Francesco Petrarca – Triumphus Cupidinis

Al tempo che rinnova i miei sospiri
per la dolce memoria di quel giorno
che fu principio a sì lunghi martiri,
già il sole al Toro l’uno e l’altro corno
scaldava, e la fanciulla di Titone
correa gelata al suo usato soggiorno.
Amor, gli sdegni, e ‘l pianto, e la stagione
ricondotto m’aveano al chiuso loco
ov’ogni fascio il cor lasso ripone.
Ivi fra l’erbe, già del pianger fioco,
vinto dal sonno, vidi una gran luce,
e dentro, assai dolor con breve gioco,
vidi un vittorïoso e sommo duce
pur com’un di color che ‘n Campidoglio
triunfal carro a gran gloria conduce.
I’ che gioir di tal vista non soglio
per lo secol noioso in ch’i’ mi trovo,
voto d’ogni valor, pien d’ogni orgoglio,
l’abito in vista sì leggiadro e novo
mirai, alzando gli occhi gravi e stanchi,
ch’altro diletto che ‘mparar non provo:
quattro destrier vie più che neve bianchi;
sovr’un carro di foco un garzon crudo
con arco in man e con saette a’ fianchi;
nulla temea, però non maglia o scudo,
ma sugli omeri avea sol due grand’ali
di color mille, tutto l’altro ignudo;
d’intorno innumerabili mortali,
parte presi in battaglia e parte occisi,
parte feriti di pungenti strali.
Vago d’udir novelle, oltra mi misi
tanto ch’io fui in esser di quegli uno
che per sua man di vita eran divisi.
Allor mi strinsi a rimirar s’alcuno
riconoscessi ne la folta schiera
del re sempre di lagrime digiuno.
Nessun vi riconobbi; e s’alcun v’era
di mia notizia, avea cangiata vista
per morte o per prigion crudele e fera.
Un’ombra alquanto men che l’altre trista
mi venne incontra e mi chiamò per nome,
dicendo: – Or questo per amar s’acquista! –
Ond’io meravigliando dissi: – Or come
conosci me, ch’io te non riconosca? –
Et ei: – Questo m’aven per l’aspre some
de’ legami ch’io porto, e l’aer fosca
contende agli occhi tuoi; ma vero amico
ti son e teco nacqui in terra tosca. –
Le sue parole e ‘l ragionare antico
scoverson quel che ‘l viso mi celava;
e così n’assidemmo in loco aprico,
e cominciò: – Gran tempo è ch’io pensava
vederti qui fra noi, ché da’ primi anni
tal presagio di te tua vita dava. –
– E’ fu ben ver, ma gli amorosi affanni,
mi spaventar sì ch’io lasciai la ‘mpresa;
ma squarciati ne porto il petto e’ panni. –
Così diss’io; et ei, quando ebbe intesa
la mia risposta, sorridendo disse:
– O figliuol mio, qual per te fiamma è accesa! –
Io nol intesi allor, ma or sì fisse
sue parole mi trovo entro la testa,
che mai più saldo in marmo non si scrisse;
e per la nova età, ch’ardita e presta
fa la mente e la lingua, il dimandai:
– Dimmi per cortesia, che gente è questa? –
– Di qui a poco tempo tel saprai
per te stesso – rispose – e sarai d’elli:
tal per te nodo fassi, e tu nol sai;
e prima cangerai volto e capelli
che ‘l nodo di ch’io parlo si discioglia
dal collo e da’ tuo’ piedi anco ribelli.
Ma per empier la tua giovenil voglia
dirò di noi, e ‘n prima del maggiore,
che così vita e libertà ne spoglia.
Questi è colui che ‘l mondo chiama Amore:
amaro come vedi e vedrai meglio
quando fia tuo com’è nostro signore:
giovencel mansueto, e fiero veglio:
ben sa chi ‘l prova, e fi’ a te cosa piana
anzi mill’anni: infin ad or ti sveglio.
Ei nacque d’ozio e di lascivia umana,
nudrito di penser dolci soavi,
fatto signor e dio da gente vana.
Qual è morto da lui, qual con più gravi
leggi mena sua vita aspra et acerba
sotto mille catene e mille chiavi.
