Gaius Plinius Caecilius Secundus – Panegirico di Plinio a Trajano, nuovamente trovato, e tradotto da Vittorio Alfieri da Asti

NOBILE e generoso incarco da voi, o padri coscritti, mi viene in questo giorno affidato, poichè lodi vere ad un ottimo principe potrò io dare, senza arrossire; ed egli, spero, senza arrossire riceverle. E giorno veramente questo di eterna memoria sarà, men lusingo, se io, di romano console la maestà lungamente per la tristizia de’ tempi obbliata riassumendo, saprò dalla sublimità del soggetto, e dalla opportunità dei tempi, trar cose degne d’essere da voi ascoltate, da me dette, e da te, o Trajano, con quella tua finora mostrata benignità, approvate.
Ma, alla splendida, difficile, e per l’addietro pericolosa impresa di liberamente parlare al principe, più ragionevole e santo incominciamento non potrei dare, che invocando favorevoli i Numi.
Tu dunque, o massimo Giove, che dal celeste tuo seggio per tanti e tanti anni degnasti col tuo benigno sguardo proteggere ed innalzare questa romana repubblica; tu, che in essa tante patrie virtù, tanto coraggio, tante sublimi anime, quasi raggi della tua divinità, con piena mano spandesti; tu, che poscia, pe’ vizj nostri alle virtù sottentrati, con noi lungamente sdegnato, in preda ci lasciasti meritamente ai Tiberj, ai Neroni, ai Domiziani; tu in somma, che ora impietosito dei continui, feroci ed orribili mali nostri, largo segno della tua risorta pietà cominciasti a mostrarne concedendo Nerva per imperatore al popolo romano, e più largo ancora nell’inspirare a Nerva l’adozione di Trajano; tu, Giove eterno, se gl’incensi, le lagrime, i voti nostri nel Campidoglio a te sacro, ti sono dopo sì lunga ira a grado oramai ritornati, inspirami in questo istante sovrumani lumi e più che mortale eloquenza, per cui mi venga fatto d’indurre questo umanissimo principe, opera in tutto tua, ad eseguire tal magnanima impresa, che nessuna mai eguale finora non siasi, non che eseguita, nè pure pensata; tale, che a quanti ne verran dopo, maravigliosa ammirazion ne rimanga, coll’impossibilità d’imitarla.
Io cittadino romano a principe nato cittadino parlo. Quindi, se meno che liberi (salva però la reciproca convenienza) fossero i detti miei, tu primo, o Trajano, e con ragione, offeso te ne terresti; quasi io malignamente volessi far credere, che chi al cospetto parla di giusto signore, l’ingiusto sdegno temerne potesse giammai. Avvilirei in oltre non poco me stesso, mostrandomi, col timido e dubbio favellare, più degno di adulare i passati reissimi principi, che di altamente parlare in nome del romano senato a quest’ottimo: e, non fedele interprete di Roma, di cui la migliore e la più sana parte in questo augusto consesso rimiro, farei del consolato mio una trista e lagrimevole epoca per la repubblica, se, trascorsa una preziosissima occasione di ricuperarle legittima libertà, o ad altri ne cedessi lo splendido assunto, o, coll’averla per infingardaggine negletta, o per timore non ben proseguita, o per poca abilità senza rimedio perduta, facessi il senato pentire dell’onore affidatomi, e a me, con vergogna ed obbrobrio eterno mio, rincrescere di averlo accettato.

I.

Romana repubblica è il nome con cui fino ad ora questo popolo viene appellato. Ma a te, Trajano, a te stesso, e alla presenza di Roma, e attestandone i sommi Dei, domando; dov’è questa nostra repubblica? L’augusto tuo aspetto, la illimitata nostra venerazione, il tuo e l’universale silenzio, appien mi rispondono, che la repubblica è in te; in te solo: e che in te, per favore speciale dei Numi, degnamente sta tutta. Ma tu, uomo sei, e mortale. Pur troppo, (e sia pur lungi tal giorno! ma per quanto sia lungi, sempre affrettato sarà per questa inferma repubblica) verrà purtroppo quel lagrimevole giorno, che noi di un benigno padre, ed il mondo intero del maggior suo splendore, privando, a calamitosi tempi, a vicende terribili di varia fortuna di nuovo esponendoci, tanto più dolorosa e irreparabile farà la rovina nostra, quanto questo breve respiro, che sotto il principato tuo gustato si era, ridestate avea in molti le lusinghiere speranze di più prospero, tranquillo, libero, e sicuro stato. Se in te solo omai dunque sta la repubblica tutta; se il poterla fare infelice, anzi il disfarla, e da’ fondamenti sottosopra rivolgerla, è stato sventuratamente concesso agli iniqui predecessori tuoi, tu mostrare, convincer tu dei Roma tutta, che più nel ben fare che nel nuocere, la immensa imperatoria possanza si estende. E se dimostrato ci viene, che i mali cagionati da quei mostri, benchè infiniti, e di conseguenza lagrimosa e lunghissima, pure per la successione di Nerva, e tua, poterono divenir passaggieri, a te si aspetta (e di te solo è degna la impresa) il far sì, che i beni cagionati da te durevoli ed eterni rimangano. Nè ciò altrimenti ottener tu potrai, che col fermamente ordinare per sempre in tal maniera lo stato, che alla illimitata e perpetua autorità non pervengano dopo te, nè i cattivi principi, per non sovvertere gli ottimi provvedimenti da te fatti; nè i buoni, poichè a ben regolata repubblica necessarj non sono; ed, esistendovi pure, impedire non possono, che ad essi poi molti altri non buoni ne succedano.
Che uno stato libero, elettive e passeggere dignità, nessuna preemimenza se non quella che dà la virtù, nessuna potenza se non quella delle giuste leggi, giovino maggiormente a far grande, temuto e rispettato al di fuori, lieto e felice al di dentro ogni popolo, credo, che parlando io ad un principe che fu cittadino, non ne abbisognino prove. Nè tu, nè io, nè questi venerabili senatori, veduto abbiamo vera repubblica; ma non sono così lontani i tempi, che vera e viva memoria non ne rimanga fra noi. Di padre in figlio la dolorosa tradizione delle nostre passate glorie, giunta colla funesta serie dei recenti nostri timori, pericoli, danni, e avvilimenti, troppo fra loro manifestamente contrastano, perchè ogni buono, spaventato dai moderni tempi, ammiratore non sia e adorator degli antichi. E chi più di te, principe incomparabile? che, degli antichi emulator virtuoso, a maggior gloria, volendola, riserbato sei dalle calamità stesse dei tempi; a gloria maggiore, e d’assai, (senza adulare, ad alta voce io tel dico) poichè di gran lunga avanza i più chiari difensori della libertà colui, che volontariamente restitutore se ne fa, potendo egli pure senza contrasto veruno la signoria mantenersi.
Ed oltre la propria gloria, un’altra immensa glie ne ridonda poi nel progresso dei secoli da tutte le altrui virtù, che figlie della restituita libertà, come da vivo e puro. fonte, dalla gloria e virtù del restitutore si emanano. Nè io finora le a te dovute lodi per le tue tante passate magnanime imprese ti ho date; perchè lode di gran lunga maggiore, e di te assai più degna, mi pare averti tacitamente data da che ti favello, o Trajano, nel reputarti capace di quest’una eseguire; cui solamente il tentare, più gloria ti procaccierebbe, che l’aver l’altre tutte a fine condotte.
Ma, vane parole, e di senno e ragion quasi vuote, mi avverrebbe di spandere al vento, se io, prevenendo, per quanto il debole mio ingegno il può, le obbiezioni e difficoltà tutte, che in così straordinaria rivoluzione s’incontrerebbero, non dimostrassi e le ragioni per cui tu dei farla, ed i mezzi di perfettamente eseguirla, e gli ottimi effetti che di necessità derivar ne dovrebbero.

II.

