Francesco Vettori – Scritti storici e politici

I

RICORDO DELLI MAGISTRATI

CHE IO, FRANCESCO DI PIERO DI FRANCESCO DI PAGOLO

DI GIANNOZZO DI NERI DI BOCCUCCIO VITTORI, HO AVUTO; A PIÈ:

A dì 15 marzo 1503, entrai di collegio de’ Dodici.

A dì 1 di settembre 1504, entrai delli Otto di Guardia e Balia.

A dì 10 di agosto 1506, entrai Potestà di Castiglione Aretino.

A dì 27 di giugno 1507, andai Ambasciadore a Massimiliano imperatore e stetti nella Magna e pel cammino tanto che tornai in Firenze a dì 13 di marzo 1508.

A dì 1 di maggio 1509, entrai de’ nostri Signori.

A dì 1 di settembre 1509, entrai de’ Capitani de’ Capi di Parte Guelfa.

1511 A dì 8 di ottobre, fui mandato in poste da’ nostri Signori al Borgo a San Donnino a certi cardinali che volevono fare il Concilio a Pisa.

1511 A dì 15 di detto, fui creato Imbasciadore a Massimiliano imperatore, ma non fu poi bisogno andassi.

1511 A dì 10 di novembre, fui mandato, insieme con Neri di Gino Capponi, Commissario a Pisa alli cardinali che facevono il Concilio.

1512 A dì 27 d’agosto, fui fatto Commissario generale insieme con altri sopra le genti d’arme, quando vennono gli Spagnuoli, e stetti Commissario insino a dì 15 di settembre.

1512 A dì 29 di gennaio, fui mandato Imbasciadore a papa Iulio e stetti poi, a tempo di papa Leone, tanto che tornai qui a dì 15 di maggio 1515.

A dì 10 di giugno 1515, entrai delli Otto di Pratica.

A dì 16 d’agosto 1515, fui mandato Commissario con le nostre genti che andavono in Lombardia e stetti insino al 20 d’ottobre 1515.

A dì 21 d’ottobre, mi parti’ da Reggio per ire Imbasciadore, insieme con Filippo Strozzi, al re Francesco di Francia e stetti insino che tornai qui, a dì 28 d’agosto 1518. E prima, a dì 5 di maggio 1515, entrai de’ Conservatori di Legge.

1518 Et a dì primo di settembre, entrai delli Otto di Guardia.

1518 A dì 10 di dicembre 1518, entrai delli Otto di Pratica.

A dì primo di settembre 1512(1), entrai delli Otto di Guardia e fui privato dell’uficio, adì 16 di detto, per la innovazione che fu nella Città.

1519 A dì primo d’agosto, entrai de’ Sei della Mercatantia.

1520 A dì primo di maggio 1520, entrai de’ nostri Signori.

A dì 23 di luglio 1520, andai Commissario e Sindaco del Comune per pigliare la possessione della provincia di Montefeltro, la quale la Santità di Nostro Signore concesse a questa Repubblica, e stetti insino a di 20 di novembre 1520.

1520 A dì 10 di dicembre, entrai delli Otto di Pratica.

1521 A dì 11 di maggio 1521, entrai Conservadore di Legge.

1521 A dì primo di novembre, entrai Gonfaloniere di Iustizia.

1521 A di 10 dì dicembre, entrai delli Otto di Pratica.

1522 A dì primo d’agosto 1522, entrai Potestà di Pistoia.

1522 A dì 6 di febraio 1522, entrai delli Otto di Pratica.

1523 A dì primo di maggio 1523, entrai delli Otto di Guardia.

1523 A dì 25 di gennaio, mi partì’ di Firenze per ire Oratore a papa Clemente settimo insieme con altri, e’ nomi sono questi:

Messer Francesco Minerbetti, archiepiscopo turretano.

Lorenzo di Matteo Morelli.

Alessandro d’Antonio Pucci: questo fu fatto cavaliere.

Antonio di Guglielmo de’ Pazzi.

Ruberto di Donato Acciaiuoli.

Palla di Cosimo Ruccellai, il quale fece l’orazione eccellente.

Lorenzo di Filippo Strozzi.

Giovanni di Lorenzo Tornabuoni.

II

VIAGGIO IN ALAMAGNA

LIBRO PRIMO

[2r] Tu m’hai più volte ricerco, Giovanni mio, che sia contento scrivere tutta la gita mia d’Alamagna distintamente. Io insino a qui te l’ho negato, iudicando che non meritassi essere scritta, ma che bastassi parlarne quando mancassi ragionamento. Ma instando tu al continuo, non ho potuto contradire come quello che alli amici ogni cosa concedo, e massime a te. Scriverrò, adunque, tutti e’ luoghi dove sono stato, e non solo le città e castelli, ma li borghi e minime ville, e quello mi sia accaduto e con chi abbi parlato e di che. E, se ne sarò ripreso, tu ne sarai causa che, me non volente, hai constretto a scrivere.

Alli 27 di giugno 1507 partì’ di Firenze con quattro servitori a cavallo. E perché disegnai non passare a Bologna, per essere quella infetta di peste, feci la via di Barberino, e quivi mi condussi la mattina a desinare, che era domenica. L’oste dove mi fermai era fiorentino, chiamato Anselmo di ser Bartolo e, per essere ridotto in povertà, col fare osteria s’ingegnava intrattenere sé e la famiglia sua.

Come ebbi mangiato, sentì’ per la villa suono di tamburi e tumulto di gente. [2v] Domandai l’oste che cosa fussi. Rispose che il giorno si trovava quivi il conestabile del battaglione e che tutti e’ fanti del paese s’avevono a ragunare in quel luogo per fare la monstra. Onde io, pensando di passare il caldo con qualche ragionamento, li dissi: “Anselmo, e l’età e l’arte ti debbe avere fatto e discreto et esperto. E però vorrei mi dicessi il vero se tu iudichi che l’avere introdotta questa ordinanza e dato l’arme a questi fanti, chiamati battaglioni, sia a proposito della città nostra o no”.

Lui mi rispose che desiderava ne dicessi prima l’oppenione mia, la quale, quando fussi secondo la sua aproverrebbe, quando no, replicherebbe quello li occorressi. “In verità, oste mio” dissi io allora “che chi considerrà bene l’ordine di questi fanti, lo iudicherà et onorevole et utile per la città nostra. E ponendo da parte molte cose che si potrebbono dire, dico che e’ Fiorentini hanno gran paese et abitato in gran parte da uomini usi allo stento et alla fatica. Oltre a questo, è forte per essere da molte bande circundato da alpe e da monti aspri, in modo che, se si mantiene questo ordine d’uomini armati et alquanto disciplinati nel paese loro, non che il duca Valentino e Vitellozzo con poco numero d’uomini, come hanno fatto pel passato, non ardiranno entrare, ma il re di Francia o qualunque [3r] altro principe con grande et iusto essercito dubiteranno d’accostarsi a quello. Ometto quanta facilità sarà nel congregarli, quanto minore spesa nel tenerli, di quanto timore saranno a’ vicini; e voglio intendere la tua risposta”.

Udito Anselmo il parlare mio, disse: “Perché le parole tue non monstrano la medesima oppenione che la mia, dirò quello mi occorre. E non fo dubbio che questi battaglioni, quando saranno armati et essercitati, potranno essere simili a quelli che sono tenuti buon fanti. Ma io non so già allora come noi Fiorentini staremo sicuri; né so in che modo li uomini armati et essercitati vorranno ubidire a’ disarmati et inesperti. E dubito che non pensino, sendo stati un tempo sudditi, potere diventare signori. E credi a me, che tutto giorno li pratico, che loro non ci amano né hanno causa d’amarci, perché noi li tiranneggiamo, non li dominiamo. E se abbiamo paura delli insulti esterni, è meglio pensare redimersi da quelli che vengano de’ quattro o sei anni una volta con danari, che temere di questi che possono venire ogni giorno. E se li possiamo congregare presto, questo medesimo posson fare da loro per nuocerci. E se a’ vicini con essi metteremo timore, a noi medesimi metteremo timore e danno. Potrei dire molte altre [3v] cose, ma, sendo tu stato brieve, voglio fare il medesimo”.

Le ragioni dell’oste non mi dispiacquono. E sendo già ora di cavalcare, montai a cavallo e la sera mi condussi a alloggiare al Piano in Bolognese. E perché l’osteria era piccola e trista, andavo per la villa a torno, la quale aveva sopra, poco lontano, una abitazione d’uno cittadino bolognese, chiamato Francesco della Volta, el padre del quale, secondo dicevano li uomini del luogo, era molto ricco. Ma, come avviene quando delle ricchezze s’hanno a fare più parte, a questo Francesco era tocco il palazzo con non molte terre a torno; e per spender meno si stava il più del tempo quivi. E vedendomi passeggiare venne da me, e mi domandò chi fussi o dove andassi. Risposi che ero mercante fiorentino et andavo a Norimberg per mie faccende.

Lui, come intese che andavo nella Magna, con grande instanzia mi ricercò se sapevo niente della venuta dello Imperatore in Italia e che grandemente lo desiderava, perché Bologna fussi per suo mezzo libera dallo insopportabile iugo del cardinale di Pavia, che era là legato per papa Iulio. Al quale io dissi che mi persuadevo che la signoria di messere Giovanni e de’ figliuoli fussi molto più aspra e dura che quella del Legato. Lui rispose che era vero che in Bologna, [4r] in quel tempo, non era sicura la roba, non moglie, non figliuoli, non la vita di quelli che erono inimici di messer Giovanni; ma, con tutto questo, che lui voleva mantenere la città e che quelli che erano amici suoi potevono sperare bene; ma che al presente nessuno vi era contento, perché il Legato non pensava se non a rubare ciascuno e, con ogni industria, guastare e dissipare la città, come quello che non si confidava poterla tenere insino non l’avea ridotta a niente.

Confortà’lo con quelle ragione mi occorsono, et all’osteria tornato, mi riposai. E la mattina sequente mi fermai a desinare al Sasso, distante a Bologna miglia otto, in sul fiume del Reno. Intorno a questo luogo sono molti palazzi di gentiluomini bolognesi, e’ quali allora, rispetto alla peste, avevono quivi le loro famiglie. Desinai e di poi, per non dormire, mi messi a sedere avanti la porta dell’osteria. Et a caso vi capitò un frate dell’ordine di Camaldoli, che stava vicino al borgo in una piccola chiesa. Et entrando in ragionamento seco, gli domandai di chi fussi un palazzo molto bello in aspetto, quivi vicino. Disse quello essere d’un dottore, chiamato messer Lodovico Bolognini: “Il quale di legge [4v] forse qualcosa intende, ma d’ogni altra cosa niente. Ha una bella donna che la tolse che era già vecchio d’anni sessantacinque e lei ne aveva diciotto; et è qui a questo palazzo.

E ti voglio dire una piacevole novella che il verno passato gl’intervenne. Lui, come t’ho detto, sendo vecchio e morendoli la prima moglie, questa giovane e bella tolse. La quale, sendo stata presso a dua mesi seco e conoscendolo debile di corpo e di cervello, d’un medico giovane s’innamorò, nominato mastro Gualberto. Messer Lodovico, conoscendosi vecchio, era oltre a modo geloso; et in maniera la moglie, chiamata Dianora, guardava che non che altro avea fatica farsi alla finestra. E crescendoli ogni dì l’amore verso il medico e pensando il modo a venire a quello desiderava, finse essere gravemente malata, in modo che messer Lodovico subito mastro Gualberto fe’ venire, il quale era uso spesso a medicarlo.

Et accostandosi il mastro a lei al letto a lume di lucerna ben piccolo, certi cenni et atti li fece, in mentre li toccava il polso, che lui molto bene s’avidde quello che essa desiderava e la confortò che presto la farebbe sana e contenta. E dipoi, ordinati alquanti remedi e chiamato messer Lodovico da canto, li disse che il male della Dianora era quartana e di mala sorte, e che aveva bisogno d’una essatta cura, e che lui non manche[5r]rebbe di diligenzia e sollecitudine. Messer Lodovico lo ringraziò e lo pregò che facessi l’uficio suo e che da lui sarebbe benissimo satisfatto.

E però il medico ogni giorno dua volte, e quando tre, la moglie visitava e li ordinava quando una unzione, quando un sciroppo, quando una pittima, e simil cose che costavono e poco operavano; e così fece circa un mese. Et in questo tempo molto meglio comprese l’amore che la donna gli portava; e con cenni e con parole gli monstrò che non manco ne portava a lei e che presto la trarrebbe d’affanno.

E chiamato un giorno messer Lodovico in luogo remoto, con una voce piena d’affezione e gravità, li disse: “Perché io vi ho sempre stimato come padre, non vorrei usare li medesimi termini con voi e cose vostre, che noi altri medici usiamo comunemente con li altri. Le quartane sono mali molto lunghi e de’ quali e’ medici cavono grande emolumento. Ma Avicenna mette un rimedio molto presto e salutifero, e quando voi vi disponiate su, sì io ve lo dirò: e questo è di fare qualche gran paura allo infermo. E la ragione c’è, molto evidente, perché tali febbre procedono il più delle volte da umori freddi, e’ quali, né con cristeri né con medicine, si possono muovere, ma il timore grande è sì potente che gli manda tutti sottosopra. Ma [5v] bisogna avere gran rispetto che la paura non fussi di qualità che traessi lo infermo del cervello: e però è necessario che quello a chi è commesso questa opera, sia e pratico e prudente”.

Al iurisconsulto piacque assai questo parlare, come a quello a chi rincresceva la spesa delle medicine e del medico, e rispose: “Mastro mio, io non so che merito vi possa rendere di tanta vostra affezione. El rimedio mi piace assai perché è scritto da’ vostri dottori et è secondo la ragione. Ma poiché avete durata tanta fatica, voglio pigliate ancor questa di far tale paura alla Dianora”.

Il mastro si scontorse un poco dicendo: “In verità malvolentieri piglio tale assunto, ma, per un tanto dottore come voi, son forzato a fare ogni cosa è di bisogno. Dunque in tal modo operate: domattina, dua ore avanti giorno, io verrò qui et arò meco una pelle d’orso, la quale mettendomi a dosso, in camera pianamente me n’entrerrò. Il lume in camera sarà piccolo, et io, come orso, in qua et in là andrò saltellando. Lei si desterà e, veduto l’orso e temendo, comincerà a gridare. Io la lascerò tanto fare così che iudichi a bastanza, e poi m’uscirò di camera. Ma abbiate avvertenzia che in detta camera non sia alcuno e che, per romore che lei facci, [6v] nessuno vi entri”.

Il dottore approvò tutto; et il medico vicitò la donna e li disse che la mattina seguente la voleva sanare, accennandoli in modo che, se non in tutto, in gran parte potette pensare quello avessi a seguire. E partitosi, una pelle d’orso procacciò. E la sera, d’una buona cena fornito, a casa messer Lodovico n’andò e, come era dato ordine, con la pelle d’orso vestito pianamente se n’entrò in camera. E la serva, che di ciò dal padrone era ammaestrata, aveva notato, l’ordine dato a venir quivi li disse, e però che lui, spogliato, allato a essa si metterebbe, ma che era necessario che lei del continuo gridassi. Onde, come il mastro gli fu a canto, cominciò a mettere le maggior grida del mondo; e per una ora che stette seco a sollazzarsi mai restò. E quando si volle partire, raddoppiava il romore perché la partita gli doleva. Pure lui, rivestitosi della pelle dell’orso et aperto l’uscio, saltellando fuori di camera uscì, Et è da pensare che rimanessi con la Dianora in che modo altre volte s’avessino a trovare insieme: tanto è che da quella ora in qua la quartana non gli tornò, e messer Lodovico per tutto Bologna ha predicato [6v] il remedio a guarirla”.

Io, avendo udito la piacevole novella, mi partì’ di quel luogo e, per dilettevole cammino e piano lungo il fiume del Reno, a buona ora arrivai al Ponte a Reno, distante a Bologna miglia dua. E, stando sotto una loggia dell’osteria, guardavo che era in molte parte guasta per la guerra, che l’anno avanti papa Iulio aveva fatto a messer Giovanni Bentivogli con l’aiuto del re Luigi di Francia, duodecimo di quel nome. Pure si vedevano, in più parte dell’osteria, dipinte le insegne de’ Bentivogli, ancora che fussino in parte cancellate e guaste. E mentre a questo attendevo, sopravenne il signore dell’osteria, che veniva di Bologna, e, vedendomi intento a considerare quelle armi e leggere e’ brievi che v’erono sotto, mi disse:

“Tu stimerai forse, vedendo qui tante insegne de’ Bentivogli, che io sia stato tutto partigiano e sviscerato di quella casa, et, acciò non abbi a credere questo, ti voglio dire in che modo ci sono queste arme. Io mi chiamo Antonio Fantuzzi et ho qui questa osteria con certe terre intorno, e con questa entrata vivo il più commodamente posso. Et al tempo de’ Bentivogli, attendevo a star quieto e farmi amare a ciascuno e poco travagliare.

Avevo una figlia molto bella, d’età d’anni sedici, la quale ho dipoi maritata, e la tenevo stretta, e la nutrivo con quelli onesti costumi che sono convenienti alle figlie ben nate. Non so in che modo di lei [7r] si venissi notizia a Ermes, figliuolo di messer Giovanni. E fu tanta la insolenzia e bestialità sua che, senza rispetto, mi fece dire a uno suo fidato che desiderava una sera cenare con essa. Puoi pensare se la proposta mi parve strana. Pure, sappiendo come si viveva in Bologna e che, faccendo il brusco, andavo alla manifesta morte onde lui conseguiva più presto la mia figlia, gli risposi che ero per fare tutto quello voleva, e che la mia figlia era fuori alla villa con una mia sorella, e che subito manderei per essa, e che mi tornassi a dire quando Ermes voleva fussi la sera della cena, che sempre mi troverebbe presto a compiacerli. E, partito da lui, a casa me ne tornai e feci, la sera, delle cose miei migliori più danari potetti, in modo congregai circa ducati cento. E la mattina, a buona ora, feci vestire la mia figlia di panni d’un mio ragazzo, e montai a cavallo et a piedi la menai meco. E quando fui lontano da Bologna un miglio, me la messi in groppa e, quanto più presto potetti, a Modona e poi a Reggio mi condussi. Intesesi in Bologna intra pochi dì come ero partito con la figlia, onde Ermes, infuriato, fece confiscare tutti li miei beni per e’ Bentivogli, et in questa osteria ordinò fussino dipinte tante loro arme quante ci vedi, le quale, io come la rassetto un poco, tutte le farò cancellare”.

Le parole d’Antonio mi monstrorno che questo Ermes fussi uomo di pessima [7v] qualità come altre volte avevo inteso. E che nell’anno MDI, quando il duca Valentino cercò di cacciare messer Giovanni di stato (e per condurre questo effetto tenne pratica con più gentiluomini bolognesi e tra li altri con messer Agamennone Mariscotti) e, non vedendo modo detto Duca che il suo pensiero gli potessi riuscire, perché li Orsini e Vitelli si opposono a questa sua fantasia, per mettere scandolo in Bologna e farla più debile, rivelò a messer Giovanni quelli con chi aveva tenuto pratica: e’ quali furono tutti presi et incarcerati. E pensando messer Giovanni in che modo li dovessi far morire, Ermes con alcuni suoi compagni, armati, andorono a il luogo ove erono ritenuti e tutti in pezzi gli tagliorono: cosa aliena dalla religione et umanità, perché, se bene per salvare lo stato è conveniente amazzare li nimici, si debbe fare, massime quando sono presi, per via della iustizia e con quelle cerimonie et ordini che si ricercono.

Stetti la sera al Ponte a Reno e la mattina, dua ore avanti giorno, cavalcai tanto che giunsi a desinare a un luogo detto Buomporto in Ferrarese, posto in sul fiume del Panaro. Mentre desinavo, entrò nella stanza dove ero, uno giovane con una fanciulletta assai bella e galante, e quivi la lasciò tanto che andassi per la villa, cercando di provedersi d’una bestia. E, sendo lei rimasta sola, la domandai d’onde fussi e che appartenessi al giovane che quivi l’avea lasciata. Lei mi disse essere [8r] nata in una villa vicina a Firenze, chiamata Rovezzano, e che il padre era tessitore di panni lini e che teneva sempre in casa quattro o sei lavoranti. Aveva avuto moglie e di quella non li era nato altri figliuoli che lei. E morendo detta moglie, il padre ne prese una altra. La quale, cominciando avere figliuoli, come il più delle volte usano fare le matrigne, a lei, che Caterina aveva nome, tanto odio pose che non restava mai di gridare seco e, che era peggio, di batterla in modo che il vivere li era rincresciuto. E parlando un giorno con questo che la guidava, che era lavorante del padre, lo pregò che fussi contento partire di quivi e menarla seco. E lui, benché stessi alquanto renitente, alla fine s’accordò. E l’aveva condotta con grande onestà, né sapeva quello s’avessi a fare per l’avvenire: ma, facessi quello volessi, era contenta d’essere uscita delle mani del diavolo, che era sua matrigna. Tornò intanto l’uomo suo et, avendo trovata una bestia che la conducessi insino a Mantova, si partì. Et io, riposatomi alquanto, feci il simile.

E considerai nel cavalcare che, ancora che il paese monstrassi essere fertile di grano e vino, aveva grande incommodità d’acqua. E tutto giorno riscontrai carri che ne portavono a’ luoghi dove n’era mancamento, e la traevono del fiume, [8v] el quale era tutto pieno d’uomini e donne, chi per lavarsi e chi per trarne acqua e portarla alle loro abitazioni lungi cinque o sei miglia.

La sera mi fermai alla Mirandola, castello che n’era allora signore il conte Lodovico, uomo nell’arme riputato assai. E come intese ero all’osteria, venne là e, con una cortese forza, nella fortezza dove abitava mi condusse. E fatta ordinare la cena, come a un tale signore si richiedeva, et a lungo parlatomi della diferenzia aveva avuto col conte Giovanfrancesco suo fratello, e come n’era suto causa principale uno fiorentino, chiamato Pietro Bernardo che seminava certa nuova religione, e come lui lo aveva fatto ardere, e perché era già la cena finita, mi menò a una finestra che in una piazza fuori della terra guardava. E mi disse, monstrandomi un luogo, che quivi era suto arso Pietro Bernardo. E sappiendo io che erono dua anni, o più, che era suto morto e vedendo in quel luogo el segno del fuoco quasi d’un giorno, stetti ammirato e dimandai il signore della causa. Lui disse:

“Iermattina in cotesto medesimo luogo il nostro potestà fece ardere una donna, la quale aveva commesso tanti delitti che so rimmarrai attonito a udirli. Sono circa anni dieci che in questa nostra terra morì la donna a uno notaro, domandato Antonio [9r] Crivello, el quale, per essere sufficiente procuratore et avere avuto assai buona dota, era ricco. Riprese moglie una da San Felice, castello qui vicino, che aveva nome Simona, d’età d’anni venti: e lui n’aveva circa quarantacinque! La quale, conoscendo che il marito non era atto a scuoterla come arebbe voluto, s’ingegnò in qualunque modo cavarli le sua voglie. E quando il contadino e quando il servitore o vetturale adoperò. Et avendo già avuto una figliuola, pensò che meglio potrebbe la sua sfrenata libidine mandare ad effetto se sanza marito restassi e nondimeno potessi disporre della roba del notaro. E considerò che, quando il marito morissi senza fare testamento, la roba restava alla figliuola, e che a essa apparteneva esserne tutrice, in modo che ne potrebbe fare in gran parte la sua volontà.

Il notaio nel principio che la tolse, attendendo a procurare, de’ disonesti portamenti suoi non s’accorgeva; ma nel processo del tempo vidde certi segni che lo feciono dubitare e stare di mala voglia. E quello che gli dava più molestia era che, oltre allo essere libidinosa, era tanto strana e ritrosa che mai restava di gridare et imperversare, e col marito e con ognuno di casa, di qualità che il notario non aveva mai una ora di quiete, in modo che ammalò.

[9v] Et allora parve alla donna che fussi venuto il tempo di colorire il disegno suo. E subito n’andò da un medico suo vicino, col quale aveva avuto qualche pratica, e li disse: “Mastro, io userò poche parole, perché sappi che noi ci conosciamo, e so che hai necessità di guadagnare et io di levarmi davanti il mio marito, el quale è malato. E per le miei persuasione chiamerà te alla cura sua e, se tu li dai una medicina che lo conduca alla morte, io ti donerò cinquanta ducati e la cosa sarà secretissima, e con essi potrai maritare la tua figliuola, et ancora aremo facilità di darci qualche volta buon tempo insieme”.

Il medico, che era non manco tristo che bisognoso, accettò l’offerta. E, chiamato la sera allo infermo e considerata la infermità, disse che li ordinerebbe una medicina che presto lo sanerebbe. E per monstrare essere più diligente et amorevole, disse che piglierebbe a fare l’uficio dello speziale e che la mattina a buona ora la verrebbe a comporre. E cosí, avanti che fussi giorno, a casa lo infermo se ne venne e con suoi mortaietti ordinò la venenosa pozione e, messala in un bicchiere d’argento, s’accostava al letto del notaro per dargnene.

Quivi era presente la Simona con altri parenti la quale, [10r] pensando se poteva privare in un medesimo tempo il medico di vita come il marito e così essere libera dalla promessa delli cinquanta ducati et accostatasi al mastro, li disse: “Tu debbi sapere che io non ho cosa alcuna in questo mondo più cara che il mio marito. Però intendo che avanti li dia questa medicina ne facci saggio e ne bea più d’un sorso perché, non avendo Antonio figli maschi, so che ci sono di quelli che disegnono in su la roba sua e so ancora che si truovano di medici che tengono mano a simili sceleratezze, ancora che io non creda che tu sia di quelli”.

Il medico, giunto a questo stretto, né potendo con ragione negarli tal richiesta, deliberò fare il saggio e poi partirsi e pigliare di quelli rimedi che si danno contro al veneno. La Simona volle vedere quando faceva il saggio e poi consentì la dessi al marito. Il medico, subito che l’ebbe data, si sarebbe voluto partire, ma lei lo intratteneva con parole, domandandolo a che ora aveva a dar mangiare al marito e molte altre cose simili. Poi aveva serrato con chiave l’uscio della camera e tutti li altri usci in modo che, avanti che il medico si potessi partire, il veneno s’era già diffuso per tutto il corpo. Onde lui, giunto a casa, conobbe subito la [10v] morte esserli vicina. E chiamata la moglie, li disse quello li era accaduto, e quello che l’aveva indotto a errare era suto il desiderio di maritare la figliuola, e come lui fussi morto andassi dalla Simona e li dimandassi li cinquanta ducati minacciandola che, quando non li avessi, farebbe noto il caso. Et in queste parole si morì. Il notaio, che aveva presa la pozione intera, non visse dopo l’ebbe in corpo una ora e la Simona restò della roba dominatrice come aveva disegnato.

Né passorno dua giorni che la donna del medico, chiamata Antonia, ne venne a lei, e la cosa per ordine li contò e richiesela della promessa. La Simona gli fe’ buona accoglienzia e monstrò dolerli della morte del medico; e li disse che gli voleva osservare la promessa come era iusto, ma che desidererebbe avere un pochetto di quello veneno perché ancora aveva d’adoperarlo; e però che venissi la mattina sequente e menassi la figlia e li portassi il veneno, e che darebbe loro desinare e poi li cinquanta ducati.

L’Antonia, la mattina sequente, preso un poco del veneno in una scatoletta, con la figlia a casa la Simona ne andò, et il veneno gli dette. Il quale non prima ebbe avuto che in cucina [11r] corse, et in su certe vivande una parte ne messe, le quali ordinò fussino poste avanti alle forestiere per onorarle. E fu sì potente il veneno che la figlia del medico, avanti avessi finito di desinare, a tavola morì. L’Antonia, del caso avveduta e conoscendosi presso alla morte, di casa s’uscì et, appresentatasi al potestà, il caso per ordine gli narrò, et avanti a lui si morì. Il potestà, fatta pigliare la Simona, il tutto da lei inteso, al fuoco la condennò, et iermattina se ne fece l’essecuzione”.

Parvemi il caso orrendo e, ringraziato il signore dell’onore m’aveva fatto et offertomeli, all’osteria a dormire me ne tornai. E la mattina seguitai il mio cammino e mi posai a desinare a Revero, villetta posta in Mantovano in su la riva del Po a rincontro d’Ostia. Trovai nell’osteria, dove alloggiai, uno canonico da Trento che andava a Roma per espedire certe sue bolle; e con lui di più cose, ancora che non molto esperto fussi, ragionai; et insieme mangiammo.

Dopo il mangiare, comparse l’oste, uomo di buona presenzia e di molte parole, e disse che nella villa erano de’ gentiluomini mantovani e che era loro costume ridursi pel caldo a sollazzarsi in quella osteria con carte o dadi. Io li risposi che non sapevo giucare, [11v] ma che starei a vedere volentieri. Il canonico disse che ce li facessi venire. Partito l’oste, io dissi al messere che non sapevo come lui fussi pratico a ire a torno, ma che in su queste osterie sogliono il più delle volte usare bari. Lui rispose che non dubitava e che giucava a passa dieci, che era giuoco semplice, e che sempre portava dadi da sé per non essere ingannato.

Mentre parlavammo, comparse l’oste con dua, vestiti di drappo di seta. E, secondo dicevono, l’uno era gentiluomo mantovano nobile e ricco, l’altro, più giovane, cameriere del Marchese; et erono venuti quivi a sollazzo per qualche giorno per passare il caldo, et invitorno il canonico a giucare. Lui disse che non giucava che a passa dieci e che aveva dadi da sé, e così furono d’accordo. E giucava il canonico e li duoi mantovani e facevono d’un marcello per posta. Giucorno una ora e variava poco la sorte; pure il messere perdeva circa dua ducati in modo che quello mantovano più vecchio, avvedutosi che il canonico perdeva e che gli doleva e che bisognava stessi, si lasciò cadere tutti e’ dadi sotto la tavola. Il palco era tristo onde, nel cadere, se ne perderono dua in modo che il mantovano disse che, non vi sendo dadi, si poteva [12r] lasciare il giuoco. Il messere che perdeva fece domandare dadi all’oste, il quale ne fece mettere in tavola circa venti. E con essi di nuovo cominciorno il giuoco e facevono le poste maggiore, et il canonico poche ne vinceva. Io, che stavo a vedere, rivolgevo e’ dadi che erano da canto in su la tavola e mi avviddi che certi avevono dua sei e certi dua assi e, quando il messere aveva a trarre, che raro li accadeva, li mettevano avanti un dado che avessi dua assi, quando avevono a trarre loro, ne pigliavono uno che avessi dua sei. Io, accortomi di questo, al canonico mi accostai e tanto lo toccai che si levò da giuoco con perdita, però, di ducati dieci. Et avendomi riserbato alcuni di quelli dadi, fingendo fussino caduti dopo la partita de’ mantovani, al messere li monstrai col farmi promettere che non ne parlassi insino non fussi partito che non volevo, mentre ero quivi, si facessi romore. Lui conobbe l’errore suo e serbò li dadi li avevo dati. Et io, perché era vespro, m’imbarcai per passare il Po, né so quello che il messere con l’oste e mantovani si facessi. Sentì’ bene, mentre passavo il fiume, nell’osteria grida e tumulto.

Il dì, per essere il caldo grandissimo, cavalcai poco et alloggiai a una osterietta in Veronese, luogo detto Ronconuovo. Erono quivi fermi certi tedeschi che a piè da Roma venivono, [12v] co’ quali era uno dello Reno che aveva aspetto d’uomo da bene; il quale diceva essere stato più anni col e che aiutava scrivere a uno suo secretario. E domandandolo io perché s’era partito, rispose :

“Se tu mi domandi la causa che mi fa partire da Roma, ti dirò che noi dello Reno siamo buoni cristiani, et abbiamo udito e letto la fede di Cristo essere fondata col sangue de’ martiri in su buoni costumi, conroborata con tanti miracoli, in modo che sarebbe impossibile che uno dello Reno dubitassi della fede. Io sono stato a Roma più anni et ho visto la vita che tengono e’ prelati e li altri, di qualità che io dubitavo, standovi più, non che perdere la fede di Cristo, ma di diventare epicuro e tenere l’anima mortale. Se mi domandi perché io mi sia partito dal mio patrone, te la dirò. Ma ti priego non mi tenga maligno se lo biasimo, come sogliono il più delle volte essere tenuti quelli che biasimono i patroni, perché non li darò calunnia alcuna che non sia vera e che, avendomi trattato come ha, non sia conveniente. E per darti vera notizia della qualità e vita sua sarò un poco lungo, ma sendo tu fiorentino, come ho inteso, credo che questo [13r] mio parlare non t’abbi a dare fastidio.

Lui ha nome e nacque in Francia in uno villaggio presso a Torsì tanto vilmente quanto sia possibile. E crescendo si pose con un mercante di Parigi per aiutare al famiglio di stalla. Poi cominciò andare col padrone alle fiere di Lione, e, sendo già fatto uomo et assai bello, tentò la patrona d’amore, la quale li acconsentì. E così convennono insieme che, dato il veneno al marito, pigliassi poi lui. Et intra non molto tempo detto marito si morì o di veneno o d’altro, non si sa. Basta: che diventò marito della donna e padrone della roba et, intra duoi anni, e’ figliuoli dell’altro marito o morirono o, per fuggire le battiture, si messono andare a torno pel mondo, eccetto una femmina che rimase a presso la matre. E seguiva le sue mercantie, o vogliam dire usure, e del continuo era alle fiere di Lione, et ingannando questo e quello con giuri e spergiuri e cedole e contratti falsi, ogni giorno diventava più ricco.

Et essendo morto il re Luigi undecimo e succedendo Carlo che era giovanetto, lui cominciò a praticare la corte e spesso portare avanti a il Re nuove fogge di drappi d’oro e di seta, [13v] in modo che li cominciò a esser grato e gli pose tanto amore che non voleva si partissi di corte. E venendo una volta a Parigi et essendo in età d’anni diciotto, vidde la figliastra di che era eccellentissima di bellezza. E, cominciandola a guardare, , che li era appresso, se n’accorse e tanto operò e con la moglie, che era sua madre, e con la figlia, che il Re possette pigliare di lei quello piacere che volle. E con questa arte venne tanto in grazia al Re, che poteva quello che voleva. E conoscendosi vile e da non potere ottenere stati temporali dal Re, pensò di diventare uomo di chiesa. E perché la moglie a questo obstava, con veneno se la levò davanti, avendo avuto d’essa più figli maschi e femmine. Et in poco tempo sendo diventato prete, ottenne dal Re e vescovadi e badie di qualità che aveva grossa entrata.

E pensando il modo a potere ragunare somma di danari presto, occorse che il signore Lodovico Sforza, governatore di Milano, a qualche proposito ricercò il re Carlo che dovessi passare in Italia all’acquisto del Regno di Napoli. E non trovando disposizione né innel Re né tra li più savi signori di Francia, fece tentare che, per essere diventato vescovo, era chiamato. Il quale, conoscendo che da detto signore era per trarre, [14r] e così poi dalle Repubbliche e Signori d’Italia quando seguissi la vittoria, non considerando quello potessi succedere quando caso avverso venissi e stimando più un ducato che potessi guadagnare in sua proprietà, che un milione che potessi avere di danno la Francia, e postponendo all’utile suo ogni vergogna che potessi avere il Re, gagliardamente lo cominciò a confortare all’impresa d’Italia. E furono tante le sue persuasione che, contro alla volontà de’ più savi signori di Francia, la impresa si deliberò, e ne seguì lo effetto che è noto a molti; e per esser cardinale concluse con papa Alessandro quello accordo che lui seppe dimandare. Et a voi Fiorentini con varie arte tolse de’ ducati cinquantamila per sé e, quando stimavi che vi facessi rendere Pisa, confortò e’ Pisani a difendersi e, con li vostri danari, fornì la fortezza di quello gli mancava. Et aveva condotto il suo Re in luogo a Fornuovo per li danari li avevono dati e’ Veniziani che, se non fussi stata la virtù de’ suoi, rimaneva prigione; nondimeno sendo suto vittorioso, lo condusse a fare ignominiosa pace.

E parendoli dipoi che il duca Lodovico non lo tributassi a modo suo, di nuovo persuase il Re a muoverli guerra. Ma come il Duca gli donò ducati venticinquemila, messe sospetto al Re dell’Imperatore et ogni cosa tornò in fummo. Onde indignati contra lui, la gran parte delli signori [14v] di Francia deliberorno far noto al Re gl’inganni che li faceva San Malò, et in che precipizio lo conduceva. Ma lui, accortosi di questo e temendo l’ira del Re, fece venire in corte la figliastra e con essa si compose che nel coito avenenassi il Re, il che, secondo li medici, si può fare facilmente. E se ne vidde la esperienzia, perché il Re dormì con lei la notte, e non fu levato di quattro ore che cominciò a essere malato gravemente, et avanti che fussi sera finì li giorni suoi.

Dopo la morte del quale, pervenne il Regno al re Luigi duodecimo, a chi San Malò subito persuase che era bene che lo lasciassi ire a Roma perché potrebbe in molte cose giovare et a lui et al regno di Francia. Ma il prudente Re non volle acconsentirgli; onde per averlo propizio, gli donò nel principio del suo regno ducati trentamila e nondimeno il Re non volle che stessi in corte.

E lui se n’andò a un suo vescovado e quivi stette qualche anno quasi ascoso, et attese a scorticare li poveri preti della sua diocesi e fece in quella cose sì nefande, che il popolo una volta corse al vescovado per amazzarlo, ma lui se ne fuggì per certe vie ascose. E con gran fatica ottenne dal Re di venire a Roma, dove io m’acconciai con lui per aiutare scrivere a il suo secretario, et altro non mi dava che le spese. Pure [15r] stavo con lui sperando m’aiutassi spedire qualche beneficio sanza spesa.

Et ero stato seco già dua anni, quando ebbi nuove che nel mio paese era vacata una prioria di rendita di circa a ducati quaranta. Andai da esso e lo pregai me la facessi espedire. E come ebbe inteso il titolo del beneficio e la diocesi, lo fece conferire a sé e n’espedì le bolle, dicendo averlo fatto per fuggire la spesa e che me lo rinunzierebbe a posta mia. Ma io, avendolo più volte ricerco di questa rinunzia e perdutoli tempo adrieto uno anno o più, mi sono avvisto che lo voleva tenere per sé: e però mi son partito da lui, e mi pare d’essere stato ingannato et assassinato.

Ma chi avessi considerato la vita teneva in Roma, si poteva persuadere d’esso questo e peggio. Mai diceva officio, mai pensava se non a fare ordinare vivande e cercare di buon vini e tanto ne ingurgitava, che spesso diventava ebbro e diceva le maggior pazzie del mondo. E benché per sé volessi mangiar bene e bere meglio, la famiglia faceva stentare e voleva si digiunassi con vigilie che mai furono comandate. Se gli capitava prete alcuno alle mani, di Francia, per espedire qualche beneficio, tutti gli trattava come me. E, per farti conclusione, non credo che da cento anni [15v] in qua sia vivuto il più compiuto uomo in ogni vizio che è il , e de’ medesimi vizi, ne’ quali lui è sommerso insino sopra e’ capelli, danni li altri, superbo più che Lucifero, inimico a tutti li uomini e massime agl’Italiani. E mi sono maravigliato della viltà di voi Fiorentini che, avendovi fatto tante iniurie quanto ha, che in fatto tutto il male che avete avuto dalla venuta del re Carlo in qua e che siete per avere è proceduto da lui, non vi siate mossi popularmente, quando è passato per la città vostra, a estinguere e levare di terra uno uomo tanto detestando quanto è lui. E se l’avessi fatto, e’ Franzesi medesimi ve n’arebbono avuto buon grado: ma spero che Iddio abbi a fare quello non hanno ancora fatto li uomini”.

Io, vedendo il prete acceso in biasimare San Malò, parendomi l’ora tarda, a dormire me n’andai. E la mattina, quando fui a Isola della Scala, presi il cammino alla mano sinistra, perché non volevo passare per Verona, e mi fermai a una piccola osteria fuori di strada, che si chiamava Beccacivetta. E quivi oltre all’oste, trovai uno che si stava là fitto in un canto tutto mesto e non restava di querelarsi, e battersi le mani. Domandà’lo della causa di tanta sua afflizione.

Lui disse: “Io te la narrerò volentieri e se l’odi non [16r] ti maraviglierai del mio dolore. Io sono stato servo di dua fratelli gentiluomini veronesi molto ricchi, e’ quali hanno qui a torno le loro possessioni, et io ne ho cura. Ma è intervenuto questo anno al maggiore di loro il più strano caso del mondo ché è stato morto, et il modo ti dirò. Erono dua fratelli chiamato l’uno Iulio, l’altro Antonio Celsi. Questo Antonio è fanciulletto, né credo non abbi ancora anni dodici. Iulio, sendo molto ricco e gentile e d’età d’anni venti, una bella figlia prese per donna, chiamata Lucrezia, la quale gran tempo era suta amata da uno altro gentiluomo veronese detto Tiberio, et arebbela voluta per moglie. Ma per che causa si fussi, e’ parenti della fanciulla la vollono più presto dare a Iulio mio patrone. Tiberio fu molto dolente di questo parentado, nondimeno prese per partito di monstrare di non se ne curare. Et essendo prima amico di Iulio, si dimonstrava amicissimo e si sforzava accrescere la familiarità et amicizia. Iulio menò la donna a casa e, come giovane liberale e ricco, ogni dì faceva conviti et intratteneva, intra li altri, molto questo Tiberio, stimando li fussi amico vero e fidato. Et ogni giorno cavalcavono insieme a piacere et a caccia, e non pareva potessino vivere l’uno sanza l’altro.

Occorse che il verno passato Iulio ordinò di fare una caccia a’ cinghiali su alto nella valle dell’Adice, e Tiberio volle ire in sua compagnia. Ordinasi la caccia, viene il giorno deputato e Tiberio [16v] da Iulio ma’ si partiva. Lievasi un porco, Iulio lo segue e Tiberio il medesimo. Iulio viene alle mani col porco, et allora Tiberio che lo vidde impedito, d’uno spuntone avea in mano, nella coscia ritta gli dette e lasciollo in preda al porco. El quale, trovandolo debile per la gran ferita, poco penò a spacciarlo in tutto. Era già notte. Suonasi a raccolta et Iulio non torna: Tiberio monstra averne gran passione. Pure, dopo che i compagni l’ebbono cerco gran pezzo di notte, lo ritrovorono morto e credettono fussi stato ucciso dal cinghiale. La novella venne in Verona e ciascuno universalmente ne fu dolente, ma sopra ogni altri la misera Lucrezia sua donna, la quale sparse assai lacrime e grida sopra il corpo del morto marito. E poi che furono fatte l’essequie, né dì né notte restava di piangere et affliggersi.

Tiberio, in capo d’otto giorni, quando pensò che il dolore fussi alquanto mitigato, come amico del marito l’andò a vicitare. E non trovando la donna altrimenti disposta non pensava, non usò altre parole che generale e consolatorie. Adoperò ben poi certa donna per la quale fece intendere alla Lucrezia che un gentiluomo l’amava non dicendo il nome. Ma la Lucrezia con detta donna si scandalezzò e la minacciò assai.

Era Iulio d’un mese morto e fatte tutte le cerimonie che s’usano fare in simili casi, [17r] quando una notte alla Lucrezia che dormiva, apparve ferito e tutto insanguinato, et a punto come era seguita la morte sua li narra, e che si guardassi che Tiberio non ingannassi lei, come aveva fatto lui, e disparve.

La Lucrezia, inteso il caso, con virile animo il marito terminò vendicare e cominciò a prestare orecchi alla donna che li aveva parlato et a Tiberio far buon viso, di qualità che la messaggiera, preso animo, l’amore che Tiberio gli portava gli scoperse. Di che la Lucrezia monstrandosi lieta, la sera che da lei dovessi venire compose et, ordinato un pasto glorioso e vini eccellenti, aspettò la sera Tiberio. Il quale venuto e cominciando molto bene a mangiare e bere, sendo il vino un poco oppiato, non ebbe a pena finita la cena, che s’addormentò. La donna fattolo mettere in un letto, quando lo vidde profondato nel sonno, con uno ago tutt’a dua li occhi gli trasse e, serrata molto bene la camera, di quella s’uscì. E come fu giorno, andatosene alla sepoltura del marito e quivi come fussi successa la morte d’esso narrato, se stessa con un coltello uccise. Il misero Tiberio, sendo privato delli occhi et il caso già vulgato per Verona, fu preso dalla famiglia del potestà et essaminato. Confessando, fu punito di pena capitale”.

Stetti a udire il servo con attenzione et il caso mi parve crudele, e lo confortai con quelle parole mi occorsono e poi montai a cavallo. [17v] E per la pianura di Verona cavalcando, lasciai la città a man destra, et ebbi per male non la poter vedere, perché intesi quella esser bellissima, abondante di popolo, piena d’arte. Ha el fiume dell’Adice che passa per mezzo d’essa; ha contado fertile di grano, vino e d’olio che in Lombardia è cosa rara; ha belle fortezze in poggio et in piano. Guardà’la di fuori il più possetti e, così guardando, a Ossolengo mi condussi, castello in su l’Adice, distante a Verona miglia sei.

Smontato all’osteria et alquanto rinfrescatomi, perché era assai buona ora, davanti alla porta d’essa mi posi a sedere che era in sulla piazza del Castello. Quivi era uno in su una banca che s’avea congregato un gran cerchio tra uomini e donne, e diceva andare al beato Simone a Trento per voto, e che per sua grazia era scampato in Bologna dalle forche, alle quale quattro dì avanti era suto appiccato, e che il capestro s’era rotto e lui scappato, e la causa diceva perché era servitore d’un gentiluomo bolognese, sospetto a il legato. Io che ero passato a canto a Bologna di tre dì avanti e nulla di tal caso avevo sentito, stavo ammirato e massime perché lui, da poveri uomini, ragunò una buona somma di danari. E quando ebbe colto l’agresto a suo modo, smontò della banca e ne venne all’osteria per fare un buono pasto. E perché quivi non erano altri forastieri che lui et io, lo domandai come aveva carpiti danari. [18r] E così, tirando l’una parola l’altra, lui domandò me donde venivo. E come intese ero passato presso a Bologna mi disse:

“Uomo da bene, io ho quaranta anni e sono da Pescara nel Reame; e sono vissuto con questi modi anni venti; e non fui impiccato a Bologna ancor che forse lo meritassi. Ma che bisogna parlare? Io non ho altra arte: con questa vivo, e vivo bene, che voglio sempre le miglior cose truovo in sull’osterie, e questa sera spenderò almanco dua marcelli. E quando uso un modo da trarre danari e quando un altro: stravolgomi e’ piedi, le braccia, la bocca; quando fingo esser cieco, quando piagato; e muto spesso luoghi. E perché io so che t’accorgesti poco fa mentivo per la gola, t’ho scoperto il vero e ti priego di questa cosa: questa sera non parli. Doman poi muterò paese e cercherò ventura”.

Promessili tacere e pensai intra me medesimo con quanti modi, con quante astuzie, con quante varie arte, con quale industria uno uomo s’ingegna ingannare l’altro. E per questa variazione, il mondo si fa più bello: il cervello di questo si fa acuto a trovare arte nuova per fraudare e quello d’un altro si fa sottile per guardarsene. Et in effetto tutto il mondo è ciurmeria; e comincia a’ religiosi, e va discorrendo ne’ iurisconsulti, ne’ medici, nelli astrologi, ne’ principi secolari, in quelli che sono loro a torno, in tutte l’arte et essercizi; e di giorno in giorno ogni cosa più s’assottiglia et affina.

[18v] Stetti la sera a Ossolengo e la mattina per tempo in su una barca passai l’Adice e, su per la valle d’esso, verso Trento cominciai a cavalcare. El fiume dell’Adice è molto rapido e grosso, e massime quando le neve si struggono. Ero ito circa miglia sette e trovai la Chiusa che è un luogo in su l’Adice el quale e’ Veniziani guardano, perché è passo forte. L’Adice ha in quel luogo da ogni banda le ripe tagliate et alte, dalla man destra è solo tanta via che duoi cavalli insieme hanno fatica d’andarvi. Questo luogo e’ Veniziani hanno chiuso con due porte, l’una di sopra e l’altra di sotto; e nelle rotture del monte hanno fatto certe piccole stanzette, dove possino stare fanti a difendere dette porte. Et a qualunque passa a piè o a cavallo fanno pagare un dazio e di questo emolumento pagano dette guardie. Passai quel luogo e, pure in su l’Adice, al Borghetto mi fermai, dove trovai uno oste tedesco molto piacevole. E per essere il caldo grande et il luogo fresco, vi stetti molte ore a piacere. Era venerdì, e però l’oste providde di più sorte pesci dell’Adice.

Era nell’osteria un vecchio veniziano che avea aria di buon compagno et entrando meco in ragionamento mi disse:

“Perché tu mi pari uomo da bene ti voglio dire, benché non me ne domandi, forse per più cortesia, la causa perché sto qui. Io mi chiamo [19r] Pietro e sono antico popolano di Venezia, e l’arte mia era esser libraro e, come tu vedi, sono assai bene oltre con li anni. Pure non è molto tempo che io tolsi una bella fanciulla bergamasca per donna, nominata Smeralda, la quale non era conveniente all’età mia, ma mi piaceva, et il padre me la dava volentieri, e mi volli contentare. E parvemi, da principio, l’avere questa fanciulla la più dolce cosa del mondo e del continuo con essa mi trastullavo, e lei mai si spiccava da me. Ma io, sendo vecchio, non potetti reggere molto a tal vita e cominciai a diradare, onde lei pensò con altri trarsi piacere.

In botega mia, come accade a un libraro, usavano del continuo assai giovani, e gentiluomini et altri; et in quel medesimo luogo dove facevo la botega era l’abitazione mia ordinaria. Et intra li altri vi praticava molto spesso uno giovane gentiluomo bello, galante e ricco, chiamato Achille Trevisano. A questo la Smeralda mia messe l’occhio a dosso, e lui a essa, onde io, che per l’età ero assai esperto, di qualcosa mi accorsi. Ma vietare a messer Achille l’usare in botega mia, era cercare di perdere la vita e la roba, che così usano fare e’ gentiluomini, che di noi altri popolari sono crudeli tiranni: e però comandai alla mia donna non venissi più in botega. Lui conobbe questo e con una serva tenevo, la quale stimavo molto fidata, ebbe mezzo di mandare imbasciate alla Smeralda. E convennono [19v] in modo che più volte in casa mia, in su l’ora che avevo più faccende in botega, insieme si trovorno. Io, vedendo messer Achille non esser frequente in bottega all’ora solita, cominciai a dubitare. Et un giorno deliberai vedere se fussi vero quello di che avevo dubbio e volli andare di sopra, ma trovai chiuso l’uscio che di botega montava alle stanze da alto. Andai alla porta di rietro per la quale saliva messer Achille e vi trovai uno suo schiavo a guardia. Pensai vendicarmene sanza romore e, tornato piano adrietro, a un fanciullo che avevo in botega ordinai che dicessi allo schiavo che messer Domenico Trevisano, fratel maggiore d’Achille, diceva che andassi da lui in Rialto, quivi vicino, e che gli voleva dire una parola e subito tornerebbe. Lo schiavo andò e l’uscio rimase sanza guardia. Io subito presi dua giovani che stavano meco et armati corremmo su e trovammo messer Achille e la Smeralda in sul letto che si davano piacere. Fecigli pigliare e legare e li tenni così tutta notte e rassettai più della roba mia in danari che potetti. E la mattina, avanti giorno, legai in bottega mia messer Achille nudo e la donna in camicia. E quando fu ora che da ciascuno potessino essere visti, feci aprire la botega e mi fuggì’ in su una gondola avevo preparato lor e me n’andai a Triesti dove intesi che [20r] li cavi de’ Dieci, inteso il caso, avevono preso tutta la roba mia et alla Smeralda dati ducati dugento e mandata al padre. Tutto il resto avevono messo in sul monte di S. Marco e me avevono confinato in questo luogo per anni dieci e, quando non osservassi, tutti li miei beni diventassino di messer Achille. Et io voglio osservare acciò che lui non goda le mie fatiche, che ho d’entrata in su S. Marco ducento ducati l’anno. E già ho passati quattro anni di confino più dolcemente ho potuto, e così spero fare il resto”.

Iudicai per le parole del libraro che lui della donna e di messer sanza crudeltà si fussi vendicato. E perché, come dissi di sopra, l’oste mi pareva buon compagno, mi lasciai consigliare a lui dove dovevo andare la sera et a che oste. E così partendomi dal libraro e da esso, e cavalcando sempre lungo l’Adice, arrivai a Rovereto, castello de’ Veniziani, e scavalcai a una osteria nel borgo verso Trento.

L’oste mi ricevé volentieri e, mentre che li cavalli s’assettavano, mi disse: “Uomo da bene, tu m’arai escusato se io non ti tratterò come sono solito trattare li altri pari tuoi. E’ forestieri solevano alloggiare meglio in questa osteria che in altra che fussi di qua a Roma; ma ti voglio dire la causa perché la casa, come vedi, in gran parte è guasta e le masserizie sono sute tolte et ogni cosa è ito in ruina. Tu debbi sapere che non sono ancora dua mesi che il re di Francia molto gagliardamente espugnò Genova. Questa sì gran vittoria dette che pensare a’ nostri Signori [20v] Veniziani temendo che il Re, succedendoli le cose sì prospere, non procedessi e contro a loro e contro a tutta Italia; et iudicorno fussi bene metterli qualche sospetto dell’Imperatore. E perché si credessi che lui dovessi fare presto la impresa d’Italia, feciono venire insino qui cinquecento fanti tedeschi, benché dessino voce di mille; e se bene si diceva che lo Imperatore gli pagava, in fatto credo gli pagassino loro. E li alloggiorono tutti fuori del castello in questo borgo, et in questa casa, che è qui a canto, alloggiò il capo d’essi chiamato messer Giorgio da Nuistat.

Questo messer Giorgio, mentre veniva in qua con la sua compagnia, si fermò un giorno a Sterzing, luogo lontano di qua quattro giornate, dove, andando in là, potrai passare. Et a caso alloggiò in una osteria dove era una bella figlia, detta Magdalena, sorella carnale, o vero cugina dell’oste, la quale li piacque oltre a modo. Et adoperò tanto con l’oste e con minacci e con prieghi e con promesse e danari, che lui fu contento ne la menassi. Et a mezza notte la prese contra sua voglia, e la condusse qui. Di questa Magdalena era innamorato uno giovanetto, gentiluomo del contado di Tirolo, chiamato messer Arrigo da Serantaner, e, per l’amore gli portava, aveva preso casa nel borgo di Sterzing e quivi consumava tutta la sua entrata che non era poca. E la fanciulla era innamorata di lui et attendevono, più celatamente [21r] era possibile, a darsi buon tempo.

La mattina s’intese pel borgo come la Magdalena era suta menata via da messer Giorgio e ciascuno ne fu dolente, ma massime messer Arrigo il quale rimase tutto attonito e come insensato. Ma aveva tra li altri servitori uno chiamato Gaspar il quale molto l’amava e sapeva tutto questo amore della Magdalena. Il quale, vedendo il padrone in tanta mestizia, gli disse: “Padrone, io voglio andar drieto alla Magdalena et intra pochi giorni la ritroverrò e te ne darò notizia; e troveren modo che goderai più con lei che abbi fatto ancora. Attendi pure a ragunare danari per possere vivere uno anno fuori, se bisognassi “. E da lui si partì e si misse drieto a messer Giorgio e si condusse qui come lui.

Messer Giorgio era il più contento uomo del mondo e, toccando buon soldo et avendo la dama bella, attendeva a fare buona cera e si sforzava tenerla contenta quanto poteva, ancora che non fussi possibile farla dimenticare l’amore di messer Arrigo.

Gaspar ne venne di tratto a questa osteria, nella quale il podestà non aveva voluto entrassi fanti perché in essa si potessi ricettare chi andava e veniva, e cominciò a pigliar pratica con messer Giorgio e fece in modo che, avendo bisogno d’un servitore, prese lui. Et essendo venuto in parte a quello desiderava, lo serviva tanto bene che, in pochi dì, messer Giorgio gli pose tanto amore, che gli commisse la guardia della Magdalena. La quale, [21v] ancora che da principio l’avessi conosciuto, finse non lo aver mai visto insino che secretamente gli potette dire la sua voluntà. Allora Gaspar trovò un mercante che conosceva messer Arrigo e gli dette una lettera gli portassi, per la quale gli significava come avea ritrovato la Magdalena et accónciosi con messer Giorgio, e che subito qui ne venissi con quella compagnia iudicassi a proposito, e scavalcassi in questa osteria, e si facessi dare una camera su alta, tra la quale e quella dove stava la innamorata era a punto un muro di stuoia ricoperto di calcina. Messer Arrigo, avuto la lettera, prese quelli danari che potette e con tre servidori qua se ne venne e seguitò l’ordine di Gaspar.

El quale, come seppe era giunto, ascosamente gli venne a parlare e li disse come aveva a fare a trovarsi con la Magdalena: e che di notte non v’era modo, perché dormiva del continuo con messer Giorgio, ma il dì, quando andava fuori, lasciava lui alla guardia d’essa o un piccolo ragazzo; e che romperebbe il tavolato della stufa dove essa stava il dì (ché come puoi vedere la più parte delle stufe sono soppannate d’asse) e vi farebbe uno piccoletto uscio; e che, fatto questo, sarebbe facile rompere il muro di stuoia; e che per quella rottura la Magdalena verrebbe nell’osteria mia in camera di messer Arrigo; e che solo bisognava avere avvertenzia di tenere uno alla finestra, quando [22r] lei era seco, che vedessi se messer Giorgio tornassi in casa (el quale non poteva tornare che per una porta, perché più non ne aveva la casa) e subito lo dicessi alla Magdalena, acciò si potessi ritornare nella stufa.

Piacque il modo a messer Arrigo e così alla fanciulla. E la mattina sequente colorirno il disegno e si dettono un gra pezzo piacere insieme, mentre messer Giorgio era pel castello; el quale usava sempre la mattina stare tre ore fuori di casa per udir messa e fare essercizio. E quando tornava, il famiglio ch’era alla finestra lo vidde e subito corse a dirlo, e lei si tornò nella stufa. Questa maniera tennono circa otto giorni continui.

Ma occorse una mattina che il ragazzo, che la Magdalena serviva, avendo persa una palla, ne venne a cercare nell’osteria. E salito di sopra, entrò in quella camera dove era la Magdalena con messer Arrigo, la quale stava aperta perché nessuno, se non della sua famiglia, era solito salire le scale. E vidde la Magdalena e messer Arrigo insieme sollazzarsi. E, pianamente tornato adrieto e scese le scale, ne venne a Gaspar che si stava a sedere in su la porta di messer Giorgio, e li disse: “Gaspar, noi siamo spacciati, perché sai che il patrone nostro ci ha commesso la guardia della Magdalena e quanto lui l’ama. Et io l’ho vista al presente qui nell’osteria con un giovane. Messer Giorgio lo intenderà e non credo gli basti torci la vita “.

A Gaspar parve male che il fanciullo l’avessi vista, pure faccendo buon cuore, li disse che nol credeva perché non era possibile, [22v] ché aveva tutta mattina guardato la porta e mai l’aveva vista uscire fuori, ma che quella doveva essere qualche altra femmina di partito, e che lui non doveva dar carico alla padrona, e che farebbe ruinare lei e loro, ma che se ne voleva chiarire. E però che guardassi bene la porta che essa non potessi tornare, e che andrebbe su nella stufa a vedere se lei vi fussi e, se non vi fussi, piglierebbe qualche partito alla loro salvazione. Et andato di sopra, chiamò la Magdalena e gli contò il caso e li disse che nella stufa si ponessi a cucire. E, tornato da basso, trovando il fanciullo li disse: “Non sapevo io che tu avevi beuto a buona ora e non sapevi quello dicevi! Hàila tu vista uscire per questa porta ? ”

“Non io “: disse il ragazzo.

“Ècci altra porta alla casa? ”

Il fanciullo disse di no: che messer Giorgio n’aveva molto bene fatto guardare.

“Or va’ di sopra e troverrai la Magdalena nella stufa che cuce”.

El fanciullo andò e, trovandola, stette stupefatto. Et ella cominciò a gridare seco e dirli che era un ribaldello e che la voleva mettere in sospetto a messer Giorgio. Il ragazzo, temendo, gli chiese perdono e la cosa per allora si posò.

Né passorno dua giorni che, sendo di nuovo una mattina la Magdalena con l’amante e dua fanti di messer Giorgio avendo fatto quistione e feritisi et uno sendo rifuggito qua nell’osteria, messer Giorgio infuriato lo seguitò. E salì presto le scale in modo che vidde una fanciulla in una camera, [23r] che era la Magdalena, ma per l’ira non la scorse bene. Pure dubitò non fussi essa e volle, avanti facessi altro romore, chiarirsi se era in casa e con gran furia scese le scale. La Magdalena, che di questo subito s’accorse, presto nella stufa tornò. Et era a punto posta a sedere, quando messer Giorgio, quasi fuor del senso, giunse e, trovatola, fu tutto riconsolato e stimò avere errato.

Messer Arrigo, avendo avute tante paure, dubitò una volta non avere il danno. E però, consigliatosi con Gaspar, fece venire da Igne, sopra Trento, uno fodero di legname che qua chiamiamo zatta, in su la quale s’usa andare giù per l’Adice. Et una mattina, con la figlia e Gaspar et altri suoi servitori, vi montò su e vi condusse ancora e’ cavalli, e tutte le altre sue robe. Il fiume è veloce in modo che, avanti che messer Giorgio sapessi niente, la zatta era lontana miglia venti. Il quale, tornato in casa, né ritrovando la Magdalena né Gaspar, e riscontrando col ragazzo e seco medesimo quello aveva visto, stimò quello era suto: che lei con messer Arrigo fussi fuggita e subito nella mia osteria corse. Io, vedendolo venire con tanto impeto, per una porta di rietro mi fuggi’. Lui allora quasi tutte le miglior cose dell’osteria rubò e poi vi messe fuoco; ma da’ vicini fu fatto tanto concorso a spegnerlo che poco ne potette ardere, ma tutta affummò come vedi. Et a ogni parola diceva che sopra me si voleva vendicare, [23v] che allo inganno avevo tenuto mano. Et era vero che io della pratica m’ero accorto. Ma, pagandomi messer Arrigo bene, tacevo, né ero tenuto a fare altrimenti. In effetto la roba mia e parte della casa andò male. E messer Giorgio, avendo licenziato la compagnia, con quattro servitori si misse a seguire la Magdalena. Quello che tra loro sia successo non ho poi inteso, perché non è ancora otto giorni che messer Giorgio partì”.

L’oste mi disse questa novella, et io la credetti, perché con la esperienzia conobbi nell’osteria non esser cosa alcuna: mangiai male e dormì’ peggio e, non che letto, non vi trovai una tavola da distendermi, ma, essendo gran caldo, passai la notte il meglio potetti.

E seguendo la mattina il cammino, giunsi a tre ore a Trento, la quale è piccola città posta in sull’Adice, ma molto abundante perché, ancora che sia tra monti, ha tra essi qualche miglio di piano che produce assai grano e vino; e nelli monti sta il bestiame. Signore della città, et in temporale e spirituale, è il Vescovo; e lui piglia l’entrate delle gabelle e d’ogni altra cosa. Lo Imperatore, come duca d’Austria e conte di Tirolo, vi mette un capitano, el quale tiene le chiavi delle porte e fa eleggere al capitolo de’ canonici il vescovo, come pare a lui, perché sempre lo vuole confidente, perché il luogo è di grande importanzia in sul confine d’Italia et Alamagna, benché sia posto in Italia: [24r] perché il fiume del Lavis, di là da Trento cinque miglia, divide l’Italia d’Alamagna, secondo dicono quelli del paese. La città non è forte né di mura né di sito, et è circumdata da monti alti, de’ quali chi fussi signore presto diventerebbe patrone della città.

Arrivai, come ho detto, a Trento a buona ora e tutto il giorno mi fermai: e però fermerò ancora un poco la penna ponendo fine al primo libro.

LIBRO SECONDO

Avevo al primo libro di questo mio cammino posto fine e lasciatolo a una nostra villa, detta Cepperello, dove trovandomi l’avevo scritto. Arrivò quivi a caso insieme con Pagolo, mio fratello, uno che, a suo iudicio proprio, è letterato; e gli vennono alle mani questi miei scritti. E stato qualche giorno tra quivi e Siena, se ne tornò in Firenze. E trovandomi disse che stava ammirato che io perdessi il tempo a scrivere cose frivole, novelle e favole, e che lui l’aveva lette e si pentiva aver perso quel tempo, né dannava il modo dello scrivere, ma la materia. Io li risposi poco, perché era uomo di sua oppenione e da non volere cedere alle ragione. E li dissi che l’avevo scritte per satisfare a me medesimo e non a lui, e che ciascuno ha sua fantasia e dove l’applica gli pare bene applicata. E finì’ con lui il mio parlare.

Ho dipoi meco medesimo considerato quanta servitù li uomini, da loro [24v] medesimi, s’imponghino. Et avendo respetto al parlare di questo e quello, spesso si ritenghino da scrivere quello s’hanno proposto. Perché qual materia o quale spezie di scrittori è che non si potessi biasimare? E’ teologi sono e’ primi nella nostra religione che hanno fatto e fanno tutto dì tanti libri, tante dispute, tanti silogismi, tante suttilità, che ne son piene non solo le librerie, ma tutte le boteghe de’ librari. Nondimeno il Salvatore Nostro Jesu Cristo dice nello Evangelio: “Amerai il tuo Signore Iddio con tutto il cuore tuo, con tutta la mente tua e con tutta l’anima tua, et il prossimo come te medesimo”. In questi dua precetti pendono tutte le leggi e’ profeti. Che bisogna, dunque, tante dispute della Incarnazione, della Trinità, della Resurrezione, della Eucaristia, cose che noi cristiani per fede dobbiamo credere e credendo meritiamo e le ragioni non v’aggiungono? Danneremo noi, però, per questo tanti santi dottori, tanti valenti uomini acuti e dotti, per avere questa suttilità seguito e scritto? Non certo, ma diremo che a buon fine l’hanno fatto e che avevano questa inclinazione.

Nel secondo luogo sono e’ filosofi che hanno la lor dottrina divisa in naturale e morale. In ogni parte di queste, quante cose vane dichino, quante false, quante frivole, lascio indicare a chi li legge e ne ha più iudicio non ho io. Che diremo de’ iureconsulti di tanti comenti, consigli, parafi, allegazione, cose tutte contra il decreto di Iustiniano che fece mettere le legge insieme e proibì non si potessino comentare? Sono dipoi li oratori e’ quali [25r] con il lenocinio della lingua e’ miseri popoli, la ignorante plebe seducano, faccendo, con il loro ornato parlare, il falso apparere vero et il vero falso.

E’ poeti, che secondo Orazio e giovano e dilettono, che scrivono altro che finzioni e favole? E pure sono in tanta essistimazione. Sonci dipoi certi scrittori che si possono chiamare di titolo ambiguo come Plinio, Aulo Gellio, Macrobio, Apuleio e, de’ nuovi, il Poliziano, il Pontano, il Crinito, e’ quali, chi leggerà, troverrà pieni di dottrina, ma con essa ammiste molte cose debole e false e basse. Nondimeno sono letti volentieri et approvati.

Sono in ultimo gli storici, e’ quali certamente sono da lodare perché danno notizia del passato, acciò che li uomini possino vedere per quelli essempli come s’hanno a reggere e governare. Ma quante cose false, quante per blandire et adulare li uomini grandi sono scritte! E di questo possiamo fare coniettura perché vediamo quelli che hanno scritto istoria ne’ nostri tempi quanto dalla passione, negligenzia et adulazione sieno stati tratti fuori del retto tramite. E però possiamo credere che il simile facessino li antiqui perché erono uomini.

Vedendo, adunque, in ogni qualità di scrivere li uomini esser ripresi, e pure seguire quello hanno ordinato né temere le vane voce, farò ancora io il medesimo. E se alcuno dicessi [25v] che con queste novelle d’amore si dà malo essemplo e s’insegna a chi non sa, risponderei che, se questa ragione tenessi, sarebbe da fuggire il leggere come un venenoso serpe, perché sono pochissimi libri d’onde non si possino trarre mali essempli. La Bibbia non è ella tutta piena di storie lascive? Nel Libro de’ Re non vi sono innamoramenti, fornicazione, adulterii, fraude, rapine, occisioni? Nondimeno si mette in mano insino alle tenere fanciulle. Le cose mal fatte non lodo nelli miei scritti, ma le danno; e con essi li uomini si potranno guardare di non incorrere ne’ medesimi lacci, che sono incorsi quelli di chi scrivo. E però, sanza più lunga escusazione, seguirò il mio cammino.

Havevo lasciato come a dì 4 di luglio arrivai a Trento in sabato; e vi stetti tutto il giorno. E come accadeva in quelli tempi che si diceva che lo Imperatore voleva passare in Italia, li uomini erono molto curiosi investigatori chi passassi in Alamagna. Per questo vennono a me il giorno molti lombardi, che erono in Trento, per sapere chi fussi o dove andassi. Tra li altri vi venne un prete fiorentino, chiamato prete Tommasso, il quale per altri tempi avevo conosciuto. E li feci grata accoglienza e più d’una ora stetti con lui a ragionare di varie cose. Quando fu partito, che era tardi, l’oste, che m’aveva veduto parlare a lungo e solo con lui, mi domandò se io conoscevo ben questo prete. Io li risposi averlo già visto in Firenze e che m’aveva detto essere [26r] allora in Trento per certe sue faccende di benefici.

A che lui disse: “Questo prete è stato in questa terra circa dua anni e guadagna la sua vita col dire messa. E poi che è qui, ha tramutato dieci o dodici case perché si diletta sempre seminare scandoli, in modo che li uomini di questa terra ancora che nel principio lo ritenghino volentieri, come hanno cominciato a conoscere e’ suoi costumi, presto se lo lievono da torno. E non è molto li fu fatto da uno uomo da bene un tristo scherzo.

Chiamasi costui messer Giovanni della Val di Sole, il quale aveva in casa la madre et una sorella d’età d’anni quaranta, rimasta vedova, in sulla dota della quale messer Giovanni, per avere avuto mala sorte, s’era ridotto a vivere. Prete Tommasso cominciò a pigliare pratica seco e s’accordò di tornare in casa sua e pagarli il mese fiorini tre di Reno. E messer Giovanni li consegnò una buona camera et onoravalo quanto poteva. Ma prete Tommasso, non potendo lasciare il suo abito di commettere male et iudicando non potere far nascere scandolo intra la madre et il figliolo, deliberò tentare se tra la sorella et il fratello poteva mettere zizania.

Et accortosi che messer Giovanni viveva in sulla roba della sorella, propose a quella di volerli dare marito, col dirli che era troppo giovane a star vedova, e che era sì ricca e di tal parentado da trovare ogni gentiluomo, e che quivi consumava la roba sua sanza onore, e che il fratello se la godeva. La donna, che era savia et amava [26v] assai il fratello, poche parole gli rispose. Et avendo deliberato star vedova, gli venne in odio il prete, considerando la sua grande ingratitudine e pessima natura, e riferì tutto al fratello, el quale deliberò vendicarsene.

E pensando al modo, li occorse di menarlo una sera a una sua villa, la quale è in su una isoletta che fa l’Adice, dove non è altra abitazione che la sua. E condotto quivi il prete del mese di gennaio in una barchetta, un dì che era bel tempo e quieto, ma freddo grandissimo, e quivi cenato e dipoi andati a dormire, a mezzanotte ordinò fussi fatto gran romore in una loggia che era avanti alla camera. Per il quale desti, messer Giovanni pregò il prete che aprissi l’uscio e vedessi che cosa fussi. Il prete corse là in camicia, e messer Giovanni subito gli serrò l’uscio a dosso, e lo lasciò così in camicia nella loggia che era in sull’Adice. E per non sentire più la notte il suo chiamare o ramarico, vestitosi rimontò in sulla barca e se ne venne a Trento. Il prete tutta la notte e dipoi il dì sequente in camicia stette sotto la loggia, insino che vi passò un fodero che veniva d’Igne, in modo che era già pel freddo mezzo morto. E però alli uomini v’erono su ne increbbe e, levatolo di quivi, lo recorono in Trento allo spedale, dove penò dua mesi a riaversi; et in parte fu gastigato dell’errore commesso dalla sua maladetta lingua.

Stetti la notte in Trento e la mattina cavalcai per tempo. E mi bisognò andare a desinare [27r] a uno luogo detto Monti, distante da Trento ben quattro miglia, che sono venti delle nostre, perché vi erono molti luoghi vessati di peste. Raggiunsomi la mattina pel cammino dua gentiluomini, che ancor loro andavano dallo Imperatore: l’uno era mandato dalla donna che fu del re Federigo di Napoli, el quale aveva nome messer Luca Buonfini; l’altro, che si chiamava Borso da Mantova, andava per commissione delli signori Lodovico e Federigo da Bozzole, che sono di casa Gonzaga.

Accompagnammoci insieme e ci posammo per desinare all’osteria sopradetta, la quale era presso all’Adice e nuova e pulita; ma in quella non trovammo altri che una fanciulletta d’anni quattordici. E, volendo desinare, non potemmo avere altro che uova sode ancora che fussi domenica; il vino era assai buono. E noi mangiavammo fuori al fresco sotto una pergola di melo, come s’usa in Alamagna, quando giunse quivi el cavaliere del capitano di Trento che andava uccellando et, ancorché fussi tedesco, parlava molto bene italiano. Dolemmoci con lui che il primo alloggiamento che avammo fatto in terra tedesca c’era riuscito assai cattivo.

Lui disse: “Non vi maravigliate di questo, perché l’oste qui suole tenere chi va a torno molto bene, ma li è accaduto a questi giorni uno infortunio per il quale è suto necessario partirsi di qui con la famiglia, altrimenti saria capitato male. Lui ha nome mastro Antonio da Tremino. [27v] E sono quattro fratelli di detto luogo, divisi l’uno dall’altro, e stanno assai commodamente di roba. Detto mastro Antonio aveva dato moglie a un suo figliuolo una da Bolgiano, la quale è così bella cosa quanto abbi questa valle. Et il marito, benché sia giovane, è brutto e disadatto in modo che ella gli portava poco amore. Capitava qui spesso un nipote di mastro Antonio, detto Clemente, giovane pulito e bello, el quale cominciò a porre amore alla fanciulla che si chiamava Apollonia. Et in effetto s’innamororono l’uno dell’altro. E, non trovando modo come potessino essere insieme, rimasono che martedì passato, che era il dì di s. Pietro, l’Apollonia fingessi d’aver male per non andare alla festa a Marano dove il marito andrebbe da sé, e che Clemente venissi la notte e con una scala salissi alla sua finestra, e che quivi starebbono tanto insieme quanto volessino, ché altra via non v’era perché il marito, che n’era geloso, sempre, quando si partiva, la serrava in camera colla chiave.

Piacque a Clemente l’ordine, e venuta la notte del martedì con una scala s’accostò a questa casa e posela alla finestra della camera e, per essa salito, se n’entrò in camera con l’Apollonia. Accadde a punto che certi del paese che passavano, veduta la scala in quel luogo, dubitando non vi fussi stata posta per rubare, la levorono e la prostesono in terra. Clemente, quando fu stato tanto che iudicava il giorno esser vicino, se n’andò alla [28r] finestra per partirsi e, veduto non v’essere la scala, fu malissimo contento. Et essaminato intra sé diversi partiti, sendo giovane e gagliardo, pensò saltare a terra della finestra che altro modo non vedeva a salvare la vita sua e l’onore della Apollonia. E, saltando, male gnene colse perché, sendo la finestra alta braccia dodici e giugnendo giù in sulla scala che era suta posta in terra, tutto si rovinò in modo che la mattina a buona ora fu trovato morto. El romore fu grande. E stimorono e’ parenti che lui fussi venuto con la scala per salire alla finestra e che, trovandolo, mastro Antonio et il figliuolo l’avessino morto: perché l’Apollonia, accortasi del miserando caso di Clemente, subito aveva la finestra stangata e confitta.

Clemente era molto amato, di qualità che si congregorono assai uomini del castello di Tremino per venire assaltare mastro Antonio. E lui, sendo avvisato, si partì con tutta la sua brigata e si ritirò nel castello di Tirolo.

Et io, oltre all’uccellare, passavo oggi qui per vedere se potevo fare qualche composizione. E però voi non vi maravigliate se non siete stati trattati come vi si conveniva”.

Noi stemmo poco, dopo le parole del cavaliere, a montare a cavallo e la sera ci fermammo a un borgo detto Erce assai buono. L’osteria bene assettata e per ostessa trovammo una gentil fanciulla. Ponemmoci a cena [28v] Luca, Borso et io e, secondo me, fummo trattati bene.

Né a pena avammo la cena finita che venne il famiglio di Borso con un maniscalco del borgo e disse al padrone che avea fatto mettere un ferro nuovo al cavallo e che dessi al maestro quattro crazie. Questo Borso era il più iracundo uomo che io praticassi mai e, se bene faceva al presente l’essercizio di mandatario e tramatore, diceva essere stato soldato e tagliava e’ nugoli. Et, udito quello gli diceva il famiglio, né avvertendo che era vicino a Italia a una giornata e che quivi intendevono tutti italiano come lui, cominciò a saltare e bestemmiare divotamente, con dire che amazzerebbe e taglierebbe e che aveva a essere l’utriaca de’ tedeschi. E sempre aveva la mano in sulla spada, in modo che il maniscalco e certi altri che v’erono, rispondendo certe poche parole in lor lingua, si partirono.

Borso rimase sempre sbuffando e diceva al famiglio che non voleva gittare e’ danari, e che bisognava monstrare il viso alli uomini come avea fatto lui. E, stando in su queste parole, udimmo per la villa suoni di tamburo. Io pensai lo facessino per festa, sendo domenica, ma presto comparsono nella stanza, dove eravammo, circa cento fanti, armati come se avessino a combattere con corsaletti, alabarde e scoppietti. Et uno se n’accostò a me e mi disse non dubitassi. Messer Luca et io, paurosi, aspettavammo il fine di questa cosa. Borso [29r] era diventato tutto palido e tremante: e così lo presono e con grida e tumulto lo menorno, dicendo volerlo dare nelle mani del capitano di Tirolo, perché aveva bestemmiato Cristo.

Io, veduto questo, feci dire all’oste per un tedesco avevo meco, che Borso era uomo nobile mandato all’Imperatore dal marchese di Mantova per faccende importante, e che non si poteva negare non fussi un poco collerico, ma che guardassino che l’Imperatore non avessi per male quello avevon fatto, e che chi era mandato a lui, esso lo poteva gastigare, e non era conveniente fussi gastigato da’ popoli.

L’oste, udito il mio tedesco, andò a parlare alli altri del borgo. Et in effetto, la notte, Borso stette in prigione. La mattina lo rendorono, dicendo che lo concedevono a noi. Né so se questo atto fece rimutare Borso perché io, iudicandolo uomo da non potere conversare seco, mi partì’ la mattina sanza aspettarli e mi posai a Marano, che è un borgo come un grosso castello.

L’oste mi tenne bene e, nelli più de’ luoghi buoni d’Alamagna, quelli che fanno osteria sono ricchi in modo possono trattare bene chi va a torno.

Dopo mangiare, capitò nell’osteria uno ciurmatore e giucolatore di bagatelle et aveva gran seguito di gente. E, se bene parlava italiano, adoperava più le mani che la lingua, di sorte che ragunò, con questa sua articella, qualche somma di crazie. Quello facessi non dico, perché [29v] noi altri siamo tanto usi a vedere simil cose che scriverle saria superfluo. Né avea in tutto finito di raccorre e’ danari e rassettare le sue bagatelle, che sopragiunsono quivi forse dodici famigli e con furia lo legorno e menoronlo. Domandai l’oste della causa. Dissemi:

“Tu cavalcherai per Alamagna e troverrà’la piena di danari, il contrario di quello che voi credete in Italia. E questo interviene perché noi Alamanni abbiamo gran considerazione di curare che del paese non eschino danari per conto alcuno. Costui era qui e con questi modi li portava via, et ancora che fussino pochi, venne a notizia al borgomastro e vi ha provisto in questo modo. E sommi già trovato in Augusta che vi era lo Imperatore, e con la Imperatrice essere uno Lombardo che guardava la mano e prediceva la sorte di questo e quello, e guadagnava qualcosa, et essere venuto tal cosa a notizia al borgomastro e consiglieri della città, e subito aver pregato lo Imperatore lo levassi via, et averlo levato”.

Il giorno, dopo mangiare, cavalcai lungo un fiumicello e mi fermai la sera a una villa in gran parte ruinata, chiamata Orchen. Lo Imperatore, non molto avanti, aveva avuto guerra co’ Svizzeri, e loro, scesi, avevano guasto circa dua giornate di paese, dove avevo a cavalcare. E tutto si trovava arso e rovinato, pure si cominciava a rassettare. Alloggiai con uno oste ricco di bestiame e praterie, ma la casa era tutta di legname [30r] e, perché era a canto al monte, l’acqua per tutto si conduceva insino presso al tetto. E per farmi più onore, mi fece cenare in su uno tavolato alto forse dieci braccia da terra che era avanti a una camera; et in su esso veniva una doccia d’acqua. Il vino era buono, et i cibi non erono tristi. Ma non avevo ancora mezzo cenato, che il tavolato ruinò e tutti noi che in su quello ci trovammo. Né io né alcuno delli miei sentimmo nocumento alcuno, perché cademmo avanti la stalla, dove era il letame alto un braccio. L’oste, non so come, si ruppe la gamba, credo per esser grasso e vecchio, in modo che, la notte, poco si poté dormire ché del continuo si senti romore per casa che faceva lui e quelli che lo medicavono.

La mattina cavalcai, trovando sempre paese guasto da’ Svizzeri, e mi posai a una villetta detta Crust. E fu’ forzato, per non trovare altro, stare in una osteria tutta fracassata che aveva solo rassettata e fatto quasi di nuovo la stalla: il resto era come essere allo scoperto. Eravi una ostessa di forse anni cinquanta, ma piacevole et allegra, e, secondo il luogo, ci trattò bene. Dopo mangiare lei faceva una gran gargagliata con uno tedesco avevo meco. Volli intendere quello diceva. Lui mi disse che, per la guerra fatta in quel paese da’ Svizzeri, lei aveva marito e tre figliuoli e’ quali, quando e’ Svizzeri arrivorno qui, erono malati di peste in modo non si potettono né aiutare né partire e da loro furono morti, e la casa messa a sacco et in parte arsa. Ella, [30v] veduto questo e considerando che li nimici dovevono stare qui qualche giorno, deliberò, se bene dovessi morire, vendicare tanta iniuria. E, per potere mettere ad effetto tal pensiero, finse esser matta e cantava e saltava e rideva e faceva cose tutte contrarie a una afflizione nella quale si doveva trovare.

Era alloggiato in questa casa uno svizzero con tutta la sua famiglia, che aveva sei figliuoli tra maschi e femmine, e la donna. E tutti li avea condotti qui per fare allegrezza e traevonsi piacere di questa donna sbeffandola. E lei faceva il pazzo al possibile né li avevono li occhi alle mani, ma la lasciavono andare e stare dove ella voleva. Cominciava a venire il verno e però tutta la brigata del svizzero si riduceva nella stufa che dal fuoco aveva patito manco, in modo che essa, una notte, sotto questa stufa condusse gran quantità di legne e dua bariglioni di polvere, la quale loro tenevono in su questa piazza in su un carro, rispetto al fuoco. E così, ordinato tutto, in su la mezzanotte, quando ciascuno dormiva, messe fuoco nelle legne e nella polvere. La stufa era di legname, le legne secche, la polvere faceva romore di qualità che vidde ardere la casa, il svizzero e tutta la sua famiglia. E così vendicata, si fuggì in un bosco qui vicino e vi stette tanto che li altri svizzeri si partirono. Et al presente è ridotta qui, et ha qualche bestia e praterie, ma non ha che un piccolo nipotino, che in quel tempo non era in questo borgo.

Io, come ebbi mangiato, mi partì’ subito perché il luogo arso monstrava maninconia. [31r] Et il paese dove avevo a cavalcare era assai fresco, perché cominciavo a salire il monte, il quale, se bene è grande, non è dificile, perché in Alamagna le strade sono molto bene assettate, e per tutto vanno li carri. La sera alloggiai a Nait, a piè del monte et, ancora che fussi di luglio, mi ridussi volentieri nella stufa calda. Nella medesima osteria erano la sera certi carrettoni che venivono d’Italia con mercantie. E con loro era un mercante bergamasco che era suto alla fiera di Marano con esse e, non l’avendo potute finire quivi, le voleva condurre a Lindo.

Questo mercante aveva anni sessanta et era piccolo e brutto: nondimeno, vedendo quivi, la sera, una fanciulletta dell’oste, piacevole che parlava italiano, gli piacque tanto che non si poteva saziare di guardarla. E considerò che lei quando andò a dormire entrò nella stufa allato alla camera dove dormiva lui e gli parve che l’uscio stessi aperto. E quando credette che per ogni uomo si dormissi, uscì di camera e così a tasto n’andò all’uscio della stufa perché, rispetto al fuoco, nelle case d’Alamagna la notte non stanno lumi accesi e, trovatolo serrato, stimò aver preso errore. Era presso a quello uno uscio ch’entrava in su uno palchetto dove era il necessario, che riusciva in su un fiume grosso e veloce. Il bergamasco, trovando questo aperto, entrò drento. Il cielo era oscuro, il palchetto sanza sponde, in modo che nel fiume rovinò e, nel cadere, cominciò a gridare. Quelli ch’erono nell’osteria subito si levorno e stettono alquanto [31v] avanti che del caso s’accorgessino. Pure, sentendo le grida, corsono al fiume e trovorno il misero bergamasco che notava e s’aiutava quanto poteva, ma non bastava contro all’impeto del fiume, fatto grosso per le nevi che si struggevono ne’ monti. Alfine con fune gli gettorono, lo riebbono, ma in modo assiderato che non si poteva muovere.

Io, avendo avuto e l’altra notte e questa piena di romori, avevo poco dormito; e dormì’ la mattina più che il solito perché, avendo a cavalcare per luoghi freddi, non importava il cavalcare tutto il giorno. Posà’mi a desinare a un castellato detto Cozer allato a un fiume. Volevo a punto cominciare a mangiare, quando per il castello si levò gran romore e ciascuno fuggiva. Stetti un pezzo avanti potessi sapere che fussi; pure poi intesi che fuggivano perché il fiume cresceva rispetto alla neve che si struggeva, e che era necessario ritirarsi ne’ luoghi alti per non annegare. E già e’ miei cavalli erono con l’acqua al corpo nella stalla; fecili cavare, e con gran fatica in su un monte vicino mi ridussi. E bisognò passare il fiume in su tavole messe allora quivi per fuggire tal pericolo. Stetti la mattina sanza mangiare e, per via strana e non usata, con gran circuito di miglia, la sera arrivai a Landec dove il fiume ha il ponte, et è luogo alto da non temer l’acqua.