Quel che ‘n sì signorile e sì superba
vista vien primo è Cesar, che ‘n Egitto
Cleopatra legò tra’ fiori e l’erba;
or di lui si triunfa, et è ben dritto,
se vinse il mondo et altri ha vinto lui,
che del suo vincitor sia gloria il vitto.
L’altro è suo figlio; e pure amò costui
più giustamente: egli è Cesare Augusto,
che Livia sua, pregando, tolse altrui.
Neron è il terzo, dispietato e ‘ngiusto;
vedilo andar pien d’ira e di disdegno;
femina ‘l vinse, e par tanto robusto.
Vedi ‘l buon Marco d’ogni laude degno,
pien di filosofia la lingua e ‘l petto;
ma pur Faustina il fa qui star a segno.
Que’ duo pien di paura e di sospetto,
l’un è Dionisio e l’altr’è Alessandro;
ma quel di suo temer ha degno effetto.
L’altro è colui che pianse sotto Antandro
la morte di Creusa, e ‘l suo amor tolse
a que’ che ‘l suo figliuol tolse ad Evandro.
Udito hai ragionar d’un che non volse
consentir al furor de la matrigna
e da’ suoi preghi per fuggir si sciolse,
ma quella intenzïon casta e benigna
l’occise, sì l’amore in odio torse
Fedra amante terribile e maligna,
et ella ne morio: vendetta forse
d’Ippolito, e di Teseo, e d’Adrianna,
ch’a morte, tu ‘l sai bene, amando corse.
Tal biasma altrui che se stesso condanna;
ché chi prende diletto di far frode,
non si de’ lamentar s’altri lo ‘nganna.
Vedi ‘l famoso, con sua tanta lode,
preso menar tra due sorelle morte:
l’una di lui, ed ei de l’altra gode.
Colui ch’è seco è quel possente e forte
Ercole, ch’Amor prese; e l’altro è Achille,
ch’ebbe in suo amar assai dogliose sorte.
Quello è Demofoon, e quella è Fille;
quello è Giasone, e quell’altra è Medea
ch’Amor e lui seguio per tante ville;
e quanto al padre et al fratel più rea,
tanto al suo amante è più turbata e fella,
ché del suo amor più degna esser credea.
Isifile vien poi, e duolsi anch’ella
del barbarico amor che ‘l suo l’ha tolto.
Poi ven colei ch’ha ‘l titol d’esser bella:
seco è ‘l pastor che male il suo bel volto
mirò sì fiso, ond’uscir gran tempeste,
e funne il mondo sottosopra vòlto.
Odi poi lamentar fra l’altre meste
Enone di Parìs, e Menelao
d’Elena, et Ermïon chiamare Oreste,
e Laodamia il suo Protesilao,
et Argia Polinice, assai più fida
che l’avara moglier d’Anfïarao.
Odi ‘l pianto e i sospiri, odi le strida
de le misere accese, che li spirti
rendero a lui che ‘n tal modo li guida.
Non poria mai di tutti il nome dirti,
che non uomini pur, ma dèi gran parte
empion del bosco e degli ombrosi mirti.
Vedi Venere bella e con lei Marte,
cinto di ferri i piè, le braccia e ‘l collo,
e Plutone e Proserpina in disparte;
vedi Iunon gelosa, e ‘l biondo Apollo
che solea disprezzar l’etate e l’arco
che gli diede in Tessaglia poi tal crollo.
Che debb’io dir? In un passo men varco:
tutti son qui in prigion gli dèi di Varro;
e di lacciuoli innumerabil carco
ven catenato Giove innanzi al carro. –

II

Stanco già di mirar, non sazio ancora,
or quinci or quindi mi volgea guardando
cose ch’a ricordarle è breve l’ora.
Giva ‘l cor di pensiero in pensier, quando
tutto a sé il trasser due ch’a mano a mano
passavan dolcemente lagrimando.
Mossemi ‘l lor leggiadro abito e strano
e ‘l parlar pellegrin, che m’era oscuro,
ma l’interprete mio mel facea piano.