E dalle ragioni incominciando, per cui a rifar la repubblica, e disfare ad un tempo la signoria, indurre ti voglio, o Trajano, non mi pare inopportuno, benchè cosa a tutti noi nota, di brevemente toccar le ragioni, per cui, parte dal loro mal animo, parte dalla necessità e corruzione dei tempi, furono i primi fondatori della tirannide nostra indotti a distruggere la repubblica: tanto in ciò più crudeli, che, quasi a scherno dei miseri cittadini, lasciando le apparenze ed i nomi di libero governo, afflissero poi la città di tutti gli orribili flagelli, che ai più vili e servi uomini toccato sia di sopportare pur mai.
Le inimicizie tra la plebe e il senato, cagioni ad un tempo della nostra crescente virtù e grandezza, furono poi, oltre la mole troppa della potenza nostra, la cagion principale della rovina. Mario, e Silla, funesti nomi alla romana grandezza e felicità, furono quelli che delle forze romane, terrore già un dì degl’inimici di Roma, si valsero a spaventare, stravolgere, insanguinare, e distruggere Roma stessa. Cagione glien diedero i nostri vizj ed i loro; pretesto, le inimicizie nostre e fazioni; mezzo; i numerosi eserciti, che, a così sterminato imperio difendere, necessarj erano divenuti pur troppo. Ma questi eserciti erano pure composti altre volte di cittadini romani: e tali furono, finchè scellerati disegni nell’animo dei lor capitani non entrando, li vollero soltanto a Roma fedeli, ed ai nemici terribili.
Pure la spirante repubblica un bello e magnanimo esempio di romana grandezza vide ancora, ed ammirò, in quel Silla stesso, che l’avea di lutto, di tremore, e di sangue riempiuta. La dittatura rinunziata, e la cittadinanza (benchè superbamente) ripresa, collocarono Silla, e tuttora lo lasciano, infra i tiranni tutti il più grande. Un assoluto imperio legittimo (se legittimo v’ha) rinunziato spontaneamente; un popolo ricondotto a costumi, a splendore, a virtù, a libertà; assegneranno al ristauratore di essa, e al distruttore della propria tirannide, il primo luogo, non che fra i principi, ma fra gli uomini tutti i più liberi, i più virtuosi, i più magnanimi. Di Cesare non parlo; maturo era allora il nostro servire, e dovendo pur Roma per poco tempo esser serva, nol potea con minore infamia, che a Cesare. Degno era forse Pompeo di difenderla, se tenuto il mondo intero non avesse in un dubbio niente per lui onorevole, qual cosa anteponesse egli, la repubblica, o se stesso.
La trista successione poscia di principi tali, che i non furibondi chiamaronsi buoni, andò struggendo il libero e maschio pensare; i virtuosi fatti, e la memoria perfino di essi indebolì, e nascose: ma, consumò ad un tempo, se non tutti, gran parte di quegli umori perversi, che alla rovina della libertà contribuito aveano. Nelle spesse e lunghe civili guerre, estinte e rinnovate le legioni già use a donare e toglier l’impero; agguerriti gli eserciti nostri tanto più, che Romani a Romani combattere, maggior virtù richiedeasi; facilmente poscia nei brevi respiri dalle domestiche dissensioni passarono a respingere i nemici, ad assicurare ed estendere i confini del romano impero. I Romani finalmente, atterriti ed attoniti dai mali in cui precipitati gli aveano i vizj loro; e, per la incessante tirannide di quei mostruosi principi, purgata e vuota la città dei più ricchi, e potenti, e soverchianti cittadini; questo gran corpo, debole sì, attenuato ed infermo, ma non estinto, rimase.
I pochi anni dell’impero di Nerva, e del tuo, a noi tutti insegnarono, che tacendo il timore potea riparlar la virtù. Rinsaviti noi dai nostri passati mali, e il vizio perdendo oramai gl’infami suoi premj, si andò per se stesso consumando nella dovuta sua oscurità e bassezza; ovvero, se l’audace fronte osò egli pure di tempo in tempo innalzare, la meritata pena la ammonì che il principato pendeva in repubblica. Oggi dunque, mentre io a te parlo, o Trajano, Roma, dagli esempj tuoi generosi al ben fare invitata, ha dentro di se in assai minor numero i rei: ed i buoni, ora che senza pericolo tali manifestare si possono, molti più che da credere non sarebbe dopo sì lunga tempesta, o vi si manifestano, o rinascono; o anche, dalla necessità traviati finora, al sentier di virtù, benedicendo te come loro infallibile e magnanima scorta, pieni di nobile invidia ritornano: tanto più caldi settatori di essa, quanto la macchia dei loro passati falli più acerbamente gli stimola a torsela.
Se dunque dimostrato ti ho, che in Roma sorgea la tirannide perchè tutto preparato era per riceverla e meritarla; ancorchè non ti potessi io dare così evidenti prove, che il tutto oramai preparato vi sia per ricevere e meritar libertà, l’altezza del tuo cuore supplirà, spero, e alla scarsità delle prove mie, e alla mancanza di virtù nei cittadini nostri infelici, e non liberi. Troppo ben sai, o Trajano, che la pubblica virtù suole, e deve essere, della restituita libertà; più figlia, che madre.

III.

Nè altra ragione posso io far precedere a questa; che la cosa essendo grande in se stessa, degna ella è di Trajano. Al principe nessuna altra cosa da acquistarsi rimane, se non chiara fama. Il rimanente tutto in copia possiede, e soverchia a lui forse. Da quell’abbondanza stessa il fastidio, e la cagion per lo più, che nel seno di torpido ozio, di se medesimo immemore, egli perde ogni amore di gloria; o che, dalla sazietà stimolato, di acquistarla proccura per vie fallaci, non ragionevoli, e al pubblico dannose non men che a se stesso. A Traiano una comune gloria non può bastar mai; ed ogni gloria è comune fra i principi, fuorchè la inaudita finora, di essere i fondatori o restitutori di libertà.
Ed in fatti, se tu, benchè vincitore dei Daci, e rinnovatore in Roma dell’antica sua militar disciplina, dalle egregie vittorie tue la fama di chiaro capitano ti aspetti, non ne avrai però tanta giammai, che a Cesare, non che superarlo, ti agguagli: se dal comporre in un sopore di pace la città, dal farvi ad un tempo le molli arti, le non vere lettere, e il servaggio fiorire, e così gli snervati animi dei cittadini da ogni turbolenza distorre; (ove tal funesta e timida politica presso ad uomini già liberi partorir fama potesse) certo in tal arte, che esser pur mai non potrebbe la tua, di gran tratto superato saresti dal pacifico lunghissimo regno d’Augusto: se da una certa molle benignità, che molto pure si valuta nel principe allorchè, tacendo le leggi, egli solo le interpreta, Tito te ne ha, preoccupandola, intercetta la via. Degli altri romani principi non ardirò pure proferirtene il nome: ch’io troppo ben so, che Trajano, assunto appena all’impero, altro più caldo desiderio in petto ed in mente non accolse, che di farne per sempre la memoria pur anco obbliare. E migliore, e più certo, e più efficace mezzo ad ottener tale intento sceglier tu mai non potresti, che di tua autorità giusta; benchè illimitata, servendoti, per invariabilmente stabilir libertà; la quale per se stessa poscia i Neroni, i Tiberj, e i lor simili, non che ammettere all’imperio degli uomini, neppur soffre, direi, che vangano da Natura generati tai mostri; o, nati appena, sotto il peso delle leggi e della uguaglianza, nel proprio seno gli estingue.
Ed in prova, osserva, ottimo principe, come a poco a poco la scellerata baldanza, e la inumana stoltezza crescesse in quei regnatori; come il valore di Cesare appianasse la strade alla pusillanimità d’Augusto; come la lenta, mite, e coperta tirannide d’Augusto generasse poi l’astuta e crudele di Tiberio; come da questa finalmente prorompesse poi, senza limiti conoscer più, la furibonda di Caligola, di Nerone, di Domiziano. E, circa a quest’ultimo, osserva che il breve intervallo dell’umano governo di Vespasiano e di Tito, non fù però bastante a togliergli, o a menomargli i mezzi di riassumere una intera, sfrenata, ed inaudita tirannide. Tristo, orribile, e recentissimo esempio, che ti avverte, o Trajano, che alla tua bontà, umanità, giustizia, e moderazione, può tra pochi anni sottentrare con intera nostra rovina un mostro niente minore dei sopra, nomati. E le crudeltà, le violenze, le rapine, l’onte, le stragi, i mali tutti in somma da quel mostruoso futuro principe fatti, non meno che a lui autore di essi, a te imputati verranno, pur troppo: alla fama tua ne verrà minoramento grandissimo; al tuo stesso nome e memoria grand’odio: poichè potendo, per l’autorità a te affidata dagli Dei e dal rinascente genio della romana repubblica, restituir libertà, e togliere con efficaci leggi e con ingegnosi mezzi per sempre i tiranni, eseguito pure non l’hai. Chi perdonare può a Tito l’essersi lasciato succedere Domiziano? Gli era fratello: ma Roma gli era, o essere doveagli, più che figlia. Nol potè, nol volle forse egli spegnere, benché quello scellerato contro lui congiurasse: magnanimo in ciò era Tito, ma come privato, non come principe: che se le proprie ingiurie perdonar pur volea, possente ritegno alla inopportuna clemenza gli doveano essere tuttavia le tante e sì atroci ingiurie, che ben prevedea doversi poi fare alla desolata repubblica da Domiziano in possanza salito. Una fraterna inopportuna pietade era dunque cagione dell’ultimo e quasi intero eccidio di Roma. Felice te, o Trajano, che congiunti non hai! che figli, parenti, ogni più cara cosa, nella sola repubblica conti! Nessuna ingiustizia, nessuna crudeltà ti fa d’uopo per isgombrar questo soglio. Ciò che dal divino Nerva, non come parente suo, non come amico, non come laudatore, ma come ottimo fra i buoni, per l’avvedutissimo suo discernimento, ottenesti; tu rendere il puoi a chi spetta: tu, col cessare di comandare assolutamente ad uomini nati tuoi pari, incominciar potrai oggi a farti veramente, e per sempre, maggior di loro in chiarezza, in fama, in virtù. Nè dubitar tu potresti di non avere pur molto accresciuto il tuo lustro, e migliorato il tuo essere; poichè libero cittadino facendoti, tanto più in pregio, e la tua, e la nostra libertà ti dev’essere, quanto ne sarai stato tu stesso, tu solo, tu primo, il verace magnanimo creatore: e se in Roma non è spenta del tutto la memoria di Roma, ognun di noi sa, che libero, cittadino, e Romano, tre nomi sono, a cui nulla si agguaglia, nulla si aggiunge; e che al posseditore di essi l’odioso nome o possanza di re, infamia bensì e vergogna e pericoli e danni può procacciare, ma non gloria mai nè splendore. Quanto più a grado ti riuscirà la venerazione nostra, l’obbedienza, l’amore, la gratitudine, se tu pervieni a disgombrar la tua mente da quel funesto pensiero, che infino che l’assoluto comando tu serbi, dubitar sempre, e giustamente, ti lascia, se a te, o alla potenza tua, ossequio sì sterminato tributasi. Ad alta, ma a certa prova, tu metti e Roma, e te stesso.
Nè io, per consigliarti un così magnanimo atto, alcuna particolar gloria a me stesso procaccio; nè un atomo pure della tua ne detraggo. Il mio pensiero è il pensiero di tutti; l’ardirtelo esporre, non è del mio coraggio la prova, ma della virtù di Trajano sublime. Un principe, a cui si osa proporre di estirpar da radice il principato, assai apertamente e generosamente pur debbe essersi già manifestato aver egli di cittadino vero, e non di principe, l’animo. Tale tu sei, o egregio Tajano; tal ti mostrasti, ed in pubblico a Roma, ed a’ tuoi ben affetti, tra’ quali me non disdegni, in privato. Tuo primo, e solo, e più intenso desiderio egli è il far Roma felice, grande, tranquilla e sicura; ciò chiaramente, in una sola parola vuol dire, il farla per sempre LIBERA. Interprete io a te dei tuoi stessi pensieri, non ti richieggo già di compiacere a noi tutti, ma di soddisfar pienamente a te stesso. Cagione dunque primiera di far sì grand’atto, parmi averti dimostrato chiaramente essere, non meno che la tua vera grandezza, la tua possanza e gloria. Nè già perchè io creda, che alla repubblica te stesso anteponessi tu mai, ti ho voluto assegnare per prima cagione l’utile privato tuo; ma per dimostrarti alla faccia di Roma, che tale e tanto è l’affetto che da essa acquistato nel governarla ti sei, che Roma nessuna felicità sua in conto alcuno terrebbe, se, prima che ad essa, vantaggio, grandezza, ed eterna fama ridondare non ne dovesse a Trajano.