Nella medesima osteria dove ero io, alloggiorono la sera quattro fanti tedeschi che dicevono [32r] venire d’Italia. E tra essi era uno che aveva molto bene la lingua italica e diceva essere stato più anni col duca Valentino per staffiere; e lodavalo in molte cose come dell’essere non che liberale, ma prodigo, ardito ne’ pericoli, bel parlatore; ma diceva che era gran mancatone di fede, e che non aveva uomo appresso di sé che lui amassi. E soggiunse:

“Io ti voglio narrare quello intesi, non è molto, da uno spagnuolo suto trinciante del cardinale Borgia. Questo Cardinale fu mandato legato a Milano da papa Alessandro, quando il duca Lodovico era per perdere lo stato. E giunse che l’aveva già perduto e n’erono signori e’ Franzesi. E perché lui era uomo molto leggieri, e del quale el Papa, ancora che li fussi nipote, poco confidava, mandò seco il vescovo di Setta, uomo prudente, al quale commisse che avessi cura alle azioni del Cardinale e le correggessi, bisognando. In modo che il Cardinale, accortosi di questo, portava al Vescovo odio grandissimo.

Giunti a Milano, trovorono il duca Valentino col Re. Il quale Duca faceva tante dimonstrazioni d’amore verso Setta, che non si potrebbe dire più. E questo accrebbe ancora l’odio del Cardinale verso il Vescovo e, traportato da quello, pensava di farlo morire. E chiamato un giorno questo suo trinciante, gli dette un cartoccetto di polvere bianca che era veneno e li ordinò lo mettessi in sulla vivanda del Vescovo. Il trinciante, se bene stimava assai il padrone, vedendo il Vescovo in tanta grazia del Duca, deliberò referire tutto a detto Duca [32v] forse per paura d’esso e forse stimando esserne di meglio. Il Duca stette a udire quello che il trinciante li disse e niente altro li rispose se non che dessi il veneno a l’uno e l’altro. Il che avendo udito il trinciante et iudicando gran pericolo per sé a non essequire il comandamento del Duca, messe detta polvere in sul cibo che avevono a mangiare il Cardinale et il Vescovo. E fu di sorta che il Vescovo in cinque giorni morì. Il Legato, avendo a ire a Roma per faccende, cavalcò in poste e per il cammino s’ammalò et a Urbino morì. Il trinciante non ne fu di meglio altro se non che ebbe qualche spoglio del Cardinale in su che è vivuto poi a Roma dolcemente. Né io presi ammirazione che il Duca facessi dare il veneno al Cardinale, perché si sforzava privare di vita qualunque fussi grato al Papa, ma mi dette che pensare assai che volessi far morire Setta nel quale pareva avessi tutta la sua fede. Et io lo so benissimo che allora ero a Milano seco; né passava mai notte che non stessino insieme a parlare insino appresso al giorno e, come avea a diterminare cosa grave, faceva chiamare il Vescovo. Et avendolo trattato così, si può dire esser vero quello dissi di sopra che lui non amava uomo alcuno e che tutti li servitori et amici ingannava, quando gli veniva a proposito”.

Stetti la sera a Lundec, e la mattina poi andai a desinare a una osterietta a piè della montagna di San Niccolò dal lato di qua, dove trovai dua giovanetti da Marano che andavono a Constanzia. L’uno di loro era calzolaro, l’altro non [33r] aveva arte alcuna e dolevasi assai. Et io lo intendevo perché alle volte diceva qualche parola latina e, non avendo io altro che fare, lo domandai donde venissino tante sue querele.

Risposemi che si lamentava con ragione perché, sendo stato lasciato ricco, era constretto andar quasi mendicando, e che suo padre faceva la principale osteria di Marano, et aveva, tra case possessione e bestiame et altro, tanto che ascendeva alla somma di fiorini dodicimila di Reno o più, e che quando morì lasciò la donna e cinque figli maschi et una femmina, e lui era il maggiore di tutti, e che avevono certi statuti che provedevono che la moglie erediti la metà de’ beni del marito, in modo che alla madre rimase più che fiorini seimila di Reno. E restando governatrice de’ figlioli, che erono pupilli, si poteva dire potessi disporre di tutta la roba che era suta del padre. Onde lei, traportata dalla libidine, tolse per marito un giovane che stava per famiglio col padre e gli dette il dominio di tutto. Lui, caldo di roba e desiderando levarsi davanti e’ figliastri, gli bastonava, percoteva, dava lor mal da mangiare e peggio da bere, di qualità che in dua anni n’erono morti tre. E lui, vedendo questo, aveva deliberato partirsi e cercare in qualche altro luogo sua ventura.

Increbbemi del giovane e li offersi che, quando fussi in Constanzia, li farei quello poco di bene che potessi. E considerai quanto pazzamente faccino quelli che lasciono le moglie a disporre di loro eredità, delle quali [33v] è qualcuna che la conduce bene, ma infinite che a cattiva fine le indirizzano. Né voglio dare di questa materia essempli perché sarebbero odiosi, ma chi andrà essaminando la città nostra troverrà esser così.

Passai il dì la montagna predetta, la quale è aspra. Et ancora che fussimo a dì 6 di luglio, v’era qualche poco di neve e freddo grande, e perché ero vestito da state, mi dette non piccola molestia. E la sera, fermandomi a un luogo detto Clost, poco potetti mangiare. Andàmene a dormire e mi parve mille anni fussi giorno per cavalcare. E mi posai la mattina a un castelletto nominato Nint in una osteria dove l’ostessa ordinò presto da desinare. Ma, mentre mangiavo, sentì’ cantare preti: fecimi alla finestra e viddi portavono a sotterrare una fanciulla e la traevono dell’osteria. Feci domandare di che male fussi morta e mi fu detto di peste, in modo che rimasi mezzo attonito e subito mi partì’ e del continuo mi pareva aver la morte direto. Pure la fatica del cavalcare mi fece dimenticare la peste e massime perché andai tutto giorno per vie piene d’acqua. E la sera tardi alloggiai a una casa sola, detta Paur, che in lingua nostra vuol dire villano, la quale era tutta di legname. Né v’erono stalle e però bisognò che i cavalli stessino fuora. Io volli e mangiare e dormire presso a loro con li miei servitori. E mi venne ben fatto perché, in su la mezzanotte, s’apiccò il fuoco nella osteria et arse tutta, benché non vi ardessi che un prete tedesco che avea tanto beuto che non si destò a tempo. [34r] E lui fu causa dell’arsione, ché accese un moccolo per dire l’uficio e si addormentò sanza spegnerlo. Il fuoco, trovando la casa di legname e calda per il sole, in una ora ogni cosa consumò.

Partimmi la mattina e non ebbi a fare conto perché quivi non era restato né oste né ostessa. Et andai a desinare a un castelletto in sul Reno chiamato S. Pietro. Quivi era il dì, come interviene ne’ paesi nostri, che certi scioperati stanno in su l’osterie a parlare con chi va a torno. Uno vecchio, che diceva essere stato già servitore del magnifico Pietro di Cosimo de’ Medici, cittadino principale della città nostra a’ tempi suoi, e per aver inteso li discendenti suoi, per fazione civili, esser suti fatti essuli da Firenze, era diventato inimico a tutti e’ Fiorentini. Et avendo saputo da un de’ miei che ero fiorentino, non restava di mordermi e dire che li Fiorentini furono sempre inimici all’imperatori, e che ordinorono già che fussi dato il veneno a Enrico terzio nel sacramento, e che al presente ero mandato per ingannare Massimiliano.

Io, iudicando pazzia il risponderli, fingevo non intendere bene né pensare a cosa che lui dicessi. L’ostessa era presente et intese dal mio servitore tedesco quello che il vecchio diceva, e li disse che si partissi e mi lasciassi in pace. Ma lui allora più infuriava e minacciava e gridava, onde ella, partitasi, andò in persona per il borgomastro del castello. El quale, [34v] venuto quivi subito con un solo sergente, il vecchio chiamò et al sergente lo fe’ mettere in carcere. Et a me fece grande escusazione, dicendo che li Signori delle Leghe, de’ quali era il castello, volevano che pel paese loro ogni uomo andassi sicuro e fussi onorato. Ringraziò’lo, pregandolo che avessi compassione a quello uomo vecchio et affezionato a’ discendenti del suo antico padrone.

E, partito, prima lungo il Reno e poi lungo el laco di Constanzia cavalcai: il quale è bellissimo, di circuito circa miglia cinquanta, dove sono molte terre e castelli buoni; l’acqua lucidissima che in ogni parte del laco permette vedere il fondo; fa molti pesci e buoni. Il dì smarrì’ il cammino, perché il lago sempre rode la terra et aveva in qualche parte tanto roso, che bisognava scostarsi et andare per certi monticelli dove la guida mia più volte s’aviluppò.

Pure molto tardi giunsi a una osteria in su detto lago detta Sciat, dove erono ridotti la sera tutti e’ villani del paese a lavarsi e radersi, perché quivi era a modo nostro una stufa, la quale i tedeschi usano la state dua volte alla settimana et il verno una. Stavano in quella stufa a lavarsi una ora, et uscivano d’essa bolliti e sudati. Et, accostatisi al lago, quelli massime che sapevono notare, vi si gittavano drento che arei creduto fussi loro diacciato il sangue a dosso e che fussino subito morti. Ma loro dicono che in quel luogo l’aria comporta così. E perché la sera ero stracco per il caldo e per aver errato [35r] il cammino avevo fatto maggior viaggio, onde li cavalli erono molto affaticati, feci cercare d’una barca che portassi me e li miei la notte a Constanzia, la quale dicevono essere a punto lontana dua miglia tedesche. E trovatola vi montai con li miei cavalli e servitori. E non potetti arrivare, per esser poco vento, prima che a ore cinque di giorno. Fermà’mi un poco alla porta per mandare a cercare d’alloggiamento, ma vi era concorsa tanta moltitudine d’uomini, per esservi lo Imperatore e tenervi la Dieta, che ogni casa era piena. Pure trovai uno araldo, ch’era suto in Italia, el quale in una osteria vicina mi fece alquanto riposare e mi disse che quella città era alli confini de’ Svizzeri, e’ quali avevon fatto ogni opera per ridurla alla loro volontà e mai avevon possuto, e che signore ancora nel temporale arebbe a essere il Vescovo, ma che li cittadini s’avevono usurpato il governo et avevono ordinato una repubblica.

Ha la città da una parte il lago, che da essa piglia il nome e si domanda il lago di Constanzia e quivi si riduce nel fiume del Reno. E vi è un bel ponte di legno che passa il principio di detto fiume. È città famosa pel Concilio che vi si congregò l’anno 1417, nel quale fu eletto papa Martino. E si congregò in detta città il Concilio perché, avendo il fiume et il lago, ha gran facilità di condurre viveri da potere nutrire [35v] gran quantità d’uomini. E però lo imperatore Massimiliano vi teneva la Dieta di tutti e’ principi ecclesiastici e secolari d’Alamagna. La città non è molto grande, ma bene abitata.

Io, come dissi di sopra, giunsi in quella alli 11 di luglio e, riposatomi alquanto nell’osteria della Croce Bianca, cercai d’alloggiamento e per ordine dello Imperatore mi fu dato. Et in esso stetti tanto quanto detto Imperatore stette in quella città. Il padrone dello alloggiamento avea nome Giorgio e l’arte sua era navicare e per lago e pel Reno, e condurre vettovaglia e rivenderla, et in quel tempo guadagnava molto bene. Era uomo grande e grosso e molto piacevole.

Era alloggiato nella medesima casa uno imbasciadore del conte di Traietto di Frigia, che si chiamava messer Fizio Dornit, uomo veramente prudente e nobile, et avea veduto assai costumi d’uomini e varie città. Era stato in Italia, ma non sapeva parlare italiano, ma benissimo latino e tutte le cose che io volevo sapere da lui, volentieri me le diceva.

Domandà’lo quanti prelati fussino adunati alla Dieta. Dissemi che il primo verso Italia era il vescovo di Trento, il vescovo di Cur, il coadiutore del vescovo di Brissina, perché il vescovo proprio, che era cardinale, si trovava allora a Roma, il vescovo di Constanzia, di Basilea, di Salsburg, di Bamberg, d’Augusta, d’Erbiboli il quale è duca di Franconia, il vescovo di Spira e di Vorms, l’arcivescovo di Maganzia e di Treveri. [36r] Quello di Colonia non v’era perché, sendo molto grasso, non si poteva quasi muovere, ma vi era un suo procuratore. De’ principi disse esservi dua figli del Conte Palatino, in nome del padre elettore, il duca Federigo di Sassonia, il marchese Ioachim di Brandiburg elettori, il duca Giorgio di Sassonia, il marchese Federigo di Brandeburg, il duca Alberto di Baviera, il duca di Mechelburg, il duca di Vertinberg, il duca di Bronsvic, il lancravio d’Assia, conti dipoi sanza numero. Ma e’ conti non intervenivono a’ colloqui della Dieta, ma v’interveniva uno di loro in nome di tutti. Poi vi erono li oratori delle comunità e città imperiali d’Alamagna, le quali città sono assai. E la lega di Svevia ha nella sua congregazione centoventi buone terre, delle quali sono le principali Augusta, Norimberg et Ulma. La lega delli Sterlini contiene settantadue terre grosse, tra le quali sono le prime Lubic, Colonia e Danz. Sonvi poi altre buone terre, come Argentina che ha tanto d’entrata che dicono aver congregato in comunità molte centinaia di migliaia di fiorini. Mentz ancora, in latino detta Mediomatrix, è una buona città vicina al paese dello Reno. Sonvene poi assai altre, come Ratispona, Francfordia, Erfordia, ma di tutte non mi ricordo. Il duca di Julic e di Clevi non vi erono in persona per esser lontani ma avevon mandati loro procuratori et il duca dello Reno imbasciatori.

Passavomi il tempo dolcemente con questo frigio, [36v] perché aveva poca faccenda e lo Imperatore non vuole che gli oratori frequentino la corte e, quando hanno da fare, vuole che lo faccino intendere, e lui poi li chiama.

Era in Constanzia molti italiani imbasciadori et altri: per il Papa il signore Gostantino Greco, per li Veniziani messer Vincenzio Quirino, per il duca di Ferrara messer Antonio Constabili, pe’ Sanesi Domenico Placidi, e molti usciti lombardi e genovesi. E tutti quasi si trovavono la mattina nella chiesa maggiore e dicevano quello sapevano di nuovo. Ma delle cose ordinavono e’ tedeschi poco s’intendeva, perché loro fanno professione d’essere molto secreti. Eronvi ancora certi mandati dal re di Spagna e certi essuli castigliani.

Io volentieri m’internavo a parlare con messer Fizio, ricercandolo de’ costumi di Frigia, e del parlar suo pigliavo gran piacere. E, per esser ragunato gran quantità d’uomini in quella città, vi accadeva tutto giorno casi diversi, come ne acascò uno presso alla nostra abitazione.

Alloggiava a canto a noi uno abate di Vestfalia, el quale era venuto imbasciadore dell’ordine suo perché, possedendo certi castelli, ancora quello ordine era tenuto a sovvenire l’Imperatore ne’ suoi bisogni. Questo abate era bene accompagnato, e fingeva semplicità e bontà con raro parlare, con udire messe, dire suoi offici, leggere, con dimonstrare di digiunare. Il padrone dell’alloggiamento nostro aveva, drieto a quello, [37r] una stanzetta dove entrava per il medesimo uscio che nella propria abitazione, nella quale teneva due sorelle che facevano piacere a chi le pagava. L’abate, avendo visto dalla finestra della camera la più giovane, che avea nome Magdalena, e sendoli piaciuta, per uno suo fidato li mandò imbasciata. E, consentendo la Magdalena, era spesso in quella casa, benché v’andassi più celatamente poteva. La fanciulla, sperando trarre da lui assai, vedendo che così si contentava, quasi tutti li altri amici aveva licenziati. Ma il disegno non gli riusciva, perché l’abate spendeva adagio; onde ella, avendo licenziato li altri, era constretta industriarsi di piacerli per trarne. E deliberò chiamarlo a cena et abergo, il che insino allora, stando in sul tirato, non aveva fatto.

E, convenutasi seco della sera che fu in martedì, fece ordinare una buona cena e, benché fussi di luglio, l’abate per non esser visto, entrò in casa di notte. E quivi mangiando e beendo assai, perché vi erano di più sorte vini, dopo cena mezzo cotto se n’andò al letto e la Magdalena con lui. Et erano stati poco insieme quando nell’osteria vicina, dove l’abate alloggiava, s’apiccò il fuoco, et il romore era grande. Onde l’abate, dubitando delli cavalli et altre cose sue, si levò e, presa la tonaca in spalla, corse verso l’uscio per sovvenire al fuoco. La Magdalena la sera uno uscio, che quasi mai s’apriva, [37v] aveva lasciato aperto perché, sendo il caldo grande, più vento entrassi in casa. Riusciva detto uscio in su una parte del lago, che entra in Constanzia per canale, dove e’ cavalli beano e si sguazzono. L’abate, trovando tale uscio aperto, sendo l’aria oscura, credendo fussi quello donde era venuto, per esso saltó fuori e ritrovossi nell’acqua. Le grida eron grande per l’arsione vicina. Lui era grasso né sapeva notare. La Magdalena forse del suo cadere nell’acqua s’accorse, ma, essendoli rimasta la scarsella, tacette in modo che il meschino abate, ancora che poca acqua in quel luogo fussi, affogò. E, trovato la mattina da’ suoi e vulgatosi il caso, il borgomastro fece diligenzia et essamine per intendere se vi fussi stato gittato. E non ritrovando confetture o verisimili di questo, si concluse che, per l’austerità della vita, li umori melancolici li avessino dato al capo e fattolo fare tal cosa. La Magdalena non fu mai richiesta né essaminata, perché li servitori dell’abate non vollono dare al patrone infamia d’essere andato a dormire con una femmina. Onde essa si godé circa fiorini trecento che trovò nella sua scarsella; et a noi vicini, quando fu passata la furia, il caso come era successo narrò.

Alloggiava ancora, non molto lungi da noi, uno oratore del re di Portogallo, uomo leggieri e [38r] superbo, come è la maggior parte de’ portoghesi. L’oste suo era calzolaro, povero uomo, et aveva una bella figlia della quale a questo imbasciadore venne voglia e, non avendo la lingua tedesca, non sapeva in che modo farli intendere la intenzione sua. Aveva un famiglio tedesco al quale conferì il suo desiderio. Il famiglio, come l’ebbe inteso, piacendo la fanciulla ancora a lui, pensò di vedere se poteva colli danari del padrone contentarsi. E, chiamato un giorno il calzolaro, dopo molte parole, li disse che volentieri torrebbe la figlia per moglie. Il calzolaro disse che gnene darebbe volentieri, ma che era povero e non aveva allora da darli dota. Il famiglio rispose che alla dota non pensassi perché, se si governava a modo suo, né a lui né alla figlia mancherebbe da vivere. E gli conferì come il padrone era innamorato della fanciulla e quello disegnava fare: il che piacque tutto al calzolaro. Onde, tornato al padrone, gli disse che la fanciulla, che aveva nome Illa, era contenta di compiacerli, ma che per niente voleva trovarsi con lui in casa il padre, perché n’aveva troppa paura; ma che a sua posta se n’anderebbe seco, pure che essa credessi che lui gli volessi bene, e per averne qualche arra voleva di presente cento fiorini, e che come li avessi avuti era contenta che il famiglio la menassi dove gli paressi, e che lui si potrebbe sempre escusare e dire che il tedesco [38v] l’avessi trafugata.

Lo imbasciadore approvò il modo, parvonli ben troppi e’ danari perché non era molto in sul grasso. Pure il famiglio gli disse che gli riarebbe perché, come Illa fussi ferma seco, vedrebbe tanti segni di benivolenzia che gli renderebbe e’ suoi danari. In effetto lo imbasciadore providde e’ cento fiorini e li dette al tedesco con ordine menassi via Illa la notte sequente e l’aspettassi a Chent, perché intendeva che lo Imperatore voleva ire a quella volta. Il famiglio, presi e’ danari e fatto la sera lo sposalizio d’Illa, montò con essa in una barca e la condusse la notte a Sangallo, terra de’ Svizzeri. Il calzolaro era svizzero e la mattina, simulando non sapere dove la fanciulla fusse, ragunò otto svizzeri. Et entrando con essi nella stufa dove era l’oratore, cominciò a fare romore e dire che lui s’era portato villanamente a mandar via la figlia e minacciarlo che, se non la faceva tornare, l’amazzerebbe. Lo imbasciadore, fatto buono animo, prese l’arme sua e si ritirò in una altra stanza, dicendo non li avere tolta la figlia, ma che il tedesco l’aveva menata via da sé. Lui pure instava di rivolerla et allegava certe conietture e concludeva che non era per lasciarlo uscire di quella stanza, se la figlia non tornava. E’ servitori suoi, che ne aveva quattro, impauriti, vedendo il loro patrone in tanto pericolo dettono notizia del caso all’Imperatore. [39r] El quale mandò alla casa uno delli suoi che intese la verità dallo imbasciadore e praticò di contentare il calzolaro con danari, e concordò in fiorini dugento, e’ quali bisognò che lo imbasciadore pagassi subito. E gli parve aver buon mercato a uscire di tanto pericolo con danari. E la mattina sequente si partì per seguire la fanciulla e, giunto a Chent non trovò né lei né il famiglio, ma intese ch’erono a Sangallo e che il famiglio diceva che Illa era sua moglie. Ebbe pazienzia il meglio potette, e fece sanza danari e sanza la fanciulla, et il famiglio attese con essa a godere.

Così con poche faccende e con queste novelle passai il tempo in Constanzia. Et alli dieci d’agosto, sendo qualche dì avanti dissoluta la Dieta e licenziati e’ principi, parve a Massimiliano partirsi. E perché voleva ire cacciando per luoghi aspri e salvatichi, non volle dalli imbasciadori esser seguito, ma ordinò andassino a Iberling e quivi stessino tanto che significassi loro dove l’avessino a trovare.

LIBRO TERZIO

Quando il duca Lodovico Sforza nel 1499 ritornò in Milano, donde era, pochi mesi avanti, suto cacciato da Lodovico re di Francia, sendo molto essausto di pecunie et avendo bisogno d’assai per mantenere quello stato, in tutti li modi poteva s’ingegnava congregarne domandandone a più principi e comunità, et in presto et in dono. Et [39v] intra li altri che ricercò furono e’ Sanesi a’ quali mandò uno uomo in poste e richiese in presto ducati dodicimila. Consultorono e’ Sanesi quello dovessino rispondere al suo mandato. E messer Niccolò Borghesi, che era allora riputato de’ savi uomini di Siena, diceva a ser Antonio da Chianciano, che era capitano di popolo e per tal degnità gli toccava a rispondere, che lui rispondessi che la comunità voleva prestare al Duca li danari ricercava, ma che era affannata e sopraffatta dalle spese e, destramente, monstrassi che non poteva. Ser Antonio, poiché ebbe udito un pezzo le parole di messer Niccolò, disse: “Io non so parlare la lingua toscana se non in un modo. Volete voi che io li dica che la comunità gnene presterà, o no? Ché questo ‘destramente’ io non lo intendo e quello non intendo non crederrei far capace a altri”.

Così voglio dire io che sono certo sarò biasimato, perché in questi miei scritti non sia altro che giunsi, venni, arrivai, partì’, cavalcai, cenai, desinai, udì’, risposi e simil cose le quali, replicate spesso, a il lettore fanno fastidio. Ma io non ho imparato il parlare toscano se non in questo modo et, avendo a dire queste cose e replicarle spesso, non posso usare altri vocaboli né altri termini: et ho preso tal materia perché mi è piaciuto. Chi non vorrà leggere li miei scritti gli lasci; chi [40r] se ne infastidisce, letti che li ha un poco, gli posi.

Iberling è castello distante da Constanzia un miglio tedesco, pure in sul medesimo lago. Il paese intorno è abbondante d’ogni cosa da vivere e massime di vino. E si afferma per li abitanti che ciascuno anno entrano in quel castello diecimila fiorini di Reno di vini, che si vendono fuori del paese. Quivi giunto, alloggiai in casa uno orafo, chiamato Bartolo, uomo, a mio iudicio, di buoni costumi, come mi parve ancora fussino li altri di quello castello, perché osservano molto la iustizia. E viddi questo che mi parve cosa mirabile : uno essere preso per la vita e stare, la notte et il dì, in sulla piazza sanza guardia alcuna, solamente colli piedi ne’ ceppi, né essere uomo che ardissi di toccarlo.

In quel luogo non avevo che fare e però me n’andavo a sollazzo fuori della terra, vedendo il paese, e poi me ne tornavo allo alloggiamento a parlare con Bartolo, el quale mi referiva le guerre che erono seguite in Alamagna a suo tempo. Ma le diceva senza ordine e con poca verità, come fanno ancora qui li nostri artefici. Pure, perché era suto in persona alla guerra che aveva fatta Massimiliano al Conte Palatino, narrava questa con più verisimili che l’altre. [40v] Filippo, conte palatino, ebbe per donna una figlia del duca Giorgio di Baviera. E, per essere il Conte ancor lui della casa di Baviera e per non avere detto Duca figli maschi, il Conte stimava l’eredità appartenessi a lui. Da altra parte il duca Alberto, che era nipote del duca Giorgio di fratello, credeva che a esso di ragione s’aspettassi. Morí il duca Giorgio et il Conte occupò tutto il suo tesoro, che fu grandissimo, et oltre a questo parte dello stato. Alberto, avendo per donna la sorella dell’Imperatore, li domandò soccorso parendoli essere oppressato iniustamente. Lo Imperatore, avuto consiglio da più principi Alamanni, fece più volte intendere al Conte che desistessi di molestare Alberto e che fussi contento che quello che era tra loro in diferenzia fussi iudicato di ragione. Il Conte, sendo caldo di danari e sostenuto dall’amicizia del re di Francia e de’ Svizzeri, poco conto teneva delle parole dell’Imperatore in modo bisognò venire all’arme. E la Lega di Svevia tutta s’unì con Massimiliano e qualche altro principe a destruzione del Conte, perché pareva loro crescessi troppo.

La guerra si cominciò et andò in lunga perché, come il Conte fu molestato, fece muovere e’ Svizzeri [41r] in modo che l’Imperatore fu constretto a voltarsi contro a’ Svizzeri e lasciare lui. Così la cosa stette qualche anno ché quando si perdeva e quando si guadagnava, ma non si veniva al fine. Lo Imperatore, avvedutosi di questi modi del Conte e sappiendo il favore che lui aveva di Francia, deliberò accordare con quel Re e por fine a molte inimicizie avevono l’uno con l’altro. E, trattandosi questa pratica, se ne venne alla conclusione e nel 1502 si fermò lo accordo a Aganon dove fu presente il cardinale di Roano pel re di Francia. E tra li altri capitoli fu questo: che il Re non potessi in modo alcuno dare favore al Conte Palatino e, più, fussi tenuto operare che Svizzeri non l’aiutassino.

Fermo lo accordo, subito lo Imperatore ragunò in Augusta buono essercito a piè et a cavallo. Il Conte, inteso lo accordo, non cadde d’animo e, non potendo avere Svizzeri, condusse cinque mila fanti boemi, e messe insieme millecinquecento cavalli, e con questo essercito si fermò presso a un suo castello chiamato Brette. Lo Imperatore deliberò andarlo afrontare e si mosse d’Augusta col suo essercito. Il Conte, quando intese lo essercito inimico avicinarsi, conoscendo non essere pari alle forze dell’Imperatore, non li parve da mettere a pericolo sé e li suoi cavalli, ma volle che li fanti boemi facessino esperimento della fortuna. E disse loro che si voleva mettere in aguato con li cavalli per assalire [41v] poi lo essercito dell’Imperatore, quando fussino insieme alle mani. E con questo modo partitosi, si ritirò co’ cavalli al sicuro. Lo Imperatore col suo essercito assaltò e’ boemi, e’ quali combatterono virilmente; ma, sendo di numero inferiori e non avendo cavalli, furono constretti a cedere e di nove mila non ne campò che cinquecento. Il Conte, inteso il caso, cercò per mezzi placare lo Imperatore e, lasciato tutto quello teneva della eredità del duca Giorgio et una gran parte del suo proprio, con dificultà ottenne la pace.

Queste e simili altre novelle mi diceva tutto giorno l’oste mio, le quali mi facevono passare il tempo. E bisognava, perché lui non aveva lingua né italiana né latina, che le dicessi in tedesco e poi mi fussino riferite in italiano.

Accade, nel tempo che ero quivi, a un medico cosa da volerla intendere. Costui avea nome mastro Enrico et era stato a medicare in Venezia, et essendo in medicina et in astrologia ben dotto, aveva ragunato molti danari. E già vecchio d’anni sessantacinque, s’era ritornato nella patria, murato una bella casa e comprato possessione. E perché era in ottima valetudine e buona prosperità di corpo, aveva preso donna assai giovane, ma era suto ingannato da chi aveva condotto il parentado: perché, volendo moglie bella, l’aveva avuta bruttissima e di qualità che non se ne contentava punto. Et avendo in [42r] casa una servente bella e fresca, d’età d’anni sedici, a lei pose il suo amore e spesso con essa si trastullava. Né poté fare questo sì cautamente che la donna non se n’accorgessi. Di che oltre a misura dolente, pensava che rimedio dovessi trovare a rimuovere l’animo di mastro Enrico dalla servente e tirarlo a sé; né poteva mandarla via perché temeva che il mastro non l’avessi tanto per male che cacciassi lei. E molte cose rivolgendo per la mente, gli occorse ch’el medico aveva uno fedele servo napolitano, chiamato Andrea, stato con lui insino da fanciulletto e però aveva preso qualche leggieri notizia di medicina, e spesso dava qualche rimedio alle infermità, così alla grossa.

Deliberò dunque con lui consigliarsi e, chiamatolo un giorno in secreto, gli fece intendere l’amore che portava il mastro alla servente et il dispiacere ragionevole che lei ne aveva. E lo pregò che gli dessi qualche rimedio, se alcuno ne sapeva, e che da ora, se seguissi l’effetto che essa desiderava, gli donerebbe dugento fiorini d’oro. Andrea, inteso la donna, sendo avarissimo, pensò vedere se poteva guadagnare e’ dugento fiorini. Et alla donna rispose che de’ rimedi c’erano assai e che molto bene gli sapeva e che, se essa seguiva il suo consiglio, il medico sanza dubbio alcuno, leverebbe l’amore alla serva et [lo porrebbe] [42v] a lei lo porrebbe, come era conveniente; e però volentieri se ne impacciava.

E pensò il famiglio comporre certo lattovario d’erbe calde e cose odorifere che fussi potente a incitare il medico alla libidine e che, incitato, non si potessi contenere dalla donna colla quale dormiva, e lei, vedendo questo fuori del solito, stimassi che il medico avessi rivolto l’animo a essa e subito li dessi e’ promessi danari. E, trovato molte erbe calde, delle quali aveva già sentito parlare al medico, et altre cose aromatiche e fattone una composizione tanto calda che era come veneno, alla donna la dette e li disse la mescolassi in buona quantità ne’ cibi del medico, e che stessi sicura che intra dua giorni seguirebbe l’effetto desiderato.

La donna non prima tal composizione ebbe che la sera nella cena del medico con uova la mescolò. El quale, avendo mangiato il cibo, sentì grandissimo caldo e, continuo crescendo, gli eccitò una ardente febre et intensa, la quale in ventiquattro ore lo condusse a morte. La servente, che sempre gli stava intorno et aveva veduto la patrona prima a secreto con Andrea e dipoi in cucina diligentemente ordinare la vivanda, a’ nipoti del medico tale conietture referì, e’ quali feciono ritenere Andrea alla iustizia et essaminare sopra questo caso. El quale confessò, sanza tormento, a punto come fussi successo. E però fu presa ancora la donna, [43r] benché fussi di buono parentado nel castello, e monstrando a altri medici di che erbe fussi la composizione sopradetta, fu iudicato essere pestifero veneno. E, se bene da Andrea e dalla donna non era ordinata a mal fine, per dare essemplo furono condannati a morire, et in pubblico decapitati.

Increbbemi veramente della povera donna, la quale, non per altro se non per casto amore del suo marito mossa, era incorsa in tal miseria.

In questo luogo, come ho detto, erano adunati tutti li oratori che seguivono lo Imperatore e molti altri italiani e spagnuoli. Eravi il Generale dell’ordine delli Umiliati, gentiluomo milanese da Landriano che, per più sua sicurtà, s’era ritirato in Alamagna insino quando il cardinale Ascanio fu preso da’ Viniziani, perché allora era in sua compagnia. E con l’aiuto d’un buon cavallo scappò; e dipoi aveva sempre seguito Massimiliano e patito assai incommodi e dificultà, come avviene a chi seguita le corte. Narrava, intra l’altre cose, quello che dua anni avanti li era accaduto in sul Danubio. Lo Imperatore era ito alla volta d’Ungheria et il Generale lo voleva seguitare; ma lui, aspettando di fare compagnia a monsignor Gurgense, soprastette qualche settimana. E non partendo detto Gurgense, il Generale si misse in cammino con altri che trovò. E furono circa quaranta cavalli che si mossono d’Augusta al principio di quaresima e giunsono il Danubio che era mezzo marzo, et il diaccio si comminciava [43v] a dissolvere. Et arrivorno circa a ora di vespro a uno villaggio in sul Danubio, detto Firt. Et avendo a navicare qualche giorno per il fiume lui, per andare con più sua commodità, comperò una barca e condusse li uomini che la menassino; e si consigliava con li uomini del villaggio se era da imbarcarsi la sera o no. E qualcuno diceva esser pericoloso trovarsi la notte nel fiume, perché, dissolvendosi il diaccio, vengono qualche volta pel fiume gran pezzi d’esso e, non si potendo vedere per la oscurità, danno nella barca e la fanno affondare. Pure, dicendo qualcun’altro ch’era ora ché di giorno s’arriverebbe a San Gherardo, villaggio non molto discosto, dove era migliore alloggiamento che quivi, lui, desideroso d’andare avanti, si messe in barca con tutta la sua compagnia, eccetto che un vecchio tedesco che con tre suoi famigli, conoscendo il pericolo, non si volle imbarcare.

Né poterono andare si presto a il luogo destinato, che la notte non gli giugnessi. E per la oscurità d’essa non potendo vedere né fuggire e’ grandi pezzi di diaccio che giù pel fiume con rapido corso venivano, fu un tratto da un gran pezzo di quello la barca investita, di sorte che andò sottosopra e tutti quelli v’erono su nel fiume cascorono. Il Generale, apiccatosi alle redini d’un suo buon cavallo, a un pezzo di diaccio che nel fiume [44r] era ancora fermo, si ridusse; e sei altri delli suoi, notando, quivi approdorono molli e paurosi, e del continuo aspettavono la morte. Il freddo era grande, la notte tenebrosa; non avevono da mangiare et in fine non vedevono modo alcuno di poter campare. E così stettono tutta la notte et il dì sequente e poi l’altra notte. L’altro giorno a ora di nona passò una barca la quale, chiamata da loro, gli levò e gli condusse salvi in terra. E mentre stettono in sul diaccio non mangiorono altro che un tordo el quale, stracco, tra loro si posò; e loro così crudo sel divisono e mangiarono.

Stetti a Iberling tutto agosto e poi insino alli 6 di settembre nel qual giorno mi parti’ per ire a Ulmo. E si accompagnò meco uno messer Matteo Davis, el quale era appresso lo Imperatore per il signore di Camerino, uomo pratico e molto piacevole. E la prima mattina ci fermammo a desinare a un borgo di case detto Mituac. E, mentre s’ordinava la vivanda, capitò nell’osteria il prete della villa e cominciò a parlare con esso noi una certa gramatica grossa e domandare di molte cose di Italia. Et intendendo che Matteo era servitore del signore di Camerino et avendo udito dire più volte della Sibilla cose grande, lo pregava gnene dicessi il vero. Matteo, accortosi che il prete era semplice, li diceva le maggior bugie del mondo e di qualità che quelle del Meschino sarebbono parse un niente, [44v] et affermava essere stato nella stanza della Sibilla et uscitosene che a pochissimi riesce. E tanto infiammò colle parole il prete che si dispose a ogni modo volerci seguire perché Matteo lo conducessi là. Al quale parve avere messo mano in pasta e si escusava dicendo che aveva che fare assai in Alamagna e che era per starvi molti mesi. In effetto non gli valsono escuse né parole a fare che il prete non fussi a cavallo quando noi; e seguitò poi Matteo insino in Italia. E pel cammino n’avemmo sempre buona compagnia, e ci faceva trovare buone osterie e spendere manco che li altri. La sera, il prete ci voleva condurre a un castello detto Bibrac, ma, sopragiunti dalla notte, ci fece alloggiare in casa un villano suo amico, lontano un miglio da detto castello.

Questo villano aveva una bella moglie la quale doveva esser piaciuta al prete altre volte che v’era passato. E la sera non se li partì mai da torno né fece altro che ridere e motteggiare con essa. Et, avvedutosi che nella stufa era a nostro modo una zana da tenere fanciulli che poppano, stimò che la donna la notte avessi a capitare in questa stufa. E però disse al villano che volentieri, per darli manco molestia, dormiremmo nella stufa. Onde lui recò certe materasse sopra le quali ci posammo. Ma io, vedendo in quella zana non esser né fanciullo né altri, del luogo dove era la mossi [45r] et in essa entrai perché era assai grande, in modo che il prete, a mezzanotte desto, per la stufa della zana andava cercando e, non la ritrovando, salì in su una panca per tastare se quivi fussi; e tanto s’avviluppò, che cadde e si ruppe un ciglio.

Il romore fu grande e tutta la brigata di casa si levò, et al prete fasciorono il capo stimando che, riscaldato dal vino, fussi caduto. E per la notte non si poté più dormire. Io stimai che lui, avendo rotto il capo, non volessi più cercare di Sibilla, ma fu il contrario, perché montò a cavallo prima di noi; et insieme seguitammo il cammino verso Ulmo.

La mattina ci fermammo a mangiare a un luogo detto Ander in sul fiume del Danubio, che quivi è ancora piccolo. Pure il nostro prete, volendo in quello guazzare il cavallo per il cammino stracco, non ebbe rimedio che non si mettessi a diacere nel fiume.

E bisognò che tutta la villa corressi in aiuto del prete; e fu riavuto molle e mezzo morto. Ma, avendoci fatto buona compagnia e volendo venire avanti, aspettammo tanto che tornò in sé e s’asciugò: e però la sera tardi ci conducemmo a Ulmo e, guidati da lui, andammo a una buona osteria dove stemmo dua giorni.

Ulmo è in Svevia, terra grossa, forte, populata e piena d’arte. È posta in piano e li corre a canto il fiume del Danubio, [45v] che quivi comincia a portare legni. Ha molti belli fossi murati e pieni d’acqua, ha dua ordini di mura e, tra l’uno e l’altro, un fosso profondo; la terra è quasi per tutto al pari de’ merli. Li uomini sono molto religiosi: e mi fu affermato da un frate da bene che più che la decima parte ogni domenica pigliava la comunione divotamente.

Trovai in Ulmo Antimaco da Mantova, che ancor lui era appresso a Massimiliano per sua faccende. Era suto secretario del marchese Francesco di Mantova e, venendoli sospetto che non rivelassi secreti suoi a’ Veniziani, fu constretto fuggirsi in Alamagna. Era uomo dotto e buono e molto religioso.

Era la Natività di Nostra Donna alli otto di settembre, et insieme visitammo qualche chiesa d’Ulmo; e tra le altre udimmo il vespro alli frati predicatori. E detto il vespro, il priore del convento, avendoci conosciuti italiani, ci fece carezze e ci menò per tutto il convento. Et entrati in sacrestia, vedemmo nella bara una giovene morta la quale era stata condotta quivi la mattina per seppellirla. Et inteso il priore che lei, avendo avuto nuove che il marito era morto in Fiandra, sendo gravida, era morta di subito, deliberò tenerla tutto il giorno avanti la lasciassi sotterrare. Antimaco, come fu giunto nella sacrestia, come uomo molto divoto, si pose in ginocchioni avanti a uno altare: [46r] io rimasi a guardare la donna e parvemi nel guardarla udire certo tenue mormorio. Domandai il priore che cosa fussi. Lui, preso una candela, s’accostò alla morta e trovò che li battevano i polsi e menava il meglio poteva i piedi e le mani legate e, colla debile voce, si ramaricava; onde lui chiamò subito li altri frati e fece recare aceto e vino et altre cose da farla rinvenire, et ordinò fussi portata in una camera.

Il romore andò subito per la terra: fecesi grande concorso di popolo e li più stimorono che per l’orazione d’Antimaco fussi resuscitata, perché fu veduto avanti l’altare in orazione.

E non era possibile si difendessi dalla moltitudine la quale, per divozione, gli lacerò una vesta lunga che aveva indosso. Et insino alla notte oscura non si potette trarre di quel convento, in modo che, la mattina sequente avanti giorno, per fuggire tal molestia si partì e rimase d’aspettarci a Meming, perchè io avendo bisogno vestirmi da verno, mi fermai tutto quel dì in Ulmo. E l’altra mattina a ora di terza cavalcammo e la sera giugnemmo a Meming, la quale è terra medesimamente in Svevia piacevole e bella, dove il vescovo di Triesti ci fece soprastare tre dì, dicendo che lo Imperatore doveva venire quivi.

Trovommovi messer Bastiano, elemosiniere dello Imperatore, uomo allegro, gran ciarlatore e vano che era preposto [46v] della chiesa principale. E, mentre vi stemmo, c’intrattenne e menò a torno vedendo la terra. Et un dì di festa ci condusse ne’ fossi a vedere trarre colla balestra, che è cosa da considerare in Alamagna, ché in ogni minima villa è l’ordine et il luogo dove li uomini si riducono le feste, chi a trarre colla balestra e chi con lo scoppietto, e così s’assuefanno e questo ordine non si preterisce, et in ogni terra e villa io fui, lo trovai. E quivi era il luogo bene ordinato ne’ fossi e gran concorso d’uomini, chi per vedere chi per trarre. Menocci ancora a un convento di certosini, distante dalla terra un miglio, e ci fece dire tutta la loro vita e regola. E, come è costume de’ Tedeschi, quelli monaci ci dettono bere di più sorte vini che, ancor là come qua, questi conventi di Certosa stanno molto ben forniti delle cose da vivere. La sera ce ne tornammo all’osteria; et io con l’oste, ch’era buon compagno, parlavo dove ero stato il giorno e di questo convento.

Lui mi disse: “Io voglio che tu sappi che tal convento sono manco di venti anni fu edificato; et il modo ti dirò. Era in questa terra un ricco mercante, detto Arnaldo Spiner, el quale nelle sue faccende era suto fortunato e prudente, in modo s’era ridotto qui con grossa [47r] somma di danari. Non aveva donna né figli et, essendo d’età d’anni settanta, non era per torne; aveva dua nipoti e’ quali amava grandemente, e si credeva che loro avessi a lasciare eredi.

In quel luogo dove è al presente la Certosa, era una piccola chiesa dove stava un prete molto astuto, ma aveva poca entrata. E, venendo spesso nella terra et inteso per fama la ricchezza d’Arnaldo, cominciò a esserli intorno e con parole e con qualche piccolo dono. Et in brieve tempo contrasse tanta familiarità con lui che il vecchio andava spesso alla chiesa sua e vi stava dua o tre giorni; et il prete non mancava di cosa alcuna da potere tenere uno uomo ben contento. Nondimeno con tutte queste arti poco ne traeva, perché Arnaldo amava tanto e’ nipoti, che ogni cosa che dava a altri li pareva tôrre a loro.

E pensando il prete il modo da potere diventare signore della roba d’Arnaldo dopo la morte sua e cognoscendolo tanto inclinato e’ nipoti, che con parole non vedeva ordine di tirarlo al disegno suo, deliberò vedere se poteva ingannarlo con colore di religione. Aveva un cherichetto allevato da piccolo che non era manco tristo di lui, e si consigliò seco di fare nell’assito della camera del prete uno canale che riuscissi a punto drieto al capo d’Arnaldo quando dormiva: perché il prete [47v] aveva piccola stanza, dove era una stufa con una camera allato con dua piccoli letti. Nell’uno stava il prete et il cherico, nell’altro Arnaldo solo quando veniva a stare col prete. Feciono dunque una buca nel legname, che si partiva dal luogo dove stava il cherico e riusciva dove stava Arnaldo; et iudicorono che lui non avessi a pensare vi fussi malizia, sappiendo che in quella casa non era altri che loro tre che si riducevono tutti in una camera.

Et una notte che il vecchio vi venne, il cherico, stando desto, come lo sentì sputare, come usano fare e’ vecchi, messe la bocca al canale aveva fatto e disse: “Arnaldo, se tu vuoi esser salvo, edifica un convento e dotalo”. E questo replicò più volte. Arnaldo, udendo le parole, stette attonito: pure la prima notte non lo mossono, perché dubitò sognare. Ma, stato alquanti giorni e ritornatovi, et avendo prima dal prete molte essortazione circa il disprezzare il mondo e quanto sia brieve questa misera vita a comparazione dell’altra, et udito la notte più volte le medesime parole, deliberò referirle al prete.

Il quale, inteso Arnaldo, li disse: “Tu puoi aver visto, Arnaldo mio, nel tempo che abbiamo avuto conversazione insieme, che niente altro mi ha mosso a portarti amore e riverenzia, se non uno ardente desiderio che, sendo tu oramai vecchio, l’anima [48r] tua alla fine in buon luogo si riposassi. Et in questo ho messo ogni mia forza et industria perché, avendo fatto professione di prete, di questo mondo non ho a portare altro. E potrebbe essere che il Nostro Signore Iddio t’avessi voluto illuminare per questo modo che tu mi di’, perché a lui non è cosa più accetta che l’edificare chiese e monastieri, dove li religiosi congregati possino cantare le laude sua. Non di meno questo che hai udito potrebbe essere tua imaginazione, potrebbe ancora essere fraude diabolica; però non è da creder cosí al primo tratto né al secondo, ma stare a vedere se seguita, et allora disporsi a fare quanto l’angelo di Iddio t’ammonisce “.

Arnaldo, udito il prete, rimase satisfatto e ritornossi alla terra. E dopo quindici dì s’andò di nuovo a stare col prete, e stettevi tre notte, et udendo più volte le medesime parole, stimò venissino di buon luogo e si dispose al tutto della sua sustanzia edificare un convento e dotarlo grassamente; et al prete disse la sua deliberazione.

Il prete, considerando che l’ordine di Certosa ha bisogno di tante sustanzie che pochi si truovano che possino dotare un monasterio convenientemente, pensò che, sendo causa di fare seguire un simile effetto, facilmente otterrebbe dal Generale d’essere abate a vita, e che d’ogni altra religione non l’interverrebbe così. E però, [48v] lodato molto l’ordine di Certosa e predicando la santa vita di quelli monaci, confortò Arnaldo a fare uno ordine di certosini. Al vecchio piacque quello gli disse il prete et, ordinato il suo testamento, lasciò che in quel luogo s’edificassi un bello monasterio, come l’hai potuto vedere, e del resto della sua sustanzia si comperassino beni acciò che li monaci ne potessino abundantemente vivere. Et i miseri nipoti esseredò e’ quali, avendo preso moglie sotto speranza d’essere eredi et avuto più figliuoli, oggi sono ridotti in somma miseria.

Arnaldo fatto il testamento non visse dua mesi et il prete, subito che fu morto, n’andò dal Generale de’ certosini e, narratoli il caso, ottenne quello voleva. Et in mentre visse governò la badia a suo beneplacito. E morì uno anno fa il cherico, che dal prete li erono sute fatte molte promesse, se seguiva l’effetto desiderava. Non li piacendo, quando crebbe, star suddito al prete, tutto il fatto come era successo divulgò, ma il testamento non potè tornare a rietro, tanto ci hanno stretto con lor legge e capitoli questi preti e frati. Et è un tempo m’accorsi che loro usano ogni arte per torci il nostro e goderselo, e fare stentare noi. E sono molte centinaia d’anni che cominciorono a pensare a questo, e però diceva Braccio da Montone, perugino, capitano eccellentissimo a’ suoi tempi, che le legge canoniche non contenevono altro che “tôrre a’ laici [49r]e dare a’ cherici”.

Vedendo noi che lo Imperatore non veniva, facemmo pensiero andarlo a trovare e ci partimmo Antimaco e Matteo et io da Meming; e la mattina andammo a desinare a un castelletto chiamato Chent.

All’osteria non era altro oste che tre fanciulle galante. Matteo, sendo stato altra volta in Alamagna, aveva un poco di lingua tedesca e, motteggiando con una di loro, si compose seco che, se con lui voleva stare a darsi piacere una ora dopo desinare, gli donerebbe uno fiorino. La fanciulla accettò il partito e, dopo mangiare, subito il chiamò. Lui, seguitandola, con essa in una camera si condusse, la quale aveva nel mattonato uno sportello a uso di colombaia da potere discendere a basso in una altra stanza. E come fu in detta camera, gli disse che bisognava che scendessi a basso e quivi l’aspettassi, perché s’uscirebbe di quella camera et entrerebbe nell’altra da basso per uno altro uscio, e si stimerebbe per le genti di casa che essa andassi alla camera per qualche faccenda e non perché vi fussi lui, el quale era suto visto andare di sopra. Matteo acconsentì e, perché tornassi più presto e volentieri, il fiorino promesso li dette. Lei, come fu sceso, lo sportello con buone chiave serrò e partissi.

Noi, stati un pezzo e fatto conto con l’ostessa, di Matteo facemmo cercare e, non si trovando, pensammo fussi ito a spasso pel castello. E più che [49v] dua ora l’aspettammo e, non tornando, ci pareva strano, ma sendo tardi deliberammo partire e lasciare quivi il suo famiglio co’ cavalli; e lo chiamammo prima per tutta l’osteria e lui non rispondeva perché non udiva. Io, sendo per montare a cavallo, in una corticella di là dalla stalla entrai e di nuovo chiamai Matteo. In su questa corte riusciva quella stanza dove Matteo era suto rinchiuso dalla fanciulla, et era luogo che raro alcuno vi capitava, onde lui, sentendosi chiamare e conoscendo la mia voce, rispose e mi disse il caso li era intervenuto.

Io allora, fatto chiamare l’ostesse, le pregai che al nostro compagno aprissino. Quella che l’aveva serrato, diventata un pochetto rossa, disse che, andando a dormire, da sé medesimo in quel luogo doveva essere entrato; e che quelli loro serrami tedeschi per loro medesimi si chiudano e difficilmente si possono aprire. E fece trarre Matteo di quella stanza el quale, sanza pensare altrimenti al fiorino, presto fu a cavallo e si misse in cammino. La fanciulla aveva pensato, vedendo Matteo piacevole e stimandolo ricco, che se quivi rimaneva e con lei si cominciassi a sollazzare, poterli trarre di mano buona somma di danari.

In effetto avemmo fatica, la sera, di condurci a Nesselban e, perché Antimaco usava dire un proverbio mantovano che “a gorga laudata non [50r] si debbe pescare”, ci attenemmo al consiglio suo. E sendo quivi l’Osteria della Corona tenuta la principale, ce n’andammo a una osterietta, nella quale pochi forestieri dovevono alloggiare. Ma ci riuscì bene, perché ci dette buon vini e buone vivande et a Matteo il letto fornito d’una che andava cantando pel paese et in quel modo viveva. E così, quello che il giorno con prieghi e spesa aveva desiderato, né potuto avere, la notte con poche parole e pochi danari ebbe.

Il prete, ancora che della Sibilla cercava, si giaceva con l’ostessa mentre che l’oste giucava nella stufa, et avendo beuto la sera molto bene, presto s’adormentò. E volendo l’ostessa farlo levare, perché dubitava che l’oste, finito il giuoco, non lo trovassi quivi, non potette mai, in modo che corse all’oste e gli disse che, sendo stato insino a quella ora a rassettare la cucina e volendo ire a dormire, aveva trovato il prete nel suo letto né aveva rimedio a farlo levare. Il marito, inteso il caso e perdendo, si levò con ira e, preso un bastone, andò alla camera dove era il prete e tante bastonate li dette, che da esse fu svegliato e condotto nella stufa, dove il resto della notte stette. E la mattina si trovò mezzo fracassato, pure insieme con esso noi il cammino seguì. E ci posammo a fare un pochetto di colazione alla Chiusa, che è una osteria sola con uno castello di sopra [50v] con uno muro dal castello al fiume dove le mercantie, che entrano et escano del contado di Tirolo, pagano il dazio.

E quasi sempre interviene che, ne’ luoghi dove è una osteria sola, e’ forestieri sono male trattati, perché all’oste pare che chi passa dalla forza sia constretto alloggiare con lui. Et a noi accadde la mattina mangiar poco e spendere assai, sicché espediti presto, facemmo il dì gran cammino. E passammo la montagna e ci conducemmo a Nazaret ch’era tardi, e trovammo tutte l’osterie piene in modo che ci bisognò pregare un villano del borgo che in casa di grazia ci ritenessi. Et entrati in casa sua, trovammo lui e la donna che altro che piagnere tutta la sera non feciono, onde dissi al mio tedesco domandassi la causa di tanto suo dolore.

Et il villano alla dimanda rispose così :

“In questo borgo non è il più ricco contadino di me e di possesioni e di bestiame, et ho avuto una sola figlia chiamata Orsola, la quale allevai ben costumata e col timore di Iddio. Era già d’anni sedici e mai fu vista la più bella e gentil cosa. Accadde che un giovane qui del borgo, di buon parentado, nominato Gianni, di lei s’innamorò e sì disperatamente, che giorno e notte mai si partiva da questa casa: e l’Orsola monstrava punto di lui non si curare. Fecemela domandare per donna et io, satisfacendomi e del giovane e del parentado, [51r] volentieri gnene davo. E ne domandai l’Orsola, la quale rispose non volere marito insino che non aveva venti anni et in questo mezzo voleva attendere a servire a Dio come si richiede a una fanciulla. Et io, non la potendo sforzare, a Gianni feci intendere questa risposta e li feci dire che, se lui voleva aspettare ancora anni quattro, gnene darei volentieri. A lui parve il tempo troppo lungo e tanto dolore se ne prese che s’ammalò, e non si trovando alla sua infermità rimedio, in capo a dua mesi morì. Sparsesi la novella, né io m’aviddi che l’Orsola niente si turbassi. Viene il giorno che lui è portato alla chiesa et a caso ebbe a passare avanti la nostra casa. Sentonsi e’ preti cantare, l’Orsola si fa alla finestra e, mentre che il corpo di Gianni passa da quella, si getta nella strada e tutta si rovinò, né s’intesono altre parole delle sua se non: “Seppelitemi a canto a Gianni”. E così ordinai si facessi. E sono a punto oggi quindici giorni che tal caso segui, sì che nessuno si maravigli se io piango e sospiro sendo privato, privato dell’unica figliuola in modo tanto subito et extraordinario”.

Con questi pianti non fu che il villano non ci tenessi bene, pure partimmo la mattina di buona ora e la sera ci conducemmo a Ispruc, dove era lo Imperatore.

Era a punto mezzo settembre quando arrivai Ispruc, el quale è un piccolo castello nel [51v] contado di Tirolo; ma perché il duca Sigismondo, zio di Massimiliano, abitava in quel luogo assai e perché vi sono vicine le fornace che affinono l’argento, è accresciuto assai di borghi. Lo Imperatore vi ha un bellissimo palazzo e la state vi sta assai perché, essendo tra monti, vi si sente poco caldo. Passa a lato al castello un fiume grosso, che porta navili da condurre vettovaglie, e si domanda il fiume Is et ha un ponte di legname, donde è nominato Ispruc, che in nostra lingua vuol dire ponte a Is. Trovai in quello castello tanto concorso d’italiani e massime lombardi, che a me pareva essere in una delle buone terre d’Italia. Eravi il cardinale di Santa Croce, mandato da papa Iulio legato per confortare lo Imperatore a fare la impresa contro a’ Veniziani, acciò che loro, impauriti, restituissino le terre tenevono della Chiesa. Et era tanta la paura in Italia della venuta dello Imperatore, che non era rimasto a rietro alcuno, benché minimo principe, che non avessi mandato uomini da Sua Maestà. E’ Sanesi, ancora vi avessino Domenico Placidi, di nuovo vi mandorono messer Antonio da Venafro, iurisconsulto eccellente e nelle cose delli stati molto esperto e di lingua tanto atto a persuadere, che pochi credo ne abbi pari.

Io alloggiai in una stanzetta nel borgo di qua verso Italia, vicina a quella aveva messer Antonio. E perché esso era [52r] uomo affabile e faceto, presi grandissima familiarità seco; e perché non eravammo occupati in molte faccende, passavammo il tempo con dare a intendere qualcosa estravagante a un suo cancelliere molto semplice, o col farli qualche piacevole giarda.

Chiamavasi costui Deifrido da Piombino, et avea qualche lettera, ma se li sarebbe dato a intendere ogni gran cosa. Era, oltre a questo, fuor di misura voglioloso e, sendo di settembre, si ricordava dell’uve e de’ fichi d’Italia e mai domandava se non se ne potessi avere. Messer Antonio, accortosi di questo, domanda una sera un suo servitore chiamato Salimbene, astuto quanto el diavolo, se fussi possibile trovare fichi in quelle parte, perché n’arebbe gran voglia. “Come!” rispose Salimbene, “e’ ne son portati ogni mattina a vendere, ma, per essercene gran carestia, mai si conducono alla piazza perché sono venduti prima; e bisognerebbe tenere uno alla porta che ne comperassi quando sono recati.”

Deifrido, udito il ragionamento, s’offerse di starvi lui la mattina sequente. E così l’altra mattina vi stette insino a nona et i fichi non comparsono. E, parendoli già ora di desinare, se ne tornò a casa e disse non avere veduti fichi. Rispose allora Salimbene: “A che porta se’ tu stato?”. E dicendo lui: “A quella del ponte”, messer Antonio cominciò a gridare e dire a Deifrido ch’era uno scimunito; e come lui voleva che dalla porta del ponte che viene di verso a’ monti, venissino e’ fichi, e che bisognava stare a quella [52v] che viene di verso il piano. Tanto che Deifrido, dalle grida stordito, andò all’altra porta e vi stette insino a sera, che non vidde né uva né fichi. E così il povero uomo che poco altro nella Magna desiderava che mangiare, fu tenuto con questa arte digiuno insino alla notte.

Un’altra volta el detto Salimbene, dormendo in una medesima camera con Deifrido, apostò a punto il luogo dove lui dormiva. E, fatto nel palco di sopra una buca e messovi una conca piena d’acqua e turatola bene, appiccò una cordella al turacciolo; et in su la mezzanotte, quando Deifrido era profondato nel sonno, tirò detta cordella. La conca si sturò e l’acqua cominciò a venire a dosso a Deifrido di qualità che, dalla moltitudine d’essa svegliato, si ritrovò tutto molle. E Salimbene li fe’ credere che la notte fussi piovuto forte e che quelli tetti non resistono all’acqua come li nostri.

Intesi in Ispruc cosa da considerarla perché, come è noto a ciascuno, in Alamagna de’ soddomiti si fa asperrima iustizia, in modo che si può credere che questo vizio di quella provincia sia quasi del tutto estirpato.

Erano alla corte dell’Imperatore dua piemontesi, e’ quali cercavano la investitura d’un castello e per questo piativono insieme. L’uno si chiamava Simon da Chieri, l’altro Ioan Polo da Casale e, come interviene, per questa lite erano diventati inimici mortali.

E considerando Simone che Ioan Polo aveva [53r] migliore ragione, e gli pareva ancora fussi più favorito, deliberò provare se con uno scelerato disegno lo poteva mettere in ruina. E sappiendo che Ioan Polo teneva per ragazzo un fiammingo d’età d’anni quindici, un giorno che passava per la via lo chiamò et, avvedutosi nel parlare ch’el fanciullo non era molto bene contento del patrone, li disse che se lui voleva accusare alla iustizia, per un caso che lui gli direbbe, il patrone, lo farebbe per sempre ricco; e li donò per arra dua fiorini.

Il fanciullo, di natura maligno, volendo male a Ioan Polo, incitato da’ doni et offerte, gli promesse fare quello voleva. E Simone disse che accuserebbe Ioan Polo per soddomito e che lui et il patrone sarebbono presi; e li ordinò quello dovessi dire, e li messe cuore che non dubitassi per minacce o spaventi li fussino fatti, ma sempre dicessi il medesimo, e che questo era il modo a vendicarsi del patrone e diventare ricco.

Il fanciullo, che non sapeva che cosa fussi soddomia né come in quel paese tal vizio fussi punito, rimase d’accordo di fare quello che Simone li ordinava; onde lui accusò Ioan Polo al borgomastro, secondo era convenuto col ragazzo. Il quale subito fece pigliare Ioan Polo et il ragazzo. Et essaminando Ioan Polo, che era innocente, trovò che audacemente negava. Ma il ragazzo subito confessò e dette tante conietture e verisimili, aspettando minacci e battiture, che Ioan Polo [53v] fu messo alla tortura. La quale e’ Tedeschi danno in questo modo che distendano uno uomo in su uno desco, e poi li legono le gambe e le braccia, e tirano a lieva, come si fa a caricare una balestra. Et è questo sì gran tormento, che nessuno vi può reggere: sì che Ioan Polo, vinto dalla passione, confessò tutto quello che diceva il ragazzo, ancora che non fussi vero. E però furono sentenziati al fuoco lui et il fanciullo, secondo il costume del paese.

Era in quel tempo oratore appresso lo Imperatore per il re Federigo di Napoli messer Francesco de’ Monti, famoso iurisconsulto et uomo molto da bene e prudente nelle cose del mondo. E trovandosi in Ispruc et avendo amicizia con Ioan Polo, teneva per certo che lui in questo caso non avessi colpa. Ma questo vizio è tanto nel paese abominabile che non arebbe usato parlarne, né raccomandarlo. E la mattina che si doveva fare l’essecuzione, gli occorse che fussi possibile che al fanciullo fussi suto promesso che non morirebbe, e però che lui stessi sì ostinato in accusare Ioan Polo. Et andato dal borgomastro, gli disse il dubbio che aveva e lo pregò che fussi contento far prima morire il ragazzo; al che il borgomastro acconsentì.

Sono menati Ioan Polo et il fanciullo al luogo della iustizia. Il borgomastro ordina che prima sia arso il ragazzo il quale, veduto avere a morire contro a quello li era suto promesso, ogni cosa per ordine cominciò a narrare e confessare chi l’aveva [54r] indotto a questo e con che arte. Simone, il quale era a cavallo a vedere, subito udite le parole del ragazzo, quanto più presto poté si misse in fuga. Ioan Polo fu libero et il fanciullo fu arso, ancora che fussi giovane, perché il borgomastro non volle che alcuno pigliassi essemplo di calunniare il patrone a torto. E Ioan Polo di poi, sendo libero, intra pochi giorni ottenne la sua sentenzia.

Lo Imperatore, mentre stemmo a Ispruc, ogni giorno andava a caccia; e, per festeggiare il Legato, fece un dì una caccia a Cirle, luogo quivi vicino a dua miglia. E fece estendere alquanti padiglioni in su una prateria, la quale aveva dalla man destra il monte e dalla sinistra il fiume, in modo che le fiere che si levavono nel monte erano necessitate, non potendo passare il fiume per essere largo e profondo, tutte venire a morire nel prato davanti a’ padiglioni. E furono presi in quella caccia più che venticinque cervi e’ quali, perseguitati da’ cani, né potendo fuggire al monte per timore delli uomini che v’erano, si gittavono nel fiume; e lo Imperatore coll’arco gli saettava e poi mandava uomini con uno navicello a pigliarli; e quasi mai traeva saetta in fallo. E volle fare uno esperimento che li riuscì, che a un cervo, che avea le corna sì piccole che poco apparivono, trasse in maniera dua saette, che le fece uscire pel capo e tanto a punto che parevono le corna d’esso cervo. [54v] Fece ancora il giorno cacciare a’ gems, le quale in lingua italiana chiamiamo camozze, in latino dorcas.

Abita questo animale ne’ monti più aspri e dirupati che si truovino, perché in tali luoghi non li pare potere essere offeso, e massime dalli uomini. Pure vi sono uomini che vanno con certi ingegni per quelli monti e rupe, che è iudicato cosa impossibile. La camozza li aspetta in tali luoghi; e bisogna che loro sieno molto accorti perché con le corna gli ferisce e spesso gli fa ruinare giù per l’altezza de’ monti, e si truovano a basso in pezzi. Et il giorno ne viddi l’esperienza perché in quello monte fu levata da’ cani una d’esse, la quale si ritirò alto agli scogli e rupe, in luogo che cani non vi potevono salire. Uno uomo, uso a tale essercizio, con certi ferri a’ piedi et una lancia lunga in mano, andò a essa; e già l’aveva presa per le corna, ma tanto s’avvilupporno insieme, che caddono giù pel monte: l’uomo si fracassò in tutto e la camozza, giunta sana al piano, da’ cani fu presa.

Presso a Ispruc a un miglio è uno bel castello, chiamato Alla, in sul medesimo fiume, e quivi si fa il sale. El quale non si cava de’ pozzi né d’acqua marina, come ne’ paesi nostri, ma viene una acqua grossa d’un monte altissimo, la quale, bollita, diventa salina tanto bella, quanto si potessi imaginare, donde lo Imperatore [55r] trae grande emolumento. In questo castello, mentre stetti a Ispruc, si fece la fiera che durò quindici dì; e vi vengono assai mercantie d’Italia e massime panni non molto fini.

Intra li altri, in questo tempo vennono a detta fiera dua mercanti bergamaschi, nominati l’uno Andrea, l’altro Nicodemo; e per che causa si fussi menorono con loro le moglie giovane e belle, le quali aiutavano loro vendere e’ panni e poi facevono l’altre faccende di casa. Andrea era vecchio e brutto, e la moglie, che Angiola avea nome, poco di lui si contentava e molto li piaceva Nicodemo. El quale, ancora che non fussi molto giovane, era appariscente e gagliardo, ma amava tanto la moglie, che Ferretta si chiamava, che l’Agnola si disperava potere mai ottenere da lui cosa che la volessi. Ma, accortasi che un giovane della terra, detto Vulgan, molto spesso stava a motteggiare colla Ferretta, pensò d’aiutare questo amore per vedere se con questo modo potessi mettere ad effetto il suo.

E venne a punto bene che Andrea, sendo stato otto dì a Alla, deliberò portare una parte de’ panni più grossi a Sboz, luogo non molto lontano, dove sono le cave dell’argento, stimando finirli meglio. E lasciò l’Angiola che vendessi li altri e si stessi con Nicodemo come faceva prima. La quale, parendoli che la fortuna l’aiutassi, cominciò con destro modo a lodare Vulgan alla Ferretta e dirli che s’era bene [55v] avvista che Nicodemo aveva qualche pratica d’altre donne, e che si maravigliava che, avendo occasione di godere sì bel giovane, non la pigliassi; e che, se ella fussi amata da lui, non indugerebbe troppo a contentarlo. E tanto infiammò con queste et altre parole l’animo della Ferretta, che lei si dispose a far piacere a Vulgan, ma rimase che l’Angiola pensassi al modo. La quale andò subito a trovare il giovane, che molto bene parlava italiano, e compose seco che la sera, a notte, venissi e che lo metterebbe in camera sua a dormire colla Ferretta.

Nicodemo, sendo del mese d’ottobre, usava ogni sera aver cenato a una ora di notte, et a dua andare a riposare, e lasciava la Ferretta insieme con l’Angiola che rassettassino e’ panni e li ordinassino per la mattina sequente. E come lui fu ito a dormire, ne venne Vulgan et insieme colla Ferretta n’andò nel letto dell’Angiola. E, sendo domandata dalla Ferretta dove essa dormirebbe, disse si starebbe nella stufa e, quando li paressi tempo, gli chiamerebbe acciò che Nicodemo non pigliassi sospetto. Né stette molto che in camera di Nicodemo al buio se n’entrò e con lui si messe nel letto. E cominciolli a fare tante carezze che Nicodemo si maravigliò perché la Ferretta sua non era usa a far così: pure fece il debito suo, e più d’una volta.

L’Agnola, per aver causa di levarsi quando gli pareva tempo, quando entrò in camera [56r] legò all’uscio una corda e la portò al letto perché, tirandola, facessi romore. E volendosi partire, tirò la corda, e l’uscio fece romore; e lei ebbe causa di levarsi per vedere che cosa fussi. E, tolto piano li panni suoi, andò dalla Ferretta e li disse ch’era tempo. La quale malvolentieri dal suo amante si partì, perché li parve che la trattassi altrimenti che Nicodemo. Pure, per non dare ombra, a lato al marito n’andò e per monstrare non essere stata con altri, gli fece più carezze non soleva, onde lui disse: “Donna, e’ bisognerebbe che io fussi più giovane a contentarti! ora mi ti lievi da canto per il romore sentisti e di nuovo torni a darmi fastidio”. La Ferretta in su queste parole stette sopra di sé, pensando quello volessi dire il marito; e li venne in fantasia quello era seguito a punto ma, trovandosi incolpata, non volle rimescolare questa materia.

L’Angiola, tornata in camera e trovato Vulgan solo né li parendo che Nicodemo fussi riuscito secondo pensava, a lato a lui se n’entrò e, trovandolo giovane, fresco e gagliardo, pensava un modo da poterlo ritrarre dall’amore della Ferretta e porlo a sé. E li venne per la mente questo che, stata alquanto nel letto, monstrandosi molto afflitta disse: “Vulgan mio, noi altre donne siamo tutte fragile e meritiamo escusazione perché così ci ha creato la natura. Tu puoi avere veduto quanto io abbi favorito l’amor tuo con la Ferretta e si può dire che io sia stata causa del peccato seguito tra voi. E questo ho fatto non tanto per lo amore [56v] portavo a te, quanto per potere giacere con il marito della Ferretta, ora che Andrea mio era a Sboz. E questa notte sono stata seco in cambio della moglie, di che mi pento insino all’anima. E mi duole che uno sì galante e pulito giovine, come se’ tu, sia stato con la Ferretta, considerato al pericolo porti, perché ho trovato questa notte Nicodemo tutto piagato di male francioso; di che, come m’aviddi, sanza avere a fare cosa alcuna seco, impaurita mi partì’. E te conforto a non volere avere più pratica con la Ferretta, acciò che da lei non pigliassi simile male, che sai quanto è contagioso e quanti belli gioveni per questo sieno guasti e ridotti in miseria. E, se bene io non son bella come la Ferretta, non credo, quando converserai meco, dispiacerti “.

Il giovine, trovandosi nel letto e temendo di quello li era detto, a essa s’appiccò e li promisse di lasciare in tutto l’altra e così insieme el resto della notte si dettono piacere. La mattina il giovane, per tempo levato, si partì, e le donne e Nicodemo tornorono al loro mestiere usato di vendere e’ panni. Né prima s’appressò a sera che la Ferretta, sendoli piaciuto Vulgan, pregò l’Angiola che la notte lo facessi venire; la quale gli rispose che quando si partì li disse che non potrebbe tornare l’altra sera, non di meno lo fece venire per sé. E così l’altre notte, quando con una scusa e quando [57r] con un’altra la Ferretta trastullava e con Vulgan si giaceva. Ma essa, dopo sei giorni, cominciando a dubitare di quello era, né li parendo che Vulgan la guardassi più come soleva, se ne volle chiarire e, postasi una sera in luogo secreto, s’accorse molto bene che Vulgan dall’Angiola andava e con essa dormiva. Onde, infuriata, tutto l’amore che all’Angiola et a Vulgan portava in odio convertì; e li entrò fantasia volersi vendicare.

E, sendo intra quattro giorni tornato Andrea, tutto questo caso per ordine gli narrò, monstrando farlo per affezione e per tener conto dell’onore suo. Andrea fu malissimo contento e non volle prestare subito fede alla Ferretta ma, dopo che fu stato in Alla dua giorni, disse alla donna, la mattina in sul desinare, che il dì voleva ire a Ispruc a riscuotere certi danari e che non tornerebbe la sera. La donna, sendo stata sei dì sanza l’amante, gli pareva ogni ora mille che il marito si partissi, et a Vulgan fece cenno che venissi la sera da lei. E sendo venuto et entrati insieme nel letto, il marito, che non s’era partito ma era stato ascosto in casa, a mezzanotte si scoperse e trovò li amanti nel letto. Ma Vulgan, veduto Andrea, niente impaurì: prese le sua arme e disse all’Angiola che seco se n’andassi. Andrea volle fare alquanto di resistenzia ma, sendo vecchio e debole, Vulgan irato l’amazzò e, presi certi danari trovorono di suo, [57v] lui e l’Angiola del castello si partirono.

Nicodemo, avendo la notte sentito il romore e veduto quello era seguito, deliberò la mattina per tempo con la moglie partirsi. E rassettate tutte le cose sua et ancora quelle d’Andrea, pensando, come s’usa per parte de’ mercanti, della roba d’Andrea a nessun dare conto, e parendoli per questo non avere male guadagnato alla fiera, se n’andava assai contento. La Ferretta, conoscendo che il disegno suo era tutto riuscito al contrario e che l’Angiola era per godere Vulgan un tempo tutto libero, non poté stare paziente e pensò lasciare il marito e cercare se poteva ritrovare Vulgan. E però si compose con un famiglio tedesco che Nicodemo teneva e la notte s’andò a Mastera, dove si posorno il primo dì che partirono da Alla. Sappiendo dove Nicodemo teneva li suoi danari, quelli tutti tolse e la notte si partì col famiglio.

E così delli duoi mercanti che menorno le donne alla fiera, l’uno fu morto, l’altro restò sanza la donna e con pochi danari. Se la Ferretta trovò poi Vulgan o no, o quello di lei seguissi non so, a punto perché il caso nacque mentre ero a Ispruc. Ho bene inteso poi che si ridusse in Argentina con quel famiglio a fare osteria. E Vulgan ancora insieme con l’Angiola in Boemia si fuggì, dove bisognò stessi qualche tempo.

Come [58r] ho detto di sopra erano in Ispruc assai italiani, mossi in sulla fama della venuta dello Imperatore in Italia. Tra li altri vi era, per faccende di Ioan Paulo Baglioni, uno perugino chiamato ser Ciabattella, el quale era uomo faceto e sollazzevole. E non avendo molto che fare, spesso se n’andava a un munistero de’ frati conventuali di San Francesco, che era poco fuori del castello. E, come interviene a chi pratica in un luogo, prese grande familiarità con uno d’essi frati, chiamato Ulrico. Et, ancora che ser Ciabatella non intendessi tedesco né il frate italiano, parlavano insieme una certa gramatica grossa in modo s’intendevano.

Aveva questo frate, al lato, un paio di gentili coltellini forniti d’argento, con un cucchiaio pur d’argento, li quali piacevono molto a ser Ciabattella, ma non poteva investigare modo di levarli al frate. Ma, considerando che il frate gli teneva appiccati al cordiglio con una cordellina di seta galante, cominciò a fare il divoto con questo frate. Et una mattina, andando da esso a buona ora, li disse che avendo a ire appresso allo Imperatore, che di quivi si voleva partire, aveva deliberato, remossa ogni cagione, avanti sua partita confessarsi, e che l’ora della morte è incerta, e che era ben contento mettere per il suo Signore la roba e la vita, ma non l’anima; e che lo pregava per carità l’udissi in confessione.

Il frate, prestando fede a tante sue divote parole, prese il carico [58v] d’udirlo e, cominciando la confessione, l’andava interrogando sopra e’ comandamenti. E lui gli rispondeva che pareva la più divota persona del mondo. E così seguitando, quando il frate venne al precetto che dice: ‘Non furare’, lo ricercò se avessi mai furato cosa alcuna. Ser Ciabattella, che ad altro fine non si confessava che per tôrre e’ coltelli al frate, messe a questa interrogazione un grande sospiro e, quasi lacrimando, rispose: “Io ho furato e furo”. E mentre disse queste parole, con un paio di forbicine, più piano che possette, la cordellina tagliò e si prese e’ coltelli.

Il frate di questo atto niente s’accorse; ma, attendendo alla confessione, ser Ciabattella, che aveva essequito la sua intenzione, si sforzò d’abbreviarla et in ultima, presa l’assoluzione e la penitenzia, si partiva con buon passo dal frate. El quale, cercando il cordiglio e non ritrovando e’ coltelli, pensò subito che ser Ciabattella li avessi tolto e con gran voce indrieto lo richiamò. Ser Ciabattella alquanto fermatosi li disse: “Frate, non fare romore e sia contento non manifestare la confessione, che sai in quanta pena s’incorre! Io mi son confessato da te e detto che avevo furato e furavo, e tu non puoi in modo alcuno ridirlo”. Il povero frate, considerando che ser Ciabattella diceva il vero, raffrenò la voce; e lui con li coltelli se li levò davanti.

[59r] LIBRO QUARTO

Essaminando qualche volta tra me medesimo quanti sieno li affanni, le turbolenzie, le guerre e pericoli ne’ quali si truova non solo la città nostra, ma tutta Italia, e non solo Italia, ma quasi tutto il paese di che abbiamo cognizione, ho pensato non solo lasciare lo scrivere, ma omettere ogni altra cosa della quale potessi pigliare piacere alcuno. Ma meglio a quello che è passato pensando e per la mente rivolgendolo, ho conosciuto in ogni età quasi queste medesime cose essere successe; e poi che il mondo fu creato, non esser mai stato pacifico, ma sempre inquieto.

E mettendo da parte l’antiquità delli Egizi, Assiri e Medi, quelle republichette di Grecia e Lacedemone e Tebe e Atene e tante altre sempre stettono in risse e contenzione e sempre l’una consumò l’altra insino che si destrussono. Alessandro Magno grande briga al mondo dette, più popoli in servitù ridusse, molte provincie guastò.

Cominciorno poi e’ Romani, che alla misera Italia, alla afflitta Grecia, all’Asia, all’Africa, a’ Galli, a’ Germani et a molte altre nazione furono per molti anni flagello durissimo. E quando furono cresciuti, nacquono tra loro le guerre civili, che furono causa che, in Italia et altrove, molte città a sacco e fuoco andorono, e che molte meschine verginelle in servitù fussino condotte.

Quanti pessimi tiranni in Roma [59v] si viddono! Quanti scelerati e pazzi in Roma dominorono! Quante volte la republica in mano di falliti e rovinati venne, insino che Costantino, d’Italia partito, non più una parte d’essa, ma tutta in preda a più popoli barbari la lasciò, a Unni, Eruli, Vandali, Gotti e Longobardi! Et essa Roma, da loro presa, fu in tutto messa in preda e desolazione; et il resto d’Italia fu guasto, rubato, dissipato et arso.

E così dipoi successivamente spesso li è accaduto; in essa sono venuti Galli, Germani, et altri popoli, Federigo Barbarossa, Federigo secondo, tanti Ottoni et Enrici, che quella, quando un poco s’è riavuta, di nuovo hanno prostrata. E se qualche volta cinquanta anni da’ barbari è suta libera, non è che non abbi avuto continua suspizione d’essi e che tra sé medesima non si sia insanguinata.

Non è dunque maraviglia se ne’ nostri tempi sono accascate le medesime cose che altre volte sono state. Non s’hanno per questo li uomini a ritrarre, per quanto è lor possibile, dalli studi et essercizi consueti, perché Iddio e la natura, che questa variazione lasciano seguire, niente fanno in vano e vogliono che questo mondo, quanto dura, del continuo più bello e più delettabile diventi. Né questo seguirebbe se li uomini, impauriti delle guerre, dubitando della morte, a niente altro che a dolersi attendessino. E però noi, che in questi tempi siamo, imitando e’ passati che in simili travagli [60r] e forse più gravi si sono trovati, non desisteremo da fare quelle opere indicheremo a proposito: et io non desisterò dal mio scrivere.

Era già l’autunno passato e ne veniva il verno, e massime in Alamagna dove li freddi cominciono prima e durano più che in Italia. E per questo lo Imperatore, al principio di novembre, volle partirsi dalli monti e ridursi alle pianure in Svevia, et ordinò che il Legato e li altri oratori lo seguissino. E però messer Antonio da Venafro et io, a mezzo novembre, ci partimmo d’Ispruc con freddo grande e neve, e ci fermammo la sera a Delfo che è un buon borgo, distante da Ispruc quattro miglia.

Nella medesima osteria dove noi, erano la sera alloggiati uno archidiacono d’Erbipoli, che andava a Roma, et uno prete da Santes vicino al Paese Basso che veniva da Roma, dove era stato un tempo cappellano del cardinale di Pavia, et infastidito de’ costumi della corte se ne tornava a casa. E come accade che chi vuole andare in un luogo volentieri parla e domanda quelli vi sono stati e che di quivi di poco si partono, l’archidiacono interrogava il cappellano di molte cose di Roma e, sendovi stato altre volte, lo ricercava se era vivo questo e quell’altro prelato, e molto lodava la corte di Roma, come è costume di tutti e’ prelati ricchi che in essa stanno perché [60v] quivi sanza alcuno rispetto conseguono tutte le lor voglie. Il cappellano, che mal contento da Roma si partiva, dannava il Papa, i cardinali e tutti e’ prelati, e li costumi e cerimonie della corte romana e, per scoprirli meglio, disse essersi trovato alla morte di papa Alessandro e che lui fu avenenato. E domandandolo io in che modo, rispose che e’ segni del veneno si viddono certi, ma il modo è dubbio, e che lui n’aveva uditi contare tre.

Il primo, e che è creduto dalli più, fu che papa Alessandro, avendo bisogno di danari, pensò di dare il veleno a tre cardinali ricchi et ordinò che il cardinale Adriano lo invitassi una sera alla sua vigna, dove fece ancora chiamare quelli cardinali a’ quali voleva dare il veneno e delli altri per levare il sospetto. E del modo del veneno dette la cura al duca Valentino, il quale fece tôrre dua fiaschi d’ottimo vino et in essi messe il veneno. E mandò detti fiaschi per un suo servitore alla vigna, dove avevono a cenare, con ordine fussino messi in fresco. Et era rimasto col suo credenziere a chi avessi a mettere di detto vino; né s’accorse il Valentino di conferire al Papa quello aveva ordinato. Occorse che il Papa giunse alla vigna avanti al Valentino et, avendo sete, gli fu dato bere del vino di quelli fiaschi. Et a pena aveva finito [61r] di bere che il Duca arrivò et ancor lui assaggiò un poco del medesimo vino et, accortosene, subito conobbe che il Papa n’aveva beuto assai e che non vi era rimedio. Et il convito fu tutto conturbato e per la sera non si cenò altrimenti, perché il Papa subito ammalò et in quattro giorni morì. Et al Duca ancora venne male, ma perché era giovane et aveva beuto poco, ebbe grande infermità, pure se ne liberò.

Altri dicono che il cardinale Borgia, nipote di papa Alessandro, il quale morì a Urbino, aveva un fratello, chiamato messer Ramirro capitano della guardia del Papa, e pensava che la roba del Cardinale avessi a essere sua. Ma, avendosela presa il Papa, lui ogni giorno con importunità la domandava, onde il Valentino lo cominciò avere in odio e pensò levarselo davanti. Et una sera che il Papa cenava alla vigna d’Adriano, fece invitare messer Ramirro, che v’andò malvolentieri perché era stato malato et ancora non era ben guarito. E però fu dato ordine al cuoco che ordinassi per messer Ramirro qualche vivanda a proposito. Et il Duca si compose con un suo servitore, el quale adoperava a queste cose, che mettessi in sulla vivanda di messer Ramirro certa polvere bianca, che era veneno. Il servitore, andato in cucina, domandò il cuoco se aveva [61v] ordinato niente da parte per messer Ramirro, et il cuoco disse di sì e gli monstrò certo biancomangiare in una pentola. Il servitore, stato alquanto in cucina, appostò che il cuoco fussi occupato e messe la polvere nella pentola e poi si partì. Il cuoco, come è di costume, assaggiando poi il biancomangiare, subito si senti cuocere la gola, perché il veneno era ancor di sopra, e pensò quello potessi essere stato, perché sapeva e’ modi del Papa e del Duca. E, conoscendosi mortale, volle che delli altri, e gran maestri, morissino quando lui. Et avendo a fare una torta, prese la maggior parte di questo biancomangiare e ne compose la torta la quale, portata in tavola, offese più o meno, secondo la quantità ne fu mangiata.

Il Papa, al quale simile vivande piacevono assai, ne mangiò tanta che subito cascò malato e presto morì. Il Duca, che ne mangiò poca, ammalò ma guarì, e così feciono delli altri. Messer Ramirro, che mangiò la minestra, in dua giorni andò via.

Sonci di quelli che dicano che al Papa fu dato il veneno da un suo cameriere, nel modo che io dirò.

Era in Roma uno scrittore appostolico, cortigiano antico, uomo da bene, ricco e di buon costumi. A costui dispiaceva assai la vita di papa Alessandro e non aveva altro desiderio se non di sopravvivere a lui [62r] e, conoscendolo robusto e di gran complessione, pensò che, se non fussi aiutato morire, era per vivere un tempo. E per vedere se poteva venire a questo suo disegno, prese pratica stretta con uno cameriere del Papa, el quale era spagnuolo ma molto semplice. Et ogni giorno gli donava qualcosa e gli faceva conviti e l’accompagnava per Roma, onde il cameriere pose tanta affezione allo scrittore che non sapeva vivere sanza esso. Et essendo molto forte innamorato d’una vedova milanese e non trovando conrispondenzia in questo amore, lo conferì uno giorno allo scrittore, richiedendolo d’aiuto e di consiglio.

Lui rispose: “El consiglio che io ti darei, sarebbe che tu ti levassi dalla fantasia questo amore ma, quando tu non possa o non lo voglia fare, credo bene trovare modo di farti conseguire il desiderio tuo. Ma bisogna che quello abbiamo a fare sia secreto perché sarà forse necessario venire a certi incanti che, quando s’intendessi che io li usassi, potrei essere disfatto dal mondo. Però voglio mi dica il nome di questa tua innamorata et il luogo dove sta, et intra quattro giorni ne parleremo altra volta insieme”.

