, ed or più che mai viene osservato colla più minuta gelosia dai regnanti nelle successioni di lor dominij, e perciò su questo punto dice il Cornazzi nella sua Morale de’ prencipi e in quella di Cesare Adriano, appo me, f. 167, come esserne stati gli autori essi sovrani, permettendone e sollevandone una sì fatta vanità ne’ privati, perchè approvino questi privati nè paja loro strano il fedecommesso, ch’è necessario a’ prencipi di regnar fra gli uomini. Locchè non piace sentire a’ francesi, che anzi ne voglion la total rovina e annientamento, come in parte a forza di guerra è a loro riuscito finora ne’ nostri tempi.

Tutto al contrario però va a darsi questo fenomeno nelle leggi de’ fedecommessi regolari, mentre, volendo questi ugual trattamento tra i figli in generale e delli pur due sessi, senza la minima detrazione e falcidia, con che dovendosi tagliar in parti uguali li beni ereditarij e di generazione in generazione dividendosi per necessità colle gradate minorazioni che vi si fanno, vanno a ridursi in porzioni tenuissime e finalmente in tanti èsimi, che si rendono indivisibili. Ed ecco da ciò provenir la disgrazia che va a deplorarsi nelle famiglie di regolar retaggio, che, divenute perciò assai miserabili, condannate alla fine veggonsi pella bisogna di vivere a chinar il collo sotto il duro giogo di servitù ed obedire a taluni che per gradi di nascita e di talento personale se ne possono appellar signore.

A vista di che, cumulando io seriamente sull’articolo di questo fare tutti quanti questi riflessi nella filza de’ miei pensieri, sembrami bene d’aver pensato molto da saggio su tale capo, cioè d’instituire primogenitura nel retaggio de’ miei liberi, come cosa la più giovevole e decorosa fedecommessata allo spirito delle leggi, aggiungendole alle avite primogeniture di mia famiglia, onde da lei si procacciasse il maggior lustro che le conviene, tenendo ella luogo non ultimo tra le famiglie patrizie nobili palermitane.

EREDE PRIMOGENITO

Circa poi al punto da me sopra stato disposto di erede di promogenij, passando io al secondo capo di questa digressione da me dettata in assonto nella persona di mio figlio, conte Benedetto Emanuele, commendato ed instituto erede nell’avanti dire, l’ho fatto, io dico, con troppa ragione e con più che matura riflessione, addotto dalla forza di dovere e rispettoso ufficio che mi astrinse a ciò fare, considerandone il sangue e ‘l merito. I di lui natali lo costituiscono unigenito maschio di mia famiglia, e perciò a lui spettare de jure la primogenitura de’ suoi antichi. È molto grande poi il merito suo personale, che l’ha fatto costare nella virtuosa carriera da lui tenuta nel regime della sua casa in rapporto alla moglie e figli e poi sopratutto alla mia persona di padre, sottomettendo ciecamente sua volontà alla mia, come esemplare cultore de’ precetti di Dio. E così per tutt’altro seguendo egli la degna traccia de’ gloriosi suoi avoli in tutti i capi di ben vivere, a tenore delle divine leggi, e anche di quelle dell’onesto mondo, giustamente s’è meritato il cordiale mio amor paterno e la mia somma più sincera stima.

L’ho benedetto quindi incessantemente sempre e mai sempre da capo a’ piedi in Dio, e benedirlo anzi di più colla stessa santa benedizione che il patriarca Isacco si compiacque dare al gran patriarca Giacobbe, suo figliolo, siccome la stessa uguale benedizione sento impartirli che io felicemente ebbi a sortire dalla benedetta mano del sant’uomo del mio genitore un’ora pria di spirare, moribondo giacente a letto.

Dice il sacro testo Genesis, cap. 27, vv. 27 e 28: Accessit Jacob et Jsaac osculatus est, col dire: Accede ad me et da mihi osculum, fili mi. Statimque inde ut sensit vestimentarum illius fragrantiam, benedicens ille, ait: Ecce odor filii mei, sicut odor agri pleni cui benedixit Dominus. Det tibi Deus de rore et de pinguedine terrae abundantiam frumenti et vini. Esto Dominus fratruum tuorum, ch’è la primogenitura instituitavi dal santo patriarca, e quel che siegue.

Posto ciò tanto, imaginandomi da aver qui presente detto mio erede e colla stessa positura tenutavi qual’altro Isacco, a lui rivolgomi e gli fo sentire li qui appresso detti di amor di padre.

Seguitate, dunque, gli dico, mio caro figlio e prezioso pegno, a star più che forte su i saggi sentimenti che avete portato finora al mondo pe ‘l vostro vantagio e l’onor del cognome, mentre così facendo vi serberete non solo il pingue retagio che a voi commendo per la durata in casa, anzicchè spero che me lo impinguerete con novelli acquisti, al pari che fe’ Giacobbe ed il principe con esso guelfo in prosapia estenze portato dal Tasso nella sua Gerusalemme liberata, canto I, stanza 42:

A questi due retaggi ora paterni

acquisti ei giunse gloriosi e grandi.

Fate conto finalmente, figlio mio dilettissimo, di questa paterna benedizione d’Isacco, che vi ho fatto nel Signore in questa mia solenne volontà estrema, perchè, da simile benedizione da me ricevuta facendomi capo di Casa dal dotto e santo mio genitore, io riconosco quel tanto di bene che il Dio di Abramo per sua misericordia in questa valle di pianti s’è compiaciuto comunicarmi, ad onta delle offese che la mia misera umanità, resa peccatrice con somma ingratitudine contro la di Lui infinita maestà, s’è fatta ardimentosa di commettere.

ZENOBIA VANNI, MOGLIE

Dichiaro inoltre, io testatore, avere esatto e conseguito dalla marchesa Zenobia Vanni e Zappino, mentovata di sopra, mia consorte, le onze 5600 del legato di Raffaele Vanni, donatomi nel contratto matrimoniale stipulato agli atti di not. Antonio Giuseppe Bruno di Palermo sotto li 31 ottobre 1743, soltanto però di netto da me assecuto in onze 5488, chè onze 105. 5. 3 bisognarono spendersi per li dritti di provisione del consultore, razionali ed officiali tutti altri minuti dell’Opera di Navarro, che dovea pagare detto legato come fidecommissaria del detto Raffaele di Vanni, così constando dall’ultima partita di tavole da me spesa in onze 5488 sotto li 12 gennajo 1744 e dalle partite di libro di mia casa titolato Signorile, de’ fogli 2 e 18.

Le onze 4. 26. 14. 2 di rendita assentatami sopra il podere del Gabriele tenuto dalli signori Vanni, duchi d’Archirafi, e l’altra rendita di onze 2. 14. 11 da me conseguita sopra l’università di Jaci reale dichiaro essere rami parimente della detta dote, ad essa mia moglie pervenute per ragion di legitima paterna sopra tutti i beni liberi delli furono illustri Placido Vanni e Sitajolo e Rosalia Zappino e Termine, olim jugali, genitori della medesima, e come tali essendo ambi redditi di pertinenza della stessa mia consorte Vanni, è giusto che a di lei nome e suo conto se le facessero assestare.

Quali somme in denaro e in rendite, una colli consuetudinari, dotario e tutt’altro spettante de jure alla detta signora, voglio che se le pagassero secuta la mia morte con quella puntualità da me in vita tenuta e gelosamente osservata, giusta il costume degli uomini d’onore.

Ma siccome nella mia eredità non si ritrova denaro a causa della grossa famiglia di figli e servi che ho sostenuto, perciò vengo io a pregare detta mia buona moglie voglia contentarsi per sua vera bontà ed amor materno che per le somme tutte testè arringate e pel dotario e consuetudinari se ne formi dal mio erede universale, di lei figlio, tanta suggiugazione per quanto viene ascendere l’importo intero delle medesime.

Lego inoltre alla stessa dama mia consorte onze trenta annuali, da pagarsele in ogni anno dal mio erede universale e sostituti in detta mia eredità, ed abitazione d’un quarto della mia casa ammobigliato, a sua elezione, durante la di lei vita naturale e viduità, ed inoltre ho legato e lego alla medesima una carrozza con due mule o cavalli a sua elezione, da prendersele dalla mia scuderia.

Con tai legati quindi fatti finora all’accennata mia cara moglie, sento e dichiaro di essere stato non altro il voto che un atto di giustizia e mostra in tutto di reciproca dilezione e di gratitudine dovuta ai sommi doveri che a lei professo, calcolandone la proporzione al merito e alla pingue nobile dote noverata di sopra, che ancor figlioletta di anni tre sopra tre lustri stimò recarmi.

S’è mostrata costantemente tal dama nella lunga carriera degli anni 54 che tuttora contiamo di consorzio all’ultima minuta diligenza nelle cure di casa, giunta a rendersene l’amante madre delizia della famiglia e la corona infine del capo mio, giusta il sacro proverbio, cap. 12, v. 4: Mulier diligens corona est viro suo, comparandola al tempo stesso alla donna forte della divin voce, proverbio 31, v. l: Mulier bonum reddit viro suo bonum et malum et omnibus diebus vitae suae. Quaesivit lanam et linum et operata est consilio manuum suarum.

Madre la dissi di famiglia, ripeto il dire, per la carità, espresse limosine da lei impartite alli suoi servi di casa maggiori e minori, per la delizia fatta della medesima e gloria insieme della nostra testa, mercè la frequenza de’ sacramenti che ella ha professato, devozione e pietà cristiana in tutte adibita delle sue azioni, con che essa col suo buon esempio ha santificato le nostre mura, felicitato di paro noi tutti quanti ed arricchito di beni terreni e temporali.

Come nemica affatto la nostra Vanni dell’interesse che sta lungi dalle generose alme, s’è contentata passare in casa non da padrona, ma da semplice figlia di famiglia appo la mia persona, avendone rinunziato fin la recamera, che valeva non meno del reddito di onze 60 l’anno, e presosi solo quel poco o nulla che ho stimato e possuto darle, senza mai ella aprir sua bocca in tal punto, e tutto ciò fatto pel consiglio santo da lei tenuto di dare a me gusto in tutte le cose pur minute domestiche, con ammirabile subordinazione a’ miei voleri, temendo il pericolo di trabboccare al di sotto nè pur per un obolo la saggia retta bilancia dell’onesto vivere che nel santo timor di Dio cristianamente finora in di lei compagnia da mia parte ho procurato menar mai sempre.

Tengo obligo infine a questa virtuosa donna che per sorte il Signore concessemi in consorte pel talento datosi di arricchirmi di quella prole desiderata tanto da me Villabianca in famiglia Emanuele, in cui ho rimasto l’unico cespite del ramo prencipe qui di Palermo, tutto al contrario del secondario di quel di Trapani, in cui morì mesi sono il cavaliere gerosolimitano Giovan Battista Emanuele ed Omodei, commendatore dell’ordine di S. Giovanni di Castrovillano, che molto abonda di Emanueli; tenea io dovere come tale di propagare con somma briga per vanità di mondo l’avito antico chiaro retaggio. E infatti mi fe’ ella padre di figli in numero dell’uno e l’altro sesso, che meco ora sen’ vivono, non meno di sette, coi quali figli tutti in un cerchio attorno alla mia persona e colla feconda lor madre, che vi sta alla testa, è piaciuto al Cielo di farmi godere la grazia e la preziosa benedizione che debbon cercare pella lor pace di casa i coniugati di buon carattere, secondo il ditterio delle sacre carte, salmo 127, vv. 3 e 4:

Uxor tua sicut vitis abundans in lateribus domus tuae

et filii tui sicut nave olivarum in circuitu mensae tuae.

Questa è una grazia che mi ha fatto il bontuoso, misericordioso Dio di avere del singolare, mentre il comune quasi tutto degli uomini suole provare lo stato coniugale per lo più involuto e immerso in discordia e separazioni di talamo, a causa dell’umana imperfezione. A vista, dunque, di tanti e tanti da me ricevuti beneficij, mi si permetta per poco in chiusura di questo articolo di io fare sfogare il mio spirito colla seguente aspirazione del core.