Poi che seppi chi eran, più securo
m’accostai a lor, ché l’un spirito amico
al nostro nome, l’altro era empio e duro.
Fecimi al primo: – O Massinissa antico,
per lo tuo Scipïone e per costei –
cominciai – non t’incresca quel ch’i’ dico. –
Mirommi, e disse: – Volentier saprei
chi tu se’ innanzi, da poi che sì bene
hai spiato ambeduo gli affetti miei. –
– L’esser mio – gli risposi – non sostene
tanto conoscitor, ché così lunge
di poca fiamma gran luce non vene;
ma tua fama real per tutto aggiunge,
e tal che mai non ti vedrà né vide,
con bel nodo d’amor teco congiunge.
Or dimmi, se colui in pace vi guide, –
e mostrai ‘l duca lor – che coppia è questa
che mi par delle cose rade e fide? –
– La lingua tua al mio nome sì presta,
prova – diss’ei – che ‘l sappi per te stesso;
ma dirò per sfogar l’anima mesta.
Avend’io in quel sommo uom tutto ‘l cor messo,
tanto ch’a Lelio ne dò vanto a pena,
ovunque fur sue insegne, e fui lor presso.
A lui Fortuna fu sempre serena,
ma non già quanto degno era il valore,
del qual più d’altro mai l’alma ebbe piena.
Poi che l’arme romane a grande onore
per l’estremo occidente furo sparse,
ivi n’aggiunse e ne congiunse Amore;
né mai più dolce fiamma in duo cori arse,
né farà, credo. Omè, ma poche notti
fur a tanti desir sì brevi e scarse,
indarno a marital giogo condotti,
ché del nostro furor scuse non false,
e i legittimi nodi furon rotti.
Quel che sol più che tutto ‘l mondo valse
ne dipartì con sue sante parole,
ché di nostri sospir nulla gli calse;
e benché fosse onde mi dolse e dole,
pur vidi in lui chiara virtute accesa,
ché ‘n tutto è orbo chi non vede il sole.
Gran giustizia agli amanti è grave offesa:
però di tanto amico un tal consiglio
fu quasi un scoglio a l’amorosa impresa.
Padre m’era in onore, in amor figlio,
fratel negli anni; onde obedir convenne,
ma col cor tristo e con turbato ciglio.
Così questa mia cara a morte venne,
che vedendosi giunta in forza altrui,
morir in prima che servir sostenne:
et io del dolor mio ministro fui,
ché ‘l pregator e i preghi eran sì ardenti
ch’offesi me per non offender lui,
e manda’ le ‘l velen con sì dolenti
pensier, com’io so bene, et ella il crede,
e tu, se tanto o quanto d’amor senti.
Pianto fu ‘l mio di tanta sposa erede:
lei, et ogni mio bene, ogni speranza
perder elessi per non perder fede.
Ma cerca omai se trovi in questa danza
notabil cosa, perché ‘l tempo è leve,
e più de l’opra che del giorno avanza. –
Pien di pietate, e ripensando ‘l breve
spazio al gran foco di duo tali amanti,
pareami al sol aver un cor di neve;
quand’io udi’ dir su nel passar avanti:
– Costui certo per sé già non mi spiace,
ma ferma son d’odiarli tutti quanti. –
– Pon – diss’io – il core, o Sofonisba, in pace,
ché Cartagine tua per le man nostre
tre volte cadde, et a la terza giace. –
Et ella: – Altro vogl’io che tu mi mostre:
s’Africa pianse, Italia non ne rise:
dimandatene pur l’istorie vostre. –
A tanto, il nostro e suo amico si mise,
sorridendo, con lei nella gran calca
e fur da lor le mie luci divise.
Come uom che per terren dubio cavalca,
che va restando ad ogni passo, e guarda,
e ‘l pensier de l’andar molto difalca,
così l’andata mia dubiosa e tarda
facean gli amanti, di che ancor m’aggrada
saver quanto ciascun e in qual foco arda.
I’ vidi ir a man manca un fuor di strada,
a guisa di chi brami e trovi cosa
onde poi vergognoso e lieto vada.