Il cameriere gli disse quello che li domandava e li promisse tenere tutto secreto. Lo scrittore, intesa chi era la donna, l’andò a trovare e [62v] tanto con parole e doni e promesse la seppe persuadere, che essa si dispose in questo amore del cameriere governarsi appunto secondo la volontà dello scrittore. Onde lui intra duo giorni trovò il cameriere e gli disse che, se sapeva trovare ordine di fare dare alla dama certa polvere incantata nella vivanda, che vedrebbe che ella gli porterebbe tanto amore che ne resterebbe maravigliato. E rispondendo il cameriere che aveva tanta amicizia con una servente della dama, che non gli mancherebbe modo a darli la polvere, lo scrittore lo menò seco verso certi luoghi solitari di Roma. E, monstrandoli una erba che aveva le foglie molto grande, gli disse che la mattina, due ore avanti giorno, venissi in quel luogo e ricogliessi la polvere che troverebbe in su quelle foglie e di quella facessi poi dar mangiare nella vivanda alla dama. E come furono partiti l’uno dall’altro, lo scrittore tornò e in su quelle foglie messe certe polvere odorifere e partissi.

Il cameriere, la mattina sequente, all’ora ordinata, tornò a quel luogo e levò delle foglie quella polvere, e pensò che la notte dal cielo vi fussi caduta. E per un suo servitore la mandò alla servente della dama acciò gnene mescolassi nella vivanda. Lo scrittore, come intese questo, andò dalla vedova e [63r] la pregò che la sera, quando il cameriere vi passava, gli facessi buona cera e l’altro giorno lo mandassi a invitare a cena, tanto che, seguendo queste cose, il cameriere indicò che quella polvere fussi mirabile. La vedova era fine e non li compiaceva però d’altro che di parole e d’accoglienze e piacevolezze, ma a esso bastava questo, e gli pareva essere il più felice innamorato di Roma.

E pensando alla virtù di questa polvere et ancora che fussi cameriere del Papa non li parendo essere favorito a modo suo, ringraziò un giorno lo scrittore del servizio li aveva fatto, e li li conferì quanto fussi in grazia della dama e lo domandò se questa polvere opererebbe così in uno uomo come aveva fatto nella sua innamorata. Lo scrittore, che gli parve che la lepre andassi verso le rete, gli rispose che la virtù non era solo nella polvere, ma era nelle parole e che, quando lui gli dicessi a chi la volessi dare, farebbe lo incanto di nuovo, e che era certo ne seguirebbe il medesimo effetto.

Il cameriere allora li aperse l’animo suo che era che il Papa li ponessi più amore, acciò ne potessi trarre più, donde tutti a dua ne diventerebbono felici. E però lo scrittore li disse che andassi la notte sequente a il medesimo luogo e ricogliessi la polvere delle foglie e poi la dessi al Papa. E partitosi da lui n’andò là e messe in sulle foglie [63v] veneno in polvere bianca la quale, raccolta dal cameriere e data nella vivanda a papa Alessandro, della quale mangiò ancora il Valentino, fu causa che l’uno morissi e l’altro infermassi gravemente. E così lo scrittore conseguì, con sottile arte, il desiderio suo e, venendo a morte, confessò il caso e ne volle l’assoluzione da papa Iulio.

Arebbe il cappellano detto molte altre cose e l’archidiacono risposto ma, sendo già gran pezzo di notte, noi volemmo cenare e poi dormire. E la mattina, rispetto alli diacci, non cavalcammo per tempo et avemmo fatica condurci la sera a uno villaggio chiamato Ulbach.

Nel medesimo alloggiamento trovammo certi servitori del Legato, intra quali n’era uno spagnuolo nominato Gaioso che, vedendo una nipote dell’oste, o forse bisnipote perché lui era vecchissimo (e dicevono le donne lo governavono che aveva più di cento anni) gli parve molto bella e, considerato la sera dove s’andava a posare, vidde andava nella stufa dove, in certe cucce separate, dormiva lei e quel vecchio. Et iudicò esser facil cosa, non sendo altri nella stufa, entrarvi la notte e menar via la fanciulla perché il vecchio non era atto a difenderla. Et in sul primo sonno entrò con un famiglio nella stufa e s’accostò alla cuccia della fanciulla la quale, con timore destasi, cominciò tanto forte a gridare che tutti quelli di casa, udito il romore, si levorono e chiamorono e’ vicini, [64r] che armati corsono: e le campane cominciorno a sonare e tutto il paese si voltava quivi.

A noi pareva essere a tristo partito; pure, avendo certi servitori tedeschi, facemmo intender per loro alle brigate che venivono che quelli del Cardinale erano separati da noi in modo che scampammo quella furia. Gaioso et il servitore furon morti e certi altri spagnuoli che li vollono difendere; li altri furono lasciati liberi. Per questo pericolo noi, da quel tempo avanti, non volemmo alloggiare in osteria dove fussino ispagnuoli.

La mattina, sendo freddo, ci partimmo tardi e la sera ci posammo a Fiessen che è assai buon castello al principio di Svevia, signore del quale è il vescovo d’Augusta. Alloggiamo con un oste che pareva buon compagno: ma la notte vi stemmo, gl’intervenne un caso strano e piuttosto tragico che altrimenti.

Lui era d’età d’anni cinquanta et, essendoli morta la prima donna e restatoli d’essa un figliuol solo, d’età d’anni diciotto, gentile e grazioso, prese una altra donna giovane e bella. E l’amava fuori di misura, pure non la poteva contentare in tutto di quello che le più delle giovane donne desiderano. Teneva costui in casa, come è costume delli osti, più famigli, onde lei tra tutti ne scelse uno più galante et, in conclusione, con esso suppliva a quello che il marito mancava. Né questo poté fare sì cautamente che il marito, che [64v] astutissimo era, non se n’accorgessi e, pensando intra se stesso come se n’avea a vendicare, l’amore che portava alla donna fece che inclinò a punire il famiglio e deliberò amazzarlo. Dormiva questo famiglio in una camera presso alla porta della casa, nella quale qualche volta il figliuolo dell’oste, quando tornava tardi la notte, come fanno e’ giovani, entrava per non esser sentito dal padre e quivi dormiva il resto della notte.

Accadde a punto che l’oste pensò essequire la sua fantasia la notte che fummo quivi. E quando li parve tempo che ogni uomo dormissi si levò et andò alla camera del famiglio, la quale trovando aperta, perché il famiglio era ito fuori di casa e lasciato nel letto il figliuolo dell’oste, accostatosi al letto, con dua ferite il proprio figlio amazzò, credendo aver morto il famiglio. E, perché non si ritrovassi, prese a dosso il corpo morto e lo gittò in un canale non molto lontano dalla casa sua.

La mattina per tempo l’oste si lieva e, fattosi alla finestra, vede il famiglio che spazzava avanti la porta e, tutto tremante e pallido, corre al canale e trovò il morto corpo in sulla riva e, sanza pensare a altro, nell’acqua furiosa si gittò e la misera vita finì.

Noi, che pensavammo a buon’ora mangiare, sentimmo a un tratto pianti e romore per l’osteria de’ parenti e vicini e per questo, quanto più presto potemmo montati a cavallo, del castello ci partimmo e, con grande incommodo, la sera [65r] ci conducemmo a Cofpair, che è una piccola terra libera in Svevia.

Era in quel luogo alloggiato lo Imperatore perché, sendo terra di piano e con palude intorno, aveva commodità d’andare a caccia d’oche salvatiche e germani e simili uccelli; et aveva gran piacere nel pigliarli. Per essere il luogo stretto vi era dificultà d’alloggiamenti. Pure a noi fu dato uno oste ricco, ma oltre a modo fastidioso e villano e, perché vi stemmo quattro giorni, venne tanto in odio a’ nostri servitori, che volentieri li arebbono fatto ogni male.

Lui non restava mai di gridare, sempre rimbrottando chi alcuna cosa li domandava. Faceva mercantia di vino e n’aveva sempre nella volta gran quantità, onde uno de’ nostri, più astuto che li altri, chiamato Gianni, pensando di vendicarsi di questo vecchio, una mattina a buona ora andò in corte e, cantando come era solito con certi cantori dello Imperatore, venuta l’ora di far colazione come assaggiò il vino, disse che non valeva. E, rispondendo il mastro di casa che in quella terra non era il migliore, Gianni soggiunse che, se lui facessi cercare nella osteria dove era alloggiato il suo padrone, lo troverebbe buono e di più sorte. E però il mastro di casa fatta insegnare la stanza a’ suoi servitori e così e’ cantori non restorono in quello tempo vi stettono di mandare per esso. Il vecchio lo dava malvolentieri, ma non poteva negarlo; se non che, quando n’ebbe consumato circa cinquanta barili, cominciò a dire [65v] che il resto serbava per noi. Il che come Gianni intese, a tutti quelli che venivono per esso, diceva che del vino n’era assai, e che a noi non aveva voluto dare, e che ci bisognava mandare per esso fuori. E però quelli di corte a gara mandavono per esso; et il vecchio non voleva che l’attignessi altri che lui.

Onde Gianni, per fornirlo meglio, una mattina per la scala molte noce gittò e subito fece venire uno de’ credenzieri dello Imperatore a domandare il vino per la persona di detto Imperatore. Onde l’oste, correndo giù per la scala, trovando le noce, cominciò al terzo scaglione a sdrucciolare e si condusse insino a basso. Era vecchio, aveva l’orciuolo in mano, in modo che si percosse tutto e si roppe una gamba: e così fu gastigato della sua avarizia e perversa natura.

Partendo di quivi lo Imperatore, noi lo seguimmo in un castelletto chiamato Mindelen e la sera alloggiammo in casa uno sarto. La casa era grande e più bella che non pareva ricercassi la condizione sua; e noi fummo ammirati che, sendo stati delli ultimi di corte a comparire, trovassimo sì buono alloggiamento vacuo.

Né prima fummo smontati, che il patrone della casa ci si fece incontro e ci disse: “Uomini da bene, io vi ricevo molto volentieri e di quello potrò vi farò onore e carezze. Doggomi bene che arete una incommodità grande circa il dormire, perché in questa casa è uno spirito che non resta mai in tutta la notte di fare romore: e però ci sto drento io che sono [66r] povero compagno, e di sì buona casa pago un niente”.

Il Venafro, stimando che lui dicessi queste parole per metterci timore, acciò non stessimo quivi, li disse: “Buono uomo, pensa che da noi se’ per trarre, perché ti satisferemo di tutto quello torremo del tuo, e largamente, sì che non bisogna ci metta paura perché ci partiamo, perché oramai non possiamo ire altrove”.

Il sarto monstrò accettarci lietamente, ma replicò che lo spirito era verissimo e lo affermò con tanti giuramenti, che gli cominciammo a credere. Ma, non potendo partirci, pensammo vedere la notte questa festa e, sendo dieci in compagnia, ci riducemmo tutti la notte a stare nella stufa e quivi facemmo portare e’ letti. Aveva seco messer Antonio uno che di sopra nominai Salimbene il quale, sendo soldato, volle fare la notte il bravo e promisse di volere vedere che spirito fussi questo. Cenammo molto bene poi serrammo molto bene l’uscio della stufa e ci mettemmo a dormire. Salimbene tenne appresso di sé un torchio et un lume coperto, da poterlo accendere.

Era già circa a mezzanotte, quando sentimmo aprire per forza l’uscio della stufa; et al romore tutti ci destammo e, stando in orecchi, sentimmo per essa strascinare a modo di catene che facevono romore grandissimo. Salimbene, subito, salta fuori del letto et accende il torchio e niente vedeva. Pure il romore del continuo cresceva e però lui si dispose seguitare [66v] questo romore e chiamò Ulivieri, mio servitore, che ancor lui si faceva di buone gambe, e lo menò seco. Et andavano a punto dove udivono il romore, il quale durò nella stufa più d’una ora continuo, poi se n’uscì; e Salimbene et Ulivieri drieto, e quasi per tutta la casa s’aggirorono seguendo queste catene. Quando fu presso a dì, il romore se n’andò verso le scale e scese da basso nella volta. Et allora loro referirono avere visto uno uomo grande, tutto vestito a nero lungo, che gli faceva tremare, con una barba lunga folta e nera, che copriva la qualità del viso; et a un tratto in un canto della volta essere sparito, e prima aver detto certe parole in tedesco, le quali loro, per non sapere la lingua, non avevono intese.

Tornorono di sopra tutti tremando e stettono più che mezza ora avanti potessino parlare; pure, ritornati in loro, dissono quanto avevono visto. Et il sarto si fece condurre in quel luogo e, cominciando a cavare, trovò ossa quasi consumate et appresso uno calderotto di rame, pieno di fiorini di Reno che erano più che quattromila. Andò alla chiesa pe’ preti e fece portare l’ossa nel cimiterio; e li udimmo dire poi, più d’un mese che vi passammo altra volta, che non aveva sentito più romore alcuno. Se danari li tolse per sé o li dette al patrone della casa, non so; ma a’ nostri fece buona mancia, che la meritavano.

E noi, seguendo lo Imperatore che era ridotto in Meming, in quel luogo [67r] il dì medesimo che lui giugnemmo, dove stemmo fermi quasi un mese. E perché io avevo poca faccenda, attendevo a passare il tempo con andare a torno fuori delle mura, che era dilettevole gita perché la terra è posta in piano et ha dua ordini di fossi, pieni d’acqua di pesci; e tra l’uno e l’altro fosso perché non vi possono ire e’ cavalli, è bello andare a piè.

Et avendo preso pratica con uno della terra chiamato Guglielmo, ogni giorno con lui andavo una volta a torno alla terra. E, se bene non intendeva italiano, intendeva un poco di latino e tanto che di tutto quello domandavo ero da lui satisfatto. E lo domandai un giorno come si governavono.

Lui mi rispose che quella terra dava l’anno allo Imperatore fiorini trecento di Reno e, quando veniva quivi, li ordinavono l’abitazione e li donavono, quando giugneva, tanto che poteva valere fiorini venticinque in pesci e vino; dipoi lui non s’impacciava in niente nelle faccende loro. Creavono uno borgomastro per uno anno, e dodici consiglieri e questi iudicavono de’ casi criminali e civili come pareva loro, et alle sentenzie d’essi non si poteva appellare. Et avanti finissino il magistrato, eleggevono da loro medesimi un nuovo borgomastro e dodici consiglieri. E così si faceva successivamente, né ragunavono popolo né consiglio altrimenti.

Avevono le loro entrate delle gabelle e del sale, delle quali pagavano [67v] il diritto all’Imperatore; poi tenevono guardie per potere castigare e’ tristi, a fine che per il paese loro si potessi ire sicuro. Spendevano in rassettare ponti e vie; comperavono munizione e di vettovaglia e d’altre cose necessarie alla guerra e, se avanzava, cumulavano per potere aiutare le città e principi della lega di Svevia, quando fussino molestati. E mi disse che in quella terra era un vivere queto e pacifico e che ciascuno godeva il suo dolcemente.

Questo Guglielmo aveva preso tanta familiarità meco, che volle andassi una sera a cena con lui: non a convito, ma a cena più che ordinaria. Né mi pare inconveniente, per dare miglior notizia de’ costumi d’Alamagna, scrivere l’ordine della cena.

Era del mese di dicembre et il freddo era grandissimo, e però era la stufa calda. Et a una ora di notte ci mettemmo a tavola, lui, la donna, un portoghese servitore del Legato et io.

La tavola era quadra et in ogni quadro stava uno; et il più degno luogo è quello che è volto verso il muro. Avanti ci mettessimo a tavola, ci lavammo le mani a un cannellino a vite, che era in un vaso di stagno appiccato all’asse della stufa, e sotto aveva un gran bacino d’ottone da ricevere l’acqua.

In tavola la prima cosa fu posto un cerchio d’ottone nel mezzo del quadro, dove s’avevono a mettere e’ piatti, acciò non guastino la tovaglia. In su questo cerchio fu posto un piatto di lattuga da paperi et in su li orli del piatto [68r] quattro uova sode divise pel mezzo. Levato questo, vi fu messo un piatto grande, dove era un bel cappone e certi pezzi di vitella et il brodo con questa carne. E ciascuno aveva avanti una fetta di pane più bruno che quello che mangiava et in su detta fetta tagliava la carne che levava del piatto et, a ogni vivanda, da’ servitori era mutato fetta. Dopo, venne un piatto piano, dove era pesce, e certi scodellini d’aceto; appresso un piatto di vitella arrosto; poi un grasso cappone, pure rostito; poi un piatto d’orzata con brodo di pollo; dopo, pere non buone e cacio tristo; vino bianco e vermiglio, di più sorte e buono, in bicchieri d’argento; et acqua con dificultà a chi la domandava. La donna non dimestica come in Francia né selvatica come in Italia.

Cenammo molto bene, parlammo di più cose e poi ciascuno se n’andò allo alloggiamento.

Io stavo all’Osteria del Sole in piazza, con uno oste ricco e buon compagno, il quale aveva la donna giovane. Alloggiava in questa medesima osteria uno spagnuolo, detto Castro, che era a presso lo Imperatore, per avere danari per capo di fanterie.

Era uomo piccolo e sparuto e superbo e vano, e gli pareva che ogni femmina si dovessi innamorare di lui. E sendoli piaciuta l’ostessa, che era piacevole come da quello essercizio e scherzava e motteggiava qualche volta seco, prese tanto animo che, apostata una sera la camera sua [68v] e sappiendo che il marito era ito a cena fuori, se n’andò a quella camera. E stimando esser da lei raccolto amorevolmente, entrato drento, subito gli gittò le braccia al collo.

Ella, spaventata, cominciò a gridare. L’osteria era piena: corsono là assai garzoni e, tra li altri, il fratello dell’oste il quale, inteso il caso, gli menò d’una spada in sul capo e ferillo a morte: e tal fine ebbe la matta presunzione dello ispagnuolo.

Né voglio omettere di narrare una giarda, o per meglio dire un furto, che fu fatto in quel tempo a uno italiano, sottilmente.

Era alla corte un certo milanese, chiamato Franceschino, che diceva che negoziava per il signore di Pesero, tristo il possibile, dispettoso e baro, et avea fatto in modo, con suoi giuochi e barerie, che avea ragunato fiorini milleduecento; e li aveva messi insieme in un legato di canovaccio e gli teneva nella stanza dove stava in una sua bolgetta. E perché era vano e leggieri, come si trovava con altri italiani, parlava di questi suoi danari et, essendo stato scoperto baro, non era alcuno che volessi più giucare seco.

Era allora in Meming un veniziano, detto Polo, el quale era stato servitore di messer Vincenzio Quirino oratore veniziano et, innamorandosi d’una tedesca, era rimasto quivi. Et essendo povero et avendo più volte udito dire a Franceschino che aveva questi danari e [69r] che si voleva partire perché li consumava non trovando più con chi giucare, cominciò a stare spesso intorno a detto Franceschino e trarseli di testa, lodarlo, accompagnarlo e, perché il servitore suo s’era partito, a servirlo, tanto che, a poco a poco, Franceschino gli pose amore e si fidava di lui in ogni cosa. Et ancora che non li dicessi dove teneva e’ suoi danari, usando spesso la camera, e con Franceschino e solo, s’avidde che non potevano essere altrove che nella bolgetta. E, presa una volta la commodità, trasse il legato della bolgetta e, scioltolo, prese e’ fiorini, et in cambio di quelli, nel medesimo legato, messe quarteruoli. E, per fare che il legato pesassi come prima, vi aggiunse tanto piombo che a punto faceva il peso de’ fiorini e, rassettato il legato, lo rimesse nella bolgetta.

Ma, ancora che avessi tolti e’ danari, non sapeva come fare a partirsi e dubitava, partendosi, che Franceschino non se n’accorgessi e li mandassi drieto. Et, avendo a ire molte giornate per Alamagna e sendo veniziano, contro li quali lo Imperatore aveva dichiarato la guerra, temeva. E però pensò un modo che Franceschino lo mandassi fuori per tre o quattro giorni, ne’ quali piglierebbe tanto campo che non potrebbe poi essere raggiunto. E, trovatolo una volta in pensiero e fantasia, li disse:

“Patrone mio, io conosco che tu stai maninconico perché pel passato hai giucato e vinto et al presente, non trovando più chi giuochi teco, spendi e consumi. Ma io crederrei darti un modo col quale non solo vinceresti quanto hai di bisogno [69v] per spendere, ma ancora congregheresti grossa somma di danari.

Tu sai che messer Vincenzio, mio padrone, stette questo anno in Augusta dua mesi senza faccenda alcuna et io, in quel tempo, quasi libero non attendevo a altro che a giucare. Et avevo trovato uno che pareva il migliore uomo del mondo che faceva carte alla romanesca, le quali io tutte conoscevo di fuori; et a ogni giuoco di carte guadagnai assai, e guadagnavo più se non fussi stato una volta scoperto. Ma qui non se ne sa nulla, e però io pensavo, quando ti paressi, d’andare insino in Augusta, per venti o trenta paia di simil carte. E bisogna che io vadi e non mandi, perché colui che le fa teme tanto, che non le darebbe a altri che a me. E, quando sarò tornato con esse, tu mi potrai far forte di danari, et io giucherò per te, che a me ogni piccola parte basterà. E seguiteremo la corte, vivendo grassamente alle spese d’altri, et avanzeremo ancor tanto da potere sguazzare in Italia”.

A Franceschino, che era un fine tristo, non potette più piacere il partito e, perché potessi andare più presto, volle che menassi un suo buon cavallo. E così Polo, con il legato de’ fiorini, la mattina sequente a cavallo si partì e, come fu fuori della terra, prese il cammino verso Italia.

Da Meming a Augusta sono dua giornate e però Franceschino, insino in cinque dì, non stette ammirato perché pensava che dua ne mettessi a andare, dua a tornare et uno a star là. Ma come passò il sesto, cominciò a stare in fantasia e, per passarla, si pose [70r] a giucare con uno che ne intendeva più di lui. Et avendo perduto quanti danari si trovava acanto, mandò alla stanza sua per la bolgetta e, come fu venuta, ne trasse il legato e con uno coltello l’aperse e subito s’avidde che, in cambio de’ fiorini di Reno, v’erano suti messi quarteruoli: e tardi conobbe che Polo l’aveva ingannato e, disperato, a piè si misse a volerlo cercare. Et intesi che, per la fatica e dolore, presto s’ammalò et in pochi giorni a una osterietta si morì.

Era già più che mezzo dicembre, quando allo Imperatore parve di partire da Meming per ire verso Italia perché e’ principi e città cominciavono a mandare le gente a piè et a cavallo, convenute nella Dieta di Constanzia. Et a noi fu ordinato seguitassimo il Legato che andava in Augusta per vedere quella città, che in vero merita d’esser veduta volentieri. E però il Venafro et io ci partimmo un giorno dopo mangiare da Meming e, cavalcando per luoghi piani et acquosi, la sera arrivammo a un borgo detto Underberg e ci posammo a una osteria assai buona.

Quivi era la sera alloggiato Sigismondo tedesco, secretario del Legato, giovane d’anni ventidua e pulito e bello. L’oste aveva intra l’altre brigate una figlia, chiamata Margherita, d’anni diciotto, et ella ancora, secondo il costume della Magna, attendeva a servire e’ forestieri. E nel servire e motteggiare gli piacque questo Sigismondo e pensò la notte, a ogni modo, dormire con lui. Et, ordinatoli una buona camera, quando tutti gli altri [70v] furono a dormire, fingendo rimanere nella stufa per rassettarla, n’andò alla camera di Sigismondo e si voleva spogliare per entrare nel letto. Di che lui accortosi, perché aveva il lume, gnene proibì, o che lo facessi per continenzia o per dubbio di non l’avere a pigliare per moglie, se fussi suto trovato, o, forse, per essere assueto qualche anno a Roma non li andassino le donne a gusto.

Basta, che lei non li poté mai persuadere, né con parole né con atti, che lui si contentassi che ella dormissi seco. Ma perseverando lei e con prieghi e lacrime, lui minacciò di fare romore; onde ella, avendo convertito l’amore in odio, deliberò vendicarsene. E la mattina quando fece colazione, o nel vino o nelle vivande che lui mangiò, messe veneno; e perché si partì per tempo mangiò solo et altri non portò pericolo. Come ebbe mangiato si partì; e noi dopo lui circa dua ore facemmo il medesimo.

E non fummo cavalcati dua miglia delle nostre, che trovammo il meschino secretario stramazzato nel mezzo della strada e, per il dolore grande, non restava d’esclamare; et aveva un servitore a presso. Noi ci fermammo e lo domandammo che male avessi e donde potessi procedere. Lui narrò quello li era intervenuto la notte, e pensava che la Margherita li avessi dato veneno. Il Venafro, che non era molto sano, faceva sempre portare seco utriaca et altre medicine, e fece [71r] trovare detta triaca e ne dette gran quantità a Sigismondo, in modo che in capo d’una ora cominciò a star meglio. E lo conducemmo a una osteria vicina e si conobbe che il veneno era suto debole et in poca quantità. Pure ne stette debole et intronato più che un mese, e portò la pena di non aver voluto ricevere nel letto quella che volentieri vi si posava.

Per tale impedimento non ci potemmo condurre la sera in Augusta, come era nostro disegno, ma stemmo lontano un miglio, in uno villaggio detto Trii, in osteria tanto trista quanto altra ne trovassi in Alamagna. E la causa ci fu detta da un contadino vecchio, il quale la sera in tal modo ci parlò:

“Io conosco che siete male alloggiati, ma non voglio ne pigliate ammirazione. Questa soleva essere una delle belle ville di questo paese e, tra l’altre cose, c’era una chiesa bella e ricca che aveva d’entrata più che fiorini seicento di Reno. Occorse che, morendo un prete vecchio che aveva governato questo beneficio anni quaranta molto bene, il vescovo, contro a nostra volontà, elesse per piovano un suo figliuolo molto giovane, et era dissoluto e disonesto, sanza lettere, sanza costumi, sanza cerimonie. E bisognò stessimo pazienti. Prese la possessione e subito cominciò a mettere in essecuzione e’ suoi vizi: non diceva ancora messa, né ci teneva chi la dicessi, vespri o altri divini ufici non mai; confessione, se l’udiva, le ridiceva; rubava tutti noi popolani; voleva manomettere le donne e, se parenti non volevono, a chi dava et a chi prometteva.

Noi più volte ci querelammo di lui al vescovo, ma niente giovava, [71v] in modo che venimmo in tanta desperazione che, popularmente, pigliammo l’arme e l’andammo a trovare. Lui, sentendo il furore, si rinchiuse in chiesa con quattro servitori, ma niente li giovò che mettemmo il fuoco nella porta et, entrati drento, il tristo prete miseramente uccidemmo; e la chiesa in gran parte per il fuoco si guastò.

II vescovo, inteso il caso, procedé contro a noi come sacrilego profanatori de’ sacri templi et interfettori de’ sacerdoti; e, sendo signore di questa villa in temporale e spirituale, ci venne con armata mano. Il che noi intendendo né pensando potere resistere, tutti ci fuggimmo e ne portammo quello potemmo; onde lui, giunto qua, né ci trovando uomini, rivolse l’ira sua verso le case, le quali tutte arse e li uomini messe in bando. Pure, venendoci poi lo Imperatore, per intercessione di monsignor Gurgense, ottennemmo dal vescovo perdono. E ci siamo ridotti qui e, trovando le case arse, bisogna le rassettiamo e chi ci alloggia patisca come noi”.

Stemmo la notte come potemmo e la mattina, a buona ora partiti, presto giugnemmo in Augusta, la quale è grande e bella città, posta in piano, con fossi grandi murati da ogni parte, grosse mura, pulite case et ordinate strade. La città è governata da buone legge e si vive a republica et allo Imperatore non dà più che fiorini mille l’anno.

Quivi alloggiammo in buona stanza e vi stemmo sei giorni e, per onorare il Legato nelle feste di Natale, qualche cittadino fece conviti e monsignor Gurgense fece recitare uno atto scenico in tedesco il quale, avendomi [72r] fatto tradurre in lingua italica, non mi pare inconveniente scriverlo a punto. E credo darà più diletto a’ lettori, che non dette a noi che fummo auditori quando fu recitato.

ARGUMENTO

Constanzia da Casale di Monferrato è amata da Pietro da Nocera, da Ferrando spagnuolo e da Ulrico tedesco. Lei in fatto altri non ama che Pietro, ma con li altri finge per trarne. La madre ha in odio Pietro e vorrebbe che lei contentassi Ferrando. Ingannono quando uno e quando l’altro di questi amanti, et in ultimo si truova che Pietro è nipote di Ferrando, onde, d’accordo lui et ancora Ulrico, cedono la Constanzia a Pietro.

PROLOGO

Sono assai lodati dalli uomini litterati questi dua poeti comici Plauto e Terenzio, né io voglio essere tanto presuntuoso che nel conspetto vostro li danni. Pure non si può negare che non mancassino d’invenzione, perché, avendo a comporre favole nelle quale si può dire tutto quello che si pensa o s’imagina, sempre hanno voluto tradurre di greco, né di loro fantasia hanno composto cosa alcuna. Io liberamente confesso il vero e dico che questo atto è nuovo, stato recitato così in lingua tedesca e dipoi tradutto in italica. Né so per che causa le cose nuove non debbino piacere: et è stultizia di molti che con ammirazione considerano le cose antiche e le nuove disprezzano. Se tra voi spettatori è alcuno che la intenda in questo modo, partisi e lasci il luogo a quelli che delle cose moderne si dilettono. Li altri stieno con silenzio e, [72v] se lo atto piace, nel fine ne faccino segno.

Questa città, che vedete sì grande, è Roma perché quivi intervenne il caso. Una altra volta sarà una altra città.

PAULINA, CONSTANZIA.

Paulina: Noi andremo insino a San Pietro; tu resterai in casa. Et apri al cuoco che manderà Ferrando, e vedi che le vivande vadino per ordine e che li capponi sien lessi et il cavretto arrosto, e soprattutto non sia arso; e per entrare di tavola, uno guazetto di curatelle et animelle, poi, in ultimo, buono cacio e pere. E dì a Alonso che truovi buono vino corso, ché in questo tempo non è da bere altro.

Constanzia: Matre mia, poi che Ferrando provede la cena, vorrà dormire meco et io ho promesso questa notte a Pietro, e non li voglio mancare.

Paulina: Avendo la mala sorte condotto te e me a vivere in tanta meschinità, a noi bisogna fare l’arte in modo che se ne tragga frutto, e se seguirai e’ consigli miei saranno di qualità che ci riuscirà questo effetto. Pietro è giovane e povero, Ferrando è ricco ma è spagnuolo e, mentre che lui regge a spendere, a mandarci roba a casa, darti veste e danari, è da fare ogni demonstrazione di volerlo contentare acciò non si sdegni. Pietro è in modo legato che non ti può fuggire e da lui puoi trar poco e quel poco non ti può mancare.

Constanzia: E mi pare strano romperli la fede. Ma che escusazione troverrò io con lui ?

Paulina: Ti mancheranno forse scuse che ti senta male, ch’el cognato [73r] sia venuto da Corneto, che potrà venire domandasera? Che dico io? Secento scuse arai, se tu vorrai!

Constanzia: Malvolentieri t’acconsento! Ma dimmi: tu vuoi che io mandi Pietro a domandasera; non sa’ tu che tu et io promettemmo a Ulrico d’ire a cena con lui con animo che io vi restassi a dormire? Che dire ma’ a lui? Mandianli a dire oggi che non possiamo andare.

Paulina: Questo non piace già a me, che non voglio in modo alcuno perdere quella cena. Lascia pur trovare il modo a me come tu ti possa partire. Ulrico è di buona pasta e non s’accorge delle nostre bugie. Et a lui bisogna dare buone parole e fare il fatto suo. Ha donna, ha figliuoli e non è per stare qua molto; e da esso non si può sperare cosa che abbi a durare.

Constanzia: In verità che Ulrico mi è stato buono amico, né gli ho chiesto cosa non abbi avuta! Pure farò a modo tuo. Seguitiamo la nostra via insino alla chiesa, acciò torniamo più presto in casa a preparare la cena, ché mi pare vi sia ordine di rallegrarsi perché io, a dirti il vero, come so avere ben da cena, tutto dì sto lieta e contenta, ma, quando non è bene provista, di niente mi rallegro.

AGNESE Serva, ALONSO famiglio, TOSO cuoco.

Agnese: Tu se’ venuto a una bella ora! Che avevo pensato, avanti che le patrone tornassino, ci dessimo un poco di piacere insieme, ma è sì tardi ch’el tempo nol patisce.

Di’ [73v] a Ferrando che qui non è comparso vino e che madonna vuole del corso, e così non ci sono legne né frutte d’alcuna sorte.

Alonso: Anima mia, a me per al presente basta baciarti! Questa notte poi dormiremo insieme a dispetto de’ padroni! El vino corso sarà qui adesso; legna non crederrei già trovare di presente, ma torremo de’ pali delle vite che sono nell’orto; frutte non sono di questo tempo se non mele, e di queste avete in casa voi, e massime la patrona vecchia! E la giovane ancora non dà delle sua malvolentieri.

Agnese: Deh, lasciamo andare il motteggiare! Provedi che il vino ci sia presto. Et io voglio andare insino in cucina a vedere come questo cuoco s’adatta, che mi pare, a vederlo, un cuoco ordinario da frati. Vedi che m’è riuscito, che ha già messo a fuoco lo arrosto e non sa che quello vuole esser cotto presto e con gran fuoco. Chi t’ha insegnato?

Toso: Se io avessi imparato non farei il cuoco.

Agnese: Oh, non hai tu imparato a cuocere?

Toso: Tu hai imparato meglio di me che, non che altro, sai cuocere te medesima. E mi pari più cotta che non sarà alla cena questo capretto!

Agnese: Tu mi di’ villania e non sai che io sono sopra tutta la casa.

Toso: Se fussi sopra alla casa saresti in sul tetto, e tu se’ in cucina. Attendi alle faccende tue e lascia fare l’arte mia a me.

Agnese: Tu se’ il grande scimunito! Io [74r] voglio dire che governo tutta la casa, ma, per la croce santa, che io dirò ogni cosa a Ferrando et a madonna e più non parlerò teco, che mi pari una bestia.

PIETRO, LANCILLOTTO servo.

Pietro: Che di’ tu? Che t’ha detto Constanzia?

Lancillotto: Quante volte vuoi te lo dica? Che facci la scusa sua, che non può dormire teco questa sera perché li duole il capo, ma che domandasera sarà al piacer tuo.

Pietro: E questo t’ha detto?

Lancillotto: Questo m’ha detto.

Pietro: Deh, dimmi, per tua fe’, pareva a te che si sentissi male?

Lancillotto: A me pareva sanissima.

Pietro: Eraci presente la matre quando li parlasti?

Lancillotto: Eraci, e del continuo gli sussurrava negli orecchi.

Pietro: Più volte t’ho detto che questa sua matre è donna che non è sì gran male non meritassi. La Constanzia è più tosto troppo libera che mala, ma quella non pensa a altro se non come possa trarre danari di mano a questo e quello, e non è sì vile uomo al quale non sottomettessi la figlia se ne credessi trarre. Non ha discrezione alcuna e consumerebbe il mondo! E credo che abbi straziato, in quattro anni che io la conosco, de’ ducati più che cinquemila, che è gran cosa a una femmina, et ha condotta la povera figlia sanza onore e sanza roba. Perdio, che di Constanzia m’incresce! ma è tanta la malvagità di questa sua matre che ho deliberato non avere più pratica seco.

Lancillotto: Patrone mio, da una parte se facessi questo ti loderei, dall’altra [74v] no, perché io non ho conosciuto mai la più bella né la più dolce cosa che la Constanzia. E se la matre la fa errare che colpa è la sua? Da oggi a domani è poco, e credo che tu ti sia accorto già un pezzo che tu hai de’ rivali e più di quattro. Piglia da lei quello che tu puoi avere, che hai tanto speso, secondo ho sentito, in essa, che ora ne puoi trarre qualche piacere alle spese d’altri. Perché in fatto lei è innamorata di te, ma la matre non la lascia fare quello che ella vorrebbe.

Pietro: Io non credo che in tutta Roma né in tutta Italia si potessi trovare la più scelerata donna che è Paulina e molto bene conosco mi vuole male, come quella che è ingrata. Et ora che non posso più spendere, non si ricorda di quello ho speso e de’ benefici li ho fatti, che sono tanti e molti più che tu non sai e non pensi. Ma, poi che sono prolungato a domandasera, voglio sopportare con pazienzia, ma non sarò con loro più quel Pietro che solevo, che me la piglierò per uno ordinario. Andiamocene in casa.

IV

SORBILLO parasito, solo.

Non credo che sia uomo sotto il sole più infortunato di me, che mi sono condotto in Roma pensando con l’arte mia contentare più il ventre che in altro luogo, et il contrario mi riesce.

Ebbi in principio tanto favore che una volta fui condotto a cena col papa. Ma che mi giovò? Erono intorno alla tavola trecento; chi mi guardava, chi mi [75r] bestemmiava; quello non mi dava bere in modo che era di state et in tutta la cena non potetti bere che una volta. Ho provato dipoi più volte a volere tornare dal papa e mai ho possuto. Tutte le porte ho trovate chiuse! Di quelli camerieri nessuno conosce Sorbillo e, se lo conoscano, fingano nol conoscere.

Con questi signori cardinali mai ho trovato modo di potere mangiare; con altri prelati e cortigiani il medesimo. Pure a questi giorni, trovai in Santo Pietro un tedesco et, entrando con lui in parlare, cominciai a lodare l’Alamagna; e volendosi partire, m’invitò a desinare. Non aspettai il secondo invito e fui tenuto, sendo di quaresima, molto bene. E gli piacque tanto la mia conversazione, perché in vero ho mille detti salsi e belli, che nel partire mi disse che voleva che tutta questa quaresima cenassi seco e che, per non dare malo essemplo alli suoi, ci ridurremmo in secreto e che potremmo insieme far buona cera.

Satisfecemi assai il suo parlare e stimai, per un tratto, avere trovato la ventura mia. E come s’appressava a notte, n’andavo là, et il pasto andava per ordine, e cominciavo a esser noto a tutti e’ servitori di casa. Iersera mi riducevo in là, secondo il consueto. Voglio entrare in camera; uno mi si para davanti e dice: “Non entrare, Sorbillo, che Ulrico ha questa sera occupazione”.

Malcontento, risposi se avevo a cenare: dissemi di no. Puoi pensare se mi partì’ dolente! E ritrassi da un altro servitore [75v] che la sera cenava seco una femmina, chiamata la Constanzia, e la matre, e che aveva inteso che, insino a Pasqua, vi verrebbono quasi ogni sera, in modo che io sono tanto avilito che non so che partito mi pigliare.

Il ventre è male avezzo et a cibi ordinari non sta contento. Voglio cercare in banchi se truovo qualche borioso e smemorato che si diletti delle mie buffonerie e, se non lo truovo, bisognerà mi getti in Tevere.

Ma mi parve vedere venire di qua Ulrico, tutto penseroso, e Gaspar suo servo. Metterommi qui da parte per vedere se potessi udire qualcosa a mio proposito.

ULRICO, GASPARRE servo, SORBILLO par.

Ulrico: Più volte t’ho detto che io voglio in ogni modo rompere con queste meretrice ribalde. E se mai fui in tal fantasia, ora vi sono, ché sono stato tanto iniurato da loro che non è possibile ne facci pace.

Gasparre: Che cosa è nata di nuovo tra voi? Ieri sera cenavi insieme sì allegramente et ora molto presto ti veggo mutato.

Ulrico: Io ti voglio contare per ordine la trama acciò mi possa consentire abbi ragione. Come tu intendesti, la sera passata per loro medesime si profersono di volere cenare meco, né io le potetti ricusare. E, come furono giunte in camera, Constanzia si messe a sedere in sul letto dicendo: Ceniamo presto, che ho gran sonno e, subito dopo cena, voglio mettermi a dormire qui”. Puoi pensare se tale parole mi piacquono! [76r]

Gasparre: Non solo lo penso, ma lo so di certo.

Ulrico: Cenammo di buona voglia e stati un poco a motteggiare, io chiamo Secondo, tuo compagno, che accompagni Paulina a casa. E, come è venuto, ella gli dice che chiami Guglielmo, suo servitore, perché li facci compagnia.

Gasparre: Oh, Secondo non bastava?

Ulrico: Ben sai che sì. Ma sta’ a udire. Come Guglielmo fu giunto, Paulina, come era composta con lui, li domandò se nessuno fussi stato a casa. “Come!” rispose Guglielmo, “e c’è stato il marito di tua figlia!”. Subito Constanzia e lei, impalidite e tremante, si rizzorono e Paulina disse: “Noi siamo ruinate! È lui ancora in casa?”. Guglielmo rispose di sì e che aveva mangiato un poco e ch’el cavallo era nella stalla. Infine, per non multiplicare in parole, loro si partirono dicendo che Constanzia tornerebbe questa sera. A me venne tanto sdegno, non che si partissi, che non sono sì grosso che pensi tenerla a mia posta, ma che usassino simili arte e non dicessino liberamente volersi partire e mi stimassino di sì poco ingegno, che credessino darmi a intendere simili favole: che ho disposto che loro attendino a fare e’ fatti loro et io e’ miei. E da ora ti dica che in casa loro, per mio conto, non metta più piede né mi porti loro novelle. E ricordati te l’ho detto!

Gasparre: Patrone, se tu non l’hai per male ti risponderò liberamente quello intendo.

Sorbillo: (Vogliomi accostare un poco per udir meglio, ché, forse, li dirò qualcosa li gioverà).

Ulrico: Di’ quello ti piace.

Gasparre: Spesso interviene che li uomini, quando ordinariamente non hanno d’avere passione, se la pigliono per qualche causa che non [76v] doverebbono. Tu, mentre se’ qui, hai poco a che pensare e niente hai che ti dia molestia; nondimeno se’ caduto in questa infermità d’essere innamorato. E t’ho veduto con tanta passione che qualche volta di te m’è incresciuto. Pure, alla fine, se’ venuto al desiderio tuo et hai avuto la Constanzia tre volte e quattro e sette et otto, e non se’ di tanta auttorità né di tanta ricchezza né di tale età, che tu la possa tenere a posta tua. Lei spende e però ha bisogno di guadagnare, te li pare aver legato, come è in fatto, e che tu non li possa fuggire. Se un altro tordo dette iersera nella rete, che non era per darvi ogni sera et ella il volse pigliare, debbi tu avere di questo maraviglia? E trovò quelle scuse che stimò t’avessino a esser capace. Parti, però, essere stato tanto iniuriato che per questo voglia rompere ogni pratica, la quale domani vorresti poi rappiccare?

Ulrico: Non voglio credere a tue parole e voglio sia tagliata ogni pratica.

Gasparre: Di questa faccenda non ho se non fastidio ma, se ti governerai col mio consiglio, andrai così seguitando tanto che l’amore per se stesso si raffreddi, ché tagliarlo a un tratto sarà impossibile.

Ulrico: L’animo è fermo. Pure, se tu vi vai, vedi quello che lei dice.

Gasparre:. Ora mi comandi che io non vi vadi, ora vuoi che io intenda quello ch’ella dice.

Ulrico: Dico che non vi vadi per mio conto! Ma se v’andassi da te…

Gasparre: Tu mel comanderai dieci volte, avanti vi vadi una.

Ulrico: Io nol te comanderò.

Gasparre: Né io v’andrò! Ma non voglia parliamo più di questo al presente perché veggo il parasito tuo che sta qua a origliare. Ben debbe [77r] avere poco dormito questa notte, perché iersera non cenò. È pur meglio dare il suo a una bella femmina come è Constanzia, che a un parasito briccone et adulatore che mai fa o dice altro che male.

Sorbillo: Io ti odo bene. E se Ulrico fussi prudente ti manderebbe a casa del diavolo.

Gasparre: Se fussi prudente, non vorrebbe mai li stessi a presso a un miglio, e ti fuggirebbe più che la peste!

Sorbillo: Te dovrebbe fuggire che sempre lo conforti et indirizzi al male! Non ho io al presente udito quello li dicevi, quando lui affermava volere lassare in tutto la Constanzia? Ma io non voglio più parlare teco e parlerò a Ulrico el quale da tutta Roma è amato et è tenuto un vero gentiluomo, ma, se seguita in questo amore, perderà l’onore e la fama e la roba.

Gasparre: Parla a chi tu vuoi, pure che io ti oda! Et a quello che non vorrà rispondere il padrone, risponderò io.

Ulrico: Hai tu udito, Sorbillo mio, quello ho parlato con questo mio servo?

Sorbillo: Ben sai che ho udito e mi pare che abbi parlato col sale.

Ulrico: Non iudichi tu che io abbi ragione a non volere più pensare alla Constanzia?

Sorbillo: Come! Ché, se vi pensassi, non ti terrei più in quel conto che io ti tengo! Ancora io fui già innamorato e so quello sanno fare le meretrice che ti toggono la roba e l’onore, consumanti la vita, et in ultimo, ti fanno perdere l’anima. Fingo alle volte non vedere, ma credi che io mi sono più d’una volta accorto in quanta angustia ti truovi quando [77v] ella ti prepone uno altro, quando non ti guarda con buon viso, quando non vuole rimanere teco sola, quando ti richiede di danari, quando di cose in presto, quando che parli a qualcuno, e non solo lei, ma la matre, il zio, il famiglio, la fante, ogni uomo che tu guardi per suo amore t’ha prigione! Che sarebbe meglio essere in galea che penseresti averne a uscire! Ma questo tormento non sai quando abbi a finire: ora temi che di lei non s’innamori un cardinale, ora un mercante! Che diavolo di vita è la tua, che aresti da trionfare più che uomo di Roma, favorito, amato, roba a sufficienza? E ti mancherebbono forse femmine, che crederrei fartele correre drieto per quattro iuli l’una? Ma questo tuo servo è causa d’ogni male che, come vuoi spiccare l’animo da essa, te lo fa rappiccare con sue novelle.

Ulrico: Conosco che mi di’ il vero, ma è dificile seguire il tuo consiglio.

Gasparre: (Che vero patrone! Che mai, alli giorni suoi, lo disse che bisogna che lui biasimi tanto l’amor delle donne, che non è cosa al mondo di che tanto giovi all’uomo quanto d’avere in braccio la sua innamorata. Oh che felice notte è quella!) Né mi persuado che le femmine faccino perdere l’anima, perché la felicità di quella consiste nel esser beata e, quando l’uomo è colla amata sua, ha l’anima in beatitudine. Né la fama ancora ti toggano, ma te l’accrescono, perché ti fanno trovare nuove arte e nuovi ingegni, e ti fanno acuto [78r] il cervello: e con questi modi si viene in riputazione. Né consumano la vita, ma la mantengono, perché le cose che piacciono, giovano. E se fanno dissipare la roba a che fine si cerca d’averne se non per questo? Che vuoi tu spenderla in dare le spese a un goloso, ribaldo, adulatore, come è qui Sorbillo, o in altre simili brigate, o in tenere una caterva di servi? Non è più gentil cosa spendere in vestire e contentare una bella e galante figlia che, sola a vedertela davanti, ti fa stare tutto allegro e gioioso? Credi a me, patrone mio, che questi filosofi s’avviluppano e non seguitano quello che dicono. A me pare che si tragga un gran piacere d’una formosa e linda femmina! Et abbiamo sì pochi piaceri in questo mondo che, quando possiamo aver questo, lo dobbiamo cercare. O tu consumi quello che hanno avere la moglie e’ figliuoli tuoi? Penso che la natura che li ha creati provedirà ben loro, et, a causa d’essi, non lasciar preterire una ora di consolazione. Io t’ho detto l’animo mio, e se farai bene, manderai via questo parasito. Et io me ne voglio ire a vedere Constanzia! E se tu se’ irato seco a me ne duole e non voglio essere adirato io.

Sorbillo: Se lui non fussi partito sì presto, avevo messo in ordine di risponderli per le rime.

Ulrico: Tra tu e lui m’avete pieno il capo di confusione e l’amore di Costanzia mi tira.

Sorbillo: Deh, lasciamo da canto l’amore et andiamo a desinare.

Ulrico: Sono in tanto travaglio che questa mattina non voglio mangiare.

Sorbillo: (Oh, sventurato Sorbillo!) E questa sera a che ora ceneremo?

Ulrico: Non so. E però non venire se non ti mando a chiamare, ché forse sarò occupato.

Sorbillo: (Ora sono in tutto spacciato e voglio, in nome del diavolo, andare in qualche luogo a impiccarmi!). [78v]

GASPAR, FERRANDO, ALONSO.

Gasparre: (Ho sentito in casa sì gran romore che non voglio salire le scale et Agnesa m’ha accennato che Constanzia non v’è. Ma vedo uscire Ferrando tutto turbato. Fermerommi per udire quello parla con Alonso suo).

Ferrando: Credi tu che io sia bene infortunato? Che maledetto sia il giorno che io viddi questa falsa meretrice nella quale consumo la roba e la fama! Et in ultimo ci ho a perdere la vita!

Alonso: Non t’ho io detto mille volte che faresti bene a pensare a altro e che lei t’inganna?

Ferrando: El caso è potere! Non vedi tu che ora, che non so dove sia ita, che non mi posso fermare, e muoio di dolore? Questo che viene di qua mi pare Gaspar, servo d’Ulrico. Parlerò con lui per intendere se sapessi cosa alcuna di lei che, se pure fussi fuggita a casa Ulrico, arei manco dispiacere.

Gasparre: (Veggo Ferrando tanto turbato nella cera, che non voglio mi conosca e voglio fuggire il più presto che io posso).

Ferrando: Non fuggire, Gaspar!

Gasparre: (Ora mi viene volontà di correre).

Ferrando: Fermati, Gaspar, di grazia, e rispondimi!

Gasparre: (È pur forse meglio gli risponda). Quale uomo mi chiama?

Ferrando: Uno tuo amico mal contento. Vieni in qua.

Gasparre: Oh! Ferrando mio! Io non t’avevo visto, ma sentivo tanto romore in casa di Paulina, che dubitavo vi fussi seguito disordine.

Ferrando: E v’è ben seguito, e grande!

Gasparre: Che cosa è suta?

Ferrando: Constanzia è fuggita.

Gasparre: Fuggita?

Ferrando: Sì, fuggita.

Gasparre: Oh, patrone mio, mala nuova ti porterò! Ma dimmi dove è ita?

Ferrando: Questo non so. Ma ti voglio ben dire il modo.

Gasparre: Deh sì, che te ne priego!

Ferrando: Oggi tutto giorno sono stato a cianciare seco e rimasto d’accordo che mi dia questa notte albergo. Come sono dua ore di nuovo mi manda [79r] a sollecitare. Vengo e, come entro in casa, Paulina mi si fa incontro e mi dice che Constanzia parla con Pietro in sala, ma che me ne vadi alla camera sua e l’aspetti quivi. Parvemi questa proposta strana pure, tirato dall’amore, v’andai e menai meco Alonso; e stetti poco che sentì’ Pietro venire verso la camera. Chiusi la porta perché tra noi non seguissi qualche scandolo. Constanzia venne alla porta e la volle aprire e non potette. E sentì strepito in camera, in modo che, o per paura o per qualche altra causa, fuggì nell’orto e si gittò a terra del muro e si misse a correre verso la casa del tuo patrone quanto poteva. Pietro, credo la seguissi. Et io ho aspettato insino a giorno per vedere se torna e, non sendo tornata, mi parto. Ho ben caro averti trovato per sapere da te se fussi venuta a casa Ulrico.

Gasparre: Mal caso è stato questo et a casa nostra non è venuta, né vi verrebbe perché Ulrico è adirato con lei.

Ferrando: Et io sarò il medesimo e, se saremo d’accordo Ulrico et io, staremo tanto a mettere il piede in questa casa, che ella e la matre ce ne pregheranno.

Alonso: Deh, patrone, lassa andare in che modo t’hai a governare in futuro e pensa come l’hai a ritrovare!

Gasparre: Io so così certo dove ella è, come io so che noi siamo qui. Lei è a casa Pietro né a altro fine s’è fuggita, se non per monstrarli quanto ella l’ami e che, per suo amore, abbandona te. Né va a casa Ulrico che è vicino, ma si mette andare per tutta Roma a mezzanotte.

Ferrando: Oh, come di’ tu il vero, Gaspar! Ma per e’ Vangeli di Iddio, che me non ingannerà [79v] più! Io li ho prestato mule e veste tutto questo carnovale per far maschere, donatoli danari e cose, provisto in casa da mangiare, e che al presente mi preponga Pietro non lo posso sopportare! E tu, se amerai il tuo patrone, lo conforterai a lasciarla in tutto.

Gasparre: Se li vorrò bene, m’ingegnerò conformarmi colla volontà sua, la quale so certo che è di sapere dove ella sia. E però voglio andare a cercarne.

Ferrando: Deh, se la truovi, viemmi a dire qualche cosa.

Gasparre: Non passerà una ora intera che intenderai dove ella sia. Va’ intanto e dormi, ché n’hai bisogno.

GASPAR solo.

Bene è sciocco Ferrando, ancora che sia spagnuolo, se crede quando la truovi gli vadi a dire cosa alcuna. Se la truovo a casa Pietro, la conforterò a starvi e so che il mio padrone arà più caro che stia là che qua, perché Paulina ogni dì pone una taglia a Ulrico e consiglia Constanzia male e vorrebbe metterla sotto a qualunque passa per la strada, pure che li dessi danari, e, per un paio di galline, acconsentirebbe che in sua presenzia la figlia li fussi abbracciata. Ma se starà a casa Pietro, non arà pratica con altri che con Lui e potrebbe essere che, stando lei discosto, l’amore che il mio patrone gli porta diminuissi. Ma io sono un matto perché questo sarebbe a proposito suo e non mio, perché m’adopera a questo. E solevo essere uno de’ più vili servi avessi in casa, ora sono quasi il primo; comando alli altri e sono ubbidito; solevo ire a piè, ora vo a cavallo, vesto bene e mangio meglio et in casa non fo se non quello voglio, perché sempre ho scusa d’essere stato in qualche faccenda per Constanzia: [80r] e però, essaminato tutto, per me fa mantenere questo amore.

Et ora, quanto più presto posso, voglio ire a ricercare di lei per poterne dire novelle a Ulrico che, se stessi dua o tre giorni sanza intenderne nuova, l’amore comincerebbe apassire. E, per non essere tenuto in ponte a parole da qualcuno che m’incontrassi, andrò per Transtevere e passerò Ponte Sisto.

LANCILLOTTO e GASPAR.

Lancillotto: (Quante volte ho io visto, e non sono però vecchio, uno uomo desiderare una cosa et averla e, come l’ha avuta, venirli in fastidio, e pensare levarsela da dosso! Così interviene ora a Pietro, mio patrone, il quale come non è con Constanzia muore et usa ogni arte per essere seco et, al presente che lei s’è fuggita in casa sua, pensa il modo da rimandarla e per questo mi manda a trovare Ulrico).

Gasparre: (Per questa via non scontrerò alcuno e se riscontrassi non li parlerò. Qua sta la sorella di Constanzia: andrò per questa altra via perché non mi chiami).

Lancillotto: (Mentre cammino, vo da me medesimo essaminando quello abbi a dire a Ulrico perché non abbi a male che lei sia venuta più presto a casa nostra, che è lungi, che alla sua che è vicina. Se dico che lei picchiassi e non fussi udita, mentirò e potrei esser riprovato perché da’ suoi servitori, quando picchiò gli fu risposto. Se dico che lei nol volessi destare, la conosce sia ardita et indiscreta che nol crederrà. Non so che dirmi! Veggo un là che va molto ratto e mi pare [80v] Gasparre, servo d’Ulrico, che quasi corre; vorre’li parlare ma non potrò. Pure lo chiamerò: “Guasparre!” Sì, non s’è volto! Chiamerollo più forte : “Guasparre!”.

Gasparre: (Vedi che non si può ire per sì solitaria via che l’uomo non sia impedito! Non mi voglio voltare).

Lancillotto: Gasparre!

Gasparre: (Chi diavolo mi chiama? Oh, è Lancillotto! Voglio tornare a lui). Che vuoi fratello?

Lancillotto: Cercavo di te e con diligenzia.

Gasparre: Et io di te e t’ho a dire cosa d’importanzia.

Lancillotto: Non mi dirai cosa non sappi.

Gasparre: Ben sai che quella puttana s’è fuggita!

Lancillotto: E certo lo so e però ti cercavo! Perché lei è in casa nostra e Pietro vorrebbe che ella ritornassi alla madre, perché stessi quivi con più onestà. E per questo venivo al presente a trovare il tuo patrone.

Gasparre: Con onestà starà una che è stata cinque anni in bordello ? Ma ti so ben dire che non bisogna per questo vadi a trovare il mio patrone, perché lui non ne vuole udir parlare.

Lancillotto: Come faremo dunque a farla ritornare a casa?

Gasparre: Che tu pensi forse che Paulina non la rivoglia? Che se non fussi lei stenterebbe come un cane!

Lancillotto: Penso che ella fingerà non la volere e vorrà fare un poco l’adirato.

Gasparre: E quando questo fussi, ve la rimetteremo per forza, avanti che gli togga ciò che ha in camera.

Lancillotto: Non farà però gran prechi. Ma dimmi: quando vogliamo noi rimettervela?

Gasparre: Come si fa notte.

Lancillotto: Vieni adunque meco a casa e rimarremo d’accordo del rimenarla e la conforterai a tornare [81r] per parte d’Ulrico, perché lei sta dura e non vuole tornare da Paulina.

Gasparre: Andiamo! E son certo che come li parlo farà ogni cosa.

CONSTANZIA, LANCILLOTTO, GASPAR.

Constanzia: Come una femmina nasce, si vorrebbe batterli il capo nel muro, e massime quando è figlia a matre inonesta, perché cerca sempre che lei diventi simile a sé. E non è al mondo la più meschina cosa che una femmina meretrice la quale perde l’animo, sta sempre del corpo inferma perché mangia e bee troppo, veglia assai, usa lisci et altre acque nocive, al mondo è vituperata, e’ parenti la minacciono e nessuno ne tien conto; roba non può congregare perché di raro si truova un solo che possa e voglia farla ricca e, se ha pratica con più, faccendo piacere a questo dispiace a quello, e sta in continua ansietà. Et io lo pruovo, che mi è testimone Iddio che mia madre, contro a mia voglia, m’ha condotto come sono e mi truovo inferma, povera e meretrice. Che maledetto sia il giorno che io nacqui ! Pietro cominciò aver pratica meco da putta: posegli amore. Ora lui non mi stima e li è parso mille anni li esca di casa e temeva non m’avere a dare le spese quattro giorni. Oh infortunata Constanzia, che bisogna per forza torni a sottomettermi a mia madre et a Ferrando!

Lancillotto: Madonna, che giova lamentarsi? Dove non è rimedio è di necessità andare avanti e far buon cuore e non si ricordare [81v] delle molestie che hai, ma de’ piaceri. E prima non cuci, non fili, non fai cosa alcuna di quelle fanno le donne oneste. Mangi bene e bei meglio e non pensi donde venga; dormi sempre accompagnata e, se questa sera non ti piace uno n’arai domandasera un altro che ti satisferà . . . Ma pensiamo, ché siamo a casa, come abbiamo a entrare. Va’ un poco avanti, Gaspar, e batti alla porta.

Gasparre: Ho battuto e mi è stato aperto sì che possiamo andare sicuramente. E tu Constanzia, se farai a mio senno, te n’entrerai in camera, sanza parlare a nessuno di casa questa sera; e Lancillotto et io staremo presso alla porta della camera, perché nessuno ti possa fare iniuria.

Constanzia: Così mi piace.

FERRANDO, PAULINA, CONSTANZIA.

Ferrando: (Io non voglio consumare il tempo in dolermi d’Imene e dell’arco e delle saette, perché ne sono scritte tante cose che, a leggerle, mi vengono in fastidio; e così credo faccino alli altri. Una volta io voglio bene a Constanzia e questa notte mai ho potuto chiudere occhio. Sommi levato per tempo per ire a intendere se è tornata . . . La porta è aperta. Sento Paulina ciarlare secondo il solito. Non voglio perdere le parole in salute):

“È tornata Constanzia ?”.

Paulina: Sì, col male che Dio li dia e la mala Pasqua! Che si sarebbe fatto per me esser prima morta che la partorissi, che è il vituperio di casa nostra e per suo [82r] amore non mi pare potere alzare li occhi. Io non li ho parlato e, se non avessi riguardo al vicinato, non li arei aperto, ma l’arei lasciata morir di fame col suo Pietro. Ma se lei stessi cento anni dove io, non sono per parlarli.

Ferrando: Ah! Paulina, sangue dolce! non se’ tu stata mai innamorata?

Paulina: Sono, ma con discrezione, né ho fatto le pazzie che fa lei.

Ferrando: Deh, lasciamo da canto tante querele, andiamo da essa!

Paulina: Ferrando mio, ogni altra cosa se’ per ottenere da me che questa.

Ferrando: Et io non voglio altro e bisogna che venga meco… Ben tornata madonna Constanzia!

Constanzia: El mal venuto sia Ferrando!

Ferrando: Oh, perché questo? Che iniuria ha’ tu ricevuta da me?

Constanzia: Attendi alli fatti tuoi e di me non t’impacciare.

Ferrando: Se io lo potessi fare non bisognerebbe me lo dicessi, ma voglio essere amico tuo, o vogli o no.

Constanzia: Sta’ discosto!

Ferrando: Dilli qualcosa, Paulina.

Paulina: Che vuoi che io li dica che crede quello a me che a quel muro?

Constanzia: Io t’ho creduto tanto che mal per me, che a tua causa mi truovo povera e puttana e tu, poi che hai gittata la roba di nostro padre, m’hai condotto in questo termine.

Paulina: Condotta ti se’ da te, che da me non avesti mai che buoni essempli.

Ferrando: Non romori, attendiamo a fare buona cera! Alonso mio ha portato, perché siamo di quaresima, due lacce et altri buoni pesci et un vino corso dolce, che mai assaggiai il migliore; et a tavola farem la pace. Però va’, Paulina, et ordina [82v] il pranzo!

Paulina: Non so dove mi voglia andare, tanta ira m’è venuta!

Constanzia: Et io non so dove mi voglia stare, tanto sdegno ho contro a te a ragione!

Ferrando: Magnamo prima e poi farem la pace. Et io mi offero esser iudice tra voi.

Constanzia: Sento la porta esser battuta molto forte et esser dimandata. Ferrando, andiamo da basso.

DIEGO solo.

Sono lasso per andare tanto cercando Ferrando. Avanti un pezzo che io partissi di Sibilia ebbi lettere da lui per le quali mi significava esser secretario del cardinale di Pavia: è vero che sono più di tre anni.

Come arrivai a Civitavecchia, domandai di questo cardinale e mi fu detto era stato morto e che la famiglia sua era tutta dispersa. Fui malcontento ma, sendo sì presso a Roma, diterminai condurmi qui et investigare se ne potevo intendere cosa alcuna. E, perché sapevo che lui si dilettava assai delle femmine, come giunsi, cominciai a andare a casa le più celebrate ci fussino.

Fui a casa l’Albina, a casa l’Angioletta veniziana, a casa la Gumberta, a casa la Zazerona fiorentina, a casa molte altre e tutte non lo conoscevono, in modo ero quasi disperato dal trovarlo. Ma passando iersera da Torre di Nona, viddi in su una porta una femmina grassa che mi disse si chiamava la Nannina. Andai da essa e la domandai se conosceva questo mio fratello e li dissi di sua qualità e statura; e lei mi affermò che lui stava [83r] col cardinale Cornaro. Ma, sendo l’ora tarda et io poco pratico per Roma, mi stetti con lei; e questa mattina levato, subito ne venni a casa Cornaro. Domando di Ferrando. Sono menato alla sua camera e mi disse un suo famiglio che era partito poco fa per ire a casa madonna Paulina che stava vicina e disegnavami un luogo che mi par questo . . .

Ho battuto la porta e non risponde alcuno. Batterò di nuovo.

FERRANDO, DIEGO, PAULINA, CONSTANZIA, LANCILLOTTO, PIETRO, ULRICO, GASPAR.

Ferrando: (Per mia fe’ che nel farmi alla finestra ho visto quello che batte che mi pare mio fratello Diego! Voglio correre alla porta… È esso certo…) O fratel mio! o refugio mio! o consolazione mia! Come se’ così qui?

Diego: Sonci solo per vederti e t’ho cerco più mesi fuor di Roma et in Roma molti giorni; e la cagione è perché ti vorrei condurre al paese.

Ferrando: Tu sia il ben venuto! Ma di condurmi al paese non parlare, che siete tanti che la roba che abbiamo non vi basta. Io voglio stare qua a seguire mia fortuna la quale, insino a qui, non ho avuta molto prospera.

Diego: È necessario che tu facci pensiero a ogni modo tornare perché, di tanti fratelli, sono rimasto io che sono vecchio, come vedi, e non atto a avere figliuoli e tu e però bisogna sia quello che rilievi la casa nostra.

Ferrando: O come è possibile che sieno morti tutti nostri fratelli?

Diego: Così è. E nessuno ha lasciato figli.

Ferrando: O avevono pur moglie!

Diego: È vero! Ma nessuno ebbe figli, se non Sancio [83v] che n’ebbe uno il quale, pervenuto all’età d’anni dieci, sendo battuto un giorno dalla matre, per sdegno, con un famiglio se ne fuggì. Et il famiglio è dipoi tornato là e dice che lasciò Pietro, che così aveva nome, in uno piccolo castello, chiamato Nocera, e che stava per ragazzo con un povero uomo.

Ferrando: Almeno si trovassi questo Pietro, che lui sarebbe atto a rifare la casa nostra, ché io non sono per pigliar moglie! Ma tu debbi molto ben ricordare, partendosi di dieci anni, della effigie sua.

Diego: Come se io me ne ricordo! A punto come se l’avessi avanti alli occhi! Era collerichetto e leggieri, nero e sparuto et, intra gli altri segni, aveva una margine nella coscia destra che li fece la madre incautamente col fuoco.

Constanzia: (Per mia fe’, madre mia, che Pietro ha questo segno che dice questo forestiero! Et ho inteso da Lancillotto, più volte, che lui è di Nocera . . .) Se vedessi questo Pietro ora, riconoscerestilo?

Diego: Ben sai che sì, figlia cara!

Constanzia: Deh, Lancillotto, corri per Pietro!

Paulina: Lui è un contadino e ne fa ritratto, né è nato di gentiluomo come sono questi.

Pietro: Che vorrà adesso da me? Sempre ho a fare la pace?

Lancillotto: Non so, ma mi disse ti pregava venissi presto.

Constanzia: Guarda se conosci costui.

Diego: Ardirei di dire che questo è Pietro mio nipote.

Pietro: El cuore mi balza e pare m’intervenga qualche cosa nuova. Io non ho mai voluto dire la mia progenie perché non mi sarebbe stata creduta, ma questo forestiero mi pare Diego, mio zio.

Diego: Non posso contenermi non lo abbracci.

Pietro: Perché tante carezze?

Diego: Perché tu se’ mio nipote e questo è Ferrando, tuo zio.

Pietro: Te [84r] mi pare conoscere come per un sogno, ma questo altro non viddi mai se non in Roma. Se siete miei zii tanto meglio: et io voglio essere vostro nipote.

Ferrando: Et io ti voglio per nipote e da ora voglio pigli per moglie Constanzia, se lei e Paulina se ne contenta.

Constanzia: Sta bene, che io me ne contento. Va’, Gaspar, e chiama un poco Ulrico.

Ulrico: Ho inteso da Gaspar cosa che mi piace e di che sono molto allegro. Facciamo questo sposalizio.

Pietro: Faccisi presto.

Paulina: Io lo vorrei fare intendere alli miei.

Constanzia: Io non lo voglio fare intendere a altri. Andiamo in casa, su, Ferrando e Diego!

Gasparre: Non aspettate più di vedere o udire altro. Drento si farà il desinare e la cena, drento si faranno le nozze, drento sarà il notaro che rogherà il contratto e poi il marito e la moglie se n’andranno a letto e faranno quello hanno fatto più anni insieme; e Lancillotto et io be’remo e mangeremo quanto potremo. Valete!

LIBRO QUINTO

Quando udì’ recitare lo atto scenico scritto nell’altro libro confesso mi venne in fastidio perché, recitandosi in lingua tedesca, poco o niente ne intendevo; ma, avendolo poi fatto tradurre in lingua toscana e volendolo mettere in questi miei scritti, più volte ho pensato non lo fare perché in fatto le cose false son belle a vederle et udirle, [84v] ma scritte non riescono perché mancano le voci e le azioni che sono causa principale di farle piacere.

Però volentieri ritorno alle mie vere narrazioni le quali, se non diletteranno chi le leggerà, dilettano me che le scrivo. Perché intra li onesti piaceri che possino pigliare li uomini quello dello andare vedendo il mondo credo sia il maggiore; né può essere perfettamente prudente chi non ha conosciuto molti uomini e veduto molte città. Ma a volere che questo succeda bene, bisogna che chi ha a ire a torno, abbi più condizioni: e prima che sia robusto e sano, che sia ricco et abbi compagnia facile e sollazzevole. E, se alcuna di queste qualità manca, il cammino non piacevole ma pieno di dispetto diventa. Quello che spesso li duole il capo o lo stomaco o il fianco o li denti o le gambe, a sé medesimo et a’ compagni è fastidioso. Quello che ha a pensare donde abbi a trarre e’ danari o che li ha con dificultà o che bisogna pensi pel cammino di guadagnare, non può pigliare piacere de’ viaggi perché li duole il soprastare più un giorno in una città, non può, per vederne una altra, allungare il cammino, piglia alterazione nel fare conto con l’oste, guarda se ha speso più un ducato che il compagno. Se la compagnia non è a proposito, similmente chi va pel mondo non può aver diletto; e chi ha seco tutti servitori non può con loro motteggiare né parlare di cose grave né sollazzare né [85r] giucare; chi ha compagni fantastichi, ritrosi e strani non che abbi consolazione nel cammino, ha dispetto grandissimo. Et oltre a tutte queste cose, bisogna esser libero, né avere faccenda alcuna e potere stare quindici dì in una città, andar per terra, andar per acqua e non essere ubrigato a niente.

Io, nel viaggio scrivo, ero sano, con buona compagnia, con danari perché non sono avaro et allora ne potevo spendere ché non mi davano molestia; ma non avevo questa ultima condizione d’esser libero, et ero necessitato seguire lo Imperatore et andare dove da lui mi era ordinato. Pure ebbi gran contento in questa peregrinazione e sempre me ne ricordo, ne ho più satisfazione e volentieri scrivo tutto quello mi occorse.

Stemmo in Augusta dua giorni dopo Pasqua e ci partimmo quando il Legato con freddo grande e neve. E la sera, adiacciati, giugnemmo a Lanzsberg in Baviera, castello del duca Alberto. E, standoci nella stufa, mi fu referito da un prete cosa da considerarla.

È in quel luogo un convento di frati predicatori, dove stanno circa dieci frati e, tra li altri, ve n’era stato uno di sì ottima vita in apparenzia, che da tutti era riputato un santo. E quasi tutti li uomini e donne del castello di qualche qualità si confessavano da lui, onde li accadde che udì la confessione d’una vedova ricca, alla quale era di poco avanti morto il marito e li aveva lasciati, in denari contanti, oltre alle altre cose, fiorini diecimila.

E come fanno le donne che dicono a’ confessori non solo e’ peccati loro [85v] ma a essi parlano d’ogni faccenda non solo appartenga loro, ma di quelle che attengono a tutto il vicinato e parentado, la vedova gli disse di questi danari aveva. Onde il frate, mosso da grandissima avarizia, poi che l’ebbe inteso non restava di pensare il modo col quale avessi a levare alla vedova detti danari e ridurli a sé. E quando lei si confessava, instava sempre in sul dirli quanto peccato fussi tenere le pecunie ascose, perché con quelle si potrebbono lavorare panni et altre cose di che e’ poveri si pascerebbono. E vedendo che la vedova non teneva conto di questo peccato, incominciò a metterli sospetto de’ servitori, de’ parenti e monstrandoli in quanto pericolo fussi la vita sua e che sarebbe facil cosa che dal qualcuno di questi, per torli e’ danari, fussi morta con ferro o con veneno. Alla vedova entrò questa suspizione, e più la mosse il timore della vita che quello dell’anima, e domandò il frate che consiglio gli dessi a ciò potessi fuggire tal pericolo. A che lui rispose che era bene dipositarli in qualche cauto luogo dove fussino sicuri e non stessino perduti, a ciò che li uomini ne potessino trarre profitto. E venendo la vedova a’ particulari a chi li aveva a depositare e nominandoli uno et uno altro mercante, questo diceva esser povero, quell’altro usurario, l’altro di mala fede, l’altro inviluppato, et in effetto non trovava nessuno li satisfacessi, se non qualche parente della vedova a chi sapeva che essa non era per crederli. E, sendo stati insieme gran pezzo a dibattere e disputare sopra questa materia, il frate li disse:

“Io ho uno amico mio el quale, se si [86r] contentassi pigliare questi danari, sarebbe molto a proposito perché è ricco, essercitasi in cose lecite et è secreto; ma io non credo che si volessi scoprir teco di volere pigliare questi danari, né che li volessi ricevere da te, né parlarne teco perché non vorrebbe si credessi che lui li pigliassi per bisogno. Et inoltre, quando fussi veduto parlarti, dubiterebbe non dispiacere a’ tuoi parenti”.

E gli disse il nome del mercante. La donna, conoscendo in lui quelle parti che diceva il frate, rispose che gnene darebbe volentieri e, perché la cosa non si scoprissi, gli fiderebbe a lui el quale poi ne piglierebbe cedola dal mercante, secondo gli paressi. Al frate parve che il tordo avessi fatto un gran sacco nella ragna e, sospirando forte, disse che non entrava in tali faccende sanza dispiacere, pure, per amore dell’anima della donna, non voleva ricusare questo carico, onde la donna gli recò e’ danari. E lui fatta una cedola di mano sua, in nome del mercante, della ricevuta e promessa di restituirli, in capo di dua dì la dette alla donna e li danari serbò appresso di sé. E del continuo pensava il modo come li potessi fare suoi, né li occorreva il migliore [86v] che la morte della vedova. Né potendo amazzarla con ferro sanza scandolo e pericolo, pensò al veneno. Né avendo commodità di mangiar seco, né di presentarla rispetto ai parenti, deliberò dargnene nel vino, quando era comunicata. E la mattina della Assunzione di Nostra Donna, venendo la vedova a comunicarsi secondo aveva di costume, gli mescolò nel calice veneno col vino, el quale poi che ebbe preso, non stette dua ore che perdé il parlare et intra dua giorni morì; e fu iudicato fussi morta d’apoplessia.

E’ fratelli di lei dopo la morte cominciorono a cercare della roba e, sappiendo che il marito li aveva lasciato buona somma di danari, si maravigliavono non li trovare. Et avendo assai cerco trovorono la cedola et allegri andorno con essa al mercante e gli domandorono la pecunia, come in essa si conteneva. Il quale, veduta la cedola, disse non esser di mano sua e che dalla donna mai aveva ricevuto cosa alcuna e, monstrato loro li altri scritti e libri scritti da lui, e’ fratelli conobbono molto bene la donna essere stata ingannata e rimasono malcontenti. Né potevono pensare chi avessi avuto detti danari.

Il frate, insuperbito per la pecunia, non poteva stare alla regola delli altri e, dubitando che la fraude non si scoprissi, chiese licenzia al priore d’andare a Roma per voto. E quivi condotto, [87r] ottenne dispensa di potere stare fuori dell’ordine e comperò una casa e masserizie et offici da poter vivere. Et essendo venuta questa nuova a Lanzberg, un fratello della donna, più esperto che li altri, ne andò a Roma con detta cedola et accusò il frate al governatore. El quale, impaurito, per mezzo d’amici compose di restituire una parte al fratello et una parte darne al governatore e qualcosetta, benché poco, rimase a lui, con la quale ancora oggi traduce la vita sua misera et infame.

Stemmo la sera quivi e l’altro giorno ci conducemmo a Scionga, castello pure del duca Alberto di Baviera che l’aveva murato di nuovo in modo vi erano poche case. Alloggiammo in una osteria, dove la sera si ridussono assai forestieri e, tra gli altri, un vescovo che era oratore all’Imperatore per il re Ferrando di Spagna. Costui, d’un ragionamento in uno altro, saltò in sul lodare il suo Re da tutte le parte e massime diceva che era eccellentissimo capitano nella guerra et iustissimo e laborioso nella pace.

Il Venafro, che volentieri s’opponeva perché gli pareva in quel modo dimonstrare meglio la sua eloquenzia et aveva odio particulare col re Ferrando, perché aveva lasciato perdere lo stato al re Federigo e toltone una [87v] parte per sé, gli rispose che non sapeva che nell’arme lui avessi fatto cosa alcuna eccellente e, se aveva vinto in molti luoghi, erono suti li suoi capitani e non lui, ma che molto più aveva ottenuto con fraude che con virtù; e che aveva ingannato il re di Granata e poi il re Federigo il quale, quando sperava da lui aiuto, si trovò l’armata, che credeva avessi mandato in suo favore, esserli contro; e che Consalvo ottenne poi la vittoria contro a’ Franzesi, quando il Re era in Ispagna (et il premio che ne riportò fu che subito gli diventò sospetto e l’abdicò da tutte le faccende et oggi si sta riposto in uno angolo di Spagna); e che nell’azione della pace non sapeva vedere, non sapeva discernere tanta sua iustizia e bontà, perché vedeva lasciava governare assai alla Regina e lui attendeva a darsi piacere, quando con altre donne, quando a giuoco, quando a caccia.

Il vescovo lo escusava con dire che era assai che avessi ordinato in modo la sua milizia che in essi fussino capitani che valessino, e che debellò la Granata per forza e non con fraude; e che, conoscendo che il re Federigo perdeva il Regno di Napoli e non lo potere aiutare, volle piuttosto averne una parte per sé che lasciarlo tutto al re di Francia, donde [88r] ne seguì che Consalvo, con sua virtù e prudenzia, possette cacciare e’ Franzesi di tutto quel regno; e che gli diventò sospetto con ragione, perché seppe certo che esso disegnava farsi re e nondimeno, avendo rispetto alla sua virtù, lo lasciò vivere e gli bastò non li potessi nuocere; e che dava grande auttorità alla Regina perché li era ubrigato e la conosceva donna che valeva assai; e, se si dava piacere con altre donne, era cosa naturale e che nessuna ne volle mai per forza né per mezzo d’esse elevò alcuno in grado; e che non voleva negare che esso non fussi dedito al giuoco, ma che in quello non usò mai fraude e si contentò sempre più presto di perdere che di guadagnare; e che la caccia è cosa propria de’ principi e’ quali in essa si debbono essercitare per non impigrire e marcire nell’ozio e per essere poi più robusti e nella milizia e nell’altre faccende hanno a fare.

Il Venafro aveva ordito di risponderli, ma, essendo già l’ora tarda e dubitando io che da queste parole modeste non si precedessi a altre non convenienti, m’ingegnai di rompere il ragionamento e che ciascuno s’andassi a riposare per potersi levare più per tempo la mattina. [88v]

Levati, con un grandissimo freddo e triste vie le quali la neve faceva pessime, ci conducemmo la sera a un borgo di case chiamato Ambringa, luogo molto salvatico e povero. E la più parte delli abitanti, per possere vivere, attendono a intagliare ossi minutamente e mettere crocifissi o altre imagine, così intagliate, in gusci di noce e simil cose che si portono a torno a vendere. Quivi trovammo, la sera, alloggiato el luogotene[n]te(2) del marchese Joachim di Brandiburg con cinquanta lance le quali conduceva a Trento, secondo era stato deliberato nella Dieta.

Li uomini d’arme alamanni sono molto più espediti che gli italiani o franzesi, perché sono armati leggieri e li cavalli non portano selle arcionate né barde, né hanno con loro cariaggi; ma, tra dette cinquanta lance, era solo un carro lungo tirato da cavalli, in sul quale tutta la compagnia usa mettere quello che vuole portare e, quando il campo si raguna tutto insieme, quando accade, detti carri possono servire per riparo del campo.

L’altro giorno cavalcando pure per luoghi montuosi et aspri, con gran fatica ci conducemmo a Portachirchen, borgo così chiamato. Et avendo mandato avanti i nostri tedeschi a cercare il logiamento, smarrimmo il cammino perché tra noi non era chi ne sapessi domandare né chi si ricordassi bene del luogo [89r] dove avammo a andare; e ci conducemmo a un ponte, che era la via d’andare a Monaco in Baviera. Pure io mi ricordai del nome e domandai il meglio seppi e presi una guida che ci conducessi a detto Portachirchen.

Al Venafro, per il freddo e camino lungo e disagio, venne la sera febbre e bisognò tenere tutta notte lumi accesi e fuoco per fare creistieri, in modo che qualche suo servitore, forse riscaldato dal vino o forse per stracchezza addormentato, messe fuoco in un letto della camera dove lui era. El romore fu grande. Tutto il borgo concorse a spengerlo, come il costume d’Alamagna che, per avere in gran parte le case di legname, è stato messo grande ordine e provisione e rimedi da estinguere il fuoco, in modo che quivi, sanza molto danno, si estinse. E noi ci partimmo avanti giorno et a buon’ora ci posammo a un castelletto posto in uno monte alto, detto Zival.

Quivi, per l’essere lassi del cammino tristo e per non aver dormito la notte precedente, a buon’ora cenammo e ce n’andammo a posare. Et il giorno sequente ci conducemmo ad Ispruc dove la mattina appresso fu dal preposto della Iustizia condannata una femmina a essere arsa per uno eccesso aveva commesso, il quale a narrarlo sarà lungo, ma si considerrà per esso quanto le femmine sieno desiderose della vendetta et astute al vendicarsi. [89v]

Riducevasi in Ispruc spesso uno gentiluomo che aveva lo stato suo quivi vicino, chiamato Andrea Delitestan, parente di messer Paolo Delitestan, il quale era de’ primi uomini avessi lo Imperatore a presso di sé. Questo Andrea era giovane d’anni venti e li era di poco morto il padre che li aveva lasciato buono stato et inoltre danari e gioie et altri beni mobili. E, come interviene spesso a chi è ricco e pieno d’ozio, s’innamorò d’una femmina d’Ispruc, figlia a uno fornaro e, di volontà del padre, durò qualche anno a darsi piacere seco. E, benché fussi confortato da molti amici e parenti di prendere moglie, non ne voleva udire niente. Pure cominciando già a essere in età d’anni venticinque, sendo tutto giorno combattuto con parole e stretto in ultimo dall’Imperatore, prese per donna una figliuola d’un gentiluomo del contado di Tirolo bella, onesta e galante e con buona dota.

II che venendo alli orecchi della fornara, che Lisabetta aveva nome, n’ebbe quel dispiacere che si può pensare, iudicando avere a essere a un tratto priva e dell’innamorato e della roba ne traeva, che non era poca. Pure, venendo esso da lei come prima e dicendoli [90r] essere stato in modo astretto da Cesare che non aveva potuto negare il tôrre donna, essa monstrò crederlo e gli fece buona cera come prima. E seguitorno darsi piacere insieme insino che fu il tempo che Andrea doveva consumare il matrimonio.

Il quale, per potere fare le nozze più suntuose, deliberò farle in Ispruc, avendo commodità del palazzo dell’Imperatore il quale era assente.

Venuto dunque il giorno delle nozze, la Lisabetta pregò Andrea che fussi contento, la sera che si doveva coniungere con la moglie, come aveva cenato venire da lei e coniungersi prima seco, e che voleva tal grazia da lui perché era l’ultima volta s’avevono a trovare insieme in piacere. E lui gnene promisse. Lei dunque, pensando di nuocere a Andrea et alla moglie, non si curò di mettere ancora sé in qualche pericolo.

E la mattina che doveva la sera coniungersi con Andrea, a buon’ora, vestita a uso di servente, uscì d’Ispruc e, monstrando d’andare a certa chiesa per divozione, si fermò pel cammino avanti uno uscio d’una casetta dove stavano dua giovani leprosi. Mentre [90v] era quivi, passò un messo della corte che andava portando richieste pel paese, come è il costume, e gli parve conoscere la Lisabetta e si maravigliò fussi in quello abito, sola a quella ora; pure non disse niente.

Uno dei giovani leprosi uscì in su la porta e lei gli domandò un bicchiere d’acqua. Lui rispose che, sendo infetto, non gli darebbe acqua perché non voleva essere causa di nuocere a lei. La Lisabetta gli rispose che non solo be’rebbe col suo bicchiere, ma ancora farebbe altro, quando lui volessi. Onde il leproso, sentendosi incitare et essendo giovine e per quel male fatto più libidinoso che prima, accettò lo invito e, tiratola in casa, usò più volte seco et il medesimo fece poi il compagno. E lei, quando li parve tempo, si partì da loro et a casa sua se ne tornò, aspettando con grande desiderio la venuta d’Andrea.

Il quale, secondo la promessa, venne al tempo ordinato e con la innamorata si congiunse e ne trasse la infezione della lepra e, quando gli parve tempo, non sanza lacrime, si partì. La Lisabetta, subito che lui fu partito avendo ordinato un bagno, molto bene si lavò e con esso [91r] rimosse da sé la infezione. Andrea la notte giacette con la moglie e, seguitando nel coniungnersi con essa, l’uno e l’altro intra spazio d’un mese diventorono leprosi. E non potendo pensare d’onde fussi causato tal male et increscendone a ciascuno che lo intendeva e venendo a notizia al messo questo caso, si ricordò avere visto la Lisabetta avanti l’uscio de’ leprosi et, essendo noto che Andrea la teneva per concubina, gl’entrò dubbio che, avendo tolto moglie, non si fussi voluta vendicare. E però, per guadagnare, andò dal preposto della Iustizia e narrò il dubbio aveva. Il quale, mandato subito per la Lisabetta, con poche parole ne trasse il vero perché lei confessò liberamente la cosa a punto come era successa; né li parve avere commesso errore alcuno, ma diceva avere fatto tutto per vendetta. Onde il preposto, riscontrando con Andrea essere vero quello diceva la Lisabetta, la condannò al fuoco e la mattina se ne fece l’essecuzione.

Seguitammo, a dì 6 di gennaio, il cammino con [92v] freddo grande e neve e, volendo cavalcare il giorno poco, fummo condotti dalla guida a Sterzing, che è distante da Ispruc miglia sette tedesche. Giugnemmo a notte. Tutte le case erano piene di fanti in modo avemmo fatica d’avere una sola camera dove ci riducemmo il Venafro et Antimaco et io con li nostri servitori. E perché la notte non era possibile dormire per lo strepito si sentiva in quella casa, qualcuno de’ nostri servitori cominciò a giucare con carte. Antimaco, che faceva il religioso e forse l’ipocrito, vedendoli giucare si turbò e gli riprese. Il Venafro, ch’era poco religioso e troppo largo, gli difendeva e disse a Antimaco che, poiché la notte non era possibile dormire in quello loggiamento, che bisognava trapassarla con qualche ragionamento e per questo, se lui voleva pigliare l’assunto di dannare il giuoco, lui voleva pigliarlo difenderlo e risponde a tutto quello diceva. E così convenuti, passorono gran parte della notte. E perché il ragionamento fu lungo e piacevole e [93r] forse non inutile, lo riferirò per modo di dialogo. E prima cominciò Antimaco.