Dio dunque di amore, io esclamo, e Padre delle misericordie su noi mortali, e sino a quando diverrà stanca la vostra mano in versar acque di grazie su la testa di un vil peccatore, quale son io, mentre più che vi ho offeso colle mie colpe (e Dio volesse di non farvene appresso) mi avete consolato con benigni perdoni, liberato dagl’infernali spirituali nemici e ricolmato tutto in un tempo d’infiniti favori e munificenza. Sia benedetto dunque in eterno il vostro santo nome e stia sempre in me la possanza di darvi sonori canti di lodi e di infinite benedizioni in terra e nel cielo. Fatemi dunque costante e fedele, gran Dio d’Israele, nell’osservanza di questi miei voti per quei puochi giorni che mi restan di vita in questo basso mondo, e molto più far lo stesso per gli anni dell’eternità, alla quale per altro sono assi prossimo in toccar le porte, ed ove presenzialmente spero godere della visione beatifica della vostra augusta, dolcissima presenza.

MONIALI EMMANUELI, FIGLIE

Passiamo avanti e tocchiamo la parte de’ legati che sento fare nel presente mio testamento a favor delli figli, moglie, nuora, nipoti, creati e tutte altre persone che, come di me benemerite, voglio gratificare.

Posto ciò, quindi, ho legato e lego, io testatore, all’infrascritte mie sei figlie, nate da me, Villabianca, e dalla mia coniuge di Vanni, moniali tutte in actu professe e religiose nel venerabile monistero delle Vergini dell’ordine di S. Benedetto di questa Palermo, nomate D. Maria Fede, nel secolo chiamata D. Cassandra, D. Speranza, nel secolo di nome D. Rosalia, D. Carità, nel secolo detta D. Giuseppa, D. Maria Anna, nel secolo nomata D. Dorotea, D. Beatrice Maria, nel secolo appellata D. Rosaria, e D. Concetta Eleonora, finalmente, che è la stessa nel secolo conosciuta D. Anna Michaela, onze due annuali per ognuna di esse durante la loro ed ognuna di loro vita naturale, in augumento di loro livello, quali onze due annuali di sopra legate, dopo la morte d’ognuna di esse, voglio che ritornino al sudetto mio erede universale e sostituti in detta mia eredità, e non altrimenti. E ciò tutto fatto in recognizione e mostra in qualche maniera del cordiale amore che alle dette mie figlie svisceratamente ho portato in tutto il corso del mio uman vivere, e per un segno altresì datole di gratitudine che ad esse protestar voglio, sebbene piccolo, in queste mie mortuali carte.

Il merito che si han fatto appo la mia persona di padre così esigge, non altrimenti che per l’onore dato al cognome lor gentilizio di Emanuele nella professione de’ loro doveri ed ufficij, osservati esemplarmente nel culto di Dio, nelle lezioni di santi libri, ne’ maneggi di virtuose arti e nel servigio del santuario, ch’è il più che importa, di lor comune. Ond’è che con sommo mio contento or le veggio amate e stimate generalmente dalle lor socie e nobili lor consororie, senza che vi avesse punto luogo l’invidia.

Vergini pie (vi dico io col Tasso) che ‘l glorioso nome

de’ maggiori vostri e l’arme e ‘l dotto inchiostro

non fe’ superbe o pompa ed oro ed ostro,

ma li spargeste, quasi indegne some,

e troncaste le belle e care chiome

e vi chiudeste in solitario chiostro

e ‘l mondo iniquo e l’avversario nostro

e le sue forze e frodi avete dome.

Con ragione, dunque, tutte quante esse mie figlie ho benedetto in Dio, e tuttora più che mai a larghe mani benedico di padre, implorandole dal Cielo le felicità istesse che posson darsi in questo e l’altro mondo agli uomini di buona volontà e a coloro poi tutti di più grazie colmi, che si son fatti leviti e cultori delle sacre are, facendo loro tai buoni augurij, niente dissimili a quelli da me implorati in pro del lor germano Benedetto, mio figlio, dell’uguale mia dilezione, divenuto già ora egli padre di famiglia nella presente mia generazione ed istituto in questo documento erede mio universale.

Non lascio di pregare intanto le benedette sunnomate mie figlie, e tutte quante elle sieno, di voler dare ascolto e mai scostarsi dai consigli e saggia direzione della loro maggior sorella nel restante corso della lor vita, ch’è a punto la degna suor Maria Fede, priora attuale del monastero, la prima nata alla luce, più grande di tutti nella mia prole, e come colei per altro ch’è stata di esse lor tutte la maestra e precettrice e ve l’ha fatta da amante madre nello stato che tengono di sacre vergini e di auliche fortunate della magion di Dio.

PRINCIPESSA ANTONIA VASSALLO, NUORA

E siccome le nuore di ordinario passano per figlie vere in famiglia, essendo elleno mogli del figlio, ch’è figlio del capo di casa e padre di famiglia, così la matrona Antonia Vassallo Castellet, principessa di Bellaprima, baronessa eredera di S. Bartolomeo con investitura in Regno, e signora di feudi sol rusticani, ch’è del mio erede e figlio consorte, deve da me riscuotere li possibili tutti paterni uffizij di rispetto, gratitudine ed amore che al mio figlio oggi ed erede Benedetto ho contestato e contesto.

Vedovo il figlio, vedova è la nuora, e tuttavia, padroni essi due assoluti di loro libertà di stato, si son contentati per lor innata bontà farla in casa da figli di famiglia, volendo la mia opera paterna nel servirli e felicitarli tutto in un tempo nel domestico giornale lor trattamento e bisogni di vita.

Porterebbe ora quindi il dovere di instituire io la di lei persona in mia erede universale, ma perchè ella di fatto n’è divenuta erede nella persona del degno suo coniuge, perciò io sento comunicare ad essa lei gli affetti stessi paterni e ‘l godimento de’ beni che ho tramandati al mio figlio, or suo consorte, nel capo dell’istituzione di erede a lui fatta in questo mio ultimo mortuale codice. Ond’è che, per piccolo segno dell’amor mio verso tal dama, voglio che ella godesse l’orologgio d’oro che ho portato in vita pel mio commodo e regolamento civico, che le ho legato, tramando e lego in dono.

FIGLI VILLABIANCA NE’ NEPOTI

Dovendo poi in seguito di dicitura del presente mio testamento (prendere) in considerazione le parti nobili e amorosi uffizij che a me indefessamente han prestato li miei due nepoti, il conte di Belforte, che così si chiama, Francesco Emanuele e Caterina Emanuele e Vanni, fratello e sorella, figli nati dal mio erede e figlio, marchese Benedetto, e della di lui prima moglie Rosalia Vanni, figlia di Raffaele, più volte stato genitore e sindaco di Palermo, e dovendo io per altro, per la parte di padre di famiglia e di sanguinis auctor, recensere numerum clarosque nepotes, con Virgilio, libro 6° Eneide, o con Ausonio appo Hofmanni, Lexic. univers., voce nepos, per la cura che ne debbo avere, succedunt patribus seu nova cura nepotes, perciò alli medesimi voglio che detto mio erede pagasse ad ognun di essi onze dieci in segno dell’amor cordiale che a loro ho portato, avendoli stimato mai diversamente da’ miei propri figli, se non dico un grado di più, per essere eglino, come nepoti, nati di figlio, chè questo vuol dire nepos, cioè natus post filium, due volte e due volte figli, col debito di propagare avanti e oltre di più il mio sangue ed in esso il portato onore; onde da primo padre gli dico benedizioni più che felici in Dio ora e per sempre, del che sia amen.

DONAZIONE DE’ MANOSCRITTI PELLA BIBLIOTECA SENATORIA

In forza parimente del presente mio testamento, ho donato e dono, tramandato e tramando in tutta vera proprietà e dominio con vaglia anche legale di donazione irrevocabile, sebbene post mortem, alla nobile Libreria pubblica dell’eccellentissimo Senato di questa città le seguenti mie fattighe e parti letterarij, in scioglimento del voto e parola da me data in vita, già son degli anni, a’ signori deputati di essa Libreria, e sopra tutti al rev.mo canonico Tomaso Angelini, custode e benefattore primario della medesima, letterato di prima sfera e amantissimo per sua bontà delle cose nostre e della Patria e come a colui finalmente che, da più tempi, per questa briga patriotta con maniera troppo gentile me l’ha officiati: consistenti detti libri di varia erudizione in 39 corpi giunti fino a tal numero, scritti in foglio, titolati Opuscoli palermitani, n. 20 corpi indiziati e del pari col titolo di Diari palermitani, e n. 10 tomi, tutti quanti essi egualmente manuscritti, di raccolte d’iscrizioni sicole moderne civiche e sepolcrali, appartenenti sì a questa capitale che anche a tutte le altre città e luoghi di questo Regno di Sicilia, il contenuto de’ quali si dichiara in un catalogo dato alla stampa, in cui si contengono altre fattighe scientifiche da me testatore riservate a favore della mia eredità, e ciò sotto le clausole e condizioni come infra.

E per prima è mia volontà in che si dovessero consegnar dal mio erede gli accennati legati libri alla sudetta Biblioteca Senatoria dopo tre giorni sorpassati a’ miei funerali, con doverne però fare l’apoca publica essa Libreria a favore del detto mio erede gravato e consegnante.

Oltre che sarà della politezza de’ signori deputati della Libreria il decretare rimostranze di onori di gratitudine, come in memorie, iscrizioni, marmi e altro a lor piacere verso il mio umil nome e decorazione di mia famiglia, partecipanda un giorno dai posteri.

Voglio poi ingiungere per secondo patto alla stessa benefatta Biblioteca con prevedere e curare in che, coll’attestare io un ufficio paterno di attenzione, doveroso per altro, alla mia famiglia ed ascendenza, giacchè ora in actu la sto spogliando per amor della Patria con questa donazione del mobile più prezioso e a me caro di casa, qual’è quello de’ libri, figli e creature tutte della mia mente e che hanno il valore del mio sangue istesso, in che, se taluno delli miei eredi, chiamati e sustituti nel presente mio testamento sortisse dote dalla madre capricciosa natura di portare un ramo di passione d’animo che in qualche maniera alla mia uguagliare di studiar sul bello delle scienze e sue delizie, e sopratutto su la cognizione tanto amabile della patria storia, noto così facendo il suo talento al publico con darvi opere degne della luce de’ torchi o sia con recite letterarie alle Accademie scientifiche che si faran merito nell’accettazione de’ dotti, lungi dal sospettare d’essere cose imboccatesegli da aliena mano col dire: Non est de sacco tanta farina tuo, onde in far ciò avesse egli il bisogno di valersi delle mie opere legate di Opuscoli e Diarij palermitani o i dieci anche tomi delle Iscrizioni sicole, in ognuno allora di questi casi fosse tenuta detta Libreria publica accommodare a questo tale mio nipote e successore sustituto le sudette opere e libri donati d’una per una e di tomo in tomo, a tenore delle di lui ricerche, con ricavare però da lui rigorosamente il ricevo per sua cautela animo restituendi, a tempo giusto però e prudente, affinchè non venissero a male mani cotali libri grondanti in copia di miei sudori, conservandosi in la Casa publica, quando che, restando nella privata, sicuramente che il libro ibit in ignem, secondo il vaticinio che ho fatto di sopra a’ libri della mia domestica libreria di opere di onnigena letteratura e non vi sono li miei libri presenti manuscritti, quali ora al publico li ho stimato far più sicuri di quelli a sottrarli alla imminente fatal disgrazia del vorace fuoco.

Or per questa appunto donazione di parti miei letterarij e volumosi manuscritti, che ho fatto alla Biblioteca Senatoria colle condizioni e consegli testè esposti finora, mettendosi da parte il nome dell’autore, il quale, non essendo estero, ma nazionale palermitano, riesce sempre odioso appo l’invidia e non può mai aver luogo di acclamazione, mi si permetta far noto al mondo il servigio, quale egli sia, che in tale atto di largizione si presta da me alla Patria e per essa al Senato eccellentissimo.

È stata da me servita pel passato la Patria non una volta, ma per parecchie e parecchie nelle amministrazioni, cura e governo delle Opere senatorie e filiali tutte del patrio Magistrato, come a dire di governatore del Monte della Pietà, di rettor di spedale, dell’Opera di Navarro e di più chiese altre particolari di città, e nel portar finalmente per ben due volte la carica di senatore e Padre della Patria, ma di più l’ho servita con lasciare in tutte quasi le dette Opere benfatti e memorie storiche che di esse Opere e de’ pregi loro fan reminiscenza, con stampe e commentarij letterari, come della cronologia de’ governatori del Monte, storia di Navarro, iscrizioni lapidarie e col rame di Palermo antico e moderno finalmente dedotto in carta imperiale, non avendovi perciò nessuna delle volte osato di mangiare il lor pane ozioso, giusta il proverbio a noi porto dalle sacre lettere, 31, v. 27, del Panem otiosis numquam come di quantunque quod fuerim (me cognoscendo) meo pauper in aere, con Orazio, a segno tale che poi, per queste usate attenzioni e generosità patriotta, avvivato una volta e surto veggo ora tutto dì il mio nome di venire acclamato per benemerito della Patria, e per tale di fatti lo stesso Cesare in seguito, Ferdinando III, nostro sovrano (che Dio feliciti), stimò confermare con suo diploma, dichiarare e salutarmi di più coll’accrescimento del titolo di benemeritissimo, cumulandovi sebbene tutti altri servizij separatamente per me prestati alla sua corona, quando fu a dire: Deque Patria, deque tota Sicilia optime meritus.

