Giacomo Leopardi – Principio di un rifacimento del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi

I

… Non può alcun inganno, salvochè a qualcheduno in qualche caso e per pochissimo tempo rispetto alla grande durata del tempo che l’errore è stato e sarà nel mondo, portare mai vero giovamento agli uomini. Imperocchè se fosse questo, che giovasse a credere il falso, seguiterebbene che la natura avesse errato facendo che sia quello che è bene credere che non sia, o per contrario, che non sia quello che è bene credere che sia. Ma è cosa da stolto dire che la natura cioè insomma Iddio abbia errato. E però mi pare che coloro che dicono che sia utile a credere il falso facciano ingiuria a Dio. Più tosto concederò che talvolta e anco spesse volte sia vantaggio a non sapere il vero. Benchè certamente l’ignoranza è vicinissima all’errore, anzi cagione sicura e madre dell’errore: e però alle volte l’errore potrà essere da comportare, non già per sè, ma per questo che necessariamente nasce da cagione utile, la quale senza esso, come il fuoco utile, senza molte arsioni ed incendi, non può stare. Sono alcuni che si compiacciono degli errori volgari perchè loro paiono belli, come quando sogniamo spesso accade che quello che ci pare di vedere molto ci diletti. Non già che costoro non sappiano o non credano quegli essere errori, ma vorrebbero che tali cioè errori e false opinioni essendo, tuttavia si coltivassero e mantenessero così come sono e pur troppo a ogni modo saranno, rigogliosi e prosperosi. Ai quali si risponde che se gli errori sono belli, che molto di bello secondo loro avranno gli uomini: e che qui non si tratta del bello ma dello utile, e non essendo sempre utile quello che è bello e appariscente, anzi spessissimo non essendo, non bisogna guardare perchè una cosa sia bella o paia quando non giovi o faccia danno. E se una battaglia con quel rimescolamento e quell’ondeggiamento e quel corso e quel fumo e quel frastuono fa bella vista e bel sentire, secondochè disse Scipione Affricano minore avendo veduta da un poggio una battaglia di Numidi e Cartaginesi, che mai a’ suoi dì non avea provato tanto gusto, ti par egli che s’abbia a metter male tra’ popoli, o attizzare le discordie che hanno, perchè al mondo non manchino di questi begli spettacoli delle battaglie? Or non essendo l’errore utile, come è detto, manifesto è che solamente inutile non può essere, ma disutile e dannoso. Onde quelli che dicono che faccia bene a tenere il popolo allo scuro, e careggiargli i suoi errori ed educarglieli, molto s’ingannano a parer mio. Perocchè come ci può uscir di mente che il vero è un grandissimo bene, il quale l’ignoranza nascondendoci, così ci toglie questo bene che allora si possiede quando si conosce? E se tanto male fa l’ignoranza, peggio fa l’errore, perchè dove quella spegne il lume, questo così al buio ne tira per torte e pericolose strade: sì che io non so come si possa così francamente e così spesso dire che lo star senza questo gran bene che è il vero sia d’utile e anche di necessità. Se non che io so che il saper poco d’ordinario più nuoce che il non saper niente; là onde essendochè il popolo non sia capace di scienza se non pochissima, io non voglio entrare a disputare del quanto convenga che il popolo sappia e conosca. Dico bene che il vero è cosa buonissima e l’ignoranza per sè cosa malissima, e l’errore molto di più. Non potendosi adunque queste erbacce degli errori, per forza che vi s’adoperi, sbarbicare, mi parrebbe che almeno perchè non arrivassero ad affogare il buon grano, si tagliassero dappiede, e restassene la radice che non vien via. E così quanto è possibile si ripurgasse il popolo dagli errori che sono micidiali erbe e nimicissimi al buon fruttare del terreno, restandone, per non potersi e anco non volersi svellere, le radici che sono nell’ignoranza: la quale non è da temere che mai nel popolo venga meno, ma bene che s’ingrossi e dilati di maniera che il frumento e ogni buona pianta aduggi e uccida: come un rivo, quantunque scorrendo per li campi tranquillamente sia di comodo e