ANT. Spesso sono stato ammirato che certi uomini, li quali sono tenuti prudenti, sieno tanti dediti al giuoco e si escusano che lo fanno per fuggire ozio e passare il tempo con manco fastidio possono. Et io credo in molte cose ingannarmi, ma in questo voglio parlare audacemente et affermare che il giuco(3), in ogni qualità di persona, è vizio tanto pernizioso quanto alcuno altro perché e’ principi, che hanno questo vizio, danno malo essemplo a’ sudditi et il tempo, che doverrebbono consumare in pensare a governare bene et udire chi ha bisogno, dispensono invano, onde ne seguono innumerabili disordini. E’ nobili inviluppati in questo lasciono ogn’altra faccenda. E’ mercanti ricchi impoveriscano e poveri si conducano in disperazione. E’ giovani, se cominciono a vincere, diventano pròdigi e lussuriosi e libidinosi; se cominciono a perdere, perdono, insieme co’ danari, l’animo e s’inviliscono e quelli che sarieno riusciti valenti uomini doventano [93v] vili e da pochi e fraudolenti. E’ poveri artefici consumono nel giuoco e’ danari et il tempo, co’ quali arebbono a nutrire la loro famiglia; e’ contadini abbandonano la cultivazione. E così, da questo maletto vizio, seguono tutti e’ disordini che si possono non che dire, ma pensare. E ci sarebbe da parlare sopra questo insino a domattina, ma voglio aspettare la risposta tua.

VEN. Giudicherai, forse, che io sia troppo lungo nella mia risposta, ma non è possibile, con brievi parole, confutare le tua sottili e ben detta ragione. Io fo un presupposto che tutto quello che li uomini fanno in questo mondo, lo faccino a fine di conseguire piacere. E questo si dimonstra ogni giorno con la esperienzia perché, cominciando a quelli che vivono col timore d’Iddio e che osservano appunto la religione nostra, si vede certo che non hanno altro fine che il piacere, perché si persuadono, come è la verità, che l’anima, partita che sarà dal corpo, abbi a godere a trionfare nel regno celestiare e gustare tutte le beatitudine e felicità che si possono pensare e poi si debba coniungere di nuovo con il corpo per stare sempre in quiete e gaudio.

Li uomini che vivono secondo il mondo, chi pone il suo piacere nell’ambizione, chi nella gola, chi nella libidine, chi di congregare danari, chi d’allevare con buoni costumi la sua famiglia, chi d’essere acerrimo difensore de’ poveri et avere più presto per obietto il bene pubblico, che il suo proprio.

Stante questo fondamento, [94r] se è stato trovato un modo che dà piacere quasi a ciascuno, non so con quale ragione si possa biasimare il giuoco: non lascia sentire il dolore dell’animo né del corpo, diverte l’uomo dalla libidine, dalla gola, dall’avarizia, dalla sevizia e così da tutti e’ difetti che cascono nelli uomini; e se bene è causa di molti errori, dicono e’ medici che nessuna medicina è di tanto giovamento al corpo, che non abbi in sé qualche nocumento. Il vino, preso con modestia, conferisce, ma, immoderato, nuoce: così il giuoco ha molti difetti in sé, ma procede da non essere usato in quello modo si debbe. Il coito è causa di mantenere la generazione umana, ma chi non attendessi mai a altro sarebbe da biasimare; el mangiare sostiene il corpo, ma chi mangiassi sempre sarebbe una bestia: però non è da dannare assolute il giuoco, ma sono bene da dannare quelli che l’usono sanza considerazione e sanza modo.

E perché tu di’ che occupa il tempo, questo non si può negare. Ma chi è quello a chi non avanzi tempo? e che ne consumi una gran parte in dormire più che il bisogno, et in parlare e dire male di questo e quello, et in contare favole e novelle che non sono di profitto alcuno? Et Iddio volessi che i principi, quello tempo che distribuiscono in pensare alle guerre et inquetare e’ popoli e mettere nuove angarie e non li lasciare vivere, lo distribuissino più presto in giucare! Perché qual cosa è più contraria alla religione [94v] nostra che la guerra? Et il Salvatore Nostro non ci essorta a altro che alla pace, nondimeno è tanto la ignoranzia delli uomini che è laudato un principe inqueto, crudele e bellicoso et uno queto, pio e che attende alli suoi piaceri è dannato…

Ma non voglio, Antimaco mio, che mi risponda perché il parlare nostro procederebbe troppo in lungo. A me basta avere detto quanto mi occorre e so che tu se’ di troppa età a poterti rimuovere della tua oppenione.

III

SOMMARIO

DELLA ISTORIA D’ITALIA

(1511-1527)

EPISTOLA DI FRANCESCO VITTORI

A FRANCESCO SCARPI, SUO GENERO,

SOPRA IL SUMMARIO DELLA ISTORIA SEGUITA IN QUINDICI ANNI.

[8r] Sogliomi qualche volta maravigliare, Francesco carissimo, e dannare la oppenione di alcuni uomini i quali, o per essere reputati dotti o per qualsivoglia altra causa, biasimano e sprezzano quelli che istoria, o qualunque altra facultà, nella loro nativa lingua scrivono. Né perciò sono io sì temerario, che non iudichi che siano da lodare et ammirare quelli che ottimamente in lingua latina compongono. Ma questi sì rari sono che, a mio iudicio, fanno molto meglio coloro che, non volendo fare esperimento di sé stessi in cosa tanto difficile, nella loro propria lingua scrivono. In che sono imitatori di Iulio Cesare, d’Ottavio Augusto e di Crispo Salustio, li quali non in greco, ma in latino composono; sì come ancora fece Marco Tulio, li cui libri tanto sono letti e celebrati, e così tanti altri degnissimi autori, li quali del continuo noi con ammirazione leggiamo.

Onde, trovandomi questa primavera alla villa ozioso, pensai di scrivere non intera et iusta istoria, ma brieve et eletto sommario delli successi dal fine dell’anno MDXI insino al principio del MDXXVII in Italia, quantunque cognosca non essere possibile non parlare ancora di quello che è occorso fuori d’Italia perché le cose, delle quali si tratta, sono in modo collegate insieme, che male si può scrivere di quelle d’Italia, omettendo l’altre interamente. E certo in questi quindici anni si sono trattati negozi importantissimi e da considerare in essi la varietà della fortuna.

Et a te tale libro ho voluto mandare, non solo perché ti amo e perché mi sei genero, ma ancora perché conosco che ti diletti assai di leggere libri e latini e toscani. E, benché io non abbi scritto con quella eleganzia e forse diligenzia che si converrebbe, voglio nondimeno pigli, in compenso di questo, che ho scritto con verità, et essendo stato alieno da ogni assentazione et avendo in modo fuggito il sospetto di essere tenuto adulatore, che dubito di non avere errato. Però che essendo accaduto fare menzione di Paulo mio fratello, uomo e prudente et animoso, la ho fatta tanto parcamente, quanto mi è suto possibile; similmente di Lodovico Canossa, veronese, già vescovo di Tricarico et oggi di Baiosa, il quale è così nobile, buono e degno prelato come ne abbi conosciuto un altro; così di Filippo Strozzi, perché è noto quanto mi sia amico, non l’avendo commendato dallo ingegno, dalla memoria, dalla nobiltà, dalle lettere, dalla fede, dalla gratitudine e da molte altre parti, le quali [8v] laudi tutte con verità se li possono attribuire.

Saranno forse alcuni che mi calunnieranno come troppo affezionato alle azioni di papa Clemente VII, alli quali io rispondo non avere detto cosa che non sia vera, mettendo a questi in considerazione essere molto bene possibile che ad alcuno uomo duri molto tempo la laude della virtù nelle sue operazioni e manchili di poi, o per mutazione di fortuna, alla quale sono tutte le azioni umane sottoposte, o vero per essere suta maggiore la comune opinione di lui che la vera essistenzia della virtù sua, sì come il più delle volte interviene. Non sarà alcuno che nieghi che Pompeo Magno non fusse tenuto uomo prestantissimo in pace et in guerra. Nondimeno, chi leggerà l’Epistole di Tulio ad Attico, vedrà, quando cominciò la guerra civile con Cesare, quanto Tulio lo indicava essere allora alieno da quello uomo che era già stato, il quale, non volendo ascoltare condizione alcuna di pace, non ordinava la guerra, non provedeva i danari, non genti, anzi era irresoluto e quasi attonito, sì come il successo di esso finalmente dichiarò. Io credo che chi ha a scrivere il vero, debbi lodare o biasimare le azioni di uno principe, secondo quelle meritono laude. Et io ho commendato le azioni di Clemente, quando, a iudicio mio, sono state commendabili e così le ho dannate, quando sono state dannabili. E chi queste essaminerà sottilmente e sanza passione, lo arà in gran parte escusato di molte cose delle quali comunemente è vilipeso.

Potrei avere descritto più distintamente l’ordine delle battaglie, notato il numero delli uomini morti in esse, i nomi propri de’ luoghi dove siano suti li conflitti, l’orazioni fatte da’ capitani alli soldati, ma, come ho detto, il proposito mio non è suto di scrivere intera istoria, né ancora sono sì arrogante che, quando volessi pigliare tale provincia, mi persuadessi di posserla perfettamente assolvere.

Leggi, adunque, questo summario di quindici anni, e, quando ti satisfacci, serbalo, facendolo comune a chi ti pare, quando no, lo potrai supprimere da poi che lo arai letto. E così non arò preso indarno questa fatica, perciò che, sì come è vero, così ancora è costante fama a presso delli boni autori, che la istoria, in qualunque modo scritta, sempre diletti. Sta’ sano.

E quando tu non l’appruovi in modo iudichi sia da farne parte altrui, se arà dilettato te, resterò satisfatto.

[9r] 1512

Poiché l’essercito di Luigi XII, re di Francia, che avea per capitano monsignor di Foes, ebbe rotto e fugato presso alle mura di Ravenna l’essercito di Ferrando re di Spagna e di papa Iulio II, guidato da don Ramondo di Cardona viceré di Napoli, parve che la fortuna, come instabile, subito si mutasse. Et essendo morto nella giornata combattendo arditamente monsignor di Foes, e rimanendo lo essercito a essere guidato da più capi, de’ quali erano alcuni italiani che subito, come è il costume loro, furono in discordia, e quando era a proposito seguitare la vittoria e constrignere il Papa a pigliare le condizioni dal vincitore o fuggirsi di Roma, essi, consumando il tempo in dissensioni e dispute, perderono la occasione e lui, rassicurato, prese animo et in pochi giorni fece scendere i monti a ventimila fanti svizzeri.

I quali, uniti con le genti d’arme de’ Veniziani, collegati seco e col re Ferrando, assaltorono lo stato di Milano con tanto impeto, che li Franzesi furono constretti a ritirarsi di Romagna per far pruova di difendere quello stato. Et essendo in odio a tutti i popoli e crescendo del continuo la discordia de’ capi Sanseverini e Triulzi, l’essercito franzese non confidò tenere la campagna né li passi de’ fiumi né le città, ma fuggendosi del continuo, come fugge la nebbia dal vento, e l’inimici seguitandolo, in pochi dì lo cacciorono di quello ducato e loro ne restorono signori. E parendo a’ collegati avere acquistato onore et utile grandissimo, pensavono come potessino conservare e l’uno e l’altro. E convennono di fare una congregazione a Mantoa, nella quale si trovassino il vescovo Gurgense, locotenente dello Imperatore in Italia, il viceré don Ramondo per il re Ferrando e li oratori del Papa e Veniziani.

Dove convenuti et avendo più giorni consultato, sendovi ancora ambasciadori delle leghe de’ Svizzeri, deliberorono che fusse restituto nello stato di Milano Massimiliano Sforza, figliuolo di Ludovico che morì prigione in Francia, il quale era stato gran tempo in Alamagna appresso lo Imperatore. Et in tal partito tutti li collegati pensorono avere la satisfazione loro in particulare. Et il Papa prima considerò che, sendo uno duca di Milano debole, potrebbe disporre de’ benefici ecclesiastici a volontà sua, che è quello che i moderni pontefici stimano assai. Gurgense, non avendo molto riguardo al futuro, considerò trarne danari di presente per il patrone e qualche parte ancora per sé. Il Viceré, sappiendo che il re Ferrando voleva nutrire uno essercito in Italia altrove che nel Regno di Napoli, considerò che lo potrebbe alloggiare in quello stato e trarne ancora danari [9v] per suvvenirlo. I Svizzeri pensorono avere da detto Duca ogni anno pensione in pubblico et in privato e che il Duca fusse signore in parole e loro in fatto. I Veniziani, avendo una repubblica stabile, iudicorno che uno giorno si potrebbe porgere occasione che, sendo un principe debole in quello stato, facilmente ne diventerebbono signori.

Deliberorono ancora li sopradetti collegati che, non sendo rimasto in Italia chi tenessi le parti franzesi eccetto la Republica Fiorentina, che si usasse ogni opera et ogni industria di mutare quello stato, stimando ciascuno de’ collegati avere nella mutazione di esso quasi le medesime commodità che si dicono di sopra dello stato di Milano. Il quale assettorono in questo principio così a caso, tanto che Massimiliano Sforza venisse d’Alamagna.

E poi il Viceré con circa seimila fanti spagnuoli e mille cavalli, fra di leggieri e grave armatura, prese il cammino verso Toscana con ordine che il cardinale de’ Medici, legato di Bologna, scappato delle mani de’ Franzesi per loro inavertenzia ché lo aveano prigione, venisse con lui. E dava voce volere levare lo stato di mano al popolo e restituirlo a detto Cardinale che ne fusse capo e lo amministrasse con quello ordine di republica che solea già fare Lorenzo suo padre.

Era in questo tempo Gonfaloniere di Iustizia Piero Soderini, il quale era suto creato a vita insino l’anno 1502, quando si riordinò alquanto la città: uomo certo buono e prudente et utile, né si lasciò mai traportare fuora del iusto, né da ambizione né da avarizia. Ma la mala fortuna, non voglio dir sua, ma della misera città, non permesse che lui o che altri vedessi il modo di ovviare alli insulti de’ collegati o, se pure da alcuno fu veduto, non li fu prestato quella fede che era conveniente.

Perché li Fiorentini non potevano avere soccorso dal re di Francia che avea perduto non solo lo stato e la reputazione in Italia, ma si pensava che avessi avere molestie di là da’ monti. Né si potevono difendere con le forze proprie, le quali erano troppo deboli rispetto a quelle delli avversari, e però era necessario venissino a composizione. Né accadeva mandare a Gurgense, come mandorono, oratore messer Ioan Vittorio Soderini, perché lo Imperatore non avea in Italia uno cavallo, né accadeva mandarne al re Ferrando in Ispagna, come mandorono messer Francesco Guicciardini, perché, avanti che si fusse fatto la proposta et avuto la risposta, era necessario che il giuco fusse finito. Né doveano confidare potere rimuovere il Papa dalla fantasia sua perché era nimico, e forse con qualche ragione, non dico a’ Fiorentini ma al modo del governo, e che [10r] non avea altri soldati fuora di quelli che teneva il duca di Urbino, il quale lo obediva quando voleva.

Ma, se li Fiorentini si volevano liberare da questo assalto, bisognava accordassino col Viceré, avido e per natura e per necessità, e, quando li fusse suta data qualche somma di danari per lo essercito, e qualche cosetta da parte per lui proprio, sarebbe venuto a condizioni dalle quali i Fiorentini non arebbono avuto causa discostarsi.

Ma erano allora uno napolitano, per il Viceré, ambasciadore in Firenze et uno spagnuolo a Roma, per il re Ferrando, i quali con arte dicevano in privato a chi li volea udire che li Fiorentini non aveano da temere delle forze del re Ferrando, perché il Viceré conosceva benissimo che lo animo di papa Iulio era di cacciare così il suo re d’Italia, come avea fatto il re di Francia, e che ogni volta che si mutasse il governo di Firenze e venisse in mano del cardinale de’ Medici, che egli, sendo Cardinale, dependeva dal Papa et in ogni altercazione s’accosterebbe più presto al Papa che al suo Re, e però che il mutare lo stato di Firenze sarebbe uno accrescere vigore al Papa, il quale il Viceré sapea certo che intra poco tempo era per esserli inimico.

Il Papa, ancora che per natura fusse alieno dal simulare, questa volta, o con arte o pure per l’ordinario, diceva al cardinale de’ Soderini et a messer Antonio Strozzi, oratore apresso a lui pe’ Fiorentini, che non avea manco odio contro alli Spagnuoli che contro a’ Franzesi e che pensava a ogni modo trarli d’Italia; e che, quando il cardinale de’ Medici rientrasse in Firenze, che egli dependerebbe da quello a chi fusse più obligato e che sarebbe più obligato a chi avesse usato in favore suo le forze, il quale sarebbe in fatto il Viceré; e che non farebbe tale pazzia d’accrescerli potere, quando lo intento suo era d’abbassarlo.

Queste erano le parole che erano dette in privato a’ Fiorentini. Nondimeno il Viceré era già a Bologna con lo essercito, et in Firenze era opinione che lui non avesse a venire più avanti contro a quella. Et era tanto questa fantasia fissa nell’animo delli uomini (i quali il più delle volte s’accordano mal volentieri a credere quello non vorrebbono) che, proponendosi nel Consiglio Grande da’ Signori provisione di danari per potere riparare con essi allo impeto dell’inimici, non si otteneva.

Parlandosi poi in pratiche strette, chiamate da’ Dieci preposti alla guerra, se era da cercare convenzione col Viceré, tutti quelli vi si trovavano dicevono questo essere l’unico rimedio alla salute della Città. Preponendosi poi nel Consiglio delli Ottanta, si deliberava il medesimo. Ma [10v] come si veniva a pratiche più larghe, li uomini, chiamati a quelle, non volevano sentire parlare d’accordo: e le pratiche larghe erano necessarie perché non si poteva fare accordo sanza somma di denari e li danari si avevono a vincere per il Consiglio Grande. E però era quasi di necessità che una parte di quelli uomini, che si avea a trovare nel Consiglio a vincere i danari, si trovasse ancora a deliberare dello accordo.

Passa il Viceré con l’essercito Bologna, viene con lui legato il cardinale de’ Medici, vengono fanti comandati e pagati del Bolognese, vengono artiglierie: et allora li uomini in Firenze cominciorono a credere et a temere. Ragunasi il Consiglio, vinconsi i danari; i Dieci soldano e comandano fanti; creonsi oratori per mandare al Viceré. Ma avanti che queste cose fussino in fatto, l’inimici erano intorno a Prato, dove erano dentro quattromila fanti, tra pagati e comandati. Né l’inimici ne aveano più che otto e non aveano piu che due pezzi d’artiglieria da battere mura, nondimeno, in mezzo giorno, feciono una piccola apertura per la quale i fanti spagnuoli, atti molto a salire, entrorono dentro e tutto lo messono a sacco. E feciono prigioni i soldati e li abitatori, e non solo li uomini, ma le donne e li piccoli fanciulli, e vi amazzorono circa cinquecento, benché la fama andasse di numero molto maggiore.

Come questa nuova si intese in Firenze, non vi fu uomo sì animoso che non invilisse e si perdesse. E le parole di messer Baldassarre Carducci il quale, insieme con Niccolò del Nero, come ambasciadore della Città avea parlato al Viceré dopo la presa di Prato, accrebbono assai il terrore. Perché egli, tornato la sera medesima, volendo riferire quello avea essequito avanti i Signori e molti cittadini che erano in Palazzo, come quello al quale pareva avere bene l’arte oratoria, tanto accrebbe la vittoria delli inimici, tanto fece grande la occisione de’ soldati fiorentini, con tante lagrime deplorò il sacco, il sangue, gl’incendi, gli stupri, i sacrilegi fatti a Prato, che a ciascuno pareva avere già i rabidi inimici non solo nella città, ma nelle proprie case, e che i medesimi casi, o più atroci, succedessino quivi. E si può dire certo che messer Baldassarre, inimico de’ Medici, operasse più nella tornata loro in Firenze, che qualunque altro reputato a essi amicissimo.

Perdessi Prato a dì 24 d’agosto e li cittadini tutti restorono attoniti, e certi, che si trovavono danari da poter vivere fuori, si partirono della città e ne menorono le donne e li figliuoli. [11r] Et universalmente per ciascuno uomo di bona mente si parlava che era da pigliare quello accordo col Viceré che si potea avere. Ma lui, elato per la vittoria, dove prima si satisfacea con danari sanza rimettere i Medici, dopo quella voleva fussino restituiti e nella patria e ne’ beni loro e maggiore somma di danari. E benché Piero Soderini fusse consigliato da qualche uomo affezionato alla libertà di pigliare ogni condizione, pure che l’essercito inimico si discostasse, la mala fortuna della città lo ritraeva da fare quello che conosceva essere a beneficio d’essa: perché se li Medici erano rimessi con le leggi, non arebbono avuto più auttorità di quelle, ma, sendo rimessi con le forze, potettono disporre d’ogni cosa.

Attesesi il giorno a condurre le genti a piedi et a cavallo nella città et alloggiarli, il che generò maggiore spavento perché li soldati licenziosi, e parendo loro che i Fiorentini ne avessino necessità, facevono ruberie et insulti, come è costume d’essi.

Aveva la Signoria, quando l’inimici entrorono nel paese de’ Fiorentini, fatto ritenere in Palazzo circa venticinque cittadini come amici de’ Medici, dubitando che non suscitassino qualche tumulto nella città. Alli 31 di agosto quattro giovani nobili, i quali furono Bartolommeo Valori, Paulo Vittori, Gino Capponi e Antonfrancesco delli Albizi, andorono al Gonfaloniere la mattina per tempo e li dissero che era necessario pigliasse partito e non tenesse la città in pericolo di andare in preda come Prato.

E rispondendo loro il Gonfaloniere parole grate et umane sanza venire a conclusione e volendosi partire da essi e ritirarsi in un’altra stanza, Antonfrancesco, e più giovane e più ardito delli altri, lo prese per la veste e disse che prima che partisse da lui, voleva che relassassi li cittadini che la Signoria avea fatti ritenere. Lui, sendo troppo rispettivo e dubitando non avere a far male ad altri o che ne fusse fatto a lui et iudicando che, se si veniva al sangue, dovesse seguire la ruina della città, fu contento licenziarli. E pensando che avendo questi quattro giovani, e massime Antonfrancesco, preso tanto ardire, che non mancherebbe loro animo a tentare più oltre, mandò subito Niccolò Machiavelli, secretario della Signoria, per Francesco Vittori, fratello di detto Paulo, il quale era deputato dalli Dieci commissario sopra i soldati. Et avendo inteso quello era seguito in Palazzo, né potendo essere contro al fratello sanza manifesto pericolo, né volendo per modo alcuno essere contro al Gonfaloniere et al Palazzo, voleva montare a cavallo per partirsi della città.

Ma faccendoli [11v] Niccolò la ambasciata per parte del Gonfaloniere, n’andò subito a lui e trovandolo solo et impaurito, lo domandò quello voleva operasse. Il Gonfaloniere li rispose che era disposto partire di Palazzo pure che fusse sicuro di non essere offeso. Francesco li rispose che li pareva che avesse sì bene governato il tempo che v’era stato, che non voleva già essere in compagnia di quelli ne lo traevano. Ma pregando lui et instando che operasse si potesse partire sicuro, Francesco, presa la fede da quelli che li erano contro di non lo offendere, lo condusse a casa sua, dove lui volle più presto andare che alla propria abitazione. E la notte medesima lo cavò di Firenze per lo sportello e lo accompagnò con venti cavalli leggieri insino a Siena, sendo stato prima privato detto Gonfaloniere da quelli magistrati che s’hanno a intervenire a detta privazione secondo li ordini della Città, dove si pensò subito comporre col Viceré.

Et a questo effetto furono mandati a lui a Prato oratori messer Cosimo de’ Pazzi, arcivescovo di Firenze, Iacopo Salviati e Paulo Vittori. E la città si ordinò in quello tumulto il meglio che la possette: e fu creato Gonfaloniere per uno anno Giovambatista Ridolfi, e si fece che i Medici potessero tornare, e si accordò col Viceré di darli ducati centoquarantamila, i quali lui avesse a distribuire ancora alli altri collegati, secondo convenissino. E si ebbe da detto Viceré commodità a pagarli in mesi e promisse lasciare il castello di Prato e rimuovere l’essercito del paese de’ Fiorentini.

Tornò Giuliano, figliuolo di Lorenzo de’ Medici, il primo in Firenze. Et in effetto, non parendo a quelli cittadini d’età che si ricordavano di Lorenzo suo padre che il governo fusse assettato a loro proposito, persuasono et al Cardinale et a lui et a messer Iulio, figliuolo di Giuliano, che si dovea fare parlamento e pigliare il governo da vero, ché altrimenti e loro e li amici vi stavano con pericolo. E furono tante le persuasioni, che spinsono il Cardinale a fare forse quello non arebbe fatto, perché alli 16 di settembre, fece pigliare il Palazzo, e la Signoria venne in ringhiera a fare parlamento. E fu data ampia auttorità a quaranta uomini che si chiamorono della Balla, i quali subito feciono nuovi Otto di Guardia. E Giovambatista Ridolfi, gonfaloniere, rinunziò il magistrato e non volle stare più che due mesi: e si ridusse la città, che non si facea se non quanto voleva il cardinale de’ Medici.

È chiamato questo modo di vivere tirannide. Ma, parlando delle cose di questo mondo sanza rispetto e secondo il vero, dico che [12r] chi facesse una di quelle republiche scritte e imaginate da Platone, o come una che scrive Tomma Moro inghilese essere stata trovata in Utopia, forse quelle sì potrebbono dire non essere governi tirannici; ma tutte quelle republiche o principi, de’ quali io ho cognizione per istoria o che io ho veduti, mi pare che sentino di tirannide.

Né è da maravigliarsi che in Firenze spesso si sia vivuto a parti et a fazioni e che vi sia surto uno che si sia fatto capo della città, perché è città popolata assai e sonvi di molti cittadini che arebbono a partecipare dello utile e vi sono pochi guadagni da distribuire. E però sempre una parte si è sforzata governare et avere li onori et utili e l’altra è stata da canto a vedere e dire il giuoco. E per venire alli essempli e mostrare che, a parlare libero, tutti i governi sono tirannici, piglia il regno di Francia e fa che vi sia uno re perfettissimo: non resta però che non sia una grande tirannide che li gentilomini abbino l’arme e li altri no, non paghino gravezza alcuna, e sopra li poveri villani si posino tutte le spese; che vi sieno parlamenti nelli quali le lite durino tanto, che li poveri non possino trovare ragione; che vi sia in molte città canonicati ricchissimi de’ quali quelli che non sono gentiluomini sono esclusi. E nondimeno il regno di Francia è iudicato così bene ordinato regno, e di iustizia e d’ogni altra cosa, come ne sia un altro tra Cristiani.

Vieni alle republiche e piglia la Veneta, la quale è durata più che republica alcuna di che si abbi notizia. Non è espressa tirannide che tremila gentilomini tenghino sotto più che centomila e che a nessuno popolano sia dato adito di diventare gentiluomo? Contro a’ gentiluomini, nelle cause civili, non si truova iustizia, nelle criminali, i popolari sono battuti, i nobili riguardati. Ma io vorrei che mi fusse monstro che differenzia è dal re al tiranno. Io, per me, non credo certo che vi sia altra differenzia se non che quando il re è buono, si può chiamare veramente re, se non è buono, debbe essere nominato tiranno.

Così, se uno cittadino piglia il governo della città, o per forza o per ingegno, e sia buono, non si debbe chiamare tiranno: se sarà malo, se li può dare nome non solo di tiranno, ma d’altro che si possa dire peggio. E se noi vorremo bene essaminare come sieno stati i principii de’ regni, trovereno tutti essere stati presi o con forza o con arte. Né io voglio entrare ne’ Persi, [12v] Medi, Assiri e Giudei, ma la Repubblica Romana era ordinata nella pace e nella guerra.

Cominciorno Silla e Mario, duttori di esserciti contro alli esterni inimici, a voltare le forze l’uno contro all’altro; e Silla rimase superiore e tenne occupata la città per forza tanto quanto volle. Cesare, similmente, d’imperatore di essercito diventò dittatore e signore di Roma; e così sono seguiti dipoi li imperatori che si leggono. Et essendo declinato il dominio romano per avere Costantino condotto la sede dello Imperio a Bisanzio, in Italia sono surti molti principi, secondo che ha dato la occasione. E per coprire meglio il nome del principato, si hanno fatto investire da uno imperatore che è stato in Alamagna e che non ha avuto altro di imperatore romano che uno nome vano.

E però non si debbe chiamare tiranno alcuno privato cittadino quando abbi preso il governo della sua città e sia buono, come non si debbe chiamare uno vero signore di una città, ancora che abbi la investitura dallo imperatore, se detto signore è maligno e tristo. Ma io sono uscito alquanto fuora del proposito.

Ridussesi, come ho detto di sopra, il governo di Firenze nel cardinale de’ Medici, ancora che vi fussero i magistrati e leggi ordinate. Il Viceré, avendo quasi avuto la maggiore parte de’ danari gli dovevono i Fiorentini per lo accordo, ritirò le sue genti verso Lombardia. E fu gran cosa che in una città, alterata tanto di governo et essausta per le continue spese, si trovassino tanti danari che, dove i Fiorentini erano debitori di ducati centoquarantamila in tempi, li ridussono a cento sedicimila e li pagorono di contanti.

E giunto il Viceré in Lombardia, attese a pigliare certi castelli che rimanevono nella ducea di Milano in potestà de’ Franzesi, e Massimiliano Sforza venne d’Alamagna e di volontà de’ collegati fu fatto duca di Milano.

1513

In Firenze questo nuovo modo di governo era a molti insoportabile. E congiurorono Agostino Capponi e Pietropaulo Boscoli di amazzare Giuliano de’ Medici. E furono scoperti perché feciono una scritta, dove scrissono i nomi di quelli che credevono, seguita la occisione, si avessino a scoprire in loro favore, ancora che prima non la volessino loro conferire. Et ebbono sì poca avvertenzia, che se la lasciorono cadere; et, essendo ritrovata, fu portata al Cardinale; e, conoscendo lui in essa essere nomi di uomini tutti sospetti, dubitò di quello che era. Et essendo stata conosciuta la mano, ordinò fussino presi non solo Pietropaulo et Agostino, ma tutti li altri che erano in su detta [13r] scritta, pensando che tutti fussino nel medesimo errore. E tutti furono essaminati; ma solo furono trovati in colpa notabile Agostino e Pietropaulo i quali dalli Otto furono condannati a morte. Delli altri, qualcuno ne fu confinato, perché per le loro essamine si conobbe malissimo animo verso i Medici, alcuni furono absoluti, benché tutti quelli che per questo caso furono condannati e confinati, alla creazione del cardinale de’ Medici in Papa, che seguì poi intra non molti giorni, furono liberi et absoluti.

Papa Iulio in questo tempo, elevato dalla prospera fortuna, disegnava di crescere il dominio della Chiesa il più che poteva. Et avendo publicato il Concilio Lateranense per destruere il Conciliabulo (che così lo chiamava), cominciato l’anno avanti da certi cardinali favoriti dal re di Francia, fece estrema diligenzia di condurre a detto Concilio il vescovo Gurgense, locotenente dello Imperatore in Italia e che lo governava come voleva. E si usava dire in quel tempo non che il primo uomo che avessi in corte sua lo Imperatore fusse il Vescovo, ma che il primo che avesse il Vescovo a presso di sé, era lo Imperatore. E tanto operò col prometterli di farlo cardinale, con donarli danari et altri doni, con promettergliene in futuro, che lo condusse a Roma. Et intervenne nel Concilio et in nome di Massimiliano imperatore lo aprovò; e convenne che il Papa avesse Parma e Piacenzia, le quali soleano essere della ducea di Milano. Et il Papa avea trovato di nuovo certi scartabelli antichi per li quali volea mostrare avervi su ragioni lasciate alla Chiesa dalla contessa Matilde. Né li bastava Parma e Piacenzia, ché disegnava sopra Ferrara.

E fatto venire a Roma Alfonso da Esti, duca, sotto la fede di Prospero e Fabrizio Colonna, per trattare convenzione, dopo che lo ebbe accolto gratamente, cercò di ritenerlo. Il che inteso da detti signori Colonnesi, feciono fuggire detto Duca, il quale, per uno grande circuito di miglia, si ridusse a casa e restò nella indignazione del Papa, e non solo lui, ma li signori Colonnesi, per opera de’ quali era fuggito.

Convenne ancora il Papa con Gurgense, poi che l’ebbe fatto cardinale, di dare ducati trentamila a Massimiliano, e che lui dessi la investitura di Siena a Francesco Maria della Ruvere, suo nipote. Il che quando s’intese a Firenze dette grande sospetto e si cominciò a dubitare che non volesse colorire nel nipote quello che Papa Alessandro avea disegnato nel figliuolo. Ma, mentre minacciava Ferrara e voleva pigliare Siena, fu sopravenuto [13v] dalla morte, sendo stato malato di febre qualche settimana: e morì a dì 13 di febraio. Uomo, certo, più fortunato che prudente e più animoso che forte; ma ambizioso e desideroso di grandezza oltre a modo.

Sendo suti pontefici Alessandro et Iulio tanto grandi, che più presto si potevano dire imperatori che pontefici, è da credere che ciascuno delli principi cristiani, e massime di quelli che avevano che fare in Italia, conosciuto quanto importasse il papa, era per fare ogni opera di avere uno pontefice amico.

E per questo i cardinali, che n’erano allora in Roma ventidua, e perché pareva loro che la Chiesa avesse uno bello dominio e loro essere signori grandi, perché avevono entrate eccessive da potere spendere in loro voglie e non avevono cura né di guardare fortezze né di tenere contenti i sudditi come gli altri signori, sollicitavano quanto era possibile la futura elezione, la quale dovea farsi sanza simonia, secondo una bolla avea fatto publicare nel Concilio papa Iulio, quattro giorni avanti la sua morte. Né arebbono voluto i cardinali che si fusse differito tanto, che vi potessino venire i cardinali di Francia, i quali, per avere inditto il Conciliabulo, erano suti privati da Iulio, acciò che, venendo, non seguisse qualche disordine nella elezione. E però feciono l’essequie di Iulio, secondo il solito; poi subito entrorono in Conclavi venticinque cardinali, ché ne erono venuti tre che si trovavono fuori non molto lungi.

Fu openione di molti che il cardinale di San Giorgio fussi eletto papa perché, non si potendo usare simonia, come si era fatto in qualche elezione passata, li fautori suoi feciono fare uno capitolo in Conclavi, che disponeva che tutti li benefizi di quello che fusse eletto pontefice si dovessino distribuire per rata ne’ cardinali che si trovavano presenti alla elezione. E questo feciono perché, avendo il cardinale di San Giorgio benefizi assai, et essendo pure nel collegio cardinali, a’ quali, secondo l’avarizia loro, pareva essere poveri, tirati dalla avidità della distribuzione, eleggessino lui. Ma, sendo stati due pontifici terribili et avendo fatto morire cardinali, avendone incarcerati, et a quali avendo tolto la roba, e chi avendo avuto a fuggire, e chi stato in continuo sospetto, era entrato nelli animi de’ cardinali tanto timore di non eleggere uno papa di simile sorte, che unitamente crearono Giovanni cardinale de’ Medici. Il quale sino allora avea sempre mostro di essere uomo rimesso e liberale o, per meglio dire, prodigo di quello poco che avea, et avea saputo in modo simulare, che era tenuto di ottimi costumi.

Aggiunsesi a questo che, sendo in Italia [14r] potente il re Ferrando e disegnando il re di Francia di nuovo tornarci, pareva necessario, a volere mantenere la grandezza della Chiesa, che fussi creato pontefice di autorità: et avendo il cardinale de’ Medici il governo di Firenze, si poteva iudicare che, essendo eletto pontefice e coniungendo la potenzia de’ Fiorentini con quella della Chiesa, avesse più presto a mettere timore ad altri, che a temere d’alcuno.

Giovòlli ancora molto a essere eletto la destrezza et industria di Bernardo da Bibbiena suo secretario, uomo astutissimo e faceto, e che era stato molti anni in quella corte e sapeva molto bene li omori non solo de’ cardinali, ma di qualunque loro amico e familiare, in modo che condusse fuori del Conclavi alcuni di loro a promettere, e nel Conclavi a consentire a detta elezione, contro a tutte le ragioni. Fu publicato pontefice il cardinale de’ Medici a dì 11 di marzo 1512 che correva l’anno trigesimo ottavo della età sua, e si fece chiamare Leone x, con tanta letizia di tutti li uomini di Roma, che non si potrebbe esprimere, con tanta espettazione di bontà e prudenzia, che difficilmente potette in successo di tempo corrispondere alla openione concetta di lui.

In quelli pochi dì che la sede stette vacante, il viceré di Napoli occupò Parma e Piacenzia, il che dispiacque assai a tutti i cardinali; e come fu creato il nuovo pontefice, lo stimolarono a volerle riavere. E sappiendo il Viceré che il re Luigi preparava essercito per mandare a ripigliare lo stato di Milano, indicò non essere a proposito che il Pontefice fusse male satisfatto di lui e convenne restituirle, con volere però dal Papa ducati trentamila e promessa di difenderle dal re di Francia. Il quale Re pensò non essere bene che Italia, in questa nuova creazione del pontefice, si stabilisse e riordinasse. E però con prestezza fece essercito e mandòllo di qua da’ monti verso il ducato di Milano; et ordinò capitani di esso il signor Ioan Iacopo Triulzi e monsignore della Trimoglia, uomini reputati prudenti et esperti nell’arme.

Massimiliano, signore di Milano, sendo nuovo nello stato et uomo uso più presto in corte che ne’ campi, né sappiendo come volesse procedere il Viceré il quale, se voleva difendere quello stato, doveva andare verso Tortona et Alessandria, e lui aveva fatto uno ponte a canto a Piacenzia, che mostrava volersi ritirare verso Brescia, deliberò di gittarsi tutto in mano de’ Svizzeri, pe’ conforti massime di Ieronimo Moroni, milanese, nel quale era tutta la fede sua.

Questo Ieronimo andò nel paese de’ Svizzeri, [14v] e con pochi danari e con promesse di più e con molte parole e ragioni ne levò circa diecimila. I quali, giunti a Noara, inteso come lo essercito franzese veniva verso quella città, et ancora che non avessino cavalli, li andorono affrontare con pronto animo e combatterono gagliardamente e li ruppono. La occisione non fu grande, ma la preda fu grandissima. E li Svizzeri liberorono, per allora, lo stato di Milano dalle mani de’ Franzesi e ne ebbono dal Duca, con tempi, quelli premi che vollono. Il re di Francia, con questo assalto, subito si concitò contro lo Imperatore, il re di Spagna e d’Inghilterra e li Svizzeri, i quali tutti a uno tempo da diversi luoghi assaltorono il regno di Francia.

Il Papa, poi che ebbe atteso alla coronazione e ceremonie consuete, le quali fece più suntuose che li altri pontefici e spese grossa somma di danari, pensò che non era bene che il regno di Francia fussi destrutto: e se bene li fu grato che le genti del Re fussino rotte a Noara, perché li pareva che lui li avessi avuto poco respetto mandare ad assaltare Italia sanza fargliene intendere, della quale egli era capo, considerò quanto importasse debilitare quello Regno, rispetto al Turco, quanto profitto ne traeva la corte di Roma delle cose beneficiali, quanto importerebbe quando lo Imperatore o re di Spagna pigliassino qualche parte di quel Regno. E cercò con ogni industria ritrarre il re d’Inghilterra e Svizzeri dalla impresa di Francia e si sforzò trovare modi di composizione tra questi Principi. Et a questo effetto mandò più volte suoi uomini a questo principe et a quell’altro, ma niente giovò, perché il re Ferrando voleva tanto indebolire il re di Francia, che non potesse pensare a Italia, perché, mentre che esso ci disegnava, a lui non pareva possedere sicuro il Regno di Napoli.

I Svizzeri, che in fatto erano signori di Milano, non volevono che lui potesse tornare a ripigliarlo. Lo Imperatore faceva la guerra per piacere, né altro fine ci avea dentro. Il re d’Inghilterra voleva contentare i popoli suoi i quali sono per natura inimici a’ Franzesi. E mentre che tutti i sopranominati si preparavano a fare guerra contro a Francia et il Re a difendersi, i Veniziani sollecitavono il Papa che, sendo loro stati in lega con Iulio, re Ferrando et Imperatore contro a’ Franzesi, che operasse come successore di Iulio, che fussino osservate loro le condizioni; e che, avendo il Viceré tolto Brescia delle mani de’ Franzesi che doveva, per li patti, essere loro restituita.

Leone conosceva essere così il iusto e ne parlava ogni [15r] giorno a don Ieronimo Vic, oratore a Roma per Ispagna, e ne scriveva alli suoi nunzi, che erano presso al re Ferrando; et aveva sempre le migliori risposte e parole del mondo, ma non si veniva a conclusione, il che procedeva perché il re di Ispagna voleva nutrire un essercito in Italia, in altro luogo che nel Regno di Napoli. Ma in fine i Veniziani, veduto di essere tenuti in parole, s’accordorono col re di Francia et ottennero da lui che traessi di prigione Bartolomeo d’Alviano, quale era suto preso da’ Franzesi nella rotta di Adda, e lo feciono capitano. E deliberorono fare una buona guerra, per vedere di riavere quello si apparteneva loro con l’arme, poi ché non lo potevono riavere con le parole.

In Firenze della creazione del Papa si fece quella festa che si può stimare. E perché li Fiorentini sono dediti alla mercatura et al guadagno, tutti pensavano dovere trarre profitto assai di questo pontificato. Aveva il Papa delli suoi, in Firenze, Giuliano, fratello carnale, messer Iulio, suo cugino, cavaliere di Rodi, priore di Capua, Lorenzo suo nipote. Nessuno di questi voleva stare in Firenze perché Giuliano pensava a grandezza eccessiva, messer Iulio disegnava, con l’essere uomo di chiesa, ottenere dal Papa degnità benefici assai, Lorenzo era uso a vedere in che reputazione era in Roma uno parente di uno papa, ancora che li attenesse poco; sendoli lui nipote, li pareva non si potesse trovare altra stanza più a suo proposito che quella, perché in Firenze era necessitato a vivere con mille rispetti et a Roma non ne avea avere uno al mondo.

Il Papa per niente voleva lasciare il governo di Firenze, perché iudicava, tenendo quello, dovere essere di più autorità a presso a’ principi. E benché li paresse conveniente che Giuliano attendesse lui a quel governo, per essere oramai di età matura et uomo da dovere satisfare a’ Fiorentini, non trovando modo che lui volesse farlo, perché già era ito a Roma e quivi si voleva stare, né iudicando essere bene rimuovere messer Iulio dalla chiesa, si ridusse a fare pigliare a Lorenzo detto governo, il quale era di età d’anni venti in circa et era uso a portare grande reverenzia alla madre, perché era stato a sua custodia molti anni, poi che il padre fu morto.

Mandò dunque il Papa Lorenzo in Firenze e mandò con lui messer Iulio: il quale, sendo morto messer Cosimo de’ Pazzi, arcivescovo di Firenze, era successo in quello loco. E si dette principio a ordinare uno governo civile, del quale Lorenzo fusse capo, in quella medesima forma a punto, come avea tenuto Lorenzo suo avo. [l5v]

Et attendeva Lorenzo, ancora che giovane, con grande diligenzia alle cose della città: che la iustizia fusse amministrata equalmente a ciascuno, che le publiche pecunie si riscotessino e si spendessino con parsimonia, che le lite si componessino in modo che ogni uomo ne restava satisfattissimo, e massime perché, sendo l’entrate grande per l’abbondanzia del popolo e le spese non molte, i cittadini erano poco affaticati di danari, che è quello che piace a’ popoli, perché l’affezione che loro hanno al principe procede dalla utilità.

Pensorono alcuni cittadini, i quali si tenevono savi e reputavano che il bene della Città consistesse in estendere assai li confini et in avere più una terra et uno castello, di molestare i Lucchesi per provare di ridurli in servitù, o almeno riavere da loro Pietrasanta, la quale altra volta era stata de’ Fiorentini, ma era suta poi perduta nella passata del re Carlo. E non si accorsono quanta infamia dettono al Papa a presso a tutti li uomini, e quanto sospetto messono alli principi a farlo acconsentire che, ne’ primi mesi del suo pontificato, i Fiorentini assaltassino, sanza causa alcuna, i Lucchesi vicini e confederati e che vivono in pace et in libertà sotto le loro leggi e con le loro arti.

Et in che modo potevono i Fiorentini ricordare poi al Pontefice che ponessi freno alle immoderate cupidità del dominare per la Chiesa e per li suoi e pigliassi essemplo dalli pontefici passati, i quali tutto quello che avevono acquistato per li loro attinenti con grande infamia pericolo e spesa, in pochi giorni, alla morte loro, era ritornato alli primi signori, quando loro erano suti i primi a incitarlo acconsentire cose non convenienti? E quando loro lo dovevono confortare che arricchisse li suoi di possessioni e danari, e così aiutasse li altri cittadini a conseguire benefizi et offizi, e che li mercanti potessino guadagnare in vendere le loro mercantie a Roma et altrove, e che si rispiarmassino l’entrate publiche per estinguere li interessi che pativa il comune, loro, mossi da una certa vanità, entrorono di sua volontà, benché fusse volontà sforzata, in assaltare i Lucchesi da più bande con genti comandate. E feciono prede nel paese loro con assai danni di essi e con poco profitto loro e di quelli che rubavono.

I Lucchesi, trovandosi arse le ville e predato il paese, ricorsono a Roma a dolersi al Papa et a’ cardinali. Et in su queste querele, furono consigliati dalli amici loro di rimettere le differenzie aveano co’ Fiorentini nel Papa. Il quale fece loro levare subito la guerra da dosso et iudicò che dovessino restituire Pietrasanta a’ Fiorentini con certi capitoli, come per il [16r] lodo appare.

E veramente il Papa malvolentieri permesse che i Fiorentini nocessino a’ Lucchesi, ma si lasciò persuadere a quelli che, intendendo poco, dicevono che, lasciando offendere i Lucchesi, acquisterebbe in Firenze grandissima grazia.

Don Ramondo viceré, in questo tempo, vedendo i Veniziani essersi collegati con Francia, deliberò di perseguitarli con aperta guerra; e loro si armorono di maniera che pensorono di potere non solo difendersi, ma offendere l’inimici.

Il primo assalto che fece loro il Viceré fu a Crema, quale è molto vicina allo stato di Milano, et oltre alle altre difficultà, aveva peste grande. Nondimeno, per industria del signor Renzo da Ceri, si difese e l’inimici se ne levorono con danno e vergogna. Corse il Viceré dipoi assai del paese de’ Veniziani, et essi sempre si andavono difendendo. Ma, trovandosi lo essercito spagnuolo una volta in uno luogo tra Padoa e Vicenzia, dove era costretto o morire di fame o ritirarsi per difficile camino in Alamagna, Bartolomeo d’Alviano, troppo ardito capitano et al quale pareva quante più volte era rotto più fama acquistare, volle apicciare il fatto d’arme.

Li Spagnuoli, disperati, combatterno valentemente e, per opra massime di Prospero Colonna, ruppono le genti venete et amazzorono e presono più loro capi. E potette poi il Viceré andare liberamente per tutto il paese veneto e, per più pompa e gloria, andò insino a Menstri, donde sparò qualche tiro d’artiglieria verso Venezia.

In Francia ancora si faceva grandissima guerra. Et il re d’Inghilterra avea passato il mare e si era congiunto con lo Imperatore. E con gente grandissima assediorno Terroana, avendo prima presa Tornai sanza difficultà, e presso a quella dettoro una rotta a’ Franzesi. Ma la obsidione di Terroana durò bene quaranta dì e, benché fussi presa, ritardò assai l’impeto delli Inghilesi e Todeschi. Et in questa dilazione lo Imperatore, che per natura era vario e quanto oro era al mondo non aria potuto riparare alle sue spese, venne a qualche altercazione col re d’Inghilterra e, sanza mettere più tempo in mezzo o pensare più oltre, se ne tornò in Alamagna.

Il re d’Inghilterra, per questo, et ancora perché avea fatto grande armata per mare e mandatala a Fonteravia, con intenzione che il re Ferrando avesse a muovere per terra da quella banda, vedendo la cosa andare in lungo, restò male satisfatto e richiamò l’armata sua. E questo fece tanto più volontieri perché li Svizzeri, i quali secondo la composizione tra loro collegati, con ventimila uomini assaltorono la Borgogna e messono la obsidione a Digiuno, dove era [16v] il capo per Francia monsignore della Trimoglia che fece sì gagliarda difesa, che detti Svizzeri, diffidando poterla sforzare o per qualsivoglia altra causa, accordorono con monsignore della Trimoglia con convenzioni onorevoli et utili per loro, e ritornoronsi subito indrieto.

La quale convenzione il re Luigi non volle né ratificare né osservare. Onde, come è detto, Enrico re d’Inghilterra per li modi del re di Spagna, dello Imperatore e de’ Svizzeri, conobbe che lui era quello che spendeva sanza profitto e che li altri collegati facevano quello volevano, sanza tenere conto di lui; ritirò lo essercito di là dal mare e volse l’animo allo accordo con Francia. Et essendo morta di poco la regina Anna, moglie del re Luigi, s’appiccò pratica tra questi duo Re d’amicizia e parentado e si fermò l’uno e l’altro. Et il re Enrico dette al re Luigi, vecchio et infermo, Maria sua sorella, giovane e bella. E come fu detto allora, Luigi trasse d’Inghilterra una achinea che caminò sì forte, che in pochi mesi lo portò fuor del mondo.

1514

Lo avere permesso il Papa che li Fiorentini offendessino i Lucchesi e la stanza di Giuliano suo fratello in Roma, con avere lasciato il governo di Firenze, dette sospetto a tutti principi, grandi e piccoli, che avevono che fare in Italia, perché il re Ferrando dicea: “Poiché Giuliano ha lasciato lo stato di Firenze, che è sì bella cosa, bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non può essere altro che il Regno di Napoli”.

Il duca di Milano, di Ferrara, di Urbino dicevono il medesimo. I Sanesi discorrevono: “Se il Papa lascia offendere a’ Fiorentini i Lucchesi, che hanno la città forte, ben munita e d’accordo, tanto più lascerà offendere noi che abbiamo la città debole, poco provvista e desunita”.

Il duca di Ferrara, oltre a questo dubio, era malissimo satisfatto del Papa perché nel principio del pontificato era venuto a Roma et era suto veduto volentieri et accarezzato dal Papa. E si era partito pieno di bona speranza e con promissione che li sarebbe restituito Reggio e fattolo favore con lo Imperatore che riavessi Modona. Et aveva visto il Papa poi non solo non li rendere Reggio, ma comperare Modona dallo Imperatore o pigliarla in pegno per ducati quarantaquattromila.

Ma il duca di Urbino, Giovampaulo Baglioni e Borghese Petrucci, primo cittadino a Siena, mossi dalla sospezione e come più deboli, feciono lega insieme, contr’a’ quali il Papa prese grandissima alterazione e fu del continuo poi inimico loro. Nondimeno essi allora l’escusorono con dire esser fatta per difendere dal signore di Camerino il duca d’Urbino, il quale vedevono esser favorito dal Papa per averli data per moglie [17r] una sua nipote, sorella del cardinale Cibo.

Aveva ancora alterato l’animo de’ cardinali la creazione di quattro cardinali, che il Papa creò sei mesi dopo la sua elezione, contro a’ capitoli che s’erono fatti e giurati nel Conclavi, i quali furono messer Lorenzo Puccio, datario, Bernardo da Bibbiena, tesauriere, messer Iulio de’ Medici, suo cugino, et Innocenzio Cibo, figliuolo di una sua sorella.

E vedendo li uomini che rompeva i giuramenti e che pensava alle guerre e faceva oggi una constituzione nel Concilio Lateranense e domane vi derogava, cominciò a perdere a presso a molti il nome del buono e, benché dicesse l’officio ogni dì con divozione e digiunasse due o tre giorni della settimana, oltre a’ digiuni ordinati, non li credevono più.

E certo è gran fatica volere essere signore temporale et essere tenuto religioso, perché sono due cose che non hanno convenienza alcuna insieme. Perché chi considera bene la legge evangelica, vedrà i pontefici, ancora che tenghino il nome di Vicari di Cristo, avere indutto una nuova religione che non ve ne è altro di quella di Cristo ch’il nome, il quale comandò la povertà, e loro vogliono la ricchezza, comandò la umiltà, e loro seguitono la superbia, comandò la obedienzia, e loro vogliono comandare a ciascuno. Potrè’mi estendere nelli altri vizi; ma basta avere accennato, che più oltre non mi pare mi si convenga entrare.

1515

Erano le cose d’Italia e fuora d’Italia in questi sospetti e travagli, quando morì il re Luigi XII, il quale, nel tempo regnò, provò e la fortuna prospera et avversa. E solo si può riprendere che ebbe troppa voglia di ricuperare il ducato di Milano nel tempo che lui, per la infermità, non era atto alla guerra et era necessitato il commetterla ad altri, il che, il più delle volte, è pericoloso.

Per la morte sua venne il regno, secondo l’ordine di Francia, a Francesco duca d’Angolem, giovane d’anni venti, dotato dalla natura di tanta bellezza, quanto altr’uomo che fusse in Francia, e di più ingegno e memoria. Et avea consunta l’età sua in essercitarsi in arme et ancora non alieno dalle lettere, ma era bene alieno da tutti i vizi, sobrio, temperato, continente; e benché abbi provato qualche volta la fortuna avversa, si può connumerare tra li principi eccellentissimi.

Questo, nel principio prese il regno, deliberò assaltare la ducea di Milano. E se bene pensò che alla difesa di quella avessino ad essere collegati Papa, Imperatore, re di Spagna e Svizzeri, pensò ancora che le leghe, che sono di tanti pezzi, non sono mai d’accordo, [17v] se non in parole. E nondimeno tentò ancora avere qualche parte in Italia e rinnovò la Lega che avea fatta il re Luigi co’ Veniziani e cercò di rimuovere Genova dalli altri collegati, dove era doge Ottaviano Fregoso, il quale il Papa avea favorito assai che tornasse in stato e mai pensava si dovesse partire dalla volontà sua.

Ma Ottaviano, pensando potere male tenere Genova sanza l’amicizia di Francia, rispetto al navicare, et inclinando per molte ragioni che, venendo Francesco in Italia con essercito, dovesse essere superiore ai collegati, si accordò e, di Doge, diventò governatore per il re di Francia, il quale volle la signoria della Città, come era solito avere Luigi.

Il Papa, intendendo le preparazioni di Francia, stava molto ambiguo che partito dovessi pigliare. Et essendoli preposto che dovesse dare per donna a Giuliano, suo fratello, Filiberta, sorella del duca di Savoia, la quale era sorella della madre di Francesco che avea grande auttorità a presso al figliuolo, inclinando molto Giuliano a detto parentado, come nobilissimo, vi consentì ancora lui, benché non li pareva conveniente perché conosceva tirarsi dietro spesa insopportabile. Pure stimava, da altra parte, di potere per questo mezzo ritenere il Re, con le parole, dal venire in Italia e, quando non lo ritenesse, se bene li fusse contro, trovare nella vittoria più facili condizioni.

Stette il Papa così dubio qualche settimana perché, accostandosi a Francesco, vedeva che, se era vincitore, restava a sua discrezione e, se perdeva, conosceva che ne seguiva la ruina sua manifesta, et esserci ancora un’altra cosa: che il Re potea farlo scoprire e poi non volere o non potere passare, e lui trovarsi solo in preda de’ collegati. Nello accostarsi alla Lega conosceva che, quando avesse vinto, non lo poteva tanto offendere, perché erano più collegati et era impossibile tirassino tutti a uno segno, e, se uno lo volesse offendere, l’altro lo difenderebbe. Ma dubitava assai che la Lega non avesse a succumbere perché considerava il medesimo ch’el Re, che queste leghe di pezzi non fanno mai cosa buona.

Aggiugnevasi che lo Imperatore e re Ferrando non erano in Italia e, come lo avevano imbarcato, poco penserebbono alla guerra et a lui resterebbe il pensiero e di contentare i Svizzeri e della maggior parte delle altre spese che si avessino a fare. E se egli ne mancava, dubitava che li collegati non li diventassino inimici, i quali già lo avevono sospetto rispetto a’ Fiorentini, che per l’ordinario sono inclinati a Francia, e per il parentado che avea fatto di nuovo con Savoia. Né li pareva potere stare di mezzo perché temeva che li Svizzeri, che erano già sull’arme, [18r] uniti col Viceré, non li togliessino subito Piacenzia e Parma, e che non paresse loro che la sua neutralità fusse il medesimo che dichiararsi in favore del re di Francia.

Finalmente, dopo molte ambiguità e suspensioni, si risolvé entrare nella Lega et opporsi a Francia. E la principal causa che lo indusse a questo fu che, essendo accordato Ottaviano Fregoso, stimato tanto amico suo, a’ Svizzeri entrò sospetto che non avesse fatto tale accordo di volontà del Papa, e minacciavono, se non si dichiarava, farli la guerra subito. Et il cardinale Sedunense gl’incitava, come quello che era desideroso di novità e non li pareva essere suto remunerato dal Papa secondo meritavono l’opere sue nel Conclavi, si che si collegò più presto per timore che per elezione.

Fatta questa dichiarazione et intendendosi del continuo che il re di Francia sollecitava, i collegati cominciorno a fare il medesimo. E feciono scendere dodicimila Svizzeri, i quali pensorono tenere a Susa, et il signor Prospero, capitano delle genti del duca di Milano, andò con la compagnia sua verso i monti, et il Viceré, che era a Verona, a piccole giornate s’inviò con le genti sue a piè et a cavallo verso Cremona, et a Verona, in suo luogo, andò Marcantonio Colonna, soldato del Papa.

Soldò ancora il Papa più altri capi, e Colonnesi et Orsini e Savelli et il duca d’Urbino e, per l’ordinario, avea Guido Rangoni; et a tutti dette danari. E il dì di san Pietro dette il bastone a Giuliano suo fratello e lo fece generale capitano della Chiesa, il quale era più presto da corte che da guerra. E lo fece inviare verso Firenze et ordinò che tutte l’altre genti sue, a piede et a cavallo, lo aspettassino a Piacenzia, dove si dovea fare la massa di tutto lo essercito.

Lorenzo de’ Medici, nipote del Papa, il quale, come io dissi di sopra, come cittadino governava Firenze, intendendo come Giuliano suo zio, nello sposalizio della moglie, avea promesso al conte di Ginevra, fratello di detta sua moglie, che farebbe opera che sarebbe capitano de’ Fiorentini con gran soldo, gli parve che, succedendo, avesse a essere con diminuzione dello onore suo e che li Fiorentini avessino a restare male satisfatti e del Papa e di lui di essere fatti spendere, quando Loro gli dovevano rispiarmare. E pensò di ovviare a questo disegno con fare eleggere capitano sé con intenzione, però, di non volere né genti né denari, ma gli bastasse solamente il titolo, acciò che il Papa e Giuliano si astenessino dalla impresa. Né ancora prese questo partito sanza la volontà del Papa il quale, [18v] quando egli gnene conferì, vi fece molte difficultà, ma in ultimo concluse che quando il Consiglio delli Settanta vi acconsentisse volentieri, che egli ne resterebbe satisfatto, stimando che tale Consiglio non l’avesse acconsentire.

Ma Lorenzo, avendo prima parlato con molti di detto Consiglio e mostro la causa per la quale cercava di essere soldato, ottenne subito il consenso di tutto il Consiglio, il che dispiacque assai al Papa, pure bisognò che avesse pazienzia. Ma disegnò che le genti che avea Lorenzo in condotta in nome, avessino a essere in fatto e ne richiese la città. Lorenzo, vedendo il consiglio suo non succedere perché, dove volea ovviare alla spesa, vedeva bisognava spendere e, dove non voleva che le genti de’ Fiorentini si scoprissino contro al re di Francia, conosceva che, mandandole in Lombardia, seguiva contrario effetto (il che era grande preiudizio alla città, sì per i molti mercanti fiorentini che sono per il regno di Francia, i quali malvolentieri vi potrebbono stare et essercitarsi in faccende, quando la città fusse contro a Francia; sì ancora perché, accadendo che il re di Francia vincesse, dubitava, avendolo offeso, non cercasse torgli lo stato), però fece rispondere al Papa che li Fiorentini non manderebbono le genti sanza capitano, sappiendo che il Papa non acconsentirebbe che lui si partisse di Firenze et ancora non lo manderebbe in campo, dove fusse capitano Giuliano, dubitando non avessino a essere discordi.

Leone, avuta questa risposta, non sapea che partito si pigliare. Ma accadde a punto che Giuliano de’ Medici non fu stato due giorni in Firenze che s’amalò di due terzane, le quali lo afflissono in modo che presto fu conosciuto che il male sarebbe lungo e pericoloso e per questo non era possibile cavalcassi. Onde il Papa si volse a dare il carico che avea dato a Giuliano a Lorenzo. Il quale lo prese malvolentieri, sì perché dubitava che, andando contro al re di Francia, la città non avesse a incorrere la indegnazione di esso e li mercati ne avessino a patire; sì ancora perché conosceva che il titolo che avea preso di capitano, perché la città non avessi spesa né di lui né d’altri soldati, faceva il contrario effetto: et a lui non poteva occorrere cosa più molesta, che dare spesa alla città. Pure, costretto dal comandamento del Papa, ordinò le genti et alli 16 di agosto 1515 sì parti di Firenze insieme col cardinale de’ Medici, che andava a pigliare la legazione di Bologna et ancora era legato in questa impresa.

Il re Francesco in questo tempo aveva sollecitato il passare suo, né aveva fatto fare allo essercito né alla artiglieria il cammino di Monginevra, che conduce [19r] a Susa dove erano i Svizzeri, ma l’avea condotta per un’altra montagna, chiamata l’Argentiera, luogo difficile, non che a passarvi uomini e cavalli et a condurvi artiglieria, ma alle capre. Nondimeno la potenzia di uno principe grande, quando vi concorre la volontà, supera ogni difficultà.

Passò con lo essercito suo quello monte e condusse artiglieria e cavalli. Et alli avversari pareva sì impossibile che passasse, che stavano sanza scolte o velette o guardia alcuna e tenevono il campo sparso in più parti, in modo che, sendo alloggiato Prospero con la compagnia sua a Villafranca in Piamonte, distante dal luogo dove lo essercito franzese scese circa miglia sedici, ancora che fusse avertito che li Franzesi erano di qua da’ monti e che facesse buona guardia, non tenne conto di tale avertimento. E certi franzesi a cavallo, con trattato di quelli del castello, furono condotti in detto luogo e trovorono Prospero a desinare e presono lui e tutti li suoi, sanza trarre fuora spada.

Questa presa dette animo grande a’ Franzesi e, per il contrario, invilì i collegati e ciascuno di essi, in particolare, cominciò a pensare a’ casi suoi. Lorenzo, locotenente del Papa, venne avanti a maggior giornate possette e li Fiorentini mandorono con lui commissario Francesco Vittori. E la massa delle genti del Papa si congregò a Piacenzia, dove si trovorono, tra il Papa e Fiorentini, circa seimila fanti et ottocento uomini d’arme.

Il Viceré condusse ancora lui il suo essercito a Piacenzia di quattrocento uomini d’arme e quattromila fanti e fece lo alloggiamento in sul Po, lungi uno miglio dalla terra dove Goro Gheri, pistoiese, governatore di Piacenzia, aveva fatto fare uno ponte in sul Po perché li esserciti potessino passare in qua e in là, secondo il bisogno.

Francesco, poi che fu sceso nel piano di Lombardia et ebbe preso Prospero, fece tentare i Svizzeri d’accordo perché in fatto i gentiluomini franzesi non arebbono voluto venire a giornata con loro, i quali da molti anni in qua avevono acquistate tante vittorie, che erano reputati invincibili.

I Svizzeri prestorono orecchi, e massime quella parte ch’era contraria a Sedunense, la quale fu sì gagliarda che minacciò di amazzarlo e lui, impaurito, se ne fuggì a Piacenzia. Ma praticandosi poi tra Franzesi e Svizzeri il modo della composizione et essendo quasi fermo, per poca cosa si ruppe. Et intendendolo Sedunense, col favore de’ suoi partigiani e di qualche cavallo del Papa che condusse seco, ritornò in campo de’ Svizzeri e li riunì e condusse in Milano. Questa pratica de’ Svizzeri col Re tenne molto sospesi il Luogotenente et il Viceré perché dubitavono non si condurre [19v] a Milano, e che i Svizzeri uscissino loro a dosso con uno accordo, e che, dall’altro canto, lo Alviano con l’essercito veneto passasse il Po in Mantuano et assaltasse Parma e Piacenzia, terre in quel tempo deboli et inclinate a’ Veniziani, che li sarebbe facile a pigliarle, e loro si ritrovassino in Milano rinchiusi a discrezione del popolo e non avere essercito da potere combattere con la terza parte dello essercito franzese.

Francesco, intanto, prese Noara e Pavia d’accordo con chi ne avea la guardia e mandò Ioan Iacopo Triulzi verso Milano, pensando che il popolo voltasse. Ma non riuscì perché li Svizzeri erono sì forti in Milano, che tenevono il popolo in timore, onde il Re fu constretto a voltarsi a pigliare tutte le terre e luoghi che erono intorno a Milano.

Il che quando il Viceré intese, sollecitava Lorenzo a passare il Po insieme con lui per ire a occupare Lodi, avanti che li Franzesi lo pigliassino. E questo dicea non perché la sua intenzione fusse così, ma perché Lorenzo negasse il farlo per potere sempre scusare sé e caricare il Locotenente, quando Milano si perdesse. Perché conosceva molto bene che il rinchiudersi in Lodi era andare a perdita manifesta, perché non v’erano vettovaglie, per essere stata di pochi dì messa a sacco dal signor Renzo, quando egli partì da’ Veneziani per ridursi a’ soldi del Papa (e volle monstrare, sendovi ancora l’utile suo, servire ai padroni insino all’ultimo con fede), né era possibile condurvene perché li Franzesi, per essere superiori di numero e di valore, di cavalli e fanti, erano signori della campagna, né poteano sperare di essere aiutati dalli Svizzeri, i quali erano a Milano e, sempre che lo essercito del Papa e del Re fusse uscito fuora per cercare vettovaglie e si fusse incontrato con li avversari, sarebbe stato prima rotto, che li Svizzeri lo avessino inteso.

Nondimeno il Locotenente, conosciuta l’arte del Viceré, disse essere di pronto animo a volere passare il Po. E la sera fece passare la più parte delle genti della Chiesa. E volendo fare passare quelle de’ Fiorentini, Francesco Vittori commissario, alla entrata del ponte, li protestò che li signori Fiorentini non intendevono in modo alcuno che le loro genti andassino a offendere il re di Francia e che erano bene contenti che le difendessino Piacenzia e Parma, terre del Papa, e che stessino a quella guardia, ma non intendevono procedessino più avanti, e che, se egli voleva passare il Po, lo facesse come Locotenente del Papa e non come capitano de’ Fiorentini, e che per niente conducesse seco genti loro, e che, passando, li protestava [20r] che non correva più soldo né a lui né alle genti.

A Lorenzo parve questa proposta animosa e tanto più che non l’aspettava da Francesco commessario. Et avendo fatte passare le genti della Chiesa et essendo passato il Vice con le sue et alloggiate tutte in su la riva di là da Po, pensò essere bene indugiare la mattina sequente a passare lui e deliberare intanto quello voleva facessino le genti de’ Fiorentini, dubitando massime che Bartolomeo d’Alviano, intendendo che Piacenzia fusse restata sola, non l’assaltasse. E però la notte ordinò circa mille fanti che restassino a guardia di quella e lui determinò passare non come soldato de’ Fiorentini, ma come locotenente del Papa. E giugnendo al ponte con le genti a piedi et a cavallo in ordinanza, trovò che il Viceré era ridotto di qua da Po e le genti sue del continuo seguitavano il ritirarsi.

E perché lui stava ammirato di sì subita mutazione, il Viceré li fece intendere che avea fatto questo perché avea inteso che li Franzesi il dì davanti avevono preso Lodi e che, se loro andavano inanzi per ripigliarlo, i Franzesi erano tanto superiori di forze, che, quando li assaltassino, non vi era remedio a non essere rotti, e che li Svizzeri di Milano non sarebbono a tempo soccorrerli, per essere a piedi e discosto, e che alloggiare di là da Po non era sicuro perché, se si levasse voce che li Franzesi venissino avanti per assalirli, lo essercito loro entrerebbe in tanto timore e confusione, che, avendosi a ritirare per uno ponte solo, da sé medesimo si disordinerebbe e metterebbe in rotta, ma che il modo di vincere la guerra era che li Svizzeri venissino verso Piacenzia e si fermassino in su la ripa di là da Po, e subito le genti del Papa e spagnuole passassino et uniti insieme andassino a trovare l’inimici, e sarebbono sufficienti a combattere e vincere.

Né si dovea dubitare che li Franzesi andassino a trovare i Svizzeri perché loro possono fare cammino riparato assai da fosse, delle quali la Lombardia è piena, e dove li cavalli non si potrebbono punto essercitare. Oltre a questo si conosceva chiaro che li Franzesi non erano per venire alla giornata co’ Svizzeri se non forzati: né ancora si avea a pensare che, quando li Svizzeri pigliassino tale partito, Milano si avesse a perdere, perché vi restava la fortezza bene munita, e che si dovea credere che i Milanesi non avessino a mutinare, insino che non vedevano dove la fortuna inclinava. Il Viceré dicea queste ragioni alle quali non si potea replicare, e nondimeno aria voluto che il carico del non passare si posasse sopra ad altri et arebbe voluto essere tenuto lui lo animoso e che altri fusse stato riputato il rispettoso.

Mentre le cose erano in questi termini e che [20v] il Locotenente et il Viceré sollicitavano i Svizzeri a coniungersi con Loro, e che li Svizzeri facevano instanzia che lo essercito della Lega andassi verso Milano, il re Francesco avea fatto il suo alloggiamento a San Giuliano e San Donato, villette fra Milano e Marignano, distanti da Milano circa miglia sette. Né mancava di tenere la pratica dell’accordo co’ Svizzeri e la avea tanto avanti, che il cardinale Sedunense temeva non avesse effetto, perché il Re era ridotto in luogo che, se li Svizzeri stavono fermi, male poteano sperare la vittoria, e per questo stringeva la pratica il più poteva.

Onde Sedunense confortò li Svizzeri della parte sua ad assaltare i Franzesi, monstrando loro, con la sua lingua usa a predicare, molte ragioni per le quali, faccendolo, sarebbono superiori e che lo onore e utile saria tutto loro, né lo arieno a partecipare con altri, iudicando, quello che seguì, che, come li suoi Svizzeri uscissino alla battaglia, li altri non li vorrebbono abandonare, desiderosi e di aiutarli e di essere compagni alla gloria et alla preda.

Uscirono da principio circa seimila e non più, e li altri poi tutti seguitorono. Et alli 13 di settembre s’appiccò la zuffa, che era circa ore ventidue. I Svizzeri, non avendo cavalli e sendo venuti sette miglia ad assaltare i Franzesi nelli loro alloggiamenti, giunsono lassi e trovorono li avversari freschi. Nondimeno, ne’ primi impeti, i Lanzichinech e Guasconi et altri fanti che conduceva Pietro Navarra piegorono e, se il Re in persona non entrava nel mezzo de’ Tedeschi a ritenerli con prieghi et essortazioni e minacci che non fuggissino, la battaglia andava male per lui, ma la prudenzia e fortezza sua riparò a molti disordini.

Durò la battaglia insino a due ore di notte, né si vedea ancora dove la fortuna volesse inclinare. La sera, i Svizzeri, che erano usciti di Milano sanza ordine, ebbono poco o niente da mangiare e bere; la notte stettono allo scoperto armati, sanza mai posare. I Franzesi riordinorono lo essercito e lo rinfrescorono di viveri et indirizzorono le artiglierie dove iudicorono fusse necessario, in modo che la mattina, a bona ora, apiccorono di nuovo la zuffa et in due ore ottennono la vittoria con perdita, però, di alcuni signori de’ primi di Francia, e di assai gentiluomini et arditi cavalieri.

L’Alviano, sendo arrivato la sera a Lodi et intendendo del fatto d’arme incominciato, si partì a mezza notte e, non potendo essere seguito dallo essercito, si spinse avanti con celerità con circa sessanta cavalli e giunse quando già li Franzesi avevono avuto la vittoria, ancora che egli, come glorioso, e così li Veniziani attribuiscono questa vittoria in gran [21r] parte a loro, ma in fatto non vi ebbono participazione alcuna.

La vittoria fu grandissima. Nondimeno i Svizzeri, così rotti, ritirorono l’artiglieria con le loro proprie braccia in Milano e, benché la fama si spargessi che nella giornata ne morissino dodicimila e chi dice di manco dice di ottomila, io ardirei di dire che non passorono quattromila perché, come è detto, ritirorono l’artiglieria, il che non potevono fare se non ve ne fussino restati vivi assai. Et il giorno sequente, in ordinanza si partirono di Milano per ritornarsene a casa, ancora che si partissino molti di loro feriti.

Come la rotta s’intese in Milano, i più intimi e familiari del Duca se ne entrorono in Castello da lui, et il popolo mandò ambasciadori al Re, i quali apuntorono: et il Re diventò signore di Milano e di tutto quello teneva il Duca, eccetto che il Castello.

A Piacenzia, dove era il Viceré e Lorenzo, ancora che fussi poco più distante di miglia trenta dal loco dove si fece la giornata, il fatto s’intese variamente, perché venne la prima nuova che li Svizzeri erano vittoriosi, e durò questa opinione tutto il dì 14 di settembre, la notte poi venne il vero, che lo scrisse Lodovico Canossa, vescovo di Tricarico, nunzio del Papa a presso il re Francesco, il quale non avea voluto lo seguitasse in campo, ma fu contento restasse a Turino.

Ma intendendo Leone che li Svizzeri tenevono pratica d’accordo e nessuno provedere danari altri che lui, cominciò a voltare l’animo a convenire con Francesco e fece che Lorenzo mandò in campo Benedetto Bondelmonti, il quale parlando col signor Ioan Iacopo circa lo accordo, parve a detto signore che, per facilitarlo, Tricarico venisse dal Re, e mandò per lui un corriere.

Tricarico venne subito e giunse in campo poco avanti si cominciasse la battaglia. E, ragionando col Re del modo del convenire, lui gli disse: “Io non posso finire ora il ragionamento, perché sono forzato ire alla battaglia. Se io perdo, il Papa non arà da curare di convenire meco, se io vinco, farò il medesimo che farei al presente, e la vittoria non mi farà sì insuperbire, che io voglia mutare condizioni col Papa.

Quando il Viceré intese il vero a punto, di nuovo metteva animo al Locotenente che era da mandare a’ Svizzeri e confortarli e con danari e con promesse a scendere i monti, e che Francesco per questa vittoria non era più gagliardo che prima. E diceva molte ragioni, se non demostrative, verisimili. Le quali Lorenzo udiva, ma non lo persuadevono, perché in fatto vedeva il nervo della guerra essere la pecunia e che il pondo di provederla restava tutto addosso al Papa, [21v] il che gli era impossibile. Però di nuovo mandò Benedetto Bondelmonti in campo a Tricarico a persuaderlo che concludesse in qualunque modo convenzione tra Francesco e Leone. E certo si può dire che la destrezza et ingegno di Tricarico fusse causa che il Re non procedesse a destruere lo essercito ispano e quello della Chiesa.

E di già monsignore di Lautrec era venuto avanti con settecento lance per fare uno ponte in sul Po, a rincontro di Pavia, e l’Alviano confortava il Re a seguitare la vittoria la quale se lui seguiva, era facil cosa che lui diventasse signore d’Italia. Ma la mala fortuna d’essa, che la voleva riservare a maggiore flagello, non volle che quella venisse in mano di sì bono et eccellente Principe, sotto l’ombra del quale sarebbe potuta riposarsi molti anni in pace, e li fece mettere avanti al signor Ioan Iacopo Triulzi ragioni assai e rispetti, di quelli che hanno i vecchi prudenti, cioè che non era da entrare in nuove imprese perché li Svizzeri, esasperati per questa rotta, scenderebbono di nuovo più feroci che mai, che l’Alamagna si unirebbe tutta, quando intendesse volesse occupare Italia, che il re d’Inghilterra, temendo la grandezza sua, li moverebbe in Francia et il re Ferrando farebbe il medesimo, e che attendesse a godere la vittoria e conservarla.

Ragioni che non sono così vere, come appariscono, perché una vittoria sì grande, come era stata questa di Francesco, avea sì tolto lo animo all’inimici suoi, che non si doveva lasciare loro ripigliarlo, ma era da seguire la vittoria, sanza mettere uno momento di tempo in mezzo e pigliare essempio da Iulio Cesare, il quale fu maestro di sapere vincere.

Ma lo averso fato d’Italia fece che il Re inclinò alla composizione, la quale Tricarico concluse di ordine del Locotenente, perché l’uno e l’altro sapevano che così si contentava Leone. E rimasono al Re Piacenzia e Parma, che soleano essere dello stato di Milano e nella convenzione furono molti altri capitoli, i quali fu fatto tempo al Papa dieci giorni a ratificare. E fatto questo accordo, il Re entrò in Milano e, benché piantasse l’artiglieria al Castello che Pietro Navarro, a chi avea dato questa cura, gli promettesse in pochi giorni la espugnazione di quello, non volle l’ultima vittoria, ma fu contento pigliarlo a patti da Massimiliano, al quale promesse ciascuno anno scudi trentacinquemila di pensione. E preso che ebbe il Re il Castello, si dimesse la guerra e le genti s’alloggiorono per la ducea in vari luoghi, e una parte n’andò in favore de’ Veniziani verso Brescia, sotto il governo del Bastardo [22r] di Savoia.

Leone, intesi che ebbe i capitoli, tutti li confermò, eccetto uno che conteneva che quello dovessino pagare i Fiorentini a Francesco, per esserli stati contro in questa guerra, fussi rimesso nel duca di Savoia. Questo capitolo per niente il Papa volle ratificare, dicendo che non era conveniente che lasciassi i Fiorentini a discrezione del duca di Savoia, i quali non aveano fatto guerra contro al Re e, quando l’avessino fatta, erano stati tirati da lui al farla contra loro volontà.

Approvati che furono i capitoli, e messi in gran parte in essecuzione, il Papa ordinò a Lorenzo che andasse a fare reverenzia al Re a Milano. E li Fiorentini vi mandarono Francesco Vittori e Filippo Strozzi, i quali avevano eletto oratori insino quando fu incoronato, ma, rispetto alla guerra, non erano potuti andare. Ebbeno in commissione, insieme con Francesco Pandolfini che era ambasciadore prima a presso al Re, di rallegrarsi che lui fusse venuto al regno e della vittoria ottenuta.

Fece il Re grande onore e carezze a Lorenzo e, per stabilire una ferma amicizia col Papa, deliberò andarlo a trovare insino a Bologna, dove il Papa si conferì con tutti li cardinali e prelati et officiali di corte: et il Re poi venne con la corte sua, che non fu di più che cinquemila cavalli, computati tra questi quelli che portono carriaggi et altri impedimenti. E mostrò Francesco gran confidenzia in Leone, e Leone in lui; e fu alloggiato in Palazzo et incontrato prima da prelati, poi da vescovi, poi da arcivescovi, poi da due cardinali che vennono insino a Reggio, et in ultimo da tutta la corte. Il Re li dette la obedienzia in Concistorio pubblico et alli 13 di dicembre, che fu il dì di santa Lucia, il Papa cantò solenne messa in Santo Petronio, presente il Re e tutta la corte sua. Et alli 15, Francesco si partì benissimo satisfatto dal Papa e compiaciuto di parole e promesse di quasi tutto quello li domandò, che lo pregò, in tra l’altre cose, che restituisse al duca di Ferrara Reggio e Modona, per posare una volta Italia. Et il Papa acconsentì di farlo, pure che li fussino restituiti li danari avea dati allo Imperatore per ricuperare Modona.

Ricercò ancora che perdonassi a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, la offesa li avea fatta dello avere preso soldo da lui e poi non voluto cavalcare quando fu ricerco, ma tenuto pratiche strettissime con Francia; e fu openione fusse convenuto seco, ma di questo non si mostrava cosa alcuna. Il Papa non volle consentire a tale [22v] domanda, dicendo che voleva punire i sudditi suoi secondo i delitti.

Tornossi Francesco a Milano, e Leone prima a Firenze e poi a Roma; e Lorenzo seguitò Francesco insino a Milano, dove stette insino che lui partì per irsene in Francia. Et a requisizione de’ Veniziani, non avendo fatto il Bastardo di Savoia effetto, mandò il signor Ioan Iacopo Triulzio con genti a espugnare Brescia.

Il Papa, prima che fusse a Roma, fu ricerco dal duca di Ferrara di osservare quanto avea promesso al Re. Et ancora che detto Duca dipositasse i danari che il Papa avea sborsato per Modona, fu tenuto più dì in speranza e bone parole, ma non si venne a conclusione.

1516

Francesco se n’andò di là da’ monti in poste e prese il cammino verso Provenza, dove trovò la madre e la moglie ite alla divozione di santa Maria Maddalena. E tornandosene verso Lione, ebbe nuova, in Avignone, come Ferrando, re di Spagna, era morto. Né si può dire non morisse un grande et eccellente principe, perché di piccolo Re diventò grandissimo. È vero che è dannato come uomo di poca fede perché avendo promesso al re Federico d’Aragonia, suo cugino, di aiutarli difendere il Regno di Napoli e mandato in suo aiuto genti per mare, sotto il governo di Consalvo Ferrando suo capitano, a un tratto, quando Federigo credette che tali genti li fussino in favore, li furono contro. Et intese che Ferrando era convenuto con Luigi re di Francia e diviso tra loro quel Regno, onde Federigo fu costretto mendicare in Francia e cercare la misericordia di quel Re, la qual pensò trovare maggiore che quella del cugino. Nondimeno lui si escusava dicendo che Federigo non era sufficiente, ancora con l’aiuto suo, difendere il Regno, e che fu pur meglio con accordo cercare che una parte ne rimanesse nella casa d’Aragonia, che si perdesse tutto; e più, sapeva che Federigo, sanza tenere conto di lui o di suo capitano, teneva strette pratiche con Francia e che lui prevenne avanti le concludesse.

È ancora da qualcuno ripreso d’avarizia. Et io sono forse in errore, ma iudico che non si debbe attribuire questo vizio a un principe il quale non grava i sudditi suoi di essazioni estraordidinarie, non fa accusare oggi questo e domani quello, per estorquere da loro le pecunie iniustamente, non lascia che li ministri suoi succino le sustanzie de’ poveri, per spogliarli poi di quelle quando sono fatti [23r] ricchi, e più presto si astiene dal donare a’ servitori, buffoni, cinedi et uomini di simil qualità. Et uno principe che vive in questo modo io, non avaro, ma liberale chiamerei. Ma interviene che, de’ cento che usano le corti, ve ne sono novantanove bisognosi e che in loro piaceri vogliono spendere più che non possono. E perché il Principe a dare loro inclini, a uno principe rubatore e prodigo, danno il nome di liberale; a uno astinente di quello d’altri e vero liberale, danno il nome di avaro.

È biasimato ancora che si dilettava di giucare. Né io sono tanto ardito che presumessi, contro una opinione inveterata, lodare il giuco, né ancora mi risolvo a dannarlo in uno uomo grande e, se bene uno principe doverebbe sempre stare occupato in offici laudabili et utili alli popoli, quando essamineremo la vita delli principi passati, non danneremo in modo alcuno quelli che, per fuggire ozio e passare malancolia, della quale questa nostra vita è piena, si dilettono qualche volta di giucare, massime se lo fanno sanza venire in collera, sanza fraude e sanza avarizia. E Ferrando intendo che nel giuoco mai si turbava, che giucava liberissimamente e che quasi sempre perdeva, e spesso perché voleva perdere. Et io non so dove uno uomo grande possi mostrare maggior liberalità che nel giuoco, perché è proprio del liberale volere che quello in chi conferisce il beneficio non li sia obligato, né conosca di esserli: e questo accade proprio a uno principe, quando si lascia vincere giucando.

Morì Ferrando pieno di anni, ancora che si promettessi assai più lunga vita. E lasciò erede di tutti li stati suoi, et in Spagna et in Italia et altrove, Carlo, figliuolo della sua prima figlia, nato di Filippo, figliuolo di Massimiliano imperatore, che dovea essere allora di età di anni sedici. Lasciolli ancora il regno di Navarra, la quale avea di poco tolto al Re che la possedea.

Et essendo domandato, alla morte, dal confessore come volessi disporre di quel regno, il quale avea tolto ad altri, rispose che lo avea tolto a chi ne solea essere signore, perché papa Iulio lo avea escomunicato e privato del regno come scismatico; e che s’el Papa era Vicario di Cristo in terra, come lui credeva, teneva con più iustizia quel regno che stato ch’egli avesse.

Il re Enrico d’Inghilterra, quando intese che Francesco avea preso la ducea di Milano [23v] e rotto i Svizzeri, pensò di fare dopo la vittoria quello dovea fare avanti pigliasse la impresa, dubitando che non diventasse tanto grande che li fusse formidabile. E con suoi ambasciadori sollevò di nuovo i Svizzeri i quali, benché dopo la rotta avessino ferma certa convenzione con Francia, non erano stati tutti uniti, ma vi erano di loro cinque Cantoni che vollono restare nella nimicizia, i quali furono contenti pigliare danari da Enrico.

Lo Imperatore, ancora che si dilettava oltre a modo di ordire guerre, s’offerse a Enrico di essere presto a passare in Italia per ricuperare lo stato di Milano, pure che lui gli dessi danari. E lui et Enrico per loro ambasciatori tentorono il Papa, il quale credevono che malvolentieri avessi lasciato Parma e Piacenzia, e li offerseno, quando ripigliassi quello stato, rendergliene. Ma lui non si volle scoprire, dubitando della varietà dello Imperatore, della poca fede e troppa avidità de’ Svizzeri, ma non si oppose al principio con le parole gagliarde, né ancora poi co’ fatti come Francesco arebbe voluto e come li pareva fusse obligato, secondo i capitoli erano tra loro.

Lo Imperatore adunque, avendo avuti danari da Inghilterra, venne in Italia nel principio della primavera dell’anno 1516 e menò circa quindicimila Lanzichinech et altanti Svizzeri pagati pure dal re d’Inghilterra.

