Giacomo Leopardi – Appressamento della morte

CANTO I
Era morta la lampa in Occidente,
E queto ‘l fumo sopra i tetti e queta
De’ cani era la voce e de la gente:
Quand’i’ volto a cercare eccelsa meta,
Mi ritrova’ in mezzo a una gran landa,
Bella, che vinto è ‘ngegno di poeta.
Spandeva suo chiaror per ogni banda
La sorella del sole, e fea d’argento
Gli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda.
I rami folti gian cantando al vento,
E ‘l mesto rosignol che sempre piagne
Diceva tra le frasche suo lamento.
Chiaro apparian da lungi le montagne,
E ‘l suon d’un ruscelletto che correa
Empiea il ciel di dolcezza e le campagne.
Fiorita tutta la piaggia ridea,
E un’ombra vaga ne la valle bruna
Giù d’una collinetta discendea.
Sprezzando ira di gente e di fortuna,
Pel muto calle i’ gia da me diviso,
Cui vestia ‘l lume del la bianca luna.
Quella vaghezza rimirando fiso,
Sentia l’auretta che gli odori spande,
Mollissima passarmi sopra ‘l viso.
Se lieto i’ fossi è van che tu dimande.
Grand’era ‘l ben ch’aveva, ed era ‘l bene
Onde speme nutria, di quel più grande.
Ahi son fumo quaggiù l’ore serene!
Un momento è letizia, e ‘l pianto dura.
Ahi la tema è saggezza, error la spene.
Ecco imbrunir la notte, e farsi scura
La gran faccia del ciel ch’era sì bella,
E la dolcezza in cor farsi paura.
Un nugol torbo, padre di procella,
Sorgea di dietro ai monti e crescea tanto
Che non si vedea più luna nè stella.
Io ‘l mirava aggrandirsi d’ogni canto,
E salir su per l’aria a poco a poco,
E al ciel sopra mia testa farsi manto.
Veniva ‘l lume ad ora ad or più fioco,
E ‘ntanto tra le frasche crescea ‘l vento,
E sbatteva le piante del bel loco,
E si facea più forte ogni momento
Con tale uno stridor che svolazzava
Tra le fronde ogni augel per lo spavento.
E la nube crescendo in giù calava
Ver la marina, sì che l’un suo lembo
Toccava i monti e l’altro il mar toccava.
Pareva ‘l loco d’ombra muta in grembo,
Di notte senza lampa chiusa cella,
E crescea ‘l buio a lo ‘ngrossar del nembo.
Già cominciava ‘l suon de la procella,
E di lontan s’udiva urlar la pioggia
Come lupi d’intorno a morta agnella.
Dentro le nubi in paurosa foggia
Guizzavan lampi e mi fean batter gli occhi,
E n’era ‘l terren tristo e l’aria roggia.
I’ sentia già scrollarmisi i ginocchi
Ch’i tuoni brontolavano a quel metro
Che torrente vicin che giù trabocchi.
Talora i’ mi sostava e l’aer tetro
Guardava spaurato e poi correa
Sì ch’i panni e le chiome ivano addietro.
E ‘l duro vento col petto rompea
Che gocce fredde giù per l’aria nera
Soffiando, sopra ‘l volto mi spignea.
E ‘l tuon veniami ‘ncontra come fera
Rugghiando orribilmente senza posa,
E cresceva la pioggia e la bufera.
E ne la selva era terribil cosa
Il volar foglie e rami e polve e sassi,
E ‘l rombar che la lingua dir non osa.
I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi:
Tant’era pien di dotta e di terrore
Che non sapea più star nè mover passi.
Era ‘l balen sì spesso che ‘l bagliore
S’accendea sempre e mai non era spento,
Perch’ al fine i’ ristetti a quell’orrore,
E mi rivolsi indietro; e ‘n quel momento
Si stinse ‘l lampo e tornò buia l’etra
Ed acquetossi ‘l tuono e stette ‘l vento.
Taceva ‘l tutto, ed i’ era di pietra
E sudava e tremava che la mente
Come ‘l rimembra, per l’orror s’arretra;
E ‘l palpitar si facea più frequente:
Quando com’astro che per l’aer caggia,
Un lume scese e femmisi presente.
Splendeva in quella tenebria selvaggia
Sì chiaro che vincea vampa di foco,
Qual fornace di notte in muta piaggia,
E splendendo cresceva a poco a poco;
E ‘n mezzo vi pareva uman sembiante
Vago sì ch’a ‘l ritrar mio stile è roco.
Ed i’ tremava dal capo a le piante,
Ma pur dolcezza mi sentia nel petto
In levar gli occhi a quel che m’era innante.
Bianco vestia lo Spirto benedetto
Raggiante come d’Espero la stella,
E avea ‘l crin biondo e giovenil l’aspetto.
Io l’Angel son che tua natura abbella,
Tua guardia, (e su i ginocchi allor cascai)
Cominciò quegli in sua santa favella.
La gran Signora da’ sereni rai
Mandommi ch’ha di te pietade in cielo.
Poco t’è lunge ‘l dì che tu morrai.
I’ mi fei bianco in volto e venni gelo,
Attonito rimasi e mi sentia
Ritrarsi ‘l core ed arricciarsi ‘l pelo.
E muto stetti, e pur volea dir: Sia,
O Signor, quel ch’è fermo in tuo consiglio,
Ma voce de la strozza non uscia.
E sol potei chinar la fronte e ‘l ciglio,
E caddi al suol boccone; e quegli allora
Levommi a un tratto e, Fa cor, disse, o figlio.
Non ti dolga di tua poca dimora
In questa piaggia trista, e non ti caglia
Ch’ancor del quarto lustro non se’ fora.
Or ti parrà da quanto aspra battaglia
Voler sia de l’Eterno che for esca,
E come umana gente si travaglia,
E quant’è van quel che le menti adesca,
Ed ammiranda vision vedrai
Perchè gir di qua lunge non t’incresca.