Donar altrui la sua diletta sposa,
o sommo amore e nova cortesia!
tal ch’ella stessa lieta e vergognosa
parea del cambio; e givansi per via
parlando insieme de’ lor dolci affetti,
e sospirando il regno di Soria.
Trassimi a que’ tre spirti che ristretti
eran già per seguire altro cammino,
e dissi al primo: – I’ prego che t’aspetti. –
Et egli al suon del ragionar latino,
turbato in vista, si rattenne un poco;
e poi, del mio voler quasi indivino,
disse: – Io Seleuco son, questi è Antïoco
mio figlio, che gran guerra ebbe con voi;
ma ragion contra forza non ha loco.
Questa, mia in prima, sua donna fu poi,
ché per scamparlo d’amorosa morte
gliel diedi, e ‘l don fu lecito tra noi.
Stratonica è ‘l suo nome, e nostra sorte,
come vedi, indivisa; e per tal segno
si vede il nostro amor tenace e forte,
ch’è contenta costei lasciarme il regno,
io il mio diletto, e questi la sua vita,
per far, vie più che sé, l’un l’altro degno.
E se non fosse la discreta aita
del fisico gentil, che ben s’accorse,
l’età sua in sul fiorir era finita.
Tacendo, amando, quasi a morte corse,
e l’amar forza, e ‘l tacer fu virtute;
la mia, vera pietà, ch’a lui soccorse. –
Così disse; e come uom che voler mute,
col fin de le parole i passi volse,
ch’a pena gli potei render salute.
Poi che dagli occhi miei l’ombra si tolse,
rimasi grave e sospirando andai,
ché ‘l mio cor dal suo dir non si disciolse
infin che mi fu detto: – Troppo stai
in un penser a le cose diverse;
e ‘l tempo ch’è brevissimo ben sai. –
Non menò tanti armati in Grecia Serse
quant’ivi erano amanti ignudi e presi,
tal che l’occhio la vista non sofferse,
vari di lingue e vari di paesi,
tanto che di mille un non seppi ‘l nome,
e fanno istoria que’ pochi ch’intesi.
Perseo era l’uno, e volsi saper come
Andromeda gli piacque in Etiopia,
vergine bruna i begli occhi e le chiome;
ivi ‘l vano amador che la sua propia
bellezza desiando fu distrutto,
povero sol per troppo averne copia,
che divenne un bel fior senz’alcun frutto;
e quella che, lui amando, ignuda voce
fecesi e ‘l corpo un duro sasso asciutto;
ivi quell’altro al suo mal sì veloce,
Ifi, ch’amando altrui in odio s’ebbe,
con più altri dannati a simil croce,
gente cui per amar viver increbbe,
ove raffigurai alcun moderni
ch’a nominar perduta opra sarebbe.
Que’ duo che fece Amor compagni eterni,
Alcïone e Ceìce, in riva al mare
far i lor nidi a’ più soavi verni;
lungo costor pensoso Esaco stare
cercando Esperia, or sopra un sasso assiso,
et or sotto acqua, et or alto volare;
e vidi la crudel figlia di Niso
fuggir volando, e correr Atalanta,
da tre palle d’or vinta e d’un bel viso;
e seco Ipomenès che fra cotanta
turba d’amanti miseri cursori
sol di vittoria si rallegra e vanta.
Fra questi fabulosi e vani amori
vidi Aci e Galatea, che ‘n grembo gli era,
e Polifemo farne gran romori;
Glauco ondeggiar per entro quella schiera,
senza colei cui sola par che pregi,
nomando un’altr’amante acerba e fera;
Canente e Pico, un già de’ nostri regi,
or vago augello, e chi di stato il mosse
lasciògli ‘l nome e ‘l real manto e i fregi.
Vidi ‘l pianto d’Egeria; invece d’osse
Scilla indurarsi in petra aspra et alpestra,
che del mar ciciliano infamia fosse;
e quella che la penna da man destra,
come dogliosa e desperata scriva,
e ‘l ferro ignudo tien da la sinestra;
Pigmalïon con la sua donna viva;
e mille che Castalia et Aganippe
udir cantar per la sua verde riva;
e d’un pomo beffata al fin Cidippe.