Francesco, quando partì da Milano, vi lasciò governatore il duca di Borbone e, sendoli dipoi riferito che detto Duca non avea sincero animo verso di lui, vi mandò locotenente Odetto di Foes, chiamato monsignor di Lautrec, uomo essercitato assai in guerra et ardito cavaliere. E vi providde di fanti et, intra li altri, di diecimila Svizzeri di quelli Cantoni che erono d’accordo seco, e mandovvi più gentiluomini della sua corte. Nondimeno i Franzesi non confidorono tenere la campagna né li passi de’ fiumi e sempre si ritirorono in modo che lo Imperatore condusse il suo essercito presso a Milano a tre miglia: e li capitani franzesi, che vi erano ridotti dentro, consultavono già tra loro se era da abandonare Milano e ridursi a guardare le terre di qua da Po.

Lo Imperatore, come intese che il Re avea diecimila Svizzeri in Milano, prese diffidenzia di quelli avea in campo e, ricordandosi quanto facilmente i Svizzeri sono usi a essere corrotti da’ Franzesi, li entrò sospetto non lo dessino pregione come già altra volta avevano dato il Moro e, secondo il suo costume, dette volta indrieto; né lo potette mai persuadere Galeazzo Visconti, nobile [24r] milanese che avea avuto il carico di condurre i Svizzeri, a non dubitare di loro. E la prima ritirata fece a Lodi, dove venne Prospero Colonna, quale era stato pregione in Francia più mesi et, avendo pagato parte della taglia, era suto libero dal Re con certe condizioni. E confortò Massimiliano a non desistere dalla impresa, mostrandoli quanto la Francia fusse essausta di danari e con quanta debolezza i Franzesi erano in Milano, dove era stato qualche giorno.

Ma non fece frutto alcuno, né fu possibile che a passo a passo non si ritirasse in Alamagna, lasciata ancora con poco presidio Brescia, la quale intra pochi giorni s’accordò co’ Franzesi e loro la renderono a’ Veniziani. Seguirono poi li Franzesi di andare verso Verona con intenzione di sforzarla, sì per osservare i capitoli a’ Veniziani, sì ancora perché allo Imperatore non restasse questo piede in Italia, donde spesso potessi fare insulto allo stato di Milano.

Il Papa, poi che lo Imperatore se ne fu tornato in Alamagna, pensò di vendicarsi della iniuria li avea fatto il duca d’Urbino nella passata del re di Francia e di torli lo stato. E benché la Duchessa vecchia, quale era suta moglie di Guido Ubaldo, andasse a Roma e raccomandasse al Papa la nipote, moglie di Francesco Maria, e destramente li riducesse a memoria l’obblighi avea con suo marito, non poté fare effetto alcuno. E tanto meno potette operare perché era di pochi giorni inanti morto Giuliano, fratello del Papa, dopo che era suto malato dieci mesi, il quale avea grande affezione e reverenzia alla sopradetta Duchessa, per essere stato, quando era in bassa fortuna, assai onorato da lei e dal marito.

Di questo si può dire che fusse veramente bono omo, alieno dal sangue e da ogni vizio, e si può chiamare non liberale, ma prodigo, perché donava e spendeva sanza considerazione alcuna donde dovessino uscire i danari. Dilettavasi avere a presso di sé uomini ingegnosi et ogni cosa nuova voleva provare. Pittori, scultori, architettori, alchimisti, inventori di miniere erano condotti da lui con tanto stipendio, quanto non era possibile pagassi. Morì in Firenze e furono celebrate le essequie sue con pompa grandissima.

Volle Leone che Lorenzo facesse la impresa d’Urbino, ancora che lui la facessi contro a sua voglia perché conosceva che, come quello stato era facile a pigliare, così era facilissimo a perdere.

Ma il Papa diceva [24v] che, se non privava il Duca dello stato, el quale si era condotto con lui e preso danari et, in su l’ardore della guerra, era convenuto con l’inimici né pensato che era suo suddito, né altro, che non sarebbe sì piccolo barone che non ardisse di fare il medesimo o peggio, e che, avendo trovato il pontificato in riputazione, lo voleva mantenere. Et in fatto, volendo vivere i pontefici come sono vivuti da molte decine di anni in qua, il Papa non poteva lasciare il delitto del Duca impunito.

Non durò Lorenzo molta fatica, né consumò molto tempo in spogliare Francesco Maria di tutto lo stato di Urbino, et in ultimo li tolse Pesero e la fortezza. Et in pochi mesi la terra e fortezza di San Leo, che è tenuta cosa inespugnabile, pur con ingegno fu presa. Né mi estenderò a dire il modo particulare perché, ancora che questo luogo abbi gran fama, non merita però se ne parli a lungo. Francesco Maria con la moglie e figli si ridusse a Mantoa, al marchese Francesco suo suocero.

Come lo Imperatore fu partito dello stato di Milano, Carlo di Borbone si ritornò in Francia, né li parve che li fusse saputo da Francesco quel grado di avere in tanto pericolo conservato lo stato di Milano, che li pareva meritare. Rimase governatore della ducea di Milano e locotenente del re di Francia in Italia Odetto di Foes, il quale, presa che fu Brescia, attese insieme con lo essercito veneto, che avea per capitano Teodoro Triulzio, a seguitare la impresa contro a Verona per tôrla allo Imperatore, dove era a guardia Marcantonio Colonna, uomo, e per esperienzia e per ogni altra qualità, eccellentissimo nell’arme.

Restò, come io dissi di sopra, erede di tutto lo stato, che teneva Ferrando d’Aragonia, Carlo d’Austria, suo nipote, al quale molti anni inanti era suta promessa da Luigi XII di Francia Renea, sua figliuola, in certo accordo che detto Luigi avea fatto con Ferrando, del quale s’era poi mancato, e per l’una parte e per l’altra, in molte cose. E però pareva necessario che tra Carlo e Francesco re di Francia, se avevano a stare in pace, si venisse a nuova composizione.

E per questo Artù di Buissì, gran maestro di Francia, in cui il Re avea tutta la fede sua, andò a Nojon, ne’ confini di Piccardia, dove venne monsignor di Ceures, il quale avea governato e governava Carlo pacificamente. E dopo molte dispute, venneno a nuove convenzioni e disfeciono il mariaggio, [25r] fatto prima, di Renea, allegando che ella era di troppa età. E Carlo promisse pigliare Luisa, figliuola di Francesco, che aveva due anni et, insino non consumava il matrimonio, dare ciascuno anno a Francesco scudi centomila per conto del Regno di Napoli, la metà del quale s’intendesse appartenesse a Francesco, come in due altre capitulazione fatte tra Luigi e Ferrando si monstrava, e che avesse a essere la dota di detta Luisa. E così fermarono lega, amicizia e parentado.

E perché il verno si approssimava, che renderebbe la espugnazione di Verona più difficile (massime che a difesa di quella erono concorsi quasi tutti li Spagnuoli che erono soliti stare nel Regno di Napoli, uomini cappati et usi a fare la guerra con pochi danari e pochi viveri) però monsignore di Ceures, che iudicava che fusse a proposito che il padrone suo stesse in pace e non spendesse per lo Imperatore, e sappiendo che lui non avea modo di mandarvi nuovi omini né di dare danari a quelli che vi erono, cominciò a trattare con Massimiliano che lui la lasciasse pigliare a’ Veniziani, a’ quali non la liberasse né concedesse, ma, in uno certo modo, chiudesse li occhi e ne cavasse le genti, acciò loro la potessino pigliare, et avessi da loro certa somma di danari e s’intendessi tra lui e Veniziani fatta tregua per tre anni.

E dopo molti omini che andorono a torno, e dopo molte proposte e risposte, si fermò la convenzione nel modo sopradetto. E li Veniziani riebbero Verona, da loro tanto desiderata, donde uscirono circa cinquemila spagnuoli i quali, secondo i capitoli, avevono a potere andare sicuri nel Reame.

Leone, come Lorenzo ebbe preso il ducato di Urbino, volle dargliene in titolo et in Consistorio lo fece eleggere duca, avendo, avanti facessi la impresa, privato nel medesimo modo Francesco Maria. Lorenzo per niente non arebbe voluto tale titolo di ducato, perché conosceva che i popoli amano i principi quando ne tralgono profitto e che tre duchi, che vi erano stati prima, avevono avuto i popoli affezionati perché, avendo soldi grossi da questo principe e quell’altro, mettevono del continuo nello stato danari e non ne traevano, edificavono, facevano cultivare, stavano in sul loco, e pascevano molti omini con pensioni e soldi, come fanno le corti. Ma lui, che non era per potere stare in quello stato e che era forzato trarne le imposizioni ordinarie per il soldo de’ governatori et altri officiali, bargelli, guardie di rocche e simili cose, et essendo [25v] il paese povero et i popoli inclinati a’ signori vecchi, e Francesco Maria vivo, vedeva che ogni piccolo tumulto gli faceva perdere quello stato e che da una perdita ne potrebbono seguire delle altre. Ricusò quanto potette. Ma come poteva lui opporsi al zio Papa et alla madre che non restava di incitarlo e sollecitarlo a diventare duca?

1517

Francesco Maria, in questo tempo che durò la guerra a Verona sendo rifuggito a Mantoa, prese stretta familiarità con Lautrech con l’aiuto di Federigo Gonzaga, signore di Bozzolo, il quale si teneva offeso dal Papa e cercava occasione di vendicarsi. Questi due, et insieme e di per sé, instillorono nelli orecchi di Odetto che Francesco avea potuto cognoscere la fede del Papa nella venuta dello Imperatore a Milano; e che questo era uno potente Papa perché, oltre allo stato della Chiesa, avea quello di Firenze e nuovamente disponeva di Siena, donde pochi mesi inanzi era stato per opera sua cacciato Borghese Petrucci che governava quello stato, e messo in suo luogo Raffaello, pure Petrucci, vescovo di Massa, il quale dependea tutto da lui et era nutrito sempre seco, e nel principio del pontificato lo avea fatto castellano di Castello Santo Angelo, che si dà a’ più confidenti amici e servitori che il Papa abbia; e che non era da lasciarlo fermare in modo che potesse congregare danari perché, se ne congregasse, piglierebbe animo di volere cacciare e Francesco del ducato di Milano, e Carlo del Regno di Napoli; e che si voleva molestarlo subito, inanzi che morissino alcuni cardinali vecchi che l’odiavono, e prima che potesse fare collegio da poterne disporre; e che, sanza che Francesco si scoprisse, pure che chiudesse li occhi, pensavano con poca fatica in pochi poterlo condurre in tanti travagli, che arebbe a ricorrere a Francesco e gittarsi tutto nelle braccia sue; e che egli gli potrebbe fare rendere lo stato di Urbino e restituire Reggio e Modona, e farlo lasciare il governo di Firenze e mutare quello di Siena: et in effetto lo ridurrebbe uno papa da farne più presto a modo suo, che da temerlo.

Lautrec, parendoli che nella venuta dello Imperatore il Papa non si fusse portato come dovea, et avendo in odio, per l’ordinario, tutti l’Italiani, e massime i preti, porse li orecchi a queste parole e gustò le ragioni e lasciò che Francesco Maria e Federigo ragunassino i fanti spagnuoli, che uscirono di Verona, e delli altri italiani e, del campo suo, quelli che vollono essere con loro, in modo che feciono assai bono essercito.

Se Odetto fece questo [26r] o permesse con volontà del Re o no, io non ardirei scrivere, perché Francesco affermava non ne avere inteso cosa alcuna et io non posso, né debbo, né voglio non prestare fede alle parole di un tanto Re.

Vennono dunque Federigo e Francesco Maria con detto essercito in Ferrarese, e quivi, con qualche favore del Duca, passorono il Po et erono già in Romagna quando a Roma se ne ebbe notizia vera.

Il Papa pensava a ogni altra cosa che guerra et era tanto possibile che lui tenesse mai mille ducati insieme, quanto è possibile che una pietra vada in alto da per sé. Lorenzo era a Roma, malato di doglie che lo tormentavano grandemente. I condottieri del Papa erono poco satisfatti da lui, perché non dava loro danari come arebbono voluto e loro erano disordinati, perché tutti volevano imitarlo nello spendere.

Comincia ad accattare danari, che è cosa che toglie la riputazione al principe nel principio della guerra, solda con essi fanti, danne alli condottieri di genti d’arme. Lorenzo corre così malato in Romagna in poste, dove vanno subito Renzo da Ceri, Guido Rangoni e Vitello Vitelli. Ma non fu possibile vi conducessino sì presto tante genti da potere ritenere che Francesco Maria non entrasse nello stato d’Urbino. Disputossi tra detti condottieri del Papa come era da governare questa guerra.

Lorenzo diceva che in questo principio il Papa avea pochi danari e che il migliore partito potesse pigliare era di soldare quattromila fanti e dividerli per le bone terre dello stato di Urbino, e guardarle bene con levarne ancora li uomini sospetti; e che la stagione non pativa, sendo nel mese di febraio, che li avversari potessino campeggiare terre; e che, come avessino corso un poco pel paese e predato quel poco troverranno, non entrando in bone terre donde possino trarre danari, né avendone Francesco Maria da sé da poterne dare alli suoi fanti, che presto si risolveranno. I condottieri, e massime Renzo, a’ quali nel durare la guerra pareva guadagnare danari e riputazione e ridurre il Papa debole et in necessità, dicevono si facesse essercito grosso, col quale si potesse andare a trovare i nimici e rovinarli perché, quando bene al presente non riuscissi loro altro che ridursi nel Regno salvi, ogni dì moverebbono di questi insulti e porrebbono taglie al Papa, e che nello stato d’Urbino non erano bone terre, e che bastava guardare Urbino.

E mentre consultono e non deliberono e che non si risolveno né Renzo né Vitello chi di loro due vadia in Urbino, secondo che [26v] Lorenzo, locotenente in quello essercito del Papa, aveva comandato loro, Francesco Maria passò con l’essercito suo et in pochi dì, col favore de’ popoli, ridusse tutto quello stato in sua potestà, eccetto Pesero e San Leo. Et a Pesero pensorono le genti del Papa fare testa. E Leone mandò subito a Milano a dolersi con Lautrec di questo insulto e domandarli aiuto.

Odetto, benché monstrassi dolergnene, dicea che il Papa si avea causato questo male da sé medesimo per avere lasciato passare per il paese suo li Spagnuoli alla sfilata, perché andassino a soccorrere Verona, contro alli capitoli avea col suo padrone, e che lui non manderebbe gente in suo favore, sanza commissione del Re, e che li restavano a presso certe reliquie di fanti franzesi e guasconi i quali, quando egli dessi loro danari, andrebbono in sua difesa.

Quello che era mandato dal Papa, parendoli che lui avesse necessità di soccorso presto, intesa questa offerta, subito li accettò e dette qualche somma di danari a’ capi, promettendo che non indulgerebbe molto a dare il resto. Mandò ancora Leone a dolersi di questa iniuria a Francesco in Francia et a Carlo in Fiandra. Francesco rispose che era presto a osservare i capitoli e che, secondo quelli, era tenuto aiutarlo con quattromila cavalli e seimila ducati il mese, e tanto provederebbe, e che scriverrebbe a Francesco Maria et a Federigo che desistessino dalla impresa. E providde a’ danari e scrisse a Lautrec che mandasse quattrocento lance in favore del Papa.

Lo Imperatore rispose che ordinerebbe alli suoi che si ritraessino da molestare il Papa, ma furono tutte parole. Li avversari seguivono e Lione non arebbe voluto che li quattromila fanti, soldati a Milano dall’omo suo, venissino in suo favore, sì perché con difficoltà potea fare tale spesa, sì perché dubitava non lo ingannassino. Ma Lautrech dicea che sendo restati in Italia a instanzia del Papa, se non li venivono in favore, gli verrebbono contro, e che egli non li potrebbe ritenere. Mandò ancora detto Lautrec dugento lance, delle quattrocento li commisse il Re, in favore del Papa, le quali avevono capi italiani affezionati a Francesco Maria.

Leone, trovandosi in una guerra tanto pericolosa et iudicando che Francesco e Carlo li avessino tesa questa rete a dosso per batterlo, pensava a tutti i rimedi possibili per liberarsene, ma si trovava in troppa scarsità di danari, e massime perché la opinione di Renzo prevalse a presso al Papa di fare essercito grosso. E conclusse gran numero di fanti guasconi, svizzeri, spagnuoli, tedeschi et italiani e non potea ragunare tanti danari da potere dare loro una paga a un tratto. E quando avea pagato Guasconi [28r] et Italiani, mancavono danari pe’ Svizzeri, quando avea pagato i Svizzeri, mancavono per li altri.

Aveva questa guerra un’altra difficultà che il paese, dove la si maneggiava, era tutto dedito a Francesco Maria in modo che l’essercito del Papa pativa assai di vettovaglie, e le genti d’arme mandate da Lautrec ne consumavono sanza risparmio per far maggior disordine. Per questo Lorenzo era deliberato tentar una volta la fortuna di venire alla giornata e seguissi come volessi, ma Renzo e Vitello, sopra i quali il Papa avea posata la guerra, dissuadevono il combattere.

Et essendo lo essercito del Papa in sul fiume del Metro copioso di fanti e cavalli, ché vi era venuto oltre alli condottieri sopranominati Gian Paulo Baglioni con bona banda di cavalli, e volendo li inimici passarlo, perché nol passando pativano di viveri, Lorenzo si volle opporre et ordinò la battaglia. E già gli avversari erano entrati nel fiume per passare et avevano grandissima dificultà

Lorenzo, avendo conosciuto l’arte de’ condottieri, mandò Benedetto Bondelmonti a far intendere a Leone quello era seguito, e che, essendo suo locotenente in nome, voleva essere ancora in fatto, e che era bene contento pigliare consiglio con i condottieri, ma voleva poi deliberare da sé medesimo, e che altrimenti non voleva stare in campo, perché vi starebbe con troppo suo vituperio.

E volendo intanto ripigliare Mondolfo, castello del Vicariato, perché vi erono molti viveri, e faccendo, nel pigliarlo, l’officio del capitano e soldato, fu ferito di uno scoppietto nella testa e fu constretto lasciarsi portare per mare in Ancona a curarsi, perché la ferita fu molto pericolosa.

Il campo del Papa restò in tanto pericolo e disdetta, che sempre che alcuno di quello si scontrava, o per arte o a caso, con li avversari, ne andava col peggio. I condottieri erano divisi tra loro, i fanti non ubidivano a nessuno et attendevono solo a rubare li amici e farsi pagare, et, essendo di tante nazioni, spesso combattevono intra loro.

Leone, avendo notizia di questi disordini [28v] si volse a mandarvi legato il cardinale di Bibbiena, omo molto destro nelle azioni del mondo, ma della guerra al tutto inesperto. E però in campo non condusse seco riputazione, pure lo riordinò alquanto, ma non di qualità che l’inimici non pigliassino animo a uscire dello stato di Urbino et andare verso Perugia. E sendo stati certi dì intorno a quella, Giampaulo, con accordo, li fece partire perché providde che li Perugini dettono a Francesco Maria scudi seimila. Il quale, ritirato con li suoi, si voltò verso Anghiari et il Borgo, terre de’ Fiorentini, dove trovò maggiore difficultà che nelle terre della Chiesa. Et il Borgo, ancora che avesse le mura deboli e vi fusse una parte che aderisse a Francesco Maria, nondimeno, per diligenzia et animo di Luigi Guicciardini, che v’era commissario pe’ Fiorentini, si salvò.

Lorenzo, dopo che fu stato malato tre mesi in Ancona, per la diligenzia de’ medici fu libero. E tornato prima in Firenze e poi andato verso il Borgo, ridusse in modo le genti sue, che l’inimici cominciorono a temere.

Accadde ancora che Carlo e Francesco, come principi grandi, non stavano sanza sospetto l’uno dell’altro e ciascuno di loro dubitava che Leone non tirassi l’altro alla volta sua, e però ognuno di loro pensò essere il primo a levarli la guerra da dosso. E Carlo mandò in campo di Francesco Maria don Ugo di Moncada; e Francesco mandò a Roma monsignor dell’Escù, fratello di Lautrech, e don Ugo praticò con li fanti spagnuoli, che erono con Francesco Maria, e l’Escù fece tenere pratica co’ Guasconi et altri Franzesi che erono in quel campo. E finalmente, con certi danari che il Papa promisse a l’una nazione et a l’altra, si venne a composizione, nella quale si dispose che Francesco Maria lasciassi libero il ducato d’Urbino e se ne potessi tornare sicuro a Mantoa. E seguiti questi effetti, ebbe fine una guerra che dette al Papa grandissimo travaglio e spesa, quale non si crederebbe.

E non ebbe solo Leone la guerra fuora, ma ancora in Roma, perché scoperse una coniurazione di tre cardinali, San Giorgio, Petrucci e Sauli, quali operavano levarlo di terra con veneno. E ritenuti in Castello et essaminati, confessorono che lo sapevano due altri cardinali, Volterra et Adriano.

Volterra in consistorio non si scusò in tutto né accusò, ma subito che uscì di Palazzo se ne andò a Fondi. Adriano, ancora lui, benché il Papa gli volesse perdonare, si partì. E l’uno e l’altro di loro pagò certa somma di danari per la necessità della guerra. San Giorgio ancora fu condannato in danari assai; Sauli messo [29r] in carcere, dove in pochi mesi, per tedio e dolore, morì; Petrucci deposto et incarcerato: e fu openione che in pochi giorni per forza fusse fatto morire.

1518

Il Papa, dopo questo, cercò di fare una bona e solida amicizia con Francesco, re di Francia. Et acciò che tutto quello che era successo tra loro per il passato si mettesse in oblivione, fece praticare che Lorenzo togliesse moglie in Francia. E si concluse il parentado per Francesco Vettori, che era oratore pe’ Fiorentini a presso il Re, di Magdalena, figliuola del conte Giovanni d’Alvernia, che era della stirpe di quello Gottifredi Bulioni che fece tante prove oltre al mare, e la sorella era maritata al duca d’Albania. Et erono due sorelle erede che avevono, intra loro due, scudi diecimila d’entrata per anno. E Francesco aggiunse in dote a Lorenzo la ducea di Lavaur, che volle fusse d’entrata di scudi cinquemila.

Fermo lo sponsalizio, sendo nato al Re il primo suo figlio maschio a dì 27 febraio 1517, Francesco ricercò il Papa che fussi suo compare e mandassi Lorenzo a tenere il figlio al battesimo et a fare le nozze. Consentì Leone molto volentieri e mandò Lorenzo subito in Francia in poste, nel principio del 1518. E fu onorato dal Re tanto quanto potesse essere onorato principe, et alloggiato nel castello d’Ambuosa, dove si teneva in quel tempo Francesco, nelle principali stanze vi fussino.

Fecesi il battesimo solenne, fecesi il convito per le nozze sontuosissimo, fecionsi balli, feste e giostre. E Lorenzo si portò in modo che acquistò l’amore di tutta la corte di Francia, ma più di Francesco e della madre. Ebbe soldo dal Re di cento lance, ebbe pensione di franchi diecimila per anno e l’ordine di San Michele. E stato che fu tre mesi in corte e seguito Francesco insino in Angieri, il quale voleva ire in Brettagna, prese da lui licenzia e ne menò la moglie verso Italia.

E prima partissi di Francia, n’andò in Alvernia e divise lo stato col duca d’Albania, suo cognato. Poi ne venne in Italia e fece di nuovo nozze e feste in Firenze. E poi che vi fu stato un mese, andò a trovare il Papa, che era allora a Montefiasconi, e praticò seco di volere lasciare lo stato di Urbino alla Chiesa e non volere essere più capitano de’ Fiorentini e tornare a tenere lo stato di Firenze come cittadino, come sempre era stato il suo disegno.

Ma, mentre trattava queste cose e che era per venire alla conclusione, madonna Alfonsina sua madre, la quale non era possibile volessi che Lorenzo stesse sanza titolo [29v] di signoria, intendendo tale pratica, acciò che egli non gli dessi la perfezione, li fece scrivere che era in pericolo di morte e che, volendola vedere viva, tornasse subito.

Il bon figliuolo credette alle lettere e si messe in poste e venne sì veloce, che, in capo di pochi giorni che fu giunto in Firenze, s’amalò e, dopo una malattia di sei mesi di dolori insopportabili, morì.

1519

La cui morte, iudichino li altri a modo loro, fu di tanto danno alla città di Firenze, che saria difficile a scrivere, perché, sendo giovane, avea tutte quelle buone parte che si debbe desiderare in omo d’età matura: amatore della patria, affezionato a’ cittadini, parco delle pecunie del comune, liberale delle sue, inimico de’ vizi, non però rigido punitore di chi quelli commetteva.

Cominciò a essercitare la milizia d’anni ventitré, nondimeno, in quel tempo stette con li esserciti, sempre dì e notte tenne la corazza da omo d’arme a dosso. Dormiva pochissimo, sobrio nel bere e mangiare, temperato circa il coito. E sì bene parlava come si dovesse alloggiare l’essercito, donde battere una terra, come difenderla e delle altre fazioni che si fanno ne’ campi, come se fusse stato nutrito da teneri anni in quello essercizio e come se fussi stato capitano molti anni. Et era tanto temuto dalli soldati suoi, che, giugnendo a Piacenzia e trovandoli tutti quanti licenziosi, rubatori, sanza legge, sanza freno, in breve tempo li ridusse di qualità che a’ Piacentini doleva quando si ebbeno a diloggiare. E questo fece più presto con le parole e diligenzia, che con rigide crudeltà.

Da’ Fiorentini non era amato perché è impossibile che li omini, usi a essere liberi, amino chi li comanda; né egli la comandava volentieri, ma la volontà d’altri lo spigneva a quello da che la sua lo arebbe ritratto. Facevali ancora molto odio et invidia madonna Alfonsina, sua madre, la quale, sendo donna avara, da’ Fiorentini, che avertono ogni piccola cosa, era tenuta rapace. Et egli, se bene desiderava correggerla, non potea, perché, come a madre onesta e nobile, gli portava troppa reverenzia.

Morì Magdalena, sua moglie, sei dì avanti a lui, avendo partorito una figlia che si chiamò Caterina. Ma di Lorenzo sia detto insino a qui.

Carlo, poi che vidde Italia posata, sendo d’accordo con Francesco, volle andare a pigliare la possessione de’ regni di Spagna delli quali era rimasto erede. Né ebbe [30r] però tanta confidenzia nel re di Francia, che si volesse mettere per terra per(4) il suo regno, ma passò per mare, e senza dificultà alcuna prese la possessione pacifica di tutto quello se li aspettava. Ma sendo egli governato da Fiamminghi, e’ quali tutte le dignità et utilità di quelli regni pigliavono per loro, e sendo morto lo arcivescovo di Tolleto, che è beneficio di tanta entrata, quanto ne sia uno altro in Cristianità, lo Imperatore lo dette al nipote di Ceures. E così accadeva ogni dì delli altri.

Li Spagnuoli malvolentieri stavono sotto questo giogo, pure e’ grandi signori iudicavono che le mutazioni non fussino a loro proposito e sopportavono ogni cosa come potevono, ma li populari non potevono avere pazienzia, et usavono parole non convenienti, escusandosi sempre che non intendevono parlare contro al Principe, ma contro a’ governatori.

E’ Fiamminghi ancora, infastiditi de’ modi delli Spagnuoli, sendo e’ costumi molto differenti, confortavono Carlo a tornare in Fiandra. E tanto più li dicevono che lo doveva fare perché, mentre era in Ispagna, successe la morte dello Imperatore suo avo. Et era stata grande altercazione di chi dovessi essere eletto re de’ Romani, perché il re di Francia, discorrendo con prudenzia, aveva fatto ogni conato d’essere eletto, perché pensava, quello che è seguito poi con effetto, che, se il Re di tanti regni in Ispagna e di Napoli e Sicilia, signore di Fiandra e di parte di Borgogna, duca d’Austria e conte di Tirolo, fussi eletto re de’ Romani, cercherebbe per ogni via ridurre Italia in suo potere: e non solo Italia, ma tutta la Cristianità.

Il Papa conosceva questo medesimo e, se bene considerava che quasi il medesimo era per seguire quando fussi eletto Francesco, non si poteva persuadere che li Elettori tedeschi dovessino mai acconsentire di trarre lo Imperio d’Alamagna. E però confortò Francesco a pigliare questa impresa vivamente e non perdonare né a danari né ad altra cosa per conseguire questo suo desiderio, [30v] iudicando che, come Francesco tentava questo, subito Carlo li diventava inimico. E se bene cognoscessi impossibile che egli fusse eletto, perché non fusse eletto Carlo già fattoli inimico, volterebbe il favore a qualche principe d’Alamagna. E questo disegno del Papa riusciva ancora che l’ammiraglio di Francia, el quale il Re aveva mandato a Treveri per condurre la pratica d’essere eletto con lo Arcivescovo, uno delli Elettori, sempre con lettere dessi speranza e quasi certezza al patrone ch’egli sarebbe eletto re de’ Romani, nondimeno il Re non lo credeva et aveva volto il favore suo al marchese di Brandeburg, uno degli Elettori. Et era contento che li danari prometteva a quelli Elettori ch’eleggevono lui, darli a quelli che eleggevono detto Marchese.

Ma Carlo aveva tanti amici e partigiani in Alamagna, per essere stato lo Imperio nella Casa d’Austria più di settanta anni continui, e ne fece condurre tanti in Francfordia, dove si doveva fare la elezione, et allo intorno, che si può dire che ella fussi fatta più presto con le forze, che per l’ordinario, perché non vi fu elettore che ardissi fare parola di eleggere altri in re de’ Romani che Carlo, ancora che vi fussi chi desiderassi assai lo Imperio e per sé e per altri.

Sendo dunque eletto Carlo re de’ Romani et essendo in Ispagna, tutti i Fiamminghi e Tedeschi, che egli aveva a presso, instavono che tornassi in Alamagna. E, benché in Ispagna si vedessino segni di sollevazione, dicevono che la riputazione di tanti stati, aggiunto lo Imperio, farebbe stare ciascuno a segno. Onde Carlo, stimolato da tante persuasioni, si partì di Spagna per mare e pose nell’isola d’Inghilterra per fare una vera unione con quello Re. La quale l’uno e l’altro d’essi pensorono avere fatta, ma durò tanto, quanto ciascuno di loro iudicò essere a beneficio suo.

Francesco, intesa la elezione di Carlo, cominciò subito a pensare come s’avessi a difendere, quando egli lo volessi offendere. E, benché la ragione volessi che Francesco dovessi cominciare a muoverli guerra subito, mentre egli aveva la Spagna co’ puntelli e non era solidato nello Imperio, né aveva danari, perché li [31r] aveva spesi in pagare li uomini fece condurre in Francfordia et all’intorno perché dessino favore alla sua elezione, non lo volle fare, perché non volle si potessi dire che da lui nascessi il principio di turbare la pace de’ Cristiani. Ma cercò di farsi amico il re d’Inghilterra e, per avere più reputazione, recuperò da lui Tornai, che il re Luigi, suo antecessore, aveva perduto pochi anni avanti. Poi, per mezzo d’imbasciadori, convennono di parlare insieme.

Et Enrico passò il mare e venne a Calese, e Francesco a Bologna. E ciascuno di loro fece tendere padiglioni ricchissimi in su certi prati e nel mezzo di quelli si parlorono la prima volta, e fecionsi carezze assai. Poi si convitorno, donoronsi, fecionsi giostre, balli et ogni altra maniera di festa. E si partirono l’uno dall’altro con tanta dimonstrazione d’amore, che si pensò che tra essi fussi fatta amicizia sì indissolubile, che altro non la potessi partire che la morte. E per maggiore confermazione Enrico promesse la figlia per sposa al figlio di Francesco, chiamato similmente Francesco. E sendo poco poi nato al re di Francia un altro figlio, Enrico volle tenerlo a battesimo e gli pose nome Enrico.

In Italia, in questo tempo, le cose erono assai quiete. E dopo la morte di Lorenzo, il Papa volle che a governo di Firenze venissi il cardinal de’ Medici, il quale, per la prudenzia e bontà che aveva dimonstro da’ teneri anni insino a quel tempo, era in quella città et amato e riverito.

1521

Poi che Carlo fu tornato in Alamagna, attese a fare le cerimonie consuete et indisse una dieta di tutti e’ principi a Vormacia. Francesco, parendoli avere fermo Inghilterra, desiderava fermare il Papa, el quale, sendoli morto il fratello et il nipote, non aveva da cercare stati per li suoi, ma desiderava bene d’acquistarne per la Chiesa e riavere Parma e Piacenzia e, quando Francesco non li volessi rendere queste, almanco li aiutassi pigliare Ferrara. Il che parendo a Francesco dificile per la qualità del sito e del Duca, che aveva danari assai et intendeva della guerra, e non volendo ancora offendere uno principe, che gli era suto sempre amico, senza iusta [31v] causa, teneva il Papa in parole.

El quale era afflitto da un’altra materia di grande importanza, che era che Martino Luter, già frate di santo Agostino et uomo assai litterato, col favore del duca di Sassonia predicava in quella provincia, in pubblico, che tutti e’ vescovi sono pari al papa e molte altre cose eretiche e scandolose. E la sua dottrina era udita volentieri et aveva molti fautori, non solo in Sassonia, ma in tutta Germania. Lione faceva ogni instanzia che Cesare gastigassi Martino e facessi ogni opera d’estinguere la sua setta; et era da lui pasciuto di buona speranza.

Come Cesare fu partito di Spagna, molte città presono l’arme non contro a lui, ma contro a’ governatori, e di quali furono cacciati, e di quali morti. E feciono quelli popoli tra loro intelligenzia e chiamoronla la Santa Giunta. Ma è stata o gran prudenzia o gran fortuna quella di Carlo perché i principi, il più delle volte, quando non fanno le guerre in persona, le sogliono perdere, et a lui non è occorso così, ma sempre che ha commesso ad altri è stato vittorioso.

Era questa Giunta da temere perché e’ popoli, se bene dicono in principio fare contro a’ governatori, come hanno battuto i governatori iudicono avere offeso il principe e fanno una aperta rebellione. E’ signori di Spagna, benché fussino male contenti del governo de’ Fiamminghi, temettono tanto che i popoli non prevalessino contro ai nobili, che s’unirono insieme e feciono una gagliarda difesa contro alla Giunta. Et il costume de’ popoli è essere ne’ principii feroci, ma presto raffreddarsi e non essere concordi, e però e’ principi batterono quando una città e quando un’altra, di qualità che in poco tempo ridussono tutta Ispagna a ubbidienzia di Cesare. E d’accordo si pacificorono e rimessono la pena di quelli ch’erono suti capi di questi tumulti alla deliberazione di Cesare, quando egli venissi in Ispagna.

Dove sendo pacificato, li crebbe il desiderio di potere disporre d’Italia e seguitava con ogni instanzia di tirare a sé il Papa e, per gratificarlo, citò Martino Luter a Vormacia dove teneva la Dieta. E, non volendo comparire sanza salvocondotto, gliene dette. E poi che fu comparso et ebbe disputato [32r] la sua dottrina, l’ammunì che dovessi tornare alla via vera e desistessi di calunniare il Pontefice e li altri prelati della Chiesa Romana e, quando non lo facessi, minacciò di gastigarlo, aggiugnendo che non li mancherebbe modo d’averlo altra volta nelle mani senza salvocondotto. Luter stette nella sua pertinacia et a Carlo bastò avere gratificato il Papa col fare dannare nella Dieta la dottrina sua; e si escusò di non potere procedere più oltre, rispetto al salvocondotto.

Ma la verità fu che, conoscendo che il Papa temeva molto di questa dottrina di Luter, lo volle tenere con questo freno.

Lione, combattuto assai dal re di Francia d’accostarsi a lui, instava in sul volere Ferrara, e Francesco, come dissi di sopra, gli dava parole.

Et in questo tempo, che fu alla fine dell’anno 1520, le reliquie de’ fanti spagnuoli, che erono stati più anni in Italia e poi erono iti a combattere le Gerbe contro a’ Mori per servizio di Cesare, e non potendo fare progresso, se ne ritornorono in Sicilia e poi in Calabria. E si messono insieme e vennono insino alli confini della Chiesa, pensando che Lione s’avessi a ricomperare da loro, come aveva fatto nella guerra d’Urbino. Il Papa mandò loro incontro Giovanni de’ Medici, suo congiunto e nell’arme ardito [e franco], con qualche somma di fanti. E volendo detti spagnuoli pigliare uno castello del Papa in sul Tronto, chiamato Ripatrasonna, furono ributtati con occisione di molti di loro in modo che, vedendo li primi impeti non succedere, se ne tornorono nel Regno alle stanze.

Il Papa, per questo impaurito, deliberò di stare armato e proveduto e mandò messer Antonio Pucci, vescovo di Pistoia, a’ Svizzeri, el quale ne condusse in Italia seimila uomini prontissimi alla guerra. Lione arebbe voluto che Francesco concorressi a questa spesa per pietà e ne lo fece più volte ricercare. Ma egli, dubitando che il Papa non volessi assaltare con essi Ferrara, differiva il rispondere. Né gli pareva possibile che, benché indugiassi a rispondere, et ancora quando avessi negato concorrere a detta spesa, che il Papa ne dovessi pigliare tanta indegnazione, che s’avessi a accordare con Cesare a nuocerli perché Lione non era tenuto di sì poco ingegno, che non conoscessi che Carlo era troppo potente, e che tutti li imperatori che sono stati potenti, quando hanno avuto adito in Italia, sono suti inimici de’ pontefici [32v] et hanno cerco non solo d’abassarli, ma di ruinarli, perché, chiamandosi re de’ Romani, non pare loro conveniente avere il titolo e che e’ pontefici abbino il dominio. Ma sempre le cose non si possono misurare con la ragione.

Il Papa, parendoli che Francesco non tenessi conto di lui e mosso dalle persuasioni di don Ioanni Emanuel, oratore per Cesare a Roma, e da Ieronimo Adorno, genovese, e da Ioan Matteo Ghiberti, pure genovese, che faceva in Roma le faccende del cardinale de’ Medici, concluse con Cesare contro al re di Francia.

E li soprascritti gli monstrorono che, subito che egli fussi collegato con Carlo, che la fama sola gli farebbe vincere la guerra, e che non poteva avere poi dubbio alcuno della grandezza di Cesare, perché, secondo e’ capitoli, il ducato di Milano doveva venire a Francesco Maria Sforza, secondo figliuolo del duca Lodovico, el quale Francesco Maria era allora in Alamagna, e che il signore Antoniotto Adorno aveva a essere doge di Genova, e che Piacenzia e Parma dovevono ritornare al Papa, el quale doveva essere aiutato da Cesare a espugnare Ferrara, in modo che per queste convenzioni Cesare non acquistava cosa alcuna in Italia né diventava più formidabile fussi prima. E fu questa lega conclusa in poche parole e furono prima le galee del Papa sopra Genova, che si sapessi l’animo suo.

El quale, volendo poi escusare questo suo partito precipitoso, diceva averlo preso a beneficio della republica Cristiana, ancora che fussi pericoloso per la Chiesa e per lui, perché conosceva il re de’ Turchi potentissimo per avere di nuovo vinto il Soldano e preso il suo regno e per avere ridotto in termine il Sofì, che n’aveva da tenere poco conto, e che era necessario che surgessi uno principe tra’ Cristiani sì grande, che fussi atto a farli resistenzia, e che solo questi duoi re erono atti a farla, Carlo e Francesco. Ma bisognava che l’uno superassi l’altro, perché altrimenti nessuno di loro arebbe tanta potenzia né tanta riputazione, che ardissi opporsi al Turco, e che cognosceva che era più facile che Carlo diventassi superiore a Francesco, che Francesco a Carlo, e che non li pareva inconveniente, per la salute universale di tutti e’ cristiani, mettere in pericolo lo stato della Chiesa. E se [33r] questa era la principale causa che Lione diceva che l’aveva mosso a collegarsi con Cesare, ma io, essaminato le qualità sue e quanto egli conosceva e quanto bene discorreva e tritava e’ partiti innanzi gli pigliassi e quanto desiderassi essaltare la Chiesa, non mi posso persuadere che la ragione detta di sopra lo movessi e che egli non conoscessi certo che la essaltazione di Cesare era la depressione sua, e che per niente la volessi.

Ma la mala fortuna di Italia lo indusse a fare quello che nessuno uomo prudente arebbe fatto. E lo mossono assai le persuasioni di Ieronimo Adorno, al quale il Papa prestava gran fede. Egli era stato assai in corte di Carlo e lo predicava per uomo religioso, cattolico, osservatore di fede, alieno dal sangue, e che non desiderava più in Italia un palmo di terra di quello avessi, e che la guerra che pensava di fare al re di Francia non era a altro fine che per potere vivere in pace e venir seco a una composizione per potere liberamente fare l’impresa contra il Turco.

E se bene Leone non doveva prestare tanta fede alle parole di Ieronimo, che lo dovessino indurre a fare sì grande errore, fu tirato dalla oppenione che aveva che i Svizzeri in ogni evento l’avessino a aiutare perché, poiché fu Papa, dava ogni anno loro scudi trentamila di pensione, perché non li fussino contro e perché, quando n’avessi bisogno, venissino a servirlo, pagandoli. Et indicava che essi non volessino la grandezza di Cesare e pensava che, ogni volta che Cesare non stessi alle promesse, poterlo con le forze loro battere e farlo tornare a segno. E forse gli sarebbe riuscito, se non fossi stato prevenuto dalla morte.

Mandato che ebbe il Papa le sue galee a Genova e che non gli successi il disegno di voltarla, gli bisognò venire alla forza aperta.

E Prospero Colonna subito andò in Lombardia, capo delle genti a cavallo di Cesare, contro a’ Franzesi, et il marchese di Pescara, capo delle fanterie, col quale andorono tutti e’ fanti spagnuoli ch’erono nel Regno. Il Papa ancora vi mandò le genti sue a cavallo e fece soldare molti fanti italiani, e la prima impresa fu di porre il campo a Parma.

Francesco, giugnendoli questa guerra a dosso subito et improvisa, non si perdé d’animo, ma pensò di fare e’ rimedi possibili. E subito mandò a soldare Svizzeri, ma, avanti [33v] scendessino, Parma era forte stretta, dove era governatore monsignor d’Ellanson e con lui molti altri signori italiani e francesi. Ma avevono poca gente né confidavono del popolo perché, quando era suddito della Chiesa, era uso a pagare poco.

Durò la obsidione di Parma più giorni et i Franzesi, diffidando guardarla tutta per essere troppo grande e loro essere pochi defensori, abbandonoro la parte di là dal fiume, che guarda verso Piacenzia, dove li inimici facevano la batteria, e si feciono forti drento della terra, in sul fiume della Parma, con ripari et artiglierie et altri ordini. Le genti della Lega entrorono in quella parte di Parma abbandonata e messono a sacco quello poco vi trovorono.

Lione aveva in quello essercito per suo capitano Federigo marchese di Mantova, el quale, per essere giovane, si rapportava a Prospero, capo principale in questa impresa. Entrate che furono le genti in quella parte di Parma, per molti si credeva che in pochi dì si dovessi pigliare il resto e che fussi una gran parte della vittoria. Ma, o che i capi imperiali trovassino la impresa difficile, o che dubitassino che Lautrec o il duca di Ferrara non venissino a soccorrerla e li trovassino imbarazzati tra le mura, o forse perché avessino sospetto che, se avessino preso Piacenzia e Parma per il Papa, che egli non andassi poi nel resto della guerra più rattenuto e gli bastassi avere conseguito il desiderio suo, ritirorno l’essercito da Parma e si ridussono verso Reggio.

In Firenze, quando Leone prese questa guerra, fu una mala contentezza universale e cominciò a perdervi l’amore e la grazia, sì per essere la città per l’ordinario inclinata a Francia, sì perché in quel tempo e’ mercanti fiorentini avevono a riscuotere in Francia, tra dalla Corte e da altri particulari, più che ducati settecentomila, et ancora perché e’ corsali provenzali, soldati dal Re, impedivono la navicazione, cosa di molto preiudicio a’ Fiorentini et in publico et in privato, perché e’ Fiorentini sono amatori della quiete, perché vivono d’industrie et essercizi che fanno bene nella pace. E parve loro che il Papa ne tenessi un poco conto a pigliare partito di tanta importanzia e non ne conferire niente, se non dopo la conclusione della Lega. E se bene e’ Fiorentini non intervennono, né con oratori né con mandato, né prestorono [34r] consenso in detta Lega, il Papa, di sua auttorità, promisse che lo seguiterebbono. E però, quando in Firenze s’ebbe notizia che lo essercito della Lega era ritirato, li amici de’ Medici temerono e li altri tenevono li animi e li orecchi levati a ogni novità.

Lione, quando intese quello che avevono fatto e’ capi imperiali, conobbe tardi avere errato et essere entrato in luogo, che era constretto a fare tutta la spesa di questa guerra. E non si trovando danari, né avendo modo di provederne e sappiendo che in Firenze per il Comune n’era congregata qualche somma, per il poco spendere che aveva procurato il cardinale de’ Medici si facessi e per la diligenzia che aveva usato che le pecunie publiche si conservassino, si volse a mandare detto Cardinale in campo, legato e capo principale della guerra, sì perché confidava molto nella prudenzia e virtù sua, sì perché conosceva che egli, per avere onore di questa impresa, era necessitato spendere e’ danari che erono conservati in Firenze, e’ quali insino allora il Cardinale mai aveva voluto acconsentire si spendessino.

Egli vi andò contro a sua voglia e contradisse assai, ma non poté disubbidire. E per ingagliardire il campo in su la giunta sua fece calare diecimila Svizzeri e’ quali, per essere collegati col re di Francia, dicevono che, secondo e’ capitoli avevono con lui, non potevono pigliare uno palmo di terra di quella del Re, ma che tutta quella che il Papa facessi pigliare a altri, potevono e volevono difendere.

Giunto adunque il Legato in campo, che fu del mese d’ottobre 1521, consultò con quelli signori capitani come fussi da procedere. E si conobbe, nel consultare, che essi volevono prima pigliare Milano et il resto del ducato, e poi Piacenzia e Parma, e conclusono che fussi da passare il Po, per unirsi il più presto che si poteva con i Svizzeri. A’ quali i Veniziani, benché fussino collegati col Re, non si vollono opporre nelle montagne di Bergamo, perché vollono fuggire di non avere la guerra in casa.

Passò l’essercito della Lega il Po in Mantovano et andò in Cremonese, dove ebbe allo incontro Lautrec con l’essercito franzese el quale, se non era pari di forze, era superiore per molte commodità aveva, delle quali li avversari mancavono. Appressavasi il verno, le piove [34v] erono grandi e se i Veniziani volevono fare un poco di resistenzia a’ Svizzeri, la guerra era vinta per il Re. Non la feciono et i Svizzeri si congiunsono con l’essercito delle Lega il quale, senza tentare Cremona, passò l’Adda in sulle barche et ancora che Lautrec avessi ritirato prima le sua genti di là dell’Adda, per guardare che gli inimici non passassino, è cosa molto dificile guardare da uno essercito venti miglia di ripa di fiume. E passò sopra a Cassano, presso a Milano a miglia venti. Come Lautrec conobbe li inimici essere passati l’Adda, ché procedette assai, perché e’ suoi Svizzeri non vollono combattere contro a quelli che aveva condotti il Legato, ritirò il suo essercito in Milano, e vi condusse Teodoro da Triulzi con parte dello essercito veneto.

In Milano, in fatto, la parte ghibellina è superiore assai, i popoli sono sempre desiderosi di mutazione, chi lascia la campagna e si ritira drento alle mura, perde di riputazione.

L’essercito della Lega, inteso che i Franzesi erono ritirati in Milano, gli seguitò e giunse alle porte poco dipoi che li altri erono entrati drento, in modo che non avevono avuto tempo a distribuire le guardie e fare quelli ordini che si ricercono in una città faziosa e dove s’aspetti il campo. Quelli della Lega si presentorono alle mura e certi fanti spagnuoli furono li primi che entrorono drento, da un luogo dove era un mulino. Seguitorono delli altri, et in effetto, in poche ore, senza ostacolo entrorono nella terra. Odetto, ancora che non invilissi, mai potette fare testa con li suoi e, vedendo la terra perduta, pensò di salvarsi con più e migliori uomini potette et, uscito di Milano, si ritirò verso Como. E’ soldati cesarei arebbono voluto mettere a sacco Milano, pure furono ritenuti con gran fatica da il Legato e da’ capitani, ma a ogni modo presono molti milanesi guelfi, e posono loro taglie e predorono le loro case; e così presono tutti e’ Franzesi che trovorono in Milano e le loro robe.

Leone ebbe nuova della presa di Milano alli 28 di novembre, sendo alla Malliana, villa pontificia, distante da Roma cinque miglia. E qualcuno dice ne prese tanto piacere, che stette gran parte della notte levato alle finestre a vedere fare festa alli suoi e, quando era stato un poco alle finestre, tornava al fuoco, e che per questo prese, la notte, e [35r] freddo e caldo et, essendo in quello luogo aria pessima, gli venne febbre ardentissima. Altri dicono che ebbe dolore perché vedeva Cesare avere conseguito il desiderio suo et a lui restare ancora a pigliare Parma e Piacenzia, dove li bisognerebbe spendere, e che la spesa sarebbe tutta sopra lui, e non sapeva donde trarre più danari, e le lettere del Legato, che davono notizia della vittoria, domandavono danari e grossa somma.

Basta, che, per qual causa si volessi, la notte medesima gli venne la febbre et il dì sequente si condusse in Roma et il primo di dicembre morì. Né mai seppono i medici trovare rimedio al suo male. Fu detto che morì di veneno: e questo quasi sempre si dice delli uomini grandi, e massime quando muoiono di malattia acuta. Ma chi conosceva Leone e considerava quanto aveva il corpo bene proporzionato dal collo in giù e poi quanto avessi il capo grosso e fuori di proporzione dell’altre membra, si potrà maravigliare che egli sia vivuto tanto, e massime perché nel vivere era poco regolato, perché digiunava spesso e poi si caricava troppo di cibo: e per questo, e per avere il capo grosso et umido, era sempre pieno di catarro.

Quando morì, correva l’anno dell’età sua quadragesimo sesto. Uomo al quale la fortuna durò favorevole otto anni continui perché, avanti fussi papa, sendo prigione de’ Franzesi, scappò a caso, prese lo stato di Firenze contro all’oppenione di ciascuno, fu pontefice che non vi doveva avere parte. E questo è certo che il cardinale di Volterra, vedendo che il cardinale di San Giorgio, che li era inimico, aveva gran parte nel pontificato, si riconciliò con Medici, non credendo in modo alcuno che potessi essere Papa, e discorse che, col confortare Medici a cercare il pontificato, farebbe due cose: l’una, che torrebbe la voce di Medici e suoi aderenti a San Giorgio, che avevono inclinazione a dargnene; l’altra, che qualunque fussi fatto papa, sarebbe inimico a Medici, reputandolo presuntuoso, che sì giovane ardissi aspirare al pontificato. Ma questo suo pensiero riuscì al contrario.

E poi che fu papa, a quanti più errori fece, a tanti più rimediò la fortuna. Spese nella coronazione senza misura e consumò in essa tutti e’ danari contanti et argenti che aveva congregato Iulio, nondimeno trovò modo di fare nuovi ufici, e si trovò chi li comperò cari, e fece con essi sempre e’ danari che disegnò. Dette per donna a Giuliano una che si tirava drieto una [35v] spesa incredibile, e la fortuna, acciò ne mancassi, gli levò il fratello. Se la guerra contro al re di Francia nel quindici durava, tutta la spesa si posava sopra a lui e non la potendo reggere aveva la inimicizia, per l’ordinario, di Francia et arebbe avuto quella de’ collegati. Francesco vinse presto e si posò ogni cosa. Se Massimiliano, quando venne sopra a Milano, vinceva, trattava Leone come ha trattato in questi tempi Carlo Clemente, e Massimiliano si partì con vergogna.

Ebbe la guerra d’Urbino, la quale scoperse l’animo e dei cardinali e de’ condottieri in modo che ebbe occasione di punire cardinali e fare Collegio nuovo: perché nel suo pontificato creò in più volte quarantadua cardinali e trasse danari da parte di quelli che creò e da quelli che condannò.

Gastigò ancora qualche condottiere, come Giovampagolo Baglioni, il quale fece decapitare in Castello. E perché egli da un canto non arebbe voluto pensieri che l’affliggessino, dall’altro era glorioso e desiderava fare grandi e’ suoi, la fortuna, per privarlo di questo pensiero, gli levò, oltre al fratello, il nipote. Et in ultimo, avendo preso la guerra contro al re di Francia, nella quale vincendo perdeva et andava alla ruina manifesta, la fortuna lo levò di terra, acciò non la vedessi.

Nel suo pontificato, in Roma, non fu peste, non penuria di vivere, non guerra, fiorivano le lettere e le buone arti e vi erano ancora in culmine e’ vizi.

Alessandro et Iulio usorono pigliare l’eredità di qualunque, non solo prelato, ma piccolo prete et uficiale, che moriva in Roma. Leone s’astenne da tutte, onde vi concorse numero infinito d’uomini e si può dire certo, che in otto anni che stette pontefice, crescessi in Roma il terzo del popolo.

Se fu principe, nel quale fussino più le virtù che i vizi, o il contrario, lo lascerò iudicare a chi n’ha più iudicio che non ho io. Aveva molte parti eccellenti e grandi; fu biasimato che teneva poco conto di quello prometteva, ma lui aveva quella sentenzia molto peculiare: “che il principe doveva rispondere in modo, a chi lo ricercava, che nessuno avessi causa partirsi da lui se non allegro”. E però prometteva nel principio tanto e pasceva ogni uomo di tanta speranza, che non era possibile gli satisfacessi.

A’ Fiorentini particulari fece molti e grandi benefici. Ma li uomini sono tanto ingrati e sì poco discreti [36r] che, beneficando egli ancora delli altri che Fiorentini, come quello che era ubrigato a molti, tutto quello che dava a altri, stimavano togliessi a loro. Fu notato assai che si dilettassi troppo di buffoni, ma aveva tante altre parti che, chi le vorrà considerare senza odio et invidia, troverrà che i popoli non si doverrebbono dolere quando avessino uno principe simile.

Venuta la nuova in Firenze della morte di Leone, li amici de’ Medici non invilirono, ma ne dettono subito notizia al cardinale Legato a Milano, el quale ne venne in poste e confortò li amici a stare di buono animo. Poi se n’andò a Roma per trovarsi alla creazione del nuovo pontefice, la quale e’ cardinali sollecitavano.

E fatto essequie, trentacinque cardinali che si trovorono in Roma entrorono in Conclavi. La elezione andava in lungo et intanto le guerre non cessavono, perché Odetto di Foes, ancora che avessi perduto Milano, non volle abbandonare la Lombardia. Ma da Como, dove si ritirò, venne per le terre de’ Veniziani a Cremona et ordinava nuove genti per ritornare in su la guerra. È vero che la perdita di Milano dette tanto disfavore a’ Franzesi, che Parma e Piacenzia vennono nelle mani della Chiesa, per opera et industria di Goro Gheri, pistorese, vescovo di Fano.

Francesco Maria della Rovere, che si trovava a Mantova, intesa la morte di Lione, raccolse circa dumila fanti et insieme con Malatesta et Orazio Baglioni, figliuoli di Giovampagolo, che erono a soldo de’ Veniziani, vennono in Romagna e poi nel ducato d’Urbino e lo presono tutto senza alcuna dificultà perché Leone, per consiglio di Renzo da Ceri, per poterlo meglio tenere, a tutte le terre di quello stato aveva fatto levare le mura.

1522

Aveva ancora Leone dato a’ Fiorentini in pegno Montefeltro e San Leo per le spese avevono fatte quando Francesco Maria lo riprese nel sedici: e tutto il Montefeltro s’accordò con Francesco Maria. San Leo, perché è forte et era pieno d’uomini fidati, si tenne, e Pesero ancora, se bene aveva le mura, s’accordò col vincitore et il castellano dette la fortezza per danari. Francesco Maria e Baglioni insieme n’andorono poi verso Perugia e mutorono quello stato e ne cacciorono il signore Gentile Baglioni. Et a gran giornate venivono verso Siena per mutare quello governo, et avevono preso il tempo che Raffaello Petrucci, [36v] cardinale, che lo governava, era serrato in Conclavi. E riesciva loro il farlo, se non fussi stato l’animo di Francesco Petrucci suo cugino, et ancora le nevi, le quali venneno in tanta quantità, che essendo vicini a Siena a tre miglia, per non avere che vivere né avere modo di guadagnarne, furono constretti ritirarsi prima a Perugia e poi a Urbino.

Dopo che i cardinali furono stati in Conclavi molti dì, alli quattro di gennaio nel ventuno elessono Adriano, vescovo di Tortosa, pontefice; il quale era suto fatto cardinale da Leone a instanzia di Cesare, ché era suto suo precettore, et allora si trovava in Ispagna perché quando Cesare si partì di quelli regni, lasciò lui come un’ombra di governatore, el quale per ventura giovò più alli negozi di Cesare con l’orazioni, che un altro non arebbe fatto con l’arme.

Fu da considerare assai in questa elezione che li cardinali, che si trovorono nel Conclavi, avessino tanto odio l’uno con l’altro, che volessino creare più presto uno che non avessino mai visto, che uno di loro. Aggiugnesi che non solo tutta Italia, ma ancora particularmente le terre della Chiesa erono in tumulto et in sollevazione et era necessità di pontefice che con la presenzia rimediassi subito, e non d’uno che avessi a stare molti mesi a comparire in Italia. Oltre a questo, loro avevono potuto vedere il buono animo di Cesare di dominare Italia e non si vergognorono fare uno del seno suo. E quello che è più da ammirare, conoscendo di quali costumi fussino, e se non tutti li più, feciono un fiammingo che mai era suto in Italia.

Carlo, intendendo la elezione del Papa, senza mettere tempo in mezzo, si partì d’Alamagna e, giunto in Fiandra, s’imbarcò per Ispagna. Dove arrivato, con la riputazione sua congiunta con quella del Papa, non ebbe dificultà a castigare se vi era alcuna reliquia della Giunta, e condannò chi a morte e chi in danari di quelli che erano suti capi d’essa. Relegò ancora, per questo delitto, il vescovo di Zamorra in carcere, el quale poi, nel 26, perché cercava d’uscire per suscitare cose nuove, fece decapitare.

La guerra in Lombardia era rinata perché Odetto aveva ragunato assai buono essercito, e già aveva passato l’Adda per ire verso Milano. Ma venendo alle mani con li Spagnuoli, a un luogo chiamato la Bicocca, furono li or[37r]dini de’ suoi Svizzeri confusi dagli archibusieri inimici, in modo che l’essercito franzese fu rotto e pochissimi se ne salvorono. E si cognobbe certo in questa giornata che li Svizzeri temevono l’artiglierie e non erono più li medesimi animosi che durorono a essere tenuti molti anni.

Avevali Lautrec, poche settimane avanti, condotti insino in su le mura di Milano e li Cesarei non avevono ardito uscire fuori, ma mentre che Marcantonio Colonna, el quale era con Franzesi, andava ordinando il campo, fu percosso da un colpo di falconetto in una coscia, della quale ferita in poche ore morì; la cui morte impaurì tanto i Svizzeri, che Lautrec fu forzato ritirarli, e pochi giorni appresso seguì la rotta che ho detto di sopra.

Il cardinale de’ Medici, uscito che fu di Conclavi, e che tra loro cardinali ebbono dato ordine che tre d’essi avessino il governo della Chiesa e si mutassino ogni mese, insino che Adriano venissi, se ne venne per mare a Pisa e di quivi a Firenze. E trovò che Francesco Maria s’era già ritirato da Siena. Ma di nuovo Renzo da Ceri, come uomo del re di Francia, con danari di Francesco cardinale di Volterra, venne verso Siena per mutare quello stato e poi quello di Firenze. Ma avendo poco ordine di vivere e non li reggendo sotto Orazio Baglioni e Francesco Maria, balenando se ne tornò indrieto, senza fare effetto. E poco di poi furono condotti a’ soldi de’ Fiorentini e Francesco Maria et Orazio.

Et in Firenze si scoperse uno trattato, il quale tenevono certi giovani più desiderosi della libertà che prudenti. E pensavono, togliendo lo stato al cardinale de’ Medici, ridurre in Firenze uno stato civile e buono, e sarebbe loro riuscito il contrario, perché v’arebbono ridotto uno licenzioso et al tutto tirannico.

Li capi erono Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni e Batista della Palla. Furono presi Iacopo da Iaceto, che faceva professione di litterato, et uno altro Luigi Alamanni soldato, che era stato più mesi alla guardia di detto Cardinale, e con poca tortura confessorono il tutto. Zanobi e Luigi fuggirono perché, in verità, il Cardinale, alieno dal sangue, non fece fare grande diligenzia che fussino presi. Batista era ito per questo conto in Francia tre mesi inanzi, Iacopo e Luigi, soldato, furono decapitati [37v] e li altri banditi. E così ebbono bando Tommaso e Giovambatista Soderini, perché erono ancora loro in qualche convenzione con li sopranominati. E queste punizioni non seguirono per volontà del cardinale de’ Medici, ma per satisfare agl’Imperiali, e’ quali dicevano che chi voleva mutare lo stato di Firenze, era inimico di Cesare e che l’inimici di Cesare s’avevano a gastigare senza misericordia.

E’ Cesarei, poiché ebbono rotto i Franzesi alla Bicocca, deliberorono assaltare Genova, la quale non aveva voluto mai lasciare la parte franzese. E Ferrando Davalo, marchese di Pescara, vi condusse il campo e per forza v’entrò drento e fu dagli Spagnuoli messa a sacco. È vero che il sacco non durò che un dì, perché Antoniotto et Ieronimo Adorni, che erono con l’essercito imperiale, s’ingegnorono rimediare, nondimeno il bottino fu grande di danari, d’argenti, di gioie, di drappi e di qualche prigione, perché Genova era allora connumerata una delle ricche terre d’Italia e forse la più ricca dopo Roma.

Alloggioronsi e’ Cesarei per le terre di Lombardia. E perché il castello di Milano, che era ancora in potere de’ Franzesi, non potessi loro nuocere, per il consiglio di Prospero Colonna lo circondorono, e di verso la terra e di fuori, con fossi larghi e profondi; e disposono le guardie in modo che con manco di mille fanti si guardava, sì che non poteva nuocere alla città, né chi v’era drento ne poteva uscire senza suo manifesto pericolo.

Fece ancora Carlo assaltare la Francia dalla banda di Fiandra e, desiderando Enrico re d’Inghilterra essere arbitro della pace tra Cesare et il re di Francia e non lo acconsentendo Francesco, Enrico gli diventò inimico. La guerra durò più mesi con spesa e danno grande dell’una parte e l’altra, pure Francesco non perdé altro che Tornai, perché è posta nel mezzo delle terre di Cesare con dificultà può essere soccorsa da Francia.

Adriano fu eletto Papa di gennaio nel ventuno, e di settembre nel ventidue venne per mare a Genova e di poi a Roma, dove era cominciato la peste, et egli non ne tenendo conto e volendovi prima andare e di poi stare, per il concorso che vi fu fatto per la venuta sua crebbe tanto, che ha fatto a Italia grandissimi danni, e ancora fa.

Lo indugiare che fece il Papa a venire a Roma e la freddezza sua, poi che vi fu, fu causa che non fussi soccorsa la città di Rodi, la quale in quel tempo fu assediata [38r] dal Turco. E poiché quelli cavalieri Ierosolimitani l’ebbono difesa valorosamente sei mesi, non avendo soccorso da alcuno, furono constretti a pigliare quelle condizioni che potettono. E così la città et isola di Rodi venne in mano del Turco, cosa e dannosa et ignominiosa pe’ Cristiani.

1523

Ancora che Francesco re di Francia fussi afflitto da guerra di là da’ monti e di qua avessi perduto tutto quello ci soleva tenere, eccetto il castello di Milano, non poteva, con quello animo invitto non uso a sopportare ignominia, riposare.

Et essendo suto creato Andrea Gritti nuovo doge di Venezia, uomo prudente e nella pace e nella guerra e che aveva seguito, a beneficio della sua republica, molti anni vivamente le parti di Francia, pensò fare nuovo essercito, e con l’aiuto de’ Veniziani pigliare lo stato di Milano, e forse poi dell’altre cose. E’ signori che governavono le faccende di Carlo in Italia, e’ quali erono il duca di Sessa, oratore a Roma, don Carlo della Noi, viceré a Napoli, Prospero Colonna, a Milano, et Ieronimo Adorno, a Genova, intesa questa nuova preparazione, si ordinorono a fare tutti li ostacoli possibili. E per stabilire bene Firenze, feciono che Adriano chiamò il cardinale de’ Medici a Roma; e tutti li signori sopradetti, e con lettere e con uomini, monstravono una grandissima confidenzia in lui.

E per levare il capo della parte franzese di Roma, operorno che Adriano fece mettere in Castello il cardinale de’ Soderini, monstrando certe sue lettere, le quali avevono intercette, che confortavono il Re a venire a turbare la quiete d’Italia. Cercorno ancora d’accordare co’ Veniziani et a questo effetto vi mandorono Ieronimo Adorno e Marino Caracciolo napoletano, uomini eccellenti a trattare simili negozi. E benché Francesco, avvertito di questo, vi mandassi ancora lui uomini suoi, e, tra li altri, Lodovico Canosa, veronese, vescovo di Baiosa, el quale in persuadere ha pochi pari, pure, contro a tutte le ragioni, e’ Veniziani accordorono con Cesare. Né si seppe vedere che gli movessi, se non il desiderare che il ducato di Milano restassi in Francesco Maria Sforza, signore debile, per poterlo un dì pigliare per loro.

Fu ancora oppenione che l’avere tenuto Andrea Gritti per il passato le parti franzese nocessi a Francesco, perché e’ Veniziani vollono monstrare che il loro principe non può determinare delle leghe e pace a suo piacere. Basta, che quando Francesco credette [38v] avere e’ Veniziani in favore, li ebbe contro. Né per questo mutò proposito, ma congregato grande essercito a piè et a cavallo, del mese di settembre nel ventitrè, lo mandò in Italia, sotto il governo dell’Ammiraglio, con ferma intenzione di venire ancora lui subito.

Ma, partendo da Parigi per venire a Lione, per il cammino gli fu fatto intendere che Carlo, duca di Borbone, gran conestabile di Francia, non aspettava altro se non che lui partissi del regno per sollevarlo e fare novità in esso, e che era convenuto con Cesare e col re d’Inghilterra. A Francesco, che per l’ordinario non aveva molta buona oppenione di Borbone, fu facile a credere quello di che gli fu dato notizia. E passando da Mulins, terra di detto Borbone, dove lui era e si fingeva malato, l’andò a visitare a letto e li disse che s’inviava a Lione per passare i monti e che li piacessi subito seguitarlo, perché si voleva valere e dell’opera e del consiglio suo. Borbone gli rispose che li medici gli dicevono che intra quattro giorni starebbe in modo che potrebbe, se non cavalcare, farsi portare in lettica; e come si sentissi da fare questo, non metterebbe dilazione a pigliare il cammino verso Italia per trovarsi col suo Re alla vittoria.

Partito Francesco da Mulins, ebbe, e pel cammino et in Lione, più riscontri che Borbone lo ingannava e che era accordato con Cesare, e che un certo monsignor di Beurein, borgognone, era suto veduto a Mulins perché era quivi per condurre la convenzione. E li fu fatto intendere come monsignor di San Valerio e Marco Depria et il vescovo d’Otton erono consci di questo trattato. Nondimeno Francesco, moderato in ogni suo negozio, non volle in questo, tanto importante, correre a furia e si fermò in Lione, et aspettava lettere da uno suo gentiluomo, che aveva lasciato appresso a Borbone perché lo sollecitassi. Il gentiluomo con modestia lo sollecitava, ma egli gli monstrava non migliorare. Pure si misse in lettica e si fece portare una giornata verso Lione, stimando che, come Francesco intendessi il partire suo da Mulins, non fussi più per diffidare di lui e dovessi pigliare la via verso Italia e, come fussi partito, colorire il disegno suo. Ma come intese che Francesco l’aspettava a Lione, non volle procedere più avanti, ma si misse a mezza notte in via con quattro a cavallo e ne andò verso i monti d’Alvernia.

Il gentiluomo, [39r] levato la mattina, intese il caso e, montato in poste, lo corse a dire al Re: el quale, chiaro d’ogni dubbio che aveva, fece pigliare quelli che io nominai di sopra e da loro intese Borbone avere ordinato il più scellerato trattato che si potessi pensare, perché, sendo del sangue di Francia e non lungi da potere pervenire alla corona, era convenuto che di quello regno si facessi tre parti, la Borgogna avessi Cesare, la Ghienna il re d’Inghilterra, et il resto rimanessi a lui. Et era tanto l’odio e l’ambizione che lo portava, che non considerava che distruggeva tutto il regno di Francia, perché non era possibile che Carlo et Enrico, preso che avevono la parte convenuta, non volessino il resto, acciò non potessi surgere uno del sangue di Francia che fussi atto a ripigliare il tutto.

Ma Borbone, sendoli suta promessa per donna la sorella dello Imperatore, rimasta vedova per la morte del re di Portogallo, si persuadeva trovare quella fede in altri della quale lui mancava al suo Re et alla sua progenie. E forse che era suto male trattato da Francesco, che l’aveva fatto, come fu assunto al regno, gran conestabile di Francia, uficio che era stato molti anni senza concedersi a alcuno perché è di troppa auttorità, lasciatolo poi suo luogotenente a Milano, chiamatolo sempre alle sue più secrete deliberazioni, et onoratolo e stimato più che altro signore di Francia?

Borbone, d’Alvernia, per occulti cammini, venne in Savoia e di quivi a’ Svizzeri e poi in Lombardia. Francesco, dubitando di qualche sollevazione nel regno, si fermò a Lione, non volendo, per venire a recuperare la ducea di Milano, lasciare in pericolo il regno di Francia. E così la vittoria quale, venendo, otteneva al sicuro, li uscì delle mani.

L’Ammiraglio felicemente condusse lo essercito in sulle porte di Milano e, non facendo la città alcuno movimento, vi s’accampò. In Milano, oltre al Duca, era Prospero Colonna. Corsevi subito Ferrando Davalo, venne dipoi il Viceré con tutte le reliquie di genti, a piè et a cavallo, che erono nel Regno. E si preparorno li Cesarei non solo a difendere Milano, ma, insieme co’ Veniziani, che avevono per capitano il duca d’Urbino, pensorono di ordinare di qualità il loro essercito, da potere affrontare e’ Franzesi: e’ quali stettono duoi mesi interi in sulle mura di Milano, in luoghi bassi et acquosi per l’ordinario, ma molto più allora, perché, sendo l’autunno, mai cessò di piovere. [39v] Nutrivali la speranza che a’ Cesarei avessino a mancare e’ danari; e certo l’Ammiraglio monstrò, nel tenere e’ Franzesi intorno a Milano, che loro, quando era necessario, sapevano così stare fermi, come vincere ne’ primi impeti.

Pure era già venuto il verno e li Cesarei avevono fatto essercito da potere, se non combattere, impedire le vettovaglie. Onde e’ Franzesi furono constretti ritirarsi a Biagrassa, luogo assai vicino al Tesino, e dove avevono e’ viveri con facilità. E’ Cesarei, come i nimici si levorono da Milano, crebbono non solo d’animo, ma di tante forze, che iudicavono essere atti di potere combattere con li avversari.

Ancora che Adriano fussi uomo da non essere pontefice in tempo tanto travagliato, non voglio però omettere le azioni sue.

Quando il duca di Sessa intese che il re di Francia si preparava per venire in Italia, fece grande instanzia a Adriano che si dovessi collegare con Cesare e con li altri Italiani a difesa d’Italia. Egli recussò qualche giorno volerlo fare perché diceva non essere oficio di pontefice pigliare parte. Ma quello lo faceva stare più renitente era il non avere danari né modo a provederne perché, ancora che fussi parcissimo nello spendere e togliessi donde poteva, non bastava, perché Leone aveva tanto speso, che non aveva lasciato modo da spendere a’ successori. E li mancavono ancora e’ ministri, perché e’ suoi Fiamminghi non intendevano e lui non confidava negl’Italiani, se non forzato, e’ quali, conoscendo questo, il più delle volte lo ingannavano. Pure, presentandoli il duca di Sessa una lettera di Cesare la quale lo strigneva a entrare nella Lega, non seppe contradire e promisse concorrere alle spese della guerra con quindicimila ducati il mese per tre mesi; e pagò li quindicimila pel primo mese, li altri gli fu lecito non pagare, perché morì del mese di settembre.

E stette pontefice circa mesi venti, de’ quali stette undici a Roma. E nuoce tanto l’aria di Roma a chi non vi è assuefatto, che, benché lui fussi sobrio e continente, in capo di poche settimane vi giunse, cominciò a essere indisposto e così, a poco a poco aggravando, morì d’una febbre lenta. Uomo, certo, religioso e buono et atto più presto a essere frate che papa; benché stette sì poco tempo, et era nuovo in Roma, che non si può fare vero iudicio di lui.

Morto Adriano, e’ cardinali, tutti d’accordo, feciono l’essequie e vollono che il cardinale de’ Soderini fussi libero et entrassi [40r] in Conclavi, el quale, Adriano, sendo vicino alla morte, a instanzia de’ Cesarei, per una bolla relegò in Castello.

Fatte l’essequie, entrorono trentatrè in Conclavi e ne vennono, poiché fu serrato il Conclavi, tre di Francia per mare, et uno di Piemonte, e’ quali tutti entrorono come è il costume. E fu grande discettazione tra i cardinali di chi dovessi essere eletto papa e tanta ostinazione, quanta fussi in elezione alcuna molti anni sono, perché erano quindici uniti a fare papa il cardinale de’ Medici e li altri, benché fussino più, non erono uniti tutti a fare uno: e tra loro ne erono più che aspiravono al pontificato. Stettono in questa altercazione cinquanta dì e finalmente la parte unita e minore superò la disunita e maggiore. E fu eletto pontefice Iulio, cardinale de’ Medici, el quale si fece chiamare Clemente settimo.

E come io dissi nel principio del mio scrivere che la fortuna, avendo dato la vittoria a’ Franzesi a Ravenna, di pietosa madre cominciò a diventare loro crudele matrigna, così fece a Clemente, e parve si volessi pentire di tutti li onori e degnità li aveva contribuito, perché chi essaminerà le azioni di Iulio de’ Medici, quando era prima cavaliere e poi cardinale, le troverà prudenti. È vero che entrò in uno pontificato consumato tutto dalle guerre e spese di Leone le quali Adriano, ancora che parco, non potette riordinare perché, come ho detto di sopra, sendo nuovo et in Corte et in Roma, era da ciascuno ingannato.

Oltre a questo, Clemente nella sua elezione restò ubrigato a quelli quindici cardinali che nel Conclavi gli tennono sempre il fermo. Trovò l’Italia piena d’esserciti e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la preparazione che faceva il re de’ Turchi contro all’Ungheria. Trovò ancora la Chiesa romana in pochissima riputazione rispetto alla setta luterana, che aveva occupata gran parte d’Alamagna e del continuo andava crescendo.

Ma L’ambizione delli uomini è così fatta, che non si può astenere dal cercare e’ primi gradi. Iulio conosceva dove entrava, non parlava non discorreva d’altro, nondimeno durò una gran fatica per diventare, di grande e riputato cardinale, piccolo e poco stimato papa.

A pena era aperto il Conclavi che il duca di Sessa, oratore di Cesare, con l’arroganzia spagnuola, li andò monstrando che lui era stato eletto pontefice con il favore di Cesare e che non bastava che egli seguissi nella Lega, che aveva fatta [40v] Adriano, che disponeva circa la spesa quello è scritto di sopra, perché bisognavano più danari, accennandoli che Cesare pensava lasciare la spesa della guerra in gran parte sopra di lui.

Clemente, trovandosi senza danari e senza modo alcuno di poterne provedere, dava parole, onde in pochi giorni divenne sospetto a detto Duca. El quale, non si volendo alterare né rompere col Papa, pensò a strignere e’ Fiorentini e non solo con parole, ma con minacce. Né Clemente vi poteva rimediare, perché era troppo debole, et i Fiorentini, sentendosi minacciare in sulla creazione sua, scopersono che questo procedeva dalla poca riputazione del Papa, perché non si potevono persuadere procedessi da poca affezione, avendo, mentre vi era stato, non solo durato fatica e con la persona e con lo ingegno, ma spesovi ancora danari assai. Et avendo preso conforto in sulla creazione sua stimando avere a essere riguardati, s’aviddono che questo non era per riuscire: e li amici a poco a poco cominciorono a meno amarlo, e li inimici a men temerlo. Andorono a Roma, secondo l’uso, dieci oratori a darli l’ubidienzia. E Palla Rucellai, uno d’essi, fece in consistorio publico una orazione degna di qualunque eccellente oratore.

Nella stanza feciono in Roma detti oratori, Clemente volle consultare con essi come si doveva governare Firenze, poi che lui, che n’aveva avuto la cura qualche anno, non vi poteva più attendere. Delli suoi aveva solo dua, uno chiamato Ipolito, figliuolo di Giuliano, d’anni quattordici, et uno Alessandro, figliuolo di Lorenzo, di tredici; e nessuno d’essi, rispetto alla età, si poteva preporre al governo della città. Però il Papa chiamò uno giorno messer Francesco Minerbetti, arcivescovo turretano, Lorenzo Morelli, Alessandro Pucci, Antonio de’ Pazzi, Ruberto Acciaiuoli, Francesco Vittori, Galeotto de’ Medici, Palla Rucellai, Lorenzo Strozzi e Giovanni Tornabuoni, tutti imbasciadori, et aggiunse con loro Iacopo Salviati e Piero Ridolfi, e’ quali allora si trovavono in Roma; e pregò che ciascuno dicessi l’oppenione sua liberamente circa il modo che si doveva tenere a governare la città, e che a lui non s’avessi rispetto alcuno perché, sendo pontefice, non li mancherebbe facultà di benificare questi suoi nipoti senza mandarli in Firenze.

Quasi tutti li uomini sono adulatori e dicono [41r] volentieri quello che credono piaccia alli uomini grandi, benché sentino altrimenti nel cuore: e di tredici che lui domandò, ve ne furono dieci che lo confortorono a mandare Ipolito in Firenze, sotto la custodia del cardinale di Cortona, il quale governassi come aveva fatto Giuliano e Lorenzo e lui.

Ruberto Acciauoli, Francesco Vittori e Lorenzo Strozzi furono d’altra oppenione e monstrorono non essere né onorevole né utile per la città che a governo d’essa fussi uno cardinale, et uno cardinale delle terre suddite a’ Fiorentini; e che i cittadini erono stati pazienti al governo suo e l’avevono avuto in reverenzia come Iulio de’ Medici e non come cardinale; e che non interverrebbe così a Cortona, il quale attenderebbe a vivere giorno per giorno e non arebbe affezione alla città; e che se voleva mandare Ipolito a Firenze, lo mandassi, el quale attendessi a studiare et altri suoi piaceri, insino che fussi d’età che si potessi conoscere se era atto al governo o no; e che in questo mezzo lasciassi governare la città a’ cittadini col fare uno gonfaloniere per uno anno, nel quale egli confidassi, e così si seguitassi insino non si pigliassi altra forma. Et a questo modo egli potrebbe disporre della città et a’ cittadini parrebbe tenere il grado loro.

Clemente udì l’oppenione di ciascuno, ma in fine la maggiore parte vinse la minore, e forse la migliore. Venne il cardinale di Cortona a governo e, dopo qualche settimana, Ipolito.

1524

In Lombardia, poi che l’essercito franzese fu ritirato e si fermò a Biagrassa, e’ Cesarei pensavono il modo di cacciarli e disegnavono fare ponti in sul Tesino e vie e trincee da impedire loro le vettovaglie e andarli a combattere con gran vantaggio. E però non iudicando l’Ammiraglio che l’essercito suo vi stessi sicuro, lo ritirò di là dal Tesino verso Noara.

Avevono li cavalli et uomini suoi, stando intorno a Milano l’autunno passato e parte del verno, patito assai, onde l’essercito suo era attenuato molto di forze, e però lui con grande instanzia domandava al suo Re e nuove genti e nuovi danari. E Francesco, con celerità, preparava di provedere a quello li era domandato, e già nuovi Svizzeri erono a Ivrea e nuove lance a Susa. Ma sendo passati e’ Cesarei ancora loro il Tesino, trovorono e’ Franzesi nello alloggiare in qualche disordine. Et in una piccola scaramuccia, volendo [41v] l’Ammiraglio tenere fermi i suoi, fu ferito di ferita pericolosa e bisognò ne fussi portato a braccia. E per questo e’ suoi, inviliti, si missono in fuga e tutto l’essercito si risolvette in fummo.

E così una prudente et iusta e bene ordinata impresa ebbe infortunato essito.

Sollecitò subito Borbone il Viceré e marchese di Pescara che conducessino l’essercito imperiale vittorioso in Francia e non lasciassino ripigliare il fiato al Re. E furono tante le sue persuasioni, che l’essercito imperiale si condusse per terra in Provenza. Clemente, ancora che dovessi desiderare che la guerra uscissi d’Italia, dubitava, come buono Pontefice, ch’el regno di Francia non fussi da’ Cesarei trovato sprovisto e patissi qualche grandissimo danno, e s’ingegnava, quanto poteva con le parole, ritenere e’ Cesarei dal passare in Provenza, monstrando che, se si conducessino là e non facessino effetto, arebbono fatica a potersi ritirare e ne potrebbe seguire la destruzione di quello essercito, la quale si potrebbe poi tirare drieto la totale ruina di Cesare in Italia, e forse altrove.

Il Viceré e Pescara non erono alieni da questa oppenione, ma avevono ordine da Cesare di credere in questo a Borbone il quale, e per lettere e per uomini a posta, li aveva fatto intendere di farlo in pochi giorni signore di gran parte di Francia. E quando il Viceré e Pescara prolungavono l’andata, lui protestava che per esso non restava di non eseguire quanto aveva promesso, e che loro erono causa di levare a Cesare la vittoria manifesta. E tanto gl’infestò con prieghi, conforti e protesti che, come dissi di sopra, l’essercito andò in Provenza per terra e l’artigliere s’imbarcorono a Genova e si condussono per mare drento allo essercito dove ne era di bisogno.

Trovorono gl’Imperiali il paese senza provisione alcuna, li uomini imbelli e vili, e’ quali lasciavono a furia i luoghi deboli e si conducevono a’ più forti. E però in pochi dì presono molte terre e castelli, et, intra l’altre, Ais, capo della Provincia e dove si tiene il parlamento, ché trovorono quella città quasi abbandonata. Ridussonsi poi a porre il campo a Marsilia, dove era Renzo da Ceri per il Re, che la fortificò in pochi giorni, in modo che potette sostenere per più giorni li assalti delli inimici.

Francesco, avendo quasi perduto l’essercito in Italia [42r] e trovandosi assaltato in Provenza, si volse a fare gran provisioni, e preste. Ma, non si potendo nel regno di Francia fare numero di fanti buoni, fu forzato a ricercare Svizzeri et Alamanni li quali, secondo il solito loro, non furono molto presti. Egli, in quel mezzo, attese a ordinare le genti a cavallo e l’artiglierie e, come i fanti giunsono, con tutto l’essercito s’inviò verso Marsilia. Il che come i Cesarei intesono, deliberorno non l’aspettare, ma subito voltare per tornarsene in Lombardia.

Il Re, intesa la resoluzione dei nimici, avendo fatto grossa spesa e trovandosi buono essercito, deliberò venire in Italia e pensò giugnere in Lombardia prima che gl’inimici, perché essaminò che loro, avendo a fare la via per luoghi montuosi e dificili e per paese inimico, fussino constretti tornarsene a piccole giornate. Li Cesarei, avendo avuto notizia di questo suo disegno, affrettorono il cammino quanto potettono et a punto giunsono in Alessandria, quando il Re in Noara. E passarono il Po e messono buona guardia in Pavia. E Pescara e Borbone n’andorono volando in Milano, et il Viceré verso Cremona, perché non si fidavano né de’ Veniziani né del Papa.

Francesco, mosso da Noara, passò il Tesino, e andava con tutto l’essercito a Milano. Il che come Ferrando e Borbone intesono, non confidando di quel popolo, si ridussono con le loro genti verso Cremona, dove era il Viceré. Ma come Francesco lo intese, non volle più seguire il cammino verso Milano, avendo dubbio, come buono e pietoso principe, non potere riparare, entrandovi, che l’essercito suo non lo mettessi a sacco. E vi mandò solo Teodoro Triulzio con dugento lance e dumila fanti, al quale il popolo di Milano subito si dette. E così la troppa benignità di Francesco fece che non vinse la guerra, perché, se egli andava a Milano e poi seguitava i Cesarei verso Cremona, li quali erano in fuga e sbigottiti, loro erano necessitati o venire alla giornata con grande disavantaggio o abbandonare tutto lo stato di Milano e salvarsi nelle terre de’ Veniziani o del Papa. Ma Francesco fu consigliato di vincere a passo a passo, né si lasciare drieto Pavia, dove era buona banda di inimici.

Era alla fine del mese d’ottobre, l’anno ventiquattro, quando il Re s’accampò a Pavia, pensando in pochi dì [42v] ottenerla. Alla difesa di quella terra era capo Antonio di Leva, spagnuolo, con circa mille fanti della medesima nazione e cinquemila Tedeschi. Il Re fece piantare l’artiglieria e dare uno principio di battaglia, la quale successe poco felice. Et avendovi posto il campo, non pareva se ne potessi levare con onore; e fu consigliato dalla più parte delli suoi che stessi tanto intorno a quella città, che la pigliassi col batterla o con obsidione. Francesco era venuto in Italia con grandissima celerità et aveva, col pigliare Milano in su la prima giunta, acquistato assai di riputazione, ma la espugnazione lenta di Pavia cominciò a fargnene mancare.

E’ Veniziani, che avevono fatto la lega con Cesare e con papa Adriano, poi che egli era morto, dicevono che quella era finita e si stavano quasi di mezzo, e più presto inclinavono a Francesco. Ma vedendo e’ Cesarei rassettarsi, dubitando che ‘l Re non succumbessi, sumministrorono viveri a’ Cesarei, e’ quali, sanza essi, erono spacciati. Clemente ancora, sendo ricerco di danari dag[l]’Imperiali e negandoli perché non aveva, dubitava non essere venuto loro sospetto et arebbe volentieri penduto dalla parte di Francesco. Nondimeno non ardì fare se non il medesimo che i Veniziani.

