Gabriele D’Annunzio – Il commiato

La visione del paesaggio nomentano gli si apriva dinanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili di lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme. La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano dinanzi alli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale si vedeva un viale fiancheggiato di alti bussi, un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.

Elena taceva, avvolta nell’ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera di un prelato, o un buttero a cavallo una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.

A mezzo chilometro dal ponte ella disse:

“Scendiamo.”

Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusione visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.

Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su ‘l terreno ineguale:

“Io parto stasera. Questa è l’ultima volta….”

Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la necessità della partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella seguitava. Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando tra i bottoni la carne del polso:

“Non più! Non più!”

Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla donna, in quella solitudine alta e grave, si sentì d’improvviso entrar nell’anima come l’orgoglio d’una vita più libera, una sovrabbondanza di forze.

“Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora….”

Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica tormentandole la pelle con un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori.

Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo ubriacavano come calici di vino. Il ponte era da presso, rossastro, nell’illuminazione del sole. Il fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua sinuosità. De’ giunchi s’incurvavano su la riva, e le acque urtavano leggermente alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse le lenze.

Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi giorni, del ballo al palazzo Farnese, della caccia nella campagna del Divino Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna lungo le vetrine delli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile, quando ella usciva dal palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le offerivano nei canestri le rose.

“Ti ricordi? Ti ricordi?…”

“Sì.”

“E quella sera dei fiori, quando io venni con tanti fiori…. Tu eri sola, a canto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?”

“Sì, sì.”

“Io entrai. Tu ti volgesti a pena, tu mi accogliesti duramente. Che avevi? Io non so. Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu incominciasti a parlare di cose inutili, senza volontà e senza piacere. Ma il profumo era grande: tutta la stanza già n’era piena. Io ti veggo ancora, quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro ci affondasti tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata, pareva esangue, e li occhi parevano alterati come da una specie di ebrietà….”

“Segui, segui!” disse Elena, con la voce fievole, china su ‘l parapetto, incantata dal fáscino delle acque correnti.

“Poi, su ‘l divano: ti ricordi? Io ti ricoprivo il petto, le braccia, la faccia, con i fiori, opprimendoti. Tu risorgevi continuamente, porgendo la bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Tra la tua pelle e le mie labbra sentivo le foglie fredde e molli. Se io ti baciavo il collo, tu rabbrividivi per tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi lontano. Oh, allora…. Avevi la testa affondata nel gran cuscino del mostro d’oro, il petto nascosto dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e nulla era più amoroso e più dolce che il piccolo tremito delle tue mani pallide su le mie tempie…. Ti ricordi?”

“Sì. Segui!”

Egli seguiva, crescendo nella tenerezza. Inebriato delle sue parole, egli giungeva a credere ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla luce, andavasi chinando all’amante. Ambedue sentivano a traverso le vesti il contatto indeciso dei corpi. Sotto di loro, le acque del fiume passavano lente e fredde alla vista; i grandi giunchi sottili, come capigliature, vi s’incurvavano entro ad ogni soffio e fluttuavano largamente.

Poi non parlarono più; ma guardandosi, sentivano nelli orecchi un remore continuo che si prolungava indefinitamente portando seco una parte dell’essere loro, come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall’intimo del loro cervello e si spandesse ad empire tutta la campagna circostante.

Elena, sollevandosi, disse:

“Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere acqua?”

Si diressero allora verso l’osteria romanesca, passato il ponte. Alcuni carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce. Il chiarore dell’occaso feriva il gruppo umano ed equino, con viva forza.

Come i due entrarono, nella gente dell’osteria non avvenne alcun moto di meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano in torno a un braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pelo rosso, sonnecchiava in un angolo, tenendo ancora fra i denti la pipa spenta. Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi nelli intervalli con uno sguardo pieno d’ardore bestiale. E l’ostessa, una femmina pingue, teneva fra le braccia un bambino, cullandolo pesantemente.

