Germania, l’ossessione del contagio

di Vincenzo Maddaloni

BERLINO. Da qualche anno a questa parte o forse più, ogni fine settimana in qualche paese o città della Germania compaiono i neonazisti che marciano con i loro tatuaggi, con i loro scarponi chiodati, con i loro irritanti striscioni, con le loro bandiere. Ancora sopravvive  il ricordo dei semila partecipanti al  Neonazi-Festival “Rock für Identität” di due mesi fa a Themar, una cittadina  della Turingia.

Durante quella manifestazione, che si era svolta con il benestare del tribunale, erano state vendute centinaia di t-shirt con la scritta “HTLR” che sta per  “Patria-Tradizione-Lealtà-Rispetto”, non a caso al prezzo di 8,80 euro, perché 8 è la lettera H dell’alfabeto e 88 è il codice che “collega” i nostalgici all’ “Heil Hitler!”, e al  “1933”, l’anno in cui i nazisti conquistarono il potere.

Naturalmente, gli scarponi chiodati non sono d’obbligo per poter partecipare alle sfilate. Da due anni, ogni lunedì a Dresda i militanti marciano indossando le scarpe di tutti i giorni in sintonia con il loro abbigliamento curato, da media borghesia insomma. Si dichiarano i difensori della “cultura tedesca dalle invasioni degli immigrati islamici”, e marciano con slogan, canti, e qualche fiaccolata. Sono i Pegida (in tedesco Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, che tradotto significa: Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente), i quali si battono per delle misure più restrittive in materia di immigrazione.

Sicuramente il 24 settembre essi voteranno l’Afd, Alternative für Deutschland, il partito di opposizione che predica un estremismo di chiaro stampo xenofobo e che fa leva anche sullo scoramento dei tedeschi moderati che, da qualche tempo a questa parte stanno chiedendo un cambio di rotta sulla gestione dei flussi migratori.

Naturalmente, come prevede Roberto Giardina, corrispondente di lungo corso da Berlino, «il risultato delle elezioni di domenica 24 settembre è già scontato. Per la quarta volta vincerà Angela, con qualche voto in meno rispetto al 2013. L’unico dubbio è se ci sarà una nuova Grosse Koalition, oppure un’alleanza tra cristianodemocratici e liberali». Ma, avverte Giardina, «per la prima volta, entrerà al Bundestag l’AfD, Alternative für Deutschland, che raccoglierà i voti dei neonazisti, e anche di molti degli appartenenti alla classe media e alla borghesia benestante. Sicché per molti versi si infrangerà un tabù».

L’Afd dovrebbe incassare – così i sondaggi – il dieci per cento dei voti e forse più. E’ un risultato epocale perché il populismo dirompente nella Germania del welfare è un fenomeno su cui si appuntano gli occhi dell’Europa intera. La Germania del benessere – dal 2013 anno di nascita dell’AfD – è diventata una sorta di laboratorio per studiare il fossato che si allarga a dismisura in ogni parte d’Europa, tra la gente comune e la piccola e media borghesia da un lato e dall’altro lato l’immigrazione, favorita dai circoli affaristici ed economici in nome della libera circolazione delle persone e dei capitali.

Una immigrazione incontrollata, massiccia e incalzante, tale da generare nuove guerre fra poveri già aggravate dal sistema economico capitalista e dai fenomeni di terrorismo islamico che rendono la situazione ancora più disperante. Così la rabbia dei tedeschi entrerà con l’AfD nel Bundestag e i Podemos in Spagna, il Front National e France Insoumise in Francia, il Movimento Cinque Stelle in Italia avranno un alleato in più. Un alleato molto speciale con tutti i requisiti per diventare il leader indiscusso del populismo europeo.

Sebbene, dagli inizi del secolo fino ad oggi la povertà in Europa si è via via urbanizzata, si è “ringiovanita” perché i giovani sono più poveri delle generazioni precedenti, in  Germania non ha mai raggiunto i picchi di disperazione dell’Italia, della Spagna, della Francia per non parlare della Grecia. Nel paese della Cancelliera il tasso di disoccupazione in agosto girava intorno al cinque per cento e, sempre un mese fa, il numero di disoccupati è diminuito di 5 mila unità. Eppure, benché la situazione sia di gran lunga migliore rispetto all’Italia, alla Spagna, alla Francia, il populismo tedesco è un fenomeno in crescendo, non episodico e nemmeno elettorale.

Certamente la campagna elettorale è servita come pretesto. Frau Merkel è stata accolta da un lancio di pomodori durante un comizio a Heidelberg, nota città universitaria, nel Baden-Württemberg sulle rive del fiume Neckar. Uguale sorte la Cancelliera ha subito a Vacha, cittadina di tremila e cinquecento abitanti della Turingia e a Annaberg-Buchholz in Sassonia. Persino a Bitterfeld che ai tempi della Ddr era considerata la città più “sporca” d’Europa per via dell’alta concentrazione sul territorio dell’industria chimica, e che oggi è un esempio di come si deve bonficare, Angela è stata accolta con i fischi.