Andando l’obsidione di Pavia in lungo, Francesco fu confortato a mandare una parte delle genti sue verso il Regno di Napoli, acciò che li Cesarei avessino a lasciare lo stato di Milano e ritirarsi verso il Regno. Il che se facevono, il Re aveva lo intento suo, se non lo facevono, era possibile che nel Regno seguissi alterazione di sorte, che li Cesarei non ne potessino trarre danari da nutrire l’essercito. Ma non poteva mandare questa gente senza il consenso del Papa, perché non era tanta che si potessi guadagnare il passo per forza, et era constretta passare per le terre de’ Fiorentini e della Chiesa. E per questo, per opera d’Alberto conte di Carpi, oratore del Re a presso a Clemente, si concluse convenzione tra il Re e Papa, solo quanto a questo: che il Papa la lasciassi passare, pagando quello aveva bisogno, e senza offendere terra alcuna de’ Fiorentini né sue. Et il Papa stimò certo, che come questa gente del Re si metteva in cammino, che gl’Imperiali si dovessino ritirare verso Napoli, onde seguirebbe che Francesco, senza altrimenti combattere, diventerebbe signore di Milano e Carlo si terrebbe [43r] il Regno di Napoli, e ciascuno di loro arebbe cura che l’altro non diventassi maggiore in Italia, acciò non fussi più potente a offenderlo.

Mandò adunque Francesco il duca d’Albania con dumila cavalli e tremila fanti. Né e’ Cesarei, per intendere che si movevano, si partirono per ritornare nel Regno, ma attesono a prepararsi per andare a combattere l’essercito del Re, che era intorno a Pavia e stava in quel luogo con gran dificultà, per essere basso e pieno d’acqua e per essere il verno più piovoso che il solito.

1525

Albania passò con le genti sopradette per la Carfagnana in Toscana e dai Lucchesi ebbe qualche suvvenzione di danari e d’artiglierie. Poi, passato pel paese de’ Fiorentini, entrò nel Sanese e si posò intorno a Siena, volendo ridurre quella città a un governo da poterne disporre. E lo rassettò alquanto, ma non fece quello credette. Andò dipoi verso Roma et entrò nelle terre delli Orsini, amici del Re. E quivi aspettava danari, per dare a’ fanti aveva e fare di nuovo delli altri, per entrare più gagliardo nel Regno.

E’ Cesarei, conoscendo il pericolo che soprastava loro nel Regno, iudicorono che quello che s’aveva a fare in Lombardia bisognassi farlo presto, e si mossono da Cremona per andare a trovare e’ Franzesi.

Non restava Clemente di confortare il Viceré e Francesco a accordarsi e mandò, per questo effetto, Ioan Matteo Ghiberti, suo datario, al Re, et al Viceré Paulo Vittori, fiorentino, el quale aveva avuto, a tempo di Leone, la cura delle galee e l’aveva a tempo suo. Ma non potette fare effetto alcuno perché Borbone, el quale si persuadeva dovere essere duca di Milano, impediva ogni trattato.

Andorono gl’Imperiali inanzi e presono per forza Santo Agnolo, castello vicino al campo franzese a miglia venti, dove era preposto alla guardia Pirro Gonzaga, fratello di Federigo. Questa presa dette arra della vittoria de’ Cesarei, che crebbono assai d’animo e s’accostorono al campo franzese a dua miglia e quivi feciono loro alloggiamenti. Et in una scaramuccia, un giorno, fu ferito da’ Cesarei Giovanni de’ Medici d’uno archibuso in una gamba, il quale aveva nello essercito franzese condotta di dumila fanti e cento lance. Questa ferita fu d’importanza grande perché egli fu forzato a farsi condurre per barca a Piacenzia, e non era il più ardito capitano tra li soldati di Francesco che lui e sotto il quale i fanti combattessino più volentieri. [43v]

Stettono li campi così qualche giorno presso l’uno all’altro, et ogni giorno si faceva qualche leggiere scaramuccia; et i Franzesi avevono grande disavantaggio, perché erano a campo a una terra che aveva in corpo più che semila buoni uomini per combattere et avevono, a rincontro, uno essercito di numero e valore equale a il loro, e bene capitanato. E benché il Re, cognoscendo queste cose, più volte proponessi in consulta che era da ritirarsi a Binasco, li più del suo consiglio dissuadevono tale partito, iudicando essere grande ignominia levarsi da una terra sanza vittoria dove la persona del Re fussi stata più che tre mesi.

E mentre che i Franzesi erano in queste dispute del ritirarsi o no, Ferrando, capo de’ fanti ispagnuoli, cognoscendo non li potere più intrattenere con le parole e non avere ordine di danari presti, deliberò tentare la fortuna. E la mattina di Santo Mattia, alli ventiquattro di febbraio, assaltò il campo franzese dua ore avanti giorno. I Franzesi, inteso lo assalto, corsono alla difesa et insisterono molte ore. Et ancora che quelli di Pavia uscissino fuori, e’ Cesarei non erono superiori. Ma crescendo del continuo il numero de’ fanti, de’ quali in fatto gl’Imperiali avanzavono e’ Franzesi, Francesco fece comandare alla banda de’ Svizzeri, che stava da parte in ordinanza per rispetto, che lo venissi a soccorrere. I Svizzeri o per timore dell’artiglieria, perché avevono a passare dove la terra batteva, o per qualsivoglia altra causa, non vollono venire. Di che seguì che, dopo che li altri fanti e cavalli de’ Franzesi ebbono fatto una gagliarda resistenzia, in fine, superati dalla moltitudine, furono forzati a succumbere.

Il Re combatté tutto giorno valentemente et in ultimo si poteva salvare tra li Svizzeri, che restavono interi e così se n’andorono, ma volle più presto essere prigione o morire, che salvarsi tra quelli che non l’avevono voluto aiutare in tanto bisogno. E dopo che ebbe combattuto molte ore sendogli suti morti d’intorno molti arditi cavalieri delli suoi, sendoli suto ferito il cavallo nelle gambe e per tal ferita caduto, fu fatto prigione dal Viceré.

La qual cosa io non iudico punto ignominiosa, perché la guerra consiste assai nella fortuna et il più delle volte si vince e [44r] perde, secondo che quella ne dispone. Et uno capitano, che ordina bene la battaglia e poi combatte con prudenzia et animo, ancora che il successo non sia buono, non è da biasimare. Ma si possono bene e debbono dannare quelli principi e’ quali, standosi per le camere in ozio, danno la cura ad altri delle guerre, le quali pigliano senza necessità, non si curando se li popoli sono rubati e straziati. Questi, quando bene ottenghino le imprese desiderate, meritono assai più calunnia che laude.

La vittoria de’ Cesarei fece che tutto quello che Francesco aveva preso nello stato di Milano subito ritornò a loro e Milano a Francesco Sforza, perché, come Teodoro Triulzio ebbe la nuova della rotta, fece armare le sue genti e con esse s’uscì di Milano, e salvolle in Piemonte.

Il Re, fatto prigione, fu condotto nella fortezza di Pizzicatone, a custodia di Larcone, uno de’ capitani spagnuoli, così uomo da bene e valente quanto ne fussi uno altro intra essi. E’ Cesarei, elati per questa vittoria, minacciavano e’ Veniziani, il Papa et e’ Fiorentini e non si contentavono molto del duca di Milano. E feciono passare parte di loro genti in Piacentino e Parmigiano, dicendo volerle fare poi passare in Toscana per andare a trovare il duca d’Albania, che era nelle terre delli Orsini, presso a Roma. Il Papa era confortato da qualcuno di dare danari a detto Duca e soldare altri fanti, unirsi co’ Veniziani, reintegrarsi con Ferrara, con restituirli Modona, farlo capitano e fare a’ Cesarei nuova e grossa guerra. Ma sappiendo lui quanti pochi danari aveva, quanti pochi ne poteva provvedere, quanto e’ Veniziani pensino al caso loro proprio et imbarchino altri e poi, avendo la città sicura dal sacco, si ritirino e non faccino le provisioni necessarie, sappiendo che avevono per capitano il duca d’Urbino, del quale non poteva confidare, né volendo restituire Modona al duca di Ferrara, ma pensando più presto riavere Reggio, il quale detto Duca aveva preso nella sede vacante dopo papa Adriano, e tenendosi in questo molto iniuriato da lui, perché il Duca era convenuto restituirlo a Clemente, con certe convenzione, ma come intese che il re di Francia era in Italia, si ritirò dalla promessa, in effetto, Clemente volle più presto accordare di dare agli Imperiali ducati centomila con certe condizioni, le quali Cesare doveva ratificare, che attendere [44v] a nuova guerra.

Pagarono e’ sopradetti danari in gran parte e’ Fiorentini. Non che Clemente non volessi pagarli lui, ma non aveva e non trovava modo a provederne, temendo d’aggravare e’ sudditi della Chiesa in tanta grandezza degl’Imperiali. E’ quali, ancora che avessino li centomila ducati, non levorono le genti delle terre della Chiesa né pensorono di fare rendere Reggio al Papa, secondo il convenuto, ma convennono di nuovo con il duca di Ferrara, et ebbono certa somma di danari. Né venne mai da Cesare la ratificazione delli capitoli che li suoi avevono fatta col Papa. Vennono bene buone lettere et uomini che pascevano il Papa di speranza.

Erano li Cesarei dubbi dove avessino a tenere il Re prigione perché, tenendolo in Pizzicatone, erono constretti a tenerli gran guardia e non potevano disegnare di fare con il loro essercito fazione alcuna né di scemare spesa. Et ancora che in Italia non avessino inimici scoperti, perché il duca d’Albania, per mare, con li suoi s’era ritirato in Francia, pure non si fidavono del Papa né de’ Veniziani, né del duca di Milano né, per dire in una parola, d’alcuno italiano. Né vedevono il modo da mandarlo in Ispagna perché i Franzesi erano più gagliardi in sul mare di loro; e pareva si risolvessino più presto a condurlo per mare a Napoli et il Viceré, che in fatto era quello in cui era l’auttorità, diceva volerlo condurre a Napoli.

Il Re arebbe voluto condursi in Ispagna, stimando avere migliori patti da Carlo e trovare più pietà in lui che nelli suoi. E mandò in Ispagna monsignore di Memoransì, in cui aveva tutta la sua fede, per ottenere da Cesare d’essere condotto là e, per tôr via la difficultà a Cesare di non avere galee, li fece offerire che le sue, che erono a Marsilia, servirebbono a questo effetto, e che il Viceré, per sicurarsene, potrebbe levarne li uomini Franzesi e mettervi delli suoi.

Carlo, al quale pareva gran gloria che uno re di Francia venissi prigione in Ispagna, rimesse tutto questo negozio al Viceré. Lui, elato di condurre prigione uno tanto principe iinanzi al suo Signore et ancora desiderando satisfare al Re, si volse condurlo in Ispagna, sanza conferirlo né a Borbone né a Pescara che credevono che, quando il Viceré lo levò di Pizzicatone per condurlo a Genova, lo dovessi poi fare imbarcare quivi per Napoli. Ma egli, come l’ebbe in mare [45r], fece voltare le galee al cammino di Barzalona e sei galee del Re vennono da Marsilia a incontrarlo, secondo aveva ordinato Memoransì, in su le quali il Viceré fece montare uomini suoi. Et in pochi giorni tutta questa armata arrivò a Barzalona.

Pescara e Borbone rimasono tanto male contenti, quanto non si potrebbe scrivere, e Pescara, al quale infatto pareva avere dato la vittoria a Cesare, sfidò il Viceré a battaglia chiamandolo traditore.

Clemente, oltre a essere male satisfatto delli Cesarei perché non li era ottenuta cosa alcuna del convenuto, era tutto giorno sollecitato da’ Veniziani di collegarsi con loro; e la madre del Re lo stimolava con uomini e lettere, promettendoli cose grandi. Il duca di Milano, che aveva molto sopportato in questa guerra, quando credette avere la investitura libera del ducato da Carlo, intese che era venuta nelle mani del Viceré, ma con condizione che non li fussi data, se non pagava ducati secentomila per le spese della guerra e s’obligassi poi a dare ciascuno anno a Ferrando, fratello di Cesare, ducati quindicimila, e che dovessi pigliare e’ sali da detto Ferrando per tutto lo stato.

Condizioni insopportabili e le quali dimonstravono aperto l’animo di Cesare essere che quello stato restassi a lui, per disporne come li venissi a proposito e darlo o a Ferrando, suo fratello, o a Borbone. El quale era ito ancora lui da Cesare e, per potervisi condurre, era stato servito da Clemente di buona somma di danari e di due sue galee. E fu accolto da Carlo con grande onore e con manifeste dimostrazioni d’amarlo.

Era rimasto in Italia Ferrando Davalo, el quale il Papa, i Veniziani, duca di Milano, tutti male satisfatti di Cesare e timidi della sua grandezza, cominciorono a tentare da lungi con metterli inanzi alli occhi le fatiche sostenute, e’ pericoli corsi, la vittoria acquistata per sua virtù, e nondimeno la poca remunerazione ne riceveva, e che il Viceré, come trionfante, aveva condotto il re di Francia in Ispagna et era stato et onorato e commendato da Carlo, e pure nella giornata non si era più adoperato che un semplice uomo d’arme. E li feciono offerire che, quando volessi attendere, non li mancherebbono favori a farlo signore del Regno di Napoli, monstrandoli la facilità.

Pescara porse nel principio orecchi a questi ragionamenti, ma, rivolgendoseli dipoi nella mente, li parvono dificili a riuscire. Et essendo per nazione spagnuolo, ancora [45v] che fussi nato in Italia, deliberò, con la destruzione di quella, diventare grande. E fece intendere a Cesare tutto quello di che era stato tentato monstrandoli che tutti l’Italiani, generalmente, l’odiavono, e che il modo di castigarli era non diminuire l’essercito che egli aveva in Italia, ma accrescerlo e con esso tôrre lo stato al duca di Milano, ruinare il Papa, Fiorentini e Lucchesi. De’ Sanesi non parlava perché, morto Raffaello Petrucci, cardinale, che governava quello stato, v’entrò, col favore del Papa e delli Spagnuoli, a governo Fabio figliuolo di Pandolfo; el quale sendone per dissensione civile cacciato, dopo molte alterazioni che ebbe quella città, Alessandro Bichi vi era venuto in gran riputazione. Ma sendo in oppenione di tenere le parti franzesi, quando il Re fu rotto e preso, lui fu da certi populari morto, e ne furono cacciati di Siena tutti li uomini più nobili e ricchi e si ridusse la città a essere imperiale e ghibellina, come è quasi stata sempre.

Poi voleva assaltare i Veniziani e tôrre loro tutto lo stato di terraferma, e ridurli a pigliare quelle condizioni che li piacessino. Né egli voleva fare questo per affezione che avessi a Carlo o per non li mancare di fede, ma cognoscendo Cesare non essere uomo di guerra, pensava, col nome suo e con li suoi danari, acquistare tanto di riputazione vincendo, che tutto quello avessi guadagnato in nome di Cesare, facilmente potrebbe ridurre a sé. Et era tanto superbo e tanto odio portava al nome italiano, che, per colorire questo suo disegno, non si curava mettere in pericolo lo stato del patrone et essere causa della ruina di tutti i popoli d’Italia.

Carlo, inteso il discorso e consiglio di Pescara, lo approvò e, per scoprire meglio ciascuno, li commisse che tirassi inanzi le pratiche, tanto che avessi qualcosa in mano per la quale potessi procedere con più pretesto di ragione. Il Papa et il duca di Milano facevono tenere questo maneggio a Ieronimo Moroni milanese, uomo astutissimo e che più volte aveva mutato mantello: e quando era suto franzese, e quando sforzesco, e quando imperiale, e d’ogni mutazione era uscito con più sua grandezza.

Pescara, quando gli parve avere tanto da costui che gli bastassi, un giorno che egli lo andava a vicitare a Noara e conferire certe cose per parte del suo Duca, lo fece prigione e lo fece confessare tutte le pratiche e del Duca, Veniziani e Papa.

Il che come il Duca intese, si ritirò [46r] nel Castello di Milano, el quale molto tempo inanzi li era pervenuto nelle mani perché li Franzesi che vi erano a guardia, constretti dalla fame, dopo lunga obsidione, gnene dettono. E la città, per detta ritirata del Duca, restò tutta a discrezione de’ Cesarei, dove Pescara corse subito e, contro alle promesse che fece a’ Milanesi, vi condusse quasi tutte le genti a piè et a cavallo, che egli si trovava in Lombardia.

Et essaminato diligentemente il Morone, gli fece dire quello sapeva e quello non sapeva e mandò l’essamina in Ispagna a Cesare, confortandolo a insignorirsi d’Italia per forza e non per accordo. E fece le trincee intorno al Castello di Milano, come vi erano state fatte altra volta quando vi erono e’ Franzesi dal signor Prospero.

Clemente, trovandosi scoperto d’avere tentato contro a Carlo, stava di malo animo. E benché il Morone non potessi monstrare del Papa altro che parole, erono tante e con tanti verisimili che, aggiunte alla mala disposizione che aveva Carlo e Pescara verso lui, bastavano.

E del continuo si tenevono pratiche tra Luisa madre del Re, Veniziani e Papa di collegarsi. Pure Clemente iudicava partito molto pericoloso convenire con Luisa, mentre che il figlio era prigione, perché, sendoli madre, come Carlo avessi offerto liberarlo, arebbe rotto ogni convenzione.

Francesco, poi che fu condotto in Ispagna, credette potere parlare a Carlo e farlo inclinare alle condizioni convenienti, ma non li riuscì, perché fu condotto a Madrid, presso alla corte a venti miglia, e quivi molto bene guardato. E benché più volte dimandassi di potere fare riverenzia a Cesare, mai li fu concesso. Di che prese tanto dispiacere, che ammalò e si ridusse in termine, che fu disperato dalli medici. Et allora Cesare, sappiendo che stava in modo da non potere parlare di convenzione, l’andò a vicitare e lo trovò che aveva più presto bisogno di raccomandare l’anima a Iddio, che il corpo a lui; e lo confortò con buone parole, dandoli ottima speranza.

Della quale visitazione il Re prese tanto conforto, che incominciò a stare meglio e del continuo seguitò, insino che guarì, ma con lunghezza. Et instava con spesse imbasciate e lettere appresso a Cesare che si venissi alla conclusione della sua liberazione. E perché seguissi più presto, fece venire in corte di Cesare Margherita, sua sorella vedova, credendo che ella avessi a facilitare le convenzioni, le quali si cominciorono a disputare. Et intra le prime cose, Carlo dimandava la Borgogna; Francesco diceva ch’ella non [46v] se li aspettava di ragione, e che per suo riscatto era conveniente pagassi danari e quella somma che era solito pagare altra volta el re di Francia, quando era suto prigione. E monstrava ch’el re Giovanni s’accordò di pagare, per suo riscatto, al re d’Inghilterra un milione di scudi, e che egli voleva pagare il medesimo, e che, quando la ducea di Borgogna se li aspettassi di ragione, era contento fargnene restituire, ma, quando non se li aspettassi, fussi contento non li fare questo carico appresso a’ popoli suoi, e’ quali, sendo lui prigione, non si disporrebbono a volere che per suo riscatto alienassi i principali stati del Regno.

E dopo molte parole che andorono a torno, rimasono che Francesco facessi venire di Francia dua eccellenti iureconsulti, e’ quali disputassino col cancelliere di Cesare se la Borgogna s’aspettava a Carlo, come erede del duca Carlo, suo bisavo materno. E’ quali vennono e monstrorono chiaramente al cancelliere, et a ciascuno che lo volle intendere, che le ducee di Francia, che sono sotto la legge Saliqua, che così si chiama, non si transferiscono nelle femmine perché, quando è occorso che un re di Francia abbi più figli, il primo, per l’ordinario, ha il Delfinato, l’altro il ducato di Borgogna, l’altro d’Orliens, di Berri, di Borbone, d’Angolem e d’altri ducati, secondo la quantità de’ figli avessi; e, subito mancato la linea masculina, tali stati sono ritornati alla corona di Francia, perché, se fussino iti nelle femmine, come elle si fussino maritate fuori del regno, arebbono tirati quelli stati con loro et il regno presto sarebbe venuto a indebolire e distruggersi.

Né il cancelliere poteva rispondere a queste ragioni verissime, e pure Cesare insisté sempre in volere detta Borgogna. Francesco per cosa del mondo la voleva consentire perché conosceva che, cedendola, dava troppo grande adito a Cesare di distruggere tutto il regno di Francia, e che si faceva troppa vergogna in modo che la pratica si ruppe e Margherita si partì dalla corte dell’Imperatore, senza conclusione.

Pure il Viceré, il quale desiderava molto la liberazione del Re, non tanto per affezione che li portassi quanto per l’odio che aveva a Borbone, propose di nuovo che Francesco si contentassi restituire la Borgogna e pigliare per donna la sorella di Cesare, vedova, che era suta [47r] moglie del re di Portogallo, la quale Cesare aveva promesso a Borbone, et ella non si contentava molto di questo parentado. E monstrò il Viceré a Francesco che sarebbe possibile che, seguito questo sponsalizio, la sorella potrebbe tanto operare col fratello, che gli bastassi avere potuto riavere la Borgogna e non si curassi poi riaverla in fatto.

1526

Vennesi in fine a strignere e’ capitoli e’ quali per il Re furono strettissimi e si monstrava che erono fatti in prigione perché [oltre] allo ubrigarlo a dare la Borgogna, vi erano molte altre ubrigazione iniuste et inoneste. E perché Francesco avessi più causa d’osservare, volle Cesare per statichi duoi suoi figli.

Fatti i capitoli, il Re venne alla presenzia di Cesare e li fu fatto quello onore se li conveniva, pure era sempre ben guardato. Sposò la sorella di Carlo et, accompagnato dal Viceré, si partì. E nella riviera vicina a Bajona il Viceré ricevette e’ figli di Francesco e lui lasciò libero. E questo fu del mese di marzo nel venticinque, al modo fiorentino. E venne il Re a stare prigione circa mesi tredici. Ricercò il Viceré Francesco, poi che egli fu libero, che giurassi di nuovo e’ capitoli fatti con Cesare e promettessi l’osservanzia, il che egli ricusò, dicendo non volere farlo, se prima non consultava con li suoi.

Il Papa, intese tali convenzioni, subito espedì Paulo Vittori al Re, e per rallegrarsi della sua liberazione e perché, quando lo trovassi inclinato a non osservare, li offerissi lega e lo animassi a fare gagliarda guerra a Cesare. Il detto Paulo, sendo pure d’età d’anni quarantanove e non molto sano, per la fatica durò a correre la posta, giunto in Firenze, ammalò e morì. Onde il Papa seguitò in mandare Cappino da Mantova, che era stato in corte di Cesare più mesi mentre il Re era prigione.

I Veniziani ancora vi mandorono uno secretario per fare il medesimo effetto. Enrico, re d’Inghilterra, dubitando della troppa grandezza di Cesare e malcontento di lui perché, avendoli dato più volte intenzione di tôrre per donna la figlia, aveva dipoi tolto la sorella del re di Portogallo, mandò ancora suoi uomini a sollecitare Francesco al non osservare. El quale arrivato a Bordeos in Guascogna e quivi trovato la madre e buona parte de’ signori del regno e l’imbasciadori e secretari sopradetti, concluse subito lega col Papa e Veniziani per fare una gagliarda guerra a Cesare, acciò li restituissi i figli senza [47v] darli il ducato di Borgogna.

Biasimano alcuni Francesco in questo atto di poca fede, et a me pare che egli facessi il più generoso et eccellente atto che sia stato fatto da principe alcuno, non solo a’ nostri tempi, ma molte centinaia d’anni sono. Né lo voglio difendere con quella ragione comune e vulgata, che è verissima, che li patti fatti in carcere sono fatti per timore e però non vagliono e non si debbono osservare. Ma tutti li uomini sono ubrigati prima a Iddio e poi alla patria. Francesco conosceva che, se egli non era libero, la patria sua andava in precipizio e destruzione. E fece cosa molto conveniente a promettere assai con animo di non osservare per potersi trovare a difendere la patria sua.

Né si può dire che egli promettessi perché lo stare ritenuto e quasi in carcere li rincrescessi, perché, se l’avessi fatto per questo, non meriterebbe commendazione, perché l’uomo debbe prima aspettare la morte che mancare di fede. Ma egli vedeva Carlo potentissimo, vedeva la Francia, per la rotta che lui aveva avuto, nella quale si erono perduti e’ principali signori di quel regno, e per la presa sua, invilita et indebolita, e considerava che se Cesare l’assediava, non vi era chi la difendessi, perché e’ figli erono piccoli e gli principi sarebbono stati in discordia tra loro di chi li dovessi governare. Et iudicava non potere tenere altro modo a salvarla, se non questo che egli tenne. E se ancora Carlo fussi voluto stare alla semplice fede e parola sua di quanto convennono insieme, parrebbe, in un certo modo, si potessi dolere che egli fussi mancato di gratitudine, ma avendo voluto i figli per obsidi, non ha causa alcuna di potersi iustamente querelare.

E ciascuno che intende sì prudente e nobile atto, come ho detto di sopra, lo debbo estollere insino al cielo perché si può dire che Francesco, re di Francia, per liberare il regno, abbi esposto li proprii e da lui tanto teneramente amati figli; e, se avessi fatto altrimenti, meriterebbe grandissima riprensione perché si sarebbe potuto credere che egli amassi più e’ figli che la patria e che, per vivere in ozio et in piacere, non si curassi di quella: e li piaceri, mentre era prigione di Cesare, non li erono per mancare.

Ma cosa avessi pensato bene al caso suo Clemente, come fece Francesco! E se bene [48r] le azioni de’ principi non debbono essere dannate o commendate secondo li effetti sortiscono, ma secondo sono cominciate e ordinate con ragione o no, il partito che prese Clemente fu troppo animoso a un pontefice senza denari e che non può fare la guerra in persona. È vero che lui, standosi, vedeva la ruina manifesta e, movendosi, pensò potersene liberare.

Feciono lega, come è detto di sopra, nel principio dell’anno ventisei, Papa, re di Francia e Veniziani, con intenzione di tirare presto in quella il re d’Inghilterra che così promisse, allegando volere prima tentare, come neutrale, se poteva persuadere a Cesare che restituissi e’ figli a Francesco e che unissi tutta la Cristianità contro al Turco.

Carlo non aveva, in quel tempo, in Italia capi reputati nella guerra perché Pescara, come ebbe mancato della fede a’ Milanesi, infermò et in pochi giorni morì. Uomo che non si può dire che nell’arme non avessi fatto qualche fazione eccellente, ma era superbo oltre a modo, invidioso, ingrato, avaro, venenoso, crudele, senza religione e senza umanità, nato proprio per destruggere Italia. E si può dire certo che del male che [ha] patito e patisce ne sia stato in gran parte causa lui.

Il Papa e Veniziani, quanto più presto potettono, messono a ordinare le loro genti per giungnere i Cesarei sprovisti. E cominciorono sì presto a muovere la guerra, che non fu possibile che il Re avessi in ordine le genti che doveva mandare di qua da’ monti. Il Papa mandò Vitello Vitelli, Guido Rangoni, Giovanni de’ Medici, el quale, benché avessi soldo dal Re per cento lance, aggiunse dumila fanti. E fece suo luogotenente in questa impresa messer Francesco Guicciardini e mandò in Francia nunzio al Re, per sollecitare le provisioni, Ruberto Acciaiuoli.

Et i Veniziani messono insieme le loro genti d’arme e fanterie, sotto il duca d’Urbino, e, senza dilazione di tempo, tutto l’essercito del Papa e Veniziani s’appresentò a Lodi alla fine di giugno e quello prese per trattato d’uno italiano, capitano di fanti, che vi era alla guardia. E di quivi si spinse a Milano con quindicimila fanti e circa quattromila cavalli. E stimò certo il duca d’Urbino che gl’Imperiali che vi erano si partissino, impauriti del suo essercito, che veniva con vittoria, e del popolo di Milano inimicissimo loro per li mali trattamenti, e del Castello, nel quale era il Duca [48v] che era ancora lui nella Lega.

In Milano per Cesare erono capi il marchese del Guasto et Antonio di Leva, poi vi erono altri buoni capitani spagnuoli et alemanni, e’ quali avevono tolte tutte l’arme a’ Milanesi e mandatone fuori assai, e massime de’ più giovani et animosi. Et avevono ridotto in termine quella città che, quanto alli uomini della terra, non avevono dubbio alcuno e determinorono aspettare che l’inimici li venissino a sforzare.

Il duca d’Urbino, poi che fu stato un giorno e quasi dua notte in sulle mura di Milano, se bene vi poteva stare più, o per timidità o perché non avessi caro che la Lega, nella quale s’interveniva il Papa, vincessi, senza conferire niente né a Luogotenente del Papa né a’ suoi capitani, a mezza notte levò il campo, dicendo volersi ritirare solo quattro miglia e quivi fermarsi insino venissino le genti franzese, e che, stando quivi col campo, impedirebbe le vettovaglie a Milano. E con tutto quello diceva si ritirò a Marignano e voleva la sera medesima ire a Lodi. Ma il Proveditore veniziano, persuaso da il Luogotenente, non lo lasciò. Il campo si fermò a Marignano.

Et intanto s’intese che Borbone era arrivato a Genova con sei galee e che portava ducati centomila perché Cesare, subito che ebbe notizia ch’el Re non voleva stare alle convenzioni, mandò il Viceré et Ilarcone a lui, perché lo persuadessino alla pace ignominiosa e pericolosa. E commesse loro che, quando lo vedessino ostinato, cercassino d’ottenere di passare in Italia. Ma intendendo che il Re non voleva concedere il passo, si volse a mandare Borbone per mare. E mandò in Francia di nuovo don Ugo di Moncada, perché venissi in Italia imbasciadore al Papa, il quale Francesco lasciò passare, non volendo monstrare, nel principio della Lega, diffidare del Papa.

Borbone, arrivato a Genova, prese il cammino verso Alessandria, accompagnato da cinquecento fanti. E di quivi una notte entrò in Milano e dette grande animo agli Spagnuoli e Tedeschi, massime perché pensorono portassi più danari non portava.

Li oratori del Papa e Veniziani sollecitavono tuttogiorno il Re che almanco, per riputazione della impresa, mandassi le genti a cavallo. E lui mandò il marchese di Saluzzo non solo con secento lance, come era ubrigato, ma li aggiunse quattromila fanti. E già cominciavono [49r] a comparire a Susa, quando il Castello di Milano, e per uomini e per cenni, fece intendere nel campo della Lega che non si poteva tenere se non era soccorso, perché non aveva da vivere. Fu messo in consulta più volte tra’ condottieri della Lega se si doveva soccorrere o no; e quasi tutti s’accordorono che si doveva e poteva fare senza pericolo, eccetto il duca d’Urbino el quale diceva non confidare tanto ne’ fanti italiani poco esperti, che gli volessi mettere a paragone con li Spagnuoli. Il duca di Milano, vedendo non li venire soccorso, stretto dalla fame, s’accordò come potette e, sendo ammalato, si ridusse prima in campo della Lega e poi a Crema.

Il Papa, come intese ch’el campo si era ritirato da Milano, discorse che la guerra dovessi andare in lungo e che gli bisognava pensare d’avere da spendere. E non avendo da trarre né più vivi né più presti danari che di Firenze, considerò che i Cesarei cercherebbono di mettere fanti in Siena per tenere e lui et i Fiorentini in sulla spesa di quelle bande, acciò che non potessino sumministrare danari in Lombardia. E fu persuaso che, se mandava i fuorusciti sanesi verso Siena, con qualche somma di fanti comandati, e facessi che i Fiorentini conducessino qualche pezzo d’artiglieria verso Poggibonzi, che il governo di Siena si muterebbe e vi entrerebbono li usciti, inimici a Cesare, e de’ quali egli potrebbe disporre.

Credette il Papa facilmente quello desiderava, e mandò e’ conti dell’Anguillara e di Pitigliano con circa quattrocento cavalli e quattromila fanti, tra pagati e comandati, et ordinò che Gentile Baglioni venissi con altri dumila del Perugino et assaltassi circa mille fanti sanesi, e’ quali erano a campo a Monte Rifré, castello di Giovanni Martinozzi, uno de’ primi usciti, e vi avevono condotto artiglieria per batterlo. Gentile, perché teneva le parti Colonnese, non volle fare quello potette e dette spazio a’ Sanesi di levarsi da campo dal detto castello e salvare l’artiglieria et i fanti.

Poiché li usciti erono condotti quivi, come quelli che sempre col pericolo d’altri cercavono tentare qualche cosa a loro benificio, feciono intendere al Papa che se loro con quelli fanti s’accostavono alle mura e piantavono solo dua pezzi d’artiglieria, più per dimonstrazione che per altro, che avevono tale ordine drento, che subito sarebbono chiamati. Clemente, desideroso che tal cosa riuscissi, se bene conosceva [49v] di non avere capitani né fanti da potere sforzare Siena, si lasciò traportare a’ consigli delli uomini troppo passionati e permesse vi fussi messo il campo dalla parte che guarda verso Firenze.

Piantoronsi l’artiglierie, concorsonvi del paese de’ Fiorentini tutti li uomini che si dilettono di vivere di rapina e ciascuno attendeva a predare e rubare per quel contado. In campo non era chi comandassi né chi ubbidissi, non vi erano guardie, non scolte, non luogo deputato per il mercato. Le quali cose, venute a notizia di quelli di drento, gli feciono arditi, ancora che fussino pochi, a uscire fuori. Et il giorno di santo Iacopo saltarono della terra trenta cavalli e quattrocento fanti; quelli di fuori erono più che quattrocento cavalli e semila fanti. Nondimeno, trovandoli senza ordine, chi a rubare, chi a dormire, chi a giucare, chi a bere, tutti li messono in fuga, né mai fu possibile facessino testa né si fermassino insino non furono drento alla Castellina. Ruborono e’ Sanesi popularmente tutto il campo e con grande allegrezza e trionfo tirorno l’artiglierie delli avversari in Siena.

Questa rotta dette grande sbattimento al Papa e la parte de’ Medici in Firenze inviti assai. E gl’inimici presono grande ardire e dicevono che il Papa voleva rimettere e’ tiranni in Siena e tôrre lo stato al popolo, e che Iddio aveva dimonstro non li piacere. E certi più arditi dicevano che Iddio aiuterebbe ancora loro, quando tentassino. Ricevette il Papa questa vergogna et a’ Fiorentini, oltre alla ignominia, restò la spesa, perché sendo i Sanesi sdegnati, e’ Fiorentini erono constretti a guardare tutte le terre de’ loro confini. Et era impossibile che potessino contribuire alla guerra di Lombardia e guardare il loro paese.

Il campo della Lega in Lombardia si stava a Marignano, et attendeva a fare certe leggieri scaramucce con l’inimici et ovviare che viveri non entrassino in Milano, dove era penuria grandissima. Ma li soldati avevono ridotto quella povera città in termine che nessuno uomo che vi fussi curava più di vivere, et a’ soldati bastava avere che vivere per loro e del popolo non tenevono conto alcuno e ne moriva ogni dì numero grande di fame.

Et essendo nel campo della Lega tante genti da potere tenere stretto Milano et ancora fare qualche altra fazione a beneficio della impresa, si consultò tra li capitani quello fussi da fare. Chi era d’oppenione andare verso Genova per mutare quello [50r] stato, e chi voleva ire a Cremona. Vinse infine l’oppenione del duca d’Urbino, che era infatto quella de’ Veniziani, d’andare a Cremona. E vi andò, per capo delle gente vi si conduceva, Malatesta Baglioni. La fortezza di Cremona si teneva per il duca di Milano e si credette da principio potere entrare nella terra per la fortezza facilmente. Ma riuscì il contrario, perché dumila fanti tra Tedeschi e Spagnuoli, che vi erono drento, feciono una difesa incredibile. Durò quella espugnazione più che venti dì; andoronvi i migliori fanti che avessi la Lega, andòvi in ultimo il duca d’Urbino e, con la morte di molti valenti uomini, fu presa, con patti, però, che li fanti che vi erono drento, salvassino la roba e le persone.

Don Ugo, el quale io dissi di sopra che il Re lasciò passare per Francia per venire al Papa, giunto che fu a lui e trovatolo ostinato a non si partire dalla Lega, perché in verità non lo poteva né doveva fare, se n’andò nel Regno e trattò con il cardinale Colonna (il quale più mesi inanzi era partito di Roma sdegnato col Papa, perché gli domandava tutto di cose inoneste et il Papa non le voleva fare) come gli potessino nuocere, e perché i signori Colonnesi, non solo il Cardinale, ma quasi tutti li altri, stavono in sospetto del Papa et il Papa di loro. E spesso si facevono delle terre loro insulti a quelle del Papa e così pel contrario. Et il Papa era necessitato a spendere per tenere fanti in Roma e nelle terre di confini e non poteva reggere tanta spesa, perché aveva, oltre alla spesa di terra, quella di mare, perché, dopo che fu morto Paulo Vittori, condusse Andrea Doria, genovese, con otto galee e gli dava buona provisione.

E però e’ Colonnesi erano certi che Clemente volentieri poserebbe con loro, quando fussi sicuro, per levarsi da spesa. E ne li aveva fatti più certi il duca di Sessa, el quale era stato quattro anni oratore a Roma per Cesare, e, quando cominciò la guerra, il Papa l’aveva licenziato. Ma egli, partito, ammalò a Marino e domandò grazia a Clemente di potere tornare a curarsi in Roma, dove in pochi giorni morì.

Ma in quel mezzo (per rendere merito al Papa della grazia li aveva concessa) fece intendere a Don Ugo et a’ signori Colonnesi in quanta penuria di danari si trovava il Papa e quanto sarebbe facile ingannarlo sotto uno accordo, pure che s’avedessi d’alleggerire di spesa. Venne adunque Vespasiano Colonna, figliuolo di Prospero, [50v] in Roma, et appiccò pratica con Clemente d’accordo, e in pochi dì la condusse; e dette la fede sua per il Cardinale, e per li altri signori Colonnesi e per don Ugo, che non offenderebbono lo stato della Chiesa. E cosí il Papa promesse non offendere li stati de’ Colonnesi né il Regno di Napoli. E credette tanto a questa fallace triegua, che subito si disarmò e settecento fanti, che gli restavono in Roma, gli mandò a Andrea Doria per metterli in Port’Ercole e nelle maremme di Siena.

Come il cardinale Colonna intese che il Papa era disarmato e si fidava, subito ordinò ingannarlo. E fatto tutto intendere a don Ugo, giunsono insieme a dosso a Vespasiano a Fondi, e lo invilirono, e gli monstrorono che per servizio di Cesare, loro signore, era lecito mancare di fede e fare ogni altra cosa, pure che si vincessi, e con prieghi e con minacci lo tirorono nella volontà loro. E condussono dumila fanti del Regno e ne ordinorono assai delli altri comandati delle terre de’ Colonnesi. E con cavalli, pure del Regno, il detto Vespasiano et Ascanio Colonna et altri signori, che seguivono la loro fazione e don Ugo, vennono verso Roma. Et in un dì et una notte camminorono circa sessanta miglia e giunsono alle porte di Roma a’ dì dicianove di settembre, che erono circa ore quattordici, et entrorono drento per la porta di Santo Ianni. Né il Papa lo intese se non quando furono fermi in Colonna alle case loro a rinfrescarsi. Né li occorrendo potere fare rimedio presto et intendendo ch’el popolo di Roma, sendo stato giunto sprovisto, stava come attonito, ordinò di soldare certi fanti e fece capitano d’essi Stefano Colonna, inimico alli altri Colonnesi, e pensò con questi tenere il Borgo.

Già li inimici venivono in ordinanza per Ponte Sisto e poi inverso il Borgo, per la via che passa inanzi al palazzo d’Agostino Ghigi, e Stefano Colonna, con quelli pochi fanti che aveva potuto ragunare in sì breve tempo, con franco animo difendeva quella porta. Ma gl’inimici salirono il monte e, per il muro rotto e senza riparo e senza difesa, riuscirono nella vigna di Santo Spirito sopra il capo di Stefano. Onde egli fu constretto abbandonare la porta con qualche uccisione delli suoi e tutto il resto delle genti inimiche entrorono drento per quella porta e se non che attesano a mettere a sacco dove prima potettono, giugnevono il Papa in palazzo con alcuni cardinali, e’ quali erono concorsi da lui in su questo romore. [51r] Il Papa, confortato e pregato da molti che si partissi di palazzo, non lo voleva fare, pure, quasi forzato da Filippo Strozzi, pel muro doppio si salvò in Castello con li cardinali che erano seco et altri amici e servitori.

E’ Cesarei e Colonnesi messono a sacco i palazzi, le case e botteghe di Borgo, il Palazzo tutto e la chiesa di San Pietro, cosa che alli Turchi sarebbe paruta impia e crudele: che si potevono vedere portare per il Borgo i paramenti da dire le messe, le croci, e’ calici, li arazzi da ornare le chiese e, non che altro, quello poco d’argento e oro in che solevano stare incluse le reliquie sante.

Ridotto che fu il Papa in Castello, don Ugo, che non confidava molto nel cardinale Colonna e conosceva trovarsi con pochi delli suoi in mezzo d’uno gran popolo, el quale, se si fussi svegliato, li arebbe potuto nuocere assai, cercò di parlare all’arcivescovo di Capua, che s’era ritirato col Papa in Castello. El quale, ancora che Clemente solessi confidare assai in lui, poiché aveva principiato la guerra perché era tedesco, per non dare sospetto ai collegati, non intendeva tutti i secreti come prima.

Venne don Ugo a parlamento con detto Arcivescovo, el quale andò e tornò più volte dal Papa, et in ultimo condusse don Ugo in Castello e, per sua sicurtà, andorono in Colonna i cardinali Cibo e Ridolfi. Don Ugo, venuto alla presenzia del Papa, escusò il fatto, monstrando non essere proceduto a questo per offenderlo, ma per difendere gli stati di Cesare, ma, che se egli si voleva spiccare da’ collegati e non s’impacciare più di guerra e perdonare a lui et a’ Colonnesi la iniuria ricevuta, che ritrarrebbe subito le genti e lascerebbe Roma libera, ma che della osservanzia voleva sicurtà.

Il Papa, vedendo il popolo di Roma stare a vedere il giuoco e non cognoscendo modo da cacciare li avversari se non con chiamare genti in suo soccorso, le quali non potevono essere preste, e dubitando che don Ugo et i Colonnesi non ne chiamassino ancora loro, che sarebbono state più preste perché erono più vicine, e che non si facessi una confusione di qualità che Roma andassi tutta in preda, fu contento cedere a quello che volle don Ugo, con animo però di non osservare cosa che promettessi, perché, sendo forzato, non era tenuto. E dette statico per la osservanzia Filippo Strozzi. E si feciono e’ capitoli di questa triegua (che così la chiamorono) in fretta [51v] e non ebbono, a beneficio de’ Colonnesi e don Ugo, parole che esprimessino bene la intenzione loro. Ma chi è in sull’arme non guarda queste cose per il sottile.

Partironsi don Ugo et il cardinale Colonna e ne menorono tutte le genti che vi avevono condotto e promissono restituire la preda e ne menorono Filippo Strozzi. E prima che partissino delle terre della Chiesa, vollono che il Papa scrivessi alli capitani, che aveva nel campo della Lega, che si ritraessino, et a Andrea Doria, che strigneva Genova con l’armata, che si levassi e si riducessi a Civitavecchia. Il Papa, benché malvolentieri, fece in quel principio tutto.

Come in Firenze s’intese il caso, quelli che iudicono delli eventi, che infatto sono e’ più delli uomini, dannavono Clemente di poca prudenzia e di poco animo. E li Otto di Pratica, che erono quelli che avevono il pondo del governo della città, cominciorono a dubitare, che volendo seguitare in osservare e’ suoi ricordi, non andare alla ruina manifesta. E partirsi da lui non volevono, per la reverenzia et affezione li portavono, et ancora perché la città non si poteva discostare dalla volontà sua senza mutazione di stato, nella quale la ruina delli amici de’ Medici era certa e di quella della città s’aveva poco da dubitare. Però mandorono subito Francesco Vittori a farli intendere e ricordare con riverenzia che loro desideravono, avanti che egli si risolvessi, saperlo, per potere consultare e deliberare, et ancora a ricordarli che avessi riguardo a non li caricare troppo di spesa perché, sendo incominciata a mancare la riputazione a’ cittadini, non si potevono strignere come si era fatto qualche altra volta.

Clemente, udita questa proposta, gli dispiacque ma, avendo Francesco per confidente, pensò gli dicessi queste cose per affezione e perché conoscessi così essere a proposito, et avendolo ancora per troppo respettivo, non credette che le cose in Firenze fussino in tanto pericolo, quanto egli dimonstrava; e stimando quello che era, che il caso successo a Roma de’ Colonnesi li avessi tolto assai reputazione, et iudicando che i Fiorentini, come inclinati a Francia, avessino per male che egli si partissi dalla Lega, deliberò tornare in sulla guerra come prima. Nondimeno la triegua con don Ugo fu fatta a dì ventuno di settembre e la fama volò per tutto. Il duca d’Urbino, capitano de’ Veniziani, si riposava volentieri [52r] et aggiunto che il Papa, fatto la triegua, richiamò le sue genti, fermò la guerra, e gli bastò avere preso Cremona a patti e, quando doveva andare o mandare a Genova, egli andò a stare a Mantova con la moglie.

Il marchese di Saluzzo con le genti franzese si stava verso Asti, Guido Rangoni se ne tornò a Modona, Vitello venne verso Roma e Giovanni de’ Medici [solo con gli suoi si mantenne in sul luogo].

Ma essendo il Papa da nuovi uomini del re di Francia e dei Veniziani confortato e pregato di tornare nella Lega e fattoli promesse grande e promessoli, intra l’altre cose, che il re d’Inghilterra lo soverrebbe di buona somma di danari, e detteli molte simili cose, le quali parte riuscirono e parte no, e sendoli ancora in Roma gridato nelli orecchi da molti, che in questo caso non mettevono altro che parole, che, se non si vendicava, poteva deporre la mitera et andare mendicando come romito, e che mai fu pontefice tanto vituperato quanto lui, onde, stimolato da tante bande, tornò in sulla guerra e lasciò stare Giovanni de’ Medici in campo con li fanti pagati da lui, e quando don Ugo se ne doleva, diceva che Giovanni non era soldato suo ma del Re.

Fece ritornare Andrea Doria verso Genova e se ne escusava con dire che egli li aveva domandato licenzia d’andare a aiutare la patria sua e che, secondo e’ capitoli co’ quali era condotto, non gnene poteva negare. Fece venire Vitello et Alessandro Vitelli verso Roma e circa tremila fanti, tra’ quali ve n’erono mille Svizzeri, e ne soldò in Roma insino in cinquemila e li mandò ad alloggiare nelle terre de’ Colonnesi. E dolendosi li agenti di don Ugo di questo, egli rispondeva che i Colonnesi erano suoi sudditi e che, volendo stare guardato e non essere giunto sotto la fede, come l’altra volta, non poteva fare di non alloggiare le sue genti nelle terre loro. E dopo molte proposte e risposte, che andorono di qua e di là, si venne alla guerra aperta.

Il Papa fece ruinare qualche castello de’ Colonnesi e privò in Consistorio il cardinale Colonna delle degnità e benifici; e citò e’ signori Colonnesi et altri capi che erono venuti con loro in Roma. E nondimeno mandò l’arcivescovo di Capua a don Ugo a escusare tutte queste cose e monstrare che non erono contro a’ capitoli e ricercare che gli rendessi Filippo Strozzi. Don Ugo usò buone parole, [52v] senza venire a conclusione, et intanto e’ Colonnesi feciono qualche somma di fanti e vennono verso le terre loro.

D’Alamagna ancora, con qualche poca somma di danari mandata da Cesare, si mosse Giorgio Transberg, capitano di fanteria, con quattordicimila buoni fanti, e’ quali inviò Ferrando duca d’Austria in favore degli Imperiali.

Di questi fanti si cominciò a parlare più mesi avanti, ma non si credeva dovessino venire perché il re de’ Turchi, questo anno medesimo, era venuto in persona con grande essercito contro al re d’Ungheria e li aveva dato una rotta, della quale egli, fuggendo, era affogato; et una gran parte de’ signori ungari, così temporali come spirituali, era suta morta: in modo che in pochi giorni il Turco era diventato signore di tutta Ungheria, e li uomini che non erono stati presi, tutti erono fuggiti.

E mi è suto affermato da uomo degno di fede che, quando il Turco entrò in Buda, che è la principale terra d’Ungheria, non vi trovò più che quaranta uomini. E si credeva che il Turco volessi seguitare la vittoria e procedere contro all’Austria, provincia più bella e più ricca e più atta a essere vinta, né si vedeva come don Ferrando vi avessi a potere resistere e però non si iudicava che fussi possibile che mandassi fanti in Italia. Nondimeno il Turco stette pochi dì in Ungheria, e per qual causa si fussi non si sa, ma non la volle tenere, e lasciò solo guardati certi migliori castelli in sul Danubio, e de’ prigioni, parte ne menò e parte ne amazzò, et a gran giornate si ridusse in Constantinopoli.

E dove si pensava che dovessi nuocere a Ferrando, li giovò perché una parte di quelli signori d’Ungheria, che restò viva, lo elesse re. E perché il re d’Ungheria morto era ancora re di Boemia, fu eletto ancora re di quello regno, benché in Ungheria abbi di poi avuto qualche dificultà col vaivoda di Transilvania.

I fanti tedeschi erano già vicini a Italia e, benché il re di Francia e Veniziani pensassino provedere non passassino più oltre, il Re non fu a tempo et i Veniziani non vollono, i quali alli passi stretti facilmente l’arebbono potuto fare, ma fuggirono il tirarsi la guerra in casa. E si conobbe che lo intento loro era levare la guerra di Lombardia e condurla in Toscana. Vennono dunque in Mantovano, [53r] dove il duca d’Urbino e Giovanni de’ Medici, con buona banda d’uomini a piè et a cavallo, li seguitorno. El quale Giovanni, [andando un giorno a speculare un sito dove i nimici s’erano fatti forti con animo di tôrlo loro con gran lor danno], fu ferito d’un tiro d’un moschetto in una gamba [ché di poco tempo innanzi avevono avuti certi pezzi d’artiglieria minuta dal duca di Ferrara, senza che i nostri n’avessino notizia, e di questa] ferita in quattro giorni morì.

Come lui fu morto, il duca d’Urbino, che prima si vantava che li Tedeschi non passerebbono il Po, subito, lasciate spargere le genti sue per il Mantovano, si ridusse a Mantova; e loro, senza ostaculo alcuno, passorono il Po, non in su ponte ordinato, ma in sulle barche, a cinquanta e cento per volta, e si missono tra Reggio e Modona.

Clemente, intesa la morte di Giovanni et il passare che avevono fatto i Tedeschi il Po, cominciò forte a temere. E quasi in uno medesimo tempo ebbe nuove che il Viceré era arrivato al porto di Santo Stefano, in quel di Siena, con ventitré navi, il quale aveva combattuto con Andrea Doria e con Pietro Navarro in mare, vicino alla Corsica, e ricevuto danno assai. Et intra li altri, li avevono affondato una nave, dove erono su cinquecento uomini da guerra e qualche signore. Pure il vento levò la sua armata dinanzi alle loro galee e male condizionata giunse a quel porto, dove non stette più che un dì perché, avendo vento a proposito, andò a disbarcare e’ fanti a Gaeta, e’ quali si dicevono essere settemila tra ispagnuoli e tedeschi. Ma furono in quel viaggio tanto battuti dal mare, che poco si poterono adoperare nella guerra che seguì poi.

1527

Clemente, vedendosi venire tanta gente a dosso e da più bande, et ogni disegno succederli a rovescio, pensò di convenire col duca di Ferrara, el quale gli pareva lo potessi aiutare a impedire che i Tedeschi non venissino in Toscana. E ne dette commessione a messer Francesco Guicciardini, che era a Parma. Ma non fu a tempo, perché il Duca era già convenuto con gl’Imperiali, che fu di gran momento in questa guerra.

Non si volle però, ancora che fussi ridotto in tanta estremità, risolvere a fare cardinali per danari, allegando che non voleva, mentre era libero, potere essere notato di simonia. Mandò bene a Firenze Vincenzio Duranti, secretario del cardinale de’ Ridolfi, a fare intendere a quelli cittadini che, sendo ridotti in tanti pericoli, provedessino a’ casi loro in quel modo iudicavono a proposito, senza avere rispetto alcuno a lui, perché non voleva in modo alcuno che per conto suo la patria patissi. [53v] Arrivò detto Vincenzio a Firenze che il Viceré era già partito da Santo Stefano et i Tedeschi avevono preso il cammino verso Piacenza. E però il cardinale di Cortona, al quale pareva dolce cosa il comandare, non volle che tal commissione fussi conferita.

Il Papa, non avendo modo di provedere danari perché, se bene Roma era la più ricca città d’Italia, lui era venuto in sì poca riputazione, che non ardiva richiedere alcuno né con prieghi né con minacci, e vedendosi la guerra a dosso di verso il Regno et intorno a Roma dai Colonnesi, cognoscendo avere a guardare Piacenza, Parma, Modona e Bologna con grande spesa, vedendo che, per essere il verno, non erono pervenire nuove genti di Francia, vedendo ancora che Francesco et Enrico li porgevono qualche somma di danari, ma non tale che fussi per bastare alla minima parte delle necessità sue, considerando ancora che i Veniziani poco si movevano a darli sussidio con danari e genti, benché, per sollecitarli, avessi fatto mandare da Firenze oratore a Venezia Alessandro de’ Pazzi, suo cugino et uomo dottissimo e prudentissimo, si voltò a tentare il Viceré d’accordo. Et avendo appresso di sé uno spagnuolo, Generale de’ Frati Minori, el quale Cesare gli aveva mandato pochi dì avanti per pascerlo di speranza, con auttorità piena di comporre, ma non senza il Viceré, lo mandò a Napoli per intendere l’animo suo. E soprastando a rispondere più che non li pareva, mandò di nuovo l’arcivescovo di Capua, sotto colore di visitazione. E l’uno e l’altro scrisse che trovava buona disposizione, ma, venendo a parlare de’ capitoli, il Viceré domandava tanti danari, che se il Papa li avessi avuti non bisognava cercassi accordo, perché arebbe potuto facilmente vincere la guerra. Aggiugneva ancora il Viceré che per pratica alcuna non voleva desistere una ora dalla guerra, credendo con queste parole invilire il Papa: el quale si voltò a fare quelle preparazioni potette in tanta scarsità di partiti e liberò Orazio Baglioni, el quale aveva tenuto in Castello più anni.

Venne Renzo da Ceri di Francia, Andrea Doria riordinò l’armata, mandò legato sopra li fanti, che aveva a Prenestina, il cardinale Triulzio, il quale rividde le genti d’arme e fanterie e le ridusse in assai buono ordine.

Il Viceré ordinò che le sue genti fussino tutte a Gaeta e di quivi si transferì verso Pontecorvo, terra del Papa, [54r] con ottomila fanti e mille cavalli, tra condotti in sull’armata e fatti nel Regno e delle terre de’ Colonnesi. E con queste genti venne a affrontare quelle del Papa le quali resisterono gagliardamente e combatterono presso a Frusolone e gl’Imperiali n’ebbono il peggio, et ebbono di grazia che la notte spiccassi la zuffa e si cominciorono subito a ritirare. Renzo ancora, dall’altra banda, fece rivoltare l’Aquila, l’armata prese Castello a Mare, luogo d’importanzia assai, vicino a Napoli, et Orazio Baglioni, fattosi porre in terra, prese Salerno e con grande animo andava verso Napoli.

Mentre che queste fazioni si facevono nel Regno, e’ Tedeschi, senza essere offesi da alcuno, camminavono a piccole giornate verso Piacenzia. Et ogni piccolo impedimento, che fussi stato loro fatto, gli constringeva a morire di fame perché erono di verno, in piano, in mezzo di fiumi e del continuo pioveva; et erono necessitati guadagnarsi il vivere per forza.

Stettono in Piacentino molti giorni, tanto che Borbone compose dissensioni che erano in Milano tra i fanti et impose taglie assai a quel popolo e cavatoli, non che i danari, il sangue e la vita da dosso, trasse gli Spagnuoli, così fanti come cavalli, di Milano. E lasciò alla guardia di quella città Antonio di Leva, et egli con li suoi venne verso Piacenza a coniungersi con li Tedeschi.

Il marchese di Saluzzo, capo delle genti del re di Francia, il duca d’Urbino di quelle de’ Veniziani, Guido Rangoni di quelle del Papa, feciono una guerra di questa sorte, che mai vollono unirsi per opporsi all’inimici, ma venivono loro drieto e si poteva dire che li accompagnassino, come fanno i servitori e’ patroni. Li avversari vennono vicini a Piacenzia e Guido, con li fanti del Papa, la guardò in modo che non vi s’accostorono. Il medesimo intervenne di Parma e Modona. E feciono e’ capitani e condottieri, nominati di sopra, come alcuni medici poco esperti e poco dotti che, senza purgare il corpo dalli mali umori, sanano con loro unguenti forti le piache delli membri non nobili e non s’accorgano che riducono la materia al cuore.

Gl’Imperiali si condussono presso a Bologna, dove erono drento tutte le genti del Papa e de’ Franzesi. Il duca d’Urbino era restato in Mantovano, alquanto indisposto. Li Cesarei, non potendo entrare in Bologna né correre molto il paese, rispetto alle piove e nevi, arebbono patito assai, ma il duca di Ferrara gli soccorse e di vivere [54v] e di danari.

Carlo della Noi, viceré, vedendo le cose del Regno succedere male et essaminando che, col convenire col Papa, si levava la guerra da dosso e faceva Cesare signore d’Italia e, quando bene riuscissi che l’essercito che era presso a Bologna vincessi, in quel modo che Borbone sapessi disegnare, Cesare sarebbe signore d’Italia, disfatta e rovinata, si volse alla convenzione. E Clemente, non avendo danari né a Roma né a Firenze, la fece volentieri; e pel mezzo del Generale, del quale dissi di sopra, si concluse. Et il Papa subito richiamò le sue genti del Regno et il Viceré venne a Roma e mandò Cesare Fieramosca a significare a Borbone come aveva accordato, con condizione che avessi ducati sessantacinquemila a Bologna e che non procedessi più inanzi contro alle terre del Papa e Fiorentini.

Borbone, come quello che non voleva accordo perché pensava dovere essere duca di Milano, e come ritirava gli Spagnuoli in quello stato, dove loro stavono volentieri, gli pareva che ne fussino signori loro, subornò qualche capitano spagnuolo e così tedesco, non Giorgio Transberg perché lui era malato d’apoplessia a Ferrara, che dicessi che quelli che portava il Fieramosca erono pochi danari e che li fanti non si potevano contentare con essi; e lui disse al Fieramosca il medesimo. Ma per giugnere il Papa più sproveduto, usò le migliori e più dolce parole del mondo, aggiugnendo che voleva a ogni modo l’accordo, e che con qualche somma più di danari s’ingegnerebbe contentare i fanti, ma che intanto il Papa non si doveva maravigliare se egli camminava con lo essercito, perché li bisognava andarsi intrattenendo con li fanti, acciò avessino causa di prestarli fede. E come il Fieramosca fu partito, mosse le genti verso Romagna. E quelli della Lega ancora vi andorono, e si ridussono a guardare quelle terre perché il male avessi più causa d’andare verso il cuore.

Tornò il Fieramosca a Roma e riferì quello aveva operato. Et il Viceré, per la gran volontà che aveva che la convenzione andassi avanti, si mosse in poste e venne in Firenze e monstrando che bisognavono più danari, perché queste genti si ritirassino, condusse e’ Fiorentini a promettere agl’Imperiali centocinquantamila ducati: ottanta di contanti, et il resto intra duo mesi. E furono presenti a questo accordo dua uomini di Borbone, mandati [55r] da lui, e vi acconsentirono e ne restorono satisfatti.

Mentre che lo accordo si trattava in Firenze, Borbone del continuo procedeva con l’essercito: il che non piacendo al Viceré, subito che ebbe convenuto co’ Fiorentini, n’andò verso Borbone et intese che era già entrato nella valle di Galeata con lo essercito, il quale aveva rubato et arso tutto il paese, in modo che il Viceré portò gran pericolo che li paesani non li facessino insidie, e durò fatica a scappare, fuggendo dalle mani loro. Né potette parlare prima a Borbone che presso alla Pieve di Santo Stefano, che è un castello de’ Fiorentini, el quale Borbone volle sforzare, ma non gli riuscì, perché fu difeso valentemente.

Come in Firenze s’intese che Borbone veniva avanti, li uomini furono chiari dell’animo suo maligno e senza fede. Ma male si poteva rimediare perché la città non aveva tempo a provedersi d’uomini e li ottantamila ducati, che s’erono mandati secondo lo accordo, non erono ancora tornati, e si dubitava non fussino capitati male, e la città era ridotta in tanta estremità che, per provederli, aveva tolto insino alli argenti delle chiese. Pure, in tanta afflizione, s’ebbe questa buona sorte che li ottantamila ducati tornorono e messer Francesco Guicciardini cominciò a inviare le fanterie, che aveva in Romagna, per la valle d’Arnone e per la valle del Montone. Le quali fanterie, licenziose e ladre e senza capi che temessino, rubavono e ardevono tutto il paese e facevano tutti li altri mali che arebbe fatto qualunque crudele inimico.

Feciono ancora i Fiorentini intendere al marchese di Saluzzo et al Provveditore Veniziano et al duca di Urbino lo inganno che aveva fatto Borbone et il pericolo che soprastava loro; e rinovorono la Lega con quelli patti che seppono domandare i Veniziani e, perché il duca d’Urbino venissi con migliore animo in loro soccorso, gli restituirono San Leo. Et in pochi giorni si condussono in sul paese de’ Fiorentini tutte le genti di guerra del Papa, del re di Francia e Veniziani, le quali messono a sacco tutto il Valdarno, e non solo le case sparse, ma Feghine, San Giovanni e Montevarchi, buoni e popolati castelli. Et intorno a Firenze tutte le ville de’ cittadini erono rubate et il bestiame predato e li contadini fatti prigioni e le donne sforzate.

Di che nacque che certi giovani della città, cognoscendo che il duca d’Urbino, venendo e’ Cesarei verso quella, vorrebbe fare [55v] lo alloggiamento per li soldati della Lega in Firenze, e che non era però da sopportare che li fanti potessino sforzare la moglie, le figliuole e sorelle di questo e quello cittadino, e per ovviare a questo era da dare l’arme con ordine alla gioventù fiorentina acciò potessi riparare a tale inconveniente, [e] conferirono questo loro pensiero a Luigi Guicciardini gonfaloniere, el quale ne dette notizia al cardinale di Cortona. Et egli ne volle il consiglio di più cittadini e fu consigliato, senza discrepanza alcuna, che si facessi.

Ma egli, insospettito di dare l’arme alla gioventù, andava differendo e per questo, alli ventisei d’aprile dell’anno ventisette, si levò tumulto nella città, chiusonsi le botteghe e, volendo li cittadini amici de’ Medici correre a quella casa, trovorono che il cardinale di Cortona et il cardinale de’ Ridolfi, che vi era venuto pochi dì inanzi mandato dal Papa, et il cardinale Cibo, che era venuto nuovamente da Bologna, et Ipolito de’ Medici, tutti erono iti a incontrare il duca d’Urbino, che doveva entrare quel giorno in Firenze. E stimando detti cittadini che li sopradetti cardinali, udito il tumulto, si fussino partiti per timore, tornorono alle proprie case e qualcuno andò in Palazzo per fare pruova di riparare al disordine, dove concorsono tutti e’ nimici de’ Medici armati e sforzorono e’ Signori con minacce e ferite a sonare a martello e scendere in ringhiera a gridare Popolo, e dare bando a’ Medici.

Il cardinale di Cortona e li altri, inteso che ebbono il caso, subito tornorono nella città e chiamorono e’ fanti tenevono per guardia, che in fatti erono circa millecinquecento, de’ quali era capitano principale il conte Pier Noferi da Montedoglio. Questi, messi in ordinanza con loro picche et archibusi, vennono verso la piazza. Come questo s’intese in Palazzo, tutti quelli che vi erono cominciorono a invilire e temere, così li amici de’ Medici come l’inimici, stimando che se li fanti vi entrassino per forza, ogni uomo andrebbe a filo di spada senza distinzione.

Pure il cardinale Ridolfi e messer Francesco Guicciardini, avendo affezione alla patria et alli loro cittadini e discorrendo che se si veniva al sangue, che erono tanti i soldati e drento e fuori della città, che sarebbe impossibile non andassi a sacco, pregorono il signore Federigo da Bozzole che andassi in Palazzo a trattare l’accordo: e non lo trovando la prima volta, vi tornò di nuovo insieme col Guicciardino [56r] e si concluse che le cose tornassino nel termine di prima, e che fussi perdonato a ciascuno e che di quel dì nessuno si ricordassi.

E Francesco Vittori fece la scritta di tal convenzione, sottoscritta dalli cardinali, dal duca d’Urbino e dal signore Federigo. E per allora si posò il tumulto, ma con timore grandissimo di tutti quelli che si erono trovati in Palazzo, o amici o inimici che fussino: e molti pensavano d’assentarsi dalla città, pure volevano stare a vedere dove s’indirizzava l’essercito di Borbone.

Il quale, venuto insino a Montevarchi et inteso come in Firenze et allo intorno erano genti assai, e come si era durato sei mesi continui a fare ripari drento alla città, et intendendo ancora quella essere tanto consumata, che aveva posto mano alli argenti delle chiese, diterminò a gran giornate pigliare la via di Roma, dove sapeva che il Papa non aveva fanti né cavalli, né ordine né farne presti, e che ultimamente, confidato in sulla convenzione fatta col Viceré, aveva licenziato mille fanti, che gli restavano di quelli che erano chiamati della Banda Nera delle reliquie di Giovanni de’ Medici. E da Montevarchi prese un cammino che lo condusse poco di là da Siena. E quivi lasciate l’artiglierie da campo, perché quelle da battere aveva lasciate al duca di Ferrara, e provedutosi bene di vettovaglie, seguitò il cammino con gran celerità.

Il duca d’Urbino e marchese di Saluzzo pensavono bene d’andare a soccorrere il Papa, ma con tutti quelli ordini e commodità, con le quali vanno e’ soldati, quando vanno a soccorrere chi può aspettare. Guido Rangoni, presa una banda di cinquemila fanti e mille cavalli leggieri, si misse a volere ire verso Roma con prestezza.

Borbone arrivò ne’ Prati a canto a Roma alli quattro di maggio: e data il dì medesimo un poco di battaglia al Borgo di San Pietro, conobbe esservi pochi defensori, perché il Papa, come fu certo che l’essercito inimico veniva verso Roma, aveva proveduto quelli pochi fanti aveva potuto in tanta brevità di tempo e trepidazione, e si fidava assai nelle promesse gli faceva Renzo da Ceri, e la speranza che aveva che il soccorso dovessi venire presto lo manteneva.

Alli cinque, Borbone rividde le genti sue et ordinolle, e la mattina delli sei, appresentò la battaglia tra il portone del Borgo, che è drieto alla casa del cardinale Cesis, e quello di Santo Spirito, dove ne’ più de’ [56v] luoghi non è muro, ma bene vi era fatto qualche poco di riparo. Era la mattina nebbia grande che causava che l’artiglieria non si poteva in modo indirizzare che nocessi alli inimici, e’ quali dettono la battaglia. E quelli di drento si difendevono gagliardamente, ma furono tanti quelli di fuori, che con le mani guastorono e’ ripari, che erano di terra e deboli, e si ridussono a combattere al piano. E quelli di drento erono sì pochi che, combattendo, tutti furono morti, ma feciono difesa di qualità che nel primo assalto ributtorono e’ Cesarei; e volendo Borbone farli tornare alli ripari, gli fu necessario pigliare una scala et essere il primo a cominciare a salire; e salendo, fu morto da un colpo d’archibuso: uomo a chi, per il tradimento aveva fatto al suo Signore, non conveniva sì onorevole morte; pure ebbe questo dolore nel morire, che vidde la vittoria in viso, la quale con tanta fraude e scelerità acquistava, e conobbe non la potere godere.

Entrati che furono gl’Imperiali drento e morti tutti e’ soldati che trovorono, s’inviorono verso il Palazzo. Et il Papa ebbe gran fatica a rifuggirsi in Castello con pochi cardinali e pochi servitori, perché assai ne morirono difendendo e’ ripari. Et il cardinale de’ Pucci stette sempre, così vecchio e debole, alle mura, gagliardo et interrito, confortando et animando i difensori, et infuriando di parole li avversari. Et intorno a lui perirono molti suoi servitori et egli, poi che vidde li inimici drento, fuggendo fuori mezzo morto e ferito dalli urti delli altri cavalli, fu tirato in Castello, dove ancora si ridusse Orazio Baglioni, poi che ebbe fatto assai difesa.

Poi che li Cesarei ebbono preso il Borgo, sendo rimasti senza capo, erono in confusione. Nondimeno l’avidità della preda li faceva audaci et uniti e, non trovando né in Borgo né in Palazzo molto da rubare, per il sacco avevono fatto in quelli luoghi pochi mesi inanzi e’ Colonnesi, n’andorono alla via di Transtevere e, non trovando solo un defensore a quelle mura, le ruppono facilmente. Et entrati per le rotture alcuni drento, apersono la porta, donde entrò subito tutto il resto dello essercito.

Restava a’ Cesarei entrare nella parte di Roma abitata e ricca, et erono necessitati entrarvi per i ponti, che erono tre, e’ quali, se avessino avuto niente di riparo e guardia, era impossibile fussino sforzati. Ma quando è dato [57r] di sopra che una cosa segua per un verso, nessuno vi può riparare.

E’ Cesarei che vennono a Roma non erono più che ventimila, tra a piè et a cavallo, tra buoni e cattivi. In Roma erono almanco trentamila atti a portare arme, da anni sedici insino in cinquanta; e tra questi erono molti uomini usi alla guerra, molti Romani altieri, bravoni, usi a star sempre in brighe, con barbe insino al petto, nondimeno mai fu possibile s’unissino cinquecento insieme per guardare uno di quelli ponti, in modo che i nimici, circa a ore ventidua, entrorono in Roma con pochissima dificultà. Amazzorono chi e’ vollono, predorono le piccole case, le mediocri, le botteghe, i palazzi, e’ monasteri d’uomini e donne, le chiese; feciono prigioni tutti li uomini e donne, et insino a’ piccoli fanciulli, non avendo rispetto a età, né a sacramenti né a cosa alcuna.

La occisione non fu molta, perché rari uccidono quelli che non si vogliono difendere, ma la preda fu inestimabile, di danari contanti, di gioie, d’oro et argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti di case, mercantie d’ogni sorte; et oltre a tutte queste cose, le taglie, che montorono tanti danari, che chi lo scrivessi sarebbe tenuto mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi del continuo danari di tutta Cristianità, e la maggior parte d’essi vi restava, chi considerrà e’ cardinali, e’ vescovi, e’ prelati, li ufficiali che erono in Roma, chi penserà quanti ricchi mercanti forestieri, quanti Romani, e’ quali vendevano tutte le loro entrate care et affittavono le loro case a gran pregi, né pagavano alcuna tassa o gabella, chi si metterà inanzi alli occhi li artigiani, il popolo minuto, le meretrice, iudicherà che mai per tempo alcuno andassi città a sacco, di quelle che s’abbi memoria, donde si dovessi trarre maggior preda. E se bene Roma è stata altre volte presa e messa in preda, non era quella Roma che era a’ nostri tempi; et, ancora, il sacco durò tanto tempo, che quello non si trovò ne’ primi giorni, fu trovato poi.

Questo fu uno essemplo che li uomini superbi, avari, omicidi, invidiosi, libidinosi e simulatori, non possono mantenersi lungamente. Et Iddio punisce spesso quelli che hanno questi vizi con li inimici suoi [57v] medesimi, e con li uomini più scelerati di quelli che sono puniti, e’ quali, quando gli pare poi tempo, non li manca modo a castigare.

E non si può negare che li abitatori di Roma, e massime e’ Romani, non avessino in loro tutti e’ vizi detti di sopra, e maggiori. Non voglio già dire così di Clemente perché, chi considerrà la vita de’ pontefici passati, potrà veramente iudicare che sono più che cento anni che nel pontificato non sedette il migliore uomo che Clemente settimo, alieno dal sangue, non superbo, non simoniaco, non avaro, non libidinoso, sobrio nel vitto, parco nel vestire, religioso, divoto nelle messe et ufici divini, e’ quali non ha mai usato omettere. Nondimeno la ruina è venuta a tempo suo e li altri, che sono stati pieni di vizi, si può iudicare che, quanto al mondo, sieno vivuti e morti felici, né di questo si può ricercare ragione da nostro signore Iddio, el quale punisce e non punisce in quel modo e in quel tempo che gli piace.

Andò Roma a sacco alli sei di maggio l’anno ventisette et in Firenze ne fu notizia alli dodici. Tutti li nimici de’ Medici si risentirono e tanto più perché li Fiorentini ebbono di danno in Roma molte centinaia di migliaia di ducati, e ciascuno di questo danno attribuiva la colpa al Papa.

Tutti quelli che si erono scoperti alli ventisei d’aprile, iudicando stare in pericolo, non pensavono a altro che a novità. Li amici de’ Medici, delli quali una parte era diventata sospetta al cardinale di Cortona, inviliti per il successo di Roma e cognoscendo certo che lo stato non si poteva tenere se non per forza e che bisognavano a questo effetto alla guardia almanco tremila fanti, spesa insopportabile alla città essausta, e che il Cardinale era constretto a levarsi dinanzi qualche cittadino de’ più riputati e ricchi, dubitando ancora non avere la guerra di fuori e temendo che il Papa, sendo rinchiuso in Castello, quando non fussi soccorso, non avessi a venire nelle mani degl’Imperiali, i quali li avessino a tôrre la vita o mandarlo prigione in Ispagna, proposono l’onore e l’utile della patria al bene essere loro. E benché fussino certi, che se i Medici deponevono lo stato, che loro rimarrebbono a discrizione di quelli che li tratterebbono male e li affliggerebbono [58r]e nella roba e nella persona, vollono correre questo pericolo. E monstrando al cardinale di Cortona a che termine la cosa era ridotta, lo confortorono e pregorono che lasciassi lo stato in mano dell’universale, senza scandolo. Al che egli, benché malvolentieri, acconsentì.

E però alli sedici di maggio si deliberò una provisione nella Balìa, per la quale si provedeva che Iulio de’ Medici, chiamato papa Clemente settimo, Ipolito, figliuolo del duca Giuliano, Alessandro e Caterina, figliuoli del duca Lorenzo, potessino godere le loro possessione e case liberamente e stare in Firenze o altrove, dove venissi loro a proposito. E fu promesso che tutti e’ delitti, non cognosciuti insino a quel dì, sarebbono perdonati, eccetto che a quelli che avessino tolto danari o roba al publico o al privato, e che si tornassi al Consiglio Grande come si viveva d’agosto nel dodici, prima che i Medici tornassino.

Ottenuta la provisione, il cardinale di Cortona si partì alli diciasette, e ne menò Ipolito et Alessandro. E della provisione fu osservato quella parte che è parso a chi è suto poi in magistrato.

Sarei suto desideroso scrivere quello che è successo questo anno ventisette, ma sendo stato assente dalla città, rispetto alla peste, e non avendo modo d’avere vera notizia di quello segue dì per dì, differirò a farlo altra volta in uno altro libro et in tempo manco travagliato di questo, al quale Iddio ci conceda grazia pervenire.

IV.

VITA DI PIERO VETTORI

[2r] VITA DI PIERO VETTORI L’ANTICO

SCRITTA DI FRANCESCO SUO FIGLIUOLO

Volendo io scrivere la vita di Piero Vittori mio padre, confesso quella non scrivere perché stimi da altri avere a essere letta et aprovata perché in me non è né stile né eloquenzia che abbino a tirare alcuno quella a leggere; né delle cose del padre al figliuolo, ancora che in la verità ne parli, è costume prestargnene fede, benché che io per testimonio non solo la conscienzia mia chiami, ma ancora molti e’ quali al presente vivono e che la più parte delle cose ho a scrivere sanno. Questa, adunque, scrivo a mia consolazione, a utilità di quegli nasceranno di me o di mia frategli, acciò che, leggendola, gli egregi fatti d’esso e loro et io c’ingegnamo imitare.

Visse Piero, insi a anni trentaquattro, occupato la prima adolescenzia nelle lettere, nelle quali, ancora che fermare non si potessi, fece non mediocre profitto; dipoi, sendo constretto a tôrre donna e mancandogli el padre, el quale morì lasciato lui d’anni 22, alle faccende della casa et alla mercatantia fu necessario si dessi perché gli rimasi un fratello ancora fanciullo e 3 sorelle a maritare; et una, poco poi restata vedova, bisognò a nuovo marito congiugnessi. Maritò, adunque, le sorelle secondo che lo stato suo e di suo fratello richiedeva, e nelle mercantie in modo s’essercitò che onore et utile insieme acquistò. Pervenuto dipoi a anni 34, fu eletto capitano di Volterra, alla quale, sendo di nuovo stata presa, bisognava preporre uomini e di buono iudicio e consiglio.

Era l’anno 1478 nel quale, come ogni uomo può sapere, fu nella città nostra grande novità per la morte di Giuliano de’ Medici e ferite di Lorenzo; di che seguì la morte di quegli l’assaltorono e rebellione e confini. Lui in quel tempo, come io dissi, a Volterra, quella città dubbia e sospetta molto bene ritenne in fede, dipoi, finito l’uficio, a Firenze tornò.

Nel qual tempo e dal Pontefice e dal re Ferrando fu mossa alla città nostra grande e pericolosa guerra, e la città, avendosi a difendere, e soldati assai condusse e creò Dieci di Guerra, come in simili tempi è consueto fare; e’ quali in loro proveditore Piero elessono, et a quello in gran parte la cura della guerra commessono; et, ancora che uomini eccellenti e gravi et esperti per commissari mandassino, nientedimeno lui sempre ne’ campi tennono; lui a Faenza a tenere quel signore in fede mandorno; lui, mentre in quello di Siena, che f là si pigliavano, mentre le nostre si difendevono a ogni pericolo sempre s’espose. Et essendoci mossa la guerra dalla parte di Siena, dove lui aveva la possesione e beni assai et olii e bestiami, quasi ogni cosa si perdé, in modo che poco altro gli rimase che la possesione; nientedimeno, preponendo sempre il publico al privato, ogni cosa con tanta diligenzia e celerità essequiva che essi Dieci maraviglia n’avevono.

Era in quel tempo e nella città e ne’ campi la peste grandissima, e lui in mezzo a quegli viveva come se fussi in aria salubre e tra uomini sanissimi. Acquistò in quel tempo et a presso amici et inimici tanta fama che avendo l’essercito inimico rotto i nostri al Poggio Imperiale, e la rotta era a punto succeduta in tempo che e’ Signori Dieci l’avevono per qualche bisogno chiamato in Firenze, fu certo l’eccellenzia d’Alfonso duca di Calavria e capitano dell’essercito inimico avere dopo la vittoria esclamato: “L’assenzia di Piero Vittori ci ha fatto vincitori”. Le lettere ancora, scrittegli e d’Alfonso [2v] duca e da Federigo, duca d’Urbino governatore del campo inimico, questo medesimo dimonstrano, delle quali io qui la copia non pongo per non essere lungo più che il bisogno. Ercule Estense, duca di Ferrara, capitano della Lega, Ludovico marchese di Mantova, Nicola Orsino conte di Pitigliano, Gostanzo Sforza signore di Pesaro, tanta affezione gli portavono che ogni volta del campo s’aveva a partire grandemente se ne dolessino, e, dopo la guerra, quante volte da esso di cosa alcuna richiesti furono, gratamente gli compiacquono.

Finita questa guerra nell’anno 1480, attese a rassettare quelle poche cose gli erono rimaste per potere la sua famiglia nutrire; e, sempre stando in fatica, per il contado di Volterra e maremme di Pisa, cercò se potessi trovare miniera da fare allume, e, con gran fatica, qualcosa trovò, ma non di molto utile.

Venne l’anno 84, nel quale la Repubblica nostra, per qualche iniuria ricevuta da’ Genovesi, deliberò por campo a Pietrasanta, dove lui con alcuni altri cittadini fu mandato commissario.

Fu la espugnazione di detta terra assai dificile; lui notte e dì sempre stava pel campo ordinando quello bisognava, spesso visitando l’artiglierie, la qual cosa, per il gran pericolo, pochi sono lo voglino fare, anche che importi assai. E fu lodata molto la industria sua nel pigliare un monte sopra Seravezza, così è detto il luogo vicino a Pietrasanta, dov’era un bastione; e qui fu necessario condurre l’artiglierie, che fu cosa mirabile perché il monte era dificilissimo; nientedimeno lui, a piè, tanto gli altri confortò che vi si tirorno. Fu preso il bastione che fu cagione dell’acquisto di Pietrasanta; la quale acquistata, lui fu deputato quivi commessario per ordinare quella terra, dove stette qualche mese mettendo ad essecuzione quello gli pareva fussi di bisogno.

E’ Genovesi in quel tempo, parendo loro avere ricevuto e danno e vergogna di Pietrasanta, deliberorno por campo per mare a Livorno; et ordinato armata grande e con essa uno ingegno chiamato il pontone, nuovamente trovato, dove si posavano l’artiglierie, e’ traevano con gran forza alle rocche di Livorno. Per questo fu subito mandato a Piero a Pietrasanta lettere che a Livorno si transferissi, dove cogli altri comessari attese a riparare quanto era possibile.

Ma meritò grande laude perché un giorno deliberò vicitare una torre scosta a terra circa a un miglio, chiamata il Fanale; e quivi, con poca compagnia andando, non fu sì tosto giunto che l’armata gli fu drieto, e lo schifo che l’aveva portato tolse e cominciò aspramente a dare la battaglia. Erano in quella torre pochi fanti, non credo passassino 12, la battaglia era aspra, soccorso non si vedeva; lui quasi al primo colpo fu ferito nella testa, nientedimeno tanto quegli pochi attese a confortare, tanti ripari ordinò, anzi di sua mano quasi fu necessario facessi, che i nimici sanza la vittoria, dubitando de’ nostri che di terra cominciorono a trarre loro, furono forzati partirsi. E così fu per sua opera salvata quella torre, la quale, se era presa, era di ignominia grande alla città nostra, e molto facile a offendere Livorno, in modo che, presa quella, si giudicava spacciato. [3r]

Seguì non molto dipoi che Innocenzio ottavo, creato di nuovo pontefice, deliberò privare del regno Ferrando, et a questo effetto tutti e’ baroni d’esso Regno quasi fece ribellare. <+>cente cominciò a seguitare Alfonso duca di Calabria, el quale per aiuto alla Lega era rifuggito. La città nostra deliberò aiutarlo; fu mandato Piero commissario, el quale tanto operò che le gente della Lega, ridotte a Pitigliano, per paese inimico a Bracciano condusse, e la guerra che il Papa a altri voleva fare, in su le porte di Roma provò; et il signor Virginio Orsino e gli altri Orsini, che alquanto vacillavano, nella fede del re Ferrando ritenne, e tanto operò che onorata pace si conchiuse.

E ricordomi che, andando dipoi qualche anno Piero a Napoli imbasciadore, passando da Roma vicitò esso Innocenzio, el quale, me presente, gli disse che in quella guerra gli aveva più nociuto lui e le sue lettere che tutti gli altri che di quella s’erano impacciati.

Trovossi ancora commissario a rompere e’ Genovesi a Sezanello e porre il campo a Sezzana, e pigliarla; dove durò tanta fatica, tanti vigilie ancora che non fussi ben sano e pieno di carne, che non fu uomo che lo vedessi non restassi amirato. E Lorenzo de’ Medici, el quale circa l’espugnazione di quella quivi s’era transferito, usò dire che dove era Piero Vittori sempre credeva s’avessi a vincere.

Posata questa guerra e la città posandosi, alle sue private cure alquanto attese; ma sendo morto il conte Girolamo e la città rivolendo Piancaldoli, che lui ci aveva usurpato, e mandatovi qualche gente e soprastandovi alcun dì sanza fare frutto, mandoronvi Piero, el quale non prima fu giunto che il castellano liberamente la fortezza dette. E subito tornato, fu mandato ambasciadore a Napoli nell’anno 1488, dove stette circa a uno anno; e tanto amore gli pose il re Ferrando, e di tanto gran iudicio gli parve che di rado di cose d’importanza aveva a trattare che non pigliassi il consiglio suo per il migliore. L’eccellenzia del Duca, che prima l’avea conosciuto, tanto onore gli fece che poco sanza esso voleva stare, et in nessun modo volea si partissi; pure, sendo tratto vicario di San Miniato e l’aria di Napoli non la trovando al corpo suo sana, ottenne licenzia et a San Miniato stette, et in modo si portò che non v’era uomo non l’amassi.

Volle la Repubblica allora mandarlo a Faenza commissario per cose importante e levarlo da l’uficio; lui per essere indisposto del corpo lo ricusò. Né stette molto dopo la tornata sua in Firenze, che sendo Pistoia, il contado e la montagna, in grande disensioni, né si trovando modo a posarla, fu eletto commissario insieme con Giovan Battista Ridolfi, uomo eccellente e per governare la città drento e per ministrare le cose di fuori. Né molto dopo la giunta loro ridussono ogni cosa in pace; nientedimeno per potere meglio solidare quella città, parve a chi governava la Repubblica stessino qui circa a mesi 20, nel qual tempo la ridusson in modo che nonché disunita ma unitissima pareva; né qui facevono sangue, come era consueto, comandavono nessuno operassi arme e chi le adoperava gastigavono.

Tornò, ridotta Pistoia in buon termine, e non molto dipoi morì Lorenzo de’ Medici et incominciossi per Italia a spargere [3v] qualche voce che il re di Francia voleva passare in Italia per pigliare el Regno di Napoli. Quella parte di Romagna, la quale tiene la Città nostra, era in grande disunione, et ogni dì vi si faceva furti et omicidi assai; per questo la città diliberò di comporre inanzi che arme s’avessino a muovere perché, sendo su confini, era pericoloso averla disunita.

Per questo s’ordinò una provisione di mandare in quella parte un rettore, che lo facessino gli Otto di Pratica e non si traessi a sorte. Non si vinceva la provisione perché già lo stato non era sì gagliardo come nel tempo governava Lorenzo, e credevono gli uomini che Piero de’ Medici vi volessi mandare uno perché guadagnassi; in modo fu necessario che el Nove delle Riformagioni dicessi quando ebbe letta la provisione: “Io vi fo intendere questo, che questa provisione si fa perché il tempo lo richiede e che sarà fatto capitano il migliore uomo di Firenze”.

Allora, tutti giudicando avessi a essere Piero, si vinse la provisione, e lui fu eletto et in quella provincia si portò in modo che quasi tutta l’unì e fermò gli omicidi. Ma, sendovi stato un anno, amalò e non poté finire l’uficio, ma fu necessario tornassi in Firenze per medicarsi.