Il presente però servigio che sto ora prestando a Palermo è diverso in tutto da quel rilasciato finora alle accennate di sopra Opere, e non sentirsi per me fatto in parte, ma interamente fattole a colmo, mentre le passo a mani tutto il mio essere e tutto in un tempo li parti tutti de’ miei sudori e parti letterarij senza la minima detrazione, privandomi per amor della Patria di questi libri, che son miei figli e vivi spiriti dell’anima mia.

Di qual grado egli sia cotal servigio si vedrà seguendo colli ragionati reflessi.

Costan la spesa sì fatte donate produzioni letterarie non di cosa di bagatella, come a prima vista ognun si vede, ma bensì di non poca e mai indifferente considerazione. La spesa vagliono in prima della mia salute e della mia vita stessa, può dirsi, che vi ho sacrificato col duro accorciamento degli anni, vita poi questa di un capo di Casa e di un patrioto palermitano di qualche nota. Il valsente importano di centinaja e centinaja di onze, che tante e tante han meritato le spese che pel corso d’anni sessanta ho dovuto fare per ammanirmi delli necessari materiali co’ quali s’è fabricata la grandiosa, gigantesca machina di tutti i corpi delle sudette opere, procedenti in compre di più vari libri antichi e novelli, giusta il gusto de’ presenti tempi, nel sodisfar le ragioni tiratevi dalle regie officine di cancellerie ed archivi publici, uscendomi le carte originali che bisognavano pel maggior lor lustro e fermezza in storia.

La penna de’ scribi e manuensi copisti del mio carattere non tanto piano mi ha visitato bastantemente la borza, e non vi è stato denaro sufficiente a sodisfar con auree regalie le fattighe degli amici che hanno dato retta alle mie ricerche. Non vi è stato infine tabellione publico che non abbia assaggiato per questo fare i pomi e gustato il dolce della mia pecunia. La spesa della sola carta ha costato, sembra un iperbole, della mole di presso a un centinajo di risme, che si son consumate per li zibaldoni e per le copie e copie di copie, che han formato alla fine li originali in foglio, lesti e forniti di tutto punto, atti sin anche a darsi alle stampe, o pure all’ultima penna di buon carattere, e così in ultima visa farli ricevere da pergamene di nobileschi privati tomi.

Ho tagliato intanto la barba con queste spesacce, in qualche maniera fatti corti i panni a’ miei figli, ben lo conosco; ma che si vuol fare? Così porta la condizione dell’uomo di star sotto al giogo della sua passione predominante l’animo.

La Ragion dietro i sensi ha corte le ale,

tutta la vita è mar de i nostri affetti.

L’instabile ondegiare ogni momento

ci sconvolge, ci assal…

Così noi, col padre delle toscane Muse, Dante Alighieri, e col Pope, Epist., 2, f. 36, nel suo Saggio sopra l’uomo.

A me, Villabianca, è toccata la debolezza della letteratura, con tutto che i miei antichi siano stati invassati dalla passione di far caccia ne’ monti e piani di campagna sì grossa che minuta, e molto più da quello dell’armi, chè nelle guerre, sì vive che finte, si han fatto nome pel servigio del re e dello Stato.

Per le guerre vive ne conto finora più campioni in famiglia, e per le finte delli più oltre ancora, come ne’ giochi delle giostre, tornei ed altri simili atti belligeri, restandomene ancora in conferma di tutto questo in tutte fin’oggi non poche mostre serbate nel luogo dell’armeria di casa, che vien compreso nel vano della biblioteca, come son lancie, spade, pugnali, scudi, corazze e infine armature in diversi pezzi d’arme bianche, corrose e deteriorate sebbene tutte dal vorace dente del ruotar de’ secoli.

Mi avrebbe piaciuto maneggiar queste arti cavalleresche e dilettarmi di caccia e giochi armigeri, conforme i miei avoli e antichi progenitori, che di padre in figlio sono stati proceri tutti di persona e della maschia dote di valore ornati. Ma la disgrazia di me individuo ha portato di essermi stata avara la natura in ciò fare, come a dire nel contestarmi la tessitura corporea imbelle, che la fe’ costare di debol filo e caduco, con essa darmene il temperamento. Buon è però che s’è sfogata la mia passione nel culto delle lettere, che al cognome dan pur del nome, onde per tale onore non tanto si dolgono i congiunti miei in sangue, parenti tutti de’ fatti miei.

Mi dò a credere che il signor Pretore e signori deputati con esso della Senatoria Biblioteca, rimasti ora contenti daversi cattato finalmente tutti i miei libri di sopra donati dietro alle spesse imperanti premure per essi fattemi in tanti anni e replicate volte, arrivando col tempo appresso a conoscere il peso del dono che a lor s’è reso, ne vogliano gradire l’uffizio filiale che ha stimato prestare alla Patria un buon patriotto come sono io, e che li prego perciò a farne stima che vi conviene e cura ne avessero di custodirne l’essenza in luogo separato assegnato particolare, ove serbar soglionsi i gelosi manuscritti, essendo un mobile d’illustre marca, colla prevenzione insieme di fare stare di persona de’ custodi bibliotecari su le teste d’ognun de’ singoli che ne vogliono consultare le opere, acciocchè taluni di costoro come ignoranti non ne possano strappar li fogli, e sommamente poi dai fogli sgreppar le figure e miniature, che con non puochi sudori della mia mente ho formate e delle quali di paro, quai segni nobili e dilettevoli, i libri tutti son riccamati, deformandone così la vaghezza e lo spirito di qualche parte, castrandola all’assonto.

Ciò tanto io avverto con somma premura a questi signori deputati, come scottato sentomi bastantemente dell’inclemenza che ne ho patita io stesso autore con parecchi di quei che han volsuto scartabellare tali miei libri in casa mia propria, già divenuta semipublica libreria mercè l’invito da me fatto in stampa a studiosi, col pretesto di diligenziarli eglino pe’ lor interessi, fra quali persone, ch’è quel ch’è peggio, vi son state persone nobili da me colte in fallo, benchè compatibili per l’ignoranza prevaricata dal diletto delle pitture, non avendo conosciuto il pericolo di cader infamemente nella viltà di commettervi una birbantata e la vergogna di un gran delitto.

Li manuscritti son sacrosanti e sono i mobili più preziosi che possa per sè tenere la casa celeste e appo noi più terrena delle divine Muse, onde non debbon passare nelle mani per nessun conto e confidarsi a chiusi occhi a chi che sia senza riserba di persona che vuol toccarli, giacchè per lo più vuol esser costui curioso amante di pescarvi sol del cattivo e ladro forse venale mandatario di litiganti. All’erta, dunque, si dica, per tai furti e ladroncelli, e incessantemente di giorno in giorno, diuque noctuque, si dica all’erta.

E tanto basti per questo avviso, mentre s’è indrizzato il tutto al giudizio de’ letterati, quali sono i bibliotecarij, a cui pauca satis ed il minus dicere sarebbe assai disdicevole, torto facendosi al lor buon nome e virtuosa fama, che li fa meritevoli de’ pieni ossequi e della più alta appo tutti venerazione.

CARITÀ ECCE HOMO E COMPAGNIA

Seguitando poi lo stesso paragrafo di legati testamentari disposti nelle antecedenti tavole, venghiamo al negozio de’ legati pij che sento fare a gloria di Dio e per il bene dell’anima mia.

Ho legato e lego primieramente al SS. Ecce Homo della Carità onza una in denari in piccol segno di devozione che asseverantemente ho portato in vita a questa miracolosa immagine, nonchè per averlo servito nella cura della di lui Compagnia, che vien detta, come sopra, della Carità in questa Palermo, con tutta sempre la mia famiglia, che già son due secoli che ne tiene la fratellanza e ne ha tenuto altresì il governo per cinque tuttora capi di Casa Emanueli, come ministri di essa e superiori, ma quanto più per le grazie che il Divin Signore ci ha fatti ne’ nostri pericoli di vita, accettati avendoci per suoi schiavi, sebbene indegni, col presentarci morto sul monumento ch’è il vero proprio stemma della nobil congrega.

Ho legato e lego al Regio Albergo de’ Poveri di questa metropoli onze quattro per limosine alli RR. PP. Crociferi e a coloro di persona che mi faranno la carità di assistermi e sollevare le aungustie dell’anima in quei momenti di agonizzare.

Lego parimente al mio padre spirituale e confessore onze due pro bono amore e in discarico, sebbene minimo, della bontà e pazienza che per lungo tempo mi ha usato nel compatire le mie vergogne e perdonare li peccati in Dio. E qual’ora, in punto di tagliarmi il filo di vita la fiera Parca, penso di testare una schedola e a lui consegnare in augumento del presente mio testamento, firmata di mia mano e sottoscritta, prego detto mio confessore a farle dare esecuzione puntuale dopo il mio fato, quale credo di non ripugnarsi dal mio erede.

Ho legato e lego onze venti di messe per l’anima mia, da celebrarsi in altari privilegiati da santi e venerandi sacerdoti, de’ quali voglio che per onze sei ne fossero celebranti li RR. Padri Predicatori della casa e chiesa di S. Domenico, dove si trova a riposare il mio corpo. Ciò però vaglia quante volte ne vogliano accettar l’offerta quei buoni padri e a loro elezione eseguiscasi.

SERVITÙ DI CASA

Lego inoltre, io testatore, a tutti li miei creati e servi maschi e femine di mia famiglia, così della sala alta che bassa, giorni quindeci di razione, per dare ad essi in tal modo una tale quale testimonianza della costante particolare stima ed affetto che alli medesimi cordialmente ho portato, attese la beneficenza ed assistenza amorevole da essi usata alla mia umil persona, alcuni de’ quali già mi si son resi quasi parenti per la longitudine degl’anni di servigio che mi han prestato, mentre li più moderni di costoro non è meno del tempo del decennio che stan servendo, contandone gl’antichi d’anni quaranta e chi cinquanta.

lo poi soglio chiamare i miei creati col nome non solo di parenti, come sopra accennai, ma altresì col dolce titolo di figli, perchè, da me considerandosi lo stato di vita lor miserando e la loro naturale condizione al mondo di essere uomini a me in tutto simili e forse per lo più magiori e più nobili circa al talento lor personale, non debbo abusarmi della grazia ottenuta dal buon Dio di avermi fatto nascere dotato di beni di fortuna co’ quali insuperbirmi e farmi bello di comandar tutti lor quanti.

Oh, quanta pena dall’uom si sente nato a servire, non vedendosi padrone di sua volontà! Oh, quanto è grave, giusta il Petrarca, il scendere e salir per le altrui scale! Oh, quanto è barbara, giusta i miei detti, la servitù e, oh, quanto è dolce la libertà!

È bene dunque usar grazia coi servi, portarci inver loro con carità di padri e compatirci alla fine reciprocamente gli uni cogl’altri gli umani naturali difetti che più delle volte detestansi nelle persone de’ padroni che de’ sudditi. Tanto prescrive nostra santa legge, e tanto natura ha prescritto all’uomo.

Nelle persone finalmente de’ servi dee ravvisarsi la persona di Cristo, essendo che sono eglino gente assai povera, niente meno che quella de’ poveri limosinanti ma liberi della città, anzicchè questi più bisognosi di quelli per la necessità che tengono di vendere lor libertà. Onde stimo esser lor dritto in che li padroni, oltre il salario che ad essi pagano, li considerassero nelle lor limosine. Non pochi per altro di signori pij viventi, nostri concittadini, cristianamente ed esemplarmente ciò stan pratticando, conoscendone il doveroso ufficio.

Il vero povero, a mio sentimento, sempre è colui che mette in vendita la sua persona col prezzo unita de’ suoi sudori.