IV.

Dai meriti nostri vive cagioni ritrarre; per cui indurre ti debbi a restituirne libertà, non mi sarà così lieve. Ma pure, prima, e potentissima cagione sia, e da bastar quasi sola, il desiderarla ardentemente noi tutti; possente ragione per meritarla. E non creder tu già, che io, nel dir libertà, altro intendere presuma, fuorchè di sempre obbedire a Trajano; cioè alle leggi, di cui egli sarà osservatore e difensore; ma che, cessando egli poi, possono nella persona di un altro potente quant’esso, un sovvertitore incontrare. Gli animi nostri adunque prontissimi sono a libertà ricevere, ed, ottenuta, a difenderla. Di ciò ti facciano piena fede le tante e sì spesse congiure contro i passati principi; le tante volontarie morti di chiari e potenti cittadini, di vita sfuggiti soltanto per involarsi alla insopportabil tirannide; l’acerbo odio del nome di re da ogni Romano, fino ai dì nostri, succhiato col latte, ed oramai trasferito ad ogni illimitata ed ingiusta possanza, che anche sotto altro meno insultante nome si eserciti. Grande tu per te stesso sei troppo, ed io libero troppo mostrare mi debbo per non parere indegno della causa ch’io tratto, perchè a tacerti io abbia, che il nome d’imperatore, i mali tutti di quello di re in se stesso adunando oramai, odioso non meno che quello di re ad ogni Romano si è fatto. Tacer non ti posso, che in te si amano, si adorano le doti, l’animo, le virtù di Trajano; ma che in te si abborrisce la possanza, la dignità, e il nome d’imperator re, di cui con ragione si trema. Ad animo generoso, quale il tuo, ardisco io esporre, come il primo dei meriti nostri, ciò che ad altro volgare principe ogni maligno e vile delatore esporrebbe come il primo dei tradimenti. Sì, Trajano, i cittadini di Roma, pe’ loro lunghi mali, per le orribili passate tirannidi, ed in ultimo più efficacemente ancora, pe’ brevi felici anni del tuo impero, rientrati in se stessi, e ritornati Romani, ogni qualunque freno abborriscono che può loro impedire di essere e di mostrarsi Romani; lo abborriscono, ed osano dirtelo per bocca mia. Ma, dove pur tanta altezza di pensieri dispiacer mai potesse a chi ne diede gli esempj ed i mezzi, te stesso ne incolpa, o Trajano, che lasciando respirar la città, hai fatto nei cittadini rivivere la calda memoria dei loro antichi e sacri diritti; cagione ad un tempo ed effetto della passata loro libertà e grandezza. A voler essere imperator tu di nome e di fatti, dovevi adunque colle solite imperatorie crudeltà incutere nei cittadini tremore, e alla oppressa virtù imporre eterno silenzio. Così almeno il meritato odio acquistando, gl’iniqui frutti raccolto ne avresti. Ma, poichè di libero governo piaceati l’apparenza mostrarci, perchè, col toglier la tirannide affatto, non assicurarne oramai in eterno la base? Beneficar puossi un popolo a mezzo? Il sollevarlo dalla oppressione, affinchè altri poi di nuovo riopprimer lo possa, più crudeltà che vera pietade sarebbe.
Ma tu, pietoso, umano, giusto, e sagace, hai forse in pensiero di adoperare tai mezzi, per cui il principato d’ora in poi sia per essere mite sempre, e fra limiti, e non contrario a virtù? Nè tu ciò credi, nè noi. Un uomo nella repubblica saravvi, il quale, o per adozione di principe, o per sognata eredità, o per elezion di soldati, o anche, se vuolsi, per irriflessiva elezione del popolo intero, salirà in dignità primaria, sola, perpetua, non frenata, non impedita, e avvalorata anzi da molti e possenti eserciti? costui sarà, (nè altrimenti Roma appellarlo mai puote) sarà un tiranno costui. Forse mite, forse giusto, forse buono, anche ottimo forse; ma odiosissimo pur sempre a liberi cittadini, e un mostruoso ente da essi a ragion riputato; perchè starà in lui, ed in lui solamente, il non essere, nè mite, nè giusto, nè buono. Un popolo, che, in tal guisa pensando, non ha del tutto ancora sovvertite le idee del retto; e che legittima autorità quella sola egli stima, che data, e con limiti, da chi potè darla può togliersi; un tal popolo, parmi, merita ancor libertà. E tale, o Trajano, egli è pur questo popolo che tu colle leggi governi; ed a cui provvedere tu dei (se ti cale la sua gloria e salvezza) che altri mai, fuorchè le sacre leggi, governare d’ora innanzi nol possa. Dall’odio dell’autorità tua, e dall’amore immenso di te, che moderatamente la eserciti, puoi dunque vieppiù imparare a conoscere, ed apprezzare, e il popolo tuo, e te stesso. A principe maggior del suo impero non altrimenti da un libero cittadino si parla.
Mi è noto, e nol niego, che sì nella plebe, che fra i patrizj, moltissimi uomini vi ha, che, dai passati governi nelle reità e nelle brutture travolti, d’essere Romani non sanno: e un tal numero forse, ove pur non soverchi, agguagliasi al numero almeno di chi caldamente il rimembra. Ma, che per ciò? tralascierà mai l’ottimo principe, il padre di tutti, di giovare a tutti, perchè gran parte nol merita? La virtù in pregio tornata, le severe ben eseguite leggi, e più d’ogni cosa, il chiaro e sublime esempio, possono, in pochi anni, i guasti a mezzo soltanto far rinsanire e rivivere; ed i putridi corrotti membri della repubblica, per la salvezza dei rimanenti, estirpare. Anche al cacciar che Roma facea dei Tarquinj, molti partigiani della tirannide, molti rei, molti vili, molti traditori entro il suo nuovo e ancor vacillante stato acchiudeva: ma che? lo splendido esempio d’un Bruto nei figli; le tante e sì alte virtù dalla stessa necessità procreate; tutto, in breve, contribuiva a far nascere quella Roma libera, alla cui gloria e possanza era poscia angusto termine il mondo. I cittadini tutti dividendo io dunque in due parti, dico; che ai buoni dei restituir libertà, perchè degni ne sono; ai cattivi, affinchè, per mezzo di quella, di esserlo cessino.

V.