III

Era sì pieno il cor di meraviglie
ch’i’ stava come l’uom che non pò dire,
e tace, e guarda pur ch’altri ‘l consiglie,
quando l’amico mio: – Che fai? che mire?
che pensi? – disse – non sai tu ben ch’io
son della turba? e’ mi convien seguire. –
– Frate, – risposi – e tu sai l’esser mio,
e l’amor del saper che m’ha sì acceso
che l’opra è ritardata dal desio. –
Et egli: – I’ t’avea già tacendo inteso:
tu vuoi udir chi son quest’altri ancora.
I’ tel dirò, se ‘l dir non è conteso.
Vedi quel grande il quale ogni uomo onora;
egli è Pompeo, et ha Cornelia seco,
che del vil Tolomeo si lagna e plora.
L’altro più di lontan, quell’è ‘l gran Greco;
né vede Egisto e l’empia Clitemestra:
or puoi veder Amor s’egli è ben cieco.
Altra fede, altro amor: vedi Ipermestra,
vedi Piramo e Tisbe inseme a l’ombra,
Leandro in mare et Ero a la finestra.
Quel sì pensoso è Ulisse, affabile ombra,
che la casta mogliera aspetta e prega,
ma Circe, amando, gliel ritene e ‘ngombra.
L’altro è ‘l figliuol d’Amilcare, e nol piega
in cotant’anni Italia tutta e Roma;
vil feminella in Puglia il prende e lega.
Quella che ‘l suo signor con breve coma
va seguitando, in Ponto fu reina:
come in atto servil se stessa doma!
L’altra è Porzia, che ‘l ferro e ‘l foco affina;
quell’altra è Giulia, e duolsi del marito
ch’a la seconda fiamma più s’inchina.
Volgi in qua gli occhi al gran padre schernito,
che non si muta, e d’aver non gli ‘ncresce
sette e sette anni per Rachel servito:
vivace amor che negli affanni cresce!
Vedi ‘l padre di questo, e vedi l’avo
come di sua magion sol con Sara esce.
Poi vedi come Amor crudele e pravo
vince Davit e sforzalo a far l’opra
onde poi pianga in loco oscuro e cavo.
Simile nebbia par ch’oscuri e copra
del più saggio figliuol la chiara fama
e ‘l parta in tutto dal Signor di sopra.
De l’altro, che ‘n un punto ama e disama,
vedi Tamar ch’al suo frate Absalone
disdegnosa e dolente si richiama.
Poco dinanzi a lei vedi Sansone,
vie più forte che saggio, che per ciance
in grembo a la nemica il capo pone.
Vedi qui ben fra quante spade e lance
Amor, e ‘l sonno, et una vedovetta
con bel parlar, con sue polite guance,
vince Oloferne; e lei tornar soletta
con una ancilla e con l’orribil teschio,
Dio ringraziando, a mezza notte, in fretta.
Vedi Sichem e ‘l suo sangue, ch’è meschio
de la circoncisione e de la morte,
e ‘l padre colto e ‘l popolo ad un veschio:
questo gli ha fatto il subito amar forte.
Vedi Assuero il suo amor in qual modo
va medicando a ciò che ‘n pace il porte:
da l’un si scioglie, e lega a l’altro nodo:
cotal ha questa malizia rimedio,
come d’asse si trae chiodo con chiodo.
Vuo’ veder in un cor diletto e tedio,
dolce et amaro? or mira il fero Erode;
Amore e crudeltà gli han posto assedio.
Vedi com’arde in prima, e poi si rode,
tardi pentito di sua feritate,
Marïanne chiamando che non l’ode.
Vedi tre belle donne innamorate,
Procri, Artemisia con Deidamia,
et altrettante ardite e scelerate,
Semiramìs, Biblì e Mirra ria;
come ciascuna par che si vergogni
de la sua non concessa e torta via!
Ecco quei che le carte empion di sogni,
Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,
ove conven che ‘l vulgo errante agogni.
Vedi Ginevra, Isolda e l’altre amanti,
e la coppia d’Arimino che ‘nseme
vanno facendo dolorosi pianti. –
Così parlava; et io, come chi teme
futuro male e trema anzi la tromba,
sentendo già dov’altri anco nol preme,
avea color d’uom tratto d’una tomba;
quando una giovinetta ebbi dal lato,
pura assai più che candida colomba.