utile, venendo a montare e gonfiarsi e menando piena, dilagherà i còlti e annegherà le biade e porterassene tutto il buono che scontrerà. Per la qual cosa è bisogno, scavando fossati e alzando argini, tenerlo in dovere sì che non trabocchi e non si riversi in fuori. E il simile dico che si converrebbe fare coll’ignoranza, ricordandosi come questa per sè è gran male e come per sola necessità si vuol sofferire, non altrimenti che quei fieri nemici ai quali contuttochè talvolta, o perchè più forti sono o per difendersi da altri nemici, bisogni sottomettersi e anche stringersi con alleanza, nientedimeno sarebbe stoltissimo che li lasciasse operare a voglia loro e non avesse lor l’occhio, diffidandosene come di quelli che sempre sono nemici avvegnachè non paiono. Nè credo che bisognino parole a far tutti chiari e certi che l’ignoranza è cosa perniciosissima e gli errori funestissimi e lagrimabili cose, e non che possano fare, ma hanno fatto e tuttavia fanno orrendi e dolorosi guasti, il che di sua natura è manifesto, e anche si vedrà in questo trattato per l’esempio de’ maggiori. Tutto questo sia detto senza alcuno utile, anzi pure senz’oncia di speranza, come tutto quello che gli scrittori dicono appartenente al bene universale; chè nè il popolo sarà mai altro che popolo, nè ancora volendo potrebbe rimediare a veruno suo male, nè quelli che potrebbono rimediarci si curano di queste parole, nè poniamo che se ne curassero, potrebbero udirle, tanto lontani sono da colui che le dice.

Ma oltrechè gli errori sono cattivissimi e dannosi e di pericolo a tutti, ancora stanno bruttissimo, massimamente i popolari, ne’ gentiluomini, poichè non essendo cosa che tanto disdica quanto quelle che chiameremo Discordanza o Sconvenienza, e vale a dire unione e accozzamento di cose disparate o ripugnanti, che è il vizio si può dire capitale nel quale pressochè tutti i vizi in ispecie delle buone arti si riducono e contengono, però fanno sconcissimo vedere in gentiluomo le credenze della plebe, e in persona grande e matura gli errori de’ putti e che s’imparano dalla balia. Onde è stomachevole cosa a sentire tutto dì: Quanti ha la luna oggi? Ei non è da sperar acqua se prima non siamo fuori di questo quarto. E, è calato il sole stasera? S’è egli insaccato (che così dicono) nelle nuvole? Sì, eh? tristo segno. Non può far che dimani non piova. Le quali e simili cose io altre volte udendo, solevamisi rimescolare la bile e accendere molta ira, la quale col frequente uso e col tempo è venuta meno; onde, anche parendomi cosa da scolare l’incollerirsi per tali scempiezze, ora quando così fatte cose odo, non m’adiro, ma solo tacendo compatisco. Ogni uomo però si dee sforzare che il suo ingegno non sia compatito ancorachè meriti, massime quelli che stanno, come si dice, nel mondo. Ora se io udendoti dir queste o altrettali cose ti compatirei, che farebbero i dotti? i quali tu non dei credere che t’abbiano sempre a star lontani vivendo nel mondo, nè che faccia bisogno essere molto avanti negli studi per ridere e farsi beffe degli errori volgari e puerili. Anche sono molti che avvengachè non credano a queste vane opinioni pur mostrano, sì che alla giornata se, per esempio, sentirannosi fischiare gli orecchi, gli udrai dire, Conviene che sia ora chi sparli di me, poichè gli orecchi me ne fanno motto; e s’altri singhiozzerà, Egli si vede che ti cresce il cuore; e s’altri avrà avuto brivido o ribrezzo, Segno che la morte t’è passata sopra i capelli: e questo fanno non perchè credano di dire vero, ma per motteggiare o metter su materia da favellare: e così servendosi di queste rancide e pazze credenze e di tali vanità, non è gran che se, spremendo il nulla, pure ne tirano materia da infilzar parole. Il qual costume oltrechè è molto grave e fastidioso per la molestia e nausea che viene da quei motti, che non sono più motti perchè col lungo usarli logorandosi hanno perduta la punta, la quale anche da principio era molto poco aguzza, e però fa le persone odiose; dispiace a me singolarmente perchè mi pare che sia uno intendersela con questi