“Mutti Coraggio”, “Madre Coraggio”, così il settimanale Der Spiegel aveva titolato la cronaca di quella giornata, durante la quale gli apprezzamenti della Cancelliera sull’opera svolta e su quel che resta da fare erano stati accolti da una valanga di fischi, di urla, di invocazioni del tipo “più lavoro, salari più alti, più prospettive di carriera”. Che poi è quel che va predicando Alternative für Deutschland, da quando è iniziata la campagna elettorale.

Nell’ex Germania comunista, l’AfD pesca molto tra coloro che oggi hanno più di cinquant’anni e ricordano la Ddr con nostalgia, non certo per il sistema oligarchico che vi governava, ma perché vi era l’illusione che le aspirazioni del popolo fossero in cima alle priorità. Beninteso, questa nostalgia diffusa è storia recente che rischia di diventare contagiosa da quando la parola “gente” – qui come altrove in Europa – ha preso il posto della parola popolo. Lo scambio è avvenuto sull’onda della crisi economica che ha mostrato i limiti della politica di fronte allo strapotere dell’economia.

Infatti, dapprima la sensazione è che la società che consuma  appaia più “libera” e venga percepita come la più “democratica” e la più “prospera”. Poi, quando se ne diventa parte, ci si accorge che benché sia il trionfo dell’individualismo moderno di matrice liberale e progressista, essa  finisca con l’ opprimere i popoli, ovvero i loro intrinseci bisogni di socialità, solidarietà, stabilità, comunità e dunque di autentica libertà. In Germania questi “bisogni” sono avvertiti nell’ex Ddr più che in Baviera, e l’avanzata dell’AfD è un chiaro segnale che la voglia di cambiamento non soltanto esiste, ma si sta estendendo.

Il fatto che avviene anche nella patria della Cancelliera fa notizia, come usa dire. Perché la Germania è in Europa un fulgido esempio di quella”governance” – molto di moda nell’ultimo decennio – che obbliga i governi ad attuare scelte tecniche in linea con le esigenze del mercato e della finanza. La “governance” è infatti il trionfo degli interessi dei pochi privilegiati che governano i destini del mondo, ogni qualvolta  riesce a plasmare la società sul modello del mercato. Il quale non va affatto d’accordo con la democrazia, ma tende a subordinarla alle sue regole esigendo, di volta in volta la soppressione delle frontiere, la liberalizzazione dell’economia, degli stili di vita, della precarizzazione dei rapporti umani e affettivi, dello sradicamento identitario e via dicendo. Insomma, i mercati asservendo i governi ai propri interessi gestiscono di fatto il potere con una tale determinazione, come mai era accaduto da sessant’anni a questa parte.

Il merito della Cancelliera è di aver saputo gestire questa realtà senza  arrecare traumi eccessivi, anzi migliorando il welfare del suo popolo, il quale gliene è molto grato, come confermano i sondaggi della vigilia elettorale. Tutto questo è stato possibile alla Cancelliera perché nel suo team ci sono personaggi come il ministro delle finanze, Schaeuble, che continua a spremere i paesi più poveri dell’Europa meridionale; o come il ministro della difesa, Ursula von der Leyen, che sollecita altri miliardi per la difesa e manda i soldati nel deserto del Mali, sulle montagne dell’Afghanistan. E infine come il ministro dei trasporti Alexander Dobrindt che sorvola di molto sugli inquinamenti prodotti dell’industria automobilistica tedesca.

Sono questi alcuni esempi – tra i tanti – su come in Germania si può migliorare il welfare senza fare tanto chiasso. Dopotutto questo è il paese dove la politica non si sorregge sulla rissa, non ricorre alle sbracamento totale per raccogliere i consensi. Sono comportamenti che non rientrano nella cultura dei tedeschi, per i quali – per capirci – gli strilli della Lorenzin, gli insulti di Di Maio, sono puro folklore.

E tuttavia, nel Paese esiste questo malessere diffuso che l’Alternative für Deutschland con il suo pacchetto di voti ben rappresenta. I neonazisti sono diventati minoranza perché oramai, «il tipico elettore AfD è di età media, con un’istruzione media, e un reddito medio», come informa Der Spiegel. E dunque, nel movimento i neonazisti debbono lasciar spazio alle  genti della middle class alle quali sta particolarmente a cuore il destino della Germania-Nazione, punto di riferimento per tutti i paesi d’ Europa.

Insomma, il media mainstream ha già approntato il ritratto: a Berlino l’ AfD sarà il tarlo del Bundestag. Quanto basta per riaprire  un discorso serio sull’equità sociale, prima che se ne stravolgano il valore e il significato. Le ultime cronache tedesche ne evidenziano l’urgenza, per  Francia, Spagna e Italia soprattutto.

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