Ella mi prese; et io, ch’avrei giurato
difendermi d’un uom coverto d’arme,
con parole e con cenni fui legato.
E come ricordar di vero parme,
l’amico mio più presso mi si fece,
e con un riso, per più doglia darme,
dissemi entro l’orecchia: – Ormai ti lece
per te stesso parlar con chi ti piace,
ché tutti siam macchiati d’una pece. –
Io era un di color cui più dispiace
de l’altrui ben che del suo mal, vedendo
chi m’avea preso in libertate e ‘n pace;
e, come tardi dopo ‘l danno intendo,
di sue bellezze mia morte facea,
d’amor, di gelosia, d’invidia ardendo.
Gli occhi dal suo bel viso non torcea,
come uom ch’è infermo e di tal cosa ingordo
ch’è dolce al gusto, a la salute è rea.
Ad ogni altro piacer cieco era e sordo,
seguendo lei per sì dubbiosi passi
ch’ i’ tremo ancor qualor me ne ricordo.
Da quel tempo ebbi gli occhi umidi e bassi,
e ‘l cor pensoso, e solitario albergo
fonti, fiumi, montagne, boschi e sassi;
da indi in qua cotante carte aspergo
di pensieri e di lagrime e d’inchiostro,
tante ne squarcio, e n’apparecchio, e vergo;
da indi in qua so che si fa nel chiostro
d’Amor, e che si teme, e che si spera,
e, chi sa legger, ne la fronte il mostro;
e veggio andar quella leggiadra fera
non curando di me né di mie pene,
di sue vertuti e di mie spoglie altera.
Da l’altra parte, s’io discerno bene,
questo signor, che tutto ‘l mondo sforza,
teme di lei, ond’io son fuor di spene;
ch’a mia difesa non ho ardir né forza,
e quello in ch’io sperava lei lusinga,
che me e gli altri crudelmente scorza.
Costei non è chi tanto o quanto stringa,
così selvaggia e rebellante suole
da le ‘nsegne d’Amore andar solinga;
e veramente è fra le stelle un sole.
Un singular suo proprio portamento,
suo riso, suoi disdegni e sue parole,
le chiome accolte in oro o sparse al vento,
gli occhi, ch’accesi d’un celeste lume
m’infiamman sì ch’ i’ son d’arder contento…!
Chi poria ‘l mansueto alto costume
aguagliar mai parlando, e la vertute,
ov’è ‘l mio stil quasi al mar picciol fiume?
Nove cose e già mai più non vedute,
né da veder già mai più d’una volta,
ove tutte le lingue sarien mute.
Così preso mi trovo, et ella è sciolta;
io prego giorno e notte, o stella iniqua!
et ella a pena di mille uno ascolta.
Dura legge d’Amor! ma benché obliqua,
servar convensi, però ch’ella aggiunge
di cielo in terra, universale, antiqua.
Or so come da sé ‘l cor si disgiunge,
e come sa far pace, guerra e tregua,
e coprir suo dolor quand’altri il punge;
e so come in un punto si dilegua
e poi si sparge per le guance il sangue,
se paura o vergogna aven che ‘l segua;
so come sta tra’ fiori ascoso l’angue,
come sempre tra due si vegghia e dorme,
come senza languir si more e langue;
so de la mia nemica cercar l’orme
e temer di trovarla, e so in qual guisa
l’amante ne l’amato si trasforme;
so fra lunghi sospiri e brevi risa
stato, voglia, color cangiare spesso;
viver, stando dal cor l’alma divisa;
so mille volte il dì ingannar me stesso;
so, seguendo ‘l mio foco ovunque e’ fugge,
arder da lunge ed agghiacciar da presso;
so come Amor sovra la mente rugge,
e come ogni ragione indi discaccia,
e so in quante maniere il cor si strugge;
so di che poco canape s’allaccia
un’anima gentil quand’ella è sola
e non v’è chi per lei difesa faccia;
so com’Amor saetta e come vola,
e so com’or minaccia et or percote,
come ruba per forza e come invola,
e come sono instabili sue rote,
le mani armate, e gli occhi avolti in fasce,
sue promesse di fé come son vote,
come nell’ossa il suo foco si pasce
e ne le vene vive occulta piaga,
onde morte e palese incendio nasce.
