Gandolin – Dodici monologhi – Edizione Liber Liber

LA PAURA DEL CORAGGIO

(Entra sulla scena a precipizio, con tutti i segni del panico. Fa cenno agli spettatori di conservare un silenzio assoluto. Guarda, cauto, dalla parte dove è sbucato e con la mimica sembra accennare che due brutti ceffi gli avevano teso un agguato, ma che ora si allontanano…. sono scomparsi…. respira!… No, ritornano!… Altro spavento. Ah no! è un falso allarme. Altro respiro di sollievo.)

Ora, ora, un momento e poi vi conto tutto. (guarda ancora di dentro) Si sono squagliati…. Dio, che cosa! sembravo un velocipede: il guaio si è che mi sento (si tasta i ginocchi) sgonfiare i pneumatici. Che cosa facevo? Scappavo a rotta di collo. Per paura? Oh come vi sbagliate! Scappavo per troppo coraggio. Tremo tutto? Sfido! tremo per troppo coraggio. (guarda c. s.) Oh Dio, ritornano!… No: è uno spazzino. Ma guardate Cheche fatalità! Alla distanza di un anno preciso, lo stesso giorno, La,la stessa ora, nello stesso punto, identico, trovo due faccie da galera; sto per dire gli stessi grugni. Che cosa avreste fatto al mio posto? Affrontarli? affrontarli, dopo quello che mi è successo un anno fa?… Ma siete matti o non sapete nulla. AH!Ah! non sapete?… E allora vi dico tutto, perchè impariate, cari miei, che a questo mondo non si scappa mai abbastanza.

Ecco: era una notte, proprio contecome questa: e alla stessa ora uscivo di casa per andare al caffè del Centro, dove tutte le sante sere perdo due lire a scopa. Alla svoltata dei Cappuccini, punto sempre deserto e piuttosto buio, travedo due di quelle figure che poco piacciono, a certe ore di notte. Cambio di marciapiedi, tenendoli d’occhio e cambiano anche loro. Rivò dall’altra parte e fanno lo stesso gioco. Ohi! qui ce l’hanno proprio con me? E allora cavo un revolverino americano, un cosino così, che pare un astuccio di pipa, e vado avanti: perchè io non ho mai avuto paura di nessuno.

Quei due briganti fingono di scansarsi e invece, quando sono a tiro, mi mettono in mezzo e mi piantano davanti due coltellacci lunghi così. Il sangue mi va alla testa, alzo il braccio e sparo. Mica volevo ammazzare nessuno: soltanto spaventarli. Invece, che volete! uno cade, urlando; l’altro scappa a precipizio.

Resto lì un momento sbalordito, e poi dàgli anch’ io a scappare. Perché? non saprei dirvelo: fatto è che piglio giù di corsa verso il Politeama.

Finiva giusto il secondo atto. La gente che usciva sente lo sparo, vede uno che scappa col revolver in mano, mi si butta addosso, mi blocca, mi afferra, io casco, mi trascina, mi strappa le vesti, luimi tempesta di calci….

C’era, mi ricordo, un gobbaccio maledetto che strillava come una papera:

Boia d’un assassino, infame!

Arrivano due carabinieri e la massa urlava: Lassù c’è un morto e l’assassino l’abbiamo agguantato noi.

E intanto il gobbo vigliacco mi dà un pugno sul cappello a cilindro e me lo fa scendere sin qua; sicchè a un tratto divento cieco, muto e sordo; tanto sordo che ho sentito appena una pedata proprio nel…. momento che tentavo di rimettermi in gamba.

Finalmente non so chi mi leva la visiera e mi trovo in una mucchia di gente, afferrato per i polsi dal maresciallo.

– Come vi chiamate? chi siete?

Parola d’onore mi avevano ridotto in uno stato tale che neanch’io sapevo più chi fossi. Pure, raccolsi fiato e memoria e risposi:

– Sono il commendatore Tal dei tali, professore di diritto all’Università.

– Ah, date anche un nome falso?

– Ma no, – gridò una voce, – è proprio lui!

Era, per fortuna, il proprietario del Politeama, bravissima persona, che mi conosce di vista.

– Ma come, – fece il maresciallo, – un professore che fa l’assassino?

– Ma no, santo Dio! mi lascino spiegare. Io venivo giù da casa mia, quando alla svoltata…. E racconto alla meglio. Sembravo, in mezzo alla folla, il cantastorie che narra le gesta di Mastrilli. Intanto un brigadiere di pubblica sicurezza tornava dal luogo del delitto, chiamiamolo così, e diceva:

– Il ferito è quella canaglia del Marengoni, detto il Barudda.

– Ma allora è proprio vero quel che dice il professore! Come! lei ha messo a terra il Barudda? un vero brigante! È morto almeno?

– Non pare, – dice il brigadiere, – eh sì! hanno la pelle dura!

Mi fa il maresciallo quasi abbracciandomi:

– Ma lei ha fatto un’opera santa! Se tutti i cittadini fossero come lei! ma lo sa che merita una medaglia d’oro?

E quella vigliacca di folla, compreso il gobbo:

– Bravo professore, le faremo un busto in municipio.

E io, – anche l’uomo più coraggioso ha dei momenti di vigliaccheria, – facevo inchini di modestia, come a dire:

– Eh! si fa quella revolverata che si può.

Intanto cercavo di aprirmi un varco per andare al caffè, quando il brigadiere mi attraversa il cammino:

– Perdoni, professore! ma capirà…. c’è un ferito…. bisogna, che lei arrivi un momento in questura…. Sa, per mio discarico; ma è affare di cinque minuti.

E lì si forma una specie di processione, e si attraversa mezza città. Sentivo dire dai bottegai, con mia grande vergogna:

– Dev’essere uno di quelli che spacciano biglietti falsi! Possa finire sulla forca.

Finalmente si arriva in questura; manca giusto…. l’ispettore di servizio.

– Ma guardi combinazione! è proprio l’ora che di solito è in ufficio. Ci sarà qualche affare di premura, ma, certo, arriva a momenti. Intanto, abbia la bontà, entri in camera di sicurezza. Perdoni, sa; ma è una formalità.

E mi chiudono a chiave in un camerotto buio, dove sento un odorino acuto di…. acqua di Colonia.

– A momenti arriva! Ma intanto rimango lì un paio d’orette. Finalmente un usciere, o secondino che sia, spalanca l’uscio e mi porta dall’ispettore. Lì, devo dare nome, casato, paternità e ricominciare la storia:

– Erano le dieci quando io uscivauscivo di casa per andare, ecc.

Finita la litania, l’ispettore alza gli occhi e mi domanda a bruciapelo:

– Tutto va bene, ma dica: può produrre testimoni?

– Ma se non c’ ero che io solo, solo!

– Non metto in dubbio le sue parole, ma se si procurava almeno un paio di testimoni, creda era meglio. Del resto il Barudda è uno dei grassatori più pericolosi. Se tutti fossero come lei! Ma lo sa, che meriterebbe una statua?

– Non domando tanto: vorrei solo tornare a casa perchè, capirà, la famiglia starà in pena.

– Lei ha ragione, ma dica: ha il suo porto d’arme?

– L’ho a casa.

– Male! e poi vede? il revolver è di corta misura. Sa: io non posso assumere responsabilità. Se no, poi ha da sentire i giornali! Arbitrio di là, arbitrio di qua!… Insomma bisogna che io la deferisca all’autorità giudiziaria: ma non si alteri, è questione di ore.

– Non posso dunque tornarmene a casa?

– No! purtroppo: ma domattina;domattina, appena arriva il giudice istruttore…. creda, questione di minuti.

– Ma potrei almeno avvertire la famiglia?

– Che ci posso fare io? è procedura: non può comunicare con nessuno. Ma m’impegno io…. Non dubiti…. dorma pure tranquillo….

E intanto a forza di gentilezze, dà ordine che mi chiudano in torre. Sì, o signori! Io professore, io commendatore, io meritevole di una medaglia d’oro, di un busto, di una statua, per aver quasi liberato la società dal famigerato Barudda, io che ho scritto dei libri tradotti in tedesco, sono a mia volta tradotto…. in camera di custodia! Dio, se ci penso mi vien la pelle d’oca! Figuratevi uno stanzone fetido, con un tavolaccio, già occupato da tre animalacci troppo visibili e da non so quanti animaletti invisibili di più vario genere…. (si gratta in testa e altrove) Sbarrato l’uscio, quei tre animaloni si svegliano e sento cortecerte vociaccie di cichettaro:

– Oh abbiamo un collega! ci hai portato del tabacco?… chi sei?… come ti chiami?… Parrebbe un novizio!

Io raccolgo tutta la mia dignità di professore, di commendatore, e ribatto con fierezza:

– Non permetto simili confidenze! Sono un signore e sono un galantuomo. Mi trovo qui, per un…. non so neanche io come chiamarlo. Alle dieci…. ecc., alla svoltata dei Cappuccini, eccetera…. bum! e ferisco uno che si chiama pare il Barudda.

Che vi ho da dire? Parevano tre iene.

– Ah! brutto maialone! Sei dunque uno di quei cani che dànno fastidio alla brava gente? Mò ti aggiustiamo noi!

Credete che avessi paura?…. Ma che, mi sentivo di strozzarli tutti e tre. Ma pensai: Se tanto mi dà tanto, finisco all’ergastolo.

E allora facendo una faccia da ridere, ebbi la codardia di raccontare che invece mi avevano arrestato perchè avevo tentato di strappare l’orologio a uno di quei furfanti di signori che si permettono di portare una catenella. Quelle tre faccie da galera si spianarono: uno di essi mi pose la sua manaccia qui, sulla spalla, mugolando:

– Lo dicevo io che era un novizio! Adesso ti insegno io, come si fa. Sta bene attento.

E lì dovetti imparare come si ruba un orologio senza dar sospetto. Un professore di diritto che prende una lezione di rovescio!

Non vi dico come passai la notte. Ai primi albori bussai all’uscio come un disperato. Venne il guardiano a darmi la bella notizia che i giudici istruttori vanno all’ufficio soltanto alle dieci, ma non mai prima di quelle undici che per solito battono a mezzogiorno. E fu proprio alle dodici che venni accompagnato davanti a un signore arcigno, che non mi guardò neppure in faccia e disse a uno scriba:

– Prendete il processo a carico del professore commendator Tal de’ tali.

Poi a me con voce severa:

– Dica un poco: che cosa faceva lei alle dieci di notte nella discesa dei Cappuccini?

– Niente: uscivo di casa al solito per andare al caffè, eccetera…. due lire a scopa…. cambio marciapiede, eccetera…. due coltellacci lunghi così…. bum! e giàgiù tutta la storia!

Il giudice rimane zitto, si gratta la fronte e poi:

– Uhm! la cosa, vede, non è tanto chiara. Vi sono delle contradizioni. Lei dice: «Mi vennero di fianco». E poi: «Me li ho trovati a faccia a faccia». La faccia non è il fianco! Prima dice che l’intenzione era di sparare in aria. Poi afferma che il revolver era a bocca giù. Bocca giù, o bocca su?

E io con una pazienza di santo:

– Erano di fianco, ma poi si portarono di fronte, uno di qua, l’altro di là. E poi che vuol che sappia di bocca giù o bocca su; se ho sparato a caso!

E lui:

– Mi pare un po’ strano che un uomo come lei spari a casaccio….

A tal punto, francamente la pazienza mi scappa:

– Ma allora, secondo lei, io avrei aggredito questo Barudda per prendergli borsa e orologio? lo dica apertamente senza reticenze!

– Via, via non si alteri; anzi io riconosco che lei ha fatto un’opera di cittadino valoroso e che meriterebbe….

– Me lo aspettavo: un monumento equestre!

– Ma intanto il processo per l’arma proibita, caro lei, non si scappa; quindi lo rilascerò in libertà provvisoria ; purchè sia sempre a disposizione della giustizia, anche perchè bisognerà identificare il compagno di Barudda. Per ora, vada pure.

Ma questo vada pure me ne ha fatto fare dei passi!

Prima di tutto, la famiglia in orgasmo e la moglie con le convulsioni. La cura m’è costata un patrimonio. Poi, con quel contatto su i tavolacci, mi era uscito uno sfogo che pareva proprio quella faccenda…. che si gratta: e non se n’è andata che a furia di petrolio. Tra esami e confronti, sarò salito al palazzo un centinaio di volte. Non si arrestava un mascalzone, che non mi chiamassero a dire se era o non era il compagno di Barudda. Poi, processo, avvocati e multa per l’arma proibita; insomma ci ho rimesso di salute e di saccoccia, perché? Per aver avuto la disgrazia di compiere un’azione di coraggio che doveva procurarmi una medaglia d’oro, un busto in municipio, una, statua oe forse un monumento equestre.

D’allora in poi, se due ladri mi fermassero, direi loro:

– Signori belli! ecco qua tutto quanto ho indosso, ma se vogliono favorire in casa c’è anche di meglio.

Anzi a questo proposito me ne è successa una…. (ogni tanto, gli scappa, parlando, uno scoppio progressivo e convulso di risa) Una notte, tardi assai, con un tempaccio da lupi, con la testa sempre piena di Barudda, svolto il cantone di via dell’Arancio, e piglio di petto un uomo il quale borbotta non so che. Io eccitato, a scanso di malanni, metto la mano nel taschino dicendo:

– Fermo e zitto, chè qui c’è l’orologio!

Allora egli, con moto convulso, mi mette in mano qualche cosa e scappa come il vento. Guardo: è un orologio con catena d’oro.

Il ladro ero io!

Gli corro appresso, urlando:

– Senta una parola!

Quello si volta e mi scaraventa sul naso un oggetto che afferro al volo. Era…. un portafoglio. Basta, a furia di gridare: – Lei si sbaglia!… ripigli la sua roba! – l’ho fermato vicino all’uscio di casa sua.

Mi ringraziò, mi abbracciò, e conchiuse:

– Se ne incontrano di rado dei ladri così galantuomini!

E ha ragione! tanto vero che, di notte, quando vedo due ignoti e fermi sul marciapiedi, io me la batto. Ma che dico «vedere!» Mi basta soltanto di sentire uno scalpiccio di quattro piedi…. (con espressione di panico) pssst…. non sentite anche voi?… (Si mette ad origliare, sempre con smorfie di paura come da principio) Non c’è dubbio!… proprio due…. che vengono in giù…. Barudda e compagno! (Fa cenno come a dire: Io qui non ci sto! vi saluto di premura e scappo di furia).

LA MANO DELL’UOMO.

(Nel mezzo della scena un tavolino quadrato, con tappeto scuro che scende fino a terra. Sopra il tavolino un vassoio con bottiglia, bicchiere e zuccheriera. L’attore entra in scena, va al tavolino, fa tre inchini di rigore, poi alza la mano come per parlare e invece, con molta lentezza, mette lo zucchero, l’acqua nel bicchiere e rimescola guardando a destra e a sinistra; beve, poi dice:)

Domando perdono: ma capiranno…. essendo la prima volta che parlo in pubblico…. Anzi, se permettono, mi levo dal tavolino, perchè mi sento impacciato: mi sembra quasi di avere quattro gambe (s’avanza al proscenio).

