Gaetano Carlo Chelli – Rimembranze d’estate

Agosto volge al suo termine. S’addensa sulle montagne del Nord una nube bruna, pesante, minacciosa, nel cui seno è un cupo brontolio di voci arcane. Ferve là dentro una battaglia elettrica, che guizza in lampeggiamenti capricciosi, dapprima insensibili e poi sempre più fiammeggianti e visibili.

Gli elementi del fulmine stanno aggruppandosi, condensandosi. Una strana calma apparisce alle superfici; più che calma, una oppressione indefinibile. Ma non è chi non indovini che sta nascosta un’agitazione magnetica sotto il ristagno apparente delle forze e delle facoltà naturali. Anzi, quest’agitazione la si sente, la si prova, schioppetta incessante nelle intime fibre degli animali e delle case.

Un buffo di vento traversa l’aere, leggiero come ala di genio della notte. La nube si distende, cortina infinita, sul nostro capo, e serrasi da ogni lato dell’orizzonte. Il sole si adombra, acquista quasi una melanconica luce d’addio, poi sparisce e seguono ombreggiamenti singolari.

Il vento, allora, infuria; la tempesta si approssima. Rumoreggia il tuono imponente e scoppia, rotolando formidabile negli spazi del cielo. Cade una goccia- due, tre. Un torrente si precipita sulla terra rabbioso, fischiante, mostro sinistro che atterra e soffoca ed uccide, travolgendo tutto ciò che gli s’oppone. Scroscia la folgore con luce sanguigna, e passa, e passando spezza, demolisce ed abrucia-

Assordati da tutti questi umori, or simili a ruggir di leone, ora quasi gemiti di agonizzanti, talvolta uguali al rovinare di un edificio, o allo spumoso rimbalzare d’immensa cascata; abbagliati dagli innumerevoli avvicendamenti, rapidi come il pensiero, di tenebrie profonde e di luci vivissime, noi ci sentiamo presi da sgomento e paura. La testa confusa, ogni facoltà dell’anima in agitazione, incapaci di attendere colla fredda calma del raziocinio il fine di uno spettacolo così tremendamente bello, se noi siamo credenti ci rivolgiamo al Signore con fede ineffabile perché ci allontani da disgrazie. Ché se l’alito del materialismo ci toccò, il nostro sgomento non è minore. Gli è che non ignoriamo quali potrebbero essere le conseguenze di tanta rabbia di elementi. Alla fin fine, essi sono scatenati a’ danni di questo miserabile e debole organamento di forze fisiche, appellato l’Uomo, che si crede sovente il più nobile ed il più potente prodotto del moto universale.

Ma tanta agitazione non dura di molto. La segue da vicino una monotona violenza di pioggia. Indi spirano i primi venticelli di tramontana, e l’acqua che cade si fa, quasi diremmo, gentile.

Quando il cielo torna a mostrarci il suo bel turchino, brilla come il terso cristallo e sorride. Egli è tutto rinnovellato; e noi stessi ci sentiamo tutti rinnovellati all’aura leggiera, pregna di ossigeno che respiriamo. L’estate è morta; nasce l’autunno. La tempesta e la folgore furon l’esequie alla prima; il gaudio sereno dell’universo inneggia congratulazioni alla culla del secondo. Sembra la natura cerchi farci obliare che il caro bambinello è fatalmente destinato ad una vita di uggia e di tisi, per consumarsi nello squallore.

Una parola d’ordine, quasi un miracolo di strategia della moda, concentra in tutta fretta, e per pochi dì, i battaglioni volanti della eleganza, che stavano disseminati per le spiagge marine. Vita, brio, intrighi, amore, galanteria tornano nella città. Queste sentonsi illeggiadrite al ricevere gli ospiti antichi.

Due mesi orsono, quando tanti tesori di leggiadria, tante incarnazioni di sogni da poeta disertarono, conveniamone, adombrava il bel quadro una tinta di stanchezza, e quasi di malattia. Non si respira impunemente l’atmosfera dei salons. Essa indebolisce e snerva il corpo, consuma un po’ la energia della mente, attutisce i palpiti del cuore; in una parola: addensa attorno al nostro essere materiale e morale un miasma d’accidia nei pensieri, negli affetti e nelle azioni. Questo miasma aveva esercitata la sua triste influenza sugli eserciti che cantavano impazienti l’inno della partenza, e s’apprestavano valorosi a combattere battaglie- incruenti.

Ora è tutt’altro. Il sole della riva riscaldò il sangue, colorì l’epidermide. Le onde salubri irrobustirono il corpo, ed ogni elemento che questo costituisce si sentì ricolmare di una vigoria traboccante di vita. Così anche le nostre facoltà morali, i nostri affetti, le nostre passioni si fecero più vive ed impetuose. La nostra infiammabilità era logorata nell’attrito che produce la scintilla. Al ritorno, questa macchina pirotecnica dell’intelletto e del cuore si è nutrita di strumenti lavorati a perfezione, ne v’è dubbio che per un pezzo la si riguasti.