tristi che sono gli errori e trastullarsi con questa roba vilissima e schifosa che la chiarezza e nobiltà della ragione e della sovrana mente nostra annebbia e lorda, e menandoseli per bocca e non permettendo che cadano in dimenticanza, aiutargli a durare in eterno, come vediamo che fanno. Queste tali cose per ancòra s’usano di fare e dire tra’ gentiluomini, e sono per lo più i vecchi che le fanno e dicono perocchè più può ne’ vecchi a pro del falso l’ostinazione e la tenacità delle opinioni antiche, che a pro del vero l’esperienza. Ed io ho veduto di questi dì una persona nobile, per aver toccata una lucciola che un fanciullino avea colta e così subito per festa recatale, soffiarsi nelle mani e scuoterle e fregarlesi forte, dicendole un’altra persona nobile che presente era, come il toccar lucciole fa venire porri alle mani. Vero è che queste due persone nobili poteano mettere insieme da centocinquanta anni di vita fra ambedue. Ma non è però a credere che questi cotali errori non sieno d’altri che dei vecchi, imperocchè questi nostri vecchi sono pure stati giovani, e da giovani anzi da fanciulli e non da vecchi si sono intricati in questi errori. E però essendochè bisogni levarsi dell’animo che il mondo stia ora in sul rinnovellarsi, la qual cosa dovrebbe essere stata molto innanzi d’ora e infinite volte perchè tutti gli uomini di tutti i tempi sempre hanno creduto che succedesse al tempo loro; e così che gli errori essendo vissuti per tanto spazio sani e vegeti, di subito sieno morti o debbano fra pochi dì morire come per uno accidente d’apoplessia; però ci conviene stimare che i fanciulli d’oggi con poco o niuno divario dai passati s’intridano nella mota degli errori vecchi e volgari, la quale, come quella che sommamente appiccaticcia e tegnente è, non isperino che mai li lasci affatto se ciascuno per sè non istudierà di sbrattarsene e nettarsene, spastandolasi e scuotendolasi d’intorno e lavandosene con molta cura. Il che dovrebbe fare considerando prima quanto gli errori sieno per natura pericolosi e pregiudizievoli a chi che sia, dopo quanto specialmente sconvengano e stiano male ne’ gentiluomini gli errori de’ bamboli e del popolazzo, come di sopra è detto: e di questa cosa facilmente s’accorgeranno, perchè le persone savie e assennate avvengachè sopportino e anche permettano ai gentiluomini che non sieno dotti nè eruditi, pure vogliono che le loro menti non avendo vesti nè insegne come i corpi, almeno per lo dispregio delle credenze ridicole e storte si possano discernere dalle plebee, e non potendosi, gli hanno a vile e per ordinario non si curano della loro compagnia se pure la fuggono, nè badano alle loro parole, e talvolta eziandio non possono far che non mostrino d’attediarsene.

Queste cose io non dico per tutti, poichè non è stato mai libro di uomo che abbia riformato il mondo, ma dicole solamente per te o Lettore mio buono. Non t’aspettare che io ti faccia il maestro e ti venga insegnando a parte a parte gli errori volgari di questi dì, chè oltrechè sono molti che ne hanno scritto, ei non è anche difficile a trovare dovechè sia alcuno che te li mostri e dichiari quando n’abbi mestieri e voglia. Ma io procurerò di metterti bene nell’animo che gli errori sono veramente cose pessime e da fuggirsi e da cacciarsi via quando s’abbiano per compagni. Imperocchè gli errori sono tali nemici che come prima sono scoperti così sono vinti, e di leggeri si scuoprono solo che si cerchino. Là onde se io t’avrò indotto a cercarli, non avrò fatto poco, ma anzi avrò fatto il più, e quello che resterà si farà poi agevolmente. Al quale effetto non istimando che niente possa far meglio che l’esempio, e considerando che l’uomo non vede quello che ha di continuo avanti agli occhi, se non se gli rappresenta in maniera nuova o disusata, onde in parte viene che tanto ci diletti lo imitare che fanno la poesia e le buone arti perchè mirando queste imitazioni poniamo bene mente a quelle cose che tutto giorno vedendole non attendiamo più che tanto: e oltr’a ciò pensando che spesso meglio si veggono le cose lontane