Giappone: Abe e la democrazia a metà

di Michele Paris

La crisi politica e il deficit di democrazia che si registrano ormai da tempo in Giappone hanno prodotto nelle elezioni anticipate di domenica una prevista vittoria schiacciante del partito conservatore Liberal Democratico (LDP) del primo ministro in carica, Shinzo Abe. Il voto per la camera bassa (Camera dei Rappresentanti) del parlamento di Tokyo (Dieta) ha consentito a quest’ultimo partito e al suo alleato, il buddista Komeito, di conservare i due terzi dei seggi, necessari per attuare il progetto di modifica della Costituzione giapponese in senso militarista dello stesso capo del governo.

I titoli della gran parte dei giornali internazionali hanno attribuito la netta affermazione dell’LDP alla sostanziale popolarità delle politiche del premier, soprattutto in campo economico. In molti commenti, tuttavia, anche i media ufficiali hanno riconosciuto come esista tra la popolazione giapponese una crescente ostilità verso Abe e che il suo successo sia dovuto ad altri fattori.

La stessa decisione di sciogliere la camera bassa del parlamento con un anno di anticipo è stato il tentativo del primo ministro di arrestare il calo di consensi nel paese, accelerato anche da una serie di scandali legati a episodi di corruzione e scambi di favori con imprenditori amici della famiglia Abe.

Il degrado del clima democratico in Giappone è evidente poi dal fatto che il primo ministro, per la seconda volta da quando è tornato al potere sul finire del 2012, ha deciso arbitrariamente di indire elezioni anticipate per i propri calcoli politici e, in definitiva, per approfittare dello stato comatoso dell’opposizione.

L’affluenza nel fine settimana è stata inoltre molto bassa, cioè di poco inferiore al 54%. Un dato, quest’ultimo, che è apparso solo leggermente superiore a quello registrato nel 2014, quando l’astensionismo fece segnare il livello più alto a partire dal secondo dopoguerra. Sul numero dei votanti ha in qualche misura influito anche il cattivo tempo provocato da un tifone abbattutosi su alcune aree costiere. Più che altro, il maltempo sembra però avere scoraggiato gli elettori già poco inclini a recarsi alle urne.

A conferma del miraggio della popolarità di Abe, i sondaggi più recenti hanno mostrato indici di gradimento per il primo ministro attorno al 30%, più o meno simili a quelli registrati la scorsa estate nel momento più grave degli scandali che lo hanno coinvolto. Anche l’approccio aggressivo nei confronti della presunta minaccia nordcoreana, sulla linea del presidente americano Trump, non raccoglie la maggioranza dei consensi tra i giapponesi, così come i propositi di riforma della Costituzione pacifista in vigore dal 1947.

Precisamente per cercare un nuovo mandato che gli garantisse un’apparente legittimazione delle proprie politiche, Abe ha anticipato i tempi delle elezioni, nel tentativo di spostare sempre più a destra e sul piano del militarismo e dell’ultra-nazionalismo il discorso politico in patria.

L’aumento vertiginoso delle tensioni nella vicina penisola di Corea dall’inizio dell’anno ha poi contribuito a favorire l’LDP, il cui governo è stato impegnato a proiettare un’immagine di forza che sarà inevitabilmente sfruttata nel prossimo dibattito sulla riforma costituzionale.

In gioco vi è la cancellazione di fatto dell’articolo 9 che proibisce il mantenimento di un esercito giapponese. In realtà, questo paese dispone da tempo e a tutti gli effetti di forze armate dietro la finzione che esse servano soltanto come auto-difesa. Nel 2015, poi, l’allora governo guidato sempre da Abe fece approvare una “reinterpretazione” dell’articolo 9, introducendo il concetto di “auto-difesa collettiva” per giustificare l’intervento dei militari in conflitti all’estero a fianco di alleati come gli Stati Uniti.

I piani di Abe sono volti ora a neutralizzare ogni vincolo legale e costituzionale alla promozione degli interessi della classe dirigente giapponese in un clima internazionale sempre più teso e competitivo, se necessario anche attraverso l’impiego senza limiti delle proprie forze armate.

Per cambiare la costituzione in Giappone è necessario il voto favorevole dei due terzi dei membri di entrambi i rami del parlamento, dove l’LDP e i suoi alleati detengono la maggioranza sufficiente, e in seguito della ratifica di un referendum popolare.

Il vero punto di forza del governo di Shinzo Abe e del suo partito è ad ogni modo il vuoto che continua a regnare tra l’opposizione giapponese. Anche i più recenti sviluppi politici seguiti all’annuncio delle elezioni anticipate hanno finito per favorire l’LDP, malgrado fino a pochi giorni fa sembrava potesse uscire una qualche sorpresa dalle urne.

La creazione del nuovo Partito della Speranza (Kibo No To) della governatrice di Tokyo, l’ex LDP Yuriko Koike, aveva dato la breve illusione che esso potesse sottrarre consensi al partito di governo, del quale il nuovo soggetto politico condivide peraltro quasi interamente gli orientamenti economici e in materia di sicurezza. La decisione della sua leader di non correre per un seggio al parlamento né per la carica di primo ministro ha però contribuito a ridimensionare in fretta le ambizioni del nuovo movimento, incapace oltretutto di offrire una qualche alternativa concreta alle politiche di destra del governo Abe.