Tutto ciò grazie all’Estate. I figli della Moda, le farfalle del bon ton esclamano riconoscenti:

– Addio, cara stagione, arrivederci! Noi non dimenticheremo giammai tanti doni che ci largisti.

In questa inquietudine dei preparativi della vendemmia, che ci chiamerà fra poco alle ville, è una cara occupazione dello spirito rimembrare alcun che di ciò che per te avvenne dove noi fummo.

Per noi che volemmo osservare soltanto, senza partecipare a così fatto agitarsi, a tante e sì diverse emozioni, la è diversa. Fermare sulla carta il prisma di queste rimembranze, non è facile cosa. Nella nostra mente che cerca, scivolano le impressioni, nascondendosi nel rimestio incessante di altre impressioni. Assistemmo ad un rapido ondeggiamento di chiaroscuri dell’umana commedia. Ce n’era per ogni maniera di osservazione. Il brutto ed il bello; l’eroico, il poetico ed il ridicolo d’infiniti caratteri, brillò spesso chiarissimo sullo smalto della moda e della etichetta. In verità, fu brutta scelta la nostra! Lo spettacolo non era ancora finito, che demmo in uno sguaiato scoppio di risa, ed attraverso il gracidar martellante di que’ suoni esclamammo:

– Tale è la vita!

Che non indovini l’amaro della parola e del riso quella bruna divina che s’ebbe tante avventure! Noi non potremmo salvarci dalle ferite profonde de’ suoi epigrammi. Enumerandoci i suoi trionfi, schierandoci innanzi le legioni delle sue vittime, ella avrà ragione di dirci che se non vedemmo tutto roseo nel gran mondo de’ bagni, siamo provinciali grezzi e sciocchi. Tutto sta a prendere la vita pel suo verso, eppoi essa è un godimento senza limiti, una ebrezza affascinante, una continua sorgente di esilaranti episodii.

* * *

Come la bella bruna seppe godere, trionfare e ridere! Rammentando solo il passato di pochi giorni sono, la smorfietta che increspa le di lei labbra leggiadre, alla presenza del marito, la si fa tanto più marcata e caratteristica. All’amabile donna sembra ancora vedere il povero commendatore così confuso, così scemo com’era in quel mattino memorabile, e le pare che anch’oggi ei debbasi abbandonar nuovamente alla stessa ingenua, fanciullesca allegria, che moltiplicò a mille doppi quella della galante signora.

Era un bel mattino davvero. Si riversavano sulla terra e nel cielo, torrenti biancheggianti di luce. Tutto l’universo era in festa. Così limpida e tranquilla l’onda del mare non fu mai. I bastimenti che la navigavano, spiegando al vento le vele, candide come ala di cigno, pareano portati in una corsa voluttuosamente molla e placida.

Le ninfe marine ed i tritoni della eleganza prendevano il bagno mattutino. Le acque s’abbellivano ancor più, lasciando indovinare, nella loro trasparenza, tesori di bellezza. È vero che talvolta – le imprudenti!- scoprivano eterocliti contorni di corpi e di gambe formati sullo stile gotico- Ma questo dava al quadro maggiore risalto e varietà, e forse ne accrescea la vaghezza.

La civetteria del coraggio e quella della timidezza avevano stabilito il loro campo d’azione sulle acque. Povere acque, innocenti ed inoffensive, allora, come bamboletto che dorme. Ambe queste varietà di civetteria riportavano segnalate vittorie.

La coraggiosa signora che a nuoto spingevasi come freccia verso il largo, sfidando ridente il cavaliere che la seguia trepidante così davvicino, iniziava un’avventura, faceva uno schiavo. L’ombre della prossima sera intesero giuramenti e baci e sospiri, solo dovuti a quella lizza sull’acqua.

Per contrasto, la timida e soave donnina che bramava imparare il nuoto, ma che lasciavasi vincere da così esagerati timori quand’era sull’acqua, faceva perder la bussola al paziente e vago compagno che la incoraggiava, le insegnava, la sorreggeva con premura affettuosa, con cura assidua e minuta, con tutta la delicatezza e la voluttà di un amante.

Non resisterà diceva la tremante creatura nell’intimo suo. E come resistere a quel molle, confidente abbandono; all’affannoso palpito di quel seno provocante come quello di Venere e casto come il seno di angelo; allo scoloramento di quel viso celeste, ai fremiti della bella persona?- Per resistere bisognava esser di sasso- E il compagno della bella paurosa non era di sasso.

La contessa di X era immersa in un colloquio molto caldo e molto secreto col viscontino di Y. Poco lungi da lei il marito bamboleggiava e si faceva spruzzare, fino a perderne il respiro, dalla celebre Elisa. Le male lingue dicevano che il conte fosse una delle sorgenti alle quali la Camelia emerita attingeva, per alimentare il baratro delle sue matte e rovinose spese.

Ma torniamo alla nostra bruna.

Era presso la riva. La s’avviava al bagno. Accompagnavanla due cavalieri.

Il commendatore marito, col suo ventre enorme, col suo volto bitorzoluto e scarlatto, colla sua aria d’ingenua bonarietà, veniva dietro, recando oggetti appartenenti alla moglie.