CAPITOLO DEL FISCO

Fo’ alto finalmente al dire di questa mia postrema disposizione con far legato a not. Francesco Paolo Tesauro di Palermo, che riduce nelle sue publiche tavole il contesto intero della medesima, onze sei per fattura e copia dell’istessa e per fattura anche e copia dell’inventario che farà detto mio erede universale.

Inoltre io testatore ho dichiarato espressamente e dichiaro che tutti li sudetti miei eredi instituti, chiamati e sostituti in questo mio nuncupativo e sollenne testamento intendo instituirli, chiamarli e sostituirli sempre qual’ora e sino a tanto saranno e si manterranno fedeli cristiani cattolici, obedienti ed osservanti li divini precetti ed il dogma e precetti della Santa Chiesa cattolica, apostolica, romana e saranno fedeli vassalli della Maestà del nostro invittissimo sovrano Ferdinando III e suoi successori in questo fidelissimo Regno di Sicilia e saranno obedienti alle sue leggi ed a’ suoi ministri e non commetteranno, tanto per sè stessi, quanto per altra supposta o velata persona, alcuno eccesso o delitto publico o privato di lesa maestà divina ed umana o altro qualsiasi delitto publico o privato contra le leggi divine e della santa romana cattolica Chiesa, contra le leggi comuni e municipali di questo Regno di Sicilia, e ciò tanto vivente io testatore, quanto dopo la mia morte di esso, e tanto prima di adire l’eredità di me testatore e di mettersi in possesso de’ beni ereditalij di essa, quanto dopo, e specialmente quelli eccessi e delitti che de jure meritano e seco portano la confiscazione del reo e complice, quali delinquenti o complici dell’accennati delitti intendo e fo’ non comprendere nell’istituzioni, vocazioni e sostituzioni nelli sudetti miei beni ereditarij, anzi intendo affatto escluderli, come da ora per allora l’ho escluso ed affatto escludo; e se mai alcuno de’ sudetti miei eredi, instituti, chiamati e sostituti in detta mia eredità sarà accusato, indiziato e prosecuto d’alcuno de’ cennati delitti prima e dopo d’aver adito e possesso detta mia eredità, voglio, ordino e comando che l’accusato, indiziato e prosecuto sudetto sia e s’intenda diseredato, escluso ed affatto spogliato de’ miei beni ereditarij per anno uno prima d’aver meditato e commesso il delitto sudetto, siccome io testatore ora per allora lo diseredo, escludo e totalmente lo spoglio della successione de’ miei beni ereditalij, come se mai fosse stato instituto, chiamato e sostituto in detta mia eredità. In qual caso voglio, ordino e comando che in detti miei beni ereditalij succeda e sia e s’intenda sostituito in detta eredità l’immediato chiamato e sostituto dopo la morte di detto accusato, indiziato e prosecuto, e che questo senza autorità o decreto giudiziario e di propria autorità s’immetta subito nel possesso de’ sudetti beni ereditarij e percepisca intieramente li frutti dell’eredità sudetta eziandio pendenti e li decorsi delle rendite maturati e non esatti, sino a tanto che l’accusato, indiziato e prosecuto sudetto sarà dichiarato innocente, ovvero totalmente assoluto e liberato. E voglio, ordino e comando che detto accusato, indiziato e prosecuto, dal giorno che sarà dichiarato innocente overo totalmente assoluto e liberato, sia restituito nella sua instituzione, chiamata o sostituzione, e che ritorni a possedere li sudetti miei beni ereditarij o percepire li frutti di sudetta eredità eziandio pendenti e li decorsi delle rendite maturati e non esatti.

E voglio, ordino e comando che detto sostituto che per causa della sudetta sostituzione del suo antecessore avrà successo in detta eredità in luogo dell’accusato, indiziato o prosecuto, nel giorno stesso che quegli sarà dichiarato innoccente o affatto assoluto e liberato, immediatamente e senza veruna dimora abbia e debba restituire a detto dichiarato innoccente o assoluto o liberato l’intiera mia eredità e beni ereditarij senza diminuizione o deduzione alcuna, una con li frutti pendenti e decorsi delle rendite, maturati e non esatti, ad esclusione de’ frutti effettivamente percetti nel tempo di tal prosecuzione, e voglio, ordino e comando che così si osservi in infinito ed in perpetuo ogni qualvolta succederà il caso sudetto, e non altrimente.

De crimine vitae libera nos Deus Israel et de mala cogitatione contro Caesarem.

E questa è la mia ultima volontà ed ultimo testamento, che voglio che vaglia per testamento nuncupativo e che, se per tale non valerà, vaglia in quello miglior modo e forma che de jure potrà e dovrà valere, e non altrimenti, purchè sempre si dasse retta senza la minima alterazione a cordiali voleri e sentimenti d’animo, che finora ho qui dichiarati, espressati per me e fatti intendere in tutte le maniere.

IV

CATALOGO DI TUTTI I PARTI LETTERARJ

EDITI ED INEDITI

SPECIALMENTE INTORNO A

STORIA SICOLA-PALERMITANA

DEL VIVENTE CONTE MARCHESE DI VILLABIANCA,

PATRIZIO PALERMITANO E SENATORE,

FRANCESCO MARIA D’EMMANUELE

SI DÀ RAGIONE A CHI LEGGE

La notizia delle opere letterarie che qui si additano non ha per sè altro scopo che di poter servire elleno al pubblico, cui l’Autore le consacra e dedica. Si fa dunque palese con questo libro, che può valere di pubblico invito, che chiunque de’ detti uomini e conti cittadini di questa capitale, di lui amata Patria, non che qualunque altro uomo scienziato del Regno o estero voglia far uso delle notizie delle qui indicate opere, possa farlo da oggi innanzi a suo bell’agio e talento.

A quale oggetto, cioè in riguardo allo studio che su tai lavori vorrà farsi da’ virtuosi, senza riserba e prescrizione di tempo aperta e libera sarà per tutti la casa dell’Autore, ove a chiunque si vedrà impartita l’attenzione stessa e l’uffizio di gentilezza che a tutti ugualmente vengon prestate nelle pubbliche Biblioteche di essa metropoli, sì reale che senatoria, in un de’ quai luoghi e sacri licei alla morte del Villabianca, per donazione del medesimo, di cui l’amabilisimo Ferdinando, nostro sovrano, con onorifico diploma de’ 21 di gennajo del 1780 ebbe la bontà di asserire che fosse de Patria deque tota Sicilia optime meritus, e pel genio non meno de’ suoi figli che della Patria son del pari amantissimi, questi suoi libri indubbiamente a pubblico uso e vantaggio dovran restare.

Sarà questo l’ultimo e il più sicuro segno dell’amor suo per quella diletta Patria che, attenta la cadente età sua, non andrà guari che dovrà abbandonare e per quei suoi letterati compagni che vivono e viveranno in appresso, i quali, servendosi di queste sue indigeste fatiche, potranno co’ loro luminosi talenti recar sempre più decoro e nome immortale onorifico alla Sicilia.

OPERE STAMPATE

La Sicilia nobile, per il Bentivenga in Palermo, l’anno 1754 (-59), tomi quattro in foglio.

Notizie storiche intorno agli antichi sette Uffizj del Regno di Sicilia chiamati i grandi Uffizj della Corona instituiti dai Re normanni, per il Bentivenga l’anno 1764 stampate nel corso degli Opuscoli Siciliani del prior Di Blasi, cioè: nell’ottavo si hanno li capitoli del Gran Contestabile e del Giustiziere, ff. 3, 15 e 37; nel tomo 10, f. 167, quello del Siniscalco; nel tomo 11, f. 3, il capitolo del Cancelliere; nel tomo 13, f. 93, l’Uffizio dell’Almirante; nel tomo 15, f. 85, la carica del Protonotaro; e nel tomo 18 finalmente, ff. 269 e 329 si trova il capitolo del Gran Camerlengo coll’altro delle aggiunte all’opera. Correndo però manuscritti tutti questi suddetti capitoli storici, preventivamente alla stampa recitati vennero dall’Autore nelle Accademie letterarie degli Ereini e del Buon Gusto in vari tempi. L’opera venne ristampata in volume, Palermo, Bentivenga, 1776.

Serie cronologica de’ governadori del Monte della Pietà di Palermo, ristampati per l’istesso Bentivenga nella novella edizione de’ Capitoli di detta Opera fatta dal Magistrato di questa Corte l’anno 1768.

Altra de’ rettori e spedalieri dello spedale di S. Bartolomeo di Palermo dall’anno 1541 fino al presente 1775, tomo uno in 4° per il detto di Bentivenga, 1775.

Appendice alla sua prima opera della Sicilia Nobile, cioè la continuazione d’essa dal 1754 fino al 1774, tomo uno in foglio pe ‘l Bentivenga, l’anno 1775.

Memorie storiche dell’Opera di Andrea Navarro colla cronologia de’ suoi rettori, tomo uno in foglio per l’istesso Bentivenga, 1778.

Pianta geometrica della città di Palermo, capitale del Regno di Sicilia, coll’antico Palermo giacente in essa e co’ sobborghi, molo e campagna impressa in carta imperiale pel Galofaro 1777, ristampata nel 1783 a spese del Senato e per la terza volta a spese dell’Autore nel 1791 e accresciuta poi questa ultima delle piante della Villa Giulia e dell’Orto Botanico, porte novelle e del nuovo stradone di porta Macqueda e piano di S. Oliva.

Veduta della Villa Giulia di Palermo, in foglio pe ‘l Gramignani, 1778, con leggenda in essa delli qui sotto versi:

Gloria in Urbe recens: florescit Julia Villa,

Julia cui nomen summa Columna dedit:

condidit ad fastos Praetor Talamanca, Columna

condidit et Prorex, Patriae uterque patres.

Elogj e tavole genetliache storiche della famiglia Emmanuele di Sicilia, co’ suoi antichi progenitori, incominciando dal primo ceppo Coraldo Rodolfo Emmanuele, barone de’ feudi del Burgio Millusio, oggi terra e vassallaggio di Menfici, castellano di Trapani ecc., sino al vivente conte marchese di Villabianca, Francesco marchese d’Emmanuele, signore del castello di Mazara, patrizio palermitano e senatore, capo oggi della famiglia, tomo uno in foglio, pe ‘l Bentivenga, 1782.

Emmanuelis familiae distincta et ex regio stipite deducta origo, Palermo, Abate, 1794.

Diari palermitani (dal 1746 al 1784), in “Bibl. stor. e lett. di Sicilia”, s. I, voll. XII – XIX, Palermo 1874 – 1876.

Della fondazione del meraviglioso molo di Palermo, che veramente è un’opera romana, dissertazione accademica storica del conte marchese di Villabianca, Francesco Maria di Emmanuele, patrizio palermitano e senatore, fatta in difesa del Senato eccellentissimo avverso la nota ingiuria che si vuole irrogare alla pubblica popolare pescaggione e sua libertà ne’ mari comuni di esso molo. Inserto va questo opuscolo per errore nel tomo decimoterzo de’ Diarj palermitani. Qui dee avvisarsi pel servigio della Patria come contribuì assai questo scritto a far ritirare il pensiero di voler far schiavo questo mare del molo a danno de’ poveri pescatori. In “Bibl. stor. e lett. di Sicilia”, s. II, vol. II, Palermo 1872, pp. 285-327.

Il Palermo d’oggigiorno, in “Bibl. stor. e lett. di Sicilia “, s. II, voll. 3, 4, 5, Palermo 1873-74.

Diario storico dell’infelice caso occorso in Palermo contro il Vicerè duca Giovanni Fogliani di Aragona e de’ successi altresì dei tumulti mossi dalla bassa plebe nell’anno 1773, in “Bibl. stor. e lett. di Sicilia”, s. I, Palermo 1875, vol. X V, pp. 181-357, vol. XVI, pp. 1-112.

(Edizioni hanno avuto, a cura di C. Crispo Moncada e A. Mango di Casalgirardo, l’Appendice seconda alla “Sicilia Nobile”, e, a cura del Pitrè, nelle “Nuove Effemeridi”, gli opuscoli “Antiche processioni sacre e profane” e “Giuochi popolareschi”).

OPERE INEDITE

Diarj palermitani o Annali storici, che cominciano dall’anno 1746, per non dire dal 1743, in cui scarsamente vi son memorie, e seguono fino a’ giorni presenti, arrivati oggi al numero di tomi 17 in foglio.