Dei mezzi poi di eseguire una così magnanima impresa, ora che, per quanto io seppi, dimostrato ti ho che per te stesso non men che per noi la dei fare, colla libertà stessa, e con vero amore della patria di te e del retto, discorrerò; non per insegnarteli, no, che più che a me ti son noti; ma per convincere pubblicamente i più tiepidi amatori di libertà, che facilissimi sono tai mezzi, mentre i più li reputano impossibili: ma facili sono, imperante Trajano; ed impossibili pur troppo sotto ogni passato principe erano; e, se tu non provvedi, da ora in poi saran tali per sempre.
La leggitima autorità in Roma libera stava nella plebe e nel senato. Questi ne rivestivano a vicenda, ed a tempo, i consoli, i tribuni, i dittatori. Cose note, notissime; ma da gran tempo, in questo senato non più mai, e con sommessa voce fuor di questo consesso, tremando, rammemorate. Piacemi qui, col rammentarle altamente, e, col parlarne io in non dubbie nè oscure parole, manifestare a Roma, che sotto Trajano non è delitto il ricordarsi di Roma, l’investigarne la vera grandezza e libertà, il desiderarla, e il provvedere al rinascimento di essa.
Il console, che d’un anno d’impero appagavasi, dopo essersi mostrato ai nemici di Roma soldato, ed ai proprj soldati cittadino, fra le patrie mura, pieno di verace gloria e di patrie virtù, ritornato, nulla perdeva nel perdere la elettiva sua dignità: anzi, aggiunte alle dolci prerogative di libero cittadino le dolcissime lusinghe di una chiara e meritata fama, un più nobile e più durevole impero ritenea; quello, che la conosciuta e verace virtù dà necessariamente sopra chi n’è ammiratore ed amante. Quindi si componea di consolari uomini quel venerabil senato, che per tanti secoli era dei re della terra l’ammirazione ad un tempo, e il terrore. Le lontane e troppe guerre costrinsero poscia Roma a moltiplicare gli eserciti e i capitani; e con somma imprudenza ne lasciò ella troppo lungamente il comando ad alcuni suoi cittadini, che tosto cessarono d’esserlo. I soldati allora, non più dal cuore di Roma, o dall’Italia almeno, ma dalle più rimote provincie estraendosi; barbari quasi di costumi e di civiltà, Roma o niente o mal conoscendo, di sangue già ad essa nemico procreati, di libertà vera ignari; costoro la repubblica nel lor capitano riposero, ogni volta che, con illustri e spesse vittorie di molte ricche prede saziandoli, in fomentare i lor vizj più che in accrescere la lor disciplina e valore, quel capitano, vie men Romano di loro, si adoperava. Cesare ebbe primo la vile e crudele baldanza di farsi tacitamente de’ suoi soldati re, per farsi poi della sua città apertamente tiranno. Non eran più cittadini que’ suoi soldati; e dal cessare essi d’esserlo, al cessar la città, non fu, nè esser potea lungo il frattempo: quindi un civile moderato governo tosto cangiossi in un militare e violento. Furono da quel punto in poi il senato nostro, le pretoriane coorti; i nostri tribuni del popolo, i centurioni; i sacri consoli, l’imperatore perpetuo, ed unico: e quale! –
O Roma, dello stesso tuo nome appellarti potesti; e così cangiata, così vilipesa, così strazíata, tutto soffrire, e tacerti? – Ma il tempo è al fine pur giunto; sì, il tempo, in cui, da medica sovrana mano ristorate le tue acerbissime piaghe, ti rifarai più bella, e non men grande, e più saggia. L’imperatore tuo unico, console e cittadino vero vuol farsi. Gli eserciti numerosi e superbi, da cui egli ricevuto l’impero non ha, ma che da lui novella e veramente romana disciplina riceveano; gli eserciti, che sotto le gloríose sue insegne imparato hanno non meno a sconfiggere e debellare i nemici, che a rispettare, conoscere, e adorar la repubblica; gli eserciti in somma, che lo aman temendolo, cesseranno, per gli umani suoi giusti provvedimenti, di essere il flagello e il terrore della loro propria città. Niuno imperatore finora dirsi potea signor del suo esercito, da cui riconosceva il proprio impero, nella cui forza per esercitarlo affidavasi, della cui mobilità e baldanza ad ogni ora e momento ei tremava. Trajano, de’ suoi soldati imperator veramente, e non schiavo, a fare dell’autorità sua un uso ben degno si appresta, nel fare i soldati suoi ridivenir cittadini; gran parte distribuendone, o tutti, nelle tante desolate contrade, sì della Italia, che dell’altre provincie dell’impero; le quali, d’uomini esauste, novelli cittadini richieggono; e aspettano che in esse il commercio, le arti, la santa agricoltura, la felicità ne riportino. E Trajano, a chi tutto è possibile, i cittadini finora pacifici, avviliti, ozíosi, e dai proprj soldati atterriti, farà ridivenir soldati essi stessi, per la conservazione della verace rifatta repubblica: e terribili soldati, e veri, e romani saranno, quelli che liberi e non oppressi al di dentro, contro i soli e veri nemici di Roma, sotto consoli o capitani a tempo, per la propria salvezza combatteranno. Da questa lodevole, necessaria e beata antica mescolanza di nomi, per cui indistinti sono il cittadino e il soldato, ogni odiosa differenza, ogni soverchiante possanza, ogni insidia alla libertà viene impedita, e tolta, e distrutta. Cittadino, in libera contrada, vuol dire, libero e sicuro posseditore dell’aver suo, dell’onor suo, delle mogli, dei figli, e di se medesimo. Ogni uomo tale, è soldato; e feroce, e tremendo soldato ei suol essere, per la difesa di queste veramente sue cose. Non è soldato, no, per la malvagia ambizione del capitano; non per la rea cupidigia di un non saggio senato. Roma oramai conquistato ha, se non troppo, abbastanza: spandasi pe’ vasti confini del suo impero la libertà vera, ed il maschio pensare de’ nostri maggiori, e Roma per se stessa bastantemente è difesa.
Chiaro è, che gli eserciti moltiplicati, immensi, perpetui, sfrenati, e cupidi, frutto di corrotta e troppo grande repubblica, ne furono il sovvertimento, gli oppressori ne sono, e i distruttori ne saranno, rimanendo. Ma, di ciascuno individuo che un esercito compone, chi a parte a parte l’animo e i pensieri e i desiderj ne spiasse, non in migliaja uno ne troverebbe nemico veramente del civile vivere. Uomini sono; per quanto rozzi, e dissoluti, e corrotti; uomini sono, alla cui piena felicità, poca terra, quieto e sicuro vivere, con moglie e figli e libertà, basterebbero. Ecco dunque, che ciascuno d’essi, o più o men buono, può essere però ancora cittadino: or donde mai, donde nasce, che riuniti costoro, il contrario divengano d’ogni viver civile? Lieve cosa è le ragioni assegnarne. Erranti sempre, non conoscono patria; privi delle domestiche dolcezze, non conoscono quei potentissimi affetti di padre e marito, che la umana ferocia pur tanto rattemprano, e che delle altrui sventure compassionevoli cotanto ci fanno; avvezzi alle rapine e alle prede, scialacquatori facilmente delle mal acquistate ricchezze si fanno; a continua e dura obbedienza costretti, quella repressa lor rabbia con fierissima inumanità poi disfogano contro i più deboli di loro: delle loro armi in somma vivendo, ogni ragione, ogni speranza, ogni ordine, ogni loro cittadinanza nelle armi sole ripongono. Tali sono i soldati pur troppo, romani già non dirò, nè di Roma; ma i soldati, che da Roma nutriti, han Roma distrutta. E tali esser debbono, e sempre saranno, i soldati, che cittadini non sono; che colla stessa mano la spada e la marra a vicenda non trattano; e che, non diventando mai padri, cessano d’esser figli di vera repubblica. Ma cotai mostri, la di cui pestifera reità nella loro sola riunione consiste, divisi, dispersi, umanamente trattati, uomini ridivengono, e cittadini, a un solo cenno che Trajano ne faccia. Sì, ottimo principe, ad un solo tuo cenno, migliaja e migliaja di cittadini rinascono; e, con doppio guadagno per la oppressa repubblica, migliaja e migliaja di nemici, di oppressori, di distruttori di essa, spariscono. Ed era dagli immortali Dei un tanto prodigio riserbato ai tuoi tempi.
Cessato appena nei veri cittadini il terrore, che a loro giustamente cagionano questi superbi eserciti, le virtù, da prima e principalmente pel tuo sublime esempio, poi per se stesse, e per la creatrice libertà, in folla si vedranno rinascere. Trajano, tu allora godrai di un bene ignoto sempre a chi impera; di un bene infinito, inesplicabile, e sommo per un core ben fatto e magnanimo; il trovar emuli nella virtù.

VI.

Ma i lusinghieri beni, e tanti, e sì grandi, che dalla soppression degli eserciti ne debbono a te ridondare ed a noi, annoverar non degg’io, prima di avere, circa alla possibilità di ciò fare, dissipato ogni dubbio. Che alcuni ancora, e non pochi, io qui dintorno rimiro, col loro tacito dubitare inquieti, e tremanti per la sicurezza dell’imperio, ogniqualvolta distrutti saranno i soldati; e dalla novità delle cose, che tutte si debbono sconvolgere a tal mutazione, e dagli ostacoli, che soli vedono, e assai maggiori del vero, ritraggono costoro infinito timore e perplessità. Pensate, o Romani, e pesate, qual fine vi si propone da questi sconvolgimenti; la libertà: qual fine dall’addormentarci nel seno di passeggera fallace calma; la total distruzione. E sia vero, (che non è) che dispersi appena i soldati, da ogni parte i nemici di Roma ne invadano l’impero; e poniamo pur anco, che senza difesa trovandolo, fino alle mura di Roma pervengano: vi nuoceranno quelli maggiormente, o quanto vi nocquero i feroci eserciti vostri da Cesare, da Galba, da Ottone, da Vitellio contra voi stessi condotti? vi nuoceranno mai codesti nemici quanto vi nocquero, senza neppure il velo di guerra, sotto Tiberio, Cajo, Claudio, Nerone, e Domiziano, in Roma stessa le pretoriane loro insolenti coorti? Dai Galli assediatori del Campidoglio si riscattava Roma coll’oro; ma libera rimaneva, e vincitrice indi a non molto tornava. Da questi crudeli imperatori di romani eserciti, da questi vili pacifici signori di satelliti e schiavi, Roma saccheggiata, arsa, profanata, avvilita, e distrutta, neppure col sangue si riscattava; ed oppressa, e vinta, e doma, ed annichilata rimaneasi. Contro ai veri esterni nemici, nella libertà, nella virtù che n’è figlia, nella disperazione stessa e necessità, si ritrovano armi e coraggio: ma contro agli oppressori domestici, che prima di opprimerci, corrotti necessariamente ed avviliti ci hanno, niun’arme si trova da opporre, se non lagrime, pazienza, e viltà. E se Roma finir pur dovesse, qual fine sarebbe il più degno di lei? coll’armi in mano, superati, ma non vinti, generosamente i suoi cittadini fra le proprie mura in difesa di essa morendo; ovvero, come vil gregge, senza nè pure attentarsi di piangere, ad uno ad uno svenati da un novello Nerone, che di tal vista si piglierebbe infame diletto?
Ma, cessi il gran Giove conservatore di Roma, ch’ella a nessuna di tali vicende soggiaccia. I cittadini resi liberi, e fatti felici, soldati ai confini dell’impero diventino; condotti siano da elettivi consoli e proconsoli a tempo; si deponga ogni pensiero di ulteriore conquista; si conosca meglio, la vera grandezza di Roma consistere nell’esser libera e costumata, non nella immensità dell’impero, che i vizj allargando, le virtù rinserra e costringe; si ripetano, in somma, in tutto gli antichi principj, che potente l’han fatta e felice; e quelli, con la saggia e lieve mutazione, che i mutati tempi richiedono, la ritorneranno felice e potente. L’autorità di Trajano ad ottenere un sì magnanimo fine le vaglia. Felice Roma, che in lui il censore, il riordinatore, il custode ritrova! felice Trajano, che tanta autorità nelle sue mani vedendosi, così nobile umano inaudito e memorabile uso può farne! Riordinare i comizj, estirpare la venalità, dalla confusione in cui giacciono, rimettere in chiaro e in vigore le prerogative e i doveri di ciascuna dignità; sopra i nomi in somma, che quasi nude ossa della estinta repubblica rimangono, riannestarne una nuova, simile per quanto si può all’antica; raffrenare il lusso sterminato; rimettere in piena osservanza le leggi; e, per magnanimo esempio, sottoporvisi primo egli stesso: son queste le generose cure, a cui riserbata è l’altezza dell’animo di Trajano: son questi gli obblighi immensi, che a cotanto principe avrà Roma: è questa la via, per cui gli onori della divinità (ove, per l’abuso di essi, finor profanati non si fossero) meritamente poscia ne verrebbero a Trajano solo accordati. Ma, se laida adulazione, incredibile viltà, obblio totale di lor decoro, e di se stessi, fece dai maggiori nostri nomare e venerar come Dei, Cesare, Augusto, ed altri imperatori più crudeli e men grandi di questi; dopo una lunga vita, che i veri Dei non negheranno a Trajano, poichè a far rinascere Roma il sortivano, sacro sarà per se stesso, e memorando, e divino, ed eternamente venerato il nome di TRAJANO UOMO, che ad uomini oppressi e non liberi, spontaneamente restituiva, più preziosa assai che la vita, la libertà.
Gli ostacoli che a una così magnanima impresa incontrare ei potesse, (fra cui, superato il primo della milizia, gli altri tutti per se stessi si appianano) se ad esser vinti richiederanno violenza, Roma ne’ suoi diritti rientrata adoprerà contro que’ rei cittadini, che cittadini non sono, la forza; se abbisognerà senno, sagacità, previdenza, e vivi esempj di rara virtù, Roma con occhi pietosi rivolgerassi allora a Trajano. Qualunque sia la dignità, ch’egli a se medesimo riserbi, in quella le altre tutte staranno; e s’anco non ne volesse il suo grande animo alcuna serbare, Trajano privato, Trajano cittadino, sarebbe pur sempre Trajano tribuno, console, dittatore, e se maggior cosa può esservi in Roma. Tanto più bello, e più lieto allora, e più puro l’imperar suo, che tutto alla propria virtù, al libero e verace amore de’ suoi cittadini il dovrebbe; non all’altezza del grado, non alla insolente baldanza degli eserciti, non al terrore de’ suoi eguali.
E, per appresentarti finalmente, o virtuoso egregio uomo, il più alto e ad un tempo il più dolce termine della tua gloria, avverrà forse anco, che la invidia, peste non estirpabile mai, tenterà di lacerarti, e di nuocerti. Tu forse, ridivenuto privato, ti udrai con irriverenza licenziosamente biasimare; ma all’ombra delle leggi per te in forza e venerazione tornate, godrai tu tranquillo della inesplicabile gioja di essere uomo fra uomini; e, dai pochi, liberi, aperti, e non tremanti nemici, verrai a conoscere ed accertarti, che i molti ammiratori, veneratori, ed amici tuoi, mentiti oramai più non sono. Tutte in somma, ed in te, e per sempre in tutti, annullando tu stesso le funeste prerogative dell’assoluto potere, cui dà e mantiene la forza; tutte, ed in numero infinito, a riacquistar tu verrai quelle tante, e sì dolci, e sì grandi, cui sola può dare e mantener la uguaglianza. Privato nascesti, ma in disastrosi tempi, e non liberi. D’uomo, nel suo intero esercitarne l’ufficio, non ti fu dato finora: non quando eri privato, perchè cittadino mostrarsi niun uomo allora attentavasi; non quando eri assoluto principe, perchè uguali non avendo, cittadin non puoi essere: ma, il primo fra gli uomini e stati, e futuri, diventi tu, da quel giorno stesso, in cui dall’impero a vera cittadinanza ascendendo, teco i concittadini tuoi, da un reo e lungo servaggio, a libertà promuovi ed innalzi.