Insomma so che cosa è l’alma vaga,
rotto parlar con subito silenzio,
che poco dolce molto amaro appaga,
di che s’ha il mel temprato con l’assenzio

IV

Poscia che mia fortuna in forza altrui
m’ebbe sospinto, e tutti incisi i nervi
di libertate ov’alcun tempo fui,
io, ch’era più salvatico che i cervi,
ratto domesticato fui con tutti
i miei infelici e miseri conservi;
e le fatiche lor vidi e i lor frutti,
per che torti sentieri e con qual arte
a l’amorosa greggia eran condutti.
Mentre io volgeva gli occhi in ogni parte
s’ i’ ne vedessi alcun di chiara fama
o per antiche o per moderne carte,
vidi colui che sola Euridice ama,
lei segue a l’inferno e, per lei morto,
con la lingua già fredda anco la chiama.
Alceo conobbi, a dir d’Amor sì scorto,
Pindaro, Anacreonte, che rimesse
ha le sue muse sol d’Amore in porto;
Virgilio vidi, e parmi ch’egli avesse
compagni d’alto ingegno e da trastullo,
di quei che volentier già ‘l mondo lesse:
l’uno era Ovidio e l’altro era Catullo,
l’altro Properzio, che d’amor cantaro
fervidamente, e l’altro era Tibullo.
Una giovene Greca a paro a paro
coi nobili poeti iva cantando,
et avea un suo stil soave e raro.
Così, or quinci or quindi rimirando,
vidi gente ir per una verde piaggia
pur d’amor volgarmente ragionando.
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia,
ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo,
che di non esser primo par ch’ ira aggia;
ecco i duo Guidi che già fur in prezzo,
Onesto Bolognese, e i Ciciliani,
che fur già primi e quivi eran da sezzo,
Sennuccio e Franceschin, che fur sì umani
come ogni uom vide; e poi v’era un drappello
di portamenti e di volgari strani:
fra tutti il primo Arnaldo Danïello,
gran maestro d’amor, ch’a la sua terra
ancor fa onor col suo dir strano e bello;
eranvi quei ch’Amor sì leve afferra,
l’un Piero e l’altro e ‘l men famoso Arnaldo,
e quei che fur conquisi con più guerra:
i’ dico l’uno e l’altro Raimbaldo
che cantò pur Beatrice e Monferrato,
e ‘l vecchio Pier d’Alvernia con Giraldo,
Folco, que’ ch’a Marsilia il nome ha dato
et a Genova tolto, et a l’estremo
cangiò per miglior patria abito e stato,
Giaufrè Rudel, ch’usò la vela e ‘l remo
a cercar la sua morte, e quel Guiglielmo
che per cantare ha ‘l fior de’ suoi dì scemo,
Amerigo, Bernardo, Ugo e Gauselmo;
e molti altri ne vidi a cui la lingua
lancia e spada fu sempre e targia ed elmo.
E poi conven che ‘l mio dolor distingua,
volsimi a’ nostri, e vidi ‘l buon Tomasso,
ch’ornò Bologna et or Messina impingua.
O fugace dolcezza! o viver lasso!
Chi mi ti tolse sì tosto dinanzi,
senza ‘l qual non sapea mover un passo?
dove se’ or, che meco eri pur dianzi?
Ben è ‘l viver mortal, che sì n’aggrada,
sogno d’infermi e fola di romanzi.
Poco era fuor de la comune strada,
quando Socrate e Lelio vidi in prima:
con lor più lunga via conven ch’io vada.
O qual coppia d’amici! che né ‘n rima
poria né ‘n prosa ornar assai né ‘n versi,
se, come dee, virtù nuda si stima.