E poi soggiunse: mira, ed i’ mirai.
CANTO II
Parve di foco una vermiglia lista
A l’orizzonte a galla sopra ‘l mare,
Ch’atava in quell’orror la dubbia vista:
Come di state dopo ‘l nembo pare
Sul mar la notte luce di baleno
Che lambe l’acqua e l’ombre fa più rare;
O come ride striscia di sereno
Dopo la pioggia sopra la montagna,
Allor che ‘l turbo placasi e vien meno.
Ed i’ vedeva gente molta e magna
Passar non lunge innanzi a quel chiarore,
Che n’era piena tutta la campagna.
E primier vidi sogghignando Amore
Svolazzar su la gente di suo regno
Tanta ch’e’ di quaggiù parea signore.
Iva misera turba che fu segno
A suoi strali roventi, e parea tutta
Atteggiata di doglia e di disdegno.
Questi son que’ che ne la fera lutta
Di nostra vita vinse la gran possa
Di quel desio che pianto e morte frutta.
Quest’è la turba che nel mondo ingrossa
Al volger d’ogn’istante, e non vien manco
Per volar d’ora o spalancar di fossa.
Fermo i’ guardava, e quel che m’era al fianco
(E ‘l potea ben senza mirarmi in viso)
Scorse ‘l dubbiar de lo ‘ntelletto stanco.
E disse: Questa è gente che di riso
Non ebbe un’ora in vostra vita lassa,
Pur sempre ebbe a cercarlo il pensier fiso.
E nutrì speme pazza e voglia bassa,
Locando suo desire in cosa vana,
Ed amò ben che quando giugne, passa.
Quel vergognoso là che s’allontana,
È ‘l Prence tristo per lo cui delitto
Tant’alta venne la virtù Romana.
Appio è quel là che conto a voi fe’ ‘l dritto,
Pel cui malvagio amore un’altra volta
Roma fu lieta e suo tiranno afflitto.
Antonio è quel che lamentar s’ascolta,
E di suo fato no ma par si lagne
Sol che sua donna scaltra gli sia tolta.
Vedi Parisse più vicin che piagne
Ilio in faville e la reggia diserta
E morti i frati e serve le compagne
E d’erba e sassi la città coverta:
E fu cagion di tanta doglia Amore.
E vedi quel ch’ha sì gran piaga aperta.
È Turno, e per Lavinia è ‘l suo dolore,
Per chi di morti fe’ sì gran catasta
Quel ch’al Tebro menò le Teucre prore.
Vedi Sanson colà che mal contrasta
A Dalila, e ‘l gran Re ch’anco si dole
Che sapienza contr’Amor non basta.
Mira quell’alme quivi che van sole
Con la faccia scarnata e ‘l ciglio basso,
E movon lente e senza far parole.
Vestali furo, e sotto flebil sasso
Menolle dura legge e crudo foco
Di per loro a compor lo corpo lasso.
Vedi quanti ha malconci ‘l tristo gioco,
E perduti ‘l furor di voglia insana,
Che tempo lungo a noverargli è poco.
Guata quel truce là ch’a la Cristiana
Fede aprì ‘l lato, e che nel suol Britanno
Di giusto sangue fe’ tanta fontana,
E per Amor, di Re venne tiranno,
E mandò giù tant’alme a l’aria bruna,
Sì ch’ancor dura e sarà eterno ‘l danno;
Per chi d’Anglia tal frotta si rauna
E mugulando s’addossa e si preme
Qual sozzo gregge a la ‘nfernal laguna.
D’infinita sciaura Amor fu seme,
Che non sua sol ma van mill’alme ogn’ora
Per lui ‘ve ‘l tristo eternamente freme.
Oh miser’Anglia che tanta dimora
Fai ne l’Errore, e non ti basta ‘l lume
De la mental tua lampa a uscirne fora,
E già tutto conosci forchè ‘l Nume,
E cieco nasce e non vi pensa e more
Tuo popol gramo vinto dal costume.
Poi sospirando disse: Or vedi, Amore
Com’è crudele al mondo, e com’è duro
Far ch’e’ non giunga a palpeggiarti ‘l core.
Sapienza non è sì saldo muro
Che nol dirompa forza di suo strale,
E chi men l’ha provato è men sicuro.
E se l’alma infermò di tanto male
E sente l’aspra punta, ov’è la pace?
E se pace non è, viver che vale?
Sì come chi per poi soggiunger tace,
Quel tacque, ed i’ mi vidi un mesto avante
Giovane e tal che d’ello anco mi spiace.
Tanto mi vinse suo flebil sembiante
Che l’Angel di suo nome interrogai,
Benchè mio dir sonava ancor tremante.
E quel rispose: da sua bocca udrai
Contar suo fallo e di suo fallo i danni.
E l’approcciammo, ed i’ l’addimandai.
Ugo fui detto, e caddi in miei verd’anni,
E me Ferrara tra suoi forti avria,
Se non fosse ‘l mio padre infra’ tiranni,
Disse, e ristette e quasi si pentia,
Poi seguitò: mi trasse al punto estremo
Non so se di mio fato o colpa mia.
I’ membro l’ora, ed in membrarla fremo,
Che prima vidi le sembianze ladre
Per ch’in eterno fra quest’alme gemo.
Vidi la donna misera che ‘l padre
Erasi aggiunta, ma che ‘l tristo letto
Non fe’ bello di prole e non fu madre.
E cura inquieta mi sentii nel petto
Che parea dolce, ma la voglia rea
Vanezza e tedio femmi ogni diletto.
I’ fea contesa e forse ch’i’ vincea,
Ma un dì fui sol con quella in muto loco,
E bramava ir lontano e non volea,
E palpitava, e ‘l volto era di foco,
E al fine un punto fu che ‘l cor non resse,
Tanto ch’i’ dissi: t’amo, e ‘l dir fu roco.
