GB, il flop di Theresa May

di Mario Lombardo

Umiliazione. Disastro. Fallimento. Scommessa perduta. Questi sono alcuni dei titoli che hanno prevalso venerdì sulla stampa britannica per descrivere la prestazione del Partito Conservatore nelle elezioni anticipate volute fortemente dal primo ministro, Theresa May. In appena due mesi, il margine di vantaggio che veniva attribuito al partito di governo si è ridotto in maniera drastica, rivelando tutte le tensioni provocate dalla “Brexit”, da una minaccia terroristica alimentata dalle ambiguità dei servizi di sicurezza e, forse più di tutto, da sette anni di disastrose politiche di austerity.

Il risultato della scommessa della premier è stato così il temuto “hung Parliament”, una Camera dei Comuni cioè dove nessun partito dispone della maggioranza assoluta. Le previsioni che solo alcune settimane fa davano uno sfondamento dei “Tories”, a fronte di un Partito Laburista allo sbando, hanno lasciato posto a una realtà nella quale Theresa May, sempre che riesca a sopravvivere politicamente, avrà un bel da fare per garantire quella “stabilità” al paese a cui ha fatto appello in maniera patetica nella prima mattinata di venerdì.

Sulla spinta dell’esito del voto e della prevedibile reazione negativa dei mercati, si sono subito diffuse le voci di possibili dimissioni da parte del primo ministro. La May si troverà d’altra parte a fronteggiare fortissime pressioni soprattutto all’interno del suo partito, profondamente spaccato sulla “Brexit” e, più in generale, sul posizionamento internazionale del capitalismo britannico.

Solo un’anticipazione della probabile resa dei conti interna ai conservatori si è avuta precocemente nella serata di giovedì dopo l’apparizione degli exit poll alla chiusura delle urne. L’ex Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, silurato dalla May lo scorso anno, ha definito “catastrofica” la prestazione del partito, assegnandone la responsabilità direttamente all’inquilina di Downing Street.

Il “Labour” di Jeremy Corbyn, malgrado le ancor più gravi spaccature interne e la campagna di discredito sofferta dalla sua leadership, ha alla fine ridotto a un paio di punti percentuali (42% a 40%) il divario dai conservatori che un paio di mesi fa sembrava dover essere dieci volte superiore. In termini di seggi, i “Tories” ne hanno persi tra i 10 e i 15, restando il primo partito ma a una decina dalla quota necessaria per la maggioranza assoluta. I laburisti hanno invece recuperato tra i 29 e i 30 seggi rispetto alla disastrosa prestazione del 2015.

Qualche progresso lo hanno fatto segnare anche i Liberaldemocratici, letteralmente decimati due anni fa dopo l’esperienza nel governo Cameron, anche se l’ex leader ed ex vice-primo ministro, Nick Clegg, ha perso il proprio seggio a favore di un candidato laburista. Pessimo è stato poi il risultato del Partito Nazionale Scozzese (SNP), in netto arretramento nonostante il sentimento anti-“Brexit” che aveva cercato di cavalcare.

Il riflesso più logico del voto di giovedì in Gran Bretagna è la messa in discussione della strategia del governo May nelle trattative con Bruxelles, basata sostanzialmente su quella che viene descritta come una “hard Brexit”, per la quale la premier cercava appunto un mandato forte. Anzi, l’impossibilità di creare un governo autonomo conservatore mette in dubbio al momento anche la stessa capacità di negoziare da parte di Londra.

Quello a cui i conservatori sembrano poter puntare con questi numeri è piuttosto un governo di sopravvivenza, vale a dire di minoranza o in una coalizione che difficilmente potrà includere formazioni diverse dai partiti unionisti nordirlandesi. Il partner dei “Tories” dal 2010 al 2015 – il partito Liberaldemocratico – ha invece già escluso una collaborazione con un futuro governo, viste le differenze sulla “Brexit” e lo scarso interesse a intraprendere un secondo percorso suicida in meno di un decennio.

Prima ancora della “Brexit”, però la questione da affrontare è la leadership di Theresa May, evidentemente in grave pericolo. I giornali britannici hanno già ipotizzato possibili successori della premier, a cominciare dal ministro degli Esteri, Boris Johnson, e dall’attuale Cancelliere, Philip Hammond.

Se le vicende all’interno del Partito Conservatore saranno decisive per il governo che dovrà insediarsi a Londra, anche il risultato del Partito Laburista obbliga ad alcune riflessioni tutt’altro che secondarie. A partire dalla sua ascesa alla leadership due anni fa, Corbyn è stato incessantemente descritto – dai conservatori, dai media ufficiali e dall’opposizione interna – come “ineleggibile”, “debole” e destinato a condurre il partito verso il disastro.

Sulla sua capacità di risollevare le sorti di un partito gravemente compromesso e screditato dalla gestione Blair-Brown sembrava pesare poi un’inclinazione troppo progressista, se non vetero-socialista, presumibilmente incapace di stare al passo con la modernità e i cambiamenti della società britannica.

Pur restando ben lontano da una vittoria nelle elezioni di giovedì, e nonostante le stesse carenze e incertezze della leadership, il “Labour” di Corbyn ha mostrato come un’agenda tendente anche solo vagamente a sinistra sia risultata al contrario decisiva nel ridare una qualche credibilità al partito.

Facendo leva sul disastro sociale provocato da sette anni di governi conservatori e prospettando, anche se in maniera illusoria, un rilancio del welfare britannico, Corbyn ha beneficiato di una mobilitazione decisamente insolita tra i giovani e le classi più disagiate. La prestazione del “Labour” ha così alla fine rappresentato una sconfitta per l’ala “blairita”, impegnata a spostare il partito ancor più verso destra.

Alla luce di questi risultati, c’è da chiedersi quanto ulteriore terreno avrebbe potuto recuperare il “Labour” senza la zavorra della destra interna e le manovre dei suoi esponenti per colpire la leadership.

Anche se l’ipotesi appare al momento poco meno che fantasiosa, è significativo del cambiamento del quadro politico britannico, in seguito alla prestazione del “Labour”, che alcuni giornali abbiano incluso nei possibili sviluppi della situazione un tentativo di Corbyn per formare un governo nel caso i conservatori non dovessero essere in grado di mettere assieme una qualche maggioranza.

Con l’avvio delle trattative per la “Brexit” previsto tra una decina di giorni, salvo rinvii a questo punto più che probabili, gli sforzi per cercare di risolvere la crisi politica scaturita dal voto dovranno essere comunque messi in atto in fretta, visto anche che il parlamento di Londra sarà riconvocato già il prossimo 13 giugno.

Quel che è certo è che il fallimento dei conservatori rianimerà gli oppositori della “Brexit”o, quanto meno, della “hard Brexit” in tutti gli schieramenti politici. Al di là della sorte di Theresa May, perciò, il prossimo futuro in Gran Bretagna sarà caratterizzato da un acuirsi delle divisioni interne alla classe dirigente attorno alla futura direzione da dare al paese in un frangente storico segnato da incertezze e tensioni crescenti a livello internazionale.

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