In questo tempo e’ romori di Francia più si sparsono, e dopo la fama venne la cosa in fatto: el Re passò in Italia, et in Firenze seguì la rinovazione come e’ più sanno. Quante volte lo viddi io in questo tempo piagnere, affermando che vedeva la rovina della città, e ch’e’ Franciosi venivano per comune distruzione d’Italia! Nelle mutazione dello stato sempre consigliò si perdonassi e che gli uomini s’unissino a mantenere la libertà.

Mentre che e’ Franciosi stettono in Firenze sempre animava gli uomini a sperare bene e non temere. Et un dì che e’ Franciosi presono l’arme e cominciorono a correre per la terra, lui, sendo in casa, fece aprire gli usci e, postosi a sedere, si stava in mezzo la sala in modo che qualche francioso vi passò; l’ebbono in reverenzia, et, al detto suo solo et alla fede a quegli parlò, posorno l’arme.

Partito il Re, lui fu fatto de’ Dieci; nel qual tempo, sendo la città in grande angustie e pericoli per la perdita di Pisa e per la infidelità del Re, molte volte andò commessario in quello di Pisa e l’essercito condusse in Val di Serchio, guastò le mulina a’ Pisani, liberò Librafratta dall’obsidione e passò colle genti sulle mura di Lucca. Dipoi andò a Montepulciano, che s’era ribellato, et a Cortona per obstare agli Orsini et a Piero de’ Medici che da quella parte ne veniva, el quale, come intese essere quivi con me gente, indrieto si tornò; e lui andò a Pistoia dov’era suto eletto capitano.

Et in quel tempo a punto el castellano della fortezza di Pisa, che a noi la doveva restituire, a’ Pisani la dette; di che come Piero intese in tanta mestizia cadde che subito sé infirmò di febre gravissima, né mai per cosa alcuna gli fussi detta si potette rallegrare; e vicitandolo Piero Capponi e Cosimo Ruccellai, e’ quali lui amava grandemente, niente si rallegrò e così confesso e fatto quello si richiede a buono cristiano, passò di questa vita adì 22 di gennaio 1495, d’età d’anni 52.

Uomo certo che se la fortuna gli avessi concesso esser suto principe, non sarebbe suto inferiore a qualunque degli antiqui, e’ quali dalli antichi scrittori sono tanto lodati. [4r] Attese, come nel principio dissi, alle lettere latine in modo che in quelle fece assai profitto e scrisse versi ancora nell’ultimo dell’età; nelle lettere greche ancora s’essercitò, et era di tale ingegno che in quello sarebbe stato eccellente se per le occupazione gli fussi stato lecito attendervi. Fece versi volgare molto buoni, et in prosa molto bene scrisse; e cominciava istoria de’ tempi sua, la quale lasciò imperfetta; veggonsi le lettere scritte da lui a’ principi et alla Repubblica et a Lorenzo de’ Medici, le quali sono da compararle a qualunche scritte ne’ nostri tempi. Fu di mediocre eloquenzia non atto a parla in concione pubbliche né a persuadere popoli, ma in ogni altro luogo era attissimo; e quello diceva sempre con buone ragione confermava, e quasi ogni uomo a chi parlava si faceva benivolo, adducendo sempre essempli assai, perché era di memoria tenacissi.

Continentissimo circa alle cose veneree insino nella adulescienzia; e trovandosi a Bracciano d’età d’anni 40, infermò, e, promettendogli il medico la salute molto presta volendo usare il coito, volle più tosto quella qualche tempo più sopportare. Circa il mangiare e bere tanto temperato che non credo facilmente un altro se ne possa trovare, ogni volta che fussi stato bisogno, per pubbliche faccende o per private, del cibo niente curandosi né avedendosi quello si mangiava.

Liberale quanto le sue facultà sopportavono, e mai quando era fuori per cose publiche, considerava quello spendessi; teneva uno che spendeva, el quale sempre menò quasi seco, né mai gli vedeva conto se non alla tornata. Doni alcuno ne’ magistrati non voleva, né ancora cose da mangiare, affermando essere cosa servile obligarsi e che chi piglia doni s’obriga, in modo che ancora che avessi buone possessione e nelle mercantie non perdissi et assai tempo stessi con salari publici, nientedimeno a’ figliuoli altro che le possessione non lasciò perché agli amici venuti in bisogno ogni volta lo richiedevono sovveniva e qualche volta senza essere richiesto.

Tanto benivolo inverso tutti gli uomini che non si potrebbe esprimere, et ogni volta che fra cittadini vedeva nascere dissensioni s’ingegnava comporle come lo monstrano le sua lettere le quali non adduco per non caricare alcuno. Gli amici tanto amava che per loro ogni pericolo, disagio, spesa essere necessario comportare giudicava; e massime Piero Capponi col quale alle volte 5 o 6 ore e tutta una notte parlava.

E’ contadini molto stimava e quegli a presso ogni magistrato s’ingegnava difendere; e quand’era in campo, e’ guastatori che sono contadini e’ quali sempre a’ pericoli dell’artiglierie si sogliono esporre, si sforzava fussino riguardati et avessino quei ripari fussi possibile. Co’ servi tanto facile che quando divenne a morte n’ebbe di quegli che mentre stette malato mai da lui si partirno, e poi che fu morto, ci fu dificile custodirgli che la vita non si togliessino.

La donna, e’ figliuoli amava assai, ingegnandosi imparassino buone lettere e buoni costumi, lasciando loro sempre in casa e nelle cose sue la medesima auttorità aveva lui. [4v]

Paziente oltra modo, in modo che io affermerei non l’avere mai veduto adirato se non una volta, e quella fu nell’ultimo, più presto per la malattia che l’aveva infastidito; d’animo grandissimo, et in quanti maggiori pericoli era, meno s’aviliva. Quando andò per soccorrer Librafratta e levarne e’ Pisani, fece portare vettovaglie per il bisogno dell’essercito. Inanzi fussino pervenuti al luogo e che avessino cacciati e’ nimici, gli uomini del conte Rinuccio toglievono delle vettovaglie. Mandò a dire al Conte che vietassi gli uomini sua dalle vettovaglie: non lo fece il Conte, in modo che lui fece venire tutte le genti inanzi a sé e comandò al Conte e gli uomini sua ponessino giù l’arme e scendessino. Poi, inteso quanto pane avevon tolto, lo fece loro pagare; poi disse al Conte che voleva essere ubidito e che rimontassi, e seguitò il cammino.

Religioso era quanto bisogna, ma non superstizioso, facendo una volta l’anno quello comanda la Chiesa; e così udendo la messa e’ dì festivi, estimava ch’el fare elemosine a chi ha bisogno e sovvenire l’uno all’altro fussi quello dovessi fare un cristiano < . . . >

E benché in lui fussino tutte queste virtù, non era però biasimatore degli altri, né ancora ne’ magistrati rigido essecutore; puniva sola gli omicidi e furti e molestie, nell’altre cose chiudeva gli occhi. E, sendogli ricordati gastigassi e’ giucatori e chi portava arme, diceva ch’e’ giucatori avevono pene assai a perdere, e che gli bastava punire chi adoperava l’arme ingiustamente, e che il gastigare simili delitti era volere ragunare danno negli esserciti.

Quanto valessi, di sopra è dimonstro; amavonlo tanto e’ soldati che con lui a ogni gran pericolo si sarebbono messi; e ricordomi io sentirlo più volte e col duca di Calabria, col marchese Gian Iacopo da Triuzi, col conte Nicola Orsino dell’arme disputare, del difendere una terra, d’offenderla, d’apiccare gli esserciti, quale sia atta sorte d’artiglierie e, secondo il giudicio de’ più, ne intendeva tanto quanto gli uomini in detto mestiere molto esperti.

Morì, come ho detto, nel tempo che Italia e la città nostra era in grande tribolazione, e dipoi è stata in maggiore, e fu a quella di danno assai, et ardirò di dire, forse presuntuosamente, che io credo lui a molte cose arebbe riparato.

V

VITA DI LORENZO DE’ MEDICI, DUCA D’URBINO

VITA DI LORENZO DE’ MEDICI [58v]

DUCA D’URBINO

COMPOSTA PER FRANCESCO VITTORI

E MANDATA ALLA ILLUSTRE E PRUDENTE MADONNA CLARICE,

SORELLA DEL SOPRADETTO DUCA E MOGLIE DI FILIPPO STROZZI.

Ho qualche volta meco medesimo pensato, illustre Madonna mia, onde proceda che de’ principi giovani pochissimi ne sieno lodati dalli scrittori. Et in verità si può credere che pochi ne sieno stati che abbino meritato laude, perché e’ giovani sono traportati assai dalla libidine, la quale è poi causa d’avarizia e di crudeltà e d’infiniti altri mali. E se noi vediamo li giovani privati, tirati dalla voluptà, commettere mille scandoli e non considerare a’ pericoli, che dobbiamo noi credere che abbi a fare uno principe el quale può ciò che vuole, non è sottoposto alle leggi, né ha a rendere conto delle azioni sue se non a sé medesimo ?

Puossi bene considerare che la causa di dannare e’ principi giovani proceda in qualche parte dagli scrittori e’ quali, il più delle volte, si mettono a scrivere quando sono nell’età matura e quasi senile. Et è il costume de’ vecchi avere invidia a’ giovani e dall’invidia nasce l’odio, dal quale accecati, ogni piccolo errore d’uno giovane principe accrescono e le virtù, ancora che grandi, deprimono e diminuiscono.

Ma c’è ancora una terza causa, la quale è che uno principe giovane rare volte si regge da sé medesimo, e quando ha madre, quando zii, quando altri parenti, quando amici o servitori ordinati dal padre, che li abbi in osservanzia, in modo che spesso li errori d’altri sono imputati a lui e le buone opere sue sono attribuite a altri. E questo massime interviene quando che chi si mette a scrivere le azioni d’un principe, non sa a punto li secreti né le cause particulari le quali, quando s’intendessino, escuserebbono assai quel principe del quale s’ha a scrivere.

Iudicando, adunque, essere officio mio scrivere la vita di Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, non solo per esserli suto intimo servitore, ma per satisfare [59r] a Voi a che porto la medesima affezione e reverenzia che portavo a lui, e tanto più volentieri l’ho fatto perché credo che, chi la leggerà, abbi a conoscere egli essere da connumerare tra li ottimi principi, perché esso è dannato di molte cose, nelle quali si conoscerà più presto meritare commendazione, che avere colpa alcuna. Né alcuno sia che pensi che io per affezione mi sia partito dal vero, perché, sappiendo io quanto lui, vivo, aveva in odio le falsità et adulazioni, stimerei offenderlo così, morto.

Nacque Lorenzo sopradetto del mese di febbraio l’anno millequattrocentonovantuno, poco inanzi che morissi il magnifico Lorenzo, suo avolo. Il padre fu Pietro, de’ progenitori del quale dire cosa alcuna iudico al tutto superfluo, perché sono notissimi i gesti del magno Cosmo e di Piero, suo figliuolo, e di Lorenzo, suo nipote. La madre si chiamò Alfonsina, di casa Orsina, figliuola del cavaliere Orsino, che fu figliuolo di Nipoleone e fratello di Virginio. Ma della nobiltà di casa Orsina, e così di quella de’ Medici, sono state dette e scritte cose assai, perché, in verità, possono non solo compararsi a qualunque nobilissima casa d’Italia, ma ancora esserli superiori.

Aveva poco più che anni dua, quando Piero suo padre, dubitando che nella venuta del re Carlo ottavo di Francia in Firenze non seguissi tumulto, lo dette a Piero da Bibbiena, suto secretario del magnifico Lorenzo, che lo conducessi a Venezia. Et essendo dipoi venuto detto re Carlo in Firenze, e parendo a Piero et al Cardinale, suo fratello, di cedere alla fortuna e partirsi della città acciò che quella avessi manco a patire, detto Lorenzo ordinorono stessi a Venezia. E fu allevato in casa e’ Lippomanni, gentili uomini, antiqui amici insino di Cosimo, dove stette insino all’età di sei anni. Dipoi, per ordine del padre, fu condotto a Roma e fattoli insegnare, secondo l’età, e lettere latine e greche, nelle quali fece tanto profitto, che l’una e l’altra lingua intendeva molto bene, e la latina scriveva e parlava. Andando dipoi Piero suo padre a Monte Casino, nel Regno di Napoli, a servire e’ Franzesi, egli, benché fanciullo, andò [59v] seco. E quando Piero annegò nel Garigliano per salvare l’artiglieria de’ Franzesi, egli era in Gaeta con la madre e sorella. E poco dipoi, per ordine del Cardinale suo zio, con loro se ne tornò a Roma et attese di nuovo agli studi. Et alla madre portava tanta riverenzia, che sarebbe impossibile a scriverlo, e così al Cardinale et a Giuliano et a messer Iulio, suoi zii, né mai usciva della volontà loro.

Mutossi lo stato in Firenze di settembre nel dodici. E li zii e lui tornorono nella città, dove usò tanta umanità e modestia, che, in pochi mesi, tirò a sé l’animo della maggior parte de’ giovani fiorentini, co’ quali familiarmente conversava.

Seguì, nella fine del dodici, che, sendo morto Iulio pontefice massimo, fu assunto al pontificato il rev.mo Cardinale suo zio, el quale si chiamò Lione decimo. Il che come Lorenzo intese, subito corse a Roma, pregando il Papa che fussi contento tenerlo appresso di sé, perché conosceva essere conveniente che Giuliano, suo zio, governassi lo stato di Firenze. Acconsentì il Papa a questa sua dimanda ma, venendo poco dopo Giuliano a Roma e non si contentando in questo modo, si mutò e volle che Lorenzo fussi quello che tornassi in Firenze e Giuliano rimanessi a Roma.

Acconsentì Lorenzo a quello piacque al Papa, e se ne tornò in Firenze per ordinare nella città un modo di vivere come quello che era a tempo di Lorenzo, suo avolo, e Piero, suo padre. E già ne aveva cominciato a gittare ottimi fondamenti e durava tanta fatica in dare audienzia, in comporre differenzie tra cittadini, in volere che le pecunie del Comune fussino amministrate rettamente, in dare opera che si facessi severa iustizia al povero, al ricco, al piccolo, al grande, che pareva maraviglia che uno giovane come lui volessi tanta subiezione e servitù. E la madre, che era avezza in terra di Roma e nel Regno, spesso lo riprendeva, monstrandoli che non teneva il grado suo, e che a’ cittadini fiorentini pareva essere suoi compagni, e che non era conveniente fussi così, e che, se egli voleva vivere in quel modo, ella voleva tornarsene a Roma a pregare il Papa che dessi al figliuolo stato nel quale [60r] avessi sudditi e non compagni. Lorenzo, ancora che alla madre portassi riverenzia assai, per queste parole non si moveva punto dallo instituto suo. Non poteva già fare che, facciendo ella molte cose che non erano convenienti in una città come Firenze, non le tollerassi perché dubitava che, sendo ella stata tanto vedova e riputata d’ottimi costumi, se veniva a rottura seco, non essere da ciascuno biasimato, e, senza venire a questo non era possibile la ritraessi dalla fantasia e modi suoi. Sopportavala adunque, ma con tanta molestia, che più volte ne l’udì’ sospirare e querelare né sapere che partito pigliare in questo caso.

Occorse, in questo tempo, che Giuliano, suo zio, prese per donna Filiberta, sorella del duca di Savoia, e dal Papa fu fatto capitano di Santa Chiesa. E per conroborare meglio il parentado di Savoia, promisse al conte di Ginevra, fratello del Duca, che opererebbe in modo che sarebbe fatto capitano de’ Fiorentini. Il che quando madonna Alfonsina intese, cominciò subito a esclamare col figliuolo, monstrandoli che, se questo seguiva, era il vituperio e ruina sua, e che nessuno lo iudicherebbe degno di tenere stato, e che questa era una occasione ragionevole a farsi grande nell’arme, perché poteva farsi capitano de’ Fiorentini e tirare seco molti gentiluomini e valenti, de’ quali in ogni tempo si potrebbe servire.

Egli, dubitando che la Città non fussi stretta dal Papa di osservare la promessa che aveva fatta Giuliano al conte di Ginevra di farlo capitano con gran soldo, il che li pareva e pericoloso e dannoso per la Città, acconsentì alla madre di volere essere lui capitano, con animo nondimeno d’essere contento al titolo tanto, senza soldare uomini né pigliare danari dalla Città, perché gli bastava con questo modo ovviare che il conte di Ginevra non venissi a tal grado. Ma volendo il re Francesco di Francia, primo di quel nome, passare in Italia per pigliare il ducato di Milano, e papa Leone, insieme con altri suoi collegati [60v] deliberando opporseli, ordinò di mandare in Lombardia Giuliano con molte genti a piè et a cavallo. El quale, partendosi da Roma, come fu giunto in Firenze, gravemente ammalò, onde il Papa fu constretto a dare il carico a Lorenzo che aveva dato a lui. E per questo bisognò che pigliassi il capitanato in fatto che aveva preso in nome e che conducessi trecento uomini d’arme e li pagassi: il che non li potette essere più molesto, ma non poteva mancare di non fare la volontà del Pontefice.

Partissi, adunque, di Firenze con le sue genti in compagnia di messer Iulio de’ Medici, suo zio, cardinale e legato in questa impresa, el quale si fermò a Bologna, iudicando così essere a proposito. Lui andò inanzi con le sue genti e si condusse a Piacenza, dove erono molti signori condottieri, dove era ancora don Ramondo di Cardona, viceré di Napoli, dove erono fanti assai et ispagnuoli et italiani.

Era giovane et era la prima volta era suto in campo, nondimeno rendé a tutti quelli capitani ottimo conto di sé, e nel consultare e nel deliberare si monstrò non manco prudente che animoso, né perdonava a fatica, o d’animo o di corpo, faccendo al bisogno l’uficio del soldato e del capitano, stando dì e notte con l’arme indosso, sobrio nel cibo, abstinentissimo da ogni altro piacere, in modo che aveva ridotto uno essercito, che prima era licenzioso e scorretto, obbedientissimo e regolato. Né vi sarebbe stato uomo sì ardito che avessi presunto molestare o donne o uomini che portassino vettovaglie, di qualità che Piacenzia, dove erono ridotti assai soldati, non un campo di gente d’arme, ma una città ordinatissima pareva. Et io, che mi trovavo allora seco per commissario de’ Fiorentini, posso rendere ragione quanto fussi amato e stimato da’ soldati e da tutti li altri ch’erano in quello essercito.

Seguì il fatto d’arme di Marignano per ordine del cardinale Sedunense. Né lui né il Viceré si potettono trovare alla giornata, ché, senza dubbio, sendosi trovati con il loro essercito, e’ Svizzeri restavono superiori. [61r] Furono rotti, come volle la fortuna che può assai in ogni cosa, ma massime nelle guerre. Nondimeno a Piacenzia venne nuova che i Franzesi erono restati inferiori, et il Viceré e molti altri capitani italiani erono d’oppenione si passassi subito il Po e si seguissi la vittoria drieto a’ Franzesi, che si credevono rotti. Lui, essaminando li avvisi né li iudicando certi, con buone ragioni dissuase il passare: il che quando si fussi fatto, e lo essercito della Chiesa e lo ispano era rotto e fracassato e tutta Italia restava a discrezione di Francia.

Venne poco poi la nuova vera, onde egli, dubitando che i Franzesi subito non facessino un ponte in sul Po e venissino a affrontarli, mandò Benedetto Buondelmonti fiorentino in campo de’ Franzesi a trovare il vescovo di Tricarico, oratore appresso il re di Francia per il Papa, e lo confortò a fare composizione in nome del Papa per raffrenare l’impeto de’ Franzesi. E di già Bartolomeo d’Alviano, capitano de’ Veniziani, e monsignor de Lautrec erono venuti verso il Po, e l’Alviano predicava che voleva fare il re di Francia signore d’Italia, pure, con la industria e diligenzia del Vescovo e Benedetto sopradetti, si fece composizione tra il Papa et il Re, d’un modo che il Papa avessi tempo quindici giorni a ratificare. El quale mutò certi capitoli, e massime stimolato da Lorenzo, perché e’ Fiorentini non avessino a patire. Et il Re facilmente tollerò detta mutazione,

Lui, sendosi conclusa pace, mandò le genti d’arme alle stanze et andò a Pavia a fare riverenzia al Re, dove fu onorato e carezzato assai. Et in Milano si trovò a molte feste con detto Re e fece ogni opera ch’el Re venissi liberamente a Bologna a rendere obbedienzia al Papa e così ch’el Pontefice confidassi nel Re. El quale venne a Bologna a baciare i piedi a Leone et, avendosi a partire, volle che Lorenzo tornassi seco a Milano. Il quale, sendo di natura libero né sappiendo punto fingere, conoscendo che il Papa, ancora che avessi fatto molte cerimonie e parole et offerte e carezze al Re, non era ben chia con lui, perché gli doleva avere perduto Parma e Piacenzia, e dubitando che [61v] di nuovo non avessino a venire a rottura, non volle mai avere a mancare della fede sua. E per questo non domandò al Re né ordine né lance né pensione, onde non restò alla partita di Milano molto satisfatto di lui.

Né molto poi, lo imperatore Massimiliano venne in Italia per tôrre lo stato di Milano al Re e condusse seco grande essercito di Svizzeri e Lanzchinet. Il che quando il Papa intese, arebbe voluto che Lorenzo fussi ito a fare riverenzia a detto Imperatore; il che egli recusò, sì per non mettere in pericolo e’ Fiorentini che erono in Francia e la roba loro, sì per non iudicare a proposito del Papa, né suo, che lo Imperatore ottenessi tale impresa. La quale non ottenendo, perché Milano si difese gagliardamente, detto Imperatore se ne tornò in Alamagna et il Re restò molto male satisfatto del Papa.

Morì al principio del sedici Giuliano de’ Medici e madonna Alfonsina cominciò a infestare il Papa che dovessi dare uno stato al figliuolo. E tanto operò con parole e pianti, ch’el Papa fu contento che Lorenzo cercassi di tôrre lo stato a Francesco Maria della Ruvere, duca d’Urbino, nipote di papa Iulio, allegando che nella venuta del Re in Italia, avendo presi danari da lui, non aveva voluto poi cavalcare. Dissuadeva Lorenzo tale impresa, dicendo che se bene riuscirebbe tôrre lo stato presto al Duca, riuscirebbe ancora il perderlo prestissimo, perché questo era uno stato povero nel quale il duca Federigo et il duca Guido avevono sempre messo, perché avevono avuto condotte da questo e quello altro principe, e non avevono tratto, perché erono stati il più che potevono nel paese, e che non era possibile che lui, che non era per starvi, ma quel poco ne traeva era per spenderlo altrove, vi fussi sopportato, e che ogni piccolo moto che si levassi in Italia, farebbe mutinare li uomini di quello stato. Il Papa, stimulato da madonna Alfonsina e dalla iniuria ricevuta da Francesco Maria, non volle acquiescere a queste ragioni, onde lui, contro a sua voglia, fu constretto assaltare [62r] quello stato, il quale, con arte, tutto in pochi giorni ridusse al dominio della Chiesa. E Francesco Maria con la moglie e figli se ne fuggì a Mantova.

Voleva Lorenzo che, poiché la vittoria era successa, il Papa tenessi il ducato di Urbino per la Chiesa, perché lui non si contentava pigliarlo in titolo. Né ancora a questo acconsentì il Papa, ma ne lo investì in Consistorio, secondo la consuetudine, e lo chiamò duca d’Urbino. Di che egli si dette tanto dolore, conoscendo per questo avere acquistato la inimicizia del re di Francia et avere avuto uno stato povero e debole et essere cresciuto, per il titolo del duca, di spese ma non d’entrata, che s’infermò di certa infermità, che qualche medico diceva essere male franzese, ma il più s’accordavono essere malattia procedente da umori melancolici. E gl’intervenne a punto quello che aveva pensato, perché come Odetto di Fois, luogotenente del Re in Italia, ebbe accordato Verona, Francesco Maria, con ordine del sopradetto, sollevò gran parte delli Spagnuoli, che erono in Verona, et una parte de’ Guasconi, che erono con Franzesi, et insieme con Federico da Bozzole vennono verso Romagna per ripigliare lo stato d’Urbino.

Lorenzo era in questo tempo a Roma, malato, e poco si poteva muovere, pure, intendendo questo moto e considerando gnen’andava lo stato suo, si mosse in poste e venne in Romagna, dove già erono Renzo da Ceri, Vitello de’ Vitelli, Guido Rangoni, condotti chi dal Papa e chi da’ Fiorentini. Et il Papa aveva commesso a Lorenzo che per ordine di questi capi lasciassi governare la guerra, e però vennono in consulta del modo del procedere.

A Lorenzo, sendo di verno e lo essercito di Francesco Maria sendo raccolto con pochi danari, occorreva non fare campo né grande spesa, ma solo a guardare e’ buon luoghi, perché gl’inimici, se così si procedeva, erono forzati presto a risolversi. Non piacque al signor Renzo questo partito, ma volle si soldassino fanti assai, perché a lui pareva essere in più riputazione mentre durava la guerra e che il Papa aveva bisogno di lui; et, oltre alla riputazione, [62v] sperava trarne danari. Soldoronsi fanti italiani, guasconi, tedeschi e spagnuoli e nondimeno Renzo non voleva venire alla giornata. Ma Lorenzo era d’oppenione contraria perché, avendo grande e buono essercito, gli pareva che, combattendo, la vittoria dovessi essere per lui et, ottenendola, avere finito la guerra, ma quando non fussi, gli pareva avere modo a rifarsi. E nel passare che volle fare coll’essercito Francesco Maria il Metro, Lorenzo ordinò le squadre per combattere e lui, così ammalato, era tra li primi soldati per dare drento; ma Renzo dissuase il combattere e sbigottì li uomini, di qualità che l’essercito inimico passò senza opposizione alcuna. E sendosi perduta l’occasione del vincere, Lorenzo fu constretto a ridurre l’essercito suo in su certi monti dove, sendo ancora di verno, patì assai.

Et avendo conosciuto quanto potessi confidare nell’animo e fede de’ capitani, pensò governarsi da sé medesimo. Et avvertendo che, stando quivi, presto l’essercito verrebbe in penuria di viveri, deliberò entrare in certo paesetto, chiamato il Vicariato, e tentare d’espugnare uno castello, detto Mondolfo, abbondante di grano e di vino. E nel volerlo sforzare, faccendo l’uficio del capitano e del soldato, fu ferito d’uno schioppetto nel capo. Nondimeno, così ferito, voleva persistere nella obsidione, ma, confortato da Iacopo Salviati che era con lui commissario pe’ Fiorentini, con gran fatica acconsentì d’andarsene per mare in Ancona, dove si conobbe la ferita essere importante. Quivi comparsono cerusici di più luoghi, e’ quali furono constretti scorticarli gran parte del capo e trapanarlo; e tutti questi dolori sopportò con tanta pazienzia, che non si potrebbe credere. E d’una ferita sì pericolosa, e con la buona cura de’ medici e con l’abstinenzia e tolleranzia sua, in dua mesi fu libero.

E nel tempo stette malato, nel campo procederono le cose con gran danno e vergogna del Pontefice, e si conobbe, allora, quello operava la persona sua. Nello essercito conobbesi ancora questo, ché, come s’intese lui essere libero e tornato in Firenze, [63r] e gli Spagnuoli e Guasconi, ch’erono con Francesco Maria, pensorono d’accordare, e Francesco Maria e Federigo da Bozzole il simile, e gli lasciorono lo stato d’Urbino libero, perché dubitorono che, sendo egli sano, non rifacessi essercito del quale dovessino ricevere danno e vergogna.

Come egli fu uscito di questa guerra, si dispose fare ogni opera di ridurre in fede il Papa col re di Francia, perché gli pareva che il Re avessi gran parte in Italia. E perché gli riuscissi più facilmente, pensò di tôrre moglie in Francia e scrisse a Francesco Vittori, che era oratore pe’ Fiorentini appresso il Re, questo suo disegno. El quale, parendoli a proposito, andò essaminando che figlie fussino in Francia conveniente a lui. E si risolvé che madama Magdalena di Bologna fussi più per lui che altra, perché era nobilissima et, alcuni dicevano, di quella casa che fu Gottifredi Bollioni di cui tante cose sono scritte; aveva una sorella maritata al duca d’Albania, primo signore di Scozia et al quale s’apparteneva il Regno, quando quel Re non avessi avuti figli maschi, sì ancora perché aveva buone entrate e non era assueta a molta spesa.

Scrissene detto oratore a lui e poi, di sua volontà, ne parlò al Re, in modo che il parentado si concluse. Et il Re gli dette, di suo proprio, in dota il ducato di Lavaur di rendita di scudi cinquemila l’anno.

Concluso il parentado, il Re si contentò che egli venissi in corte e per menare la donna e per tenere a battesimo il suo primogenito in nome del Papa. Dubitava il Pontefice mandarlo e gli era detto da qualcuno che il Re lo riterrebbe in Francia per avere una sicurtà di lui. Nondimeno il Duca, che così si chiamava poi che riebbe lo stato d’Urbino, confidato nelle lettere del sopradetto oratore fiorentino per le quali gli scriveva che andassi liberamente, ch’el partire e lo stare sarebbe a posta sua, andò e fu dal Re onorato eccessivamente.

Tenne Francesco suo primogenito a battesimo in nome del Papa, menò la moglie, et il Re fece la spesa delle nozze. Fecionsi feste e balli e giostre; et il Duca in ogni cosa monstrò la gentilezza e destrezza sua, e [63v] massime in giostra. E di tanti signori che giostròno in quella festa, fu iudicato che nessuno avessi provato meglio di lui. Il simile fece poi in assaltare uno castello, nel quale assalto, armato tutto d’arme bianca, monstrò agilità et animo.

Stette in quella corte circa tre mesi e si partì con grande grazia del Re e di tutta la corte, e massime di madama Luisa, madre del Re, e d’Artù di Buissì, gran maestro, che allora governava assai. Divise, avanti si partissi di Francia, col duca d’Albania lo stato appartenente alla moglie et, onorato per tutto il cammino, la condusse in Firenze, dove fece nozze splendide e suntuose alle quali furono molti signori d’Italia.

Parendoli, adunque, avere solidato con questo parentado l’amicizia tra il Papa et il Re, pensava lasciare il capitano de’ soldati fiorentini et il ducato d’Urbino, e ridursi a ordinare uno stato in Firenze civile e che potessi durare ancora a’ figliuoli. Et a questo effetto voleva ire a Roma per conferire col Papa, ma la madre, troppo ambiziosa, non gli potendo dissuadere questo suo pensiero con ragione, s’ingegnava lo mandassi in lungo. Et essendo malata, fingeva la infermità più grave, acciò che lui non avessi a ire dal Papa. Pur egli deliberò andare e lo trovò a Montefiasconi e, conferendoli questo suo disegno, ci trovò il Papa inclinato et il cardinale de’ Medici inclinatissimo. Ma madonna Alfonsina ogni dì scriveva al Papa lettere di fuoco pregandolo non lasciassi seguire tanto disordine, e perché il Duca s’avessi a partire senza conclusione, gli fece scrivere che stava per morire e che, se la voleva vedere viva, venissi subito. Il buono et amorevole figliuolo, credendo fussi vero quello li era scritto, presa licenzia dal Papa, senza altra conclusione si partì in poste. E per l’amore e reverenzia portava alla madre, dubitando non la trovare viva, corse sì presto che poco poi che fu giunto in Firenze, infermò de febbe acuta e fu consigliato da’ medici si traessi sangue. Il che in quindici giorni lo liberò dalla febbre, ma restò tanto debole et estenuato e pieno d’umori grossi, e’ quali gli feciono venire dolori colici. E furono chiamati a questa cura, oltre alli medici fiorentini eccellenti, [64r] delli altri da Bologna, da Napoli, da Venezia. E’ quali, vedendo e’ dolori grandi, furono constretti a darli acque minerali et altre medicine le quali lo indebolirono tanto che lo condussono etico. Et in capo di sei mesi che il male li era cominciato, morì.

Sopportò in questa egritudine dolori intollerabili, prese medicine assai e mai deviò dall’ordine de’ medici, sempre ebbe la mente libera e lo intelletto sì spedito, come se fussi stato sano. Conobbe, molti giorni avanti, non potere scampare di quel male e fece chiamare il suo solito confessore e si confessò con diligenzia grandissima, poi prese la comunione divotamente. Volle fare testamento, ma la madre lo proibì, con ordinare non avessi a posta sua né notaro né testimoni,

Mentre stava così malato grave, madama Magdalena, sua moglie, partorì una figliuola alla quale lui fece porre nome Caterina. E la moglie, dopo il parto quattro giorni, morì, di che lui si dette tanto dolore che non visse più che sei dì dopo lei. E morì a dì quattro di maggio l’anno dicianove, nel vigesimo settimo anno dell’età sua.

Lasciò la figliuola femmina, come ho detto, et uno naturale chiamato Alessandro. Amava, oltre a modo, madonna Clarice sua sorella, moglie di Filippo Strozzi, e, se poteva fare testamento, lasciava a lei et a’ figli d’essa gran parte della roba che aveva, perché la figliuola gli pareva avessi assai di quello della madre.

Fu di statura mediocre, di volto bello, nel quale somigliava assai alla madre, e del corpo gagliardo et agile. Cavalcava così bene quanto a ‘n altro alli tempi suoi; correva e faceva tutti li altri essercizi, ne’ quali si monstra destrezza e gagliardia. Dormiva poco, sobbrio nel bere e mangiare, piacevonli le femmine, ma per esse non offese mai alcuno e si contentava di quelle gli volevono acconsentire, dalla oscena libidine de’ maschi tanto alieno, come se fussi nato in mezzo d’Alamagna. Dilettavasi di giucare et alla palla et a ogni altro giuoco, ma, quando giucava con li amici, non arebbe voluto vincere. Della roba era assegnato e non arebbe voluto debito, ma con gli amici liberalissimo. Amò assai Filippo Strozzi, Francesco [64v] Vittori, Alessandro de’ Pazzi e Gherardo Bartolini. Era alieno da ogni invidia e detrazione, dilettavasi della caccia di cani et uccelli et in ultimo pigliava piacere di tutte quelle cose che debbe pigliare un vero signore e gentiluomo.

La morte sua fu di danno assai alla città nostra, ma non è ancora stato cognosciuto per la bontà e prudenzia del rev.mo cardinale de’ Medici, el quale in modo fa amministrare la Repubblica Fiorentina, che ciascuno ragionevolmente se ne può contentare. Nondimeno, se il duca Lorenzo fussi vivuto e messo ad essecuzione il pensiero suo, ordinava uno governo di qualità che arebbe potuto sostenere qualunque impeto di fortuna ancora che gravissimo.

VI

SACCO DI ROMA

DIALOGO

Interlocutori: BASILIO et ANTONIO

Basilio: Ben sia venuto il mio Antonio!

ANTONIO: Ben sia trovato Basilio!

BASILIO: Io t’arei veduto sempre volentieri, ma molto più ti veggio di presente perché io tenevo per certo che tu fussi morto, perché sono già passati sei mesi che Roma, dove tu eri, andò a sacco e di te mai ho inteso cosa alcuna. E pensavo che tu fussi morto o di ferro, nell’entrare degl’Imperiali in Roma, o poi di peste.

ANTONIO: Io ho patito tanto, e nella persona e nella roba, che sarebbe suto meglio per me ch’io fussi morto.

BASILIO: Non voglio dica così perché io non potrei avere cosa più grata che vedere un tale amico vivo e sano. Ma se non se’ molto occupato, vorrei parlassimo un poco insieme perché desidero sapere a punto come passò la ruina di Roma et i casi che a te sono accaduti.

ANTONIO: Se bene io non ho occupazione alcuna e, quando io n’avessi, lascierei per te ogni faccenda, parlo malvolentieri di quello mi ricerchi, sì perché mi rinnuova il dolore, sì perché è di necessità biasimare alcuni e di quelli a’ quali per le buone qualità loro porto affezione.

BASILIO: Deh, Antonio mio, per l’amicizia nostra antica satisfammi di quanto t’ho ricerco! Perché, circa il dolore, n’hai avuto tanto che non lo puoi aver maggiore, e se dannerai qualcuno, non lo farai per odio, ma per dirne il vero : et è ben possibile che uno uomo abbi molte buone parti et in qualche cosa erri.

ANTONIO: Orsù, io ti voglio contentare. Ma sarebbe necessario, a voler darti bene ad intendere ogni cosa, repetere molte azioni insino al tempo di Lione, ma sarei troppo lungo e però ometterò molte cose e mi sforzerò esser breve. Ma quando, per la brevità, il parlar mio non ti paressi aperto a sufficienzia, non ti sarà grave interrompermi e domandarmi di quello non intendessi.

Che hai a sapere che, come il duca d’Urbino, capitano de’ Veniziani e governatore in fatto di tutto lo essercito della Lega, ritirò le genti di Milano, dove quelle erono condotte animosamente, pensando avere a dare la battaglia a quella città et ottenerla, subito papa Clemente cascò d’animo e cominciò a navicare per perduto, perché conobbe che il re di Francia non faceva la guerra vivamente e non osservava quello aveva promesso, non per voluntà, ma per non potere più. Conobbe che i Veniziani cercavono d’indebolire Italia e destruggere prima la Lombardia e poi la Toscana e Roma et il Regno di Napoli, e che avevono capitano che gli serviva a punto secondo volevono, perché desiderava vivere.

Conobbe, ancora, che li era mancato la reputazione e che non poteva più fare provisione di danari che bastassi a reggere tanta guerra. E benché amassi assai la città di Firenze, amava più sé medesimo e però, contro a quello che era di diretto contrario all’intenzione sua, cominciò a lasciarla aggravare oltre a modo di danari. E ciò fece per provare se questo remedio bastassi, indicando che, se lui si salvava, non li mancherebbe modo a satisfarla de’ danni patiti e, quando lui rovinassi, non gli pareva inconveniente metterla in pericolo che insieme seco andassi in ruina.

BASILIO: Non iudicavi tu che egli facessi male a mettere in periculo la patria sua, per mezzo della quale e lui e li sua erono venuti in tanto grado?

ANTONIO: Come s’io iudico che facessi male! E per questo ti dissi che malvolentieri parlavo di tal materia, per non dannare uno al quale porto affezione e reverenzia. Ma siamo tutti uomini imperfetti e la grandezza quasi tutti ci fa deviare dal cammino dritto: e se ne potrebbono dare mille essempli. Et è verissimo quello proverbio che dice che li onori mutano i costumi, e quell’altro che dice: ‘Il magistrato fa cognoscere li uomini’.

Ma seguitando il parlare, ancora che li Fiorentini spendessino assai, non fu possibile resistere agl’inganni de’ Veniziani né supplire alla povertà et inavertenzia del Papa.

BASILIO: Tu di’ che il Papa faceva spendere a’ Fiorentini? Come poteva lui, stando a Roma et avendo già perduta la reputazione, come tu di’, stringerli a spendere?

ANTONIO: Tu sai che io non sono stato in questa città quaranta anni sono, né posso saper bene il modo del governo. E tu ne puoi essere meglio informato di me che eri sempre, secondo intendo, tra’ primi chiamati dal cardinale di Cortona il quale governava qui per il Papa. E so bene che, se il Cardinale non avessi acconsentito alle inoneste domande del Papa, circa i danari, che il Papa era constretto ad avere pazienzia. Però tu, che sei stato qui, dimmi la causa perché Cortona facessi questo.

BASILIO: Se bene tu hai detto che io ero tra’ primi chiamati da Cortona, tu hai a intendere che io e li altri ci pasciavamo di questo. Et è poco più d’uno anno che, domandandomi il Papa in qual cittadino Cortona più confidassi, io gli risposi che credevo confidassi in me più che in alcuno altro, e che di me non si fidava punto. Et in fatto, è gran difficultà a saper tenere lo stato in questa città et è necessario che chi lo tien bene, sia uomo di eccellente ingegno e poi sia nato e nutrito in essa, et a pena ancora gli riuscirà perché bisogna pasca gli uomini di speranza, di cenni, di parole e di fatti, né facci altro che investigare la inclinazione delli uomini per potere, quando gli vengono a parlare, accomodarsi secondo quella, et all’uno dire le nuove, all’altro parlare de’ paesi dove è stato, ad un altro de’ casi et iudici mercantili, a chi di possesione e di cultivare, a chi di edificare, a chi di belle donne et a chi di cacciare et uccellare.

E certo quelli che aiutono tenere lo stato in questa città, sono uomini ambiziosi, avari, rovinati, viziosi o sciocchi. Perché li uomini che sono alieni dall’ambizione non si travaglieranno volentieri né di stato come quello hanno tenuto li Medici, né d’altro. Perché io fo poca differenzia da quello stato che molti chiamano tirannico a questo che al presente molti chiamano populare, o vero republica, perché in quello conosco molta servitù et in questo ancora il medesimo.

E però uno uomo, che non sia tirato dall’ambizione, vorrà godere la sua quiete, né si implicherà in uno stato pericoloso né in una repubblica turbulenta. Similmente, chi non sarà avaro, starà contento al poco né penserà con lo stato tôrre il suo a questo e quello. Chi arà le sue faccende ordinate, seguiterà quelle, ma chi sarà rovinato e fallito, sempre s’ingerirà nel governo e, quando non li riuscirà participarne, cercherà mutazione. Quelli che sono dediti alla gola et alla libidine, non possono mandare ad effetto i loro inordinati desideri in questa città, se non si vagliono dello stato. Gli sciocchi si pascono delle dignità della città né in quelle hanno fine alcuno, se non che pare loro una bella cosa essere de’ Signori, delli Otto o de’ Dieci.

Et avendo a trattare il cardinale di Cortona con questi uomini che io dico, non era di tanto ingegno da saperli maneggiare, perché se gli ambiziosi si tengono sanza degnità, non stanno pazienti e cercono movimento, se ne dai loro troppe, fanno lo stato odioso agli altri e diventono insolenti. Se agli avari non si dà, non reggono ne’ pericoli, se si dà loro, si toglie quello delli altri e spesso, come son fatti ricchi, pensono più alla conservazione loro che alla tua, e vanno essaminando come possino restare in piè ad ogni stato. E se dai dignità a’ rovinati, dai loro causa d’imbolare per riaversi et acquisti odio universale. Se non consenti a’ viziosi, manchi del favor loro, e’ quali spesso sono di più ingegno e di più animo che li altri, se li contenti, offendi Iddio e gli uomini. Se adoperi gli sciocchi, lo stato viene in derisione, se non li adoperi, non hai ne’ magistrati chi facci a modo tuo.

Il cardinale di Cortona, che era nato a Cortona e nutrito a Roma, non discorreva queste cose a punto e li pareva che la grandezza dello stato consistessi in farsi ubbidire e che li magistrati non facessino cosa alcuna sanza suo ordine. E pensava che in Firenze fussi un numero di cittadini i quali fussino constretti seguitare la fortuna de’ Medici in ogni evento, e poterli trattare come li pareva; e non pensava ad altro se non satisfare al Papa in ogni cosa e compiacere a’ cardinali et altri prelati e signori e gran maestri, con danno e disonore della città. E benché li fussi ricordato che lui era mandato in Firenze per essere di quella difensore, e che aveva ancora a difendere il Papa, il quale glien’arebbe poi buon grado, non lo voleva credere. E pensava che chi gliene diceva, lo facessi per non poter sopportare quel modo di vivere, e seguitava in fare spendere la città senza discrezione. E da questa spesa procedè che l’aggravò di dua accatti, che si venderono i beni dell’arti, che si fece imposizione a’ preti, in modo che non ci restava uomo che non fussi malcontento, poiché l’amore che hanno i popoli a chi li governa, procede tutto dall’utile e, quando quello manca, l’amore si converte in odio.

ANTONIO: Intendo molto bene come si governò il cardinale di Cortona circa a’ danari.

Ma seguitando dico che, levato che il duca d’Urbino ebbe lo essercito da Milano e ridotto a Marignano, attese a fortificare un campo come una città, pensando di consumare lo Imperatore con la spesa; e non s’avvedeva che consumava molto più i collegati e, se e’ se n’avvedeva, non se ne curava. E per consumare più tempo e pigliare una città vicina al dominio de’ Veniziani, mandò una parte dell’essercito a Cremona, dove stette a campo più settimane. Morironvi molti valenti uomini et animosi e si spesono danari assai, e poi la prese a patti.

Et in questo mezzo seguì a Roma il caso di che tu hai molto bene notizia, che li Colonnesi e don Ugo messono a sacco il Borgo di Roma et il palazzo e la chiesa di San Pietro, et il Papa ebbe a fuggire in Castello, e seguì lo accordo con don Ugo, o vero triegua, per quattro mesi. E puoi pensare che il Papa, in questo caso, perdé se punto di riputazione gli era restato, e rimase come attonito né sapeva che partito si pigliare perché, se non osservava la triegua, non vedeva modo a difendersi da’ Colonnesi e da don Ugo, e, se l’osservava, conosceva certo che li avversari lo ingannerebbono, come avevono fatto altra volta, e gli torrebbono Roma e forse lo piglierebbono et amazzerebbono.

E prese un modo d’osservare nel principio, tanto che li avversari si discostassino da Roma. Poi soldò fanti in Roma, faceva venire di campo et Italiani e Svizzeri e ragunò assai buona banda di gente e la fece alloggiare nelle terre de’ Colonnesi. E questo alloggiare era un modo di ruinarle perché li soldati sono venuti in tanta insolenzia che, quando bene sono tenuti stretti, mettono in rovina li luoghi dove alloggiono, sì che puoi pensare quello facevono in quelle terre, quando era dato loro la briglia in sul collo. Il cardinale Colonna, e per questo e perché il Papa procedeva alla privazione sua, cominciò a querelarsi con don Ugo che il Papa non osservava.

Et intanto vennono nuovi Tedeschi d’Alamagna, et il Viceré arrivò al porto di Santo Stefano: cose che tutte sono note, però io non te le replicherò, ma solo dirò che, avendo fatto processo lo essercito del Papa nel Regno, il Viceré, temendo di Napoli, accordò con il Papa per mezzo di Cesare Fieramosca. E venne detto Vicerè in persona a Roma.

BASILIO: Deh, fermati un poco! Tu di’ che il Papa aveva fatto, cioè l’essercito suo, processo nel Regno e che Napoli era in pericolo. Se questo è vero, perché accordò il Papa e non seguitò la vittoria?

ANTONIO: Perché non aveva danari né modo alcuno da farne.

BASILIO: Perché non faceva lui cardinali, come hanno fatto altri papi, quando sono stati in manco necessità et in minor pericolo che non era lui?

ANTONIO: Non li voleva fare. E veramente lo intento suo era buono, perché non voleva vendere dignità né benefizi. E se avessi possuto fare di non entrare in guerre, arebbe fatto ogn’opera di ridurre la Chiesa, non voglio dire come quella primitiva, ma in modo che si sarebbe iudicato, all’apparenza di fuora, che li pontefici, cardinali et altri prelati, se non potessino essere immitatori di Cristo, almanco potevono non li essere in tutto contrari, come sono stati da molto tempo in qua. Ma seguitando il mio parlare…

BASILIO: E’ mi pare che questi preti abbino detto compieta, e li chierici voglino serrare la chiesa.

Et io non ti vorrei questa sera lasciare prima che m’avessi finito il ragionamento incominciato, et ancora ci restono a dire molte cose. Però tu mi farai piacere grande a venire questa sera a cena meco e potrai ancora dormire in casa mia, perché non ho altri in Firenze che uno servitore. E manderò a dire a casa il tuo nipote che non t’aspetti.

ANTONIO: Io farò quello ti piace, ma per la via non voglio seguire la materia principiata, ché voglio stare con commodità per ricordarmi meglio d’ogni particulare. Ma ti voglio domandare d’una cosa e ti priego me ne dica il vero: se questo vivere populare, o per dir meglio republica, ch’è ora nella città, ti piace.

BASILIO: Se io ti volessi rispondere a quello mi domandi, non bisognerebbe parlassimo d’altro questa notte, perché io non ti direi questo modo dispiacermi, se io non adducessi le cause, né direi piacermi sanza fare il medesimo.

Et a volere far questo sarebbe necessario discorrere tutta la Politica d’Aristotile e la Republica di Platone, e venire poi alli essempi delle republiche di Grecia, poi alla Romana e, ne’ nostri tempi, alla Veniziana et alle republiche d’Alamagna. Né io sono per entrare in questo, perché t’infastidirei, ma ti dirò bene assoluto, che se la città nostra non amplia di dominio o d’entrate o non scema la metà de’ cittadini, che in quella non può essere republica stabile.

E se tu noterai, da dugento anni in qua che la città nostra cominciò a crescere, sempre una fazione ha superato l’altra et una parte ha avuto le dignità e gli utili, e l’altra è stata a dire il giuoco. E questo procede perché l’aria in Firenze è molto generativa e ci multiplicano assai uomini et il dominio non è sì grande né l’entrate sono tante, che si possino pascere tutti; e però, una parte si pasce e l’altra sta malcontenta et aspetta il tempo per fare il medesimo.

Né credere che in questa città sia uomo che pensi a vivere libero, ma ciascuno pensa all’utile suo. E questi essempi di Bruto e Cassio, che si danno tanto per il capo, sono favole da dirle al fuoco, perché similmente loro non si mossono a congiurare contro a Cesare per zelo di Libertà o della patria, ma per ambizione et utilità perché, vedendo che in quel modo di vivere non potevono avere i primi gradi, come pareva loro meritare, non si curorono, per l’ambizione, mettere sottosopra tutto il mondo e far diventare la città di Roma, non serva, ma stiava a tanti crudeli tiranni o vogliamo dire uomini bestiali, quanti dipoi la dominorono.

Ma io non voglio procedere più oltre in questo parlare, e massime che noi siamo già a casa. Poserenci qui in camera terrena e, mentre s’ordinerà da cena, tu seguiterai il tuo parlare.

ANTONIO: Io lasciai che Carlo della Noy, viceré di Napoli, per fermare meglio lo accordo col Papa era venuto in Roma. E di quivi mandò Cesare Fieramosca in campo a monsignor di Borbone, che era vicino a poche miglia a Bologna, a significarli che aveva fatto composizione col Papa e che li mandava ducati sessantacinquemila tra del Papa, Fiorentini e suoi, perché li distribuissi all’essercito e lo ritirassi verso la Lombardia.

Borbone gli parve strano aver a ritirare lo essercito nel ducato di Milano, del quale pensava avere a essere duca, e li pareva, mentre vi stava questo essercito, che guastassi la città et il paese, et esserne signore in nome, ma in fatto patroni ne fussino li soldati. E pensò d’ingannare il Papa et il Viceré e, sotto questo accordo, procedere avanti e trovare il Papa sprovisto di gente e di danari e che, avendo fatto l’accordo, non avessi più modo a riunirsi con la Lega. E suburnati certi capitani che dicessino a Cesare che non volevano star contenti a sì pochi danari, lui, da parte, gli disse che facessi intendere al Viceré che l’accordo gli piaceva, e che era non solo utile per lo Imperatore, ma necessario, ma che le fanterie erono bestiali e che bisognavono più danari, accennando di ducati dugentomila; e, quando questi si provedessono, credeva che lo essercito starebbe paziente, ma che il Viceré non si maravigliassi se intanto lui procedeva, perché lo faceva per monstrare alle fanterie di fare tutto quello poteva a loro benefizio.

Il Viceré, inteso questo, subito si mosse di Roma in poste e venne in Firenze per confortare e pregare e’ Fiorentini, sapendo che il Papa non aveva danari, a provedere più somma che potevono. E dopo molte dispute, concluse che detti Fiorentini darebbono ducati centocinquantamila, ottantamila di presente et il resto per tutto maggio. E furono presenti a detta convenzione e consenzienti dua uomini di Borbone. E’ Fiorentini providdono li ottantamila ducati con grandissima difficultà.

E perché s’intendeva che del continuo Borbone procedeva, il Viceré determinò andare là in persona per fermarlo e darli li ottantamila ducati e trovò lo essercito presso alla Pieve a Santo Stefano. E Borbone e li altri capi dissono che questi erono ancora pochi danari, onde il Viceré, disperato e non si fidando tornare in Firenze, se n’andò a Siena.

BASILIO: Se’ tu uno di quelli semplici che creda il Viceré non tenessi le mani a questo trattato?

ANTONIO: O semplice o astuto che io sia, io credo che gli uomini faccino quello che iudichino sia a loro proposito.

Questo accordo, che il Viceré aveva fatto, era molto a benefizio di Cesare e di esso Viceré, in particulare, perché lui non poteva desiderare maggior grandezza che godere uno Regno di Napoli pacifico. E considerava che se questo essercito procedeva, se bene era vittorioso, quel Regno si empiva di soldati e si ruinava, come era ruinato il ducato di Milano, ma, se lo essercito avessi perduto, era certo di perdere ancora il Regno. E non so che maggior dimonstrazione poteva fare di volere lo accordo, che venire a Roma in mano d’uno Papa che non li era stato molto amico, poi mettersi a venire a Firenze in poste e mettere in pericolo la vita e l’onor suo.

E credo certo che lui sia morto poi di questo dolore, perché li è parso che con questo accordo il Papa abbi perduto Roma e Firenze e si sia ridotto in Castello come prigione, e lui esserne stato causa né poter fuggire la infamia di traditore.

BASILIO: Il medesimo stimavo io, ma alli più non si trarrebbe del capo che il Viceré e Borbone non sieno stati d’accordo a ingannare il Papa.

ANTONIO: Borbone con celerità seguì il suo cammino e lasciò tutte l’artiglierie a Siena e s’ingegnò d’avere più vettovaglie che potette da’ Sanesi. Et alli 4 di maggio, in sabbato arrivò con lo essercito in Prati. E per non monstrare gagliardia, di nuovo fece tentare il Papa d’accordo, ma voleva tanti danari che era impossibile a provederli.

Il Papa aveva in Roma il signor Renzo da Ceri et Orazio Baglioni e circa millecinquecento fanti sotto vari capi. Et il sabbato che arrivò, uscirono fuori certi cavalli leggieri di Giovan Paulo, figliuolo del signor Renzo, e più presto furono superiori che altrimenti.

Il Papa, ancora che avessi pochi fanti, non stimava che Borbone si mettessi a dare la battaglia a Roma, sanza piantare artiglierie almanco da levare difese; né sapeva l’avessi lasciate in Siena e si persuadeva, avanti che Borbone potessi avere ordinato di dare la battaglia, che una parte almeno della gente sua più espedita dovessi essere arrivata in Roma; e per questo stava di buono animo. E perché lì altri facessino il medesimo, aveva fatto bandi aspri che nessuno si partissi né levassi robe. Et alle porte erono preposti a questo offizio Romani, quali proibivono a ciascuno il partire e mandar via robe e non accettavono licenzia alcuna, se bene fussi del Papa. E però io, ancora che prevedessi questa ruina qualche dì avanti, mi trovai ingabbiato.

Alli 5, Borbone andò vedendo le mura del Borgo, né si vidde disegnassi piantare artiglieria alcuna. Pure inverso la sera fece dare un leggieri assalto alle mura, quasi drieto a Campo Santo, e lì fanti ch’erono quivi a guardia lo ributtorono, onde ciascuno prese animo. Et ancora che non fussi venuto soccorso alcuno né s’intendessi fussi per venire, il Papa pensava con questa poca gente difendere il Borgo dua giorni, e sapeva che, in capo di dua giorni, per mancamento di vivere o che lo essercito inimico tornerebbe indrieto, o passerebbe il Tevere per ridursi, prima nelle terre de’ Colonnesi, dipoi nel Regno.

Alli 6, che era in lunedì, Borbone ordinò di dare la battaglia a punto drieto a casa il cardinale di Cesis e poi presso al monte, dov’è, drento, la vigna di Santo Spirito e, fuora, quella di mastro Bartolommeo da Bagnacavallo.

Et accadde a punto che fu nebbia grandissima in modo che li bombardieri del Papa non vedevono dove avessino a indirizzare l’artiglierie per offendere li nimici. I quali dettono uno assalto gagliardo, pure furono ributtati, onde Borbone, disperato, prese una scala et andò verso le mura per dare animo alli altri a fare il medesimo. E, nell’andare, ebbe una ferita d’archibuso nella testa e subito morì.

L’inimici, per questo non inviliti, seguitorno di nuovo in dare la battaglia et essendo li ripari deboli, li salirno. E come furono al pari de’ defensori ebbono vinto, perché erono assai e li defensori pochi, e quelli pochi che volsono fare il debito del buon soldato, restorono morti. Li altri si missono in rotta et in fuga, chi per entrare in Castello e chi per fuggire per Ponte in Roma.

Il Papa, intesa la vittoria dell’inimici, ebbe fatica a salvarsi in Castello con pochi servitori e qualche cardinale.

L’Imperiali, poiché furono entrati in Borgo, lo missono a sacco, benché vi fu poca preda perché di pochi mesi avanti aveva avuto un repulisti da’ Colonnesi e don Ugo. Et ancora che avessino ottenuto per forza il Borgo, avendo perduto il capitano e restando loro a entrare in Transtevere e poi in Roma, non pareva loro avere vinto. E veramente che se fussi stata fatta loro un poco di resistenzia, erano in peggior grado che avanti avessino preso il Borgo, sì per la morte di Borbone, si perché la preda li aveva disordinati; e in Borgo non avevono trovato da vivere per un dì.

Ma i loro capitani, considerando che non era da dar tempo a chi era sbattuto di ripigliare l’animo, in capo di quattro ore, poiché ebbono preso il Borgo, dettono lo assalto alle mura di Transtevere dove, non trovando alcuno defensore, ebbono facilità di romperle e, per la rottura entrati alquanti, aprirono la porta vicina a Ponte Sisto. Restava loro a entrare per li ponti in Roma e questo riuscì sanza alcuna difficultà perché non vi ebbono opposizione.

E non credo che nell’entrare dell’Imperiali in Roma morissino cinquanta uomini combattendo. Ciascuno si stava alle case sua e guardando quelle, pensava li bastassi. E li Romani erono tanto insolenti e bestiali, che si persuadevono, chi per un mezzo e chi per un altro salvarsi, e che lo Imperatore avessi a pigliare Roma e farvi la sua residenzia, e dovere avere quelle medesime commodità, onori et utili che avevono del dominio de’ preti.

Io, che non ero atto all’armi né avevo in casa altri che un servitore tedesco, uomo di pace, mi stavo in su la mia porta, ché avevo una casetta in Campo di Fiore. E, per non avere possuto mandar fuora la roba, avevo in certo secreto riposto le scritture e panni e drappi per ducati duomila e ducati mille di contanti e cinquecento tra argenti e altre masserizie migliori, et avevo pure lasciato fornita la casa ordinariamente. Né ti dirò più oltre quello seguissi in Roma, perché io non lo so, e mi basterà dirti quello intervenne a me.

Come io intesi che l’inimici erono drento, sendo pure in Roma molte case infette di peste, feci mettere alla porta la insegna della peste et io, avendo una bolla in una gamba portata molti mesi, la feci con il sangue rossa intorno, poi, fasciatomi el capo, me n’entrai nel letto e dissi a quel servitore tedesco dicessi, a chi veniva, che ero malato di peste; et una serva fiorentina feci stare in su l’uscio della camera, afflitta e dolorosa.

Ecco comincio a sentire il romore per la piazza, vengono quattro tedeschi alla porta mia e, veduta l’insegna della peste, domandorno il mio servitore, che era a sedere in su l’uscio, quello voglia dire quella insegna. Lui risponde che al patrone della casa erano in pochi giorni morti quattro figliuoli e la donna di peste, e che lui era malato nel letto, onde loro, inteso questo, segnorono l’uscio col gesso e lasciorono uno di loro innanzi all’uscio e si partirono. E stettono a tornare circa a quattro ore e menorono con loro un becchino della peste tedesco, che aveva fatto lo essercizio in Roma più anni, e lo mandorono in casa a intendere come io stavo. Lui, o che mi trovassi alterato per la paura, o che indicassi avere a trarre più profitto quando dicessi essere peste, affermò che io ero malato, ma che credeva fussi per guarire, onde loro, lasciatolo quivi a mia custodia, si partirono. Et io attendevo a starmi nel letto, né volevo sapere cosa alcuna che seguissi in Roma.

E già erono passati quindici dì et io avevo fatto un parentado con quel becchino tedesco, in modo pensavo del male averne a patire manco degli altri. E mentre io mi pascevo di questa speranza, li tedeschi tornorono una mattina. E dimandando il becchino et il servitore mio come io stavo, e l’uno e l’altro dicendo male, cominciorono a sospettare e si missono a entrare in casa e dipoi in camera e tôrre tutto quello vi era. Et in ultimo mi posono di taglia ducati cinquecento, li quali dicevo non potere pagare perché ero povero, vecchio e malato di peste. Loro cominciorono a minacciarmi et in ultimo a battermi di modo che io dissi che, se avevo commodità mandare fuora di Roma il mio tedesco, provederei ducati trecento, di che loro si contentorono.

Io, simulando mandarlo a Tiboli, cavai del secreto ducati trecentocinquanta, de’ quali pagai loro trecento et il resto mi serbai in certo luogo della casa, che malvolentieri essi potevono trovare, e finsi che il servitore me li avessi portati. Loro, vedendo che io avevo provisto li danari presto, stettono dubi donde io li avessi avuti et entrò loro sospetto che io non fussi ricco. E quando io credevo, avendo avuto la taglia, mi lasciassino partire, loro mi tenevano, non però molto stretto. Pure male mi sarei potuto fuggire, massime di giorno, ma la notte, perché io ero malato o lo fingevo, loro non mi guardavono, onde io presi partito una notte partirmi. E conferito questo mio pensiero con il mio servitore e pregatolo mi volessi accompagnare, lui fu contento. E la notte sequente, che fu il primo dì di luglio, ci partimmo e la mattina, all’aprire della porta, uscimmo per la Porta del Popolo e, con gran fatica, arrivammo la sera a Civita Castellana. E se io non avessi avuto meco quel tedesco, sarei suto preso e rubato sei volte, ma lui diceva che avevo pagato la taglia al suo patrone e però mi accompagnava.

A Civita Castellana, trovammo male da mangiare e da bere e peggio da dormire. E per questo disagio e per quello avevo preso a camminare a piè insin quivi, e per li dolori auti in Roma, il dì sequente che io giunsi, mi prese una grandissima febbre. E venendo io di Roma, dove gli uomini morivono a migliaia, fu creduto certo fussi malato di peste e fummo, il mio servitore et io, serrati in una piccola stanza e da una finestra ci era porto un poco di pane e di vino, e bisognava pagarlo bene. La febbre andò seguitando di modo che, in capo di quindici dì, quelli che erono deputati sopra la peste furono chiari che il male mio non era contagioso, e dettono licenzia a me et al mio servitore d’andare per tutto.

Ebbi male dua mesi e quando fui presso a guarito, ammalò il mio servitore et in capo d’un mese morì. Et io avevo speso tanto tra il mal mio et il suo, che delli cinquanta ducati avevo portato meco di Roma, non me ne restavono che dua, e con quelli mi partì’ di Civita Castellana a piè, al fine d’ottobre, et in otto giorni mi condussi ad Arezzo; dove trovai un fratello di messer Paulo Valdambrino, che avevo già conosciuto a Roma, el quale mi fece carezze e mi condusse a casa sua, dove volse stessi quindici dì a riavermi. E lui mi dette notizia della mutazione seguita qui tanti mesi avanti e del termine in che si trovava il Papa e generalmente di tutte le cose che andavono a torno, delle quali io ero in tutto al buio. Poi mi dette danari e mi prestò una bestia et uno contadino che mi accompagnassi.

E quattro dì fu arrivai qui, credendo trovare Benedetto mio fratello. Et intesi che era morto lui e la brigata sua, né era restato altri di lui che Simone, suo figliuolo, d’età d’anni ventidue, al quale è parso strano che io li sia giunto a dosso vecchio e povero. Et avendo il padre goduto sempre come suo un buon podere che abbiamo in Mugello e la casa nostra qui di Firenze, non li par giuoco ch’io dica al presente volere di queste cose la metà. Et in verità, che se mi fussi restato altro modo a vivere, che io non enterrei a domandargli la parte mia.

Basilio: Che fu della roba che tu avevi nascosta?

ANTONIO: Quando io mi parti’, non l’avevono trovata. Dipoi non te ne so parlare, ma stimo bene, per esservi stati tanto, che non sia possibile non abbino trovato ogni secreto. Tu hai inteso in che modo io mi son condotto qui e ci sarebbe da dire assai altre novellette, ma vorrei cenare.

BASILIO: Tu hai ragione et è suta poca discrezione la mia a non avere già fatto ordinare. Ma si farà subito perché la cena sarà da poveri come siamo tu et io.

ANTONIO: Che? Ancor tu sei povero?

BASILIO: Povero, poverissimo! E’ mi è suto tolto da certi privati potenti la maggior parte di quello avevo. Ma non ti voglio parlare di questo, attendiamo a cenare di quel poco ci è.

ANTONIO: Deh! dimmi tu, che sei stato in Francia, se avevi notizia di questo duca di Borbone e che uomo era tenuto in quel tempo.

BASILIO: E’ si può bene, mentre si cena, parlare di qualcosa attenente ad altri, come è questa di Borbone, che non dà perturbazione a parlarne. Io n’avevo notizia benissimo e mi parve sempre simulatore, vario et ambizioso.

Lui era della casa di Borbone, figliuolo di monsignor di Mompensieri che morì l’anno 1495 a Napoli dove era rimasto viceré, o vogliamo dire governatore, per il re Carlo VIII. Aveva piccolo stato, ma, sendo del sangue regio, Anna duchessa di Borbone, ch’era stata moglie del duca Piero e sorella del re Carlo sopradetto, li dette una sua unica figliuola della quale ebbe grande stato, ma era brutta, quanto donna alcuna sia mai stata vista, brutta piccola, nera, gobba, non solo nelle spalle, ma nel petto. E lui era tanto simulatore, che dava voce per tutto che non usava con altra donna che con quella; et era tanto vano che, ancora che avessi grande entrata, spendeva tanto, per volere tenere stato non da duca ma da re, che faceva ogni anno debito molte migliaia di ducati et impegnava gli stati sua.

Nel principio che Francesco venne al regno, a Carlo di Borbone, secondo la genealogia dei re di Francia, toccava ad esser re, dopo il duca d’Alanson, i progenitori del quale, non so bene se l’avolo o il bisavolo, per avere fatto contro alla corona, erono suti privati della successione. Ma il re Luigi XII, volendoli dare per donna Margherita, sorella di Francesco, duca d’Angolem che è ora re, fece che il parlamento dette sentenzia che Carlo d’Alanson fussi riabilitato alla successione e fussi il primo dopo il duca d’Angolem.

Monsignor di Borbone, malcontento di questo, non voleva in modo alcuno che Carlo li precedessi, e però Francesco lo fece stare tacito con farlo gran conestabile. Il quale officio era stato molti anni sanza crearsi in Francia, perché si conobbe, quando il re Luigi XI fece decapitare il conte di San Polo gran conestabile, che tale officio si tira drieto troppo seguito e troppa reputazione. E Borbone, sendo fatto gran conestabile, cominciò, di umile che monstrava prima, a doventare superbo. Et essendo rimasto a Milano governatore, si portava da signore in modo che il Re, avvertito di questo, li dette per compagno monsignor d’Averre.

E quando l’imperatore Massimiliano venne presso a tre miglia a Milano nel 1516, Borbone, se Averre non lo riteneva, si voleva partire. Nondimeno, partendosi lo Imperatore sanza fare effetto, attribuiva tutta la gloria dell’aver difeso Milano a sé. Pure il Re non si contentò che restassi in Lombardia, ma lo richiamò in Francia, dove lui stava malcontento et attendeva a spendere per conciliarsi uomini.

E sendo morta la suocera, che lo sovveniva assai, e poi la moglie senza figliuoli, e trovandosi gran debito e sendoli mosso lite in su lo stato possedeva, s’accordò con lo Imperatore e re d’Inghilterra con uno accordo che so n’hai notizia perché è publico, il quale è tanto vergognoso per lui, quanto si possa dire. E si vede voleva, per l’ambizione sua, destruggere tutto il regno di Francia perché, se lui aveva odio col Re perché gli paressi governassi male o per qual si voglia altra causa, o che desiderassi essere re lui, doveva cercare d’amazzare il Re e li figliuoli et Alanson, generosamente, e non inducere Cesare et Inghilterra a destruggere Francia. Ma di Borbone sia detto a bastanza, che non merita se ne parli tanto, ché di simili uomini sarebbe bene che insieme con la vita s’estinguessi la fama, o buona o rea che la fussi.

Ma dimmi, avendo preveduto il male di Roma più mesi avanti, come tu m’hai detto nel tuo parlare, come fu possibile che tu non ti partissi a buon’ora e ne portassi teco più cose che tu potevi?

ANTONIO: Cotesta è una dimanda che a volerti satisfare richiede una risposta lunga. Et a me pare che tu non abbi né fame né sonno; et io son vecchio e desidero posarmi e domattina parleremo.

BASILIO: Così si faccia! Ma perché staremo ambiduoi in questa camera, che ci sono duoi letti, se ti destassi questa notte, non ti parrà fatica, per passare il tempo, satisfarmi di quanto io t’ho dimandato.

ANTONIO: Io pensavo, poi che sono stato desto, che io andai a Roma a tempo di papa Paulo molto fanciullo, nondimeno sentivo dire tutto il giorno a’ Fiorentini et ad altri, che era impossibile, alle sceleratezze che si commettevono in Roma e massime per li preti, che quella città potessi indugiare a capitar male. Nondimeno Paulo morì felice, quanto al mondo, perché estirpò il conte d’Everso dell’Anguillara, il quale non stimava né preti né religione né Iddio.

Seguì Sisto, uomo uso ad essere frate, e col saper fare l’ipocrito et accomodarsi con ciascuno, pervenne a quel grado. E questi frati, con la loro logica e teologia, s’assettono una religione nella fantasia a modo loro, e vanno seguitando; e ciò che fanno pare loro ben fatto e lecito. Lui, sendo di vilissima condizione, fece fra Pietro cardinale, il quale molti dicevono che era suo figliuolo (lui diceva che era figliuolo d’uno savonese amico suo) e li dette tanta entrata di benefizi, che, insino a quel tempo, non si trovò mai cardinale alcuno n’avessi avuta tanta.

Questo fra Pietro, assueto ne’ poveri conventi, diventò tanto splendido e dilicato, che, nel vestire e nel mangiare e nell’abitare, poteva compararsi a qualunque re. Ma la fortuna lo levò di terra giovane. Et il Papa volse tutto l’animo suo ad un fratello di detto fra Pietro, chiamato Girolamo, e li dette Imola e Furlì e li dette titolo di conte. E volse che pigliassi per donna una figliuola di Galeazzo duca di Milano, non legittima; et in Roma non si faceva altro che quello che voleva il Conte.

Fece cardinale di San Piero ad Vincula uno figliuolo di uno suo fratello e detto suo fratello fece prefetto di Roma e gli dette Sinigaglia. Et in effetto fece, con l’essere papa, li sua grandi e di stato e di danari; fece guerre iniuste, concesse per danari tutte le grazie spirituali, e morì vecchio.

Successe Innocenzio, per patria genovese, ma nobile uomo, che per la facultà pervenne a quel grado e con non dire cosa alcuna che dispiacessi ma più presto adulando, inclinato a questo non per astuzia, ma per natura. Pure, nel principio, s’intrigò in guerra della quale rimanendo al disotto, inclinò l’animo alla pace. E tutto il resto della vita sua consumò in ozio et in quiete e pensò lasciare

il mondo come lo trovava, et attese a far buona cera. Pur dette qualche somma di danari a Franceschetto, suo figliuolo naturale, e li comperò l’Anguillara e certi altri castelli, e li dette per donna una figliuola di Lorenzo de’ Medici. Et infine, sendo vissuto qualche anno infermo, si riposò in pace.

E li cardinali si rinchiusono in Conclavi per fare nuova elezione. E sendosi considerato assai che cosa era il pontificato, più cardinali feciono ogni estrema diligenzia di pervenire a questa dignità. Ma sopra tutti la fece Roderigo Borgia Valentino, vicecancelliere, il quale pensò ad ogni modo con danari ottenere tal grado, di modo che non restò in Conclavi cardinale alcuno che volessi accettare, el quale da lui non fussi promesso grossa somma. E non solo dette a’ cardinali, ma a qualunque era in Conclavi. Ma sopratutto s’ingegnò guadagnare il cardinale Ascanio Sforza, parendoli che nel collegio avessi gran parte, e li promisse la cancelleria et un bel palazzo che lui aveva murato nel più celebre loco di Roma.

E seppe in modo usare quest’arte del donare che gli riuscì d’essere eletto pontefice. E come chi compra una possessione cara pensa di trarne più frutto che lui può, così lui, avendo comprato il pontificato caro, deliberò non perdonare a cosa alcuna per trarre danari assai e far li figliuoli (ché n’aveva tre maschi) grandi. Et al primo comprò uno stato in Ispagna e chiamollo duca di Candia; il secondo fece cardinale e gli dette benefizi assai; al terzo comprò il principato di Squillaci nel Regno. Una femmina che aveva, chiamata Lucrezia, dette prima al signor di Pesero, poi, non li parendo il parentado nobile a suo modo, non volse seguissi e la dette a uno figliuolo bastardo del re Alfonso, il quale sendo suto morto da Cesare, suo figliuolo cardinale, per parerli troppo in grazia al Papa, la dette dipoi ad Alfonso figliuolo del duca di Ferrara.

Ma Cesare, suo figliuolo cardinale, che si chiamava di Valenza, avendo uno animo efferato e che non pensava ad altro che a dominare, e parendoli che il duca di Candia, maggior figliuolo del Papa, ostassi a questo suo disegno, lo amazzò una notte di mano sua e lo gittò in Tevere. Di che il Papa ebbe grandissimo dolore, pure, non volendo arrogere male sopra male, finse non sapere chi avessi commesso tale omicidio e pensò dare quelli stati e quella grandezza che disegnava per Candia a Cesare; e lo disfece cardinale, facendo allegare che, non sendo legittimo, non poteva tenere tal dignità, et avendo prima fatto provare, quando lo fece cardinale, che era legittimo e nato d’un cittadino di Valenza, fece provare il contrario. E lo mandò in Francia a portare l’absoluzione al re Luigi XII di poter lasciare la moglie tenuta molti anni, per essere sterile, e tôrre Anna, duchessa di Bretagna, quale era suta donna del re Carlo VIII.

Andò detto Cesare in Francia per mare con tanta pompa e fausto, quanto non si potrebbe scrivere e fu dal Re accolto con tutte le cerimonie e carezze che si possono usare. E fece con lui convenzione di ripigliare tutti gli stati che la Chiesa aveva per il passato dati in feudo e che erono in quel tempo occupati da questo signore e da quell’altro. Il Re promisse aiutarlo conseguire questo effetto.

Tornò in Italia pieno di speranza e cominciò ad assaltare Imola e Furlì; e ridusse dette dua città in sua potestà e prese la Contessa, e la mandò a Roma a stare in Castel Sant’Agnolo. Dipoi messe il campo a Faenza e, sendovi stato più settimane, la prese d’accordo; et ebbe prigione un giovinetto signore che vi era, e poi che l’ebbe tenuto più settimane in la sua corte, lo fece strangolare una notte al Bianchino da Pisa il quale adoperava per ministro in simili crudeltà.

Tolse lo stato a’ signori di Pesero, di Rimini, di Camerino, d’Urbino, e venne verso Firenze, pensando che vi nascessi qualche novità. Ma considerando poi meglio che, se vi rimetteva Piero de’ Medici, accresceva forza alla parte Orsina la quale desiderava annichilare, stato che fu alquanti giorni a Campi, e guasto e rubato il paese, si partì con certo accordo che volse più presto per cerimonia che perché pensassi s’avessi ad osservare. E ne andò verso Piombino e lo prese subito, et il signor Iacopo IV d’Appiano si fuggì.

Volse assaltare Bologna, avendo certo trattato co’ Mariscotti per cacciarne e’ Bentivogli e, non gli succedendo, scoperse detto trattato per fare in questa città maggior confusione, e li Mariscotti furono morti. Venne dipoi a rottura co’ Vitelli et Orsini che dubitavono della troppa grandezza sua. Nondimeno tanto gli seppe ciurmare che, sotto uno accordo, li prese e fece morire Vitellozzo et il signor Paulo Orsino et altri Orsini et il cardinale pure Orsino, e cacciò Giovan Paulo Baglioni di Perugia e Pandolfo Petrucci di Siena; e tutti li Colonnesi s’erono partiti dello stato della Chiesa e ritirati nel Regno di Napoli.

E detto Cesare si fece investire di gran parte delli stati donde e’ cacciò li signori e si chiamava duca di Romagna; et era salito a tanta superbia, che disegnava pigliare Siena per sé e Firenze. Et aiutò il re Luigi pigliare il Regno di Napoli e tôrlo a Federigo d’Aragonia. Il quale Luigi, per contentare il re Ferrando di Spagna, partì seco detto Regno, e Cesare pensò che per detta divisione dovessi nascere discordia tra loro et esser facil cosa che esso avessi a succedere in quel Regno.

Ma, mentre faceva queste cose e pensava a delle maggiori, sopravvenne la morte di papa Alessandro in tempo che lui si trovava malato gravemente, in modo che restò prigione del Papa nuovo e tutto lo stato che aveva preso con fatica, con arte, con inganni e sceleratezze, in pochi giorni mutò signore.

E veramente chi essaminerà bene la vita di papa Alessandro, la troverrà simile a quelli imperatori romani che facevono ogni cosa per regnare. Lui, per aver danari, vendeva tutti li benefizi; se alcuno prelato moriva in Roma, voleva tutta la sua eredità; se sapeva alcuno che fussi ricco, o di danari o di offizi, s’ingegnava farlo morire: prometteva, accordava e, sotto accordo e fede, pigliava gli uomini et amazzava.

Della libidine non voglio parlare, perché di lui si dicevono cose tanto infame, che mi è difficile crederle et io malvolentieri dico quello di che facilmente si può mentire, e, come i principi cominciono a essere odiosi, ciascuno accresce, finge et accumula in lui ogni vizio. Basta questo, che papa Alessandro, secondo e’ disegni suoi e quanto al mondo, morì felice.

Fu creato dopo lui Pio III, sanese, uomo vivuto lungamente nella corte romana e, secondo che sono li prelati, di assai buoni costumi, ma pochi giorni stette pontefice.

E dopo lui fu fatto Iulio II, cardinale di San Piero ad Vincula, nipote di Sisto, chiamato Iuliano da Savona, di vilissima nazione e non solo confidente, ma più presto audace. In la creazione sua andorono a torno molte promesse di danari, come in quella di papa Alessandro. È vero che, poi papa, osservò quello che volse. Costui, nel principio del pontificato, attese a congregare danari, e delle guerre che andavono a torno fra il re di Francia e di Spagna, non travagliava; ingegnavasi rassettare Roma e dava gran libertà a’ preti.

Come ebbe congregati tanti danari che li parvono a bastanza a potersi scoprire pontefice formidabile, cominciò a pensare di liberare Bologna dalla signoria di messer Giovanni Bentivogli e ridurla al governo della Chiesa; e per questo fece lega col re di Francia et andò in persona a quella impresa, la quale gli successe. Poi, parendoli che Francia pigliassi in protezione Ferrara, disegnando ridurre ancora quello stato alla Chiesa et avendo per male che il re di Francia avessi sforzato Genova, fece accordo col re di Spagna contro a Francia, in modo che Francia rimesse li Bentivogli in Bologna et il Papa s’ebbe a fuggire a Roma quasi ruinato e, se era seguitato, il caso suo non aveva rimedio. Aiutollo la buona sorte; ché mandò a fare scendere Svizzeri et in pochi giorni cacciò Franzesi d’Italia et acquistò Parma e Piacenza, Reggio e Modona; e prima aveva fatto molte altre cose contro a’ Veniziani.

BASILIO: A punto io volevo dire che tu avevi narrato le faccende aveva fatto papa Iulio e ne avevi lasciate assai, e massime quelle aveva fatto contro a’ Veniziani, che erono sute grande, perché aveva cavato loro delle mani Rimini, Faenza e Ravenna.

ANTONIO: L’intenzione mia non è narrare la vita di Iulio, ma monstrare quante cose fece contro a ragione che li successono bene. E benché fussi immerso ne’ vizi, si riposò alla fine in pace e fu tenuto un grande e buono papa.

Di Leone voglio parlare poco, perché le azione sua ti sono note come a me, e forse più. E, mentre che lui era papa, stette molto tempo a Roma; et in effetto, o per buona sorte o per buon governo, nel suo pontificato a Roma non fu peste, non carestia, non guerra. E benché in molti luoghi d’Italia fussi guerra, questo faceva che Roma era più abitata, perché ogn’uomo concorreva quivi, come in porto sicuro; e chi aveva danari comprava offizi e di quelle entrate viveva commodamente. Morì adunque Leone, quanto al mondo, felice.

Quello sia successo a tempo di questo lo sai tu. Fatto senza simonia, è vivuto sempre religiosamente e prudente quanto un altro uomo. Non vende li benefizi, dice ogni giorno il suo offizio con devozione; alieno da ogni peccato carnale, sobrio nel bere e mangiare, dà ottimo essemplo di sé. Nondimeno a suo tempo sono sopravenuti a Roma et a lui tanti mali che poco peggiori ne potrebbono venire.

Sì che ti ho fatto questo discorso de’ pontefici perché tu intenda che, se bene sempre è stato detto che i peccati di Roma meritano fragello, pure non è successo se non al tempo di questo Pontefice, quando io credevo avessi manco a succedere. E benché io prevedessi questo male qualche poco di tempo prima, però non potetti riparare a questo disordine, né levare le robe né me di Roma, per le cause sopradette. Onde, per concluderla, io voglio attendere a vivere questo resto che mi avanza di tempo e non voglio dibattermi il cervello a investigare le ragioni delle cose, né voglio pensare quello abbi a essere. Viverò in su questo mio mezzo podere il meglio potrò e te conforto a fare il medesimo.

BASILIO: Io non voglio allungare più questo nostro ragionamento, ma che proviamo ancora a dormire un poco. Domattina ci leveremo e saremo a tempo a parlare di questa materia e d’altre.

Basta, che per questa volta m’hai satisfatto in tutto quello ch’io desideravo.

VII

DISCORSO

[6r] Noi intendiamo, per la tua delli tre, che Nostro Signore desiderebbe intendere l’oppenione nostra, se fussi di presente da fare una lega nella quale intervenissino Sua Santità, Veniziani, duca di Ferrara, Fiorentini e chi altri d’Italia volessi, contro a ciascuno che volessi molestare questi stati; o vero accordare con Cesare, o suoi agenti, con le manco triste condizioni che fussi possibile. Sopra che noi abbiamo pensato assai, perché, sendo di tanto momento e dall’una parte e l’altra possendosi dire molte ragione, non ci siamo potuti resolvere prima.

Noi possiamo pensare che Cesare aspiri al dominio di tutta Italia, e non solo d’Italia, ma della maggiore parte della Cristianità, e che sarebbe officio di tutti e’ potentati italici, e massime del Pontefice, ovviare a questo suo disegno. E cognosciamo ancora, che se li è permesso di presente che assalti il regno di Francia, il quale la ragione detta che debba essere pieno di mestizia, terrore e confusione, che sarà facil cosa ne diventi padrone; e, come questo li sarà riuscito, non vediamo che rimedio abbi Italia.

E però quando questa lega si facessi e si monstrassi allo Imperatore, conducendo prima gente d’arme e fanti e poi ancora Svizzeri, che detta lega vuole che lui tenga il Regno di Napoli in Italia, e che li altri stati sieno di chi li possiede, e che non vuole per niente che si facci signore di Francia, che lui e li suoi agenti si contenterebbono di quello tengono e non procederebbono più oltre; e veramente questa sarebbe impresa gloriosa e che si converrebbe proprio a Pontefice Massimo [6v] et illustrissimi Signori Veniziani: nondimeno tutto quello che apparisce glorioso non è poi utile.

A noi pare che questo corpo d’Italia sia infermo gravemente e che, dandoli una medicina forte quale sarebbe il pigliare la guerra, lo potrebbe liberare, ma lo potrebbe ancora condurre alla morte sùbita. Lo accordo mantiene il male a dosso e lo consume: pure il tempo assetta di molte cose e rompe molti disegni; et il pigliare il beneficio d’esso qualche volta è molto a proposito.

E’ principali che hanno a essere in questa lega sono il Pontefice e Veniziani. Il Pontefice entrò in uno pontificato consunto e, sendo stato poi del continuo il mondo travagliato e non avendo voluto fare cose extraordinarie, crediamo si truovi sanza un soldo et i danari sono il fondamento della guerra. Né può sperare molto dai Fiorentini e’ quali, dal ’21 in qua, abbiamo speso più che 600 mila ducati e ne abbiamo perduti per mare più di 200 e ne restiamo a riscuotere in Francia, cioè e’ nostri mercanti, più che 700 mila: et il cominciare accattare nel principio della guerra avvilisce chi l’ha a fare con questo mezzo e dà animo allo inimico, perché considera che non può molto durare.

E’ Signori Veniziani hanno avuto, da 15 anni in qua, spese e perdite infinite, pure crediamo arebbono modo a fare danari e gente. Ma non sappiamo come loro potessino, sendo assaltato Nostro Signore per la via del Regno di Napoli, mandando l’Imperiali gente contro a Piacenza e Parma per venire poi a Bologna et in Toscana, come loro potessino soccorrere Sua Santità avendo a pensare a l’altra parte dell’essercito che restassi in Lombardia, [7r] et ancora, bisognando che stieno provisti dalla banda della Magna, ché non è da credere ch’el principe don Ferrando, in tanto pericolo dell’Imperatore, non pensassi da quella parte fare qualche diversione. E’ Signori Veniziani hanno Brescia, Verona e Padova, oltre all’altre città, fedele forte e ben munite le quali sarebbono per tenere a tedio ogni grosso essercito qualche tempo. E quando bene la mala sorte dessi che si perdessino, hanno la città di Venezia nel mezzo dell’acqua e bene ordinata, con uno governo tanto perfetto et antiquato, che non porta pericolo né d’alterazione drento né d’assalto alcuno fuori. Ma la Santità di Nostro Signore e noi siamo in altro termine, e massime Sua Santità che in tutte le terre sue ha le fazzione, et in Roma medesima, in modo che gli bisogna e tenere essercito contro alli inimici, entrando in guerra, e poi tenere guardato con fanti molte delle sue terre.