Vergogna allor sul ciglio mi s’impresse,
E la donna arrossar vidi e gir via
Senza far motto, come lo sapesse.
Poi nulla i’ fei, ma tanto più che pria
Divampò ‘l foco al soffio di speranza,
Ch’arder le vene e i polsi i’ mi sentia.
Allor che tratto di mia queta stanza
Fui d’armato drappello in su la sera
Con ferità ch’ogni mio dire avanza,
E dentro muta torre in prigion nera
Chiuso che ‘ndarno il genitor chiamava,
Immobil tra catene come fera.
Stupido e sol rimasi in quella cava
Ricercando mia colpa, ed oh dolore
In ricordarmi di mia voglia prava!
Era giunta la notte a le tard’ore
Che tace e per le vie gente non passa,
Quando fioco romor sentii di fore.
(O Italia mia dolente, o patria lassa
Che quant’alta a’ bei giorni tanto cruda
Fosti a’ più neri, e tanto ora se’ bassa,
Ben sei di luce muta e d’onor nuda,
Che tigre fosti quando era tua possa,
E or se’ pietosa ch’uom per te non suda!)
Orrendo un gel mi sdrucciolò per l’ossa,
E mancar sentii ‘l fiato e ‘l cor serrarse
Quand’a l’uscio udii dar la prima scossa.
Sonaro i ferri al suo dischiavacciarse,
E seguì di persona un calpestio,
E di lontana fiamma un chiaror parse.
Come chi vide ‘l lampo che fuggio,
Aspetta lo fragore e sta sospeso,
Tal senza batter ciglio mi stett’io.
E ‘l genitore entrar che tenea steso
Il destro braccio e ne la man mirai
Un ferro e ‘n la sinistra un torchio acceso.
Morta è disse tua druda e tu morrai.
Su le ginocchia i’ caddi in quel momento:
Piagneva e volea dir: mio padre, errai.
Ma la punta a mia gola e’ ficcò drento,
E caddi con la bocca in su rivolta,
E ‘l vital foco tutto non fu spento.
Parvemi che l’acciaro un’altra volta
Alzasse, e di vibrarlo stesse in forse;
Poscia com’uom che di lontano ascolta,
L’udii cercar de l’uscio: indi ritorse
Il passo, e ‘n cor piantommi e lasciò ‘l brando,
Perchè l’ultimo ghiaccio là mi corse,
E svolazzò lo spirto sospirando.
CANTO III
I’ lagrimava già per la pietate
Di quella miser’alma che perduta
Avea suo fallo e altrui crudelitate,
E ‘l ciglio basso e la bocca era muta,
Quando ‘l Celeste, Guata là quel duce,
Disse, ch’ha man grifagna ed unghia acuta.
È l’Avarizia, e dietro si conduce
Gregge che ‘n vita fu de l’oro amico
Non perchè val tra voi ma perchè luce.
Del nome di que’ duri io non ti dico,
Che non sudar perchè ‘l sapesse ‘l mondo
Quando lor tempo avria chiamato antico.
Ve’ ch’ han sul collo di gran soma pondo,
E van carpone e ‘l capo in giù pendente,
Sì che lor faccia è presso d’ogn’immondo,
Però che prona al suolo ebber la mente,
E di gloria e del ciel non ebber cura,
Vivendo in terra come morta gente.
Or vedi quanto è trista e quanto è dura
Vostra vita mortal, che ‘l fango e ‘l fimo
Più che la gloria e ‘l ciel per voi si cura.
Ben sete fatti di terrestre limo,
Che tanta gente cerca morta terra,
Per lo suo fine e per l’autor suo primo.
E pur bell’alma vostro corpo serra
Perchè ricerchi e trovi ‘l sommo Amore,
Che pace è vostro fin, non questa guerra.
Qui tacque, e venne pallido ‘l chiarore,
Ch’iva aliando fosca tenebria,
Come nottola oscena, in quell’orrore.
Venia Gigante altissimo, e ‘l seguia
Lunghissim’ombra piena di spavento,
Cieco così che brancolando gia.
Correa da prima ratto come vento,
Poi tenne ‘l passo per lo buio calle,
Sì ch’iva al fine come neve lento.
Gli era infinito esercito a le spalle,
E di voci facea tanto certame
Che tutta piena d’eco era la valle.
Ivan latrando quelle genti grame,
E su lor crespa fronte e su la cava
Lor mascella parea seder la fame.
Al lume i’ gli scorgea che s’avventava
Da le Angeliche forme ai visi smorti,
E men chiaro e più fioco ritornava.
Questi tenner sentieri oscuri e torti
In cercar verità, lo Spirto disse,
D’errar volonterosi, o malaccorti.
Vedi colui che così presto visse,
Zoroastro inventor di scienza vana,
E quel che ‘nsegnò tanto e nulla scrisse:
I’ dico ‘l Samio mastro che l’umana
Mente fe’ vil così che la ridusse
A starsi con le fere in bosco e ‘n tana:
E quel da Citte che tanta produsse
Gente al dolor sì come al piacer dura,
E l’Abderita che la mente strusse,
E la Cinica turba che sicura
Da error non fu sotto ‘l cencioso panno,
E ‘l lercio duce de la mandra impura.
Ve’ come soli e pensierosi vanno
Socrate e Plato e ‘l magno di Stagira,
Sdegnando ‘l gregge e lo comun tiranno.
Guata là que’ nefandi pieni d’ira
Contra l’Eterno, sopra la cui testa
Solcato da baleni un turbo gira.
E sentigli ulular come foresta
Allor che ‘nfuria ‘l vento, e che rimbomba
Per l’aer fosco voce di tempesta.
Oh quanta gente è qui che ne la tomba
Non è fatta anco polve, oh quanta gente
Al disperato lago or tra lei piomba!