Mentre Elena beveva l’acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le mostrava il bambino, lamentandosi.

“Guardate, signora mia! Guardate, signora mia!”

Tutte le membra della povera creatura erano di una magrezza miserevole; le labbra violacee erano coperte di punti bianchicci; l’interno della bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fosse di già fuggita da quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora le muffe vegetavano.

“Sentite, signora mia, le mani come sono fredde. Non può più bere: non può più inghiottire; non può più dormire….”

La femmina singhiozzava. Li uomini febbricitanti guardavano con occhi pieni di una immensa prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri fecero un atto d’impazienza.

“Venite, venite!” disse Andrea ad Elena, prendendole il braccio, dopo aver lasciato su ‘l tavolo una moneta. E la trasse fuori.

Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell’Aniene ora andavasi accendendo ai fuochi dell’occaso. Una linea scintillante attraversava l’arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma pur lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d’olio o di bitume. La campagna accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una general tinta violetta. Verso l’Urbe il cielo cresceva in rossore.

“Povera creatura!” mormorò Elena con suono profondo di misericordia, stringendosi al braccio d’Andrea.

Il vento imperversava. Una torma di cornacchie passò nell’aria accesa, in alto, schiamazzando.

Allora, d’improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese l’anima di quei due, in conspetto della solitudine. Pareva che qualche cosa di tragico e di eroico entrasse nella loro passione. I culmini del sentimento fiammeggiarono sotto l’influenza del tramonto tumultuoso. Elena si arrestò.

“Non posso più,” ella disse, ansando.

La carrozza era ancora lontana, immobile, nel punto dove essi l’avevano lasciata.

“Ancora un poco, Elena! Ancora un poco! Vuoi ch’io ti porti?”

Andrea, preso da un impeto lirico infrenabile, si abbandonò alle parole.

— Perchè ella voleva partire? Perchè ella voleva ora spezzare l’incanto? I loro destini omai non erano legati per sempre? Egli aveva bisogno di lei per vivere, delli occhi, della voce, del pensiero di lei…. Egli era tutto penetrato da quell’amore; aveva tutto il sangue alterato come da un veleno, senza rimedio. Perchè ella voleva fuggire? Egli si sarebbe avviticchiato a lei, l’avrebbe prima soffocata sul suo petto. No, non poteva essere. Mai! Mai! —

Elena ascoltava, a testa bassa, affaticata contro il vento, senza rispondere. Dopo un poco, ella sollevò il braccio per far cenno al cocchiere di avanzarsi. I cavalli scalpitarono.

“Fermatevi a Porta Pia,” gridò la signora, salendo nella carrozza insieme all’amante.

E con un movimento subitaneo si offerse al desiderio di lui che le baciò la bocca, la fronte, i capelli, li occhi, la gola, avidamente, rapidamente, senza più respirare.

“Elena! Elena!”

Un vivo bagliore rossastro entrò nella carrozza, riflesso dalle case color di mattone. Si avvicinava nella strada il trotto sonante di molti cavalli.

Elena, piegandosi sulla spalla dell’amante con una immensa dolcezza di sommessione, disse:

“Addio, amore! Addio! Addio!”

Come ella si risollevò, a destra e a sinistra passarono a gran trotto dieci o dodici cavalieri scarlatti tornanti dalla caccia della volpe. Il duca Grazioli, passando rasente, si curvò in arcione per guardare nello sportello.

Andrea non parlò più. Egli sentiva ora tutto il suo essere mancare in un abbattimento infinito. La puerile debolezza della sua natura, sedata la prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli avrebbe voluto piegarsi, umiliarsi, pregare, muovere la pietà della donna con le lacrime. Aveva la sensazione confusa e ottusa d’una vertigine; e un freddo sottile gli assaliva la nuca, gli penetrava la radice dei capelli.

“Addio,” ripetè Elena.

Sotto l’arco di Porta Pia la carrozza si fermava, perchè il signore discendesse.