LA MANO DELL’UOMO è un argomento, in cui nessuno ha mai posto piede. E quando dico la mano dell’uomo, mi servo di una espressione generica che abbraccia anche la donna…. quando può. Che cos’è, o signori, la mano dell’uomo? Domanda ingenua in apparenza, eppure conobbi un filosofo che ne fu vivamente colpito…. ricevendo uno schiaffo. Però egli era di quegli uomini con cui non si scherza: e lo schiaffo ebbe conseguenze terribili: cioè un gonfiore che gli fece venire la guancia così….

Che cos’è dunque, o signori, la mano dell’uomo? Incalcolabile è il numero di coloro i quali ignorano non solo che cosa sia la mano, ma non conoscono neppure il modo di servirsene. Tanto è vero, che per la strada, si vede una quantità di gente che, non sapendo che farsi delle mani, se le ficca in saccoccia. Mentre chi le sa adoperare, almeno le ficca nelle tasche altrui. Dunque diremo noi, la mano è l’origine d’ogni cosa esistente. Dalle stelle ai fiammiferi, dalle montagne dell’Imalaya alle granite di limone, tutto uscì…. di dove?… dalle mani del creatore. Ne uscirono anche quel primo uomo e quella prima donna che sulle scene del mondo recitano l’eterna scena madre della Badessa di Jouarre. Poichè, o signori, da che mondo è mondo, non esiste che una sola scena veramente madre, che comincia sempre nell’istesso modo, e finisce…. dopo nove mesi. L’insigne Elvezio dice che la mano costituisce la superiorità dell’uomo sopra gli altri animali. Si può dire di più. Si può dire: La mano è l’uomo. Tanto che invece di umanità, si dovrebbe dire semplicemente manità. Prego di non ridere, perchè non siamo qui per divertirci.

Guardate. La creaturina si può dire nata appena, ancora non conosce le molteplici funzioni del delicato organismo: eppure l’istinto le ha insegnato l’uso delle mani: e ancora non parla che già si ficca le dita in bocca. E appena parlerà, appena il bimbo avrà una confusa nozione dei diritti e dei doveri dell’uomo, siate sicuri che domanderà come mai il buon Dio, contro diceidieci dita, non abbia dato che un nasino solo.

E per poco che consideriate le nostre consuetudini, facilmente v’accorgerete qual grande principio sociale sieno le mani. Un uomo ammodo, una persona simpatica, uno di quegli esseri fortunati che riescono in tutto, che sono ricercati, festeggiati, onorati in società, che giuocano un terno e vincono una cinquina, come viene designato nel mondo? In un modo semplicissimo: si dice che è un uomo di tatto.

Ma c’è qualche cosa di ben più significante. Quale espressione si usa comunemente per definire un grande oratore? Si dice forse che ha una bella figura? Una voce magnifica? Un naso greco? No, si dice soltanto che ha un eccellente modo di porgere. Poichè se la mano non porgesse, non distribuisse le parole, credetelo pure, la voce umana sarebbe il suono meno piacevole di questo mondo. Ne volete una prova luminosa, palpabile? Esiste un animale che parla come me, come voi, ma è privo delle mani: e appunto perchè senza mani non credo vi sia sulla terra un tormento peggiore di lui, e questa piaga sociale, quest’ira di Dio, quest’animale, o signori, è il telefono.

E se il telefono non basta, guardate il papagallo: la parola non serve al papagallo che a compromettere un finale nel Ratto delle Sabine.

Il macacco che non parla è molto superiore al papagallo: e noi tutti, infatti, conosciamo dei macacchi che occupano magnifiche posizioni in società.

E questo ancora è niente. Non sono che riflessioni secondarie, poichè la nobiltà della mano è ancora più manifesta in quei teneri legami che formano l’armonia dei due sessi e la base dell’umana famiglia. Le più ardenti passioni, gli amori più fatali, sono sempre incominciati col concorso di due estremità.

Chiedo scusa, o signori, se per un momento mi mostro turbato e commosso…. prego, non si disturbino…. passa subito…. Non è niente. Sono ricordi che passano, ricordi del mio primo e quasi unico amore. Una sera, in un’onesta famiglia, almeno pareva onesta…. prendevo parte ai giochi innocenti che sono sempre stati la mia passione. Già io non ho che una sola passione: il gioco, il vino e le donne.

Quella sera, dunque, mentre si giuocava all’anello, un angelo di ragazza…. era bionda come l’oro…. bionda come…. come si chiama…. (pausa). Basta! quest’angelo, dicevo, venne a presentarmi l’anello, chiuso fra le sue palme delicate. Aveva due manine…. così…. La guantaia era stata costretta a inventare un numero che finora non si conosceva;conosceva: il numero niente e 3/4. Oh quando sentii quelle due coselline morbide, strisciare dentro le mie mani, provai un sussulto, un turbamento, una scossa elettrica…. Non si può descrivere quello che provai.

Da quella sera, il nostro destino era irrevocabilmente deciso: io m’innamorai perdutamente di quella ragazza, e passate appena tre settimane, mi feci coraggio, mi presentai a lei…. e lei sposò un altro.

Il che però, non impedisce alla mano di compiere le più dolci e commoventi funzioni nella più santa e benefica delle umane pressioni. L’amore, infatti, parla più spesso con la mano che con la lingua, e la prima dichiarazione di solito non è altro che la lieve pressione di un dito mignolo che si allaccia a un altro dito mignolo, primo e simbolico anello di quella catena che è il distintivo…. dei lavori forzati matrimoniali a vita.

Oh, sì, s’incomincia da un dito, ma non si sa dove si vada a finire.

E, o signori, vogliate riflettere. Quando colei che adorate vi confessa tremante lo scambievole affetto, quando l’anima, inebriata, non trova più parole, ma sospiri e baci…. e baci sospirati…. e sospiri baciati, quando gli occhi di lei si perdono in dolcissimo languore, e fremono i labbri accesi, e la voce muore convulsa in fondo alla gola, in quel supremo momento psicologico, in cui ella è disposta a tutto e a tutto accordare, che cosa le chiedete? Le chiedete la mano, niente più che la mano, e lei allora con voce flebile, soavissima, vi risponde: Ne parli a papà.

E quello è il momento critico: perchè, se non si è degni, invece della mano della figlia, si riceve spesso il piede del padre.

Riepilogando, o signori, diremo che la mano è tutto e che è capace di tutto.

È indiscutibile che la mano negli atti più importanti, sostiene sempre una parte primaria. Chi è che lavora? La mano. Chi è che sanziona i contratti più gravi, che firma persino le cambiali? La mano. Chi dà e riceve? Chi punisce e chi premia? Il giuramento è un atto solenne, sacro: non è vero? Ma intanto, se non alzate la mano, il giuramento è nullo.

Non parlo dell’ importanza che ha la mano nel campo della storia, da Muzio Scevola alla Mano nera. Mi limiterò invece a dire che i caratteri distintivi dell’uomo, non risiedono già, come crede il volgo, nel viso, ma nelle mani. La faccia, col semplice taglio della barba, con una truccatura, una smorfia, può essere modificata a tal segno da renderla assolutamente irriconoscibile. Le mani invece, saranno sporche o pulite, ma sono sempre quelle.

Credete a me, o signori, se volete d’ora in poi studiare il carattere d’un uomo, guardate le sue mani…. guardate dove le mette, guardate che uso ne fa nei bisogni della vita. Una sola stretta di mano vale più che tutti i connotati del passaporto.

La stretta di mano è un campo sterminato all’osservazione psicologica, ma io mi limiterò alle nozioni elementari di questa scienza nuova, di questa chiromanzia, che porta scritto nella sua prima pagina: – Dimmi che mano hai e ti dirò chi sei.

Le strette di mano, o signori, si possono dividere in tre specie, in tre gruppi e in tre grandi famiglie: quelle che sono una derivazione del temperamento individuale; quelle che vengono regolate dal grado, dalla località o dalla situazione; quelle, infine, che procedono dall’immediata influenza del discorso.

Mi proverò a presentare qualche campione tra i più notevoli di queste tre grandi categorie, cominciando naturalmente dalle strette di mano derivanti dal temperamento.

Esistono individui espansivi eccessivamente, i quali vi accolgono sempre con effusione straordinaria ogni due giorni, come se tornaste da un viaggio in Abissinia. Costoro, anime piuttosto buone, caratteri piuttosto noiosi, hanno la stretta di mano attraente, così…. (fa un gesto come per afferrare la mano d’un amico e portarsela sul petto). Altri invece hanno la stretta di mano ripulsiva (fa il gesto opposto, con un sorriso falso, a labbra strette) e sono esseri freddi, sospettosi, amareggiati da delusioni tremende, tormentati da segreti malanni, fisici e morali.

E però vi avverto che la stretta di pianomano attraente non è un sintomo certo, sicuro, del carattere dell’uomo. S’egli ha un tono di voce largo, chiassoso – Ah! ah! come stai? bello mio! simpaticone mio! – allora sì, è proprio un bonaccione: ma se invece è levigato, è mellifluo…. – Oooh! come staaa? caaaro signor Sempronio! Allora è don Basilio, allora è Tartufo…. e a me non piacciono…. i tartufi.

Guai se s’incontrano due di mano attraente, perchè allora la stretta di mano prende il viavai della sega meccanica (eseguisce il movimento, come uno che stia segando, col pugno stretto) e tal movimento non può essere interrotto che da una cattiva notizia, da una disgrazia domestica, così: – Oh! caro mio…. quanto mi fai piacere…. stai ben eh?… e la tua signora…. oh! poveretta! Oh! me ne dispiace assai!

V’è una stretta di mano che indica un benevolo disprezzo per l’intera umanità. È la stretta di mano dei critici influenti e si chiama la mano morta… – Ciao! (presenta una mano penzoloni, che non fa pressione di sorta).

Una stretta di mano che serve a dare un contegno molto autorevole, un contegno di benevolenza paterna, una specie di protezione come di uomo di molta esperienza, è la stretta di mano (con la sinistra afferra a volo la mano d’un amico invisibile, la porta sul petto, e batte sopra con la destra aperta) a tabacchiera: Bene! bravo!… mi consolo! O come dicono più efficacemente i meridionali: – Mi compiaccio! mi compiaccio!

La stretta di mano più riprovevole, più iniqua è la stretta di mano digitale detta a chiave di casa. Così. Pare vi si offra (offre la mano chiusa, meno l’indice ritto, con gesto di traverso e alla sfuggita) non una stretta di mano, ma piuttosto un manico di ombrello: è indizio d’egoismo, d’alterigia, spesso di malvagità: e perciò tutte le volte che qualcuno tenta di offrirvi la stretta di mano a chiave di casa bisogna rifiutarla (fa un gesto come se scacciasse un gatto).

La seconda categoria delle strette di mano comprende quelle, abbiamo detto, che sono regolate dal grado, dalla località, o dalla situazione. Tra camerati, tra due antichi compagni di collegio, sopra tutto tra persone che si vedono di rado ma con piacere, è usata molto la stretta di mano a schiaffo, stretta di mano (alza la destra, eppoi la lascia ricadere con un semicerchio, quasi cogliesse a volo la mano dell’amico) che chiude sempre il discorso: eccola. Dunque sta bene e ciao!

V’è anche la stretta di mano detta al giuoco della morra! Risoluta, franca, cordiale, mah, corbezzoli! qualche volta guaribile, salvo complicazioni, in cinque giorni, è così (finge afferrar la mano, e dà cinque o sei strappi vigorosi col pugno chiuso, come se giocasse alla morra), dunque ciao…. e siamo intesi?

Appartengono alla terza categoria le strette di mano più lunghe, più complicate. Specialmente quelle combinate a quattro mani, come sarebbe a dire la stretta di mano a soffietto, che viene (prima con la destra in alto, poi con la sinistra in basso, sembra afferrar le due mani dell’amico, agitandole con moto regolare, appunto come si usa col soffietto) impiegata per gl’inviti calorosi: Badi che quando torna a Firenze lo aspettiamo a casa…. Ma che locanda! a casa…. a casa mia …!

Ha con la precedente molta affinità, è vero, ma è più confidenziale, la stretta di mano a trapano detta pure a organino di Barberia: Tu vieni incognito…. e fai le tue scappatelle…. eh! cattivo soggetto. (Dopo aver finto di afferrar la mano in aria, gira come a muovere una manovella).

Per i lieti ricordi della gioventù, magari della tenera infanzia, è necessaria la stretta di mano a pendolo che sarebbe questa: Ti ricordi quel professore col naso a peperone? che risate! (Con la mano stretta, ed una certa lentezza ritmica, sembra far dondolare quella dell’amico, da destra a sinistra, e viceversa, in misura eguale).

Se poi, dai dolci ricordi.ricordi, si passa ai complimenti, ai mirallegro, istintivamente la stretta di mano a pendolo si cambia in stretta di mano all’altalena…. Sempre più giovane! bravo…. conservi tutti i tuoi capelli ricci…. mi congratulo! Bene!… (Lo stesso gesto, ma molto più largo, e con un po’ di fermata, appena giunga a uno dei capi della corracurva descritta).

C’è inoltre la stretta di mano a pompa aspirante e premente con velocità graduale, a getto circolare e continuo.

Tale stretta non può essere che la chiusa di un affettuoso sì, ma seccante discorso, tra due che naturalmente sperano non rivedersi mai più.

Dunque tanto piacere d’averlo visto…. mi saluti tanto la sua signora…. suo fratello…. suo zio…. suo cognato…. un bacio alle sue bimbe…. e si metta a sedere…. (fingendo di afferrare le due mani all’amico, come per la stretta a soffietto: invece si tengono parallele, a una certa distanza, e mentre una s’abbassa, l’altra s’innalza con alterna regolarità).

La stretta di mano in mezzo ad una strada frequentatissima, a un crocevia, collo spavento dell’imminente arrivo di un carro, di una carrozzella, d’un tramvai, è stretta a coda di cane, e l’individuo nel darla si volta sempre impaurito di qua e di là: Dunque addio…. a domani mattina! (Si offre la mano sempre larga, agitandola con analoga celerità, pur tenendo il polso fermo….).

In ultimo, o signori, avrei ancora una stretta di mano riservata. Ma quella stessa autorità, che permette la Mandragola, me l’ha severamente proibita. Basta: invece della stretta riservata, potrei qui dare una stretta pubblica, una stretta generale, una stretta…. larga, ma se mi mettessi a stringervi le mani a tutti, si direbbe che voglio impedirvi di battermi le mani e io francamente di queste inciviltà non ne commetto mai.

LA MACCHINA PER VOLARE

(All’alzarsi del sipario Pompeo Palamidoni, con le mani incrociate sul dorso, la testa china, passeggia su e giù; poi si ferma e guarda l’orologio.)

Ha detto alle 6 precise e ora sono le 6 e 20…. anzi le 6 e 23…. gli do ancora dieci minuti di tempo e poi lo mando all’inferno lui e i suoi milioni…. se ha venti milioni, io ne ho cinquanta…. cento…. e dove?… (battendosi la fronte) Qui. Con che cosa si fanno i milioni? coi quattrini? mi fate compassione! I milioni, si fanno con le idee: e io sono un uomo pieno d’idee. Ma non basta avere delle idee; è anche necessario sapere come metterle fuori. E come si fa a metterle fuori? Si fa così: (cava dalla manica un lungo rotolo di carta) Ecco un’idea che vale tanti milioni che al solo pensarci fa spavento.