Come brulica giù l’onda bollente
Per color cui fe’ vano il grande acquisto
Spietato inganno di corrotta mente!
Oh menti sciagurate, oh mondo tristo
Cui lo pensier del vero tanto spiace
Che par vergogna il ragionar di Cristo!
Già contra ‘l ciel latrava, ed or si tace
Tua gente in guisa d’uom che non si cura,
Come a Dio conceduta abbia la pace.
Vedi, soggiunse, o figlio, com’è scura
Vostra terrena via piena di doglia,
E com’è fral quaggiù vostra natura.
Che tanta gente di seguir s’invoglia
Quel Gigante colà ch’è ‘l tristo Errore,
E tanta ignara il fa contra sua voglia.
Quanti cercar saggezza e saldo onore
Che trovar fama tetra e falsitate,
E lor fu vano il trapassar de l’ore!
Oh savissime sole oh avventurate
L’alme che ricercar del sommo Bene!
Fumo già non trovar nè vanitate.
Dier soda meta a lor non dubbia spene,
Bramando uscir di questa terra bassa
U’ torpe Error che così presto viene.
Però ‘l Gigante che tant’ombra lassa
Sopra ‘l dolente esercito seguace,
Venne sì ratto e così lento passa.
Già la piaggia parea tornare in pace
Pel lontanar di quella turba folta
Sopra cui ‘l lume eternamente tace.
Da lungi la s’udia come talvolta
Di nembo cui sul mar lo vento caccia,
L’urlar tra l’onde e ‘l mormorar s’ascolta;
O notturna del mar cupa minaccia
Perchè ‘l villan che presso il turbo crede,
Si desta e sorge ed al balcon s’affaccia.
Allor ch’a un tratto sì come si vede
Campo di secche canne incontr’al sole,
Quand’e’ co’ rossi raggi a sera il fiede;
O come andar tra noi di faci suole
Notturno stuol, di Cristo appo ‘l feretro,
Il dì che di sua morte il ciel si dole:
Cotal si vide in mezzo a l’aer tetro
Un lampeggiar di scudi e lance e spade
Che tremolava intorno a fero spetro.
Sua scossa asta parea grandin che cade
Con alto rombo giù da nugol nero
Su i tetti rimbalzando e per le strade.
Tentennava sua testa atro cimiero,
E pendea ‘l brando nudo in rossa lista,
Digocciolando sangue in sul sentiero.
Iva ‘l membruto mostro e facea trista
Tutta sua via, che dietro si lasciava
Foco ch’ardea tra l’erbe in fera vista.
Ve’, l’Angel disse, il crudel che lava
Col sangue i campi, e col brando rovente
Fa tante piaghe e tante fosse scava.
Altro costume de l’umana gente:
Cacciar lo ferro gelido e la mano
Del prossimo nel corpo e del parente:
Correre e disertar lo monte e ‘l piano,
E ‘n un giorno e ‘n un punto l’opra e ‘l frutto
Di sudor molto e molta età far vano:
Strugger mura, arder tempi e farsi brutto
Di cenere e vestirsi di terrore,
E ‘ngojar le cittadi come flutto:
Guastar campagne e al pavido cultore
Messa la man tra le sudate chiome,
Di sua casuccia strascinarlo fore:
Brillar tra morti e ‘nsanguinati come
Lion che ‘n belva marcida si sfama:
Rider tra genti lagrimose e dome.
Dunque far solo il mondo è vostra brama,
E ‘l viver vostro è per l’altrui morire,
E sì tra voi si viene in seggio e ‘n fama?
Ve’ di quegli aspri le sembianze dire
Lo cui passaggio al mondo fu guadagno,
E ‘l natale e la vita fu martire.
Mira colui che nome ebbe di Magno,
E fe’ di sangue Egizia frode rossa;
E ‘l Pelide che piange suo compagno,
E Guerra maladice e la sua possa,
E presso ha ‘l re de’ re che ‘l Teucro lido
Coprì di spoglie sanguinose e d’ossa,
E vincitor perì di ferro infido,
E per Guerra perdè la luce e ‘l regno;
E quel che ‘nvan divenne a tanto grido:
Il Macedone i’ dico, ch’ha disdegno
Però ch’ir vana da la morta valle
Di sua man l’opra vide e di suo ‘ngegno:
E Ciro e Brenno e Pirro ed Anniballe
Che grandi un tempo e fur meschini allora
Che fortuna lor dato ebbe le spalle;
E come Sol per nembo si scolora,
Vider lor fama intenebrarsi, e poi
Venir pallida e muta l’ultim’ora.
Così passa fortuna de gli Eroi,
E la gran mole in un sol dì fracassa
Che tanto pianto fe’ versar tra voi:
Com’onda a gli astri sorta che s’abbassa
E cade in un baleno e al pian s’agguaglia,
E di suo levamento orma non lassa.
Tacque, e cadeva ‘l suon de la battaglia
Che giva di colei per lo sentiero
Che tutto ‘l mondo misero travaglia.
E mostro altro pareva onde più fero
Non vede orma stampar su neve o sabbia
Lo Scita algente o ‘l divampato Nero.
Aveva umane forme e umana labbia,
E passeggiar parean la guancia scura
L’invidia fredda e la rovente rabbia,
E a suo passaggio abbrividir natura,
Seccarsi l’erbe, e tremolar le piante
Scrollando i rami come per paura.
Nel buio viso l’occhio fiammeggiante,
A carbon tra la cenere, che splenda
Solingo in cieca stanza era sembiante.
Al crin gli s’attorcea gemmata benda,
E scendea regio manto da le spalle
Com’acqua bruna che di rupe scenda.
Sprizzato era di sangue, e per lo calle
Di sangue un lago fea la sozza vesta,
Che ‘n dubbia e torta striscia iva a la valle.