L’arrivo sulla scena politica nipponica del Partito della Speranza ha inoltre provocato la dissoluzione di quella che era la principale formazione di opposizione, il Partito Democratico (DPJ), completandone anche la deriva verso destra. La leadership del DPJ aveva infatti deciso che i propri candidati si sarebbero presentati al voto sotto le insegne del Partito della Speranza.

Quando Yuriko Koike aveva però chiesto una sorta di prova di fedeltà al nuovo partito e l’impegno ufficiale ad appoggiare la modifica della costituzionale in senso militarista, esattamente sulla linea dell’LDP e di Abe, la “sinistra” del DPJ ha operato una scissione per dare vita al Partito Democratico Costituzionale (CDP).

Il rimescolamento politico avvenuto alla vigilia del voto ha alla fine favorito la maggioranza di governo, mentre all’opposizione il CDP ha addirittura ottenuto una manciata di seggi in più rispetto al partito della governatrice di Tokyo, pur avendo presentato candidati solo in una parte dei collegi elettorali giapponesi. Il risultato tutto sommato discreto dei fuoriusciti del Partito Democratico ha mostrato, anche se in maniera limitata e in buona parte distorta, l’interesse e la domanda per politiche progressiste alternative in Giappone come altrove.

Anche il premier Abe è stato d’altra parte costretto a promettere in campagna elettorale un aumento della spesa pubblica, con le risorse necessarie ad attuarlo da reperire in parte dalle maggiori entrate che giungeranno dall’aumento dell’IVA dall’8% al 10%, previsto tra due anni.

La parte di ispirazione populista del programma della destra giapponese serve comunque più che altro a compensare gli orientamenti neo-liberisti in ambito economico e quelli guerrafondai sul fronte estero e della sicurezza nazionale. Commentatori e politici della maggioranza di governo hanno infatti già chiarito che l’aumento della spesa per alcuni limitati programmi sociali sarà vincolato all’andamento dell’economia e alla necessità di tenere sotto controllo un debito pubblico già a dir poco esplosivo.

La conferma dell’LDP al governo del Giappone avrà infine implicazioni sugli scenari sempre più caldi in Estremo Oriente. In primo luogo, il possibile impulso alla militarizzazione derivante dall’esito del voto di domenica minaccia di aggravare il rischio di un conflitto dalle conseguenze incalcolabili nella penisola di Corea.

La necessità di fronteggiare con mano ferma la crisi legata al programma nucleare del regime di Kim Jong-un era stata una delle questioni a cui Abe aveva fatto riferimento per giustificare lo scioglimento anticipato del parlamento. Subito dopo la chiusura delle urne, così, il primo ministro è tornato sulla vicenda coreana per ribadire la sintonia con Washington e anticipare la discussione relativa a Pyongyang con il presidente Trump quando quest’ultimo si recherà in visita a Tokyo nel mese di novembre.

Nonostante l’apparente intesa a tutto campo tra i leader di USA e Giappone, si intravedono anche possibili future divergenze tra i due alleati. Se la conferma di Abe è motivo di soddisfazione per Washington, la presunta legittimazione dello sforzo per modificare la Costituzione e creare una macchina militare in grado di perseguire gli interessi della classe dirigente giapponese crea allo stesso tempo qualche apprensione negli Stati Uniti.

Da Washington si preferirebbe con ogni probabilità una maggiore cautela in questo senso, se non l’abbandono stesso dei tentativi di cancellare i vincoli imposti dall’articolo 9 della carta costituzionale giapponese. La persistenza di Abe e del suo partito su questa strada potrebbe infatti produrre una serie di effetti negativi per gli interessi americani.

In primo luogo, il ritorno al militarismo del Giappone in un momento storico fatto di crescenti rivalità anche tra paesi alleati da lungo tempo potrebbe teoricamente innescare dinamiche simili a quelle dell’epoca precedente al secondo conflitto mondiale, quando Tokyo era appunto un rivale strategico degli USA nell’area del Pacifico e dell’Asia orientale.

Inoltre, l’ostilità della maggioranza della popolazione giapponese alle inclinazioni guerrafondaie di Abe e dell’LDP rischia di erodere ancora di più i consensi per l’attuale governo, tanto da provocare in prospettiva futura un cambio alla guida del paese che potrebbe mettere in discussione o allentare i legami tra Washington e Tokyo. Ciò è quanto avvenne con le elezioni del 2009, quando l’LDP subì una sconfitta storica per mano di un Partito Democratico che ipotizzava, tra l’altro, un molto relativo sganciamento dagli USA e un certo avvicinamento alla Cina.

Il perseguimento di politiche da grande potenza con strumenti militari adeguati da parte del Giappone è infine vista con estrema preoccupazione, oltre che dalla Cina, almeno dalla Corea del Sud, dove sono tuttora vivissimi i ricordi degli orrori provocati dall’imperialismo nipponico. Un deterioramento dei già non facilissimi rapporti tra Tokyo e Seoul complicherebbe perciò i piani americani in chiave anti-cinese, all’interno dei quali, appunto, l’allineamento tra i due alleati asiatici continua a essere di importanza fondamentale.

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