VII.

Ma sempre, malgrado mio, mentre io mi propongo di esporre i mezzi di annullar la tirannide, non so qual Nume, con irresistibile forza mi tragge ad esporre e descrivere i divini effetti, che dalla estirpazione di essa ridonderebbero; e, senza avvedermene quasi, ad enumerarli pur sempre trascorro. Cedasi dunque all’impetuoso sovrano Genio della libertà, ch’egli è certamente l’inspirator de’ miei sensi; e col ragionar degli effetti diversi di essa, in tal maniera l’animo di Traiano si accenda a restituir libertà, e quello dei Romani a, desiderandola, meritarla, che dalla perfetta concorde ed intera volontà di chi ardentemente la brama, e di chi umanamente ad accordarla si appresta, vengano ad un tempo, ed a facilitarsene i mezzi, e ad annullarsi gli ostacoli.
Già tanti e tali mi si affollano alla mente i prezíosi beni, che dalla riacquistata libertà ridondar si vedrebbero, che io, ripieno il core di una dolce emozione, turbato l’animo, accesa e trasportata la fantasia dai così diversi, e tutti lieti, e tutti vasti pensieri, non so qual prima, qual dopo ne narri; qual debba accennare, su quale estendermi, di quale tacere: onde, per la soverchia voglia di esprimere, non con premeditata eloquenza, che un così alto soggetto la sdegna, ma con semplicità e calore, ciò che l’animo tutto mi accende invade e consuma, io temo di poter dir tanto meno, quanto più sento che termine al dire giammai non porrei. Disordinati accenti, come il cuore e la fantasia li dettano; interrotti, fors’anche da lagrime e sospiri di gioja verace; saranno questi gli encomj della libertà, e de’ suoi dolcissimi frutti, che or dal mio labro si udiranno prorompere.
Già già mi si squarcia dagli occhi quel tenebroso velo, che la caligine dei passati e futuri secoli involvendo, il pensier nostro nell’angusto termine dei presenti tempi confina. Io veggo, sì, e d’un solo rapidissimo sguardo, io veggo Roma qual era ne’ suoi felicissimi tempi, qual ella è nei nostri, quale, con novella prosperità e grandezza, nell’avvenir potrà essere. Le venerabili ombre dei Catoni, degli Emilj, dei Bruti, dei Regoli, e di tanti altri illustri Romani, mi si appresentano in lieto aspetto; e magnanima scorta mi si offrono a farmi conoscere quella Roma, che essi abitavano. A gara mi narrano, quali virtù, qual forza, quanta felicita in quei loro concittadini lasciassero; qual santità, e severa osservanza di leggi; qual plebe, qual senato, quali eserciti; quanta costanza nell’avversa, quanta modestia nella prospera fortuna; qual religione e culto degli Dei; quanto in somma d’inaudito e di grande la bene ordinata repubblica, per la prosperità de’ suoi cittadini, radunato si avesse. E tutto, quanto quei generosi Spirti con sì nobile trasporto mi svelano agli occhi, tutto diverso, tutto per l’appunto contrario esser veggo, a ciò che la presente Roma rinserra.
Prima virtù di quegli ottimi, conosco essere stata il sapere e l’osservare le leggi; nostra, pur troppo! Da gran tempo sì è fatta, il sovverterle, trasgredirle, deluderle, ed ignorarle: e quegli più grande fra noi, con incredibile cecità di giudizio, fu reputato, che con più rovina nostra e disdoro, maggiormente seppe sopra le inermi ammutolite leggi innalzarsi. La forza dei romani animi con maravigliosi esempj mostravasi, nel tollerare le militari fatiche, nell’affrontare pericoli per la repubblica, nel correre lieti e volontarj alla morte, dove dal cessare dei loro individui ne fosse al pubblico ridondato gloria e vantaggio: la forza dei moderni animi, con eterno vituperio nostro, manifestavasi finora nel sopportare, tremando e tacendo, ogni ingiustizia, ogni rapina, ogni oltraggio: o se qualche scintilla di romana fortezza in alcun Romano di tempo in tempo si andava pure mostrando, all’uscire volantariamente di vita per isfuggir la tirannide, consecrata era soltanto. E dove per lo addietro l’immolarsi i Decj, i Curzj, e tanti altri, in pubblico onore ed utile ritornava; l’uccidersi fra noi quei pochissimi che al servire anteponeano la morte, in pubblico danno tornava; poichè un buon cittadino meno, dove già pochi ne sono, è irreparabile perdita: ed in pubblica vergogna ed infamia tornava; poichè la generosa morte di quelli dimostrazione vivissima era pur troppo della viltà di quegli altri tutti, che i forti non vendicavano, o non imitavano.
Felicità somma, ed unica, un dì, era in Roma la sicurezza, e l’uguaglianza; donde i costumi, le domestiche virtù, le vere amicizie, la fede, la parsimonia nascevano: felicità era il vedere ogni uomo felice; e niuno dalla rovina del congiunto, dell’emulo, del nemico, o dell’amico stesso pur troppo, la propria sicurtà e grandezza ne traeva. Oimè! qual pianto mi accora, se narrare mi è forza, quale sia stata la felicità dei tempi nostri finora! Pubblica, non ve n’è stata mai niuna, se non se nei brevissimi intervalli, o momenti, in cui si videro dall’usurpato soglio precipitare quei mostri, che fatto aveano fede essere in noi maggiore di gran lunga l’indegna sofferenza e viltà, che non in essi la crudeltà efferata. Nerone, Cajo, Ottone, Vitellio, Domiziano; trucidati tutti, vittime dei loro delitti e del tardo furore di pochi cadendo, faceano col morir loro conoscere e gustare ai presenti Romani un’ombra vana di passeggera felicità: ma tosto in lagrime di sangue dal barbaro lor successore scontar si facea la stolta gioja di Roma. Privata felicità, (apparente, e non vera) in questi orribili tempi la goderono soltanto quei pochi infami, che delle libidini, delle estorsioni, delle uccisioni fatte dai principi creandosi esecutori e ministri, dell’altrui sangue impinguati, dell’altrui pianto pasciuti, infra le rovine pubbliche con baldanzosa insoffribile inumanità e impudenza, d’ogni ricchezza e d’ogni vizio satolli, fra le universali tacite grida, nella propria non meno che nella principesca reità securi, viveano. Sante, sacrosante erano allora le leggi, a cui quella vera Roma obbediva, appunto perchè Roma le facea; osservate, venerate, temute elle erano, perchè ciascun cittadino rispettava in esse i suoi concittadini, e se stesso. Inique, trasgredite, vilipese, e gravose le nostre, perchè son fatte da UNO. E dall’uno create, dall’altro distrutte, rinvigorite da questi, riannullate da quelli; le perpetue loro rapide e risibili vicende ben larga prova ne fanno, che non dal ben pubblico, ma dal privato interesse, dall’assoluto capriccio, dalla stolidità, e dalla insania stessa per anco, dettate elle sono.
Era il romano popolo in quei felici tempi sagace conoscitor de’ suoi dritti, difensore acerrimo d’essi, generoso emulatore delle patrizie virtù, ferocissimo in guerra, in pace mitissimo, religioso osservator degli Dei, parco nel vivere, operante sempre, ed amator della gloria; ma, con avveduto discernimento, ogni gloria riponea nella libertà della patria. Il popolo, che ora di romano si gode, non meritandolo, il nome soltanto, in ogni crapola nei più sozzi vizj ed eccessi ingolfato, novelli dritti creatisi ha; immemore in tutto degli antichi: non libero, divertito ei vuol essere: le ricchezze, già dai tiranni rapite ai cittadini tremanti, vuole che fra esso con prodiga mano ritornino in giuochi, in conviti, in bagordi. Un tal popolo non è più soldato; dei proprj soldati egli trema; i nemici dell’impero più non conosce; dei patrizj è nemico, e non emulo; sagrilego disprezzator degli Dei, e ad un tempo di timide e vili superstizioni pienissimo: è questo, è questo pur troppo quel popolo, che già degnamente figlio di Marte s’intitolava.
Tralascerò di dire qual fosse allora il senato; non, perchè un vile timore, favellando io nel novello senato, mi allacci la lingua; ma so, che non è fra voi, o Padri Coscritti, spenta la chiara memoria dei vostri grandi avi; che dai vostri cuori non sono estirpati i preziosi semi delle loro divine virtù; che fino ad ora il campo e la libertà, non il desiderio mai né la capacità di esercitarle, mancovvi. E so, che a generosi e gentili animi troppo è grande gastigo la coscienza dei commessi falli, senza che vi si aggiunga l’insopportabile peso della vergogna. Passati sono i più infelici tempi, in cui rimordendo io in senato de’ suoi infami vizj la plebe e la più vile feccia di Roma, sarei, senza volerlo, venuto a rimordere i primi fra i senatori. Cancellati sono dai fasti nostri, e dalla memoria nostra per anco, quegli illustri ribaldi, che con empie adulazioni, con tradimenti veleni concussioni e delitti in somma orribili, d’ogni genere ed infiniti, aveano della patrizia gente contaminato a segno la fama e maestà, che la più scellerata, la più disprezzabile, la più abborrita in Roma non v’avea. Erano quegli, ed esser tali doveano, i senatori che ai Neroni e ai Domiziani toccavano; come voi siete meritamente il senato, che di Trajano si fregia.

