Gabriele D’Annunzio – La Contessa d’Amalfi

I.

Quando, verso le due del pomeriggio, Don Giovanni Ussorio stava per mettere il piede su la soglia della casa di Violetta Kutufà, Rosa Catana apparve in cima alle scale e disse a voce bassa, tenendo il capo chino:

“Don Giovà, la signora è partita.”

Don Giovanni, alla novella improvvisa, rimase stupefatto; e stette un momento, con li occhi spalancati, con la bocca aperta, a guardare in su, quasi aspettando altre parole esplicative. Poichè Rosa taceva, in cima alle scale, torcendo fra le mani un lembo del grembiule e un poco dondolandosi, egli chiese:

“Ma come? ma come?…”

E salì alcuni gradini, ripetendo con una lieve balbuzie:

“Ma come? ma come?”

“Don Giovà, che v’ho da dire? È partita.”

“Ma come?”

“Don Giova, io non saccio, mo.”

E Rosa fece qualche passo nel pianerottolo, verso l’uscio dell’appartamento vuoto. Ella era una femmina piuttosto magra, con i capelli rossastri, con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini. I suoi larghi occhi cinerognoli avevano però una vitalità singolare. La eccessiva distanza tra il naso e la bocca dava alla parte inferiore del viso un’apparenza scimmiesca.

Don Giovanni spinse l’uscio socchiuso ed entrò nella prima stanza, poi entrò nella seconda, poi nella terza; fece il giro di tutto l’appartamento, a passi concitati; si fermò nella piccola camera del bagno. Il silenzio quasi lo sbigottì; un’angoscia enorme gli prese l’animo.

“È vero! È vero!” balbettava, guardandosi a torno, smarrito.

Nella camera i mobili erano al loro posto consueto. Mancavano però su ‘l tavolo, a piè dello specchio rotondo, le fiale di cristallo, i pettini di tartaruga, le scatole, le spazzole, tutti quei minuti oggetti che servono alla cura della bellezza muliebre. Stava in un angolo una specie di gran bacino di zinco in forma di chitarra; e dentro il bacino l’acqua traluceva, tinta lievemente di roseo da una essenza. L’acqua esalava un profumo sottile che si mesceva nell’aria col profumo della cipria. L’esalazione aveva in sè qualche cosa di carnale.

“Rosa! Rosa!” chiamò Don Giovanni, con la voce soffocata, sentendosi invadere da un rammarico immenso.

La femmina comparve.

“Racconta com’è stato! Per dove è partita? E quando è partita? E perchè? E perchè?” chiedeva Don Giovanni, facendo con la bocca una smorfia puerile e grottesca, come per rattenere il pianto per respingere il singhiozzo. Egli aveva presi ambedue i polsi di Rosa; e così la sollecitava a parlare, a rivelare.

“Io non saccio, signore…. Stamattina ha messa la roba nelle valige; ha mandato a chiamare la carrozza di Leone; e se n’è andata senza dire niente. Che ci volete fare? Tornerà.”

“Torneràaa?” piagnucolò Don Giovanni, sollevando li occhi dove già le lacrime incominciavano a sgorgare. “Te l’ha detto? Parla!”

E quest’ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso e rabbioso.

“Eh…. veramente…. a me m’ha detto: — Addio, Rosa. Non ci vediamo più…. — Ma…. in somma…. chi lo sa!… Tutto può essere.”

Don Giovanni si accasciò sopra una sedia, a queste parole; e si mise a singhiozzare con tanto impeto di dolore che la femmina ne fu quasi intenerita.

“Don Giovà, mo che fate? Non ci stanno altre femmine a questo mondo? Don Giovà, mo vi pare?…”

Don Giovanni non intendeva. Seguitava a singhiozzare come un bambino, nascondendo la faccia nel grembiule di Rosa Catana; e tutto il suo corpo era scosso dai sussulti del pianto.

“No, no, no…. Voglio Violetta! Voglio Violetta!”

A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè tenersi di sorridere. E si diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole di consolazione:

“Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io…. Zitto! Zitto! Non piangete più, Don Giovannino. La gente che passa può sentire. Mo vi pare, mo?”

Don Giovanni a poco a poco, sotto la carezza amorevole, frenava le lacrime: si asciugava li occhi al grembiule.