In questa opera, che generalmente è d’interesse a’ singoli e pel pubblico anche di non poco bene, notati vengono colla più esatta e minuta diligenza tutti gli avvenimenti, qualunque siansi, di già sortiti e seguono giornalmente nella città di Palermo, sì lieti che infausti, come a dire feste reali e civiche, giuochi, spettacoli, atti teatrali, venute ed entrate di personaggi grandi, parlamenti e concili generali di Nazione, donativi, grazie e capitoli di Regno, promozioni di cardinali, vescovi ed abati ed altre minori dignità ecclesiastiche, elezioni e nomine di vicerè e ministri di governo sì politici che militari e possessi de’ medesimi colle vedute e tavole delle lor sedie, corti e magistrati, atti viceregi e senatorj, prammatiche, ordinazioni e bandi, sponsali e funerali di magnati e persone nobili, civili e letterate, colle miniature a colori de’ stemmi de’ lor casati, citazioni di scritture pubbliche, doti, pompe e note altresì d’anni di loro età, e con effigie in rame di alcuni di essi personaggi, estinzioni di famiglie, concessioni regie di titoli e graduazioni di onori, ordini cavallereschi e di altre sovrane come si vogliano, munificenze, investiture, acquisti ed alienazioni di feudi e fondi cospicui, erezioni di novelle opere pubbliche, chiese, fabbriche, statue, teatri ecc., memorie lapidarie, benfatti senatorj, celebrazioni di Accademie sì in lettere che in armi, punizioni e vendette di giustizia, stampe di libri, mete di viveri consone alle raccolte che ne han dati gli anni, calamità di fame, terremoti, tumulti e accidenti popolari, suppressioni e annullamenti di chiese e case pubbliche, co’ destini de’ lor costituenti, espulsione de’ gesuiti, abolizione del S. Offizio e tutti altri fatti e casi finalmente che degni rendonsi di ricordanza, sì felici che avversi. Il tutto animato da due tavole ed indici refertissimi delle materie che vanno in ogni tomo non ostante che quasi tutti tali libri costassero di grossa mole. Oltrechè è ben notare pell’onore dell’opera come dall’erudito cavaliere Nicolò Burgio di Trapani, ed uno oggi de’ senatori attuali di essa illustre città, ci vien accresciuta notabilmente questa opera colla rimessa ogn’anno del suo piccolo Diario trapanese, che prende capo dal 1779 del tomo decimo e va continuamente di accordo co’ Diarj qui portati dall’Autore.

E in fatti porta l’esperienza che per la ricerca diaria che vien fatta anziosamente dal pubblico di questa opera presso l’Autore e l’uso insieme che se n’è fatto da letterati sublimi oggi viventi nelle loro edite opere sugli articoli diversi che a sì grandi uomini hanno giovato, sembra esser ella la più profigua ed accertata fra le opere del Villabianca pel servigio della Patria. Gli altri diarj che corrono di molti autori su lo stesso assonto saran degni di leggersi, ma non avran mai nè la estenzione ed universalità di materie, nè l’esatta diligenza in recare certe minuzie che da taluni si trascurano e che spesso molto giova il sapersi, come l’hanno questi Diarj, che appellarsi possono Diarj Emmanueli.

Opuscoli palermitani, libri in foglio, che contengono discorsi, trattati e lavori scientifici in varia erudizione, ma per lo più di materie patrie attinenti alla città di Palermo, perciò intitolati vanno col nome di Opuscoli palermitani. Fil filo di uno in uno quì essi espongonsi coll’ordine e numero quì sotto.

Tomo primo

1. L’aquila sicola e la fenice insieme nell’aquila palermitana, o sia discorsi critici sopra i simboli e l’arme o impresa propria della Sicilia e della città di Palermo, metropoli di essa.

2. Continuazione e compimento dell’istessi discorsi patrj dell’aquila e fenice, o sia parte seconda delli medesimi. La prima di queste dissertazioni fu recitata dal Villabianca nell’Accademia degli Ereini a 22 di marzo 1772 e la seconda nell’altra del Buon Gusto a 3 di agosto dell’anno istesso.

3. Viaggio celeste di un viaggiatore immaginario o sia saggio filosofico astronomico su le sfere e cerchi del sole, astri e pianeti e sovra i cieli poi in generale co’ lor fenomeni ed apparenze neree.

4. Corso geografico di un viaggiatore ideale simile al celeste portato di sopra, o sia relazione e notizia storica geografica di tutti quasi i Paesi e delle nazioni del mondo, colle lor rarità più notabili, cose ammirande, prodigiosi terreni, affannosi climi e pratiche infine stravaganti di religioni diverse e di costumi.

5. Sopra le mete antiche de’ prezzi de’ viveri in generale, che si son ragionati nella Sicilia e misure di essi.

6. Discorsi accademici sopra gli antichi dazj, pesi e collette pubbliche del Regno di Sicilia.

7. Delle antiche monete regie della Sicilia.

8. Degli antichi titoli e trattamenti fatti ne’ prischi tempi alla nobiltà della Sicilia.

9. Erudizioni sopra le scritture pubbliche di archivj sì regi che civici, come pure sul regolamento diverso dell’anno e delle indizioni che nella Sicilia fu in uso presso gli antichi.

Tomo secondo

1. Storia della Casa Emanuele Villabianca.

2. Aggiunte storiche di scritture pubbliche appartenenti alla Casa Emanuele.

3. Memorie storiche della origine, fondazione e progressi della venerabile Consororità di Nobili Signore detta volgarmente delle Dame della città di Palermo nella chiesa di Nostra Signora delle Raccomandate a porta di Vicari.

4. Serie cronologica de’ rettori e spedalieri dello Spedale grande e nuovo di Palermo dall’anno di sua fondazione, che fu nel 1431, fino al presente, cavati da’ libri dello stesso Spedale, dagli atti della Corte senatoria, da pubbliche scritture e da monumenti di lapidi ed iscrizioni.

5. Continuazione della cronologia de’ rettori del Monticello di Santa Venera della Pace dietro alla stampa fattane dal barone Andrea Noto nel 1783.

6. Serie cronologica de’ capitani giustizieri e giudici di Partinico novellamente istituiti.

Tomo terzo

1. Memorie nobili della vita del fu conte Francesco M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca.

2. Il Sindaco istruito nelli privilegi della felice e fidelissima città di Palermo, manuscritto molto utile a’ nobili e cittadini palermitani. Costa quest’opera di un riassunto in lingua volgare della raccolta dei privilegi di Palermo fatta da D. Michele Del Vio sul 1706 e vi si ha qualche addizione, con notande le più precipue ed indice ampissimo per la maggiore intelligenza dell’opera.

3. Storia dell’ordine del Toson d’Oro nella Sicilia, cogli elogi de’ cavalieri e genealogie delle lor prosapie, che ne sono state decorate fin da’ primi tempi dell’istituzione dell’ordine fino all’anno 1790.

4. Atti e documenti pubblici de’ Manueli di Palermo e di Trapani.

Tomo quarto

1. Continuazione de’ superiori della Compagnia dei Bianchi (1766 – 1799).

2. Continuazione de’ superiori della Compagnia della Carità (1750 – 1798).

3. Continuazione de’ superiori della Compagnia della Pace (1759 – 1799).

4. Governatori del Monte grande di Pietà e lor catalogo di continuazione.

5. Continuazione de’ governatori della Tavola o sia del banco pecuniario di Palermo (1759 – 1798).

6 e 7. Memorie storiche della origine, fondazione e progressi della pia Opera del fu Andrea Navarro nella città di Palermo.

8. Commentario storico della fu Camera reginale di Siracusa che un tempo fiorì nella Sicilia, con un indice cronologico delle regine che la dominarono co i loro governadori e protonotari.

9. Dissertazione politica storica sopra le dignità dell’officio di senator di Palermo e sua esenzione dal trattamento di eccellenza costumato darsi ai pretori dai senatori, stata consultata al Governo nel 1776 e superata indi che fu la causa mentre era l’autore uno allora de’ senatori.

10. La città di Messina superba ne’ suoi errori e congiurata a’ danni della città di Palermo.

11. Cavalieri dell’ordine costantiniano di S. Giorgio nelle Sicilie.

12. Elogi fatti ai marchese di Villabianca per le sue opere da letterati sì nazionali come esteri.

Tomo quinto

La Corte senatoria della felice città di Palermo, capitale del Regno di Sicilia esposta in croniche ed elenchi storici de’ giustizieri, bajoli, pretori, senatori e giudici di essa metropoli, unitamente agli ufficiali nobili assistenti al Magistrato eccellentissimo, portati da tempi antichi e più a noi remoti fino a’ correnti, e cavatane la lunga storia interamente dalla pubblica scrittura de’ regi archivj e uffici civici, tabelle e marmi e da’ libri non meno di scelti autori e vecchi manuscritti esistenti oggi nella Biblioteca Senatoria, che prendon luogo di documenti pubblici. Con questa opera vanno a correggersi tutti gli errori di nomi ed anni, riempendosi le lacune e tutti gli anacronismi e i vacui che nelle passate croniche senatorie edite da vari autori si scorgevano. Per altro questa opera Villabianca, autorizata vegnendo e largamente corredata di una gran mole di scritture e monumenti pubblici sopra additati, può dirsi un’opera quasi ragionata e fatta appunto coll’esattezza che si richiede.

Indice di essa opera:

1. Capitani giustizieri.

2. Bajoli, pretori e senatori.

3. Ufficiali senatori nobili.

4. Maestri notari.

5. Sindachi.

6. Cronica di essi.

7. Maestri razionali.

8. E l’istessi in cronologia.

9. Tesorieri.

10. E lor cronica.

11. Conservatori d’armi.

12. E cronica.

13. Marammeri.

14. Arcivarj.

15. E questi pure a cronologia.

16. Secretari e cancellieri.

17. Sargenti maggiori.

18. Marammeri del duomo.

Tomo sesto

1. La geografia in compendio.

2. Continuazione de’ re di Sicilia dal 1735 al 1798.

3. Continuazione de’ vicerè di Sicilia dal 1754 al 1798.

4. Reggenti della Giunta di Sicilia nella real Corte di Napoli (1735 – 1795).

5. Segretarj della real Giunta di Sicilia nella real Corte di Napoli (1735 – 1785).

6. Continuazione de’ consultori (1759 – 1799).

7. Continuazione de’ Parlamenti dall’anno 1754 al 1798.

8. Grazie e capitoli della Sicilia stabiliti sotto il governo di Carlo III.

9. Continuazioni de’ deputati del Regno (1754 – 1798).

10. Presidenti e giudici della Gran Corte (1760 – 1801).

11. Continuazione de’ presidenti del Real Patrimonio (1758 – 1787).

12. Continuazione de’ presidenti e giudici del Concistoro.

13.(Perduto).

14. Indizioni.

15. Tariffe di terre e di merci.

16. Il senatore istruito di Palermo.

Tomo settimo

1. Serie cronologica delli rettori e spedalieri dello Spedale di S. Bartolomeo l’Incurabili della città di Palermo dal 1541 sino al presente 1775.

2. Diario e narrazione storica de’ tumulti successi in Palermo nel 1708.

3. Bandi e documenti stampati riguardanti la sopradetta relazione.

4. Diario storico dell’infelice occorso seguito in Palermo contro il fu vicerè duca Giovanni Fogliani de Aragona e de’ successi altresì de’ tumulti mossi dalla bassa plebe nell’anno 1773. Vedesi indi la seconda parte di questa opera straricca di fatti storici, di note erudite e d’istruzioni per i governanti, con riflessi politici. Le notizie innoltre che qui si avanzano sul carattere e articoli delle maestranze palermitane prendon gran parte in questa storia. Fan lustro finalmente alla medesima le pitture ad inchiostro delle vedute del fuoco della Vicaria, dell’incontro della cavalleria e di altri incidenti e finalmente dell’atto di giustizia eseguito contro i rei.

Tomo ottavo

La mastra nobile, o sia cronologia senatoria delle più cospicue città della Sicilia, come a dire:

1. Messina, suoi governadori, detti già strategoti, senatori e giudici, continuazione all’edita cronologia de’ magistrati di essa città nella Sicilia Nobile del Villabianca.