che le vicine, perchè queste quasi come nostre possedendole non curiamo, e di quelle quasi come altrui siamo curiosi e rivolgiamole e contempliamole da ogni banda, e però è utilissimo a dare a vedere la proporzione o uguaglianza che hanno le lontane colle vicine cose; mi sono risoluto di ragionare teco con molta brevità degli errori popolari de’ nostri antichi. E intendo per li nostri antichi i Greci e i Latini che possiamo considerare come i nostri antenati avendoci lasciati i loro costumi e libri, e non solamente a noi Italiani ai quali di ragione scadevano, discendendo dai Latini che colle armi e collo studio conquistarono le cose de’ Greci, ma eziandio agli altri popoli d’Europa che dai loro avi hanno ricevuto poco o niente, sì che si servono della eredità nostra, la quale è tanta che basta a tutti e tale che per molto usarla non si consuma nè sminuisce. Degli altri antichi non ti saprei parlare, e quando bene sapessi, per la differenza degli usi e delle opinioni, non molto, parlandone, ti gioverei. E di questa materia che io voglio trattare non credo che nessuno altro abbia scritto di proposito in veruno libro. Se adunque tu, senza presumere di essere nè di farti dotto, ti sforzi di essere e di parere gentile e costumato e piacevole uomo, leggendo questo libro e vedendo quanto gli errori volgari abbiano pregiudicato ai nostri antichi e come in altrui appariscano ridicoli e vergognosi, ti persuaderai che non sieno mali tanto leggeri che non bisogni aver cura di schifargli o rimuovergli; e come nelle Commedie i vizi e nelle Istorie tutta la natura degli uomini, così in questo trattato quasi in uno specchio vedendo le vane opinioni della più gran parte degli uomini che è il popolo, e quanti di questi antichissimi errori di poco e quanti di nulla mutati ancora durino, comprenderai la natura delle credenze del popolo, e anche in parte conoscerai in qual maniera gli uomini di lor natura, e voglio dire restando come nacquero ignoranti o poco meno sì come il popolo resta, sogliano usare quella liberissima facoltà che i loro intelletti hanno e che da nessuna volontà nè potenza naturale può essere sforzata, di dare o negar fede. Se poi tu sei dotto e scienziato, contuttochè già molto tempo ti sii disciolto e sviluppato dai lacci e intrichi degli errori volgari, nondimeno potrà accadere che questo trattato ti giovi a considerare quelli degli antichi, e i molti e utili ammaestramenti che se ne possono cavare in ispezialtà sopra l’infinita e mirabile tenacità del popolo, della quale credo che altra volta mi verrà in acconcio di parlare in questo trattato. Ma pregoti che m’usi cortesia e m’abbi compassione e mi perdoni, imperocchè io trattando degli Errori del popolo e di cose che più che ad altri al popolo importa di sapere, scrivo come tu vedi in istile umile e piano, senza pompa nè squisitezza di parole e senza pensieri splendidi o rari. Nè ti prometto immaginamenti singolari e inauditi, nè molto sottili nè profonde speculazioni intorno agli errori, non iscrivendo per li filosofi nè per metter fuori sistemi o ritrovati nuovi e maravigliosi, ma pel fine che di sopra ho detto. E per questo non metterò pensiero sopra pensiero facendone fasci e mucchi, e non mi curerò che la scrittura sia folta di sentimenti fitti e stivati, e metterò solo quelle sentenze che il soggetto spontaneamente mi porgerà e quasi fruttando mi produrrà, nè le andrò cercando, come gli antichi dicevano, col fuscellino, nè mi mugnerò e spremerò il cervello per trarnele quando non vogliano uscire: e così facendo, non riputerò vota ogni pagina dove non sia niuna sentenza che spiccandosi dal piano del discorso e soprastando, subito dia negli occhi come un bitorzolo sulla pelle liscia, e nessun motto arguto, e nessuno di quei cavalletti di parole che puntellandosi l’une l’altre e così scambievolmente sostenendosi fanno quella vaga figura della contrapposizione o Antitesi che se la chiamino, e nessuno concetto a facce o specchietti che quasi penzolo dondolando tremoli e luccichi. Sì che non sarà questo trattato, come sono i più moderni