Germania: la cancelliera e i populisti

di Mario Lombardo

Le elezioni per il rinnovo del parlamento federale tedesco nel fine settimana hanno assegnato come previsto il quarto mandato alla guida del governo alla cancelliera, Angela Merkel. Questo esito è stato però l’unico a rappresentare una prova della presunta stabilità del sistema-Germania, dove l’ondata populista ha finito per investire una classe politica evidentemente ritenuta responsabile non tanto della “crisi” dei migranti, quanto soprattutto di quella sociale che continua a crescere dietro un’apparente solidità economica.

I risultati definitivi del voto hanno registrato le prestazioni peggiori degli ultimi 60 anni dei due partiti che hanno dominato la scena politica tedesca nel dopoguerra. L’Unione Cristiano Democratica (CDU) della Merkel e l’alleato dell’Unione Cristiano Sociale bavarese (CSU) hanno perso complessivamente 65 seggi, fermandosi ad appena il 33% dei consensi, contro il 41,5% del 2013.

Ancora peggiore è stata la batosta incassata dal Partito Social Democratico (SPD), fermo al 20,5% dopo che a inizio anno il lancio del candidato alla cancelleria, Martin Schulz, era sembrato prospettare per un breve periodo addirittura un avvicendamento alla guida del paese. Gli otto anni nella “grande coalizione” con la Merkel sono stati dunque pagati molto cari da un partito che, nel suo elettorato di riferimento, continua a essere visto correttamente come responsabile di avere inaugurato, ormai oltre un decennio fa, l’assalto al welfare a favore del business tedesco.

Proprio l’assenza dal governo di Berlino ha invece beneficiato i liberali dell’FDP (Partito Democratico Libero), ex partner di coalizione della Merkel che nella precedente tornata elettorale non erano stati nemmeno in grado di superare la soglia di sbarramento del 5%. Questo partito ha superato abbondantemente il 10%, con un risultato che gli garantirà un’ottantina di deputati.

All’FDP guarderà ora principalmente la cancelliera per mettere assieme la prossima coalizione di governo. Per far nascere l’esecutivo saranno però necessari altri seggi e nel mirino della Merkel sembrano esserci soltanto i Verdi, in leggera salita rispetto al 2013, visto che i leader socialdemocratici hanno comprensibilmente fatto sapere di volere posizionarsi all’opposizione nei prossimi quattro anni.

I vertici dei Verdi hanno per ora mandato segnali contrastanti sulla possibilità di entrare in un governo di centro-destra, vista la diversità di vedute, soprattutto con FDP e CSU, su varie questioni come quella fiscale e dei migranti. Le alternative sembrano comunque improbabili, dal governo di minoranza a nuove elezioni, così che le differenze tra i partiti di una nuova potenziale coalizione “giamaicana” – dai colori della bandiera del paese caraibico che corrispondono a quelli delle formazioni che dovrebbero farne parte – potrebbero essere superate nelle prossime settimane.

Quasi tutti gli osservatori prevedono un nuovo gabinetto insolitamente fragile e instabile a Berlino, con il conseguente probabile tramonto precoce del progetto franco-tedesco di riforma dell’Unione Europea all’insegna di una maggiore integrazione tra i suoi membri.

Il dato più importante del voto di domenica in Germania è stato comunque il risultato dell’estrema destra dell’AfD (Alternativa per la Germania). Per la prima volta dopo la fine del nazismo, un partito apertamente xenofobo e razzista avrà dei propri rappresentanti nel parlamento federale tedesco.

Non solo, politicamente l’AfD avrà un peso ben superiore rispetto alla sua effettiva popolarità tra la popolazione. A riprova di ciò, sono avvenute già nella serata di domenica manifestazioni spontanee di protesta contro l’AfD in molte città della Germania, tra cui a Berlino dove il partito di estrema destra stava celebrando la sua performance elettorale.

Il 13% dei voti e i 94 deputati ottenuti da questo movimento sono stati possibili pressoché interamente grazie al costante spostamento a destra degli equilibri politici tedeschi. I partiti tradizionali si sono cioè in larga misura adeguati ai toni della destra estrema, promuovendo in maniera più o meno esplicita politiche contro i migranti e il rafforzamento dei poteri repressivi e di sorveglianza dello stato.

Al contrario di quanto sostengono in molti, l’emorragia di voti sofferta da CDU e CSU non sembra essere dovuta alle presunte posizioni troppo accomodanti nei confronti degli immigrati della cancelliera, se non per una frangia di elettori di estrema destra. Il colpo assestato all’establishment politico tradizionale e alla stessa Merkel, tradottosi in parte nel successo dell’AfD, è piuttosto il risultato del tentativo di alimentare i sentimenti più reazionari nella popolazione tedesca da parte di media e partiti “mainstream”.

Una tendenza già evidente in molti altri paesi europei e negli Stati Uniti e che in sostanza dovrebbe servire alle classi dirigenti per contenere e orientare le tensioni sociali, prodotte dalla crisi economica, dalla precarietà del lavoro e dalla costante crescita delle disuguaglianze di reddito, in direzioni nazionalistiche e xenofobe, in modo da dividere le classi più colpite e neutralizzarne il potenziale di rivolta.

Vari sondaggi hanno d’altra parte indicato come la netta maggioranza degli elettori dell’AfD non sia sostenitrice di questo partito, e non sia interessata paradossalmente nemmeno al messaggio anti-migranti, ma lo ha votato in segno di protesta verso il sistema politico tradizionale. Come altrove, questa dinamica è stata favorita anche in Germania dal vuoto politico della sinistra e non solo quello che dovrebbe occupare la SPD. Anche la sinistra di opposizione di Die Linke, pur avendo incrementato di poco la propria quota di voti, ha ad esempio ceduto il passo quasi ovunque nella ex Germania Est all’AfD, dopo che qui aveva a lungo fatto segnare risultati importanti.

I vertici dell’AfD hanno subito promesso di voler condurre una battaglia aggressiva contro il prossimo governo Merkel, garantendo quindi un ulteriore spostamento a destra del centro politico tedesco. Dopo l’affermazione di domenica dell’estrema destra, infatti, la CDU/CSU e i suoi alleati risponderanno con ogni probabilità allineandosi ancora di più alle tendenze reazionarie promosse dall’AfD.

In questo senso vanno lette le dichiarazioni del numero uno della CSU, Horst Seehofer, il quale domenica ha affermato che il suo partito e quello della Merkel si sono visti sottrarre voti dall’AfD perché hanno “lasciato aperto il loro fianco destro”, ma che in futuro sarà necessario rimediare prendendo “una chiara posizione” in proposito, ovvero facendo proprie molte delle politiche dell’estrema destra.

Al di là della composizione del prossimo governo tedesco, della sua solidità o della stessa sorte della Merkel, la cui leadership della maggioranza di centro-destra potrebbe per qualcuno essere messa in discussione nel prossimo futuro, gli indirizzi generali del nuovo esecutivo sembrano essere ben definiti, anche se i contenuti di essi sono rimasti in larga misura fuori dal dibattito elettorale.

Sul fronte interno, come ha subito invitato a fare il presidente della Federazione dell’Industria tedesca (BDI), Dieter Kampf, dovrà essere mantenuta la competitività del business tedesco. Su quello esterno, invece, anche il nuovo gabinetto proseguirà nello sforzo per la promozione in maniera sempre più aggressiva delle ambizioni della classe dirigente della Germania, in un quadro caratterizzato dalle crescenti rivalità internazionali, a cominciare da quelle già apparse più che evidenti nei mesi scorsi tra Berlino e gli Stati Uniti di Donald Trump.

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