Fra i due cavalieri correa una nube. Questa nascondeva una tempesta cui un nulla avrebbe fatto scoppiare. Essi erano gelosi l’uno dell’altro. Nell’intimo della signora era una inquietudine, un imbarazzo che invano tentava nascondere. Ella aveva paura di uno scandolo e l’avrebbe forse evitato se l’imprudenza o, per meglio dire, la cecità del marito non avesse riuniti i due cavalieri là, sulla spiaggia.

Quello che doveva avvenire avvenne. Un epigramma scoccò. Lo incrociò senza indugio un altro epigramma. La dama divenne bianca come lino lavato; un cavaliere rosso come cresta di gallo, l’altro verde come una prateria. Mirabile fenomeno chimico!-

Seguirono parole punto equivoche. Il marito, sopravvenuto, Credé, temé, sospettò indovinare qualche cosa, e il suo viso prese tale espressione di stupore, di collera e di interrogazione, che i cavalieri restarono interdetti e riconobbero la necessità di usare prudenza.

La bruna riprese tosto gli spiriti che l’avevano abbandonata. Essa rimproverò acerbamente i cavalieri dell’essersi lasciati trasportare per sì meschina questione, qual era quella di saper meglio o peggio nuotare ed aiutar lei nel nuoto. A questa franca e semplice spiegazione, il marito si rasserenò, propose che i cavalieri e la sposa andassero insieme al bagno, nuotassero insieme, e gli uomini aiutassero insieme e senza invidia la donna.

Chi poteva tenere le risa? Rise l’adorabile bruna- ed accettò. Risero i cavalieri, e- ed accettarono pure. Rise il commendatore-marito, rise più di tutti, glorioso di aver sedato un malumore, e sicuro del fatto suo-

Da quel dì i cavalieri non sono più gelosi e si scambiano, con esattezza militare, le loro ore, per servire l’amabile bruna.

Sulla riva nacquero e morirono amori. Il caldo sole che arroventa le arene, squagliò il ghiaccio nel cuore della leggiadra giovinetta che si appoggia abbandonevolmente al braccio dell’amante felice. La graziosa fanciulla che noi vedemmo sempre ridente, incontrò al bagno un grosso banchiere, presso ai sessanta, che le fece proposte di matrimonio. Da ragazza di spirito accettò, troncando d’un tratto i mille sogni d’amore e di poesia che su di lei aveva formato un uomo di cuore che avea la sua fede- Dell’abbandono il sognatore se ne consolerà presto- forse!

Le onde rigettarono un dì il cadavere di un’affogata. Era bella, come l’idea gentile che dipinge l’eroina di un casto poema. Il dolore aveva dovuto spezzare quel povero cuore.

Sul cadavere vennero sparse di molte lacrime sincere, e si tesserono lodi di cui il mondo è avaro anche ai buoni davvero. Un elegante signorino che faceva la corte ad una ricca ereditiera zoppa, gobba e gialla come i marenghi di papà, s’imbatté egli pure nel cadavere. Lo vide, impallidì assai, poi ebbe rabbia di avere impallidito.

Sciocca sempre mormorò egli dell’affogata, troppo onesta e troppo amante! Che ci ho che fare, se la s’illuse ch’io mi abbassasse a sposarla? Dovevo io lasciare, per le sue bellezze, sessanta mila franchi suonanti di dote?- Oh!, io avrei rimorso a stabilir quest’assurdo!

Tutto ciò, per quest’anno, è finito. Non più imprudenze, non più avventure, non più romanzi che hanno la vita di una settimana e si sviluppano all’aperto, sotto un cielo sconfinato, presso l’eterno mormorio delle onde.

Cessarono le calde giornate in cui il corpo giace inerte e la mente non concretizza le idee; ma nelle quali fantastichiamo in dormiveglia per ore intiere, vivendo una vita di sogni. I poetici balli sotto gli alberi, nelle rotonde scoperte che guardano la riva, nelle sale ariosissime da cui si domina l’immenso mare. Laddove natura si sposa all’arte per rendere più inebriante la vita, non ci danno più ormai quegli strani contrasti di pace profonda e di moto febbrile che tanto gustammo. Le placide e serene notti d’estate, nelle quali ci abbandoniamo così di sovente alla voluttà della malinconia e del romanticismo, sono passate. Questo libro attraente della vita e del gran mondo, che noi leggemmo e gustammo con frenesia, è tutto sfogliato; è chiuso. Ora ci volgiamo ad altre emozioni.

Saranno esse così varie e così complete? Ahimè! no! Le ci danno sovente stanchezza e vuoto, mentre presso al mare la stanchezza ed il vuoto delle relazioni sociali era quasi sempre temprato dai conforti della natura. Certo, non mancò il veleno nel calice libato dai figli della moda, nella stagione de’ bagni; ma non mancò neppure un dolce balsamo. Questo balsamo lenì molte pene e rese meno amari molti dolori.

Lo avrà la Gran Società quando sarà rinchiusa, strozzata fra le mura dei saloni? Ne dubitiamo.

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