VIII.

Ma, di quanti luttuosi mali dei nostri tempi ho annoverati finora, non mi è già caduto in pensiero d’incolparne i miseri cittadini. Ah! no: conseguenza necessaria e funesta era quella delle infami ed inique signorie; come necessaria e fausta conseguenza della divina libertà, dovean essere, ed erano, le sopra accennate virtù.
E già io, di baldanzosa speme, e di profetico spirto ripieno, antiveggo qual debba fra non molti anni, per la restituita libertà, risorgere la Roma novella, e per infiniti secoli terrore e ammirazione alle genti poi crescere, e mantenersi. Più che convinto oramai è Trajano, che il volere, sotto il dominio assoluto di un solo continuar la città, egli è un volerla intieramente distruggere. Non, s’egli eterno vivesse; non, s’egli un altro Trajano a governarci lasciasse; e successivamente, e sempre, altri Trajani assumere si potessero all’impero; non certo allora ridomandare si udrebbe libertà dai Romani; poichè, o piena l’avrebbero, o così mite sarebbe il servire, che, tranne l’altezza e la energia dell’animo, tutti i rimanenti beni della libertà si godrebbero. Ma, la impossibilità di tal cosa, il pericolo estremo, che anche l’ottimo principe porta sempre con se, di essere dalla propria illimitata potenza tradito e corrotto; quel nobile diffidar di se stesso e dei proprj lumi, in chi maggiori gli ha, più frequente; tutto, tutto addita a Trajano, che la gloria, la sicurezza, e la vita di Roma non si dee nè affidare, nè riporre, in un solo. Trajano sa, e vede, che il potere UNO più di tutti, senza che tutti, ove egli ingiustamente voglia, contra quell’UNO difender si possano, ella è cosa contraria al retto, alla felicità, al buon ordine, alla natura. Nè mai vien creato quest’UNO, se non dal delirio di tutti e dal guasto loro animo, o per l’arte e fraude di esso; nè mai mantenuto vien egli, se non dal timore di tutti o dei molti, e dalla usurpata eccessiva forza di lui.
Ed in prova, il console, legittimo principe, eletto, ed a tempo, di dodici littori soltanto, e più a pompa che a difesa, muniva la propria persona e dignità: l’imperatore perpetuo ed unico, creato non mai dal volere di tutti, figlio non delle leggi, ma della forza; l’imperatore munisce e corrobora con gli eserciti interi la illegittima autorità non ben sua; e dietro essi difende la sua tremante odíosa persona. I consoli, venerati sempre; stimati, se il meritavano; temuti, ma non più delle leggi; mai non si udiva che uccisi, altro che in battaglia per mano dei nemici, cadessero: gl’imperatori, o barbaramente svenati dagli stessi loro eserciti, o giustamente dagli adirati e oppressi lor cittadini, ben ampia fede ne fanno, che l’assoluto e perpetuo potere di un solo, non è mai legittimo, poiché la forza sola il mantiene; e che sopportabile non è lungamente egli mai, poichè il giusto furore che di tempo in tempo negli animi di chi vi soggiace si va riaccendendo, mal grado il timore e la forza, lo abbatte pure, e distrugge.

IX.