2. Capitani giustizieri e senatori di Catania, continuazione come sopra.

3. Capitani e senatori di Siracusa, continuazione.

4. Capitani giustizieri di Trapani, continuazione.

5. Senatori di Trapani, continuazione.

6. Giurati di Marsala.

7. Capitani giustizieri di Mazara.

8. Giurati di Mazara.

9. Capitani giustizieri di Salemi.

10. Giurati di Salemi.

11. Capitani giustizieri del Monte S. Giuliano.

12. Giurati del Monte S. Giuliano.

13. Capitani giustizieri di Girgenti.

14. Giurati di Girgenti.

15. Capitani giustizieri di Sciacca.

16. Giurati di Sciacca.

17. Capitani giustizieri di Marsala.

18. Concessione del titolo e dignità di Senato alla città di Caltagirone.

19. Giurati e capitani della città di Mazara.

20. Capitani e senatori della città di Caltagirone.

21. Governatori di Siracusa.

Tomo nono

1. Giunte storiche alla pubblicazione de’ sette Uffici della Sicilia fatta dal Villabianca negli Opuscoli Siciliani del prior Di Blasi. Origine de’ sette Uffici in generale; Gran Contestabile; Maestro Giustiziere; Gran Siniscalco; Gran Cancelliere; Grande Almirante; Gran Protonotajo; Gran Camerlengo.

2. Motti siciliani e maniere di dire parafrasate in gran parte co i sacri libri ad ordine alfabetico e accresciute altresì di voci e versioni latine con patrie erudizioni pel maggior lustro dell’opera, raccolta foltissima, fatica e studio del Villabianca. Oltre a tai motti si hanno appo il Villabianca tomi due di manoscritti in foglio di raccolte di maniere di dire in volgar toscano per uso di composizioni in prose, fatte da lui essendo garzonetto in seminario, quali fatiche a suo luogo appresso notate vengono.

3. Notamento de’ rettori della reale Arciconfraternita de’ SS. Quaranta Martiri e di SS. Rainiero de’ nobili pisani (1513 – 1797).

Tomo decimo

1. Le glorie dell’aquila trionfante del Strada portate per note di memorie in questo indice di Opuscoli Palermitani e per l’onor della Patria collette.

2. Idra decapitata del Reina contro Palermo, studj utili e notamenti storici fatti sopra questa opera e portati ad ordine alfabetico per la difesa pur della Patria.

3. La clemenza reale del Strada, sue memorie storiche e riassunti letterarj degni di sapersi da i buoni patriotti.

4. Spoglio di parte di libri della Real Cancelleria fatto da Francesco Maria Emmanuele, conte marchese di Villabianca ecc. in diversi tempi di sua vita pe’ lavori delle sue opere sicole storiche.

5. Continuazione della cronologia de’ deputati governatori dell’Albergo Generale de’ Poveri della città di Palermo, eretto nel più augusto palazzo che oggidì si abbia di essa metropoli dietro la stampa fattane dal Torremuzza del 1772.

6. Famiglie magnatizie e baronali di Sicilia e sopra tutto delle pretoriane di Palermo del Giarratana e Villabianca.

7. Giunte critiche di nobiltà al noto scritto dell’Anonimo, creduto comunemente il conte Mario Cutelli di Villarosata, e che recato in lazio idioma ci presenta la cognizione della vera qualità ed origine delle famiglie nobili di Sicilia e per lo più di quelle della città di Palermo, capitale del Regno e sede quasi di tutto il baronaggio.

8. Notizie de’ rei di morte che sono stati aggraziati dalla Compagnia de’ Bianchi (1760 – 1798).

9. Cavalieri siciliani dell’insigne Reale Ordine di S. Gennaro, dal primo giorno della istituzione di detto Ordine fino al presente tomo.

10. Gentiluomini di camera siciliani o sian cavalieri della Chiave d’oro sì d’esercizio che onorari, detti d’entrata, sotto li serenissimi nostri sovrani di Sicilia Carlo III e Ferdinando III.

11. Cronichetta de’ canonici del duomo di Palermo dal 1735 fino a’ tempi nostri, cioè della vita del Villabianca, che l’ha raccolti. E questa può servire di continuazione alla consimile Cronica manuscritta lasciata dal Mongitore.

12. Elenco delle dame siciliane di Corte che sono state della Camera delle regine di Sicilia, la Sassona e la Lorenese austriaca, e rapportantene le promozioni ne’ Diarj palermitani del Villabianca.

13. Serie cronologica de’ canonici della Real Collegiata di S. Pietro del palazzo regio di Palermo fino all’età presente.

14. Saggio filosofico sul celebre poema dell’Adamo del Campailla fatto in lode dell’abate Secondo Sinesio, che di esso poema fe’ la ristampa con sue dotte erudizioni nel 1783, che poi dal detto abate fu dato alla luce nell’opera dell’Apocalisse di S. Paolo dell’istesso Campailla, commentata similmente per esso lui con scientifiche note nel 1784, alla pag. 436.

Tomo undicesimo

1. La fontanografia oretea, o sia etimologia, descrizione e storia di tutti i capi e sorgive d’acque che secondo lo stato presente per fiumi e fonti in abbondanza e in numero più che felice sopra tutto rendono la felice città di Palermo, capitale della Sicilia, e la campagna sua aurea attorno, nota col titolo di Conca d’oro.

Questa opera nomata Aquaria, oggi riuscita vedesi, per quel che s’è finora subodorato, poco o niente piacevole a i maestri fontanari, giacchè per la medesima prende lume in qualche maniera il pubblico e regolamento sul fare de’ detti artisti. La privativa della meccanica, che su le sorgive, quantità e corsi d’acque ne ha tenuta finora il forte corpo di questi fabri, che propriamente si posson dire dominanti di mondo sotterraneo, soffre mal volentieri le scoverte che in qualche maniera quì si danno al giorno.

Purnondimeno, essi fontanari seguiranno impunemente a soggettarci a lor talento, sebbene con qualche riforma, per la ragione che ad essi assiste di caminar sotto terra i lor lavori e in conseguenza esser difficile di potersi da mano aliena e senza occhi affatto percorrersi quelli e notomizare. Buon è però quel poco di bene che or se n’è fatto.

2. Capitoli del Monte della Pietà di Palermo riassuntati.

3. Sommario di atti e documenti pubblici delli Manueli.

4. Breve monumento storico dell’origine, fondazione e istituto della venerabile e pia Opera detta di Abbatellis nella città di Palermo.

5. Commentario storico del palazzo reale di Palermo, colle miniature ad inchiostro de’ suoi prospetti che ne’ tempi andati variamente ha sortito de’ dominanti, cioè de’ saraceni, normanni ed austriaci.

6. Lettere familiari.

Tomo duodecimo

1. De’ padri della Patria della città di Palermo, elogj storici.

2. De’ ministri di governo nella Sicilia, in qual modo stati trattati e puniti negli occorsi de’ loro errori e delinquenze, memorie storiche.

3. Scritture, ragioni e documenti pubblici allegati pel Senato di Palermo contro il Regio Fisco per le cause de’ prestami e delle gabelle de’ pesci e dell’armi.

4. Delle antiche chiese e de’ privati oratorii che un tempo si tennero da’ signori ne’ loro Palazzi nella città di Palermo.

5. De’ teatri antichi e moderni della città di Palermo.

6. Dell’antico e moderno suono delle campane, che secondo i sacri riti è stato solito osservarsi dalle chiese della città di Palermo.

7. Intorno agli antichi e moderni caricadori di Palermo.

8. De’ laureati in legge, lor dignità e possanze.

9. Provvidenze di Governo contro le locuste o sian cavallette.

10. De’ schiavi e carrozze tenute da’ cittadini palermitani, memorie storiche.

11. Su la reedificazione del duomo di Palermo e de’ suoi sepolcri reali.

12. Sulle celebri sollennità di Palermo per Santa Rosalia, commentario storico.

13. Dell’antiche processioni sacre e profane solite celebrarsi nella città di Palermo e che presentemente vengonvi abolite, unite ad esse le funzioni e feste di coronazioni reali.

14. Sulla vana istituzione del mercato pubblico in Palermo, consimile a quello di Napoli.

15. Delle statue ed obelischi che sono in Palermo, colle memorie e nomi de’ lor scultori più insigni, notizia storica colla enumerazione generale de’ principali lavori e più accreditati tra essi.

16. Cronologia de’ consoli di commercio del Consolato di mare in Palermo.

17. Delle moderne inondazioni di Palermo cagionate dalle fonti e da’ fiumi che felicitano la sua Aurea Conca, narrazione storica.

Tomo decimoterzo

1. De’ banditi di Sicilia o sian scorridori di campagna e ladri, de’ quali essendosi fatte le teste dalla mano forte di giustizia oprata da’ più grossi signori del Regno e ministri regj, s’è data al Paese l’antica pace, libertà e salvezza, memorie storiche.

2. De’ giuochi popolareschi soliti festeggiarsi in alcuni tempi dell’anno dalla bassa gente nella città di Palermo. Da pochi anni però a questa parte si son sospesi in città sì fatti giuochi, perchè vietati rigorosamente dal Governo pel buono pubblico. L’ordinazione proibitiva de’ medesimi fu opera del vicerè Caracciolo, quale essendo stata ben consultata, s’è veduta osservar tutt’ora per modum regulae da ogni sede successiva de’ giustizieri. Essi giuochi in verità eran capi di risse e di sconcerti, e per lo più da feste passavano in lutti. La passion dominante della volgar gente, ch’è il dilettarsi della Pianta di Bacco in occasioni particolarmente di allegrie, producea sì tristi effetti. Pur tuttavia a questa legge sarà bene accoppiarvi la prudenza, perchè al popolo nelle liete ricorrenze dell’anno si deve dar qualche sfogo.

3. Delle famiglie private e cadette che non han titoli in Regno di principi, duchi, marchesi e conti tra ‘l corpo nobile della città di Palermo e della Sicilia, alberi genetliaci e notizie storiche colle miniature a colori de’ stemmi lor gentilizj pel divisamento de’ campi e delle figure che vi si scorgono.

4. Studi, scritti e servigi patrj fatti dal Villabianca alla città di Palermo nelle di lei occorrenze e uffici pubblici.

5. Poesie latine e toscane, elegie, satire, sonetti ed iscrizioni poi sopra tutto lapidarie, parte delle quali lapidarie si trovano oggi date alla luce, come che già sculte in tavole di bianchi marmi di luoghi pubblici di questa capitale e in altri posti altresì del Regno.

6. Parti geniali di disegno o sia pittura fatti dal Villabianca, essendo figliuoletto nel fu eccelso convitto de’ Teatini in Palermo sul 1735.

7 e 8. Delle mete delle uve e vini solite imporsi in Palermo dal Senato eccellentissimo, raccolta che presa dall’anno 1688 siegue e distendesi fino a’ nostri tempi.

9. Delli ritratti de’ vicerè di Sicilia espressi in rame ed in carta e che esposti vengono nelle regie stanze del palazzo dominante di Palermo colle epigrafi in piede toccanti il tempo e le circostanze del lor governo.

10. Pezzetti di erudizioni spettanti a’ presidi del Regno di Napoli.

11. Feudi della famiglia Emanuele.

Tomo decimoquarto

1. Strade e cortigli nelle parochiali contrade di Palermo.

2. Molini di grano, sale ed olio che sono nella campagna di Palermo.

3. Stuore letterarie del Villabianca tessute di varia erudizione sacra e profana spettanti la gran parte alla città di Palermo e in secondo luogo al Regno di Sicilia.

4. Forni della città di Palermo.

5. Della divina arte della pittura. Catalogo de’ più insigni pittori sì nazionali che esteri, de’ quali vi sono pitture presso Palermo e in altre pure città del Regno.

6. Fondachi e locande sì urbane che suburbane della città di Palermo.

7. Pel Senato eccellentissimo intorno alla prerogativa tenuta ab antiquo dal Pretore e pur pretesa da i senatori di provvedere e procedere col giudice alla spalla nelle solenni funzioni della città. Giovò qualche cosa il presente scritto alla vittoria ottenuta di tale causa.

8. Notizie storiche moderne sicule de’ passaggi di dominanti, sbarchi di truppe e mutazioni d’armi che hanno toccato al Regno di Sicilia nel corso del secolo XVIII or cadente.

9. Blasone palermitano, o sian le marche e tessere de’ stemmi ed arme gentilizie di famiglie nobili e civili che han fiorito e fioriscono nella città di Palermo, capitale del Regno di Sicilia, espresse tutte a colori in pittura corrispondenti a’ loro stemmi e particolari imprese, cavato da nobiliarj di scrittori genealogisti e storici, dalli Diarj palermitani del Villabianca, dalle relazioni ricevute dall’istesse famiglie e sopra tutto dagli aspetti de’ marmi palatini e pubblici e sculture de’ tumoli, mausolei e lapidi sepolcrali che ne’ tempj oggi surgono di essa metropoli.