Stanane, sono andato dal banchiere Miranda e gli ho detto:

– Sa chi sono io? Io sono l’ingegnere Palamidoni; lei metta centomila lire a mia disposizione e io dentro l’anno le faccio guadagnare tanti milioni, che Rothschild a suo confronto diventa un mendicante, uno straccione, un nullatenente.

Il banchiere Miranda deve essere un uomo furbo assai, un uomo che ha il colpo d’occhio degli affari, perchè mi ha risposto subito:

– Metto a sua disposizione tutto quello che vuole, ma non in questo momento perchè ho molto da fare: ripassi tra un paio di mesi.

– Ma si figuri, questo è un affare che non ammette ritardi; ogni settimana che passa sono dieci milioni buttati via.

– Quando è così – mi ha detto – lei m’aspetti alle 6 precise in piazza Grande; se non mi vede, sarà per un altro giorno.

Ora io lo aspetto ancora dieci minuti e poi vado a Londra, e se non vado a Londra vado a Pietroburgo, e se non vado a Pietroburgo vado in America; anzi prima di partire, mando tanti dispacci per sentire le offerte che mi fanno; e se c’è un paese che mi offre di più, ebbene io…. vado a quel paese. Perchè in Italia, per l’amor di Dio! Tempo fa, avevo inventato un meccanismo per impedire lo scontro dei treni. Vado a Roma, lo propongo al ministro dei lavori pubblici, e sapete che cosa mi risponde? Che bisogna rispettare le abitudini, e che i viaggiatori ormai si erano abituati ai disastri.

Ah, ma ora la farò finita io! Non più ferrovie, non più locomotive, non più mancanza di vagoni nel porto di Genova! Ecco qua! (svolge il rotolo di carta) Che cos’è questa? Questa è la mia ultima invenzione. La macchina per volare. Qui si capisce poco dai profani; ma la macchina è di una semplicità tale che la capirebbe anche un ragazzino. Come è nata l’idea di una macchina a vapore? Guardando una caffettiera. E a me come è venuta l’idea di una macchina per volare?… Guardando un caffettiere. O piuttosto era il caffettiere che guardava me, perchè gli dovevo una cinquantina di lire; ed io pensavo.pensavo: A momenti uscirò, ma egli è capace di venirmi appresso e farmi anche una scena sulla strada ma se io avessi imauna macchina per volare!…

Pensa e ripensa, egli non ebbe le cinquanta lire, ma io scopersi questa macchina portentosa, che è tutto il contrario di quello che disse Archimede: Toglietemi un punto d’appoggio e io mi sollevo dal mondo.

È un meccanismo così semplice che pare quasi una burletta. Ecco di che si compone: d’una navicella, d’un motore a gaz, di due ingranaggi a scambio simultaneo, di una trasmissione, di una puleggia e di due grandi eliche di tela, con un movimento centrifugo, e infine di un manubrio con lo stantuffo ad aria compressa. E funziona così: il motore naturalmente…. (gesti) allora per via degli ingranaggi…. (c. s.) le ruote della trasmissione subito si…. (c. s.) in modo che la puleggia naturalmente…. si…. (c. s.) così che l’elica di destra…. (gira a tondo il braccio) e l’elica di sinistra…. (c. s.) in modo che basta afferrare il manubrio (gesti verticali come se girasse rapidamente) e allora…. immediatamente lo stantuffo…. (gesti come se gittasse tutto in aria) e questa è la macchina per volare.

Ora mi direte: – Va bene; abbiamo capito perfettamente: ma a che cosa serve una macchina per volare?

– A che serve? Ma serve a tutto; dalle più grandi alle più piccole necessità della vita.

Non parlo, prima di tutto, dei viaggi; con una spesa che è una miseria e in solo ventiquattr’ore, voi potete andare in America. Mettiamo il caso: voglio andare a Montevideo e come fo? Metto in moto la mia macchina e mi innalzo a cinque o sei mila metri, poi mi fermo a vedere. Il mondo gira sotto di me: io vedo passare sotto i miei occhi la Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Oceano Atlantico; poi vedo un mucchio di case e dico: se non isbaglio, quello è Montevideo? E allora discendo fresco come una rosa, entro in uno dei primi alberghi, vivo come un principe e poi dico: Mi si prepari il conto chè questa sera si va via! E mentre il conto mi aspetta sul portone io vado via dalla finestra.

I servigi che può rendere poi la mia macchina nei casi minuti della vita sono incalcolabili. Un giro di manubrio, e siete salvi da qualunque seccatore. Voi mi direte: – Ma anche i seccatori saranno provvisti della macchina e ci potranno inseguire e raggiungere? – Ho pensato anche a questo.

Come c’è una legge che regola il porto dell’armi, così il governo dovrebbe regolare l’uso della macchina per volare, e questa macchina sarebbe severamente proibita ai creditori, ai concertisti, agenti di assicurazione sulla vita, alle suocere, ai giovani autori drammatici, a quelli che scrivono dei monologhi, a quelli che li recitano e altre simili categorie.

Proibita, s’intende, anche alle mogli, non perchè siano una categoria seccante, anzi tutt’altro…. ma perchè potrebbero abusarne.

Il marito rientra in casa e non trova la consorte.

– Dov’è mia moglie?

– Oh, signor padrone…. la signora…. è…. è salita in cielo!…

Uno riceve una consolazione di questa genere e poi capisce che eè un equivoco.

Proibire anche la macchina ai giovani scapoli, ai vili seduttori che minaccerebbero sempre la pace domestica sotto quella forma di volatile.

Quando avevo moglie, ero geloso come Otello…. ossia il marito di Desdemona…. ovvero il moro di Venezia. Per mia tranquillità avevo inventato il contatore coniugale. Un altro meccanismo che mi avrebbe reso Dio sa quanti milioni, ma che avrebbe fatto Dio sa quanti infelici. Era un meccanismo semplicissimo che avevo applicato – senza che mia moglie ne sapesse niente – sotto il sofà del salotto.

Mia moglie pesava quarantasei chili: era una donna leggerissima. Tutte le sere, rientrando in casa, davo un’occhiata al contatore: o non segnava nulla, o segnava quarantasei chilogrammi. Un giorno dovetti partire per un viaggio brevissimo. Tornai dopo ventiquattr’ore, abbracciai mia moglie, deposi la valigia e andai a guardare il contatore, segnava sempre quarantasei chilogrammi.

Davanti a questo esperimento decisivo, la mia gelosia scomparve.

La sera, andai a una riunione di speculatori che dovevano mettere a mia disposizione venti milioni, per una mia macchina che, se non si fosse fermata, avrebbe realizzato il moto perpetuo. Rientrai in casa, per abitudine, diedi un’occhiata al contatore. Corpo di Giuda! segnava cento e ventitrè chilogrammi! Io era dunque tradito da ben settantasette chilogrammi di persona sconosciuta! Mia moglie tentò giustificarsi, dicendo che anche la serva si era seduta sul sofà. Vile menzogna!

Procedetti subito a una verifica. La mia serva non pesava che sessantatrè chilogrammi; mancavano dunque quattordici chilogrammi alla fedeltà di mia moglie.moglie!

Vedete, sono passati dieci anni, ho perdonato a quella disgraziata che non è più…. eppure, se Dio fa che io ritrovi un uomo dal peso netto di settantasette chilogrammi…. sapete che cosa fo? Lo lego come un salame: lo metto sulla mia macchina per volare, salgo a tremila metri e poi…. (gesto di lanciarlo con ira).

(Guarda l’ora) Le 6 e 45 minuti. Che il banchiere Miranda creda di burlarsi di me? ma sarà lui il burlato: perchè io di capitali ne trovo quanti ne voglio. E di che si tratta poi?… Di centomila lire!

(Al Pubblico) Domando scusa: nessuno di loro avrebbe porper caso centomila lire in saccoccia? Nessuno? Me ne rincresce tanto: mica per me…. per loro! (via).

IL PIEDE DELLA DONNA.

L’argomento non ha bisogno di esordio, anche perchè il piede della donna è un argomento che…. cammina da sè. Forse quest’è precisamente la ragione per cui ho scelto un soggetto simile, a preferenza d’altre parti magari più nobili, poichè ho notato che, in quasi tutte le cose del sesso amabile, il punto più difficile è sempre…. l’introduzione.

Il mio soggetto è semplice e insieme molto interessante, perchè può essere guardato da diversi punti di vista: a condizione però di trattarlo con tatto…. con molto tatto…. quando si può! tanto più che io intendo parlare del piedino delle belle donne: poichè la donna brutta (lo possiamo ben dire fra noi, perchè qui non ce n’è), la donna brutta, secondo me, non ha piedi…. già, non ha mani, non ha…. niente. Mentre la donna bella ha…. tutto. Se il suo viso fa pensare agli angeli: ebbene, anche la visione del suo piedino arcuato ugualmente fa pensare…. alle cose di lassù.

Ve ne posso dire io qualche cosa, poichè fu appunto un piede che decise di tutto il mio avvenire. Quel piede, sto per dire, fu…. la mano del destino.

Correva l’anno di grazia….. Non tocchiamo certi tasti. Basti dire ch’era l’età felice degli studi e degli esami: in cui, mentre gli anni passavano io non passavo mai. Ebbene: stavo appunto preparandomi febbrilmente a certi esami di riparazione che Dio solo lo sa! Dalla mattina alla sera, non facevo che giocare al biliardo: ma la notte poi!… La notte, dormivo, è vero, ma sognavo: e non facevo che un sogno solo, che cioè stavo davanti al professore e ne sapevo più di lui. Il guaio è che la mattina, il bel sogno si dileguava, ma non per questo s’intorbidiva la mia serenità filosofica, poichè, già fin d’allora sentivo ben radicata nell’anima questa massima immortale: A questo mondo non s’è mai abbastanza ignoranti.

E infatti, se avessi avuto la disgrazia di studiare sul serio, a quest’ora sarei giovane di farmacia: una carriera che ha un solo lato buono, cioè si diventa decrepiti, ma sempre giovani…. di farmacia.

Basta! il fatto è che alla fine con un coraggio da leone mi presentai all’esaminatore dicendo tra me:

– La chimica non la so, ma amo i miei genitori.

Il professore era un vecchio burbero, irsuto, non aveva mai adorato che l’azoto, l’ossigeno e l’idrogeno. Alla moglie non aveva mai saputo dire altra frase amorosa che questa:

– Dei nostri due fati, dobbiamo fare un solo fosfato.

Egli aveva una figlia, nata per combinazione. S’intende, sempre, per combinazione chimica,chimica. Ma il genitore – starei per dire…. l’idrogenitore – la chiamava Camomilla. Poichè egli non viveva che di soluzioni, di tinture madri, di ipofosfiti: la sua esistenza non era che un continuo precipitato.

La sua prima domanda fu semplicissima. Mi chiese il nome d’un rimedio volgare, che soltanto poi compresi essere l’ipecacuana. Egli tentò suggerirmi:

– Ip…. ip…. – E io come un pappagallo: – Ip…. ip…. – urrà!

– Tentiamone un’altra! – egli mormorò crollando la bella testa d’idiota erudito. – Mi dica un poco: in un caso di avvelenamento, a quali sintomi riconoscerebbe la presenza della bella-donna?

Raccolsi allora, con supremo sforzo mentale, tutti i miei più dotti ricordi del veglione, e poi risposi con una cortacerta franchezza:

– La bella donna si riconosco dal piede: se è grosso, è un maschio.

– Voltatevi.

Mi voltai e allora mi applicò…. un esempio pratico della mia teoria.

Così che io, che speravo da lui dieci punti, dovetti poi farmeli dare dalla cameriera…. perchè ce n’era bisogno.

Devo dunque casualmente al piede della donna la fortuna di non essere diventato neppure giovane di farmacia: il che altresì dimostra che io sono un individuo predestinato: dirò meglio, un individuo piedestinato.

Del resto, sono molti secoli da che il piede della donna dirige il passo dell’uomo. E poichè ci sono, credo opportuno rivelare una verità finora sconosciuta, ch’è il frutto di lunghe e pazienti ricerche storiche:

– Il piede della donna, o signori, checchè (vi prego di valutare tutta l’importanza di questo checchè)…. checchè se ne dica in contrario, è una delle più antiche istituzioni del mondo.

Me ne spiace tanto per voi; ma se credete che questi segni di incredulità vi facciano onore, siete in uno sbaglio. La mia scoperta s’appoggia a documenti storici, secondo i quali potrei provare che il piede della donna esisteva, per quanto vi paia strano, sin dai tempi d’Adamo e d’Eva. Fra quell’uomo e quella donna, – che vale il nasconderlo? – qualche cosa ci fu.

Vedo che le signore sorridono con malizia, come se vedessero far capolino il serpente. Prego!… non c’è di che. Quella del serpente non è che un’insulsa favoletta. La cosa è andata precisamente così. In un pomeriggio di luglio, Adamo, sebbene andasse vestito alquanto leggerino, soffriva un caldo infame, e non potendone più, si buttò sdraiato precisamente all’ombra dell’albero della scienza del bene e del male. Ma perchè scegliere proprio quell’albero?

In quell’epoca, già, era il solo che potesse dare un refrigerio contro il caldo. Riflettete: se l’albero è della scienza, la scienza è sperimentale e non può mancare, per lo meno, l’ombra…. del dubbio. Adamo, sdraiato sui fiori, aspettava la consorte: meglio che aspettava, basterebbe dire attend’Eva. Ella si faceva sempre un po’ aspettare e si capisce: se Adamo era la sua compagnia, ella, corbezzoli, era…. la prima donna. Quando Eva raggiunse il marito, s’accoccolò di fianco a lui, e i suoi occhi fantasiosi carezzavano i magnifici frutti dorati di quell’albero: e le parvero tanto belli che pregò Adamo di coglierne qualcuno. Fin da quell’epoca già i mariti erano un po’ sgarbati e Adamo rispose:

– No, cara, sto troppo bene.

Ai tempi nostri, questo basterebbe per cominciare una lite, perchè la moglie si affretterebbe a dire con accento sarcastico:- Eh già, capisco! il signore, a quest’ora, magari si sarebbe rotto il collo sull’albero, se si trattasse di un’altra.

Ma in quell’epoca l’altra non c’era; così che Eva, un po’ indispettita, si limitò a rampicarsi agilmente sopra l’albero, tosto sparendo nel fitto e odoroso fogliame. Adamo cominciò a sonnecchiare. Allora Eva, piccata del suo contegno, gli tirò un pomo che lo colpì proprio diritto nel…. più bello del sonno. Egli alzò gli occhi sorridendo e…. che serpente d’Egitto! vide una cosina tanto graziosa che s’agitava tra le foglie, e quella cosina, ve lo figurate, non era che il candido piedino di Eva. Quel piede forse gli suggerì di fare il passo più lungo…. della gamba; fatto è che, secondo gli storici, appunto quella vista pare gli abbia ispirato la prima idea…. del peccato originale.