“Oh! Oh! che cosa!” esclamò, dopo essere stato un momento con lo sguardo fisso al bacino di zinco, dove l’acqua scintillava ora sotto un raggio. “Oh! Oh! che cosa! Oh!”

E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno talora li chimpanzè prigionieri.

“Via, Don Giovannino, via!” diceva Rosa Catana, prendendolo pianamente per un braccio e tirandolo.

Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano innumerevoli in torno a una tazza dov’era un residuo di caffè. Il riflesso dell’acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro.

“Lascia tutto così!” raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una voce interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo il capo su la sua sorte. Egli aveva li occhi gonfi e rossi, a fior di testa, simili a quelli di certi cani di razza impura. Il suo corpo rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte in dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi capelli arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate, di tanto in tanto, soleva accomodare qualche ciocca scomposta: li anelli preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava lo sparato della camicia a mezzo il petto.

Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all’opera loro, lì accanto, mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l’inno di Garibaldi, continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza accorante.

“Servo suo. Don Giovanni!” disse Don Domenico Oliva passando e togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialità napoletana. E, mosso a curiosità dall’aspetto sconvolto del signore, dopo poco ripassò e risalutò con maggior larghezza di gesto e di sorriso. Egli era un uomo che aveva il busto lunghissimo e le gambe corte e l’atteggiamento della bocca involontariamente irrisorio. I cittadini di Pescara lo chiamavano Culinterra.

“Servo suo!”

Don Giovanni, in cui un’ira velenosa cominciava a fermentare poichè le risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo lo irritavano, al secondo saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse, credendo quel saluto un’irrisione.

Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.

“Ma…. Don Giovà!… sentite…. ma….”

Don Giovanni non voleva ascoltare. Camminava innanzi, a passi lesti, verso la sua casa. Le fruttivendole e i maniscalchi lungo la via guardavano, senza capire, l’inseguimento di quei due uomini affannati e gocciolanti di sudore sotto il solleone.

Giunto alla porta. Don Giovanni, che quasi stava per scoppiare, si voltò come un aspide, giallo e verde per la rabbia.

“Don Domè, o Don Domè, io ti do in capo!”

Ed entrò, dopo la minaccia; e chiuse la porta dietro di sè con violenza.

Don Domenico, sbigottito, rimase senza parole in bocca. Poi rifece la via, pensando quale potesse essere la causa del fatto. Matteo Verdura, uno dei mangiatori di fichi, chiamò:

“Venite! venite! Vi debbo dire ‘na cosa grande.”

“Che cosa?” chiese l’uomo di schiena lunga, avvicinandosi.

“Non sapete niente?”

“Che?”

“Ah! Ah! Non sapete niente ancora?”

“Ma che?”

Verdura si mise a ridere; e li altri ciabattini lo imitarono. Un momento tutti quelli uomini sussultarono d’uno stesso riso rauco e incomposto, in diverse attitudini.

“Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?”

Don Domenico, ch’era tirchio, esitò un poco. Ma la curiosità lo vinse.

“Be’, pago.”

Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare sul suo desco le frutta. Poi disse:

“Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta, sapete?… Quella del teatro, sapete?…”

“Be’?”

“Se n’è scappata stamattina. Tombola!”

“Da vero?”

“Da vero, Don Domè.”

“Ah, mo capisco!” esclamò Don Domenico, ch’era un uomo fino, sogghignando crudelissimamente.

E, come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e rifarsi dei tre soldi spesi per la notizia, andò subito verso il casino per divulgare la cosa, per ingrandire la cosa.

Il casino, una specie di bottega del caffè, stava immerso nell’ombra; e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere e di muffii. Il dottore Panzoni russava abbandonato sopra una sedia con le braccia penzoloni. Il barone Cappa, un vecchio appassionato per i cani zoppi e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente su una gazzetta. Don Ferdinando Giordano moveva le bandierine su una carta rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana. Don Settimio De Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca, non senza molti scoppi di voce e non senza una certa eloquenza fiorita di citazioni poetiche. Il notaro Gajulli, non sapendo con chi giocare, maneggiava le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila sul tavolino. Don Paolo Seccia girava in torno al quadrilatero del biliardo, con passi misurati per favorire la digestione.

Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che tutti si voltarono verso di lui, tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia del sonno.

“Sapete? sapete?”

Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che da prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini in torno a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un qualche strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere pomeridiane.

Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio, disse impazientito:

“Ma che v’hanno legata la lingua, Don Domè?”

Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio; aggiunse particolarità fantastiche; s’inebriò delle parole, “Capite? capite? E poi questo; e poi quest’altro….”

Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre, volgendo i grossi globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pe ‘l naso tutto vegetante di nei mostruosi. Disse o russò, nasalmente:

“Che c’è’? Che c’è’?”

E con fatica puntellandosi al bastone, si levò piano piano e venne nel crocchio per udire.

Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una storiella grassa a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille delli ascoltatori intenti passava un luccicore, a tratti. Li occhiolini verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore. Alla fine, le risa sonarono.

Ma il dottor Panzoni, così ritto, s’era riaddormentato; poichè a lui sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase a russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto: mentre li altri si disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella, di famiglia in famiglia.

E la novella, divulgata, mise a remore Pescara. Verso sera, co ‘l fresco della marina e con la luna crescente, tutti i cittadini uscirono per le vie e per le piazzette. Il chiaccherío fu infinito. Il nome di Violetta Kutufà correva su tutte le bocche. Don Giovanni Ussorio non fu veduto.
II.

Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo di carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d’essere una greca dell’Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al conspetto del re delli Elleni e di aver fatto impazzire d’amore un ammiraglio d’Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse e le anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile rendevano singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua pinguedine. I lineamenti del volto erano un po’ volgari: li occhi castanei, pieni di pigrizia; le labbra grandi, piatte e come schiacciate. Il naso non rivelava l’origine greca: era corto, un poco erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano su ‘l capo. Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d’improvviso.

Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell’aspettazione. I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti, nel loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la persona su cui tutta l’attenzione converse fu Violetta Kutufà.

Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa da alamari d’oro; e su ‘l capo una specie di tôcco tutto di pelliccia, chino un po’ da una parte. Andava sola, camminando speditamente; entrava nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si lagnava della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato: cantarellava, con noncuranza.

Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano annunziavano la rappresentazione della Contessa d’Amalfi. Il nome di Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Li animi dei Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.

Il teatro era in una sala dell’antico ospedal militare, all’estremità del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga, come un corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta, s’inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le tribune, costruite d’assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori, ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Commedia e la Musica allacciate come le tre Grazie e trasvolanti su ‘l ponte a battelli sotto cui passava la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto.

Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando fece il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia fragorosa sollevava li animi al passaggio. Le signore fremevano d’impazienza, nei loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si empì.

Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine gloriosissima. Teodolinda Pumèrici, la filodrammatica sentimentale e linfatica, sedeva a canto a Fermina Memma, la mascula. Le Fusilli, venute da Castellammare, grandi fanciulle dalli occhi nerissimi, vestite di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in treccia giù per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia D’Annunzio volgeva a torno i belli occhi castanei con un’aria di tedio infinito. Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele Profeta che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele Carabba ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre Del Gado, vestite tutt’e due di seta cangiante, con mantellette di moda antichissima e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d’acciaio, tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite d’esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca, bionda bionda, sottile sottile.

Nelle prime sedie della platea sedevano li ottimati. Don Giovanni Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita e alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio Brattella, membro dell’Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro ch’era grosso come un’albicocca acerba, raccontava a voce alta, il dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Li altri sulle sedie si agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un remore che si confondeva con il la delli stromenti preludianti.

— Pss! psss! pssss! —

Nel teatro il silenzio divenne profondo. All’alzarsi della tela, la scena era vuota. Il suono d’un violoncello veniva di tra le quinte. Uscì Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente alla finestra.

Oh! come lente l’ore
Sono al desio!…

Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente un duetto di amore. Tilde, in verità, era un primo soprano non molto giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra che le ricopriva insufficientemente il cranio; e, con la faccia bianca di cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse nascosta dentro una parrucca di canapa.

Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto singolarmente incavato, le gambe un po’ curve, rassomigliava un cucchiaio a doppio manico, su ‘l quale fosse appiccicata una di quelle teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle mostre dei beccai.