10. Raccolta cronologica di quei ministri di Conseglio che han tenuto la carica di uditore generale dell’esercito e gente di guerra di questo Regno di Sicilia, che è tutta diversa da quella di veditori generali, che nello scorso secolo vi fiorirono insieme. Pelle giudicature sta l’auditore e soltanto quell’altro tennesi pe’ conti regi.

11. Notizia storica delle strade pubbliche regie antiche e novelle della Sicilia.

12. Codice arabo di storia di Sicilia de’ tempi de’ saraceni.

13. Pel privilegio della grazia di vita tenuta nel tempo pasquale dalla Compagnia de’ Bianchi di Palermo.

14. Cronichetta de’ padri predicatori quaresimali del duomo di Palermo.

Tomi decimoquinto e decimosesto

Palermo d’oggi giorno, o sia topografia generale in prospettiva storica della città di Palermo fatta in ogni una delle sue parti sì urbane che suburbane secondo lo stato presente dell’anno 1788, in cui scrive il Villabianca, autor dell’opera. Il tutto ombreggiato d’antica storia, che confronta colla moderna, e di patrie note erudite adorna e degne della gran metropoli. A tanta mole, non bastando un tomo solo per abbracciarla tutta, s’è stimato ragionevolmente farla comprendere in due tomi separati in foglio, che sono appunto li 15° e 16° marcati di sopra.

Nel primo tomo, quindi, che serve pelle notizie dell’interno della città, si dà la origine della città di Palermo e de’ suoi pregi, titoli e qualità naturali, colle memorie de’ primi suoi abitatori, circuito e popolazione, mura, castella, baluardi, porte, quartieri, Cassaro, Strada nuova ed Ottangolo, che con vera magnificenza surgono oggi in essa metropoli, capitolo 1. Si descrivono susseguentemente il duomo, episcopio e parochie, conventi, monasteri e chiese in generale della città, capitolo 2. Viene appresso la notizia de’ palazzi reale e senatorio, con altra delle case pubbliche e de’ palazzi e case civiche delle più cospicue, capitolo. 3. Nel capitolo 4 si godono i piani e piazze, statue, pitture e fontane e con esse espongonsi le strade, cortigli, fondachi, locande e forni. A proposito del presente capitolo 4 di piani, non è credibile quanti ostacoli siensi trovati per ammonirlo nel timido e ignorante popolo, che al veder le minute ricerche che faceansi d’ogni angolo della città, insospettito che si tentasse con ciò imporre nuove gravezze, ne ricorse fino al Governo, finchè si fe’ palese l’innoccente motivo di tal procedere.

Nel tomo secondo, poscia, si passeggia la campagna in generale col suo montano anfiteatro. Si hanno perciò pel capitolo 5 li campi circondarj, borghi, porti, molo, piani, strade suburbane, ville e casene. A questi succedono i monti e contrade rusticane, fiumi, teste d’acqua, mulini, torri e tonnare, capitolo 6. Va ripieno il capitolo 7 di figure e vedute che corrono in rame ed in carta per la città di Palermo, con la notizia delli cocchi che vi camminano. Il capitolo ottavo finalmente ci mette avanti le anticaglie palermitane, consistenti nelle vecchie mura, che in città un dì furono, come di porte, forti, borghi, parochie, conventi e monasteri, case regie e pubbliche, al presente più non esistenti.

Tomo decimosettimo

1. Della Sicilia, commentario storico, o sia saggio critico sul punto di vassallaggi baronali e di dominazioni ignobili di terre, con che sono state conosciute altre volte le primarie città di detta isola, che sono oggi parlamentarie del Real Demanio. Queste però oscure note qualunque siansi, che alle dette città sono dispiacevoli, rischiaransi alquanto sul tempo istesso dal lume degli urbani stemmi e generose insegne espresse in pittura che quelle portano, non meno che delle laudi in storia sicola che alle medesime città convengono.

2. Medaglie in carta o sian mostre e figure di medaglie d’oro, argento e rame, che vanno in stampa, proprie di principi, governanti e soggetti riguardevoli che han fiorito in questo Regno di Sicilia.

3. Le guerre de’ letterati o sian saggi critici di storia sicola sulle persone, qualità e talenti degli antichi e moderni scrittori siciliani presi da fatti di quell’incontri che tenuti hanno eglino letterarj per le condizioni delle loro opere date alla luce, unitamente alle ingiurie e correzioni che si son fatte reciprocamente per spirito di dotta emulazione.

4. Nobiliario secondo genealogico della città di Palermo, ove han luogo congiuntamente colle famiglie le ministeriali e civili che oggi fisso domicilio apprestansi in essa inclita oretea metropoli. Li stemmi gentilizj insieme di queste famiglie in miniature a colori vengon qui espressi pel divisamento de’ loro campi e delle loro figure che in essi adopransi.

5. Feste reali in Palermo ed altre pubbliche più memorabili che si son celebrate in essa capitale, sì liete che lugubri.

Tomo decimottavo

1. Carte iconografiche degli arcivescovi palermitani e primati della Sicilia che pe’ loro gloriosi nomi in rami d’onore ne vengono espressi e che quì espongonsi dal Villabianca per servire agli Opuscoli suoi letterarj, che alla Patria sua gloriosa nella gran parte son dedicati.

2. Giuochi volgari in generale sì di mano che di sorte esercitati nella Sicilia.

3. Delle calamità di fame e carestie patite nella Sicilia per disgrazia di tempi avversi, guerre, pestilenze, locuste e per cause di mal governo.

4. Notiziario storico de’ fuochi più notabili che in varj tempi si sono cagionati nella città di Palermo, brugiando palazzi e case e luoghi pure d’archivj pubblici, il danno de’ quali, per la perdita fattasi di preziose scritture e monumenti, è stato considerato il più deplorabile che si sia patito dalla detta metropoli e può dirsi altresì da tutto il Regno per relazione all’interesse che esso tiene in quelle, come scritture promanate e prodotte dalla capitale.

5. I marmi d’Oreto o sian marmi magnatizj, sì regi che civici, i quali esposti veggonsi nella città di Palermo e ne’ luoghi pubblici di essa reggia, come di forti, porte, teatri e piazze per via d’archi, trofei, simulacri e stemmi, spiegati dal Villabianca ed illustrati altresì di erudizioni e note storiche. Aggiuntevi in fine altre notizie de’ prischi consimili monumenti pubblici a’ tempi nostri non più esistenti.

6. Feste pubbliche in Palermo e fatte a spese di particolari cittadini pel fasto e lustro delle loro domestiche occorrenze.

7. De’ giuochi bellici cavallereschi stati usati da i siciliani nelle città del Regno e sopra tutto nella capitale.

8. Ritratti di ministri togati, raccolta del Villabianca.

9. Ritratti in rame di prelati, vescovi, abati e canonici siciliani.

10. De’ Parlamenti più clamorosi del Regno, che in vari tempi si son celebrati nella Sicilia dal di lei corpo di nazione in servigio del re e della Patria e pur convocati da’ parlamentari di propria loro autorità per occorrenze critiche di Stato.

Tomo decimonono

1. Degli antichi e moderni re di Sicilia che dietro a’ saraceni si han de’ normanni e svevi, angioini, aragonesi e austriaci, e portati vengono per dritta linea fino a i Borboni, nostri al presente gloriosi dominanti, pezzetti di elogj e notamenti storici, con ritratti in rame d’alcuni delle persone di essi serenissimi.

2. De’ tumulti più memorabili che tanto ne’ prischi che ne’ medj e novelli tempi e fin da quelli de’ saraceni si son mossi nella città di Palermo dalla vil mano della bassa plebe, cogli atti e ripari dati dal Governo per sedarne l’insania, scritti e raccolti dal Villabianca pel consiglio e saggezza de’ buoni patriotti, a’ quali dee incombere l’onore della Patria in somiglianti calamità e vertigini.

3. Delle vendette più clamorose di giustizia che da’ tempi andati fino a’ correnti si son prese sopra i malfattori con laccio, ferro e fuoco in atti di pubblici spettacoli dati a i popoli palermitani per legge di buon governo, collezione storica del Villabianca. Aggiuntevi in fine le liete note de’ nomi di una buona parte de’ rei che nel decimottavo oggi spirante secolo sono stati aggraziati di vita dalla mano de’ principi e dalla Compagnia de’ Bianchi.

Tomo vigesimo

1. Della nobiltà della città di Marsala o sia del Lilibeo antico e moderno, relazione minuta topografica e commentario storico, colla notizia insieme della qualità delle di lei famiglie antiche e moderne che compongono il Senato e suo corpo governante.

2. Descrizioni e vedute de’ due palazzi saraceni della Zisa e Cuba e delle ruine di Mar dolce, della Guadagna ed altri.

3. Degli antichi maestri di piazza della città di Palermo, ma sol de’ tempi che vi fioriron nobili con titolo di spettabili e dell’ordine pure senatorio, frammenti storici.

Tomo vigesimo primo

1. Delle torri di guardia e di tutte l’altre littorali della Sicilia.

2. De’ ponti de’ fiumi del Regno.

3. Delle tonnare in generale dell’isola.

4. Consulte e lettere di governo, fra le quali si ha l’interessante molto criterio della pensata riforma sopra l’enorme eccessiva copia, abusi e disordini che si lamentano ne’ trattenimenti de’ titoli sì feudali che onorarj della Sicilia.

5. Famiglie ducali e senatorie della repubblica di Genova.

6. Castellani, falconieri e secretarij de’ Vicerè ed or del Governo notandi e collezzioni.

7 e 8. Maestri secreti, memorie e note.

9. Capitani d’armi, raccolte come sopra.

Tomo vigesimo secondo

1. Libro quinto dei baroni e feudatarij spettanti alla edita opera dell’Appendice alla Sicilia Nobile del Villabianca.

2. Protomedici, ministri di Messina e percettori del Regno, loro memorie.

3. Descrizione della Sicilia.

Tomo vigesimo terzo

1. Cronache e raccolte di conservatori.

2. Di avvocati fiscali.

3 e 4. Di maestri razionali.

5 e 6. Di giudici della Gran Corte.

7. Canonici del duomo. Del capitolo e clero della cattedrale di Palermo colle croniche e note de’ canonici (dal 1200 al 1801).

8. Cronache di consimil fare per monasteri di donne. Notizie ed elogj istorici dell’origine, fondazione e stato attuale dei più cospicui monasteri di donne di Palermo.

9. Di vicarij generali de’ Vicerè.

10. Di ambasciatori.

11. De’ maestri giurati.

12. Siciliani illustri extra regnum.

13. Di capitani e tenenti della guardia degli alabardieri.

14. Di procuratori fiscali, collezioni.

15. Ministri del Magistrato del Commercio notandi.

16 e 17. Maestri portolani, raccolte.

Tomo vigesimo quarto

1. Deputazione e ferie ammanita delli deputati di nuove gabelle, sua storia.

2 e 3. Secreti palermitani e lor raccolte.

4 e 5. Protonotari notandi d’essi.

6 e 7. Tesorieri generali raccolti come sopra.

8. Detti sentenziosi e frasi d’autori.

9. Parrocchie e parochi di Palermo, loro cronache e note storiche.

Tomo vigesimo quinto

1. Del blasone ed arte araldica della nobiltà di Sicilia.

2. Dell’Accademie palermitane e sicole.

3. Vicecapitani di Palermo, loro raccolte.

Tomo vigesimo sesto

1. Delle fiere e corte di Sicilia.

2. (Manca)

3. Capitania di Palermo del Villabianca.

4. Falcone di Malta pe’ re di Sicilia. Del censo o sia tributo del falcone che dalla religione gerosolimitana si prestava ogni anno a’ Vicerè di Sicilia sopra l’isola di Malta e catalogo de’ ricevitori.

5. Maestri di zecca e di prova.

6. Sicilia sacra ne’ vescovadi dopo del Pirro e Mongitore, portata però questa in volgar toscano.

Tomo vigesimo settimo

Motti, sentenze e passi d’autori.

Tomo vigesimo ottavo

1. Sollennità reali liete e lugubri.

2. Famiglie pisane in Palermo.

3. Avvocati de’ poveri e memorie del loro ufficio.

4. Origine della famiglia Emanuele.

Tomo vigesimo nono

Storia ricercata di Sicilia edita a dizionario dalla lettera A fino alla C.