Dolce peccato, che si chiama originale, perchè poi se ne tirano molte migliaia di copie.

Coloro i quali credono che un piede non possa ispirare idee molto poetiche, sono vittime di volgarissimo pregiudizio. Non solo il piede è nobile e poetico, ma è la poesia stessa. Come si fanno i versi? Non si fanno forse…. coi piedi? E l’amore, questo etereo e dolce poema, da che comincia? comincia sempre dall’incontro magnetico di due punte di piede, sotto una tavola, durante una onesta partita di tombola o una cena…. assai meno onesta.

I I, () I +i.

Due piedi che si amano, sanno profittare dell’oscurità, per darsi una stretta…. di mano. Perchè poi un piedino intelligente sa dire una quantità di cose eloquentissime. Se agita la punta dal sotto in su significa: Prendete una sedia e venite vicino a me. Se fa dei movimenti da destra a sinistra e viceversa, vuol dire: Non vi credo! Se fa un moto brusco e si ritira, significa: Allontanatevi subito, c’è pericolo imminente.

Ma non c’è pericolo che tenga! la donna nella vita ha tante cose: ma l’uomo non ha che un desiderio solo: quello di passare l’esistenza…. dove? A piedi della donna amata. Tant’è vero che Romeo non ha mai detto a Giulietta: Ah! vorrei passare tutta la vita ai tuoi orecchi…. al tuo naso…. ai tuoi gomiti…. alla tua…. oh, mai!

Concludiamo dunque che il piede della donna ha tale forza irresistibile, che sarà persin capace, e questo lo giurerei, di far muovere (cenno d’applausi) le mani dell’uomo.

IL NONNO

Ah, questa poi è buffa!

Per fortuna che nessuno mi vede:vede; ho comprato questo esercito per il mio Giulietto, e mi ci diverto io! e forse mi ci diverto più che lui, perchè ha tre anni…. va pei quattro, ma è già un uomo completo. Appena ha nelle mani un giocattolo, lo fa in due pezzi; ieri ha distrutto uno squadrone di cavalleria. Sono dei gran demonietti, i nipotini!

Giorgina, Giulio e Bice. La mia Bice, cara quella cosina! Aveva appena due anni e già parlava come parla adesso. Bisogna sentirla…. Non ci si capisce niente.

Il giorno del mio compleanno, Giorgina e Giulio mi fecero una letterina piena di affetto e di sbagli di grammatica. Cominciava così:

– Nonno tanto carro.

E lei, Bice – è alta così, pare un gattino – si presentò anche lei, con una carta piegata come una letterina, strillando:

– Chitto, chitto io, – Ah, hai chitto? E mi diede la lettera; c’erano tre aste nere fatte col ditino intinto nel calamaio. A proposito di ditini: Giulio ha un vizio, ogni tanfotanto si caccia un dito in bocca. Io gli dico: Quel dito in bocca non ci si mette! E lui, obbediente, leva quel dito e…. ce ne mette un altro (istintivamente fa il movimento, poi accorgendosi lo tira, via). Non vi dico niente, quando sostosono riuniti tutti e tre in giardino al sole, tra i fiori, le farfalle: corrono, saltano, urlano, sembrano ubbriachi di paradiso.

L’altro giorno, Giulietto, per correre dietro a una lucertola, che, secondo lui, era un coccodrillo, rovinò tutti i rosai della mamma, che, a sentir quel che gli ha detto, era uno spavento, e poi lo ha chiuso nel camerino buio a pane e acqua.

Poverino! passavo sempre davanti all’uscio e lo sentivo piagnucolare. È inutile, io non ci reggo! Ho socchiuso la porticina e gli ho dato dei dolci. Santi del paradiso! Sono stato scoperto dalla nuora, che mi ha fatto su due piedi una gran lavata di testa.

– Non è così che si educano i bambini! Voi demolite il prestigio dell’autorità…. Voi di qua…. voi di là….

– È vero che ho fatto una mancanza; meriterei anch’io d’andare nel camerino al buio, a pane oe acqua.

– Eh!… non dico di no! – Lei si allontana e mi sento tirare per le falde. – Che c’è? – Era Giorgina che diceva sottovoce: – Non aver paura! se ti mettono nel camerino, te le porto io le paste!

Quella ha un cuore da Cesare.

Una mattina mi sente dire, con una voce poco allegra, che avevo perduto trentamila lire sulle azioni della Tiberina, e subito sparisce. Poi torma e mi dice: – Ora non ti lamenterai più! – E mi versa in mano il suo salvadanaio…. cinque mezze lire e sei soldi.

Ma come va che non sono ancora tornati dal passeggio?

Domani me li porto a Frascati, a fare una bella merenda. L’altra domenica li portai ad Albano. Bisognava vederli sul treno! Non vi dico niente: e chissà che cosa avrebbero fatto, se non li avessi indotti a star cheti, per un certo caso che….

Alla stazione, salì nel nostro vagone una signora, una bella signora pallida, pallida, tutta vestita a lutto, e si mise a sedere nel cantone di fronte a me. Giù, abbasso, c’era un domestico, con la livrea abbrunata, il quale teneva per mano due angiolini biondi, vestiti di nero anche loro, belli come due amori come i miei. La signora partiva per Napoli, e prima che il treno si mettesse in moto, disse ai suoi due angioletti:

– Bravi, eh!… state bravi! Tornerò subito e…. mi raccomando, non piangete.

– No, mamma, – rispose il più grande – mai, non piangeremo mai!… – e due lacrimoni gli solcavano quelle guancette di rosa.

Io non sono di cuore sensibile, ma, quando il treno si mosse, e quelli agitavano le manine, io…. non so…. istintivamente abbracciai e baciai le mie creature. Ma poi mi fermai, perchè vedevo che la signora…,signora.… eh, si capisce, e dissi:

– Bambini, zitti e quieti perchè il capo treno non vuole strepiti.

Nella società, godiamo di una riputazione veramente falsa. Tutti dicono:

– La casa del Duca è un miracolo d’ordine e di regolarità.

Non è vero niente: questa casa è una vera Babilonia. Qui, nell’ordine apparente, è un perpetuo conflitto di tutti i sistemi di governo, antichi e moderni.

Cominciamo da mia moglie: santa donna, sotto tutti gli aspetti, santa perfino come suocera, ma non ammette scherzi in fatto di doveri religiosi: governo teocratico.

Mio figlio. Il padrone è lui. Tutto deve dipendere da lui, tutto deve emanare da lui: per quanto in realtà non s’incarichi di niente: governo dispotico.

Mia nuora. Una donnina di garbo e piena di tatto: vorrebbe l’equilibrio dei vari poteri, compreso il mio, che sarei il senato; mia nuora dunque: governo costituzionale.

Maddalena, la governante: attribuzioni ben definite; diritti e doveri eguali per tutti, maschi e femmine, alti e bassi, sopra la base della libertà…. almeno ogni domenica: repubblica federale borghese.

Francesco, il cuoco: le chiavi della dispensa, le chiavi della cantina, e non fare mai i conti: repubblica americana.

Poi c’è il cocchiere, che regna con la frusta: governo feudale. Ma non basta: in alto i poteri costituiti, in basso i poteri rivoluzionari, ossia Giorgina, cinque anni: tutto quel che vede è suo: collettività.

Giulio, tre anni e nove mesi: rompe tutto quello che tocca: nichilista.

Bice, due anni e quattro mesi: non riconosce nè legge, nè religione, nè autorità. Le dite: Sai? tutte le sere, prima di andare a letto, tu devi…. Niente! è anarchica.

Ah, eccoli…. qui non c’è capo treno… senti che baccano, in giardino…. scusatemi!… prima di tutto son nonno. Anzi, a momenti, divento…. un nipotino.

IL SIGNORE CHE PRANZA

PRANZA IN TRATTORIA.

Questa bizzarria, che battezzai monologo senza parole, nacque così: una sera, al teatro Valle, entrai nel camerino di Ermete Novelli, dicendogli con accento corrucciato:

– Sono trenta sere, che tu chiacchieri sulla scena quattro o cinque ore di seguito. Il pubblico non ne può più. Prendi questo manoscritto, studialo bene, e così finalmente reciterai senza aprire la bocca.

La sera seguente, Ermete Novelli eseguì il monologo muto con arte inarrivabile. La quale sopratutto, oltre al gioco della fisonomia, consiste nell’esattezza automatica dei gesti. L’attore non ha nulla, nè guanti, nè bastone, nè cappello, nè tavolino, nè posate, nè piatti, nè bottiglie, nè portafogli e via dicendo: eppure colla precisa indicazione del gesto deve dare agli spettatori l’illusione della reale presenza degli oggetti che finge di maneggiare.

Entra sul proscenio, con una mano in tasca, e l’altra come se reggesse un bastone.

Finge levarsi il cappello, e intanto, con gli occhi, cerca un attaccapanni libero, con qualche lieve atto di dispetto, nel vederli tutti ingombri.

Finalmente, trova il fatto suo: ma l’attaccapanni, al solito, è troppo alto e per appendere il cappello è costretto a rizzarsi sulle punte dei piedi. Respira.

Si ficca il bastone tra i ginocchi, e si cava il pastrano, con,pastrano, con un po’ di sforzo, come se incontrasse difficoltà a sfilar le maniche.

Regge il paltò con una mano e con l’altra finge appoggiare il bastone a un angolo di muro. Il bastone casca. Lo raccatta, sbuffando un po’, si volta e sembra infilarlo nella spalliera d’una seggiola. Poi spolvera le falde del pastrano con la mano rimasta libera e lo appende, dopo aver cercato con gli occhi, a un altro attaccapanni, facendo cascare il cappello d’un avventore. Lo raccoglie, lo ripulisce con la manica, chiedendo scusa e lo rimette al posto.

Si leva i guanti, sbottonandoli nervosamente, e li butta sulla tavola: poi li rassetta, uno sull’altro, stirandoli leggermente.

Intanto saluta con la mano i conoscenti, infiggendosi la ciambella nell’occhio.

Siede e batte.

Il cameriere non viene.

Cava un giornale dalle tasche di dietro: lo spiega, si mette a leggerlo, come un miope, e sbadiglia.

Suona col coltello sul bicchiere.

Il cameriere arriva. Soddisfazione. Il cameriere snocciola la lista e lui ascolta, facendo, ogni tanto, segni di disapprovazione e di orrore.

Ordina i maccheroni al sugo, ripiega il giornale e se lo mette in tasca.

Spiega il tovagliolo sui ginocchi. Prende il bicchiere, lo guarda contro la luce, l’annasa, vi fiata dentro e lo ripulisce: poi lo guarda di nuovo contro luce, tenendolo per il peduccio.

Ripulisce la posata: appoggia i gomiti alla tavola e la testa alle mani e aspetta.

Arrivano i maccheroni. Prima forchettata, si scotta, e li rigetta nel piatto. Cerca da bere, versa un po’ di vino, avvicina il bicchiere al sifone di seltz, e uno spruzzo d’acqua sulla manica lo fa trasalire. Si pulisce bene.

Beve, mangia, e si macchia. Pulisce l’unto col tovagliolo, poi s’annoda il tovagliolo intorno al collo e lo spiana per benino con la mano sul petto.

Seconda boccata. Trova una mosca nei maccheroni. La piglia delicatamente con le dita: la butta via. Respinge il piatto e batte col coltello.

Viene il pollo, durissimo. Sforzi eroici per tagliarlo. Sfugge dal piatto: lo infilza con la forchetta a metà della tavola e lo ricaccia nel piatto. Sforzi inutili per tagliarlo. Depone forchetta e coltello, e rompe il pollo con le mani, ma la carne non si stacca dall’osso. Chiama un cane: gli dà i pezzi del pollo, facendolo stare in piedi e attento al segnale.

Aspettando l’insalata, rompe un panino e vi trova un lungo capello: lentamente lo estrae.

Insalata. Prende il sale con la punta del coltello e insala, battendo con due dita della mano sinistra sul coltello. Cerca il macinino del pepe. Chiede scusa a un signore vicino e glielo prende. Mette pepe. Cerca posto per posare il macinino, essendo la tavola ingombra. L’oliera è troppo lontana. Deve alzarsi e piegarsi molto per prenderla e avvicinarla. Cava il tappo dell’aceto mettendolo nel buco. Versa aceto rapidamente e ritappa. Cava il tappo dell’olio. Versa olio con moto circolare lento, lascia gocciare, rimette, ritappa. Rimescola l’insalata, macchiandosi la manica e ripulendo. Mangia…. L’insalata è cattiva: la respinge.

Chiama il cameriere. Manda via tutto e ordina una tazza di caffè, raccomandandosi che sia buono.

Caffè. Mette tre pezzi di zucchero con solennità. Fa versare e con la mano indica: basta. Rimescola e beve sorseggiando. Trangugia un bicchierino di cognac tutto d’un fiato: poi ripiglia il caffè a sorsetti, scottandosi.

Cava un lungo portasigari. Estrae un sigaro virginia, deponendolo sopra la tavola. Chiude il portasigari e lo rintasca, con colpetto di mano, per accertarsi che è andato bene a posto. Estrae la paglia dal sigaro, collocando il virginia sopra l’apposito candeliere. Colpetto sulla tasca per sentire se ha cerini. Estrae la scatolina e la scuote per accertarsi che contenga fiammiferi. L’apre. Il primo cerino si spegne. Quanto al secondo, salta via la capocchia, che gli brucia l’indice. Se lo succhia.

Col terzo cerino, chiuso con grande precauzione tra le due palme delle mani, accende la candela. Aspetta. Guarda se il sigaro sia abbastanza bruciato. Ripone la scatola dei cerini. Prende il sigaro. Da prima va bene. Spegne la candela e fuma. Il fumo gli va nell’occhio sinistro che chiudesi, lacrimando.

Fa cenno, con la mano, al cameriere che passa, e lo prega di fargli il conto. Intanto il sigaro non tira. Cerca dove è rotto. Trovato il punto, fa la medicatura, stracciando dal giornale un pezzetto di carta, e con la saliva accomoda la rottura.

Arriva il cameriere col conto. Osserva la nota, che gli sembra esagerata, e sembra dire al cameriere che ha mangiato assai male e che in questo locale non ci verrà mai più. Cava il portafogli. Estrae un biglietto da dieci lire: lo guarda contro luce, poi lo butta sulla tavola. Guarda il resto: prende un biglietto da cinque lire e lo mette nel portafogli che rintasca. Prende il piattino e rovescia il resto in tasca. Poi versa solennemente, uno a uno, otto soldi di mancia nel piattino, contandoli.

Stacca il pastrano con assai stento e se lo infila con difficoltà. Colpetto sapiente per alzare il bavero del paletot e abbassare quello dell’abito.

Prende il cappello.

Non trova più il bastone. È per terra.

Rialzandosi, si pulisce, scuote via a buffetti le briciole di pane.

Saluta unqualche amico, fingendo dire che lui non sarebbe più tornato in quel locale.

Ripassando avanti al tavolino, e pensando quanto è stato servito male e con mal garbo, riprende tutti i denari che aveva messi nel piattino per mancia, e va via dicendo, a voce alta: – Buona notte.