Seguialo incerto rombo di tempesta,
Ed egl’iva sospeso, e ogni momento
Il serto si cercava ne la testa.
Parea pien di sospetto e di spavento,
Guardavasi d’intorno, e tenea ‘l passo
Al suon de’ rami e al transito del vento.
Ecco ‘l gran vermo d’uman sangue grasso,
Lo qual però che ‘l mondo ha ‘n sua balia,
Ben si conviene andar col ciglio basso.
Ecco ‘l figliol di vostra codardia,
Cominciò quegli, ecco la belva lorda,
Ecco la perfid’, ecco Tirannia.
Quella che sempre vora e sempre è ‘ngorda,
Quella ch’è cieca come marmo al pianto,
Quella ch’è al prego come bronzo sorda.
O mondo gramo, e se’ codardo tanto
Ch’uom su tuo’ seggi può seder sicuro
Di sangue intriso la corona e ‘l manto?
E quando etade ha suo passar maturo,
Passa ‘l tiran già sazio, e allor pur anco
Trovar chi ‘l biasmi e chi l’accusi è duro?
E di soffrir quest’orsa non se’ stanco
Che ti ficca e rificca l’unghia e ‘l dente
Nel rosso petto e ‘n lo squarciato fianco?
Oh sciagurato mondo, oh età dolente,
Oh progenie d’Abisso atri tiranni,
Oh infamia eterna de l’umana gente!
Quest’è la bestia che da’ tuoi verd’anni
T’arse di rabbia, e del cui lercio sangue
Tinta bramasti aver la mano e i panni.
Quest’è l’orribil idra, quest’è l’angue
Che gonfia sopra ‘l mondo alza la cresta,
Perchè virtude è morta e ‘l saper langue.
Vedi come la piaggia si fa mesta
Al passar de la fera, e ve’ ‘l pugnale
Ch’ha per iscettro, e ‘l sangue che calpesta.
Vedi ‘l nefando stuol che fu mortale
A lo sgraziato mondo, e da cui ‘l mondo
Non ebbe che ‘l campasse brando o strale.
Vedi Tiberio là, vedi l’immondo
Gregge di que’ che ne l’età più nera
Italia tua gravar di tanto pondo.
Ve’ ‘l furbo più vicin che spinse a sera
La libertà Romana, e n’ebbe fama,
E ancor d’amici al mondo ha tanta schiera.
Ve’ Periandro lo tristo che brama
Tenne d’aver tra’ Greci saggi onore,
E sua Corinto misera fe’ grama.
Pur ve’ che di vergogna e di furore
Arse talor la gente, ed avventosse
Col ferro nudo del tiranno al core.
Allora Armodio vidi ch’avea rosse
Le man de l’empio sangue, e per man rea
Cadde, e per fama a un punto rilevosse.
E ‘l gran Corintio vidi che piangea
Sul prosteso fratel che venia manco
Pel colpo onde suo brando lo spegnea.
E Bruto del tiranno aprir lo fianco,
E del Romano Imperador primiero
Squarciato ‘l petto vidi e ‘l volto bianco.
I’ tenea ‘l guardo fiso ed il pensiero
A quella truce vista, allor che sparse
Ogni chiarore, e ‘l ciel si fe’ più nero.
E ‘n un momento ‘l vidi spalancarse:
Uscinne un tuono, e un fulmine strisciosse
Per l’etra, e su la fera cadde e l’arse,
E misto di faville un fumo alzosse.
CANTO IV
Tornò la piaggia queta: allor che sopra
Oscuro carro apparse un che si stava
Immoto in guisa d’uom cui sonno copra.
Sedeva, e sopra ‘l petto gli cascava
La testa ciondolante, e ‘l carro gia
Come va carro cui gran pondo grava.
Testuggini ‘l traeano, e per la via
Moveasi taciturno e così lento
Che suon di rota o sasso non s’udia.
Vedi, ‘l Celeste disse, quel ch’ha spento
La fama e ‘l grido di que’ magni tanti
Lo cui rinomo è gito come vento.
Vedi che ‘ntorno al carro e dietro e innanti
Va quella gente trista lo cui volto
Tutto è ‘nvoluto entro suoi lunghi manti.
Questa die’ tempo lungo e sudor molto
Per viver dopo ‘l passo, e tutto ‘l frutto
De l’opra sua quel suo signor gli ha tolto.
Or muto di suo nome è ‘l mondo tutto:
Pur die’ la vita perch’eterno fosse,
E ‘l mertava quant’altri, e que’ l’ha strutto.
O sventurata gente, e che ti mosse
A ricercar quel che da Obblio si fura,
Sì che giace tua fama entro tue fosse?
Oh vita trista, oh miseranda cura!
Passa la vita e vien la cura manco,
E ‘l frutto insiem con lor passa e non dura.
Quando posasti il moribondo fianco,
Dicesti: Assai vivemmo, e non fia mai
Che nostro nome di sonar sia stanco.
Misera gente, ah non vivesti assai
Per trionfar d’Obblio che tutto doma:
Invan per te vivesti e non vivrai.
Quanto me’ fa colui che non si noma
Al mondo no, ma nomerassi in cielo
Quando deposto avrà la mortal soma.
Lui dolcezza sarà lo final gelo,
Nè teme Obblio, ch’avrà la terra a sdegno
Quando vedrà ‘l gran Bello senza velo.
Or ti rafforza, o mio povero ‘ngegno,
E t’aiti colui che tutto move,
Che dir t’è d’uopo di suo santo regno.
Or prendi a far quaggiù l’ultime prove,
Ora a mia bocca ispira il canto estremo.
Cose altissime canto al mondo nove.
Ve’, quel soggiunse, e ‘n ripensarvi io tremo,
Che solcando si va questo mar tristo
Con iscommessa barca e fragil remo.
Assai travaglio assai dolore hai visto:
Or leva ‘l guardo a le superne cose,
Or mira ‘l frutto del divino acquisto.