Tilde! il tuo labbro è muto,
Abbassi al suol gli sguardi.
Un tuo gentil saluto,
Dimmi, perchè mi tardi?
È la tua man tremante….
Fanciulla mia, perchè?

E Tilde, con un impeto di sentimento:

In sì solenne istante
Tu lo domandi a me?

Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella deliziavano le orecchie delli uditori. Tutte le signore stavano chinate su ‘l parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, battuti dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.

Un cangiar di paradiso
Il morir ci sembrerà!

Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch’era un uomo corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli cantava fiorentinamente, aspirando i c iniziali, anzi addirittura sopprimendoli talvolta.

Non sai tu che piombo è a ippiede
La atena oniugale?

Ma quando nel suo canto nominò alfine d’Amalfi la contessa, corse nel pubblico un fremito. La contessa era desiderata, invocata.

Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:

“Quando viene?”

Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall’alto la risposta:

“Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell’atto secondo! Nell’atto secondo!”

Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così incominciava. Un mormorio correva per la platea, per le tribune, crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei macchinisti. Quel lavorio invisibile aumentava l’aspettazione.

Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase li animi. L’apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s’inchinavano. La contessa d’Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a passi concitati.

Fu una sera d’ebrezza, e l’alma mia
N’è piena ancor….

La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa, acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il miagolio tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due fazioni: le donne stavano per Tilde; li uomini, per Leonora.

A’ vezzi miei resistere
Non è si facil giuoco….

Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del vico di Sant’Agostino e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali. Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse e bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano ridere.

Alla fine dell’a solo li applausi scoppiarono con un fragore immenso. Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al duca Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono applausi. Nella sala s’era addensato il calore; per le tribune i ventagli s’agitavano confusamente, e nello sventolio le facce femminili apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna, in un’attitudine d’amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce lunare d’un bengala, mentre Egidio cantava la romanza soave, Don Antonio Brattella disse forte:

“È grande!”

Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo; si mise a battere le mani, solo. Li altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don Giovanni rimase confuso.

Tutto d’amore, tutto ha favella:
La luna, il zeffiro, le stelle, il mar….

Le teste delli uditori, al ritmo della melodia petrelliana, ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e li occhi si deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po’ giallognola. Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione, la contessa d’Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la romanza, la romanza che ancora vibrava nelle anime, il diletto delli uditori fu tanto che molti sollevavano il capo e l’abbandonavano un poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi tra i fiori.

La barca è presta….. deh vieni, o bella!
Amor c’invita…. vivere è amar.

In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio che, fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico, acclamava senza fine:

“Brava! Brava! Brava!”

Disse Don Paolo Seccia, forte:

“’O vi’, ‘o vi’, s’è ‘mpazzito Ussorio!”

Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pumèrici rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce serpentine.

Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne proteggevano, non le rampogne di Sertorio a Carnioli, non le canzonette dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla voluttà antecedente. — Leonora! Leonora! —

E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un padiglione. E toccò il culmine del trionfo.

Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d’argento e di fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo di piede allo strascico e scoprendo nell’atto la caviglia. Poi, inframezzando le parole di mille vezzi e di mille lezi, cantò fra giocosa e beffarda:

Io son la farfalla che scherza tra i fiori….

Quasi un delirio prese il pubblico, a quell’aria già nota. La contessa d’Amalfi, sentendo salire fino a sè l’ammirazione ardente delli uomini e la cupidigia, s’inebriò; moltiplicò le seduzioni del gesto e del passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa, segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.

Son l’ape che solo di mèle si pasce;
M’inebrio all’azzurro d’un limpido ciel….

Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che li occhi parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un po’ di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell’Areopago di Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:

“Colossale!”
III.

E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.

Per oltre un mese le rappresentazioni dell’opera del cavaliere Petrella si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito. Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza. Un singolar fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva presa da una specie di manía musicale; tutta la vita pescarese pareva chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov’è la farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti li stromenti, con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e l’imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come, Dio mi perdoni, alli accordi dell’organo l’imagine del Paradiso. Le facoltà musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono nativamente vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I monelli fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano. Donna Lisetta Memma sonava l’aria su ‘l gravicembalo, dall’alba al tramonto; Don Antonio Brattella la sonava su ‘l flauto; Don Domenico Quaquino su ‘l clarinetto; Don Giacomo Palusci, il prete, su una sua vecchia spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta su ‘l violoncello; Don Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola D’Annunzio su ‘l violino. Dai bastioni di Sant’Agostino all’Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i vari suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime ore del pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi incurabili. Perfino li arrotini, affilando i coltelli alla ruota, cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo.