IL VETERANO AL CONGRESSO.

Prego, una parola…. una parola sola. Vorrei che, invece di domani, si votasse oggi, perchè io stasera devo tornare a Venezia. Ho ricevuto adesso il dispaccio, che mia figlia sta per farmi nonno una seconda volta. Se è un altro maschietto gli metto nome Giordano Bruno, se invece è una bambina…. ma già è un maschio. Devo dunque andar via col diretto, e mentre mi fa piacere, mi dispiace, perchè, chissà se avrò mai più l’occasione di tornare a questa Roma, dove abbiamo passato una settimana di feste che non iscorderò mai più. Ogni passo incontravo vecchi amici che non vedevo da cent’anni…. Vecchi compagni d’arme…. Ecco qua! coso…. e cosino, qua, guarda come è ingrassato, fiol d’un can! E lì, baci, pianti, litri di vino….

Quando ieri siamo andati al Gianicolo, parola d’onore ho creduto d’impazzire. Guardino: ho preso tanti spintoni che da ogni parte ho dei lividi larghi così: ho perso la catenina dell’orologio (una bella catena d’oro…. falso, magnifica), mi hanno acciaccato i piedi, sfondate le coste, e poi soffocavo tra un carabiniere e un bandista che mi aveva piantato il bombardino proprio qui, sul filo della schiena, sotto un sole, che, San Marco benedeto, ci arrostiva il cervello, ma che importa? Quando è caduta la tela e ho visto lassù, vivo, vivo, parlante il nostro generale a cavallo, ho pianto, ho riso, ho urlato, mi son precipitato, non so gnianca, mi dove, mi pareva d’essere matto, di stare in paradiso, di sbarcare a Marsala, di combattere a Milazzo…. Mi pareva di vederlo il generale, muoversi, galoppare davanti a noi e gridare, con quella tromba di voce: Bravi fioi! Avanti! sotto, alla baionetta, o vittoria o morte! e viva l’Italia!

Digo mi, che se non mi ha preso un colpo da restar sulla botta è stato un miracolo davvero.

E poi trovo quelli del mio battaglione del ’49 e andiamo persoverso porta San Pancrazio. Mi, quando sentivo parlar di spiriti no ghe credevo. Ma là, parola d’onore, erano quei busti di marmo, e noialtri, invece si vedeva la persona viva. Luciano Manara, ah! lo vedevo lì, con tutte quelle penne che mi parevano una criniera di leone…. quando ci trascinava alla guerra a corpo a corpo. Ma che guerra! ci pareva di andare a una festa da ballo. Si cantava a squarciagola l’inno che ci metteva la febbre nel sangue. E c’era anche lui, l’autore dell’inno, Goffredo Mameli…. tutto biondo e tutto nervi. Lo vedo come fosse ora sopra un monticello con la sciabola sguainata, così, che ci gridava: Dio è con noi, addosso a questi vigliacchi…. sotto, fratelli! E in quel momento, maledeto can! lo vediamo traboccare e cadere sul fianco. Aiuto!… Mameli muore!… E lui: No, no, lasciatemi stare! Avanti! avanti, vendicatemi!

E noi, allora, rabbiosi, su, su a testa sotto fra la mitraglia, su cantando ancora, ma con la schiuma alla bocca, il sangue agli occhi…. Dài! su! tra il fumo, i rombi, le baionette…. picchia…. dài! chi muore, muore e avanti!… Eh! la posizione l’abbiamo presa, in mezzo a un macello, ma mentre si stava lassù ed i nemici scappavano, guardammo al basso…. Quattro dei nostri, su i fucili incrociati, portavano Mameli tutto lordo di sangue.

Quasi per salutarlo provammo a cantargli: Fratelli d’Italia…. ma ci rimase strozzata qui, nella gola. Fu allora che io presi il comando della Compagnia. A venti anni, capite, ero capitano. Eh, ho fatto una bella carriera, ostregheta! Fate un po’ il conto: capitano nel ’49, venti anni dopo entro dalla breccia di porta Pia col grado di tenente dei bersaglieri. Più andavo avanti e più tornavo indrio! E sapete il perché? Perchè, non fasso per vantarme, ho fatto tutte le campagne. Sono storie?…. È la sacrosanta verità. Entrai nell’esercito col grado di sottotenente, ma tutte le volte che Garibaldi chiamava…. buona notte, san Marco! Elo ciamava, e mi buttavo in aria berretto, filetti, carriera e via. Poi tornavo al reggimento, ma il colonnello me diseva: Lei l’è una testa bruciata; lei non andrà mai avanti ed avrà dei grandi dispiaceri.

Nel ’67 s’era di guarnigione a Firenze; appena seppi che Garibaldi era riuscito a fuggire da Caprera, mi presentai al colonnello e domandai, franco, un permesso per affari di famiglia: Chiel a m’la cônta nen giusta! Chiel a sta per fe quaich’autra balossada! Non dubiti, colonnello! vado a trovare mi mugier che la zexe malata, povareta! Invece feci un fagotello della sciabola, del revolver, della camicia rossa benedetta, e via col primo treno a Passo Corese. Sì, no? Al confine c’era il caos. – Garibaldi? Viene? No! – I gruppi dei volontari sparsi qua e là parevano mandre abbandonate. Bisognava vederci, mortificati, avviliti. A un tratto, ecco una carrozza di carriera. È lui! è il Generale!… Pareva una striscia di polvere – che so, una corrente elettrica – e dove passava diventavan tutti diavoli; saltavano, urlavano, alzavano i fucili e giù di corsa, cantando la Gigogin, traversavano macchie, si precipitavano per torrenti, tutti a sciami verso la carrozza del generale: Un delirio! Tanto gli ho tempestao che son riuscito a farmi metter nel battaglione di avanguardia, e marcia, marcia, siam arrivati fin sotto a Roma, a Casal de’ Pazzi. Saremo stati neppure cinquecento, ma tutti fioi de can!

Il Generale ci fece accucciare lungo il ciglione d’una collina e ci disse:

– Intanto, ragazzi, mangiate qualche cosa.

Figureve! un bocconsin di carne cruda senza sale e un pan che pareva un sasso. Basta, con la staccionata si fece il fuoco e si arrostì la carne. Il Generale lassù, in alto, guardava Roma. Era di buon umore, teneva il cappello indrio. Quando lo portava sugli occhi era, segno di burrasca.

Mi magnavo, ma stavo a sentirlo che diceva agli ufficiali dello Stato Maggiore:

– Sapete dove siamo? Sul Monte Sacro, quello di Menenio Agrippa. E qui si è accampato pure Coriolano.

– E noi, Generale, che faremo?

– Aspettiamo un segnale, il segnale che è scoppiata la rivoluzione, e allora marceremo su Roma.

Aspetta, aspetta, si rimase sicuro un par d’orette, ma invece del segnale, vedemmo avanzare da due parti zuavi pontifici e antiboini. Il Generale ci disse: – Fermi tutti! che nessuno spari! li voglio a cento passi! – Ma quelli a cento metri si fermarono sorpresi, come a dire: Oh! come la xe questa storia? Poi, bum! bum! le prime fucilate; ma siccome da parte nostra non si dava segno di vita, loro cominciarono ad aver paura e intanto puntavano su Garibaldi. Anzi un ufficiale antiboino si fece dare un fucile, mirò a lungo, fiol d’un can! e poi sparò. Il Generale sorrise di pietà, si fece avanti dieci, passi e gli gridò:

– Vous êtes des conscrits; vous ne savez pas tirer! Ma fatevi sotto, se avete fegato.

Poi si mise a sedere sopra un sasso, cavò di tasca un pezzetto di carne arrostita, involtata in un giornale, e mentre quelli sparavano fece colazione.

Intanto nessun segnale da Roma.

Il Generale si rimise in tasca l’avanzo, che poi era la sua cena, si tirò il cappelluccio e disse guardando gli antiboini:

– Ma che vogliono quei rompiscatole?

– Generale, ci lasci rispondere qualche bottarella!

Ci lasciò fare a patto che tirassero tiratori scelti. Si sparò trenta colpi e…. arrivarono tutti franco di porto a domicilio. Allora, quelli raccolsero i feriti, e via!

Eh…. credete a me! se non erano i francesi, Mentana era un altro paio di maniche. Quando ne parlo, mi va il sangue alla testa! Mi ci trovai nel meglio, a Vigna Santucci. Una gragnuola di palle che levava il respiro. E noi, tra il fumo denso, spara a destra, a sinistra, davanti, de drio…. Garibaldi si fa avanti in prima fila; Nicotera gli afferra il morso del cavallo e gli grida: – Fatemi fucilare, ma non andate più avanti!… Allora lui si butta verso certi pagliai dove si vede un reggimento di zuavi; Menotti, Canzio, Missori, ci chiamano, ci gridano: – Alla baionetta!… – E noi su per una prateria come un uragano, una banda di selvaggi. I zuavi scappano con le baionette alle coste. Certi si buttano per terra gridando: -Ne nous tuez pas! – E va a farti ammazzare dal boia! Torniamo, sempre di corsa, a Vigna Santucci , quando vediamo…. corpo d’un can! dei battaglioni con i pantaloni rossi. – I francesi! -Alle prime scariche si resiste, ma i giovani si scoraggiano…. la retroguardia scappa verso una chiesuola. I vecchi garibaldini, gli ufficiali tentano inutilmente di frenare il panico. – Non c’è, cristi! Garibaldi si pianta a cavallo in mezzo allo stradale; Menotti, col revolver, si fa avanti gridando: – Fermate le squadriglie! – E il Generale: – Ma venite a morire con me! avete paura di Moriremorire con me?

Uh!!! mi sento ancora i gricciori nella pelle coanecome allora, quando, sfiniti, accecati, imbrattati di sangue, ci siamo stretti ancora coi denti chiusi, gli occhi spiritati, attorno al cavallo bianco e abbiamo fatto l’ultima carica! la carica della disperazione. Massai! da Dio! – Tutto perduto! tutto disfatto! e si faceva notte con un cielo di burrasca…. Guardai là in fondo, Roma, scura, scura e mi dissi: Addio! addio! non se vedemo mai più!…

Invece no!

Ecco che nel ’70 mi trovo quasi allo stesso punto, presso il Ponte Nomentano. Ma varda al destin! fio1 d’un can! Proprio alla vigilia del 20 settembre, ero accampato a Vigna Tosti. – A mezza notte, una gran linea di fuoco brillava per tutte le alture, da Tivoli a Frascati. Non si sentiva un sospiro. Eppure eravamo trentamila, e tutti in piedi! Quella notte non ha dormito nessuno, ve lo digo mi. All’alba tutti gli occhi fissi su Roma… laggiù! Non si sentivano che le pedate dei cavalli. A un tratto le campane suonano le cinque e mezza, al secondo boto, brum! il primo colpo di cannone. Quella prima cannonata ci rimbombò qui dentro. Bisognava vedere gli emigrati romani! quelli vecchi si guardavano cogli occhi lustri, come tanti putei che aspettano la mamma. Noi si aspettava un comando solo: Avanti! Un minuto pareva un’ora, l’ora un secolo. Si saliva sulle alture coi cannocchiali. Ogni tanto a due passi scoppiava una granata papalina; e chi mai badava alle granate? Si guardava laggiù al tiro delle nostre batterie. A ogni pezzo di muro che saltava in aria, si batteva le mani come a una ballerina.

Il maggiore Castelli ci ordina di andare a Villa Torlonia, e io faccio un salto, così, come un matto. Sotto la villa fioccano le palle. Il capitano Bovi è ferito a un braccio. A me, una palla di rimbalzo in faccia come una staffilata. Un ufficiale mi grida: – Tenente, è ferito. – Ma che! xe sangue che me esse dal naso! E tutti gli occhi fissavano la torretta di Villa Patrizi. Là deve apparire il segnale dell’assalto. Eccolo, è la nostra, bandiera! – Su, figliuoli, alla breccia! Non guardo se mi seguono, se mi precedono; non sento più né il maggiore, nè il capitano, nè un accidente! Su di corsa fra i rottami, fra le baionette. – Ci siamo! Avanti! Avanti! Savoia!

Un boia di uno zuavo mi tira una baionettata.!… Gli levo il fucile, l’agguanto per il collo e ci rotoliamo giù! Un altro mi salta addosso con la daga. Arriva il maggiore Pagliari e gli spacca la testa. Mi volto: – Grazie, maggiore! – Di nulla, – dice lui, e una palla lo piglia qui e lo butta giù….

Eh! diventiamo jene, tigri, leoni, e ci buttiamo sui nemici che scappano, urlando, noi di furore e loro di spavento…. Quando, fermi, chi è?… bandiera bianca! Ah! noi ci siamo e ci resteremo! Entrai in un cafferuccio a lavarmi la faccia che parevo un carbonaio, poi col battaglione discendemmo fino a piazza di Spagna. Dio di Dio! Tutte le finestre si spalancano con una selva di bandiere. I vecchi piangevano, le ragazze buttavan fiori, e una fiumana di gente su da via del Babuino ci piglia di peso; tutti ci abbracciano, ci sbaciucchiano, ci passano di mano in mano, ci strappano per memoria le penne, i bottoni. Una famiglia mi afferra, mi porta a un primo piano, mi fa mangiare non so che, bere non so quanto, e il papà vuol darmi la mano di una delle sue quattro figlie: Cossa mai dise? Ghe n’ho) una mi che a momenti la xe da maridar!

E allora poi viveva quella santa memoria della mia povera mugier! È vero che a Roma in quei giorni, in mezzo a quello sciame di belle donne entusiaste, non so, non ricordo bene, ma gh’ho paura de averghe fatta qualche piccola infedeltà. E capirete, mi venivano attorno a strapparmi le penne del cappello e si sa!- strappa di qua, strappa di là…. qualche cosa gh’ho paura di aver strappato anca mi!

E poi era una bella storia: si andava al caffè, all’osteria, dal sigaraio, dappertutto. Tutto pagato! Mo la cosa xe un tantino diversa. Oggi g’ho magnato appena un boccone e ho pagato 4 lire e 40. Ma non fa niente! _Vago via col magon perchè mi è parso di essere tornato a venticinque anni fa, meno le penne e le ragazze. Eh…. le ragazze ci sarebbero…. ma mi mancano le penne.

Pure, stamane, alla rivista di noi Veterani al Macao mi è parso di aver non più di vent’anni. Stavo lassù fin dalle sette, con un panino in corpo e una tazza di caffè-latte, con quel sole tremendo!… Ma sì! quand’ho inteso la marcia reale e insieme l’inno di Garibaldi, eh! mi si piegavano i ginocchi, ma dài a urlare, a ballare come un ragazzino. Tutto a un tratto si fa gran silenzio intorno a me, che non ci vedevo quasi più, tra il sole, la polvere e le lacrime. Quando mi sento afferrare la mano e una voce mi dice:

– Ah! ah! lei fra tante medaglie ci ha pure quella dei mille?

– Eh!… Maestà, sì ho fatto tutte le campagne con Garibaldi.

E lui, con quei baffoni, quegli occhi:

– Sa che cosa le voglio dire? Che io la invidio! Garibaldi era il genio che creava gli eroi!