Ecco dunque, ecco al tacer degli eserciti, rivivere, rifiorire la libertà. Ecco disperdersi quelle folte nubi d’armati che Roma ingombrando, incutono pure, ancor che il principe nol voglia, un fiero timore nel cuore dei cittadini: e dal timore, virtù nessuna giammai. Ecco Trajano, che d’imperatore fattosi cittadino, le pretoriane coorti in un più gradito nobile e dignitoso corteggio ha cangiate. I cittadini in folla lo accerchiano; beato si reputa chi più lo ha mirato da presso; lui benedicono; lui vero padre con voci di giubilo gridano. Ritorna a poco a poco negli animi lungamente avviliti ed oppressi l’amor della patria (or che patria può dirsi), il verace valore, l’emulazione al ben fare, l’ardente divino furore di acquistarsi con chiare opere eterna la fama. Incese veggio, incenerite e spianate quelle insultanti moli, che sopra il Palatino torreggiano, già destinate ad albergo di assoluto signore. Trajano è il primo ad abbatterle; ed in privata magion ricovrandosi, di ben altra grandezza ei fa pompa, che non quei superbi vili signori nel fare dei loro immensi edificj orgoglioso velo alla lor nullità. Quell’alto seggio, da cui nel senato ei mi ascolta, egli primo comanda, che agli altrui si pareggi: ben certo è Trajano, che fra gli altri sedendosi, non sarà perciò mai fra gli altri confuso.
Al grido, che tosto la rapida rimbombante fama di sì maraviglioso cangiamento fino all’estremità dell’impero ne porta, in folla da ogni più rimota parte di esso vengono i sudditi, d’ogni età, d’ogni grado, a rimirar co’ loro occhi un uom sì divino, una così incredibile ed inaudita virtù; e testimonj poi ne riportano alle loro genti l’ammirazione, l’amor di Trajano, della patria, della restituita libertà.
Ogni padre, baciando ed abbracciando i suoi figli, per l’allegrezza piange, ed esclama: “Figli miei, che tali da oggi soltanto a riputarvi e nomarvi incomincio; figli miei cari, assicurati mi siete da oggi, e non prima. Osservando io le sacre leggi, non pavento che la violenza e la crudeltà dai miei Lari oramai vi rapisca; da voi in tutta sicurezza e pace gli antichi moribondi occhi miei saran chiusi; voi, legittimi eredi delle sostanze mie, non tremo che spogliati ne siate; nè voi, donzellette, dal fianco dei dolci ed amati mariti disvelte: non l’ossa mie perturbate, e disperse: non la mia fama, che assai peggio pur fora, calunniata e ritolta.”
Là veggo il ricco, non più tremante, non più sollecito nel custodire e nascondere i suoi tesori; che se male acquistati non sono, intatti glie li serberanno le leggi: in vece che i passati principi non contenti di spogliarnelo affatto, anco la vita e la fama, sotto il velo di apposti delitti, iniquamente gli toglieano.
Quà il povero con innalzata fronte rimiro passeggiarsene pel foro, dalla oppression dei potenti securo; e, dal passato avvilimento e timore, nobile sprone all’inacerbito suo core s’è aggiunto, per farsi colla virtù chiaro, e in cittadinanza superare chi di ricchezza il soverchia.
Ma il lusso, mortifero fomentatore, e principesco padre di ogni vizio e delitto, non raffrenato o sbandito da sontuarie leggi, inutili sempre ad estirpare quell’Idra, ma vilipeso bensì dai modesti privati esempli di Trajano; per la cangiata opinion dei Romani, con cittadinesco decoro e vantaggio, rivolto è oramai il lusso soltanto alla magnificenza dei pubblici edifizj. Le immense ville, boschetti, e giardini, che la Italia tutta occupando, degli utili e robusti abitatori la dispogliavano, al pristino aratro restituiti, di dorate copiose messi fan liete le novelle famiglie dei liberi agricoltori. Già già quei luoghi sì lungamente stati il ricovero d’ogni ozio e mollezza, testimoni ritornano delle antiche domestiche virtù; ossequio ai genitori ne’ figli; verace amore nei padri; modestia e fede nelle mogli; maschia fierezza ne’ giovani alla libertà educati; maturo consiglio, avvedimento provido, e timore nessuno, nei vecchi in libertà ritornati e vissuti; infra i vicini, pace; infra i congiunti, amorevolezza; parsimonia ed innocente letizia, fra tutti.
Le tremule voci ascolto dei vecchi, a cui finora la male spesa, e con fatica serbata vita incresceva, felicitar se stessi d’averla fin quì strascinata, poichè a sì lieto giorno del vedere rinascer repubblica, conservata pur l’hanno. Contenti muojono; han visto Trajano.
La gioventù baldanzosa, dove per l’addietro nei teatri, nei circhi, negli osceni conviti, e fra gl’infami gladiatori per anco, i giorni interi, con danno espresso della salute, dei costumi, e del virile animo, consumava; eccola di bel nuovo discesa nel campo di Marte: là di feroci destrieri domar la possanza; quì con generosa lotta addestrare a militar fatica le robuste, libere, e non più contaminate sue membra; altrove, di nobil sudore sotto le pesanti armi cospersa, nell’acqua lanciandosi, con forte nuoto soverchiare del Tevere l’onda: e per tutto in somma mostrarsi crescente speme alla repubblica, dolce e verace sollievo a’ suoi genitori, maraviglia e terrore ai nemici.
Già odo nel foro risorta quella maschia, libera e veramente romana eloquenza, per cui dalla tribuna tuonando, là i popolari tribuni, quà i consoli, delle importanti leggi, del muover la guerra, dell’accordar la pace discutono. Oratori veri son quelli, a cui la sublimità del soggetto materia al ragionare mancar mai non lascia; a cui libertà, maestra dell’energico parlare primiera, di lodevole ardire, di caldo amor per la patria, e di tenace costanza soccorre. Ma dispersi, avviliti, e confusi, tacciono quegli altri parlatori pur tanti, che nella lunga nostra servitù di oratori il nome usurpavansi; colpa dei tempi, nol niego; ma, colpa di essi non meno, che con sordide adulazioni una così nobile arte prostituivano; mentre, se libero non era il parlare, liberissimo era pur sempre il tacersi.
In questo augusto senato, oramai più non odo, con così poca maestà di tal ordine, contendere i giorni interi, per decretar poi a gara mentiti ed infami onori al vizio imperante; non più conoscere delle concussioni dei proconsoli e questori nelle desolate provincie; non più le reciproche accuse di lesa maestà; non più d’esigli, di confische, di morti, di proscrizioni. Il senato di Roma, a suo antico e sacro uffizio riassunto, alla sicurezza dei cittadini veglia e provvede; la pace mantiene, ove con decoro del romano popolo mantenersi ella possa; la guerra ordina; e, per mezzo di cittadini soldati, e di capitani cittadini, coll’antica virtù e felicità ogni guerra più disastrosa e terribile vince.
La sacra via, che al Campidoglio conduce, un’altra volta di veri romani trionfi si adorna. Non sovra eccelso carro un imperatore, coi nemici (che visti non ha) effeminato ed imbelle; coi proprj soldati timido inesperto capitano; coi cittadini suoi crudele, assoluto, e feroce; ma un imperator sottoposto alle leggi rimiro tra i veri applausi di libera gioja modestamente ascendere in Campidoglio; e del proprio valore, e di quel dei soldati, ascrivere piamente al solo massimo Giove la cagione, ed i frutti.
Delle superbe immagini, e marmoree statue, che il maggior foro ed i pubblici edificj non ben dirò se più adornino, o sfregino, gran parte abbattute ne veggo, ben giusto e dovuto scherno alla oltraggiata plebe rimanersi nel fango. Le poche erette a una vera virtù, che in liberi cittadini con manifesto utile della repubblica si mostrasse, rimangono: ovvero, se esse, dallo sfacciato vizio rovesciate, giaceano vilipese, or che a vicenda la virtù ripreso ha l’impero, rialzate, rifatte, riadorate si veggono. E fra queste, sola di chi l’impero assoluto avesse occupato, coronata di fiori, moltiplicata in tutte le parti dell’impero, per tutto accerchiata di prosternati cittadini, torreggia la immagine di Trajano. Ritornato in onore, per la rarità e la scelta, ciò che, per la sterminata quantità e la prostituzione, avea intieramente cessato di esserlo, si riaccenderanno a virtù i cuori dei cittadini; si riudiranno quei generosi magnanimi incredibili sforzi, che per la patria si videro così diversi, così frequenti, in Roma già libera; e ad ottenere pubbliche statue, a mille a mille gareggieranno i Romani in virtù, allorchè dimostrato ben sia, che non più mai ottenute, senza essere veramente meritate, verranno.
Le ultime provincie dell’impero, se acquistate sopra liberi popoli sono, in libertà, ma romana, tornate, e della loro pristina memori, null’altro avvedendosi di aver perduto nell’esser vinte da Roma, che la loro barbarie; tanto più diverranno romane, quanto all’ombra di migliori leggi, più ricche, secure, e libere diverranno. A difender se stesse dalle invasioni dei nemici, basteranno i loro popoli, con disciplina romana, da roman capitano condotti; a non mai ribellarsi da Roma, basterà loro la perpetua certezza di non essere da ribaldi, avari, ed assoluti ministri predate, oppresse, e sconvolte. Ma, se all’arbitrario potere di un re le avranno sottratte le romane armi, tanto più lieve sarà, di serve divenute compagne, nell’ordine, nella fede, nella felicità mantenerle. Nella Italia intera non miro oramai nè l’ombra pure di un soldato; i cittadini vi moltiplicano in folla; e se Roma ha nemici, soldati son tutti, e la salvano; ma se ha Roma un tiranno, cittadini son tutti, e lo spengono.
Già già questa Roma seconda, in virtù alla primiera agguagliandosi, nella felicità e fama l’avanza. E di una tanta virtù, di così lieto vivere, di chiarezza sì luminosa, di un nome sì venerando e terribile, più che il restitutore, il novel creatore è Trajano. Non Romolo col fondar la città, poiché libera intieramente non la lascia; non Bruto col cacciarne i tiranni, poich’egli a se stesso signoria nessuna non ritoglieva, anzi, insieme con la propria e pubblica libertà, eminenza di grado ad un tempo a se procacciava; non i tanti e tanti altri nostri eroi cittadini col servire difendere ed accrescere Roma, poichè ai doveri di cittadino col latte succhiati soddisfaceano; nessuno, per certo, di questi, agguagliare si potrà mai a Trajano: a Trajano, che di assoluto padrone di essa, se ne facea spontaneamente cittadino; che di schiava ch’ella era, in libertà la tornava; che di avvilita, grande; di contaminata, pura; di viziosa in somma, rea, scellerata, ed infame, la trasmutava in giusta, costumata, e d’ogni alta virtù vivo specchio ed esempio.
Trajano, nato tremante, e non libero, sotto all’impero di Claudio; sfuggito, per miracoloso volere dei Numi, alla persecutrice crudeltà dei susseguenti tiranni, e pervenuto finalmente d’impero, avendo egli, per propria esperienza, nell’orribile stato di assoluta signoria, conosciuto non meno i timori e l’incertezza, e l’impossibilità di esercitar la virtù in chi serve, che i timori, i rimorsi, e la viltà di chi assoluto comanda; Trajano, sceglieva, come più nobile e più sicura e sola dignità veramente orrevole d’uomo, di farsi e di essere CITTADINO DI ROMA. E, per esserlo egli con securtà e diletto, un tanto bene a tutti gli uomini del romano imperio viventi, e nei futuri tempi ai più lontani nepoti, sotto custodia di ben restituite leggi, assicurava.

X.

A così immensa gloria aggiungerai, o Trajano, un bene non minore di essa; un prezioso dono dai celesti Numi accordato soltanto alla virtù, ed ai generosi e liberi petti. Ripatriata per te in Roma la finora proscritta santa amicizia, tu, benchè stato principe, cittadin divenuto, ne gusterai quella non pria conosciuta reciproca divina dolcezza; di manifestare interamente il tuo core, e vedere apertamente l’altrui; di dire il vero, e di udirlo.

IL TRADUTTORE
A CHI HA LETTO.

È FAMA, che Trajano, e lo ascoltante senato, inteneriti da questa orazione, piangessero; e che a Plinio molta gloria ne ridondasse. Ma, ne rimase con tutto ciò a Trajano l’impero; a Roma, al senato, ed a Plinio stesso, il servaggio.

FINE.

PARIGI SBASTIGLIATO,

ODE

——–

Populum exactores sui spoliaverunt, et mulieres
dominata sunt eis.

ISAIA, CAP. III, VERS. 13.

Intromessa quì par quest’Oda forse,
A chi il loco e la data non raffronta,
Onde all’autor la occasíone occorse.

——–

INTRODUZIONE.

——–

ALTI-SONANTE imperíosa tromba
Posta s’è a bocca una feroce Diva;
Necessità, che a render prode arriva
La stessa pavidissima colomba:

Ecco, al forte squillar, da un’ampia tomba
Repente uscir la turba rediviva,
Che ben trenta e più lustri ivi dormiva;
E il suo libero dir già al ciel rimbomba.

Deh! se intera la Gallia, onde voi sete
Il nobil fior, pietade in sen vi desta,
Sommerse omai sian le discordie in Lete!

Popol, Patrizj, Sacerdoti, è questa
La via, per cui quel sacro allor si miete,
Che il ben d’ogni uom nel ben di tutti innesta.

PARIGI SBASTIGLIATO.

ODE.

ALL’ARMI, all’armi, un generoso grido
Fa rintronar di Senna ambe le rive:
All’armi, all’armi, eccheggia
Francia intera dall’uno all’altro lido.
Forse fia che dell’Anglo ampia oste arrive?
No: dalla infame reggia,
Di tradimenti e di viltade nido,
Sotto ammanto di pace esce l’atroce
Seme di guerra. Ecco, al macello il segno
Dal capitano indegno
Aspettar la masnada empia feroce,
Che alla immensa cittade intorno accampa.
Svizzera compra carne al regio sdegno
Tacita serve; e, qual ferale vampa,
Pregna di stragi stassi.
Ahi nube orrenda d’esecrati sgherri!
Fia che il popol ti lassi
Ber del suo sangue, e al tuo ferir si atterri?

II.

Ma, da ben altra immortal reggia scende
Sovra l’ali dei Fati, in atto altera,
(Bella e terribil Dea)
Libertà, che da Palla ottien le orrende
Gorgonee serpi, onde la turba fera,
Cui già il terror vincea,
Freddo immobile sasso inutil rende.
Sacra Diva, che il vile empio di corte
D’un guardo annulli, e il cittadino allumi
Di fiamma tal, che ai Numi
Si estima ei pari; ad affrontar la morte
Per la patria verace, o Dea, tu traggi,
Tu sola, a sparger di lor sangue fiumi,
Le magnanime Guardie, in cui tuoi raggi
Tanto penétri addentro,
Che non più Guardie del comun nemico,
Ma di Parigi al centro
Franche Guardie si fanno al Franco amico.

III.

Invisibil così pendea sospeso
E su le umíli e su le eccelse teste,
Con la rovente spada,
L’Angel di morte, anch’ei d’orror compreso.
Dato è il segnal: la cortigiana peste,
Fa sì che in bando vada
L’uom che sol regge or dello stato al peso;
L’uom, che libero nato in strania terra,
Servo in Gallia ed in corte a far si venne,
Sol per tor la bipenne
Di man de’ rei, che a scellerata guerra,
Vilmente arditi contra il volgo inerme,
L’adopran sì, che n’è il servir perenne. –
Ahi stolte al par che inique menti inferme!
Perchè i raggiri impuri
Vostri abbian dato ad un tant’uomo il bando,
Sperate voi securi
Starvi omai dietro al mercenario brando?

IV.

Quali urla sento? infra l’orror di negra
Notte feral, quai torbe incese tede
Correr ricorrer veggio?
In men ch’io il dico, ampia cittade intégra
Sossopra è volta; ogni uom vendetta chiede;
E il differirla è il peggio.
Spade, aste, ogni arme, impugnan tutti; ed egra
Alma non v’ha, ch’elmo rimembri o scudo.
Andar, venire, interrogar; giurarsi
Scambievol fe; mostrarsi
A gara ognun d’ogni temenza ignudo;
Rintracciar l’orme del tedesco gregge,
Sovr’esso a furia indomiti scagliarsi,
Altri svenarne, altri fugarne, e legge
A tutti imporre; è un punto.
Pria che in ciel la seconda alba sia sorta,
E che al confin sia giunto
L’esul ministro, è tirannia già morta.

V.

Oltre l’usato il Sol sereno sorge
A rischiarar queste beate spiagge;
E spettacol sublime,
Agli occhi miei sì desiato, porge.
Con bella antiqua mescolanza, in sagge
Torme, uno stuolo imprime
Rispetto, in cui la securtà risorge.
Rimiro io fatti i cittadin soldati;
E più strano miracolo ai dì nostri
Fia che in un mi si mostri,
Nei regj sgherri a cittadin tornati.
Già insieme tutti, a calda prova ognuno,
Gl’impotenti sfidaro aulici mostri. –
Ma, se matrona non si veste a bruno,
Dei satelliti soli
Non basta il sangue a rammollir lo scettro;
Nè fia che in corte voli
Terror, se non vi appar nobile spettro.

VI.

Loco è in Parigi che in Inferno avria
Pregio più assai: detto è BASTIGLIA; e dirsi
Me’ dovria Malebolge.
Ampia profonda fossa, ond’è ogni via
Intercetta all’entrar come al fuggirsi,
Per ciascun lato il volge.
Quadro-turrita in mezzo erge la ria
Fronte una rocca di squallor dipinta:
Atro-bigio è il gran masso. Alta corona
D’empio bronzo che tuona,
Infra gli orridi merli al capo ha cinta:
Del piè sotterra s’incaverna il fondo
Più giù che il fosso, in parte ove non suona
Raggio più omai dell’abitato mondo:
Dalle esterne sue parti,
Fenestre no, ma taciti forami,
Radi nel sasso ed arti,
Barlume danno a quelle stanze infami.

VII.

Gemma è primiera del regal diadema
Questo albergo di pianto. A pardia un truce
Crociato carceriero
Stavvi, ripien di crudeltade e tema,
Che di monchi sicarj inutil duce,
Dirsi ardisce guerriero. –
Nunzj a costui di volontà suprema
Dei vincitori cittadini, in lieto
E pacifico aspetto, ecco, son giunti.
Che indarno ei non impunti
Nel negar l’arme, il prega un sermon queto.
Altro da lui non vuolsi. All’aure il bianco
Segnal di pace, e i caldi preghi aggiunti,
Il rancor di costui dovrian far manco.
Blando, e mite, ei risponde;
Che a ciò s’inoltrin quetamente i pochi.
Giunti appena alle sponde,
Sovr’essi avventa il traditor suoi fuochi.

VIII.

Donde han mai l’ali? qual non visto Nume
Dei respinti al furore ali ministra
Ad inaudito volo?
Ecco sgorgare, impetuoso fiume,
Il gran popol da destra e da sinistra,
Irresistibil stuolo.
Leggieri più che ventilate piume,
Oltre al ponte primier varcati in frotta
Già stanno: ivi urti, e palle, ed urla, e morti,
E morenti, e risorti;
Null’uom sa il come; ecco allentata, e rotta
La catena che in alto ratteneva
L’ultimo ponte. – Oh generosi, oh forti,
Voi che sovr’esso, che a stento cadeva,
D’audace slancio ascesi,
Primi sboccar nell’empia rocca ardiste! –
Lor nomi indarno io chiesi,
Perchè il debito onore a lor si acquiste.

IX.

Ve’ scorrer già la vincitrice piena
Entro alle più riposte erme latébre
Del trionfato ostello:
Già il ferro ogni empio difensor vi svena;
Già dalle eterne orribili tenébre
Del lor carcere fello
Tratti sono alla pura aura serena
I prigionieri miseri innocenti.
Già già afferrato è il castellano iniquo,
Che dell’oprar suo obbliquo
Pagherà tosto il fio tra rei tormenti.
Preso esce già fra i cittadini, agli occhi
Del popol tutto, il condottiero antiquo;
Nè dardo avvien che incontro a lui sì scocchi;
“Alle Gemonie,” grida
Sola una voce della plebe immensa,
Che con feroci strida
Vieppiù sempre dintorno a lui si addensa

X.

Cruda, ahi! ma forse necessaria insegna,
Vedeva io poi con gli occhi miei sua testa
Sovra lunga asta infissa
Ir per le vie: nè sola ell’è; che degna
Compagna un’altra, a quella orribil festa,
Le viene a paro: è scissa
Questa dal corpo d’uom, che invan s’ingegna,
Urban pretore, di far ire a vuoto
Dei cittadini la guerriera impresa:
E vilmente distesa
Sua tronca salma io ne vedea nel loto.
E i cittadin feri vedea, ma giusti,
L’alta vendetta lungamente attesa
Sperar compiuta in que’ scemati busti. –
Ahi memorabil giorno!
Atroce, è ver; ma fin di tutte ambasce:
Di libertade adorno,
Fia questo il dì che vera Francia nasce.

XI.

Deh! con qual gioja alla sconfitta rocca
Io volgo il piè! Senza tremare, io passo
Dentro all’orrida soglia.
Già di pietade il core mi trabocca,
Solo in mirarmi attorno il negro sasso…
Or, quai voci alla doglia
Pari saran, se a me descriver tocca
I funesti pensieri, onde la vista
Dell’atre interne carceri mi aggrava?
Quì (dich’io) lagrimava,
D’arbitrario insanir vittima trista,
La intatta sempre-timida Innocenza,
Cui di sua man Calunnia conficcava.
Quì non si udia di giudice sentenza:
Quì due miseri carmi,
Veri, o supposti; e quì un sorriso, un guardo,
Un pensier, potean trarmi…
Oh di qual giusto alto furor tutt’ardo!

XII.

A terra, a terra, o scellerata mole;
Infranta cadi, arsa, spianata, in polve. –
A gara ogni uom l’assale;
A gara ogni uom spiccarne un sasso vuole,
E le fere compagini dissolve:
Sparita è già. – Ma, quale
Pompa diversa oggi rischiara il Sole
Nelle affollate parigine vie?
Ecco inerme e soletto il Franco Giove:
Ei di sua reggia muove,
Ripieno il cor di cittadine pie
Brame, in lui figlie di assoluto invito,
Che al venir gli vien fatto in fogge nuove.
Fiede il regale orecchio un non pria udito
Alto e libero EVVIVA,
Cui non più RE, ma NAZÍON, vi aggiunge
Quella sovrana Diva,
Che dai bruti il verace uomo disgiunge.

XIII.

Fra il nobil grido, il re procede intanto,
Da Franche armi non compre attorníato,
Ver la magione urbana.
Di duolo e gioja vario-misto un pianto,
Cui da pria ‘l pentimento ha in lui destato,
D’ogni uom lo sdegno appiana.
Ma, d’ora in poi quello ingigliato ammanto,
E a chi ‘l porta, e a chi ‘l dona, assai men greve
(Spero) sarà. – Giunto è già il prence: ei giura,
Che la orribil congiura,
Ignota a lui, tutta imputar si deve
Ai traditor, che in duro error lo han tratto.
Pago è già il cittadin; già già secura
Torna del re la maestade, a patto
Meglio adequato omai:
Già espulsi ha gli empj, e richiamato ha il giusto:
Nè a re lo errar più mai
Concede il Nazional Consesso augusto.

——–

E più intrusa che l’Ode anco dirassi
La favoletta che a Trajan si accoda:
Pur non fia che tre carte in bianco io lassi.

——–

LE MOSCHE E L’API.

FAVOLETTA.

——–

D’API un libero sciame,
Industríoso e lieto,
Se ne vivea felice:
Stuol di mosche inquíeto,
A cui la fame – anco l’invidia accrebbe,
Un suo moscon per capo eletto s’ebbe;
E l’una sì gli dice.

Noi siam pur tante,
L’api pochissime;
Ciò non ostante,
Son potentissime.
Esca abbondante,
Securo tetto,
Pace e diletto;
E che non hanno
Quelle iniquissime?
E il tutto fanno,
Rette a repubblica.
E noi, chi siamo?
Noi pur vogliamo
Libertà pubblica.

Era il moscone
Un vero omone,
Saggio, prudente,
E dell’api sapiente.
Onde a quel dire oppone
Il ragionar seguente.

Care mie figlie, è facile
Il chiacchierar, ma il fare
Dà un po’ più da studiare.
L’api sono insettoni,
Aspre di pungiglioni,
Che le fan rispettare.
Ma noi, di tempra gracile,
Che faremmo in battaglia,
Se un soffio ci sparpaglia?
Le pure api si pascono
Dittamo, erbette, e rose;
E in noi sempre rinascono
Mille voglie golose.

La libertà di svolazzar quà e là,
Col periglio temprata
Di una qualche ceffata,
Sia dunque ognor la nostra;
Nè questa a noi giammai tolta verrà,
Se il senno il ver dimostra.

Così il dotto moscon, lor viste fosche
Ralluminando, apria
Che non potria – mai farsi un POPOL MOSCHE.