Com’era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino pubblico.

Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere entravano a stuoli. I pulcinella predominavano. Sopra un palco, fasciato di veli verdi e constellato di stelle di carta d’argento, l’orchestra incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.

Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara più grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva la calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le spalle, gallonato d’oro. L’abito metteva più in vista la prominenza del ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al berretto ed erano più neri del consueto.

Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa:

“Mamma mia!”

E fece un gesto di orrore così grottesco, dinanzi al travestimento di Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina, tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel fiore di carne, rideva d’un riso luminosissimo, dondolandosi fra due arlecchini cenciosi.

Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta Kutufà; voleva prendersi Violetta Kutufà. I sarcasmi delle altre maschere lo inseguivano e lo ferivano. D’un tratto egli s’incontrò in un secondo gentiluomo di Spagna, in un secondo conte di Lara. Riconobbe Don Antonio Brattella, ed ebbe una fitta al cuore. Già tra quei due uomini la rivalità era scoppiata.

“Quanto ‘sta nespola?” squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente, alludendo all’escrescenza carnosa che il membro dell’Areopago di Marsiglia aveva nell’orecchio sinistro.

Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l’uno poco discosto dall’altro, pur girando tra la folla.

Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta Kutufà entrava.

Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo. Li occhi allungati e resi un po’ obliqui dalla maschera, parevano ridere.

Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte. Dall’altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido sguardo per li anelli che brillavano alle dita di quest’ultimo. Indi prese il braccio dell’Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo vivace ondeggiare de’ lombi. L’Areopagita, parlandole e dicendole le sue solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè li ardori e li sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un certo punto, l’Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò:

“Poss’io dunque sperarrrr?”

Violetta Kutufà rispose, come Leonora:

“Chi ve lo vieta?… Addio.”

E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere affascinato e si attaccò all’altro che già da qualche tempo seguiva con occhi pieni d’invidia e di dispetto li avvolgimenti della coppia tra la folla danzante.

Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso su ‘l seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell’orecchio:

“Don Giovà, riprendete fiato!”

Era la voce dell’Areopagita. Il quale a sua volta trasse la bella nella danza.

Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato su ‘l fianco, battendo il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggero e molle come una piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili che in torno a lui le risa e i motti dei pulcinella cominciarono a grandinare.

“Un soldo si paga, signori!”

“Ecco l’orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate, signori!”

“Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?”

“’O vi’! ‘O vi’! L’urangutango!”

Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.

In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di gente variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una fiamma rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quell’agitazione multicolore si rifletteva nelli specchi. La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l’irraggiamento della loro fresca bellezza plebea. Donna Teodolinda Pumèrici, alta e sottile, vestita di raso azzurro, come una madonna, si lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in anella le fluttuavano su li omeri. Costanzella Caffè, la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da un’estremità all’altra in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia senza pari, aveva il busto di seta sostenuto da un solo nastro che contornava l’appiccatura del braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una macchia scura sotto le ascelle. Amalia Gagliano, la bella dalli occhi cisposi, vestita da maga, pareva una cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una specie di ebrietà teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate dall’aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico.

La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei rinfreschi.

Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L’Areopagita, per mostrare d’essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava verso di lei e le susurrava qualche cosa all’orecchio e poi si metteva a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.

“Venite, contessa?” disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.

Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don Antonio dietro.

“Io vi amo!” avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un accento di passione appreso dal primo amoroso giovine d’una compagnia drammatica di Chieti.

Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma d’una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi su li abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori.

Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:

“Signò, comandate?”

Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi; cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.

“’Na cenetta,” rispose. “Ma!…”

E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere eccellente e rara.

Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal volto ed aprì un poco su ‘l seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per l’apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l’illusione della carne viva.

“Salute!” esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.

E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s’ingrandì. Dopo molto rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano in torno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per antonomasia, il principale.

Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l’oro; e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po’ in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un po’ clamorosa e puerile.

D’in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o quattro arlecchini camminavano su ‘l pavimento, con le mani e con i piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica, gittando brevi gridi; e un gruppo di giovini stava a guardare con li occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le quadriglie con gran bravura:

“Balancez! Tour de mains! Rond à gauche!”

A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo D’Amelio, Don Camillo D’Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d’in torno stavano a guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.

Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano, ancora masticando, al principale, sotto la pioggia nivea. Ma Don Antonio Brattella s’impermalì e fece per andarsene. Tutti li altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento.

Violetta disse:

“Restate.”

Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari.

Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di sacre tede e di felice imene. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette per li onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora, nell’ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque.

Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi in torno alla tavola, come ad uno spettacolo.

“Andiamo,” disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera e il cappuccio.

Don Giovanni, al culmine dell’entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l’ultimo bicchiere e si levarono confusamente, dietro la coppia.
IV.

Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva Pescara. La compagnia dei cantori partì, senza la contessa d’Amalfi, per Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia popolare sorgeva una favola.

La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant’Agostino, in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.

Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti mitologici. Due canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana oscuro stendevasi lungo la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Su ‘l caminetto s’alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de’ Medici, tra due candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d’allume, alcune conchiglie, una noce di cocco.

Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni esitazione. Anche li uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche li uomini di famiglia; e ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra loro e si spingevano i gomiti l’un l’altro, per incoraggiamento. Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa d’Amalfi e le voci e li applausi delli altri visitatori li inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.

Ma i ricevimenti di Violetta avevano un’aria di grande convenienza, erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi venuti ed offriva loro sciroppi nell’acqua e rosolii. I nuovi venuti rimanevano un po’ attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che dire. La conversazione si versava su ‘l tempo, su le notizie politiche, su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella amava talvolta discutere dell’immortalità dell’anima e d’altre cose edificanti. La dottrina dell’Areopagita era grandissima. Egli parlava lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola difficile e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che una sera, prendendo una bacchetta e piegandola, disse: “Com’è flebile!” per dire flessibile; un’altra sera, indicando il palato e scusandosi di non poter sonare il flauto, disse: “Mi s’è infiammata tutta la platea!” e un’altra sera, indicando l’orificio di un vaso, disse che, perchè i fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia dolce tutta l’oreficeria.

Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo raccontare fatti troppo singolari, saltava su:

“Ma, Don Antò, voi che dite?”

Don Antonio assicurava, con una mano su ‘l cuore:

“Testimone oculista! Testimone oculista!”

Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a sedere: aveva un reuma lungo il reno. Un’altra sera venne, con la guancia destra un po’ illividita: era caduto di soppiatto, cioè aveva sdrucciolato battendo la guancia su ‘l terreno.

“Come mai, Don Antò?” chiese qualcuno.

“Eh guardate! Ho perfino un impegno rotto,” egli rispose, indicando il tomaio che nel dialetto nativo si chiama ‘mbígna, come nel proverbio Senza ‘mbígna nen ze mandé la scarpe.

Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio, presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a Violetta e le mormorava qualche cosa nell’orecchio, con familiarità, per ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.

La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di amori principeschi, di favori regali, di avventure romantiche; evocava tutti i suoi tumultuari ricordi di letture fatte in altro tempo: confidava largamente nella credulità delli ascoltatori. Don Giovanni in quei momenti le teneva addosso li occhi pieni d’inquietudine, quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa apparenza di gelosia.

Violetta finalmente s’interrompeva, sorridendo d’un sorriso fatuo.

Di nuovo, la conversazione languiva.

Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano, con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.

Poi sorgeva l’Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva li uditori, a quel suono, uno sfinimento dell’anima e del corpo. Tutti stavano col capo basso, quasi chino su ‘l petto, in attitudini di sofferenza.