E mi, figureve! non sapendo che dire: – Maestà, se permette, le vorrei baciar la mano!

– Ma che mano! venga qua! – e mi abbraccia e mi bacia proprio qua! Qua, mi ha baciato il re! Se potessi, ci porrei una lapide.

Basta, vado via e arrivederci al cinquantesimo anniversario!… E scusate se vi ho seccato! Non sono un oratore e non ho mai avuto la pretesa di strappar degli applausi. Anzi, se ci fosse qualche amico che per cortesia volesse battere le mani, non lo faccia perchè mi vergogno. O almeno lo faccia quando sono andato via.

Arrivederci!

FRA UN ATTO E L’ALTRO

(Esce. Viene al proscenio, con una parte in mano, trascinando una sedia).

– Pardon! Credevo che qui non ci fosse nessuno: a ogni modo, c’è sempre meno gente che nel mio camerino. E poi, vedo che siamo tutti tra amici (saluta famigliarmente qua e là, con qualche: oh, ciao!) Se permettono…! se non disturbo, mi do una ripassata alla parte, perchè di là, credano, c’è tale inferno, che non ci si capisce più niente….

Prego, stiano comodi: e discorrano pure, che a me non dà nessun fastidio. Anzi facciano conto proprio ch’io non ci sia (fingendo rispondere a qualcheduno di platea). A momenti alzano il sipario? – Ma che!… non si facciano illusioni, cari signori! Il macchinista dice sempre che, nella commedia, la parieparte più bella è l’intermezzo, e cerca di farlo durare più che sia possibile. Mi diranno che l’orchestra ha già fatto il suo pezzo, ma avranno da aspettare un altro bel…. pezzo ancora. Diano retta a me, che ho una certa praticaccia di teatro! Se ce la fanno, dentro una mezz’oretta, pago io da bere a tutti, anche a lei…. (indica uno) che ha l’aria di dir di no. Ma sentite che chiasso! Stanno ancora a inchiodar le scene. Perchè, non ci confondiamo, signori miei, qui non si va avanti che…. a furia di chiodi. Il macchinista è un bravo uomo, pieno di intelligenza e di cuore; basti dire che ha preso moglie unicamente per farle delle scene, mentre… strappa le mie. Ma la difficoltà grande consiste nella confusione che regna in palcoscenico, tra un atto e l’altro, poichè la sua popolazione, già numerosa, si raddoppia, si triplica…. si moltiplica.

Appena calato il sipario, autori, critici, mecenati, amici, tutte persone garbate, simpatiche, piacevoli e invadenti si precipitano sul palcoscenico. Quanti cari intimi amici ho io! Sono tanti, che spesso me ne scordo il nome, e così succede che, dopo un’amicizia di dieci anni, sono costretto a chiedere a qualcuno: – Oh caro il mio…. come ti chiami? Ma tu…. chi sei?

Del resto, avere il camerino popolato di amici, è sempre stata la mia passione, tanto che mi sono abituato a truccarmi, a vestirmi e…. a spogliarmi magari davanti a quindici persone. Capisco che lo spettacolo è sempre lo stesso…. mutatis mutandi, ma non cessa d’essere interessante.

Con questo non intendo dire che tutti vengano sul palcoscenico unicamente per vedere me in costume…. oe senza; anzi c’è uno o due tipi i quali…. due o tre tipi, dico, i quali mi dànno una stretta di mano…. quattro tipi…. e poi li vedo sgattaiolare tra le quinte…. cinque tipi…. a fare dei complimenti alle attrici, specialmente alla…. c’intendiamo.

Ora, naturalmente, non c’è ombra di male; ma il guaio è che quei sei o sette tipi, che saranno otto o nove, ingombrano il palcoscenico, e dànno noia agli uomini di scena, i quali non si possono muovere, e perdono una quantità di tempo a dire: – Signori! si guardino! con permesso! facciano il favore! si ha da stendere il tappeto!

Ma sì; gli è giusto come parlare ai sordi. Io anzi ho dato degli ordini al macchinista:

– Quando vedete che qualcuno di questi nove, o dieci, o undici tipi, non si scansa in tempo, fate una cosa, lasciategli cascare una quinta sulla testa (di dentro un forte rumore). Ah! ecco: ne hanno servito uno propriamente adesso!

Ora, io dicevo, finchè vengono in camerino mio, mi fanno proprio un piacere immenso, perchè almeno si barattano quattro parole, e poi perchè è rarissimo il caso che, come stasera, io non sappia la parte e sia costretto a ripassarla in pace.

Se permettono, anzi, mi ci do proprio una ripassatina, perchè è una parte peggiore dell’olio di ricino, con certe parole che, se ci ripenso, mi viene il male della scimmia. Ma questo autore è matto com’è vero Iddio. Figuratevi (sfogliando) che a un certo momento devo dire questo: dov’è andato?… Ah! ecco qua:

– Che vuoi: mi sento così rintontito, che il mio cervello par diventato una grotta: il pensiero mi si cristallizza: le idee stalagmitificanomivisi!…

AlaMa dite la verità! Stalagmitificanomivisi. Ieri l’ho detto al mio cane e per ventiquattro ore si è nascosto sotto un comò. Ebbene: su per giù, è una parte tutta scritta così, tutta così lardellata di vocaboli scientifici da parere un tamarindo concentrato nel vuoto dell’enciclopedia. E noi siamo costretti a mandare a mente tutta questa robaccia, e, quel che è peggio, a capirla; perchè, credete pure, se si dice una cosa che non si capisce, la non si fa capire a nessuno. Vi garantisco che, a certi momenti, a furia di studiare, non si sa più neanche dove si abbia la testa, e allora il peggio guaio che ci possa capitare è quello (a me succede sempre) di battere il naso in qualche stupidone, che mi ride in faccia e mi dice: – Guardalo lì! che bel matto! e che uomo fortunato! viaggi sempre! ti diverti, non fai mai nulla, la sera vieni a dire quelle quattro burlette, come vengono, vengono, e hai trovato la California! (facendo gesto di scapaccione) Gliela darei io la California, e invece lo lascio cantare, perchè, se mi provassi a dimostrargli che quelle quattro burlette mi fanno faticare almeno quattordici ore sulle ventiquattro, lo farei scoppiare dalle risa più che mai. – Tu? ma passa via! fossi ancora uno di quelli che recitano le tragedie in versi! ma tu, in sostanza, che fai? Vieni sulla scena e reciti come parli: o che ci studi a discorrere cogli amici?

Ah bravo! è qui che ti voglio! appunto questo non sa il poverino, che, cioè, lo sforzo più grande, lo studio maggiore per un artista consiste precisamente in questa cosa che pare semplicissima: recitare come si parla.

Eh, se fosse una cosa facile, ma allora tutti sarebbero artisti; mentre invece vi prego di riflettere a questo fenomeno: prendete uno che in privato parla benissimo, lo portatoportate sulla scena, qui, davanti a questi quattro lumi della ribalta, e non gli cavate di bocca una parola neanche con le tanaglie.

Recitare come si parla! Sicuro; ma intanto prima di tutto, cominciamo da questo: che bisogna, parlar bene, e per imparare soltanto a parlar bene, occorre uno studio lungo, assiduo, che vale, credete, quanto un corso di università. Arrivati a questo, che è già cosa difficilissima, è anche necessario rendere cervello e nervi talmente sensibili a ogni commozione da potere, con un atto di volontà, trasformare interamente il nostro individuo fisico e morale, passare dal riso al pianto, dalla calma allo sdegno; per così dire, dal freddo glaciale al caldo vulcanico, dalle nevi all’ incendio, come niente fosse. È una ginnastica terribile, è una scherma dello spirito, tutto a spese del sistema nervoso, della mente, del cuore, a spese di tutto ciò che costituisce l’esistenza ordinaria.

Perchè poi questo non è ancora che una parte del nostro lavoro. Non basta che sentiamo noi: l’essenziale è che facciamo sentire. Per cui è necessario che la forma esterna del nostro sentire parli, e ben chiaro, al sentimento di tutti coloro che ci vedono e sentono, per costringerli a provare quelle emozioni stesse che noi fingiamo di sentire. Così che, mettiamo, quando io devo ridere, io rido veramente, ma non rido mica per piacere mio, rido in quel tal modo che è necessario per far ridere il pubblico, così che quest’atto, così spensierato per tutti quanti, per me, invece, racchiude questi pochi pensieri, queste poche preoccupazioni (contando sulle dita):

Prima di tutto: ridere mentre non ne ho voglia.

Secondo: ridere a tempo, con l’intonazione stessa del momento in cui recito.

Terzo: ridere, non già come rido io, quando…. rido, ma ridere come deve ridere il personaggio che rappresento.

Quarto: ridere non per divertimento mio; che anzi sbadiglierei, ma per far ridere la platea.

Quinto: ridere in proporzione al motivo per cui mi è imposta la risata.

Se no, a sbagliare di un millimetro, c’è da farsi tirare, Dio liberi, le mele cotte.

E questo lo chiamano ridere? questo è un martirio. Vorrei un po’ che vi provaste anche a sorridere, con simili preoccupazioni nel cervello; eppure io devo sapere quando convenga fare, mettiamo, un sorrisetto ironico, così (eseguisce), o piuttosto il riso di un idiota, così (c. s.) o piuttosto un riso paterno e gioviale (c. s.) o un risolino economico di strozzino amabile, o anche una risata elegante di gran signore (c. s.) o il riso convulso di un pletorico (c. s.) e infine la risataccia sguaiata che faccia tremare i vetri del soffitto (c. s.). Credetemi, in parola, quando devo ridere, è una cosa da piangere.

In sostanza, io devo sapere piangere e ridere insieme con tutte le sfumature, con tutte le variazioni possibili; e se ci fosse un istituto di recitazione per conseguire una laurea nell’arte, l’esame, secondo me, dovrebbe consistere in questo solo esperimento: fingere un dialogo con un interlocutore invisibile, che vi faccia passare attraverso a tutte le passioni, a tutti i movimenti dell’animo umano, dalla noia all’interesse, dall’attenzione allo sdegno, dallo sdegno alla curiosità, da questa al riso, dall’ilarità alle lagrime e anche viceversa.

Figuriamoci che voi siate professori: ebbene il mio esame sarebbe questo:

(Mediante la mimica naturale e le varie espressioni del viso, finge salutare un amico con grande effusione, indi ascoltare un discorso, che da principio l’annoia, fino allo sbadiglio, poi lo interessa, gli fa fare un crescendo di risate, ma tosto, quasi per un lugubre incidente, lo rattrista, lo fa dare in ismanie e finalmente scoppiare in uni pianto dirotto, che poi si attenua, si calma, in modo che sembra dire con filosofia: basta, non ci pensiamo più, per passare a un altro discorso, che gli strappa una risata fragorosa, seguìta da un congedo pieno di ilare comicità).

Ora, se certuni sapessero quanto ci vuole per arrivare a questi effetti, che paiono una burletta, se sapessero che martirio dell’anima è questa ginnastica di sentimenti, se sapessero a traverso a quanti pensieri, a quanti dolori di testa e di spina dorsale si può arrivare a quest’arte complicata che si chiama la semplicità, forse loro passerebbe persino dal capo l’idea innocente di diventare filodrammatici.

Senza contar poi che l’artista, come uomo, è sempre uno zingaro vagabondo, che passa sopra la terra come un commesso viaggiatore della parola, senza posa, senza nido, senza domani: obbligato a essere tutto, a sentire tutto, a sapere un mondo di cose….

Perchè in sostanza l’artista, il vero artista ha il dovere di sapere tutto, tutto…. (segnale del sipario)…. meno la parte! (indica il manoscritto, saluta e via).

L’ARTE DI FARSI FOTOGRAFARE

La riproduzione di se medesimo, da qualunque lato si consideri, è un’aspirazione umana e una necessità. sociale.

L’uomo ha sempre avuto un desiderio acuto e naturale di tirare sè stesso a uno o parecchi esemplari. A raggiungere tale scopo, un tempo non esisteva che un sistema: quello d’aver dei figli. Ma poi…. non somigliavano. Ora invece si ricorre alla fotografia. La quale, diciamolo pure, ha invaso e sottomesso l’intera umanità, non senza causare frequenti disastri. Anzi, a questo proposito, sono assalito da tremendi ricordi. Anni addietro, ebbi la malattia della romanità, che sarebbe come una specie di mal di denti al cervello. Da principio, il malato non ha che qualche brivido nei musei del Campidoglio, poi un’affezione ai bronchi del Colosseo con chiari di luna. In capo a un mese, il bacillo archeologico ha fatto progressi spaventevoli. Le guance del malato prendono una tinta Gregorovius, e sente sopra lo stomaco le terme di Caracalla. La malattia fa il suo Corso, anzi, la sua via Appia: e il malato è ridotto a frequentare il palazzo dei Cesari, località pericolosa assai per il cervello umano, poichè è necessario tutto ricostrurre con la fantasia, anche ciò che non è mai esistito. Ricordo un cicerone coscienzioso che diceva a certi inglesi:

– Vedono lì quel magnifico monumento che non c’è? Quello è il monumento di Vespasiano.

Un giorno, mentre giravo per la domus aurea, che non esiste, vidi una signora solitaria la quale ascendeva la scalinata ciclopica della Rocca d’Evandro. Era lei! una lei che non mi conosceva affatto, ma che io adoravo ugualmente. Non era bella, ma d’una eleganza suprema. Un paio d’occhi…. un paio l’orecchi….d’orecchi…. un paio di vite…. no, una sola, ma che vita! per quella vita avrei dato la mia.

Ella non mi vide, perchè nascosto dietro un muricciolo che può essere tanto il muro greggio di un orto, quanto il palazzo imperiale di Tiberio: e piano e pensosa si fermò a quel crocevia dove è fama che Cassio Cherea, desideroso di offrire una tragedia a Raffaello Giovagnoli, abbia trucidato l’imperatore Caligola.

Quando la vidi immersa nelle meditazioni storiche, mi accostai alle sue spalle e le dissi:

– Sì! questo è il punto dell’assassinio!

Ella mandò un grido di spavento, mentre io balbettavo:

– Pardon! Si tratta di Caligola…. qui Cassio alla testa dei congiurati…. qui un congiurato alla testa di Cassio…. via, si faccia coraggio; forse non è vero niente.

Basta! mezz’ora dopo eravamo tanto amici che mi permise d’accompagnarla dalla via Sacra al portone meno sacro di casa sua. Anzi, ricordo che nella via Sacra scivolai e mi feci male giusto all’osso che…. da quella via prende il nome (si tasta dietro). Qualche giorno appresso, fui regolarmente presentato al marito, il quale era tanto una brava persona. Senonchè, una sera, in piazza Colonna si avvicinò un noioso venditore di Ricordi di Roma. Per levarmelo d’attorno, mi venne l’idea di regalare al coniugi uno di quei ricordi, per la modica spesa di sessanta centesimi. Non l’avessi mai fatto! Proprio la prima fotografia era il fatale crocevia di Caligola, in fondo a cui si vedevano due figure di diverso sesso, in attitudine alquanto, forse molto sospetta. La fatalità ci aveva trascinato sotto l’obbietti vo d’un fotografo inconsapevole.

