Giacomo Leopardi – Per una donna malata di malattia lunga e mortale

Io sapeva bene che beltà non vale ec. nè giovinezza contro la morte, ma ogni volta che ne vedo una prova non me ne dò pace. ec. Ora dunque tocca a te? ec. poverella poverella, oh Dio consolati, non morrai, non è possibile, morrei anch’io ec. tanto bella, tanto candida e buona, tanto giovane ha da morire? Che è quel tuo viso così languidamente afflitto che par dire sono una sventurata, merito compassione, compatitemi se volete ec. Ahi ahi a chi mi porta triste nuove di lei che pur non m’appartiene cerco di sofisticare di patteggiare per farle men cattive, ma inesorabili combattono ogni mio argomento e mi dimostrano che quelle son pessime e non c’è speranza ec. Ma non possiamo far niente per lei? per carità, voglio andar io, veder s’è possibile, consultiamo i fisici, qualche rimedio. Niente. poveri mortali contro la morte nè nostra nè altrui non possiamo niente. Ed io ti vedrò morire o sfortunata struggendomi e stendendo le braccia e pregando tutti i numi, e affannandomi invano ch’io non posso non posso nulla. Dunque morrai o cara? sì: io mi dispero. Almeno ch’io la consoli. Cara mia confortati. Oimè sei vissuta innocente ec. tutto ti può far la fortuna ma non toglierti la virtù della tua vita: oh non piangere se mai… anch’io son giovane e ti verrò dietro tosto tosto, e poi la vita è già tanto breve per tutti. Oimè tu pure saresti stata capace di peccato, anch’io, io che ec. tutti, ora muori innocente.

A quella di cui parla questa canzone

Poi ch’è piaciuto a Dio consapevole del nostro dolore, di concedervi la memoria di quella calamità che secondo ogni giudizio parea l’ultima di vostra vita, e contro ogni speranza umana restituirvi al pianto de’ vostri e alla disperazione mia, voglio che questa Canzone vi sia dedicata in maniera anche più speciale. Dov’io piangendovi sconsolatamente come poco meno che morta, potete pensare se giudicassi di dovervi mai leggere questi miei lamenti, e parlare seco voi di quelle angosce, e di quei presso ch’estremi saluti, e di quelle amarissime lagrime mie. Quando anche presentemente, come cosa incredibile, e sospirata molto più che non si può mai significare, a gran pena mi rendo certo che non sia pura visione, e inganno del desiderio. Stimo che non vi rincrescerà che s’abbia a ritrovare questo monumento del mio cordoglio, e di quella gioia della quale non mi ricordo nè spero la somigliante. Come neanche vi sarà grave a riandare quel tempo miserabile, perchè la rimembranza delle cose passate è cara, non solamente per quanto sieno infelici, ma anche durando la stessa calamità. Queste cose le ho volute scrivere in questo luogo acciocchè se mai qualcheduno, leggendo il mio povero canto, si fosse doluto con me della morte che vi sovrastava, debba anche venire a parte della contentezza che ho provata e provo ora che Dio v’ha salvata. E sgombrandosegli il cuore in un punto, e salutandovi con tutto lo spirito come dolcissima cosa perduta e pianta, e improvvisamente ricuperata, vi preghi da Dio, com’io fo, in compenso delle sventure passate, la perpetua gioventù del cuore, e di quegl’indicibili affetti che soli confortano e ricuoprono quest’acerbissima nullità delle cose.

SUPPLEMENTO

Scrivi: ed è pur tanto bella, E tanto schietta.