Tomo trentesimo

Storia ricercata di Sicilia dizzionario dalla D fino alla O.

Tomo trentesimo primo

L’istesso dizzionario d’istoria sicola dalla P fino alla Z.

Tomo trentesimo secondo

1. Vicerè e ministri di fama buona e cattiva e con erudizioni varie insieme spettanti ad essi.

2. Schiavi di nobili natali fatti da’ turchi.

3. Memorie della Compagnia di S. Tomaso li greci e serie cronologica de’ suoi governatori fatigata dal vivente nostro storico palermitano Mariano Scasso.

4. De Im-hof familiae regiae Italiae et Hispaniae et stirps in ipsis Emanuelensis sicula doctis historicis illustrata notis et aucta insimul ad votum satis.

5. Compagnia delli Verdi, suo ruolo de’ superiori dall’anno 1576 di sua fondazione fin al presente.

6. Commentario della regia cappella di N. S. de la Soledad colla cronologia dei suoi maggiordomi e zelatori, fatica del barone Giuseppe Girolamo Lanterna.

7. Teatro di nobiltà de’ Platamoni in generale dell’istesso di sopra barone Girolamo Lanterna.

8. Emanuelis familiae distincta conditio et ex regio stipite deducta origo.

10. Compagnia del Ponticello, superiori e congionti.

11. Della Concezione.

12. Del SS. Sacramento dell’Albergaria.

13. Congregazione di dame della Madonna di Belen.

14. Regj istoriografi di Sicilia.

15. Iscrizioni sepolcrali fattesi preventive a’ funerali.

16. Guerre civili simili al caso di Sciacca.

17. Dell’architettura ed architetti.

18. Del Rosario in S. Cita.

19. Del Carminello.

Tomo trentesimo terzo

1. De’ maggiordomi, cavallarizzi, camarieri maggiori, paggi e portieri di camera de’ Vicerè di Sicilia.

2. Secretarj del Regno.

3. Capitano della Gran Corte e degli algozirj.

4. Storia di Partinico (ma anche dell’abbazia di S. Maria di Altofonte e della terra di Parco).

Tomo XXXIV

1. Orazione funebre preventiva alla morte, che si ha fatto egli stesso per la sua persona, il Villabianca.

2. Della vanità virtuosa de’ letterati e degli uomini sommi nel tramandare alla posterità il loro nome.

3. Raccolta di documenti emanati dal governo di Sicilia, a’ quali ha cooperato il Villabianca pel ben pubblico (1780 – 1793).

4. Memorie onorifiche della famiglia Emanuele di Sicilia, proveniente da quella di Spagna.

5. Della peste velliana del maltese Cagliostro (sul falso codice arabo del Vella).

6-11. Serie cronologica de’ ministri generali dell’ordine di S. Francesco, de’ prepositi generali de’ chierici regolari teatini, de’ generali della Compagnia di Gesù, de’ priori generali di S. Agostino, de’ maestri generali dell’ordine de’ Predicatori e de’ prepositi generali de’ chierici regolari Ministri degl’Infermi (dalla loro fondazione al 1795).

12. Sacrileghe uccisioni occorse sopra alcune persone ecclesiastiche cogli atti di giustizia indi seguiti

Tomo XXXV

Storia di Naro.

Tomo XXXVI

Storia cronologica de’ presidenti e de’ giudici de’ tribunali di Sicilia.

Tomo XXXVII

1. Della poesia, della musica, del ballo, dell’arte oraria.

2 Memorie storico diplomatiche della milizia urbana di Sicilia.

3. Elogia siculorum regum, quae sub imaginibus eorum legebantur in aula sacri regii palatii Panormi.

4. Del famoso duello di Bordeos, stato intimato dal re Carlo d’Angiò al re Pietro d’Aragona per decidersi su chi dovea cadere il dominio del Regno di Sicilia.

5. Breve notizia della famiglia Zamparrone con un elenco de’ vice-portolani del caricatojo frumentario della città di Palermo (1636 – 1774).

6. Dell’ultima volontà e disposizione testamentaria fatta da Francesco M. Emanuele, conte marchese di Villabianca.

7. Memorie de’ naufragii e de’ naufraghi ne’ mari della Sicilia.

8. Trattato dei pesi e delle misure.

Tomo XXXVIII

1. Cronologia istorica delle famiglie reali di Sicilia.

2. Delle famiglie magnatizie siciliane decorate della dignità di grandi di Spagna, che posseggono stati e vassallaggi.

Tomo XXXIX

Blasone siciliano.

Tomi XL e XLI

Notizia degli atti di giustizia che si sono eseguiti in Palermo sì di mannaja come di forca sulle persone de’ rei di morte, col conforto prestato loro nella cappella della Compagnia de’ Bianchi (dal 1641 al 1798).

Tomo XLII

1. De’ vantaggi dell’arte nautica, della navigazione e del commercio.

2. Memorie storiche dell’origine, della fondazione e de’ progressi del banco pecuniario di Palermo.

3. La satira del Villabianca sulle cose torte corse in Palermo per causa del mal governo e de’ fatti di taluni stolti e maligni uomini

4. De’ lutti e dei funerali de’ siciliani antichi e moderni.

5. Scelta di canzoni siciliane e di sonetti, colle versioni latine.

6. Commentario istorico sulla nascita del principe Ferdinando Borbone, avvenuta in Palermo a 26 agosto 1800.

7. Della testa del ribelle Mariano Rubiani, tagliata da Benedetto Emanuele, marchese di Villabianca, ne’ tumulti accaduti in Palermo l’anno 1647.

Tomo XLIII

Blasone palermitano.

Tomi XLIV-XLVII

Appendice seconda alla Sicilia Nobile.

Tomo XLVIII

Famiglie private nobili siciliane, nobiliario secondo.

Iscrizioni moderne del Regno di Sicilia unite alle Memorie lapidarie sì pubbliche che sepolcrali della città di Palermo, tomi 10, cioè sette in foglio e tre in 4°.

Questa raccolta appunto di moderne iscrizioni sopra accusate, siccome una volta fu a servir di mole e bastante materiale alla nota mia prima opera della Sicilia Nobile, così del pari non è stata oziosa in seguito pel servigio appresso dell’opere pubbliche civiche di Palermo, come a dire sul confrontare e ristorar le lapidi e marmi che dal Governo si son dovute rifare a causa d’esservisi resi i caratteri quasi illegibili corrosivi del tempo. Serviron di fatti ultimamente elleno per le lapidi delle fontane della Vicaria e del tabellone insieme che sta sul portone della stessa carcere sotto la grand’aquila. Molto veramente è costata di fatica e di spesa questa diligente raccolta, trovandosi la gran parte di simili iscrizioni situata in luoghi eminenti, ove a gran stento si è trovata persona capace di leggerle e di esattamente trascriverle, salendovi con lunghissime scale, oltre i gravi contrasti co i rettori delle chiese, che mal soffrivano sì fatte operazioni.

Come però è necessario che restino almeno nelle pubbliche Cancellarie o Biblioteche le copie di sì fatte iscrizioni, acciocchè logorandosi le originali possono ristorarsi o rifarsi, purchè non sieno di quelle delle quali non dovrebbe restar memoria, perchè fatte sì sconciamente che, anzichè onore, fan vergogna alla Patria, cossì all’incontro dee chiunque guardarsi di metter mano alle statue, busti, bassi rilievi e simili, ancorchè dall’aria e talvolta dall’acqua anneriti e di nuova crosta coperti, e molto meno con adoprarvi scalpello e pomice, che adultera senza meno gli antichi vivi sentimenti voluti da’ loro autori, oltre l’inutile spesa che va a farsi, dovendo in pochi anni necessariamente rinascer lo stesso inconveniente che ha prodotto una volta l’aere, l’acqua e la terra.

Notizie storiche e genetliache appartenenti a molti sovrani del mondo e quasi a tutti i principi d’Europa. Compendj son questi di memorie storiche, e non opuscoli, secondo porta il presente assonto, siccome del calibro istesso son li qui appresso enumerati tomi. Ma perchè son libri questi apparte faticati dall’Autore per selve e miscellanei di erudizione buoni a fare novelli trattati, perciò han luogo di punteggiarsi pari passu insiem cogli Opuscoli nella presente di avviso letteraria stampa.

Compendio di storia romana.

Altro spettante alla storia delle tre antiche monarchie, assiria, persiana e greca.

Miscellaneo di varie erudizioni sagre, profane e scientifiche.

Criterio di confidenziale secreta istruzione fedele per conoscersi la più vera qualità ed essenza delle famiglie nobili di Palermo e del Regno di Sicilia.

Detti poetici uniti a sentenze e massime d’illustri autori, raccolta e selve ad uso di componimenti, tomi 2.

Investiture de’ feudatarj di Sicilia, che furono raccolte pella machina della Sicilia Nobile, tomi 2.

Storia de’ nostri tempi, cioè dal 1700 fino a i correnti, compendj storici come sopra.

Il gentiluomo erudito nelle scienze astronomiche, filosofiche, legali, aritmetiche e storiche. Note e selve che dan mano a novelli studj.

Fabbriche ed edifizj pubblici, baluardi, fortezze e porte della città di Palermo. Servono questi all’opera del Palermo d’oggi giorno.

Chiese e monumenti sacri della stessa metropoli. Servono come sopra al divisato Palermo d’oggi giorno.

Miscellanei storici spettanti al Regno di Sicilia e in particolare alla città di Palermo, e questi vengon del pari addetti al corpo materiale del noto manuscritto del fu calendato Palermo d’oggi giorno, tomi 4.

La continuazione finalmente della Sicilia Nobile prende l’ultimo luogo in questa biblioteca personale, che può dirsi propriamente Biblioteca Emmanuele, come ammanita e prodotta dalla mano di un solo autore, qual è il Villabianca Emanuele. Si fa questa costare di otto tomi di scrittura in foglio, con selve de’ Parlamenti, donativi, prammatiche, grazie e leggi di Sicilia, e con esse raccolte vengono le investiture de’ feudi, titoli di principe, duca, marchese, conte e barone in Regno, che si son prese successivamente da i nostri feudatarj e titolati dopo l’edizione di quell’opera di Sicilia fatta nel 1754 e 1775, unendovi li proseguimenti cronologici de’ prelati e vescovi del Regno e regj ministri del Sacro Real Consiglio e di tutti altri politici e militari, cioè de’ presidenti de’ Tribunali della Regia Gran Corte, del Patrimonio e del Concistoro, protonotari, conservatori, maestri portolani, avvocati fiscali, maestri secreti, tesorieri ed auditori generali, congiuntamente a quelli de’ regj secreti, maestri di prova e zecca, coi governatori insieme delle tre nobili Compagnie de’ Bianchi, Carità e Pace, del Monte, della Tavola, rettori e spedalieri dello Spedale Grande e dell’altro di S. Bartolomeo, di cui anche si fanno le persone de’ benefattori, e co i regj ambasciatori finalmente che sono stati a varie Corti di Europa, vicarj e commisarj generali per il Regno, castellani del regio castello di Palermo, ministri di Messina, e questi tutti dal giorno che è stato possibile cavarsi in storia della istituzione de’ loro uffizj fino all’età corrente.

E qui finalmente convien protestare come nel corpo dell’additata di sopra mole di tanti e tanti opuscoli e manoscritti inediti quì ingionti in generale, ve ne sono degli altri nelle opere di Villabianca, come a dire della Messina ingannata, vita dell’Autore, onori letterarj dati al medesimo, il Palermo dannificato, Manueli e Manuelli, incontri de’ Bianchi pello stendardo di giustizia, che quì tutti saggiamente vengon soppressi. N’è stata la ragione perchè consideravasi di non essere questi scritti asconditi di sorte tanto gradevoli all’umiltà del Villabianca, siccome di non piacere a parecchi paesi e città del Regno e a persone pur anche individue della nostra siciliana paesana gente. Potevan dare, chi sa, a parlare agl’invidi e sfaccendati, e però l’Autore se n’è astenuto di metterli a luce quì in filza a novero per rispetti di mondo, non altrimenti che per star lungi per quanto è possibile da’ motivi di critiche e da’ pericoli ed incontri irreparabili della stampa.

Pur tuttavia, questi stessi occultati libri non saranno mai negati a’ saggi uomini, accedendo in casa Villabianca, semprechè pe’ loro interessi porterà così il bisogno di osservarli e profittarne.

da: www.liberliber.it