Io mi turbai. Ella si turbò. Il marito si conturbò. Morale: il palazzo dei Cesari è tutto una rovina…. anche per la pace domestica.

Dunque le azioni dell’ uomo giusto devono essere tali da potersi impunemente riprodurre in fotografia. Ma non basta neppure essere giusti. Mentre l’arte del fotografo ha fatto progressi enormi, un’arte sorella è rimasta nella barbarie; l’arte di farsi fotografare.

Basta sfogliare un album di fotografie, per rimanere oltremodo inorriditi davanti all’ignoranza di quelle persone che hanno creduto di farsi fare un ritratto. Tutti artificiosi! tutti posatori! L’uomo o la donna che s’abbandona alla fotografia dovrebb’essere una persona tranquilla e semplice come una figura giottesca. Errore, e dei più gravi, è l’indossare un abito nuovo o raramente usato. L’abito nuovo è un grande nemico dell’uomo. La persona che porta a spasso un abito nuovo ha sempre la fisonomia contraffatta. Egli ha un occhio che ride e uno che piange. L’occhio destro sorride all’abito nuovo e lo ammira specchiandosi nelle vetrine dei negozi: ma l’occhio sinistro ha paura di quella macchia che ovunque pende sui soprabiti nuovi, come quella spada di Damocle che, tanto per cambiare, chiamerei la dama di Spadocle. È inutile! l’uomo oppresso da un abito nuovo, ha un’andatura diversa dalla solita: una maniera diversa di pensare…. Che più? un abito nuovo può cambiare persino, violentemente, il corso fatale della vita d’un individuo. Supponiamo un caso dei più comuni.

È una bella domenica….

(Non so se abbiate notato che la domenica è bella sempre, mentre un Domenico bello io non l’ho mai conosciuto).

Dunque è domenica: io indosso un abito nuovo e lo porto a spasso. Quando gli è il tocco, vado in trattoria. Il cameriere, che conosce i miei gusti, mi offre un fricandolino squisito, un fricandolino col sugo che schizza. A me che ho un soprabito nuovo?… Fossi matto. Mi rassegno invece a una fetta di arrosto freddo, asciutto e tiglioso, che mi resta. sullo stomaco. Il soprabito è salvo, ma la salute è compromessa. La sera vado a trovare, mettiamo, la mia fidanzata: ma un uomo che sta male di stomaco non sa essere galante, e ne segue un ricambio di sgarbi e di dispetti. Per reazione, vado al circolo a giuocare, e naturalmente perdo. Così da una parte disperdo il matrimonio, dall’altra disperdo il patrimonio. Allora divento irascibile. Perchè ho un carattere originale, molto diverso dagli altri: per esempio, quando perdo…. son di cattivo umore!

Nasce una questione con un compagno di gioco: dalla questione nasce una sfida: all’alba si va sul terreno e l’avversarlo mi fa cinque o sei buchi sul soprabito che ho salvato dal fricandolino. Un individuo vestito di nuovo, per ciò, è quasi sempre in punto di morte. Come può mai un agonizzante essere in grado di farsi fare un ritratto in fotografia?

Altro sbaglio, non meno grave, quello di consegnar la testa al barbiere prima che al fotografo: sbaglio grave farsi lisciare i capelli, specialmente quando non se ne ha; farsi lisciare o tingere i baffi, procurarsi cioè una faccia artificiale, di breve durata, quasi per mistificare il fotografo, come a dirgli:

– Desidero un ritratto che, fra qualche ora, non abbia più alcuna rassomiglianza con me.

Nel momento supremo poi tutti cadono in uno sbaglio fondamentale: dimenticano di dimenticare che stanno davanti al fotografo, così che il ritratto ha l’impronta odiosa d’un uomo che sa di farsi fare il ritratto.

L’ideale sarebbe di poter dire al fotografo:

– Vi do tempo due mesi, sei, un anno; prendetemi nel momento opportuno e senza che io me ne accorga, fotografatemi.

Sistema eccellente , ma inattuabile, tanto più per le signore.

Una signora ha sempre dei momenti in cui non desidera essere sorpresa da nessuno, neppure da un fotografo.

Un ripiego ci sarebbe: ossia l’istituzione del…. buco. Mi spiego.

Ogni stabilimento fotografico dovrebbe avere un salone d’aspetto, che chiamerei la sala delle anime inconsapevoli. Mentre il cliente aspetta, da un buco invisibile il fotografo potrebbe ritrattarlo a sua insaputa, col soccorso dell’istantanea. Ma allora tutti i ritratti rappresenterebbero, con desolante monotonia, un uomo che aspetta, e l’uomo che aspetta non ha più la sua faccia, ma la faccia dell’uomo che si rompe le scatole.

Conviene dunque concludere che tra la fotografia e la specie umana esiste ancora un abisso, e in attesa di tempi migliori converrà prendere una via di mezzo: usare della fotografia, ma non abusarne.

Non far, cioè, come quei due innamorati i quali, per non essere soverchiati uno dall’altro, andarono incontro a una tragica fine.

Lei mandò a lui un ritratto.

Lui si fece fotografare col ritratto in mano. Lei si fece fotografare col ritratto in mano di lui che teneva in mano il di lei ritratto.

Lui si fece fare il ritratto col ritratto in mano di lei, che teneva in mano il ritratto di lui, che teneva il ritratto in mano di, lei.

Lei ancora….

Ma basta! tanto amore si spense in un lago d’odio e di collodio.

Pensate dunque ai gravi pericoli, e nel momento supremo del ritratto, prima alzate gli occhi al cielo, raccomandatevi caldamente alla Provvidenza e poi andate a farvi fotografare tutti quanti.

SUL MARCIAPIEDE DI ARAGNO.

(Viene al proscenio in abito da passeggio. Guarda qua e là, curiosando. Poi s’avvicina a un tavolino di ferro, contornato da cinque sedie. Si mette a sedere: scansa una sedia su cui depone il cappello di paglia. Si tira due sedie sotto le ascelle e sulla quinta, davanti, poggia i piedi, battendo col pomo della mazza sul tavolino. Poi fingendo parlare a un vicino, dalla parte delle poltrone d’orchestra):

Anche lei aspetta il cameriere?… da quando?… Appena da dieci minuti? Calcoli almeno altri venti e si chiami fortunato. Qui, sa, non bisogna aver furia. Già! son troppo signori. A momenti, non si sa neanche come chiamarli. Nè garçon, perchè è un francesismo, nè tavoleggiante, perchè puzza di osteria, nè ministro, come s’usa in Toscana, perchè fa ridere. ComoCome si fa a dire: Ministro! portami un panino gravido? Un ministro non porta da mangiare: mangia lui. Neanche cameriere è appropriato: qui camera non c’è, e così non ci fosse neanche…. altrove. Come vuol chiamarlo, dunque? Adesso han fatto anche le leghe e si chiamano: i lavoratori della mensa.

Bello, ma lungo. Ehi, lavoratore della mensa! è un chilometro. E poi, chi lavora alla mensa, siamo giusti, non è mica lui: è quello che mangia: tanto più se gli dànno, come stamane a me, un arrostino di vitella, che pareva giusto un pezzo di mogano da lavorarselo a scalpello.

Dia retta, non si scalmani: è, inutile svociarsi: tanto, non viene. Il caffè, la granita qui, creda, è un di più, un pretesto. Si viene a passare un paio d’orette, a dir bene del prossimo, ecco tutto. Lo so! vi sono degli stupidi che si stancano come asini, per veder Roma, e non vedono nulla: mentre qui, invece, si sta seduti, comodi, e tutta Roma passa davanti, come un cinematografo.

Ah, lei è nuovo di Roma? Non importa: qui passano tipi mondiali che, visti una volta, non si scordano più.

Vede quello con la barba sempre da fare? È il professore Labriola; uno dei più dotti, dei più eloquenti sopratutto, della nostra Università. Non gli manca che una cosina da nulla: la voce. È come una chitarra senza corde.

Quello accanto, dice? con gli occhiali d’oro? È un ex-ministro: ora di opposizione feroce come sempre, quando non è al potere. Non che sia ambizioso, tutt’altro: ma pare che la moglie, quando egli è senza potere, gli faccia passare una vitaccia da cani. Guardi, guardi, giusto adesso passa la signora, in carrozza: eccola, vede, con quella massa di ricci biondi. Tutti suoi? Lo credo bene: e chi sa quanto li ha pagati. Signora di grande ingegno, capace di tutto. L’altr’anno, ha voluto fare un libro di bruttissimi versi e c’è riescita.

Quella ch’è insieme somiglia, sì; ma non è sua sorella: è la vedova d’un banchiere proprio fenomenale, che non era onesto, eppure è morto povero. I maligni dicono abbia messo tutto in testa a lei. Dopo tutto, era una restituzione: perchè anche lei metteva in testa a lui.

VediVede quell’omaccione grasso e tondo che le saluta con una grande scappellata? Quello è un deplorato. Con quella salute scandalosa, era pieno di sofferenze. Ma lui è un gran filosofo. Quando scoppiò la burrasca, andò a fare un bel viaggio all’estero.

Tornò contento come un papa, e a un amico che gli chiese della sua scomparsa, rispondeva:

– Sono stato fuori.

– Toh! io ti credevo…. dentro.

Adesso ha fatto una società con un riccone.

– Lui mette il denaro, – dice, – io l’esperienza. A faccende finite, resterà a lui l’esperienza e i quattrini a me.

Guardi quell’altro, che gli stringe la mano…. Sì,sì, sì…. quel magro, segaligno: è un avvocato che aspira alla vita politica: scrive gratis nei giornali, per farsi un none. Intanto vive da signore. Ha una moglie belloccia, spiritosa, che riceve tutti i giorni dispari. Ma quando lei riceve, lui se ne va. Ah! la moglie sta bene: è ricca: vive d’entrate. E anche lui vive…. di uscite.

Le piacerebbe di vederla? Presto fatto: tutti i giorni, verso le quattro, va a villa Borghese, in un legnetto suo, con livrea e stemma sopra lo sportello. Già!… ma non ricordo bene: mi pare che ci sia una mano…. rampante in campo d’oro. Certo è stemma di famiglia, perchè anche la mamma era così.

AlaMa aveva più giudizio. Donna positiva, senza grilli nel cervello.

La figlia, invece, ogni tanto fa una passione, piglia una cotta tremenda per qualche personaggio in vista, e poi volta le cose in tragico, con tendenza al suicidio. Ogni tanto s’avvelena, per fortuna con sostanzasostanze innocue: magnesia.magnesia, bicarbonato, sale di cucina. Tutto è buono. Giusto l’altro anno si avvelenò per quel signore; laggiù, appoggiato al fanale…. Sì! quello con la caramella nell’occhio e il crisantemo all’occhiello. È un esteta di mestiere. Dicono che sia un mostro d’ingegno. Fa dei versi, dei romanzi con parole difficili e molte iniziali maiuscole. Ogni tanto fa delle conferenze gratuite con molti applausi, o rappresenta dei drammi fischiatissimi. Anche quello è un bel tipo. Vi sono dei fortunati al mondo che hanno molte buone avventure e se la godono, senza raccontarle a nessuno. Egli, invece, quando non ne ha, ne racconta una e se la gode lo stesso.

A proposito d’avventure, la vede, sopra l’altro marciapiede, quella signora alta alta, bionda, con due dita di cipria sulla faccia? Sì… quella vestita di chiaro, che entra adesso nel negozio di musica. Con quella lì, me n’è successa una veramente classica.

Me n’ero mezzo incapricciato, e confesso, via, che ne valeva la pena. La seguivo dappertutto, come l’ombra sua: alle passeggiate, ai concerti, al teatro, persino in chiesa. Finalmente, una domenica, verso sera, mentre la pedinavo al Pincio, con aspetto assai sentimentale, vedo che lei si ferma, si volta, mi guarda e con viso gentile mi fa cenno di avvicinarmi. Si figuri, con che palpitazione!… Mi accosto, balbetto non so che, e lei mi dice placidamente:

– Senta: lei mi assedia da un pezzo e tal situazione non deve prolungarsi all’ infinito. Bisogna venire a una spiegazione.

– Non domando di meglio! – rispondo io rinfrancato.

– Va bene: capirà dunque che conviene ch’io sappia che intenzioni ha.

– Oh! non dubiti: le mie intenzioni sono eccellenti.

– In tal caso, – dice lei, – mi parrebbe meglio smettere tutte queste manovre di strada o di altrove. Venga a casa mia.

– Ma posso?…

– Quando crede: venga pure domani alle quattordici, via tale, numero tale, eccetera. E ora a rivederla.

Non le dico in che condizioni emotive aspettassi l’ora del beato convegno. Mi aggiustai come il più abile dei bellimbusti: puzzavo di profumeria dalla testa ai piedi…. Dio mi perdoni, credo persino d’avermi dato un po’ di rosso sulle labbra, perchè l’ansia dell’aspettativa me le faceva scolorire. Insomma, ero una bellezza. All’ora indicata, salgo le scale, con un batticuore che lei può figurarselo. Suono: mi apre una cameriera, do il mio nome e mi introduce subito in un gran salotto, dove mi appare, sorridente e in piedi, la mia diva. Ma intorno a lei stanno seduti un vecchio e gagliardo signore con tanto di baffi bianchi, una signora veneranda con una cuffietta di merletti, un giovanotto bruno e alto, e un capitano di cavalleria. Pareva un tribunale.

Io resto tutto lì impacciato, ma lei dice disinvolta, presentandomi:

– La mia mamma, il mio papà, i miei fratelli: lei ora conosce tutta la mia famiglia, che è ben lieta di accoglierlo, perché manifesti le sue intenzioni a mio riguardo.

Si figuri lei come rimasi. Non poteva mica dire a un capitano di cavalleria: – Sa, io avevo l’intenzione di…. chiacchierare un po’ con sua sorella!

Che cosa abbia cianfrugliato, lì per lì, non saprei più riferirlo. Ricordo solo che parlavo ogni momento della mia posizione poco sicura: che ci voleva un po’ di tempo…. che avrei fatto certi passi….

Nespole! pensavo che di passo in passo, sarei arrivato Dio sa dove…. Eh! sì lei ha un bel dire: – prudenza. – Si sa, l’uomo è cacciatore. Il guaio è che spesso, casca lui nel paretaio. Fatto sta, che, sudando freddo e caldo, dopo circa un’ora di supplizio, trovai la via dell’ uscio. Quando fui all’aperto, meditai la soluzione. Scrissi una lettera, il giorno appresso, in cui dicevo che la mia sorte dipendeva tutta da un viaggio all’estero. E lo feci difatti; andai a Parigi per un po’ di tempo, ne diedi una calda e una fredda; in ultimo, scrissi che le mie speranze erano fallite, che il mio sogno era distrutto, che sarei finito non so dove, per lola disperazione.

Tornai, ma rimasi un pezzo a Firenze. Finalmente, un antico,amico, a giorno della cosa, mi scrisse che potevo rimpatriare liberamente: la signora bionda aveva preso marito.

E sa chi ha sposato? Un fabbricante di automobili: per cui la mia tranquillità è tutt’altro che perfetta. Quello lì, per far piacere a lei, un giorno o l’altro mi mette sotto.