In ultimo, uscivano in fila, l’uno dietro l’altro. Come avevano presa la mano di Violetta, un po’ di profumo, d’un forte profumo muschiato, restava loro nelle dita; e n’erano turbati alquanto. Allora, nella via si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano, cercavano d’immaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la voce o tacevano, se qualcuno s’appressava. Pianamente se ne andavano sotto il palazzo di Brina, dall’altra parte della piazza. E si mettevano a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano delle ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava due tre stanze; e si fermava nell’ultima, illuminando l’ultima finestra. Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano, dandosi delle piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio Brattella, forse per effetto della luce d’un lampione comunale, pareva di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero pericolo. Già Don Giovanni era più parco d’inviti. “Bisognava aprire li occhi a quel poveretto. Un’avventuriera!… Puah! Ella sarebbe stata capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo….”

Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:

“È vero! È vero! Bisogna pensarci.”

Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.

Così quei mormoratori s’intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, li alberi del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture, dinanzi a loro; e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di donne.
V.

Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputa da Rosa Catana la partenza di Violetta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo pappagallo modulare l’aria della farfalla e dell’ape, fu preso da un nuovo più profondo sgomento.

Nell’andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso il cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di eliotropi. Un servo dormiva sopra una stuoia, co ‘l cappello di paglia su la faccia.

Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo li occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando:

“Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!”

Giunto alla sua stanza, si gettò su ‘l letto, con la bocca contro i guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era grande. Li alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano a pena, nella quiete dell’ora. Nulla di straordinario avevano le cose in torno. Egli quasi n’ebbe meraviglia.

Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello.

Egli rimase a sedere su ‘l letto, quasi immobile, con li occhi rossi, con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore, con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all’improvviso, invecchiato di dieci anni in un’ora; grottesco e miserevole.

Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputa la novella; ed entrò. Era un uomo d’età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia, d’onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a due aculei. Disse:

“Be’, Giovà, che è questo?”

Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con unzione, senza parlare di Violetta Kutufà.

Sopraggiunse Don Cirillo D’Amelio con Don Nereo Pica. Tutt’e due, entrando, avevano quasi un’aria trionfante.

“Hai visto? Hai visto, Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!”

Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata dalla consuetudine del cantare su l’organo, poichè appartenevano alla Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare contro Violetta, senza misericordia. “Ella faceva questo, questo e quest’altro.”

Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano. Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme. Essi, così collegati, diventavano feroci. “Violetta Kutufà s’era data a Tizio, a Caio, a Sempronio…. Sicuro! Sicuro!” Esponevano particolarità precise, luoghi precisi.

Ora Don Giovanni ascoltava, con li occhi accesi, avido di sapere, invaso da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo, alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile ancora e più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo atteggiata ad una posa molle. Egli non la vide più che così. Quell’imagine permanente gli dava le vertigini. “Oh Dio! Oh Dio! Oh! Oh!” Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e contennero il sorriso. In verità, il dolore di quell’uomo pingue, calvo e deforme aveva un’espressione così ridicola che non pareva reale.

“Andatevene ora! Andatevene!” balbettò tra le lacrime Don Giovanni.

Don Grisostomo Troilo diede l’esempio. Li altri seguirono. E per le scale cicalavano.

Come venne la sera, l’abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce femminile chiese, all’uscio:

“È permesso, Don Giovanni?”

Egli riconobbe Rosa Catana e provò d’un tratto una gioia istintiva. Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.

Egli disse:

“Vieni! Vieni!”

La fece sedere a canto a sè, la fece parlare, l’interrogò in mille modi. Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le prese le mani.

“Tu la pettinavi; è vero?”

Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo li occhi, co ‘l cervello un po’ svanito, pensando all’abbondante capellatura disciolta che quelle mani avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva a qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani mollemente, dicendo delle parole ambigue, ridendo. Ma Don Giovanni mormorò:

“No, no!…. Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è vero?”

Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano, che lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in serietà, calcolò tutti i vantaggi ch’ella avrebbe potuto trarre dalla melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare; si lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l’esperienza acquistata guardando pel buco della chiave ed origliando tante volte all’uscio della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce.

Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un chiarore roseo; e li alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai pantani dell’Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il romorío delle strade cittadine era indistinto.

Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito, come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua faccia a quella di lei.

“Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!…. Se te ne vai, Ninì tuo muore. Povero Nini!… Baubaubaubauuu!”

E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice. E Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva contro la spalla; gli baciava li occhi gonfi e lacrimanti; gli palpava il cranio calvo; gli ravviava i capelli untuosi.

Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l’eredità di Don Giovanni Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía.