Franco Sacchetti – Alberto da Siena è richiesto dallo inquisitore, ed elli, avendo paura, si raccomanda a messer Guccio Tolomei; e in fine dice che per Donna Bisodia non è mancato che non abbia aúto il malanno.

Al tempo di messer Guccio Tolomei fu in Siena uno piacevole uomo e semplice, e non malizioso come messer Dolcibene. Era costui balbo della lingua, e avea nome Alberto; il quale essendo uomo di pura condizione, e usando spesso in casa del detto messer Guccio, però che ‘l cavaliere ne pigliava gran diletto, avvenne che uno dí di quaresima, trovandosi messer Guccio con lo inquisitore, di cui era grande amico, compose con lui che l’altro dí facesse richiedere il detto Alberto, e quando fosse dinanzi da lui, gli opponessi qualche cosa di resía, e di questo ne seguirebbe alquanto di piacere e allo inquisitore e a lui.
Come il detto messer Guccio sí desse ordine, tornato che fu a casa, l’altro dí di buon’ora il detto Alberto fu richiesto che subito comparisse dinanzi allo inquisitore. Alberto tutto tremante, e se prima era balbo, a questo punto, avendo quasi perduta la lingua, appena poté dire: – Io verrò -; e andato a trovare messer Guccio, dicendo: – Io vi vorrei parlare -; e messer Guccio comprendendo quello che era, disse:
– Che novelle?
Dice Alberto:
– Cattive per me, ché lo inquisitore mi ha fatto richiedere, forse per paterino.
Dice messer Guccio:
– Averestú detto alcuna cosa contra la fede cattolica?
Dice Alberto:
– Io non so che s’è la fede calonica, ma io mi credo essere cristiano battezzato.
Dice messer Guccio:
– Alberto, fa’ come io ti dirò; vattene al vescovo; e di’: “Io fui richiesto, e appresentomi dinanzi a voi”; e sappi quello che ti vuol dire: dopo te poco stante verrò io; e lo inquisitore è molto mio amico, e cercherò dello spaccio tuo.
Disse Alberto:
– Ecco io vo, e affidomi in voi. E cosí si partí, e andonne al vescovo.
Il quale là giunto, come il vescovo il vide, con uno fiero viso disse:
– Qual se’ tu?
Alberto balbo e tremante di paura disse:
– Io sono Alberto, che fui richiesto che io venisse dinanzi da voi.
– Or ben so, – dice il vescovo, – se’ tu quell’Alberto che non credi né in Dio, né ne’ santi?
Dice Alberto:
– Signor mio, chi ve l’ha detto non dice il vero, ché io credo in ogni cosa.
Allora dice il vescovo:
– E se tu credi in ogni cosa, dunque credi tu nel diavolo; e questo è quello che a me non bisogna altro ad arderti per paterino.
Alberto mezzo uscito di sé, domandando misericordia; dice il vescovo:
– Sai tu il Paternostro ?
Dice Alberto:
– Messer sí.
– Dillo tosto, – disse lo inquisitore.
Alberto cominciò; e non accordando l’aggettivo col sustantivo, giunse balbettando a uno scuro passo, là dove dice: da nobis hodie ; e di quello non ne potea uscire. Di che lo inquisitore, udendolo, disse:
– Alberto, io l’ho inteso; ché chi è paterino, non puote dire le cose sante; va’, e fa’ che domattina tu torni a me, e io formerò il processo secondo che meriterai.
Dice Alberto:
– Io tornerò da voi; ma io vi prego per l’amore di Dio che io vi sia raccomandato.
Disse lo inquisitore:
– Va’, e fa’ che io ti dico.
Allora si partí, e tornando verso casa, trovò messer Guccio Tolomei che allo inquisitore per questa faccenda andava. Messer Guccio, veggendolo tornare, dice:
– Alberto, la cosa dee stare bene, quando tu torni.
Disse Alberto:
– Gnaffe! non istà, però che dice che io sono paterino, e che io torni a lui domattina, e ancora non mancò per quella puttana di donna Bisodia che è scritta nel Paternostro  che non mi facesse morire allotta allotta. Di che io vi prego per l’amore di Dio che andiate a lui e preghiate che io gli sia raccomandato.
Disse messer Guccio:
– Io vo là, e ingegnerommi fare ciò che io potrò al tuo scampo.
E cosí andò messer Guccio, e portando all’inquisitore la novella di donna Bisodia, ne feciono per due ore grandissime risa. E mandando lo inquisitore, innanzi che messer Guccio si partisse, per lo detto Alberto, ed elli con gran timore tornandovi, gli diede lo inquisitore ad intendere che se non fosse messer Guccio, l’averebbe arso; e ben lo meritava, però che di nuovo avea inteso ancora peggio, che d’una santa donna, cioè di donna Bisodia, sanza la quale non si puote cantare messa, avea detto essere una puttana; e ch’egli andasse e tenesse sí fatti modi che non avesse piú a mandare per lui. Alberto, chiamando misericordia, disse non dirlo mai piú, e tutto doloroso della paura che avea aúta, con messer Guccio a casa si tornò. Il quale messer Guccio, avendo condotto la cosa come avea voluto, gran tempo nella sua mente ne godeo, e senza Alberto e con Alberto.
Belle sono le inventive de’ gentiluomeni per avere diletto di nuove e di semplici persone; ma piú bello fu il caso che la fortuna trovò in Alberto, essendo impacciato da donna Bisodia; e forse forse, se Alberto fosse stato uno ricco uomo, lo inquisitore gli averebbe dato tanto ad intendere che si serebbe ricomperato de’ suoi denari, per non essere arso o cruciato.

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