I’ sollevai le luci paurose
Inver lo cielo, e vidi quel ch’appena
Mie voci smorte di ridir son ose.
Come quando improvviso si serena
Il ciel già fosco sopra piaggia bella,
E ‘l sol ridendo torna e ‘l dì rimena,
E ‘l loco sua letizia rinnovella
Mentre in ogn’altra parte è ‘l ciel più nero
E tutto intorno chiuso da procella:
Così lassuso in mezzo a l’emispero
Fendersi vidi i nugoli e squarciarse,
E disfogando i rai farsi sentiero.
E poi l’aperta vidi dilatarse,
E crescer lo splendore a poco a poco,
Sì che lucido campo in cielo apparse.
Lume di Sole a petto a quello è fioco
Che rifletteasi ‘n terra e ‘l suol fea vago
Brillando tra le foglie del bel loco,
Qual da limpido ciel su queto lago
Cinto di piante in ermo loco il Sole
Versa sua luce e sua tranquilla imago.
Qui vengon manco al ver le mie parole,
Ch’i’ vidi cose in mezzo a quel fulgore,
Cui dir non può la lingua, e ‘l pensier vole.
Vidi distesa piaggia onde ‘l colore
E ‘l fiorire e ‘l gioire e la beltate
M’aprir la mente e dilatarmi ‘l core.
Canti s’udian sì dolci che di state
Men caro è sul meriggio in riva a un fiume
Udir gli augelli e l’aure innamorate.
Splendean l’erbette di sì vago lume
Che luccicar men vaghi a la mattina
I rugiadosi prati han per costume.
E la luce era tanta che la brina
Al Sol men chiaro splende, e men raggiante
Splende al Sol bianca neve in piaggia alpina.
Intrecciavansi i raggi tra le piante,
E rifletteansi in onde tanto chiare
Che quel fulgor quaggiù non ha sembiante.
Come se viva lampa a un tratto appare
In tenebrosa stanza, chi v’è drento
Forz’è che ‘l lume con la man ripare:
Sì mi vinser que’ raggi in un momento:
Perchè l’umide luci i’ riserrai,
Che ‘l poter venne manco a l’ardimento.
E l’Angel disse: mira, ed i’ levai
Lo sguardo un’altra volta, e vidi quanto
Nostra sola virtù non vide mai.
Alme vestite di lucido manto
Ivan per quelle vie del Paradiso,
Sciolte le labbra al sempiterno canto.
Oh che soavi lumi, oh che bel viso,
Oh che dolci atti in quel beato stuolo,
Oh che voci, oh che gioja, oh che sorriso!
Allor mi parve abbandonato e solo
Questo misero mondo, e ‘l dolor molto
E ‘l piacer nullo in questo basso suolo.
Più ch’astro fiammeggiante era lor volto,
E ‘n guisa d’uom che placido si bea,
E’ ‘l tenean fermo e tutto in su rivolto.
S’allegrava ‘l terren quando ‘l premea
Alcun de’ Santi con l’eterno piede,
E ogn’erba da lor tocca più lucea.
Mira de’ Giusti la beata sede,
Mira la patria, mira ‘l sommo regno
Cui non cura ‘l mortal perchè nol vede.
Or sì lo tristo suol verratti a sdegno,
Disse ‘l Celeste, or sì ti saria duro
Drizzar la mente a men beato segno.
O ‘ntelletto mortal, come se’ scuro,
Che cerchi morte e duol, per questa terra
Che da doglia e da morte fa sicuro!
Vedi color che ‘l santo loco serra
Com’or son lieti ne l’eterna pace,
Vinta presto quaggiù la mortal guerra.
Mira ‘l vate regal che sì ferace
Ebbe di canti sua divina cetra,
E tra gli altri lassuso or già non tace.
Vedi ‘l magno Alighier che sopra l’etra
Ricordasi ch’ascese un’altra volta
E del dir vostro pose la gran pietra.
E vedi quel vicin ch’anco s’ascolta
Lagnarsi che la mente al mondo tristo
Ebbe a cosa mortal troppo rivolta.
Mira colui che lagrimar fu visto
Tutta sua vita, e or di suo pianto ha ‘l frutto,
E cantò l’armi e ‘l glorioso acquisto.
Oh dolce pianto, oh fortunato lutto,
Oh vento che ‘l nocchier sospinse al porto
U’ nol conturba più vento nè flutto!
I’ stava in quella vista tutto assorto
Quando repente correr come strale
Un lampo vidi da l’occaso a l’orto.
Allor per l’aria tutta batter l’ale
Rugghiando i quattro venti, e ‘l tuon mugghiare
Dal boreal deserto al polo australe,
E sbattersi da lungi e dicrollare
Lor cime i monti, e dal profondo seno
Metter continuo cupo ululo il mare,
E l’aria farsi roggia in un baleno
Come le nubi a sera in occidente,
E sotto a’ piedi ansando ir lo terreno,
E ‘l ruscel che venuto era torrente,
Spumar fumar con alto gorgoglìo
Sì come in vaso al foco onda bollente.
Quando con suon vastissimo s’aprio
In mezzo al santo loco il ciel più addrento,
E allor cademmo al suol l’Angelo ed io.
E tra sua luce sopra ‘l firmamento
Apparve Cristo e avea la Madre al fianco,
E tutto tacque e stette in quel momento.
Così smarrissi lo ‘ntelletto stanco
Quando l’Angel mi fe’ levar lo viso,
Che ‘n lo membrar la voce e ‘l cor vien manco.
Vidi Cristo, e non sono in Paradiso?
E Maria vidi, e ‘n terra anco mi veggio?
E vidi ‘l cielo, e altrui pur lo diviso?
O Cristo, o Madre, o sempiterno seggio
U’ celeste si fa nostra natura,
Che narrar di voi posso e che dir deggio?