E però noi saremmo di parere d’accordare di presente con Cesare, con quelle condizioni si potessino avere: cioè con dare qualche somma di danari in tempi, d’un modo che non fussi somma che ci conducessi alla morte sùbita; ché quando Sua Maestà volessi quello che non fussi possibile, si potrebbe pensare volessi e la libertà e stato di ciascuno, e sarebbe in tal caso da mettersi a ogni pericolo et a ogni sbaraglio et indicare che fussi meglio morire per man d’altri che occidersi da sé medesimo.

Né può Sua Santità scoprirsi apertamente in condurre Svizzeri, che sarebbono necessari in questa guerra, perché ha dificultà nel mandarvi e poi nel goziare; e sarebino prima scoperti [7v] e’ disegni suoi che li abbi, nonché coloriti, ma cominciati. Ma e’ Veniziani, che sono loro vicini e vi possono mandare sanza che nessuno ne abbi notizia, gli potrebbono bene tentare facilmente e con pochi danari, come fece papa Iulio nel ‘l2, farne scendere gran somma; la quale, avendo gl’Imperiali ancora il re di Francia prigione in Italia, darebbe loro che pensare assai e, forse, dove al presente vogliono dare le condizioni a altri, s’accorderebbono a quello potessino. Ma Nostro Signore per le ragioni dette di sopra, bisogna proceda con altri respetti.

VIII

PARERI

I

Reverendissimo Signor mio,

a volere determinarsi che qualità di governo sia conveniente pigliare, ci bisogna essaminare quanti nimici abbiamo nella Città e di che qualità. Et essaminando questo, troverreno delli giovani atti all’armi che hanno, come usiamo dir noi, el benefizio averne inimici, delli cento, novanta. Né procede questa inimicizia da iniurie che abbino ricevute pel passato dal nostro governo, ma procede perché tutti li uomini sono tirati dalla voluptà, e li giovani libertini, con la licenzia dello stare armati, giudicavono esser signori delli altri uomini, avere ben da mangiare, meglio da bere, aver femmine et altri senza timore di legge, vestire come volevono, far debito e non pagare, commandare in casa al padre et agli altri fratelli non atti all’armi; in modo che non è cosa non facessino, non è pericolo al quale non si mettessino per ritornare ne’ medesimi termini.

Abbiamo dipoi inimici tutti quelli libertini, da trentacinque anni in su, che frequentavono il Consiglio, i quali si giudicavono esser felici nel primo grado quando si trovavono nel Consiglio a deputare e’ Signori, li Dieci, li Otto e li altri magistrati d’onore e d’utile della Città; e’ quali non è possibile contentiamo, e sempre saranno intenti alla ruina nostra.

Sonci dipoi quelli che conseguivono e’ primi magistrati: erono de’ Signori, di Collegio, de’ Dieci, delli Otto, de’ Nove, delli Ottanta; e’ quali avevono un piacere incredibile quando un di noi, a chi erono soliti domandare d’esser veduti Gonfalonieri o de’ Settanta, capitava loro alle mani o con difficultà otteneva d’essere udito. Di questi, che son forte ambiziosi, ce ne potreno fare amici alcuni più deboli; ma li maligni, se non son dati loro e’ primi gradi, non si muteranno e non ci possiamo fidare di darli loro.

Restono nella Città li artefici minuali, che non intervenivono nel Consiglio, né partecipavono di governo, e’ quali ci doverremmo sforzare farci amici; ma non lo possiamo fare, perché le spese necessarie che abbiamo ci constringono a porre danari: e l’amore de’ popoli verso il principe procede dall’utile. Questi commessari ecclesiastici cercono di tôr loro compagnie e spedali per mettervi monache, e’ quali loro hanno posseduti lungamente e fattoli con le loro spese e fatiche; e, quando ne saranno privati, resteranno in malissima satisfazione. Hanno ancora questi artefici, nel tempo della guerra, comperato da arte e da spedali perché guadagnavono, et ora il privarneli gli dispererà in tutto.

Considerato adunque l’inimici che abbiamo, siamo necessitati a pensare di tenere questo stato per forza, né possiamo avere molti respetti che ebbe Cosimo e poi Lorenzo.

E sarebbe forse il più vero modo di tenere questo stato che il duca Alessandro ne ottenessi l’investitura dall’Imperatore e se ne facessi in tutto signore et avessi il titolo e li affetti. Ma questo non approverrà, perché l’Imperatore è uomo giusto e, nella capitolazione che fece don Ferrando con la Città, promisse conservarli la libertà; e sarebbe possibile che, quando fussi ricerco da Nostro Signore di questa investitura, la negassi: di che seguirebbe qualche alienazione d’animo tra l’uno e l’altro, il che iudicherei pernizioso e per Nostro Signore e per noi. Ma dato che l’Imperatore acconsentissi, a me pare che il Papa ne sarebbe biasimato da tutti li uomini; e, soprastandoli un concilio, non credo fussi a proposito di Sua Santità incorrere in questa nota. Perché quello è seguito insino al presente si può molto bene difendere et escusare per molte ragioni, le quali quando io adducessi sarei troppo lungo, ma il pigliarne il titolo, non si potrebbe escusare. E però siamo necessitati venire a un modo: che in fatto Alessandro sia padrone e facci quello ch’e’ vuole, et alla Città resti questo nome vano di libertà.

E perché, com’io dissi di sopra, non possiamo procedere co’ modi che procedeva il Magnifico Lorenzo, perché abbiamo pochi amici, ci bisogna senza respetto pigliare quelli modi che iudichiamo essere a più nostra sicurtà, perché chi trovò il Consiglio, trovò l’opposito a punto al governo di Cosimo e di Lorenzo, perché Cosimo, quando confinò tanti cittadini nel ’34, tirò su, in cambio di quelli, molti uomini nuovi, e’ quali li aiutorno conservare lo stato.

Ma noi non possiamo fare così e la sperienzia ce l’ha monstro, perché li più di quelli a chi noi abbian dato lo stato dal dodici in qua, ci sono stati contro. E questo procede perché a un uomo nuovo non si posson dare li primi gradi, ma è fatto de’ Signori e di Collegio, poi resta quivi; ma lui che sa che, mutandosi modo, per aver acquistato il benefizio sarà del Consiglio e si troverrà a fare li Signori e li altri magistrati, desidera la mutazione e, poi ch’è seguita, fa ogni opera che si mantenga lo stato populare.

Non potendo, dunque, noi usare li modi di Cosimo e Lorenzo, siamo necessitati imitare Pandolfo Petrucci, il quale, o voglianlo chiamare tiranno o primo cittadino, si governò in modo che merita d’essere lodato et imitato. E però noi terremo la guardia, con buon capo, bene ordinata e ben pagata; e leveremo l’arme, massime all’inimici, e non la lasceremo portare a persona, perché non possiamo fare cosa più utile alla conservazione della Città e nostra che ridurre li uomini all’arte et a’ piaceri, e Lorenzo non studiò in altro.

Ma perché, volendo mantenere quest’ombra di libertà, abbiamo bisogno delli uomini, io credo che sia bene ingegnarsi di avere bisogno di pochi. E però io non farei più Collegi, ridurrei la Signoria a cinque, ché ci gioverebbe a aver bisogno di manco uomini et a spender meno, farei li Otto di Pratica e li Otto di Guardia, dieci Accoppiatori, tredici Procuratori, e mi governerei con questa Balìa, la quale, avendo da vincere le deliberazioni per la metà, raro sarà che non s’ottenga quello che si prepone. E quando intendessi che nessuno che fussi in questi magistrati andassi variando, non dico in cose frivole, ma in quelle che concernessino lo stato, subito bisognerebbe privarlo; et avendo tanti nimici quanti abbiamo, non si ha a guardare di averne più o manco uno. Et in effetto noi siamo constretti a tenere lo stato con timore, perché tutti li uomini sono amatori, per natura, della vita, ma e’ Fiorentini più che tutti li altri.

Lo squittino delli ufici che danno qualche utilità, credo sarebbe a proposito fare, con animo, però, che li Accoppiatori imborsassino a punto quelli che paressi loro e non guardassino a chi avessi vinto o no; in modo che lo squittino fussi per cerimonia e non per altro effetto. Questo squittino farà che li uomini stimeranno pure poter avere qualche ufizio e pagheranno le loro imposizioni con questa speranza; le quali sarebbe gran difficultà riscuotere con avere a pigliare tutti li uomini e gravarli. Importa assai, pigliando questo modo di vivere, avere ministri a proposito, e massime alle Reformazioni, alle Tratte et alli Otto di Pratica e di Guardia, perché, in fatto, abbiamo di necessità di ministri secreti e che faccino a punto a modo nostro e che non la guardino pel sottile.

Ma quello che importa il tutto è che il Duca sia uomo che pigli piacere d’esser signore in fatto d’una città come questa e d’un paese che non è il più bello in Italia: e se bene è di presente consumato e ruinato, egli è sì giovane che può credere averlo a vedere tornare com’era prima.

E perché non sarà possibile che egli pensi a molte cose che occorrano, sarà necessario che Nostro Signore pensi darli un uomo appresso, di buona qualità. E perché, insino ch’el Duca non viene, siamo constretti andarci ordinando, e Vostra Signoria mi ricercava con chi avessi a consultare, a che io rispondo, a quello che a me occorre, che Vostra Signoria chiami li Otto di Pratica e li Procuratori, o insieme o di per sé, secondo la qualità delle cose che accade essaminare: perché chiamando altra pratica, certi che ci sono di buona qualità, restando indrieto, resterebbono ancora poco contenti, et il chiamare assai, oltre al generare confusione, fa poca riputazione.

Non voglio mancare di ricordare a Vostra Signoria che, non potendo noi mancare della guardia che costa scudi tremila il mese, si facci ogn’opera di mancare dell’altre spese. Noi abbiamo San Secondo, Bellotto et il figliuolo di Malatesta, con cavalli leggieri, che costono l’anno scudi quattordicimila. Io crederrei fussi bene, quando si trovassi modo, che non tenessino cavalli e che si dessi a loro tal provisione, si contentassino: ché quando se ne dessi a loro quattro o cinque, non sarebbono male spesi, e rispiarmare il resto. De’ cavalli non abbiamo che fare e ci consumano el paese, e per le fazioni che occorressino, ci varremo più d’un bargello che delli cavalli leggieri.

Sarebbono molte altre cose da ricordare, massime come noi altri cittadini ci doverremmo portare, le quali Vostra Signoria prudentissima per sé medesima intende e, di giorno in giorno, intenderà meglio. E prego Vostra Signoria mi abbi escusato se con questo mio scritto non ho satisfatto a Quella, perché confesso essere stato sempre poco atto a scrivere sopra e’ negozi tanto importanti, e l’età e la dessuetudine me n’ha alienato in tutto. Pure non ho potuto mancare non satisfare a Vostra Signoria di quanto mi ha ricerco; alla Quale del continuo mi raccomando.

II

Non piacendo a Nostro Signore ch’el Duca diventi principe assoluto della città, è necessario che quella si governi co’ magistrati, e’ quali abbino el nome, ma il Duca sia quello che in fatto governi il tutto. Ma perché gli uomini che saranno ne’ magistrati e che hanno el nome, male si contentano se non hanno ancora il fatto, come tutto giorno proviamo per esperienzia, a noi bisogna pensare di levar via quelli magistrati, i quali si tiron drieto più riputazione, e quelli che la sperienzia ha monstro che son causa o, per meglio dire, danno il moto alla mutazione. E questi sono li Signori, perché è magistrato antiquato nella Città, et, a poco a poco, si ha tirato drieto tanta auttorità, che, ancora che non l’abbi dalle leggi, fa quello che vuole sanza averne a rendere conto. E si è visto nel ’94, nel ’98, nel 1512, nel ’27 dua volte, nel ’30, che li Signori, o per loro propria voluntà o sforzati, mutano lo stato.

Però io giudicherei che fussi a proposito nostro levare tal magistrato, e li negozi che fanno loro, parte darne alli Otto di Pratica, parte alli Otto di Guardia. Il levare la Signoria fa che loro, quando fussino d’accordo a nuocerci, non lo possono fare; fa, ancora, che non possono essere sforzati a nuocerci, quando fussino di buono animo. E se mi fussi risposto che quelli che saranno tanti potenti che possino sforzare li Signori, saranno ancora potenti a superarci e cacciarci, risponderei che questo non seguita, perché è possibile che venti o trenta uomini sforzino la Signoria, faccingli fare deliberazioni, faccingli sonare la campana, convocare il populo, mandare bandi et, infine, voltarci tutto l’universale contro; ma quando ci aranno a cacciare per forza, bisognerà che sieno superiori a noi e di numero e di valore. Il che non riuscirà loro, perché la maggior parte degli uomini, infino non precederà il partito della Signoria che levata non potrà precedere, starà da canto a vedere il giuoco, come si vidde fece a dì 26 d’Aprile nel ’27, perché, insino che la Signoria non fu forzata a far sonare la campana, pochissimi si mossono per ire a Palazzo.

Potrebbemi esser detto che, non potendo l’inimici sforzare li Signori, sforzeranno chi sarà in lor luogo, come dire gli Otto di Guardia: a che io rispondo che gli Otto staranno in Palazzo quattro ore del dì e non più, e sono ore che la piazza è più frequentata che l’altre, e mal potranno gli avversari congregarsi per nuocer loro, che non si vegga. Inoltre, non hanno ancora tanta riputazione, non possono sonare la campana, perché, se si leva la Signoria di Palazzo, è bene levare ancora le campane e non vi lasciare se non quella che convoca la Balìa. Non è ancora il medesimo pericolo nelli Otto che ne’ Signori, perché non hanno commodità di stare insieme tutto giorno, come e’ Signori; e nello stare e parlare si può ordinare molte cose, che non si può far così quando si trovono insieme poche ore del dì et in quelle hanno molte occupazioni.

Sarammi detto che questo è a proposito, perché gl’inimici non ci possino nuocere, ma che bisognerebbe trovare il modo a mantenere gli amici o accrescerli. A che io dico che questo si può fare con dar loro onori et utili; e, levando li Signori, si leva tanta spesa che si può dar utile alli magistrati che hanno onore: come sono Dodici Buoni Uomini, ch’è ora tutt’uno con li Conservatori delle mura, Otto di Pratica, Otto di Guardia, Conservatori di legge, quali sino a qui non hanno avuto salario, et al presente si potrà dar loro: e gli uomini sono tirati assai dall’utile.

Non approverrei già quello ch’io ho inteso dire a qualcuno, che si dichiarassino cinquanta famiglie nobili le quali avessino tutta la dignità et utilità, e gli altri tutti fussino plebei né potessino avere cosa alcuna. Perché, se voi pigliate le famiglie intere, pigliate molti che vi sono stati nimici; se ne pigliate parte, pigliate pochi uomini; se volessi pigliare molti uomini, non gli potete pascere; se pochi, rimangono debili.

Però io iudico che sia bene dare speranza a ciascheduno di poter essere de’ nostri. Né li Fiorentini hanno tanta generosità d’animo che ritenghino ostinatamente l’ostinazione delli avoli e padri loro; e ne’ nostri tempi abbiamo veduti molti, e’ padri de’ quali sono stati amicissimi de’ Medici, avere variato, e così di quelli che sono stati avversari, essere stati et essere al presente amicissimi.

Se si levono li Signori, ci sarà nella città da pascere molti uomini; o, se questo squittino per li altri ufizi fuora e dentro paressi troppo largo, il modo è facile a correggerlo, senza che lo sappi altri ch’el Duca e l’Arcivescovo e ser Bastiano delle Tratte, el quale è uomo astuto: così ne avessimo noi nelli altri luoghi! E fu necessario nel principio un poco allargarlo rispetto a fare gli uomini paganti delle gravezze.

Ma, se noi pigliassimo un modo, e non si ponessi altra gravezza che la decima, non importerebbe il fare gli uomini paganti: perché la decima io la vorrei vendere all’incanto, comune per comune, o per pieviere o populo, secondo ch’io trovassi, e quello si traessi per detta decima, vorrei rendere alle paghe del Monte, e non altro.

Et è ora mai questo Monte ridotto in luogo che le povere donne, o altri che ne hanno, parrà loro una bella cosa se si mantiene quello che è fatto quest’anno; e se vedranno assegnamento buono, tanto più ne saranno sicuri. L’albitrio il vorrei avere posto, ma per non lo usare se non in tempo di necessità. E così, avendo ordinato el Monte, avendo ordinata la gravezza e le degnità e gli ufizi, si potrebbe dire che iI nostro stato fussi assai ben fermo.

E chi considera bene, la dissensione che è stata fra noi, non è stata fra gli nobili e plebei, come è al presente quella di Lucca; ma li tristi, gl’ignoranti e li poveri volevono superare li buoni e prudenti e ricchi. E però questi doverrebbono essaminare a che termine sono stati et a che termine verrebbono, se mala sorte dessi che perdessino; e però doverrebbono stare vigilanti, e non pensare ad altro che a conservare e difendere questo stato quando ne avessi bisogno.

Molte altre cose sarebbono da scrivere circa a questo, ma si possono molto meglio dire che scrivere. Et il tutto consiste, in fine, che il signor Duca, sendo di tanto buono ingegno quanto è, voglia durar fatica e mettere la fantasia a queste nostre cose perché le leggi non le possono regolare, ma lui bisogna sia quello che le regoli tempo per tempo. E volendo tenere questo stato, come è detto di sopra, co’ magistrati, bisogna abbi confidenza ne’ cittadini, né cosa alcuna fa più gli uomini partigiani che quando conoscono che sia confidato in loro.

Questo che ho scritto arebbe avuto bisogno di più considerazione, ma pensi Vostra Signoria proceda da affezione. E se altro mi occorrerà, essaminerò con più diligenzia e ne darò notizia a Vostra Signoria, alla Quale mi raccomando.

III

Che si deliberi una provisione nella Balìa, per la quale si dia auttorità a’ presenti Signori di eleggere XII uomini con auttorità, per dua mesi, di riordinare el governo, in quel modo e forma parerà loro. Ancora, abbino auttorità di rassettare molti disordini et abusi che seguono al palagio del Potestà et Indici di Ruota, circa le lite; et ancora, di ridurre la gravezza della decima, in forma sia più viva e meglio ordinata; e riordinare li libri di essa in quel modo parerà a loro. E generalmente, abbino tutta l’auttorità, per dua mesi, che ha la presente Balìa; e tutto che per loro sarà deliberato, vaglia e tenga come se fusse deliberato da quella.

Provveghino, detti Dodici, che per lo avvenire non si faccia li Signori e Gonfaloniere di Iustizia: e che le faccende si trattavono dinanzi a loro, parte ne trattino li Otto di Pratica, parte li Otto di Balìa, parte li Conservatori di legge: e si distinguino tali faccende secondo ordineranno detti Dodici deputati.

Ancora, provveghino che la Balìa si accresca fino al numero di dugento; e perché dificile è il congregare tanto numero di dugento della Balia, sia deputato Quarantotto, li quali si chiamino Accoppiatori et abbino auttorità secondo di sotto si dirà.

Infra di loro si vinca, per la metà delle fave nere, tutte le provisioni attenenti al Comune, così di provisioni di danari come d’altro; e basta si raunino li dua terzi di quelli saranno in la città, e, così adunati, vinchino li loro partiti per la metà delle fave nere et una più, come è detto. Duri l’offizio di tali Accoppiatori uno anno; ma si possi raffermare per la metà delle fave et una più, d’anno in anno.

Non abbino alcuno salario né mance, o procedino in Palazzo; di che vacandone alcuno per morte, si facci lo scambio del numero della Balìa per partito de’ Quarantotto, come di sopra.

Siano dodici de’ Quarantotto divisi secondo parrà alli Dodici che al presente aranno l’auttorità per tre mesi; abbino a creare li magistrati, si dirà di sotto, in modo che in un anno tocchi a tutti li Quarantotto.

E perché, levandosi la Signoria e Gonfaloniere, non è conveniente quella auttorità si spenga e vachi in tutto, per molti casi che potranno avvenire, bisogna provvedere che la detta quarta parte delli Accoppiatori faccia, del numero de’ Quarantotto, quattro cittadini, li quali succedino in luogo de’ Signori e si chiamino similmente Signori; ma non stieno in Palazzo, né abbino altra preminenzia ch’il precedere a tutti li altri magistrati in ciascuno luoco, riservato il grado e degnità a cavalieri e dottori. E duri tale uffizio mesi tre; et il Duca sia sempre capo di tali Signori, quasi come et in luoco di Gonfaloniere; e si raunino in Palazzo, o dove parrà alla Eccellenzia del Duca, né possino né debbino alcuna deliberazione né partito fare sanza la presenzia di Sua Signoria. E, perché può accadere Sua Signoria non si trovassi in la città o si trovassi in altro occupato, possa substituire in suo luoco un cittadino fiorentino, per poco tempo o assai, come li piacerà; il quale intervenga con detti quattro Signori, e’ quali insieme con Sua Signoria saranno cinque. Debbesi infra di loro vincere li partiti per tre fave nere almeno; et in questo magistrato sia la suprema auttorità che si usa dire avere la Signoria al presente.

Faccino ancora, detti dodici Accoppiatori, il magistrato de’ Dodici Buoni Uomini; de’ quali sempre faccino almeno uno del numero de’ Quarantotto, tre del numero della Balìa, il resto cittadini con le qualità eccellenti; ma basti, chi a tal magistrato sarà assunto, avere anni ventiquattro forniti.

Li Quarantotto Accoppiatori, o li dua terzi di loro, insieme radunati, presidente la Signoria del Duca o substituto suo, deliberino infra di loro, come si fa al presente in la Balìa, li dodici Procuratori, li Otto di Pratica, li Otto di Guardia, li Conservatori di legge, Capitani di parte, Consoli di mare di Pisa, Capitano e Commissario di Pisa, di Arezzo, di Pistoia, imbasciadori et altri commissari, quando accadessi.

Non sia più necessario che le provisioni di Comune, di Otto di Pratica e di Guardia, Conservatori et altri uffizi, da deliberarsi per detti Quarantotto, si deliberino prima tra li dodici Procuratori; ma basti la deliberazione di detti Quarantotto.

La Balìa de’ Dugento non si raguni sanza il consenso del Duca, o suo substituto, nel modo che di sopra li Quarantotto; e basta si rauni li dua terzi, come al presente: e quella abbi a deliberare tutte le provisioni attenenti a particulari persone; e si debbino, tal provisioni o petizioni, prima ottenere per li dua terzi de’ dodici Procuratori e, poi, per li dua terzi della Balìa.

Abbi ancora auttorità di fare tutti li uffizi di fuori, et hanno di salario ducati 600 o più, in sei mesi, et altresì tutti li uffizi di Firenze che hanno di salario più che ducati 3 il mese, salvo quelli che di sopra è detto si aspettono a fare alli Accoppiatori. E faccino tali uffizi in questo modo: che per qualunche uffizio si tragghi la metà nominatori, e nominino chi parrà loro abile a tale ufizio; e la metà si tragghino della borsa generale de’ seduti e veduti, li quali, tratti e nominati, vadino a partito; e tutti quelli otterranno il partito per la metà delle fave, s’imborsino, e se ne tragga uno a sorte.

Tutti li altri uffizi si tragghino delle borse ordinarie delli squittini.

Li stanziamenti ordinari si ottenghino intra quattro Signori, intervenendo sempre la Signoria del Duca, o suo substituto, Dodici Buoni Uomini, Procuratori, Otto di Pratica, di Guardia: e li stanziamenti ch’al presente si ottengono tra li Signori Otto di Pratica, s’ottenghino nel medesimo modo.

Delli Otto di Pratica, ne sieno sempre almanco tre del numero delli Quarantotto Accoppiatori, et il resto tutto della Balìa.

Delli Otto di Guardia, ne sia almeno del numero delli Accoppiatori uno e cinque della Balìa almanco.

De’ Conservatori, sia almeno uno de’ Quarantotto, sei della Balìa almanco. Delli Capitani di parte, uno almanco de’ Quarantotto e tre della Balìa. De’ dodici Procuratori, uno de’ Quarantotto almanco, il resto della Balìa.

E perché levando li Signori di Palazzo, si lieva molta spesa, atteso ch’oltre la spesa del vivere de’ Signori, di tempo in tempo che morissino li servitori di Palazzo, si potria fare sanza substituire delli altri, insino sieno ridutti a certo numero conveniente; et avendo li altri magistrati, levando la Signoria, a durare più fatica, sì può provvedere che li infrascritti uffizi abbino salario in lo infrascritto modo.

Li Otto di Pratica, ducati sette per uno il mese, limitato le mance.

Li Otto di Guardia, ducati sei, computati ducati otto che hanno adesso.

Li Dodici Procuratori, ducati cinque

Li Dodici Buoni Uomini, ducati cinque

Li Conservatori, ducati cinque il mese

Li Capitani di parte, ducati cinque

Molte altre ordineranno poi meglio li Dodici deputati per riordinare la città.

IV

[19v] … provegghino detti Dodici così eletti che per l’avvenire non si faccino Signori e Gonfaloniere e’ quali stieno in Palazzo, e che le faccende ordinarie, che si trattavono inanzi a loro, parte ne trattino li Otto di Pratica, parte li Otto di Guardia, parte li Conservatori; e si distinguino dette faccende secondo ne ordineranno particularmente detti Dodici.

Questo capitolo a noi non pare si debba alterare, perché non intendiamo che questi magistrati s’intromettino delle faccende che fa la Signoria circa lo stato, ma solo quanto a cose particulari; e per dare l’essemplo: viene alla Signoria uno suddito e si duole che non li è osservato capitolo, privilegio o essenzione, tal caso si rimetterà alli Otto di Pratica; viene uno altro povero uomo o donna e si querela che è stato circunvento e fattoli fare un contratto fuori della mente sua, questo si rimetterà alli Otto di Guardia; viene uno e dice che ha diferenzia con uno altro e non ha il modo litigare, e così un congiunto che vorrebbe fare compromesso con l’altro, tal caso si rimetterà a’ Conservatori; in modo che, che come si vede, l’auttorità che si dà a tali magistrati non ci può nuocere circa il governo. E però non è necessario che il Duca, con li collegi, dia l’auttorità a tali magistrati di tempo in tempo, come si fa al presente alli Otto di Guardia; perché, come diciamo, non hanno a trattare cose appartenente allo stato, eccetto che li Otto di Guardia, e’ quali, quando deviassino da quello paressi al Duca, non li mancherà il privarli dell’uficio, come altra volta ha usato fare la Signoria verso li magistrati che non hanno tenuto conto della volontà sua. [19v]

Ordinino, ancora, che alla presente Balìa s’aggiunga quel numero d’uomini che parrà a detti Dodici.

Noi dicemmo insino in dugento, stimando che tal numero comprendessi tutti quelli che era conveniente v’entrassino per essere confidenti o avere qualche qualità che meritassi non li lasciare indrieto, non vi volendo drento in modo alcuno disperati. E non intendemmo per questo di ristringerci che non ne potessino fare manco che dugento, et ancora più. Parevaci bene da ridurci a un numero determinato, come è a dire dugento o dugentotrenta, acciò che, se nessuno si dolessi essere restato adrieto, si potessi dire esser nato per non poter eccedere el numero declarato nella provisione.

Voi ancora dite, circa questo capitolo, che sarebbe bene mandare il numero largo, acciò che Sua Santità gli potessi essaminare costì; il che ci pare bene considerato e si manderà. Ma quanto a quello che dite, che sarebbe bene che chi ha a essere ne ricercassi il Sig. Duca e lo ricognoscessi da lui, vi rispondiamo che crediamo che si farà più tosto perdita che guadagno; perché molti chiederanno, e’ quali non potranno essere compiaciuti, in modo che li mal satisfatti saranno molti e li satisfatti pochi.

Non piacendo il nome delli Accoppiatori, si muterà e li chiameremo e’ Quarantotto; ma a noi pareva, avendo preso un nome usatosi sempre al governo de’ Medici, e non mai al governo populare, che non dovessi essere ricusato.

Non sappiamo già come si possino mutare e’ nomi d’Otto di Pratica, d’Otto di Guardia, Procuratori e Dodici Buoni Uomini e Conservatori, ché ci parrebbe imitare nomi usati sempre al governo de’ Medici e che ne potessi nascere, in un certo modo, confusione. Pure questo non ci pare che importi molto. [20r]

6. Duri l’ufficio loro insino che vivono.

In su la nota mandammo, dicemmo che durassi uno anno, ma che si potessino raffermare, d’anno in anno, per loro medesimi per la metà delle fave; perché a noi pareva che fussi a vita e, nondimeno, che questa parola per uno anno, mitigassi la invidia di quelli che ne restono fuori; et inoltre che l’auttorità del Duca restassi maggiore, sendo in sua auttorittà farli raffermare o no. E se noi abbiamo a dubitare di non avere la metà delle fave in Quarantotto, nelle cose che concernono il beneficio loro proprio, non possiamo pensare tenere questo stato co’ cittadini, ma ci bisogna pensare a altro modo.

7. Circa il settimo capitolo, noi non diamo salario a questi Quarantotto, perché il dare poco sarebbe una meschinità, l’assai, sendo la città in tanto disordine, la disordinerebbe in tutto e farebbe lo stato odioso alli altri, che si trovassino nella Balìa ma fuori de’ Quarantotto. Ché oltre a l’onore parrebbe che quelli avessino troppo utile; e questi altri non potremmo pensare che stessino in modo contenti da confidarne. E dando salario a quelli magistrati, che noi nominiamo ne’ sussequenti capitoli, ne toccherà parte a detti Quarantotto.

8. Vacandone alcuno per morte, si facci lo scambio per il Duca e li quattro Collegi, traendolo sempre del numero della Balìa.

Noi avammo detto che lo scambio si facessi per li Quarantotto, e ci pareva dare in questo più grazia al Duca, perché arebbe nominato chi fussi parato a lui, e per la metà delle fave si sarebbe ottenuto. [20v]

9. Sieno dodici di loro divisi secondo parrà alli Dodici presenti Riformatori, e’ quali abbino auttorità, per uno anno, di creare li quattro collegi del Sig. Duca e li Dodici Buoni Uomini; e da un anno in là si dividino secondo ordineranno li quattro collegi insieme col Duca o suo substituto per loro partito.

Diciamo in questo capitolo che li Dodici Accoppiatori creino li Dodici Buoni Uomini, acciò possino fare vedere per non privare li uomini del beneficio secondo è stato d’uso.

10. Perché, levandosi e’ Signori e Gonfaloniere di Palazzo, non è conveniente che quella auttorità suprema vachi, per molti casi che potrebbono occorrere, però si provede che la quarta parte delli Accoppiatori, ordinata come di sopra, faccino del numero delli Quarantotto Accoppiatori quattro cittadini, e’ quali si chiamino Consiglieri e succedino in luogo delli Signori; ma non stieno in Palazzo, né abbino altra priminenzia se non che precedino a tutti li altri magistrati ne’ luoghi pubblici e privati, et ancora a’ cavalieri e dottori. E duri l’uficio loro mesi tre, e sia del continuo Alessandro de’ Medici, durante la vita sua, capo d’essi e si chiami duca della Republica Fiorentina, come si chiama il duca di Venezia e di Genova; e dopo la vita sua, la quale piaccia a Iddio sia lunga, succeda nel più prossimo a lui di sangue, secondo che ne dispone il privilegio concesso a questa città dal Serenissimo Imperatore. E questi s’adunino in Palazzo, o altrove dove parrà a detto Duca, e non possino né debbino fare deliberazione alcuna, se non alla presenzia di detto Duca; e perché a lui potrebbe occorrere non essere nella città o, se fussi in quella, essere occupato, possa substituire in luogo suo uno, come a lui liberamente parrà e piacerà, el quale intervenga con detti quattro consiglieri, quando non può intervenire lui. E perché, insieme con detto Duca o suo substituto, [21r] saranno cinque, debbinsi e’ loro partiti ottenere per tre fave nere almeno; et in questo magistrato sia quella auttorità supprema che s’usa dire avere al presente la Signoria.

Questo capitolo l’abbiamo fatto secondo la nota ne mandate il ragionamento abbiamo avuto col reverendo di Capua, salvo che, dove voi chiamate Alessandro de’ Medici principe, noi li diamo il titulo di duca che a noi pare più conveniente per lo essemplo diciamo di sopra. Né approviamo la toga et il servitore drieto a’ Consiglieri, perché pensiamo che l’auttorità che hanno sia in fatto e non in apparenzia, la quale intendiamo dependa tutta dal Duca; e quanto manco riputazione resta in loro nome, più sia a nostro proposito e più se ne cresca al Duca. Né diciamo che de’ quattro possa essere uno fuori del numero de’ Quarantotto, perché pensiamo che in tre anni possino essere tutti e’ Quarantotto; e che se nessuno restassi indrieto per mettervi uno altro della Balìa gli paressi esser notato et, in oltre, per levare al Duca fastidio d’esserli dimandata tal dignità e, conseguendola pochi, ne resta mala satisfazione in quelli che non la conseguiscono.

Sia proposto sempre tra detti cinque esso Duca, o suo substituto, e nessuno consigliere possa proporre; e lui sia del continuo proposto et in questo magistrato e nelli altri, come si dispose l’anno passato per altra provisione, e secondo il contenuto del privilegio del Serenissimo Imperatore.

E perché potrebbe accadere che de’ detti quattro consiglieri qualcuno ne fussi malato, o per qualc’altra causa non si potessi ragunare quando detto Duca, o suo substituto, [21v] lo chiamassi, sia in tal caso auttorità di detto Duca, o suo substituto, surrogare uno o più in luogo di quelli che fussino assenti per una volta o più, secondo che a lui o a suo substituto, parrà; e quello che sarà deliberato per detto Duca, o substituto, per tre fave nere vaglia come se fussi deliberato dalli consiglieri principali.

12. Li Quarantotto insieme ragunati per ordine del Duca, o suo substituto, sanza il comandamento del quale non si possino ragunare, dove sia presente lui, o suo substituto, e dua almanco de’ consiglieri, deliberino tra loro come si fa al presente nella Balìa li Dodici Procuratori, li Otto di Pratica, li Otto di Guardia, Conservatori di legge, Proveditori delle mura e fortezze, Consoli di Pisa, Capitano di Pisa, d’Arezzo, di Pistoia e Cortona e Podestà di Prato, et altri commissari et imbasciatori, quando accadessi mandarne.

17. Gli stanziamenti ordinari s’ottenghino fra li Consiglieri, intervenendo sempre il Duca o suo substituto, Dodici Buoni Uomini, Procuratori, Otto di Pratica et Otto di Guardia, e debbino ottenere per la metà delle fave.

In questo ci pare che provegga, col vincersi colla metà, che non v’abbi a essere dubbio che non s’ottenghino e, coll’esservi pure buono numero d’uomini, non si possa dire che li danari si spendino male.

19. Delli Otto di Pratica, ne sieno cinque almeno del numero de’ Quarantotto, el resto della Balìa.

Noi avammo detto tre almeno, et a mutare ci pare sia un restringere l’auttorità al Duca, perché, dicendo il [22r] meno, ne poteva fare tre e quattro et otto come li pareva, et a questo modo è constretto a farne cinque; et ancora, ci pareva pascere di più speranza quelli della Balìa maggiore, a’ quali ci bisogna aver gran rispetto, che non paia loro rimanere sanza onore alcuno, e così nasca divisione intra noi, e loro s’abbino agiuntare al popolo.

23. Delli Dodici Procuratori, ne sieno almanco quattro de’ Quarantotto et il resto tutti della Balìa.

Avete a considerare che li Procuratori non saranno più di quella auttorità e riputazione sono stati insino al presente, perché non hanno a deliberare delle provisioni publiche, ma solo delle private et intervenire agli stanziamenti; et avendo constituito loro salario, ci pareva conveniente pensar di pascere parte di quella Balìa maggiore et ancora, quando occorressi, qualcun altro fuori.

IX

[30r]

Considerando l’Eccellenzia del Duca e li suoi Magnifici Consiglieri quanti uomini nel dominio fiorentino sieno mancati per la peste e guerra e carestia, e desiderando che quelli pochi che sono restati possino quietamente vivere et attendere alli essercizi loro e non avere dubbio d’essere molestati per delitti che avessino commessi più anni sono, per condennazioni che per tal conto fussino seguite, providdono et ordinorono:

Che per vigore della presente sia data auttorità alli spettabili Capitani di parte e Proveditori delle mura presenti (a’ quali, ancora per vigore di questa, s’intenda prorogato l’uficio per sei mesi, sequenti dal dì che per il partito del reverendissimo Luogotenente del Signor Duca e suoi Magnifici Consiglieri fu proveduto l’essercitassino) di potere graziare tutti li uomini condannati in alcuna pena afflittiva di corpo o pecuniaria; et ancora quelli che avessino bando del capo, pure che non avessino morto alcuno, liberamente e come a loro piacerà; non potendo però graziare alcuno bandito né confinato né condennato per conto di stato: intendendosi che detta auttorità di graziare duri il tempo che durerà il magistrato Loro e che possino graziare solo li condennati e banditi per tutto l’anno millecinquecentotrenta e non più oltre, e tutto quello trarranno di dette condannazioni lo faccino mettere avanti a loro dapositario per spendere in assettare il fiume d’Arno e li ripari della città [30v] come a loro, o li dua terzi d’essi, per stanziamento da farsi parrà e piacerà.

Qualunque cittadino, contadino, distrettuale, subdito o abitante nella città, nel contado o distretto, o qualunque altro che sarà da loro graziato et arà pagato la grazia, s’intenda libero et absoluto e debba essere cancellato da’ libri di camera e da ogni altro libro dove fussi descritto.

E perché accade, quando si fanno dette grazie, che li notai di camera vogliono essere pagati extraordinariamente, in modo che chi è condennato spesso ha a pagare più per la cancellatura che non paga della grazia ordinaria, si provede che tale graziato non abbi a pagare, oltre alla grazia ordinaria, altro, per cancellatura, che quello ordineranno e’ sopradetti Capitani; e così, d’altri extraordinari che s’avessino a pagare a luoghi pii, non si paghi altro che quello deibereranno e’ sopradetti Capitani; e li notai di camera et altri procuratori delli luoghi pii abbino circa a questo a osservare a punto quanto per detti Capitani sarà ordinato.

Non abbino e’ sopradetti Capitani, per conto di detta grazia, salario, emolumento, premio o mancia alcuna; ma stieno contenti a quello che per legge è disposto abbino per salario del loro uficio.

X

CONTRATTO DI MATRIMONIO

Li articoli del mariaggio sono questi:

che il signor duca d’Urbino piglia per donna madama Magdalena di Bolonia et il contratto se ne fa per li procuratori dell’una parte et l’altra;

che essa gli dà per dota tutti li suoi beni stabili in quel modo sono, li quali quando essa morissi sanza figli debbino ritornare alli eredi suoi;

et perché detti beni s’hanno a dividere col duca d’Albania che ha per moglie l’altra sorella, che il Cristianissimo sia arbitro di detta divisione. Il quale Cristianissimo vuole dare di suo a detti coniugi scudi cinquemila d’entrata l’anno in beni stabili e’ quali rimarranno ancora a quello de’ dua che sopravivessi, ma quando l’uno et l’altro morissino sanza figli ritorneranno al Re (ma questo articolo si potrà estendere ancor meglio);

che il signor Duca sia obrigato a dare cose stabile per la donazione delle nozze a detta sua moglie: scudi quattromila d’entrata l’anno et un[a] palazzo o castello fornito dì masserizie e che detti beni, morta detta madama Magdalena, debbino tornare alli eredi del Duca.

Sonvi altri capitoli ma questi sono li più importanti. Li originali credo che il Nunzio mandassi a Roma; et io mandai la copia costì né li ho voluti domandare di nuovo per non dare ombra.

APPENDICE

I DETTI DI FRANCESCO VETTORI

NELL’ELEZIONE DEL DUCA COSIMO.

­ Palla, sono pochi giorni che sete stato ammalato, e perciò confessato di fresco non curate la morte. Io che sento già nelle strade un grande strepito d’arme, et odo gridare Palle, Palle e Cosimo, Cosimo, non voglio perdere la vita in tanti peccati in quanti mi trovo. Però spacciatevi Guicciardino e fate oramai leggere la provvisione di questa riforma.

A MESSER FRANCESCO GUICCIARDINI QUANDO FECE

QUELLE RIFORME E STRETTEZZE AL DUCA COSIMO NELL’ELEZIONE.

­ Francesco, mi maraviglio ora bene di voi che siete stato tenuto prudente a considerare tante minuzie nel fare questo Principe perché se li date la guardia, l’armi e le fortezze in mano, a che fine metter poi che e’ non possa trapassare oltre a un determinato segno? Io quanto a me desidero che Cosimo sia un buon principe e l’eleggo ancora con l’animo di servirli quando e’ fussi cattivo e non osservare cosa alcuna che sia scritta costi.

A BACCIO VALORI IN FIRENZE NEL I536.

­ Come intendete voi questo Gonfaloniere e questo governo che voi desiderate fare?

Risposta del Valori :

­ Non c’importa pur che sia libero.

Replica del Vettori:

­ Se voi intendete di dar la guardia allo stato, e’ non sarà libero; se lo costituirete senza guardia, chi terrà il Popolo non vi cacci fuora con i sassi e disonoratamente non vi faccia fuggire?

CARDINAL RIDOLFI AL VETTORI.

­ Adunque dee farsi, Francesco, un’opera scelleratissima e constituire un tiranno della Patria acciocché in modo alcuno non si possa pensare al bene universale di questa città?

Risposta :

­ Sì che si dee fare questa opera scelerata e constituire un tiranno, poiché in questi tempi non si può trovare strada che sia men rea.

DUCA ALESSANDRO AL VETTORI SOPRA IL DAZIO DELLE FARINE.

­ Francesco, ora mi avveggo che voi non mi amate.

Risposta del Vettori :

? Sire, e’ mi duole d’essere amico vostro perché li portamenti vostri sono tali da fare rovinare voi e noi altri amici in uno istesso tempo.

IL DETTO AL DETTO:

­ Che pazzie sono queste che un principe, che ha vinto Firenze con l’armi e il primo che mai ci fussi con simile imperio, vada solo a cavallo e con uno in groppa, e alla notte con due o tre; e, quello che è più pericoloso, si fidi d’un solo che li tenga le scale di fune per salire a un muro.

II

[38r] Inter Reverendum in Christo patrem dominum Staphileum episcopum Sibinicensem, Sanctissimi domini nostri pape Leonis decimi nuncium, et magnificum Franciscum Victorium inclite cominunitatis Florentie oratorem, procuratores Illustrissimi domini Laurencii de Medicis ducis Urbini nepotis secundum carnem prefati Sanctissimi nostri Pape ex una, et Illustres ac potentes dominos Johannem d’Albret, dominum d’Orval, cambellanum ordinarium christianissimi Francorum Regis ac gubernatorem Campanie, et Arturum Gouffier, dominum de Boisy, magnum Francie magistrum et gubernatorem Delphinatus, milites Ordinis ac consiliarios predicti Christianissimi Francorum Regis, procuratores Illustrissime domine Magdalene de Bolonia ex altera partibus, fuerunt initi, tractati et conclusi articuli sequentes.

Et inprimis quod iam dicti Illustrissimi Laurentius de Medicis et Magdalena de Bolonia cumprimum contrahent matrimonium per verba de presenti vel per procuratores specialiter fundatos.

Item quod dicta Illustrissima domina Magdalena de Bolonia, que est sui iuris et suorum bonorum domina, constituet et donabit nomine dotis, pro dote et ob causam dotis, dicto suo futuro sponso omnia sua immobilia, cuiuscunque qualitatis existant et in quocunque loco sita sint.

Item et quia dicta bona sunt communia inter iam dictam Illustrissimam dominam Magdalenam et Illustrissimos ducem Albanie et consortem suam, quiquidem Albanie dux et sua consors asserunt, tam ratione consuetudinum patriarum in quibus dicta bona sita sunt quam testamenti bone memorie Illustrissimi quondam Johannis comitis Alvernie dictarum Illustrissimarum dominarum patris, aliqua praecipua in dictis bonis habere, idcirco, ne super divisione dictorum bonorum lis aut controversia oriatur inter iamdictas sorores et earum consortes, conventum fuit quod Christianissimus Rex erit (si placuerit Regie Maiestati sue) arbiter dictarum controversiarum.

Item sua bona mobilia tradentur iam dicto Illustrissimo Duci suo futuro sponso legaliter estimata et per inventarium, et matrimonio soluto illa restituentur [38v] predicte future sponse in eo statu in quo erant tempore traditionis aut dicta illorum estimatio si supervixerit, et, ea predecedente, liberis procreatis ex dicto matrimonio et, illis defficientibus, heredibus dicte domine Magdalene.

Item durante iam dicto matrimonio dictus dominus dux Urbini tenebitur facere expensas necessarias et utiles in bonis dotalibus jam dicte domine Magdalene.

Item cumprimum dictum matrimonium solvetur, dicta bona immobilia in dotem constituta revertentur dicte domine Magdalene, si supervixerit dicto suo futuro sponso, et si predecesserit, liberis suis ex dicto matrimonio procreatis si extant et, illis non existentibus, heredibus dicte domine Magdalene.

Item vestes, ornatus et jocalia que dicta domina Magdalena tempore soluti matrimonii apud se habebit spectabunt ad eam si supervixerit, et, ea predecedente, liberis dicti matrimonii si extant et, illis non existentibus, heredibus ipsius domine Magdalene.

Item Christianissimus Rex, ob devotionem filialem quam habet erga summum Pontificem et ob intimum amorem quo prosequitur dictum ducem Urbini necnon dilectissimam consanguineam suam Magdalenam Bononie et favore dicti matrimonii, donabit dictis coniugibus et eorum superviventi et liberis descendentibus ex dicto matrimonio decem mille libras turonenses redditus annui. Quibus omnibus defficientibus, predicte res donate revertentur ad dictum Christianissimum Regem et successores suos.

Item iamdictus dominus dux Urbini donabit predicte sue future sponse, si supervixerit, donatione propter nuptias, unum castrum aut palatium munitum utensilibus et aliis mobilibus necessariis secundum statum domine Magdalene unacum quatuor mille ducatis auri redditus annui cum omnimoda iurisdictione et imperio. Quod quidem castrum seu palatium cum predictis redditibus tradetur et liberabitur dicte domine Magdalene statim soluto matrimonio et illis gaudebit et utetur quamdiu supererit in humanis, post vero eius decessum revertetur liberis dicti matrimonii, si extant, et illis defficientibus, heredibus jam dicti domini ducis Urbini. [39r]

Item sollennisabuntur dicte future nuptie cumprimum comode fieri poterit et ante illarum sollennisationem iam dictus futurus sponsus donabit sue future sponse vestes nuptiales et jocalia arbitrio suo et secundum eius statum.

Datum die decima sexta mensis Januarii, anno Domini millesimo quinquagentesimo decimo septimo.

III

RACCOLTO DELLE AZIONI DI FRANCESCO E DI PAOLO VETTORI

Io posso malagevolmente soddisfarvi della dimanda fattami di darvi conto dell’azioni dei fratelli Francesco e Pagolo Vettori, si perché io ho poca pratica nell’istorie, e quelle poche ch’io ho lette, sono state scritte da persone poche amiche della virtù di questi uomini, sì anche perché le scritture, lettere e memorie loro, dalle quali si sogliono per lo più cavare molte e vere notizie, non sono in casa nostra, per essere l’uno e l’altro di loro mancato senza figliuoli masti. Et alla linea d’un loro fratello, che pur dopo loro si mantenne, è poi avvenuto il medesimo, sì che tutte le cose loro sono, con donne, passate in altre famiglie, e la maggior parte sono tenute da madonna Maddalena di Bernardo Vettori, moglie di messer Lodovico Capponi.

Ho voluto con tutto ciò, per farvi servizio, mettermi a raccorre insieme e scrivere quelle poche notizie che io ho potute, per lettura o per udita, avere del fatto loro.

E prima voglio che voi sappiate ch’eglino furono figliuoli d’un Piero Vettori, uomo molto reputato così per le molte lettere e perizia delle lingue latina e greca, come anche per la perizia nel trattare le cose della città, fuori in su la milizia e governi de’ luoghi sudditi, e dentro ne’ magistrati. Nelle quali azioni egli si portava con tanta virtù e sincerità, ch’egli fu adoperato parimente innanzi al LXXXXIIII, quando i Medici potevono assai in Firenze, e poi anche quando, cacciati quegli, il governo venne più largo nelle mani del popolo. E, secondo che io intendo, Niccolò Machiavelli diceva e scrisse ne’ suoi Diari, i quali egli faceva per seguitar l’Istoria, o in altro libro, che, s’egli fussi vissuto l’età ordinaria, sarebbono state operate da lui tutte, o gran parte di quelle cose, che con tanta virtù e infinita gloria furono condotte da Antonio Giacomini, per ciò che Piero era equalmente amato e dal popolo e dai nobili.

Di questo grand’uomo nacque Pagolo, del quale io non truovo menzione in cose notabili (che i magistrati ordinari, ottenuti e prima e poi, et anche il supremo della città, gli lascio indietro) prima che nel 1512, quando egli si scoperse in favore de’ Medici che allora erano ancor fuori. E truovo ch’egli ordinò questa pratica, ch’egli ebbe con loro, di mutare il governo della città in una sua villa chiamata la Paneretta, posseduta oggi dalla detta madonna Maddalena. Questo luogo è molto solitario, in sul Fiorentino, vicino a’ confini del Sanese, sì che Giuliano de’ Medici poteva venirvi e stare sicuramente sconosciuto con quell’agio che ricercavano i negozi attenenti a simil faccende. Il trattato era ordinato in modo che, nello sbigottimento che fu in Firenze dopo il sacco di Prato, egli potette, lasciato da banda ogni ordine ch’egli avesse prima dato a’ suoi pensieri, pigliar subito espediente di chiamare a sé Bartolommeo Valori, Gino Capponi et Antonfrancesco degli Albizi, con i quali egli si era molto prima convenuto, et andare al Palazzo, dove la Signoria, quando i Medici entrorono nel paese de’ Fiorentini, aveva fatti ritenere circa venticinque cittadini come amici de’ Medici, dubitando non suscitassero qualche tumulto nella città. E trovato il gonfaloniere Piero Soderini, il quale era stato creato a vita insino l’anno 1502, quando si riordinò la città, gli dissono che era necessario pigliasse partito e non tenesse la città in pericolo di andare in preda come Prato. E rispondendo loro il Gonfaloniere parole grate et umane, e volendosi partir da loro senza venire a conclusione e ritirarsi in altra stanza, Antonfrancesco, e più giovane e più ardito degli altri, lo prese per la vesta con dire che prima partissi di quivi, voleva rilasciassi i cittadini ritenuti. Egli, essendo troppo rispettoso e dubitando non avere a fare male ad altri e che ne fussi fatto a lui e giudicando che, se si veniva al sangue, dovessi seguire la rovina della città, fu contento rilasciarli. E pensando quanto fussi stato l’ardire di questi quattro giovani, e massimamente quello di Antonfrancesco, e sospettando che non mancherebbe loro ardire a tentar più oltre, mandò subito Niccolò Machiavelli, segretario della Signoria, per Francesco Vettori fratello di Pagolo. Il quale, essendogli fatta l’imbasciata instantemente, andò subito a trovarlo con dimandare quel che voleva che operassi. Il Gonfaloniere gli disse che era disposto uscir di Palazzo, pur che fussi sicuro di non esser offeso. E benché Francesco replicassi che il governo suo era stato sì giusto e santo, che non si voleva far compagno di chi gliene toglieva con cavarlo di Palazzo, fu finalmente costretto a’ preghi sua di pigliar la fede dai confederati di non l’offendere, e lo condusse a casa sua e di Pagolo. E la notte medesima lo cavò di Firenze per lo sportello e con molti cavalli l’accompagnò a Siena.

Teneva Antonfrancesco per cosa molto difficile che il nuovo governo si potessi stabilire mantenendosi il capo del vecchio, uomo molto amato e reverito per la singulare sua bontà e giustizia. E però, condotto ch’egli fu a casa i Vettori, voleva pure pigliar partito di assicurarsene e l’arebbe fatto, se, e con ragione e con autorità, i duoi fratelli non gliel’avesser vietato. E così fu trattata sì gran mutazione con tanta destrezza, massimamente dei duoi Vettori, che in essa non si versò pure una gocciola di sangue de’ Fiorentini: cosa che non mai, o rare volte, sarà avvenuta.

Fu di gran momento in questo negozio et accrebbe assai lo sbigottimento del popolo e, per conseguenza, dette grand’aiuto ai collegati di Pagolo la relazione di messer Baldassarri Carducci, il quale, insieme con Niccolò del Nero, come imbasciadore della Città aveva parlato al Viceré dopo la presa di Prato. Perché egli, tornato la sera medesima, volendo riferire quello che aveva eseguito avanti i Signori e molt’altri cittadini, come quello al quale pareva aver molto bene l’arte oratoria, tanto accrebbe la vittoria degl’inimici, tanto fece grande l’occisione de’ soldati fiorentini, con tante lagrime deplorò il sacco, il sangue, gl’incendi, gli stupri et i sacrilegi fatti a Prato, che a ciascuno pareva di avere già i rabidi inimici non solo nella città, ma nelle proprie case, e che i medesimi casi o più atroci succedessero quivi.

Uscito che fu il Gonfaloniere di Palazzo, essendo stato solennemente privato, per soddisfare a’ confederati, dai magistrati che avevano l’autorità, fatti chiamare e ragunati insieme ad instanzia dei medesimi, si prese partito di venire a composizione con il Viceré. E però fu mandato subito Pagolo con messer Cosimo de’ Pazzi, arcivescovo di Firenze, et Iacopo Salviati oratori a Prato. I quali convennono che i Medici ritornassino in Firenze come privati e potessero, pagandogli, recuperare i loro beni, e che pagassino scudi centoquarantamila al Viceré, de’ quali egli doveva far parte agli altri collegati della Lega. Et egli si obbligò a lasciare libero il castello di Prato et uscire con l’esercito del paese de’ Fiorentini, i quali entrarono anche nella Lega.

I motivi che poco dopo il loro ritorno feciono i Medici, i quali non si contentavano di star come privati, furono consigliati e fomentati dai medesimi giovani che avevano convenuto di rimetterli, secondo che da qualcuno è scritto, et ha del verisimile. Ma perché altri dicono che furono i vecchi, che si erano trovati a tempo di Lorenzo de’ Medici, e perché io non ci trovo particolarmente nominato Pagolo, non mi ci voglio estendere, ma tutto lascierò risolvere a chi più di me ha pratica in questi negozi racconti. Con la quale potrà anche dire risolutamente se egli fu fra quegli che ebbero la cura dalla Balìa di riordinare il governo.

I Medici conobbono molto bene quant’eglino potevano confidare nella virtù di Pagolo e però l’ebbero sempre mai per consultore in tutti i loro negozi. Et il Cardinale, il quale in capo a poco tempo fu assunto al pontificato, non lasciò, anche in quel grado, di participar seco de’ suoi pensieri e, conoscendolo per uomo non solo da discorrere, ma anche da operare, gli dette la carica della sua armata, la quale egli tenne in mare con molta riputazione.

In questo maneggio egli fece cose, in diversi tempi, degne di esser raccontate. Ma perché non le ho trovate scritte e mi furono raccontate in tempo che non ne poteva essere in tutto capace, non mi voglio assicurare a scriverle. Dirò bene ch’elle furono tali, così per il Papa come per i Fiorentini, ch’egli meritò che Leone gli facessi dar l’isola della Gorgona con quella fortezza che nella sommità d’essa si ritruova. Il che può a ciascuno essere manifesto segno dell’amor grande ch’egli gli portava, dimostro dal medesimo Pontefice anche nel tempo che Pagolo era prigione nelle mani de’ Turchi, perciò che egli con istanzia grandissima procurò il suo riscatto e, sebbene importò molte migliara di scudi, volse che tutti fossero sborsati dalla Camera Appostolica, senza che la casa sua ne sentissi disagio alcuno. E fu osservato che il Papa non commesse mai sborso alcuno di danari con maggior contentezza d’animo di questo, conoscendo e dicendo che, per questi danari, riguadagnava uno atto, e per la fede e per la virtù, ad esequire i suoi pensieri, quanto alcuno altro ch’avessi appresso di sé. La causa della presa sua fu tale che, avendo egli inteso che nel mare di … erano alcune galere turchesche, deliberò di voler dar loro l’assalto. E consultato e risoluto con i suoi uomini di guerra del modo che si dovessi tenere, fece muover la capitana a ciò che, mettendosi egli innanzi, gli altri avessero a pigliar animo e riscaldarsi tanto più a combattere valorosamente. All’apparir de’ legni pontificali, i Turcheschi si messero in fuga e, seguitati gagliardamente da Pagolo, furono da lui sopraggiunti et uno di essi investito. Il che fatto, quegli che insino all’ora l’avevano seguitato, o per mera poltroneria o per grandissimo assassinamento fermorono il corso, né mai, per l’ordine dato prima, né per i cenni ch’egli facessi di voler soccorso, né per la cosa stessa che dimostrava il bisogno, vollono a patto alcuno aiutarlo. Del che avvedutisi gli altri legni turcheschi, che ancora fuggivano, vennono, rivoltatisi, ad investire la capitana cristiana, la quale, benché sola si fussi quasi impadronita di quella ch’ella aveva prima affrontata, fu finalmente, stracca e rimasta senza soldati, menata con Pagolo prigione.

Ancora i cardinali, i quali dopo la morte di Leone, creato il nuovo Pontefice, si erano diviso il reggimento della Sedia Apostolica insino a tanto che il Papa venissi in Italia, seguitarono di servirsene e gli detton la cura di andare a trovare Adriano, che si trovava ne’ regni di Spagna, lasciatovi, ancora cardinale, da Carlo per un’ombra di governatore, quando egli andò in Germania.

Tornato Pagolo di questo viaggio, i Fiorentini, i quali per opera del cardinal de’ Medici si collegarono, l’anno 1523, con il Papa, Cesare, re d’Inghilterra et altri stati d’Italia con le condizioni scritte nell’istorie, vollono ch’egli fussi commessario delle genti ch’eglino mandorono in Lombardia per difesa dello stato di Milano, quando il re di Francia venne a Lione per passare personalmente in Italia: il che benché egli non facessi per il sospetto giusto che gli dette la congiura del duca di Borbone, mandò con tutto ciò il suo ammiraglio con grandissimo apparecchio.

Questo commessariato mi fa dubitare di quello che alcuno afferma che Adriano mantenessi a Pagolo il governo delle galere, né veggo come egli si potessi servire i suoi cittadini in Lombardia et il Papa in mare: e cosa chiara è che il commessariato non fu di pochi dì, perciò che egli vien nominato nella triegua quando, non potendo più l’ammiraglio sopportare i disagi di tutto l’esercito et i protesti degli Svizzeri, si convenne, in su’ ripari di Milano, fra Alarcone, Pagolo, il Morone, il Visconte et il general di Normandia e si trattò di sospender l’arme per tutto maggio.

Creato che fu Clemente pontefice, avendo veduto quanto confidava Lione in questo uomo e per sé stesso conosciutolo nelle medesime azioni, seguitò di adoperarlo ne’ suoi negozi e gli mantenne, o concedette di nuovo che si debba dire, il governo della sua armata, non lasciando però di valersi della sua prudenzia anche nelle cose di terra, come egli fece quando il re Francesco, avendo fatto grand’esercito e grossa spesa per soccorrere Marsiglia, essendone partiti gl’inimici, prese risoluzione, infelice per lui benché gloriosissima, di venir l’anno 1527 alla volta di Lombardia. Perciò che sforzandosi il Papa con ogni rimedio opportuno, mentre che Francesco era all’assedio di Pavia, di condurre ad accordo il Viceré con il Re, mandò ad uno messer Matteo Giberti et all’altro Pagolo, a persuadergli che convenissero, con scusarsi insieme con il Viceré del passo conceduto per necessità al duca d’Albania, che andava ad assaltare il Regno di Napoli. Il qual accordo se non riuscì, non avvenne perché i mandati non trattassino tutto con maravigliosa destrezza e che a Pagolo non riuscissi di persuadere al Viceré quel che voleva, perciò ch’egli l’aveva indotto ad accordarsi, ma o per le dissuasioni del duca di Borbone, che aspirava alla ducea di Milano, o vero perché il marchese di Pescara, con la sua solita alterigia, detestò tal partito e mostrò prudentemente ch’era ben seguitare quella impresa dalla quale risultava la somma d’ogni cosa.

Volle anche il medesimo Pontefice, intesa la liberazione del re di Francia dopo che fu stato prigione circa tredici mesi, che dal medesimo Pagolo fossero trattati i negozi attenenti alla confederazione, ch’egli aveva in animo di fare contro all’Imperatore. E però Io mandò subito, correndo, alla corte di Francia con ordinargli che, giuntovi il Re, palesemente dimostrassi solo di esservi mandato per allegrarsi della liberazione e fargli sapere gli sforzi che Clemente ne aveva fatti. Ma in segreto ordinò che Pagolo tentassi l’animo del Re intorno alla capitolazione fatta con Cesare e, caso che lo trovassi volto a non osservare, si scoprissi a offerirgli lega e lo inanimissi a far gagliarda guerra all’Imperatore. Per l’occasione della qual cosa, essendosi messo Pagolo in cammino, giunto in Firenze, si ammalò di malattia sì grave, ch’egli non la potette superare, essendo già di anni quarantanove e molto malsano per infiniti disagi patiti.

La sua morte fu di grandissimo dispiacere al Pontefice et a tutti quegli, così di grande come di mediocre e basso stato, che avevano trattato seco. E dispiacque tanto più perché egli non lasciò figli masti, perché uno che egli ne ebbe di molta grande espettazione e che si credeva che avesse a pareggiare il valor del padre, molto desideroso di farsi grande, stava del continuo esercitandosi in sul mare e, trattenutosi una volta qualche giorno in un porto, dove era aria pestilente, aspettando di assaltare certi legni barbareschi, fu assaltato, senza potersi difendere, dalla morte.

Francesco Vettori, nato del sopranominato Piero, fu anch’egli uomo di singular virtù et, insino da’ suoi primi anni, cominciorono ad apparire in lui segni tali che lo messono in molta espettazione. La quale egli, con trattenersi nelle lettere et governarsi accortamente nelle cose che di tempo in tempo gli occorrevano, seppe in modo mantenere che, subito che l’età sua cominciò a comportare ch’egli fussi adoperato ne’ servizi della Repubblica, vi fu cominciato ad impiegare. Et il primo carico che gli fu dato di cose attenenti al benessere del publico, mostra evidentemente esser vero quel che ho detto del credito grande in che egli era. Perché, l’anno 1507, egli fu eletto e mandato imbasciatore all’imperatore Massimiliano, nel tempo ch’egli congregava la Dieta a Constanzia, quando tutta l’Italia e gli altri potentati stavano parte sospesi, parte impauriti, essendosi sparsa la fama che l’Imperatore aveva deliberato di passare in Italia con esercito grandissimo per pigliare la corona dal Pontefice e perseguitare il re di Francia, dichiarato ribelle dell’Imperio, con pretesto ch’egli era venuto in Italia per far crear pontefice il cardinal di Roano, e sé Imperatore. La qual legazione Francesco trattò in modo che gli riuscì acquistare per la sua patria la grazia di Cesare e risparmiare molte migliaia di scudi, che a questo effetto gli fu comandato ch’egli dessi all’Imperatore. Il qual fatto, benché, quando egli lo trattava non conforme alla commessione, in Firenze non fussi approvato, come quelli che avevano fisso nell’animo che la cosa non si potessi condurre se non con danari e, non essendo in sul fatto, non potevano ben rimaner capaci come il negozio si poteva altrimenti trattare, con tutto ciò, condotto ch’egli l’ebbe a fine, ne fu per lettere ringraziato e lodato et alla sua tornata ognun diceva del gran risparmio fatto prudentemente alla città.

Crebbe per questa legazione assai la riputazione di Francesco, onde, risoluto che fu in Firenze, con grazia del re di Francia, che i cardinali Franzesi non venissino al Concilio di Pisa con la milizia che avevano ordinata o per sicurtà, o per autorità, o riputazion loro, et inteso che il cardinal di San Malò, capo di questa impresa, dava buone parole, ma pur veniva innanzi con l’arme, bisognò pigliare partito di mandarvi persona di molta autorità: e però fu eletto Francesco. Il quale, andatolo a trovare al Borgo a San Donnino, risolutamente gli disse che i suoi Signori non lo volevano ricevere in Pisa e gli protestò che, s’egli non rimandava le genti d’armi indietro, sarebbe perseguitato come inimico. Onde il Cardinale, commosso e persuaso da lui, le rimandò di là dall’Appennino, ritenendosi, con il consenso de’ Fiorentini, centocinquanta soldati con i quali venne innanzi.

In Firenze si deliberò di mandare a Pisa duoi commessari che attendessero alle cose di questi che congregavano il Concilio, l’uno dei quali fu Francesco, l’altro Neri di Gino Capponi.

Io truovo che in questi tempi fu eletto Francesco la seconda volta imbasciadore a Massimiliano, ma che poco dopo si risolvé che non fussi bisogno mandarvelo. Non so già, né ho trovato scritto, quali negozi movessero i Signori a ordinare questa legazione, però, come io risolvo che l’elezione fussi fatta, così mi astengo di conietturare la causa lasciandone dare la resoluzione a persone più pratiche.

Ottenuto che ebbero i Medici, nella Dieta fatta a Mantova, che l’arme del Viceré e de’ collegati si voltassero verso Firenze per mutare quel governo e ridurlo in mano de’ Medici, si fecero in Firenze, con quella prestezza che si potette, i ripari che comportava la brevità del tempo, causata dalla prestezza del Viceré. E, fra gli altri, fu quello che si deliberò di condurre nella città molti soldati per fare quivi lo sforzo, acciò che non vi seguissi alterazione o tumulto. E di questi soldati fu fatto commissario generale, con alcuni altri cittadini, Francesco. Nel qual tempo, seguita l’alterazione che si è raccontata parlando di Pagolo, Francesco prese subito partito di uscirsi della città, giudicando che non poteva esser contro al fratello senza manifesto pericolo (il quale anche non arebbe potuto profittare), et avendo fatta ferma resoluzione di non voler esser contro al Gonfaloniere. Ma fu ritirato da questo partito, fatto chiamare dal Gonfaloniere come si è detto. Il che mostra manifestamente il concetto grande in che egli era di sincero e dabbene, poiché il Gonfaloniere volse piuttosto eleggere per sua sicurezza d’andare a casa Francesco, casa ancora del suo avversario, che alla propria.

Da questo partito che Francesco pigliava, si può manifestamente cavare ch’egli non era consapevole, come qualcuno crede, del trattato del fratello.

Avvenne a Francesco in queste mutazioni, benché diverse, quel medesimo che in altri tempi era avvenuto a suo padre: perciò che, benché si mutasse il governo, nel quale egli era molto stimato e tra’ principali, con tuttociò la virtù e realità sua fece che i Medici seguitarono di adoperarlo senza sospetto (risoluto ch’egli fu di seguitar la loro fazione) ch’egli avesse a pendere dalla fazione del cardinal di Volterra, fratello del gonfaloniere Soderini, che ancora fomentava, conce egli fece sempre, l’antico governo.

Però fu risoluto di dargli la carica di risedere imbasciadore a Roma appresso al pontefice Giulio la quale egli continuò anche per qualche tempo nel pontificato di Leone successore.

Dalla qual legazione tornato che egli fu in Firenze, pensarono di servirsene in cose di maggior importanza. E però l’anno che Leone gli costrinse a mandar le loro genti in Lombardia et eglino volsero eleggere Lorenzo de’ Medici per loro capitano, il quale poi, per la malattia di Giuliano che vi andava con le genti del Papa, fu eletto in suo luogo, fu deliberato che vi andassi commessario, con le genti de’ Fiorentini, Francesco. Questo commessariato fu retto da lui con molta autorità e fu alla Città di molto gran giovamento, poiché, per accorgimento di Francesco, fu fatto che il re di Francia, contro il quale si facevano le provvisioni, non ebbe occasione di venire in indignazione contro a’ Fiorentini, perciò ch’egli, oltre alle diligenzie fatte con Lorenzo a questo fine, deliberò di scoprirsi più apertamente.

Onde, quando arrivato Lorenzo a Piacenza, si risolvé fra lui et il Viceré, se ben con poca sincerità, che si passassi il Po, Lorenzo fece passare parte degli ecclesiastici e, volendo far passare la sera medesima le genti de’ Fiorentini, Francesco, all’entrata del ponte, gli protestò che i Signori Fiorentini non intendevano in modo alcuno che i loro soldati andassero ad offendere il re di Francia, ma si bene erano contenti che stessero alla guardia di Parma e Piacenza e per amor del Papa le difendessero, senza passar più avanti, imperò, se egli voleva passare, lo facessi come luogotenente del Papa, ma per niente come capitano de’ Fiorentini; pertanto gli protestava che, passando, non correva più soldo né a lui né alle genti. Dalla qual protesta animosa et inaspettata, Lorenzo, soprastato quella notte per consultare quel che dovessi fare, deliberò di passare il dì seguente come ministro del Papa, ma non fu bisogno, perché il Viceré, mutatosi, ritornò di qua dal fiume. Accordaronsi poi il Papa e il Re, onde i Fiorentini volson mandare al Re oratori come, insino quando egli fu incoronato, avevano destinato di fare, ma, rispetto alla guerra che sopraggiunse, erano stati impediti. E vi mandorono i medesimi che a principio avevano eletti, che erano stati Francesco Vettori e Filippo Strozzi. E Francesco prese la legazione a Reggio con ordine che, trovato Francesco Pandolfini che risedeva imbasciatore appresso al Re, si rallegrassino tutti insieme in nome della Città, che egli fussi venuto al regno e della vittoria ottenuta fra San Donato e Milano.

Rimase Francesco appresso al Re imbasciatore residente et in questa legazione dette segni tanto manifesti della sua prudenzia, che si poteva dire ch’egli d’imbasciatore, fussi diventato consultore di quel Signore, onde egli, alle sue persuasioni, non solo permesse che Lorenzo de’ Medici potessi aver per moglie Maddalena, figliuola del conte d’Alvernia, la quale, con la moglie del duca d’Albania, sua sorella, aveva eredità di molte migliaia di scudi di entrata, ma vi aggiunse anche in dote la ducea di Lavaur con entrata di scudi cinquemila.

Teneva il Re tanto conto del giudizio di Francesco, ch’egli voleva in molte cose di momento il suo parere. E della stima in che egli era appresso di lui, senza che mi affatichi in molti argomenti, ne può essere manifesto segno che il Re gli ordinò pensione assai grande e da’ Fiorentini, i quali molto ben conoscevano che della fede sua non era punto da dubitare, gli fu permesso ch’egli la accettassi. Et ella gli fu sempre pagata, ancora che lasciassi quella legazione, anzi, quand’egli lasciò di pigliarla, il Re, con generosità inaudita, gli fece ricordare che seguitassi di mandare per essa.

La causa che fece risolver Francesco a non la riscuotere fu che, nelle dissensioni che nacquero poi fra il re di Francia e la città rispetto a’ Medici, Francesco, seguitando la loro fazione, si dichiarò apertamente imperiale. E però, sì per non dare sospetto alla sua parte sì anche, e questa fu la vera cagione, perché non gli pareva cosa conveniente a persona nobile pigliar provvisione da quello del quale egli seguitava la fazione avversa, si risolvé di non la far più riscuotere. Il che fatto sapere al Re, Sua Maestà dette ordine a un suo gentiluomo, che nella mutazione del governo di Firenze, nel 1527, fu subito mandato qua, che facessi chiamare a sé Francesco con dirgli che il Re aveva saputo ch’egli non godeva più la sua liberalità; e però, qual si fussi stata la cagione di questa sua mutazione, egli gli faceva sapere che la volontà del suo Signore era che quelli, i quali per la virtù loro erano stati premiati da lui, godessero insino all’ultimo il suo premio; e però ch’egli seguitassi di mandare ogn’anno per la sua provvisione et allora riscotessi tutte l’annate insino a quel tempo decorse senza pigliarla. Ma per questo Francesco non si mutò del suo proponimento e da quegli che giudicavano le cose senza passione di miseria fu sommamente lodato.

Per la morte che seguì di Lorenzo de’ Medici, Leone deliberò di restituire alla Sedia Appostolica il ducato d’Urbino e dette a’ Fiorentini, per pagamento dei denari ch’eglino avevano spesi per lui in quella guerra, de’ quali erano creditori in Camera, la fortezza di San Leo con tutto il Montefeltro e il Pivier di Sestino. Ond’eglino, giudicando che in questo principio bisognassi mandarvi persona reputata e di grande autorità, dettero questa cura a Francesco Vettori.

Nella creazione di Clemente VII si fecero in Firenze grandissimi segni d’allegrezza e, con ogni sorte di dimostrazione, si sforzarono i Fiorentini di far conoscere al Pontefice d’aver avuta gran contentezza di questa sua promozione. E fra gli altri fu che, per la cirimonia solita di madargli a rendere ubbidienza, eglino elessero maggior numero di imbasciadori, che non erano soliti di fare agli altri che non erano Fiorentini; e questi volsero che fussino, secondo che conveniva, dei più qualificati della città, avendo anche l’occhio ad eleggere persone, le quali, per qualche loro azione, fussero grate al Pontefice. E furono questi: messer Francesco Minerbetti, arcivescovo turretano, Lorenzo Morelli, Alessandro Pucci, Antonio de’ Pazzi, Ruberto Acciaiuoli, Francesco Vettori, Galeotto de’ Medici, Palla Rucellai, Lorenzo Strozzi e Giovanni Tornabuoni, de’ quali il Rucellai fece un’orazione degna di qualsivoglia eccellente oratore.

Nella dimora che questi oratori feciono in Roma, Clemente volle consultare con loro del modo di regger la città di Firenze poiché egli, che qualche anno ne aveva avuta la cura, non vi poteva attendere e delli suoi aveva solo Ippolito et Alessandro, i quali, rispetto all’età, non erano per ancora atti a sì gran peso. E però aggiunti a questi oratori Iacopo Salviati e Piero Ridolfi che si trovavano in Roma, gli pregò tutti insieme che liberamente dicessi ognun di loro la sua opinione, senza aver rispetto a lui il quale, essendo in quel grado, aveva molte occasioni di beneficare i sopranominati giovanetti senza mandargli in Firenze. Di questi cittadini la maggior parte confortorono il Papa, o perché tale fussi l’animo loro o perché gli uomini volentieri dicono quel che credono che sia grato ai grandi, che mandassi Ippolito in Firenze, sotto la custodia del cardinal di Cortona, che reggessi quel governo secondo che Giuliano, Lorenzo et egli erano soliti di fare. Francesco Vettori, il quale fu seguitato da Ruberto Acciaiuoli e Lorenzo Strozzi, fu di diversa openione. E, come conviene a persona nobile, la volse dire e gli altri duoi seguitarla. E mostrarono che non era cosa né utile né onorevole che a questo governo fussi preposto un vassallo de’ Fiorentini; e che l’essere egli cardinale in questo caso non serviva, perché quando, ancora cardinale, il Papa governava, non era alcuno che l’avessi riverito in quello stato come cardinale, ma sì bene come Giulio de’ Medici; e che se il Papa giudicava a proposito che Ippolito stessi in Firenze, vi si mandassi, e che quivi attendessi agli studi, insino a tanto che si potessi conoscere s’egli fussi atto al governo o no, et in questo mezzo lasciasse governare i cittadini, con fare egli uno gonfaloniere per un anno, suo confidente, e così egli potrebbe disporre della città, et a’ cittadini parrebbe avere il grado loro e si contenterebbono in questo modo di fare insin che si pigliassi altra forma. Ma, finalmente, udito che Clemente ebbe l’openion d’ognuno, il maggior numero vinse il minore e fu eseguito, ma con poca grazia dell’universale di Firenze.

Onde, quando in Roma seguì che i Colonnesi saccheggiorno il palazzo di Vaticano et il Borgo, sì che il Papa si rifuggì in Castello, quegli che tenevano in Firenze il governo erano di molto mala voglia, dubitando che, per avere perso il Papa assai in questo fatto, non nascessi tumulto. E però gli Otto di Pratica, che in quel tempo avevano il pondo di tutto il governo, dubitavano molto perché, volendo seguitare i ricordi del Papa, pareva loro andare a rovina manifesta; e partirsi da lui non volevano, per la riverenza che gli avevano, e perché ciò non si poteva fare senza mutazione di stato, dalla quale risultava certa rovina degli amici de’ Medici. E però mandarono subito Francesco Vettori, suo confidentissimo, per fargli intedere il tutto e sapere da lui che partito voleva pigliare intorno all’osservanza delle cose promesse nell’accordo per poter esser vigilanti, essendo avvertiti innanzi, a ogni sollevamento che nascessi in Firenze alla sua risoluzione. Et anche vollono che Francesco gli dicessi che andassi cautamente con le spese, perché i Fiorentini non si potevano strignere da lui, come altre volte, poiché gli era mancata tanta riputazione. Fu eletto a tal cosa Francesco perché era molto confidente del Papa, che teneva molto conto del suo giudizio, et egli gli poteva parlar liberamente. E tutto venne ben fatto perché egli si aperse con Francesco liberamente e, consigliandosi seco, provvedde, rimandandolo in Firenze, in modo alle cose, che per allora il governo stette fermo.

Fu la ritornata di Francesco molto utile alla città perché, nel tempo che l’esercito della Lega venne in Firenze, e che andava a soccorrere Roma per difenderla dal duca di Borbone, seguì nella città grandissimo sollevamento, causato dalla malissima soddisfazione de’ cittadini e fomentato dal pochissimo sapere e intelligenza delle cose de’ governi del cardinale di Cortona, sì che i Medici furono dichiarati ribelli. E quando il Cardinale col duca d’Urbino e gli altri deliberorno di volere sforzare il Palazzo, sarebbe seguita l’occisione d’una gran parte della nobiltà che vi si era ritirata, e forse il sacco della città, se Francesco, che anch’egli era in Palazzo, non si fossi molto affaticato insieme con Niccolò Capponi, suo cognato, per indurre quegli di drento all’accordo, dimandato instantemente dal signor Federigo da Bozzoli e messer Francesco Guicciardini per quegli di fuora. Nel che, se bene Francesco ebbe difficultà, con tutto ciò, mostrando il pericolo che loro soprastava e che non vi erano instrumenti atti a potervi riparare, con molta fatica gl’indusse a convenzione e distese una scritta, la quale da quegli di drento e quelli di fuora fu sottoscritta e contenne che le cose ritornassino nel termine di prima e di quel giorno nessuno si ricordassi.

Andò sempre in augumento l’autorità di Francesco sì che, quando egli stava nella città, la sua openione era sempre ricerca in tutte le deliberazioni d’importanza che si avevano a pigliare. E nella totale mutazione dello stato di Firenze, che seguì quando i soldati di Borbone messono a sacco Roma, papa Clemente lo volse avere appresso di sé, avendolo fatto chiamare, sì che per l’assedio di Firenze, egli visse appresso di lui esule confidentissimo e con tanta soddisfazione del Pontefice, ch’egli gli provvedde di grossa pensione sopra l’arcivescovado di Firenze. E quando Alessandro de’ Medici prese il governo della città, volle che Francesco si trovassi seco eletto del nuovo senato de’ XXXXVIII, a ciò che egli avesse uno con il quale potessi participare confidentemente le cose più importanti del governo, com’egli fece; sì che in negozi di molta importanza egli potette sperimentare il valore di Francesco molto utile al suo reggimento.

Preso che Francesco ebbe a favorire et esaltare la parte de’ Medici, egli ne fu sempre grandissimo parziale e, per quanto si estendeva il suo potere che si estendeva pure assai, ne fu gran defensore, sì che, dopo la morte del duca Alessandro, nel qual tempo tutti gli altri senatori si stavano ritirati nelle loro case, pieni di sbigottimento e di paura, egli, intrepidamente, non cessava di operare. E, visitando e dando animo a quegli più reputati, operò di maniera che, sollevato in parte il loro timore, cominciorono a consultare seco de’ partiti che per loro si dovessero pigliare, non solo per la sicurtà di loro stessi, ma anche per mantenimento della parte che eglino seguitavono. Sì che, chiamati poi tutti a consiglio nel palazzo de’ Medici, si prese per partito di creare il signor Cosimo de’ Medici governatore della Repubblica Fiorentina, affaticandosi anche nel luogo dove era ragunato il senato Francesco, correggendo amorevolmente chi con poca pratica discorreva a chi si potessi dare il futuro reggimento et opponendosi liberamente a chi con molta risoluzione detestava il passato reggimento, con protestare che dissentirebbe da chi un simile ne proponessi. Sì che, ritiratosi con i principali che convenivano seco, furono da loro stabilite le cose in modo che il signor Cosimo, in su questi fondamenti, potette con la prudenzia e valor suo proprio, alzarsi a quell’altezza che tutto il mondo ha potuto conoscere.

Visse il restante della sua vita Francesco accettissimo a questo Signore e, col suo accorgimento, gli dette sempre quegli aiuti che gli furono domandati insino all’anno … della sua età, nel quale, oppresso da grave malattia, egli passò a miglior vita, senza lasciare di sé alcuno figlio mastio.

Fu Francesco uomo di molta gran dottrina e singulare intelletto, sì che con questi mezzi e con l’altre virtù che si possono raccorre delle cose dette di sopra, egli fu accettissimo a tutti quegli Signori o privati uomini con i quali gli occorse trattare e del discorso suo era tenuto tanto conto, quanto di quello di qualsivoglia altro uomo di negozi dei suoi tempi.

Il tempo che gli avanzava dalle faccende pubbliche, dette di sopra, e da’ magistrati, de’ quali di tempo in tempo egli era creato, che furono assaissimi, con il supremo anche della città, il quale egli ebbe più volte, egli non lo consumava oziosamente, ma sempre leggeva libri d’altri, nel che si dilettò assaissimo, o scriveva cose che potessin essere altrui di giovamento. Però, quand’egli fu tornato della legazione di Germania a Massimiliano, egli si messe a scrivere un itinerario, nel quale narra le cose avvenutegli vedute, degne di memoria in quel viaggio. Questo è veramente degno d’esser letto, sì per la piacevolezza come per la varietà sua, perché vi sono cose da dilettare e da giovare assai al vivere. E nel fine di esso vi è scritta una sua commedietta, molto gentile e assai morale. Leggesi ancora di esso un Dialogo assai lungo, nel quale si discorre molto gravemente de’ governi. Scrisse anche la Vita di Lorenzo de’ Medici, quello che fu duca d’Urbino, scritta molto diligentemente. Et in essa sono molti particulari attenenti anche alle istorie, i quali egli poteva sapere e scrivere meglio che alcuno, con ciò sia cosa ch’egli fussi amicissimo di Lorenzo e de’ più confidenti ch’egli avessi, ancor che Francesco, nel tempo ch’egli fu commessario delle genti de’ Fiorentini, gli facessi i protesti detti per impedire le sue deliberazioni, perché Lorenzo conobbe molto bene che tutto fu fatto a buon fine e per causa e amore della nazione fiorentina, che era grande in Francia et arebbe portati gran pericoli, se il Re si fossi inasprito contro di lei. E chi considererà la cosa destramente, vedrà che Lorenzo con ragione non se ne poteva sdegnare, come l’evento dimostrò.

E quello che più d’ogni altra cosa è da stimare, egli lasciò un breve et eletto Sommario delli successi d’Italia, dal fine dell’anno 1511 insino al principio del 1527, che così chiama egli in una sua lettera questa sua istoria. Questa opera è molto bella e ripiena di molta gravità, e in essa sono concetti e discorsi molto rari, e le cagioni delle cose vi sono ritrovate assai prudentemente, sì che chiunque si metterà a leggerla, sarà a pieno accertato dell’intelletto e giudizio di quest’uomo e si dorrà gravemente della disgrazia che hanno avuta il nostro et i futuri secoli, poiché Francesco, occupato sempre in operare, non ebbe tempo di condurre a fine un’opera che arebbe molto illuminato chi, di tempo in tempo, avessi, per imparare e potersi esercitare, voluto leggerla.

Scrisse anche Francesco le cose fatte da Piero, suo padre, assai gentilmente e modestamente e più per dar lume de’ fatti di quel grand’uomo da bene a chi volessi pigliar la cura di distendere con ogni perfezione la sua vita, che perché gli paressi conveniente che un figlio scriva la vita del padre; perciò che egli se ne scusa e prega i lettori a non l’attribuire ad arroganza.

Delle molte azioni degne di esser considerate dei duoi fratelli sopranominati, ho potute raccorre, in queste tre feste, queste poche; e ve le mando scritte, più per mostrarvi che ho avuto desiderio di compiacervi, che perché mi paia averne raccolte tante di sì gran numero, che mi soddisfaccia e, conseguentemente, giudichi di aver con questo poco potuto soddisfare a voi. Scusatemi, dunque, con dare la colpa alla servitù che si tira drieto la nostra professione, et accettate il buon animo; e state certo che io farò opera di ritrovarne quand’una e quand’un’altra, e ve ne darò notizia.

Quanto segue è sopra una carta separata.

D. O. M.

PETRO VICTORIO PAULI LEONIS X PONT. MAX. CLASSIS PRAEFECTI FILIO INDOLIS OPTIMAE ADOLESCENTI MORUM PROBATISSIMORUM VITAEQUE INTEGERRIMAE QUEM CUM MAXIMA OMNIUM EXPECTATIONE INTER MORTALES DUCERET HEU ABSTULIT ATRA DIES ET FUNERE MERSIT ACERBO. VIXIT ANN. XVII. D. XVII. OBIIT ANNO SALUTIS M. D. XVII. XVI CAL. NOVEMBRIS.

Questa iscrizione mi è stata data da ser Giovanni Rofia, il quale dice averla trovata tra le cose di suo padre e che il sepolcro fu disfatto in Roma nel racconciare una chiesa, e non crede che il marmo vi si ritruovi.

IV

EPITAFFI (5)

EPITAPHIUM FRANCISCI VICTORII PETRI FIL.

qui Florentiae obiit anno 1539

Gradum viator siste, vel sacras preces

Parum remitte, donec hoc noscas virorum

Decus sepulchro claudier Victorium.

Simul pietatem candidam et fidem simul

Animique robur caeterasque conditas

Tumulo sub ipso fiere virtutes scias,

Simul lepores et ioci atque urbanitas

Haetrusca luget, Latia et silet chelys

Graiaeque fabulae tacet eloquentia.

Quid plura, lector? Hic Petri natus iacet.

Aliud

Franciscus tegitur parva hac Victorius urna

luce prius Phoebi, nunc lucis tempore functus.

NOTE:

(1) Si tratta del 1518: è un evidente errore di stampa – [Nota per l’edizione elettronica]

(2) Nel testo “luogotenete” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(3) Così nel testo

(4) Da questo punto ha inizio nel ms. la trascrizione autografa del Vettori.

(5) Alla c. 94 del cod. Patetta 386.

da: www.liberliber.it