libri, quasi uno spettacolo di fuochi artificiali, che cominciando con una terribile batteria, poi sèguiti con razzi e girandole e bombe e cose tali, che quale strisci qual serpeggi, qual giri, qual s’avviluppi, qual s’intrecci, qual rimbombi quale assordi, ma scorrerà placido e quieto senza strepito nè superbia. E non sarò quando oratore quando logico quando poeta, quando attonito quando piagnente quando svenuto, quando frenetico e quando indemoniato, facendo più persone in una Commedia che non ne fa un istrione in tutta la vita. E non facendo questo, ma ingegnandomi d’esser sempre modesto e contegnoso, e di fare più tosto quello che i sommi scrittori e maestri dello scrivere hanno fatto e insegnato che si faccia, son certo che pochissimi letterati mi leggeranno e i più mi dispregeranno. E non me ne dorrò, sapendo che può bene un libro piacendo a pochi valer poco, ma non però mai piacendo a molti valer molto. Dirò dunque degli Errori popolari degli antichi cominciando dalle cose spirituali e dopo venendo alle materiali, prima all’Astronomia, poi alla Geografia, poi alle Meteore, e in ultimo a quella che si chiama Storia Naturale. Non già tutti li dirò, perchè nè si possono saper tutti, nè io so tutti quelli che si possono sapere, nè voglio dire tutti quelli che so; ma ne verrò scegliendo, massime i principali e quelli che, per poco che uno abbia studiato o letto, facilmente sa o udendoli o leggendoli s’avvede che sono Errori; imperocchè da questi bisogna che l’uomo si guardi più che da quelli che solamente i filosofi intendono e conoscono.

II

Non è stato mai errore popolare tanto grande nè malvagio, quanto quelli degli antichi intorno a Dio: imperocchè non è stato mai altro che contrastasse a verità tanto grandi e buone. E quell’errore è più cattivo che è contrario alla migliore verità, non essendo l’errore altro che la credenza del falso, nè il falso altro che l’opposto del vero. E stante che il fine sia quasi una seconda vita di ciascuna cosa, la quale senza di esso è come morta e nulla, sì come il fendere si può dire che sia vita dell’ascia la quale non fendendo è quasichè non fosse, però come è il primo e più gran debito dell’uomo di mirare al suo fine, così sono le prime e più grandi verità quelle che gli dimostrano questo fine, e i pessimi e capitali errori quelli che ripugnano a queste verità coi quali diventa l’uomo inutile e quasi fuor di luogo; come chi adoperasse una spada a segare o una falce a scavare, che venendosi per questo solo a logorare e perdere, direbbesi che mai non fossero state spada nè falce. Onde gli antichi non conoscendo il loro fine o male, erano veramente miseri e gravissima quell’ignoranza e dannosissimi quegli errori che ne li stornavano. Ora di questi errori quelli che la naturale intelligenza colla sua luce sola disperde e dilegua, erano propriamente popolari, cioè del popolo solo e non dei dotti. E i principali erano questi due: credere molti Dei e questi Dei pieni d’imperfezioni e vizi. E qui ti ammonisco di due cose. La prima, che bisogna che tu distingua l’Idolatria o sia culto degl’idoli per sè, cioè come Dei non come immagini di Dei, dalla credenza e dal culto di molti Dei, che con vocabolo forestiere, del quale io pure mi servirò perchè non haccene un nostrale che tanto vaglia, chiamano Politeismo: imperocchè, comunemente si crede che queste due cose sieno tutt’uno, e alcuni credono che almeno sieno state sempre insieme; e tutti quelli che così credono s’ingannano. Perocchè si può adorare molti Dei senz’avere gl’idoli per tali, e questo veramente è accaduto molte volte; e si può essere idolatri senza adorare molti Dei, cioè se s’adori un solo idolo, benchè non si sappia che questa cosa sia stata, se non forse tra barbari. La seconda cosa di cui t’ammonisco si è che i Greci e i Romani, ancorchè ordinariamente si dica che furono idolatri, tuttavia secondo me non furono, se non come i Cristiani sono, i quali, secondochè la parola propriamente dice, sono Idolatri, cioè Veneratori d’immagini, non per quello che queste sono in loro, ma per quello che figurano…