Con questi duo cercai monti diversi,
andando tutti tre sempre ad un giogo;
a questi le mie piaghe tutte apersi;
da costor non mi pò tempo né luogo
divider mai, siccome io spero e bramo,
infino al cener del funereo rogo;
con costor colsi ‘l glorïoso ramo,
onde forse anzi tempo ornai le tempie
in memoria di quella ch’io tanto amo.
Ma pur di lei, che ‘l cor di pensier m’empie,
non potei coglier mai ramo né foglia,
sì fur le sue radici acerbe et empie;
onde benché talor doler mi soglia
com’uom ch’è offeso, quel che con questi occhi
vidi m’è fren che mai più non mi doglia:
materia di coturni e non di socchi
veder preso colui ch’è fatto deo
da tardi ingegni rintuzzati e sciocchi:
ma prima vo’ seguir che di noi feo,
e poi dirò quel che d’altrui sostenne:
opra non mia, d’Omero ovver d’Orfeo.
Seguimmo il suon delle purpuree penne
de’ volanti corsier per mille fosse,
fin che nel regno di sua madre venne;
né rallentate le catene o scosse,
ma straccati per selve e per montagne,
tal che nessun sapea ‘n qual mondo fosse.
Giace oltra ove l’Egeo sospira e piagne
un’isoletta delicata e molle
più d’altra che ‘l sol scalde o che ‘l mar bagne;
nel mezzo è un ombroso e chiuso colle
con sì soavi odor, con sì dolci acque,
ch’ogni maschio pensier de l’alma tolle.
Questa è la terra che cotanto piacque
a Venere, e ‘n quel tempo a lei fu sagra
che ‘l ver nascoso e sconosciuto giacque;
et anco è di valor sì nuda e magra,
tanto ritien del suo primo esser vile,
che par dolce a’ cattivi et a’ buoni agra.
Or quivi triunfò il signor gentile
di noi e degli altri tutti ch’ ad un laccio
presi avea dal mar d’India a quel di Tile:
pensieri in grembo e vanitadi in braccio,
diletti fuggitivi e ferma noia,
rose di verno, a mezza state il ghiaccio,
dubbia speme davanti e breve gioia,
penitenzia e dolor dopo le spalle:
sallo il regno di Roma e quel di Troia.
E rimbombava tutta quella valle
d’acque e d’augelli, et eran le sue rive
bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle;
rivi correnti di fontane vive
al caldo tempo su per l’erba fresca,
e l’ombra spessa, e l’aure dolci estive;
poi, quand’è ‘l verno e l’aer si rinfresca,
tepidi soli, e giuochi, e cibi, et ozio
lento, che i semplicetti cori invesca.
Era ne la stagion che l’equinozio
fa vincitor il giorno, e Progne riede
con la sorella al suo dolce negozio.
O di nostre fortune instabil fede!
In quel loco e ‘n quel tempo et in quell’ora
che più largo tributo agli occhi chiede,
triunfar volse que’ che ‘l vulgo adora:
e vidi a qual servaggio et a qual morte,
a quale strazio va chi s’innamora.
Errori e sogni et imagini smorte
eran d’intorno a l’arco triunfale,
e false opinïoni in su le porte,
e lubrico sperar su per le scale,
e dannoso guadagno, ed util danno,
e gradi ove più scende chi più sale;
stanco riposo e riposato affanno,
chiaro disnore e gloria oscura e nigra,
perfida lealtate e fido inganno,
sollicito furor e ragion pigra:
carcer ove si ven per strade aperte,
onde per strette a gran pena si migra;
ratte scese a l’entrare, a l’uscir erte;
dentro, confusïon turbida e mischia
di certe doglie e d’allegrezze incerte.
Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,
Strongoli o Mongibello in tanta rabbia:
poco ama sé chi ‘n tal gioco s’arrischia.
In così tenebrosa e stretta gabbia
rinchiusi fummo, ove le penne usate
mutai per tempo e la mia prima labbia;
e ‘ntanto, pur sognando libertate,
l’alma, che ‘l gran desio fea pronta e leve,
consolai col veder le cose andate.
Rimirando er’io fatto al sol di neve
tanti spirti e sì chiari in carcer tetro,
quasi lunga pittura in tempo breve,
che ‘l più va inanzi, e l’occhio torna a dietro