T’allegra omai, che tua stagion matura,
Disse lo Spirto, e sei presso a la sede
Ove letizia eternamente dura.
Cristo e la Madre vede, e sol non vede
Tuo mortal guardo quel che veder mai
Non può da questo mondo altro che fede.
Quella nube tel cela da’ cui rai
Lo fiammeggiar di cento Soli è vinto,
Dove pur di mirar forza non hai.
Dico la somma Essenza inver cui spinto
È dal cor suo ma ch’a mirar non basta
Uom da suo corpo a questa terra avvinto.
Conto t’è ‘l mondo omai, conta la vasta
Solitudin terrena ov’uomo ad uomo
Ed a se stesso ed a suo ben contrasta.
Vedesti i frutti del piagnevol pomo,
E ‘l cercar gioja che ‘n dolor si muta,
E le vane speranze e ‘l van rinomo:
Come dietro ad Error sen va perduta
Tanta misera gente, e come tanti
Visser per Fama di cui Fama è muta.
Vedesti i feri guai, vedesti i pianti
Che reca armato chi ragion non prezza,
E i crudi giochi e i luttuosi vanti.
Che far nel mondo vostro dove spezza
Sue leggi e suo dover lo rege ei pure,
E misero diviene in tant’altezza,
Se non cercar del cielo ove sicure
Son l’alme dal furor de la tempesta,
E tema è morta e le roventi cure?
E lo ciel ti si dona. Omai t’appresta,
Che veduto non hai sogni nè larve:
Certa e verace vision fu questa.
Presso è ‘l dì che morrai. Qui tutto sparve.
CANTO V
Dunque morir bisogna, e ancor non vidi
Venti volte gravar neve ‘l mio tetto,
Venti rifar le rondinelle i nidi?
Sento che va languendo entro mio petto
La vital fiamma, e ‘ntorno guardo, e al mondo
Sol per me veggo il funeral mio letto.
E sento del pensier l’immenso pondo,
Sì che vo ‘l labbro muto e ‘l viso smorto,
E quasi mio dolor più non ascondo.
Poco andare ha mio corpo ad esser morto.
I’ mi rivolgo indietro e guardo e piagno
In veder che mio giorno fu sì corto.
E ‘n mirar questo misero compagno
Cui mancò tempo sì ch’appien non crebbe,
Dico: misero nacqui, e ben mi lagno.
Trista è la vita, so, morir si debbe;
Ma men tristo è ‘l morire a cui la vita
Che ben conosce, u’ spesso pianse, increbbe.
I’ piango or primamente in su l’uscita
Di questa mortal piaggia, che mia via
Ove l’altrui comincia ivi è finita.
I’ piango adesso, e mai non piansi pria:
Sperai ben quel che gioventude spera,
Quel desiai che gioventù desia.
Non vidi come speme cada e pera,
E ‘l desio resti e mai non venga pieno,
Così che lasso cor giunga la sera.
Seppi, non vidi, e per saper, nel seno
Non si stingue la speme e non s’acqueta,
E ‘l desir non si placa e non vien meno.
Ardea come fiammella chiara e lieta,
Mia speme in cor pasciuta dal desio
Quando di mio sentier vidi la meta.
Allora un lampo la notte m’aprio,
E tutto cader vidi, allor piagnendo
Ai miei dolci pensieri i’ dissi: addio.
Già l’avvenir guardava, e sorridendo
Dicea: Lucida fama al mondo dura,
Fama quaggiù sol cerco e fama attendo.
Misero ‘ngegno non mi die’ natura.
Anco fanciullo son: mie forze sento:
A volo andrò battendo ala sicura.
Son vate: i’ salgo e ‘nver lo ciel m’avvento,
Ardo fremo desio sento la viva
Fiamma d’Apollo e ‘l sopruman talento.
Grande fia che mi dica e che mi scriva
Italia e ‘l mondo, e non vedrò mia fama
Tacer col corpo da la morta riva.
Sento ch’ad alte imprese il cor mi chiama.
A morir non son nato, eterno sono
Che ‘ndarno ‘l core eternità non brama.
Mentre ‘nvan mi lusingo e ‘nvan ragiono,
Tutto dispare, e mi vien morte innante,
E mi lascia mia speme in abbandono.
Ahi mio nome morrà. Sì come infante
Che parlato non abbia i’ vedrò sera,
E mia morte al natal sarà sembiante.
Sarò com’un de la volgare schiera,
E morrò come mai non fossi nato,
Nè saprà ‘l mondo che nel mondo io m’era.
Oh durissima legge, oh crudo fato!
Qui piango e vegno men, che saprei morte,
Obblivion non so vedermi allato.
Viver cercai quaggiù d’età più forte,
E pero e ‘ncontr’ a Obblio non ho più scampo,
E cedo, e me trionfa ira di sorte.
Morir quand’anco in terra orma non stampo?
Nè di me lascerò vestigio al mondo
Maggior ch’in acqua soffio, in aria lampo?
Che non scesi bambin giù nel profondo?
E a che, se tutto di quassuso ir deggio,
Fu lo materno sen di me fecondo?
Eterno Dio, per te son nato, il veggio,
Che non è per quaggiù lo spirto mio,
Per te son nato e per l’eterno seggio.
Deh tu rivolgi lo basso desio
Inver lo santo regno inver lo porto.
O dolci studi o care muse, addio.
Addio speranze, addio vago conforto
Del poco viver mio che già trapassa:
Itene ad altri pur com’i’ sia morto.
E tu pur, Gloria, addio, che già s’abbassa
Mio tenebroso giorno e cade omai,
E mia vita sul mondo ombra non lassa.
Per te pensoso e muto arsi e sudai,
E te cerca avrei sempre al mondo sola,
Pur non t’ebbi quaggiù nè t’avrò mai.
