Francia, il finto trionfo di Macron

di Michele Paris

Se la vittoria nelle elezioni legislative di domenica in Francia del neonato partito del presidente Macron, “La République En Marche !” (LREM), consentirà a quest’ultimo di ottenere una maggioranza a dir poco schiacciante nella prossima Assemblea Nazionale, decisamente meno chiari sono stati invece la misura del presunto trionfo e il mandato che gli viene riconosciuto per l’implementazione di un’agenda ultra-liberista.

Le ragioni e le circostanze che hanno fatto del LREM di gran lunga il primo partito a pochi mesi dalla sua creazione a tavolino sono svariate, ma nessuna di esse ha a che fare con la popolarità tra la maggioranza degli elettori francesi del programma economico e sociale del presidente, intenzionato a intensificare le politiche pro-business dei suoi predecessori con il sostengo di Berlino e Bruxelles.

Il partito di Macron, assieme agli alleati “centristi” del MoDem (“Mouvement Démocrate”), ha comunque incassato quasi il 32% dei consensi che, dopo il secondo turno previsto domenica prossima, potrebbe tradursi in un numero di seggi stimato tra i 415 e i 455 sui 577 totali della camera bassa del parlamento di Parigi.

Le dinamiche elettorali di domenica hanno ricalcato in buona parte quelle registrate nelle elezioni presidenziali di meno di due mesi fa. I due principali partiti del panorama politico francese sono stati nuovamente punti, anche se in misura differente, a favore di un movimento che si è proposto come fattore di cambiamento e innovazione, nonostante il pieno appoggio ricevuto dai poteri forti dentro e fuori la Francia, e ha beneficiato in maniera quasi univoca della propaganda della stampa ufficiale.

Titoli trionfalistici a parte, il successo di Macron nelle elezioni legislative è però gravemente compromesso da un’affluenza bassissima anche per gli standard un sistema studiato appositamente per scoraggiare gli elettori dal recarsi alle urne. Per la prima volta dall’inizio della Quinta Repubblica nel 1958, la percentuale dei votanti in un’elezione per l’Assemblea Nazionale (48,6%) è stata inferiore a quella degli astenuti, a conferma del clima di frustrazione e sfiducia nell’establishment politico che prevale tra la popolazione francese.

Il trionfo di Macron e del LREM è così il risultato del consenso ottenuto da poco più del 15% degli elettori registrati in Francia. Grazie ai livelli di astensione e alla legge elettorale in vigore, ciò potrebbe tradursi in una maggioranza pari a oltre i due terzi dell’assemblea o addirittura superiore ai tre quarti, secondo le stime più ottimistiche.

In definitiva, lo sgretolamento degli equilibri politici che hanno caratterizzato per decenni il sistema francese ha proiettato al potere una forza solo apparentemente nuova che si fonda su idee e progetti fortemente impopolari, dall’austerity al militarismo, dalla deregolamentazione del mercato del lavoro all’adozione permanente di misure da stato di polizia. Il tutto dietro l’illusione della modernizzazione della società francese e del rilancio di un’economia in stallo.

Questo processo era apparso già chiaro durante le presidenziali ed è da collegare in primo luogo al tracollo del Partito Socialista (PS), dopo i cinque disastrosi anni della presidenza Hollande, nonché alle incertezze e alle contraddizioni della sinistra “alternativa”. Dopo il 20% circa ottenuto da Jean-Luc Mélenchon nel primo turno delle presidenziali grazie a un’agenda marcatamente progressista, il suo movimento “France insoumise” (“Francia ribelle”) si è fermato infatti domenica all’11% e, assieme al Partito Comunista (PCF), dovrebbe raccogliere dopo il secondo turno tra gli 11 e i 21 seggi.

Il PS, da parte sua, è crollato da quasi il 30% del 2012, ottenuto sull’onda dell’elezione di Hollande, a poco più del 10% in questa tornata elettorale. Un fallimento, quello dell’ex partito di governo, sottolineato dalla sconfitta nei rispettivi collegi elettorali di molti suoi membri di spicco, dal segretario, Jean-Christophe Cambadélis, al candidato alla presidenza, Benoît Hamon, dall’ex ministro dell’Interno, Matthias Fekl, all’ex titolare del dicastero dell’Educazione e fedelissima di Hollande, Najat Vallaud-Belkacem.

La deriva reazionaria del PS, responsabile della distruzione virtuale del principale partito di centro-sinistra francese, non ha sollecitato in ogni caso nessun ripensamento o riflessione basata sul responso degli elettori tra i propri leader, dal momento che molti esponenti socialisti sono saltati sul carro del LREM o sono stati in un modo o nell’altro attratti nell’orbita del “fenomeno” Macron.

Nella destra francese, poi, i gollisti dell’LR (“Les Républicains”) hanno evitato il collasso toccato ai socialisti solo perché all’opposizione a livello nazionale negli ultimi cinque anni. Il risultato è stato comunque peggiore anche rispetto al 2012, quando il partito pagò l’impopolarità dell’allora presidente uscente Sarkozy, e ulteriormente ridotta sarà la nuova delegazione parlamentare.

Per quanto riguarda il Fronte Nazionale (FN), il voto di domenica ha confermato la sostanziale avversione per l’estrema destra tra gli elettori francesi. Il partito di Marine Le Pen si è fermato al 14% senza riuscire a capitalizzare il risultato della sua leader nel primo turno delle presidenziali né tantomeno a diventare la principale forza di opposizione all’Assemblea Nazionale. Sempre per via dell’antidemocratico sistema elettorale francese, il FN otterrà alla fine solo una manciata di seggi dopo il secondo turno di domenica prossima, probabilmente tra tre e dieci.

Se all’Eliseo e negli ambienti di potere che gravitano attorno al partito del presidente è aumentata la fiducia nella capacità della nuova maggioranza parlamentare di avere mano relativamente libera per procedere con l’agenda liberista di Macron, i prossimi mesi potrebbero riservare sgradite sorprese.

Malgrado la vittoria apparentemente schiacciante del LREM, questi ultimi anni sono stati segnati da un durissimo scontro sociale causato precisamente dai tentativi di Hollande e dei governi che ha presieduto di forzare misure anti-sociali che in una forma ancora più estrema sono entrate nel programma di Macron.

I sondaggi di opinione continuano a mostrare come una larga maggioranza di francesi sia contraria a nuove “riforme” del lavoro o all’ulteriore taglio della spesa sociale. Proprio su questa linea, invece, intendono procedere in fretta il presidente e il nuovo governo, così che è facile prevedere una nuova esplosione di proteste in tutto il paese e il rapido ridimensionamento della già relativa popolarità di Macron e del suo partito.

Un riaccendersi delle tensioni sociali in Francia è ciò che molti politici e commentatori temono possa avere luogo a breve e proprio a causa anche di un massiccio mandato popolare ottenuto solo apparentemente da Macron. Le voci preoccupate per il vuoto politico dietro ai nuovi equilibri politici francesi si sono infatti sollevate già nella giornata di lunedì, quasi a mettere in guardia dal discredito e dal malessere di una democrazia d’oltralpe dominata in maniera quasi senza precedenti da una forza con un consenso reale nel paese di proporzioni decisamente limitate.

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