Guardi giusto quei due automobilisti che gareggiano, in pieno Corso. È un’infamia che non si dovrebbe permettere…. Ah! lo dicevo io…. Hanno messo sotto qualcheduno…. Ecco le guardie, i carabinieri, mancomale! (alzandosi in punta di piedi e poi salendo sopra una sedia, per guardare in fondo). Guardi la gente come si accalca. Ah! pare non sia gran cosa. È un giornalaio…. vedo che si pulisce la giacca…. un ruzzolone e null’altro. Adesso vado a informarmi. Con permesso (va e torna).

Senta: se venisse il cameriere, abbia la bontà di ordinare anche per me.

Lei che cosa prende?… Ah no, il medico mi ha proibito la birra…. e anche liquori e caffè.

Mi ordini un bel bicchiere d’acqua….

(va via di furia; poi retrocede).

Fresca! (via).

LA VOCE

Eccomi qui per recitare un monologo. Che cosa noiosa, non è vero? per tutti loro…. e forse un poco anche per me. – Ma il monologo è il colore del tempo…. moderno applicato all’arte rappresentativa. – Non c’è autore novellino che non abbia ricamato in tutti i temi un monologo pesante. – I nostri autori, come nei più dotti libri di anatomia, han passato in rivista nei monologhi tutte le parti del corpo umano; le dita, le unghie, il naso, la mano e persino, pardon…. il piede. Pazienza la mano; se ne può fare un monologo! Eppure, cosa strana, nessuno ha, Pensatoha pensato alla voce! Nera ingratitudine, perchè un afono non potrà mai recitare un monologo. È vero che lor signori mi diranno: C’è la mimica! E infatti l’arte del gesto in questi nostri tempi così curiosi e così nevrotici, ha toccato tale vetta da supplire comodamente alla più alta eloquenza. Quale frase, per esempio, può avere maggiore efficacia che questa mimica dichiarazione d’amore? Tu sei bella e io ti amo, voglio darti l’anello nuziale perchè tu viva eternamente con me (mimica). E il canuto genitore che sorprende la prima ballerina in un costume molto adamitico fra le braccia di un figliolo patetico, come meglio potrebbe manifestare la collera che lo invade se non facendo così: Giusto cielo, che veggio io mai!mai? Tu hai coperto di fango la mia fronte canuta, io ti maledico…. e ti scaccio (mimica). E tra parentesi, che nessuno quassù mi ascolti. Quante attrici di mia e di vostra conoscenza vorrebbero possedere nella voce il sentimento intelligente che Virginia Zucchi ha…. nelle gambe! Io ho avuto sempre il lontano sospetto che nella vita pratica il gesto sia più espansivo della parola…. Chiedete, se vi garba, dieci lire in prestito ad un amico napoletano…. ve le negherà graziosamente con un gesto che non ammette replica (gesto). Fate una bella predica coi fiocchi ad un bambino perché non faccia più…. quella tale o tal’altra cosa, e il bambino non se ne darà per inteso…. dategli uno scapaccione, capirà subito! Con ciò non intenda menomare in nessun modo la grande efficacia della parola. Prima di tutto essa è fatta per nascondere il proprio pensiero. Ed io sono compreso della più alta meraviglia quando penso che Rossini…. vi parlo di una persona di spirito, ne ha voluto disconoscere l’importanza scrivendo nel suo Barbiere: «Una voce poco fa ». Poco fa? Ma una voce fa guadagnare dei milioni! Domandatelo alla Patti e a Tamagno. Oh quale magico potere ha quasi sempre la voce! Sempre a proposito di cantanti, qual’è la voce più fortunata? Quella del tenore…. il tenore è sempre amato dalla prima donna, anche quando si vanta «studente povero» o «deserto in sulla terra», persino quando è costretto a scontare col sangue suo l’amore che pose in sè. Invece il povero baritono non è elle un amante deluso, un barbaro genitore o un marito che non riesce mai a cantare, un duetto…. con sua moglie. E quale tragedia intima quella di un tenore che per malaugurata metamorfosi di voci si riduce a trasformarsi in baritono! Ci pensano, lor signori? Ne ho conosciuto uno che, nel Ballo in maschera, fu assalito da tale onda di ricordi dolorosi, che rivolto al ritratto del principe, proruppe in un…. Una volta ero io che macchiava quell’anima (pausa). Avere una bella voce è…. come possedere un bel patrimonio. Infatti si dice comunemente «ha una voce d’oro, ha una voce d’argento!» Ma cosa dico? si fanno tesori anche con una voce di stagno. Chi di voi non si è sentito trasportare in paradiso alla voce d’oro di Sara Bernhardt? Io ne ho ancora negli orecchi la voce dolcissima (declama imitando). Di che si nutre il giornalismo? delle voci che corrono! E la voce che corre è sempre la vera; perchè la bugia non può correre avendo le gambe corte. Quando un personaggio eminente è liquidato, come si dice? che non ha voce in capitolo. Dante stesso descrivendo l’Inferno non ha trovata espressione più adatta di questa: «Voci alte e fioche e suon di man con elle». Ciò mi ricorda un mio maestro che commentava quel verso così: «Manconelle istrumento primitivo». Questo brav’uomo che nutriva per la musica una passione tanto violenta quanto poco corrisposta, e non distingueva facilmente un soprano da un corno, aveva ideato di applicare alla Divina Commedia le più divine armonie del nostro patrimonio lirico. Essendo quello il poema nazionale, gli pareva naturale che dovesse raccogliere tutta la musica italiana! Ebbene, quell’animale grazioso e benigno traeva da questa sua scoperta degli effetti curiosissimi. Un esempio: il Ruy Blas applicato al Conte Ugolino (cantando): «Tu dei saper ch’io fui il Conte Ugolino e questi è l’arcivescovo Ruggeri». A proposito, il povero Conte Ugolino, forse, non è stato condannato a quella tal miseranda fine come un qualunque contribuente italiano a causa della sua voce? Quanto a me, ho sempre sostenuto e sostengo che la voce, e non gli occhi, è lo specchio dell’anima; prova ne sia che ci sono le lacrime nella voce. Eppoi le attrici hanno tutte le voci (imitando la Duse). Una cosa sola è certa, che la voce è il carattere. Un celebre psichiatra lasciò scritto che dalla voce s’intuisce l’onestà della donna. E infatti io ho conosciuto una cara donnina dalla voce azzurra, incantevole, verginale che aveva…. lasciamola lì…. E la voce del dovere? Signore e signori, dove la lasciamo? quella gran voce che ci fa fare tante cose…. che non si dovrebbero fare! E la voce del sangue? Ma ecco che ad un tratto io sento qui l’eco di un’altra voce, la voce del rimorso. Sì, gentili signori oe amabilissime signore, il rimorso atroce di averli così lungamente annoiati con la facile pretensione di dire delle cosette originali o almeno graziose, mentre, sia detto inter nos, non ho fatto altro che mettere delle voci…. sconclusionate. Oh se questo pubblico colto e gentile sentisse per la mia audacia, la voce dello sdegno? Come dovrei rimpiangere di non essere nato completamente afono! Basta, basta per questa sera. Io smetto le «voci alte e fioche», ma a patto di sentire

Suon di man con elle.

… ? …

Camera da letto con armadio, comò – molti oggetti di vestiario sopra un attaccapanni – sopra le sedie – camicie stirate, ecc. – roba nei cassetti – letto con paravento che ne nasconde gran parte – sveglia – baule – occorrente per lavarsi.

(Appena alzato il sipario, si sente il suono della sveglia).

– Chi è? che volete? (con voce rauca e nascosta dal paravento) bestia! non ti ricordi che tu stesso hai caricato la sveglia?… coraggio, scendiamo, se no si perde il treno e la cambiale va in protesto (esce dal paravento, semivestito, in pantofole). Dio, che sonno! (stirando le braccia) ohe! amico! dormiamo in piedi? sarà meglio cominciare da una bella risciacquata d’acqua fresca (versando l’acqua), una buona lavata di testa, come quelle che mi dà spesso il mio ottimo zio…. brrr, com’è fredda! (Si lava, canterellando):

Un fior di paradiso,

Fu la gentil Maria….

Ah! ora mi sento meglio…. comincio ad avere già una certa lucidità di idee! (infilando gli stivali) bella cosa avere le idee lucide…, così avessi anche le scarpe! non mi posso presentare a mio zio infangato a questo modo…. mah! (prendendo la scopetta e lucidandosi le scarpe sopra una sedia) una bottarella sapiente…. così, e in quattro colpi è fatta. (Va scopettando con canto analogo).

(Guardandole). Ah bene! stupende! è consolante, dopo dieci anni d’università, constatare che, alla disperata, sarei un lustrascarpe di prima classe. E adesso facciamo il baule: perchè se mio zio mi vede arrivare senza il mio corredo, subito si figura che ho portato la roba al monte di pietà. E allora, addio pagamento della cambiale!

Un protesto rovinerebbe tutto il mio credito (Comincia a mettere roba nel baule).

Questa cosa che si chiama «il mio credito» in sostanza poi di che si compone? di una bella quantità di debiti. Mio zio non ama i debiti. Ingrato! Non li faccio forse pagare a lui? Ma tutte le volte mi fa delle prediche che Dio solo lo sa! Invece di fare il damerino, faresti meglio a pensare ai tuoi debiti!… O non basta che ci pensino i miei creditori? E perchè dovrei pensarci io?

Oh diavolo! mi mancano altre due camicie! La mia stiratrice ha questo di buono, che mi mette in conto anche la stiratura delle camicie che mi ruba. Morale: non prendete mai una stiratrice giovane. (Sull’aria del «Boccaccio»).

Stiratrice! Stiratrice!

M’hai rubato diverse camicie! piroli!pirolì!

(Mostrandolo). Ah! ecco il mio abito chic, vero figurino di Parigi! iersera, alla Carmen, parevo un principe. Credo persino che la divina Carmen, mi onorasse de’ suoi sguardi (spolverando). Che creatura incantevole, quella signora Frandin! che sorriso…,sorriso.… che…. e che (movendo il sedere). Se non dovessi partire, stasera sarei nuovamente là, in estasi, incantato, a deliziarmi in quella musica, in quel canto…. Io ne sono fanatico. Ah! io sono fanatico del canto. Non ho che una camera, ma…. con quattro canti! Tutta la notte ho sognato d’essere un toreador! Anzi, a un certo momento, afferrai un toro per le corna…. Maledizione, quella bestiaccia era il mio usuraio che oggi, se lo zio non dà le mille lire, manda la cambiale in protesto.

Già! È un ebreo, che per far dispetto a un cristiano, diventa…. protestante! E se lo zio, poi, non si lasciasse commuovere?… (Sull’aria dell’«Amor»).

Ha un cor lo zio tanto crudele

Che qualche volta non vuol pagar!

Per cui m’imagino che il buon Samuele

La mia cambiale fa protestar.

Ma s’ei non paga e s’io non pago

Strozzino vile – dei tremar per te!

Non è capace neppur un mago

di trovar soldi se non ce n’è!

Speriamo bene! tra un paio d’ore mi troverò nella mia piccola città natia,natìa, dove si vivrebbe tanto bene, morendo di noia!

Lo zio rivedo ancor, rivedo il mio villaggio!…

O dolce sovvenir – che voglio benedir

Se pur non ci rimetto le spese del viaggio!

Perché sarebbe questa la quarta cambialetta in soli novanta giorni! Io credevo che scadesse alla fin del mese, e invece iersera, tornando dalla Carmen, pieno di melodia e di felicità, trovo il fatale avviso…. eccolo qua, dove l’ho messo? Ah, nella tasca dei calzoni…. Dio, come sono impolverati! Dov’è la scopetta?

Sul cassetton di famiglia

Io troverò la mia spazzola! (la prende e scopettando)

Poi leverò la fanghiglia

Chè molto inver – non fa piacer

Oh! ecco fatto! (mette nel baule).

Se non lo metto piegato bene

Mi fa le pieghe che stanno mal!

E allor lo zio fa delle scene

Mi dice stupido! brutt’animal!

Adesso, poi, va a vedere dove ho messo il mio stupendo gilè di fantasia, coi bottoni d’oro matto? (cerca e fruga).

Toreador, attento

Dove ho messo il mio gilè?

Dove ho cacciato il mio gilè?

il mio gilè? il mio gilè?

Eppure, l’avevo bene riposto nel comò! ah, eccolo qua!

Ecco alfine e ognun si tace (scopettando)

Perchè vede un bel gilè!

Questo è quello più decente

Costa lire ventitrè

Lai lalaralailai tiririrò…. (lo mette nel baule)

Toreadore, attento

A non sciupare il tuo gilè!… il tuo…. ecc.

Per amor di Dio! non dimentichiamo i libri di studio, se no, mio zio diventa furibondo. Oh! e ricordiamoci che ce n’è due ai quali almeno, in viaggio, per pudore, dovrò tagliar le pagine…. Anzi, provvediamoci di una stecca. Dov’è? ce ne avevo due, una più bella dell’altra.

(Tiene i libri in una mano e le due stecche nell’altra a mo’ di nacchere).

Se invece d’un vile vocabolario fosse un tamburello! (Eseguisce la danza della gitana).

Ah! Mio zio non arriverà mai a capire come la Carmen sia più divertente del codice di procedura penale!

Devo portare il paltò pesante o il paltò leggero? Dove diavolo (apre l’armadio) ho cacciato il paltò turchino…. era qui…. che me l’abbia preso la stiratrice? ah, no! adesso mi ricordo. Povero paltò!

Lassù, lassù, sulla montagna!

ovverossia monte di pietà!…

lassù. lassù….

Speriamo in Dio che non faccia freddafreddo e che mi basti questo paltò grigio e leggiero. In vagone m’avvilupperò ben bene nella coperta da viaggio.

Ricapitoliamo. Ho messo dentro tutto? ho dimenticato nulla? che non mi succeda come l’altra: volta…. dovevo accompagnare mio zio a Bologna. Vado alla stazione: conto i bauli, le valigie, i fagotti…. c’era tutto, eppure sentivo che mi mancava qualche cosa…. Perdinci! avevo scordato a casa lo zio…. (Chiude il baule).

E ora una ripulitura generale, per dare una buona idea della regolarità della mia condotta. (Si spazzola, canticchiando il preludio del quart’atto).

Eccomi pulito come uno specchio! benone! ora chiamerò il portinaio per portare il baule. Ma già c’è tempo, un’ora! Vediamo l’orario (lo prende) il diretto parte alle 5,55. Che ore abbiamo? (guarda l’orologio). Come!… le 6,30. Ma quella sveglia infame! (la guarda). Oh, che bestia! invece delle cinque l’ho caricata per le sei. Ora mi spiego perchè non ho dovuto accendere il lume!

Quest’è una tragedia! peggio che il finale della Carmen.

Oh. mia Carmen, mia Carmen adorata!

Maledetto chi ha inventato le sveglie! e ora che fare? niente!

Non posso più partir, l’ora è sbagliata!

Oh mia cambiale…. oh mia cambiale protestata!

CalaQuadro e….cala la tela!

(Giù il sipario)

da: www.liberliber.it