Povera cetra mia, già mi t’invola
La man fredda di morte, e tra le dita
Lo suon mi tronca e ‘n bocca la parola.
Presto spira tuo suon, presto mia vita:
Teco finito ho questo ultimo canto,
E col mio canto è l’opra tua compita.
Or bianco ‘l viso, e l’occhio pien di pianto,
A te mi volgo, o Padre o Re supremo
O Creatore o Servatore o Santo.
Tutto son tuo. Sola Speranza, io tremo
E sento ‘l cor che batte e sento un gelo
Quando penso ch’appressa il punto estremo.
Deh m’aita a por giù lo mortal velo,
E come fia lo spirto uscito fore,
Nol merto no, ma lo raccogli in cielo.
T’amai nel mondo tristo, o sommo Amore,
Innanzi a tutto, e fu quando peccai,
Colpa di fral non di perverso core.
O Vergin Diva, se prosteso mai
Caddi in membrarti, a questo mondo basso,
Se mai ti dissi Madre e se t’amai,
Deh tu soccorri lo spirito lasso
Quando de l’ore udrà l’ultimo suono,
Deh tu m’aita ne l’orrendo passo.
O Padre o Redentor, se tuo perdono
Vestirà l’alma, sì ch’io mora e poi
Venga timido spirto anzi a tuo trono,
E se ‘l mondo cangiar co’ premi tuoi
Deggio morendo e con tua santa schiera,
Giunga ‘l sospir di morte, e poi che ‘l vuoi,
Mi copra un sasso, e mia memoria pera.

POSTILLE
1

Nella tirannia si potrà fare un’apostrofe all’Italia agli italiani, deplorare i guasti fatti ultimamente da’ francesi, ricordare le grandezze dell’italia quando era libera e come sia impossibile ogni grandezza d’animo di spirito d’azioni ec. sotto i tiranni: (Dove le belle vostre arti son gite? ec. Perchè ora non più ec. ec.?) che col ritorno dei monumenti d’arte non è spenta di gran lunga la tirannia e l’oppressione fra noi italiani ec. Nell’Amore o dove tornerà meglio: qual vidi trafitto da ferro, qual grondante sangue, quale ec. ec.
2

Lettori.

Perchè quello che si dice in due (mi pare in due soli) luoghi di questa Cantica non vi paia discordante da quello che l’autore ha detto nelle Elegie, (o nella terza Elegia) ……(si portino i versi) sappiate che questa, contuttochè non sia stata pubblicata prima d’ora, nondimeno fu scritta tre anni (se saranno tre anni) addietro.
3

Amerai tu? Ecco ec.

Io diceva fra me di non voler essere uno di quelli. Non mi piacerebbe la fortuna di questi non quest’altra ec.

Apostrofi di quando in quando ai personaggi veduti. E te vidi ec. misero ec.

A che ti gioverebbe amare studiare acquistar gloria ec. Il 2. Canto potrà mostrare solamente una gran turba di gente, cominciare come prima, continuare coll’episodio dell’amor mio, poi la parlata dell’Angelo versante in genere sopra l’ampiezza di quella turba senza bisogno di specificare nessuno, l’universalità ed onnipotenza dell’amore, dolcissimo dolore, amarissimo diletto ec. poi introdursi un altro episodio di qualche personaggio che apparisca e terminare come al presente. La parlata dell’Angelo dovrà più tosto mettersi innanzi all’episod. dell’amor mio, perchè che nel caldo primo della visione io mi ponga immediatamente in una eterna digress. non è conveniente. Dirà l’Angelo terminando: tu saresti sempre schiavo d’amore, che il cuor tuo non potrebbe resistere ec. e per amar sei nato ec. e qui si attaccherà l’episod. dietro al quale verrà subito quello d’Ugo che s’introdurrà dicendo che la mestizia del suo volto, la sua età pari alla mia, il sapere ch’egli era infelice per amore e ricordarmi però dell’amor mio, mi destarono una certa simpatia per lui che non potei fare che non ne domandassi all’Angelo ec. L’altro episodio di cui si parla di sopra non è più necessario e si potrà più tosto metterne un simile in qualcuno de’ seguenti Canti. Bisogna a ogni tratto venir richiamando l’attenzione al punto principale che è di mostrare quante infelicità io proverei nella vita in qualunque stato. p.e. nella tirannia dire questo essere il fine che si propongono, quasi ultima e somma e inarrivabile felicità, molti uomini, cioè di regnare: or vedi che miseria è la vita se anche il più bello stato è così empio e infelice: e di più tu dovresti viver soggetto a questo mostro della tirannia ec. nell’Errore: che ti gioverebbe cercare con ogni studio il vero? vedi che miserabile esito hanno avuto le ricerche di questi ec. Nell’Obblio: che ti varrebbe aver consumato tutta la tua vita negli studi e nelle fatiche e in cercar gloria se poi saresti dimenticato? e quanti degnissimi quanto qualunque altro di ricordanza che ora non se ne sa pure il nome; e come facilmente cade la fama sopra i men degni per favore di casi e di circostanze, per difetto di cui manca poi ai più degni ec.
4

La scrissi in undici giorni tutta senza interruzioni e nel giorno in cui la terminai, cominciai a copiarla che feci in due altri giorni. Tutto nel Novembre e Decembre del 1816.

Canto 3. Sì che lor faccia è presso d’ogn’immondo. Di questo neutro è difficile trovare esempio ed io lo usai senza sapere che ce ne avesse alcuno. Poi ne trovai uno di Dante ed è questo. Inf. Canto 4. Per tai difetti e non per altro rio Semo perduti.

Quando scrissi non avea letto Dante che una sola volta e mi fece gran meraviglia il trovar poi nel 19. Purg. data agli avari la stessa pena di giacer colla faccia volta in giù che loro avea dato io nel principio del 3. Canto senza saper nulla di quel luogo.