Giosuè Carducci – Il buco nel muro di Francesco Domenico Guerrazzi

Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F. D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d’allusioni maligne o di volgarità invereconde, quegli s’ingannerebbe a partito. Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza verso chi formò con l’ingegno potente molta vita intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all’ombra de’ sacri boschi non da loro piantati.
F. D. Guerrazzi è l’ultimo superstite degli illustri toscani, che nella metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa come dal ’15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel comune impulso, che respinse le nazioni d’Europa dalla imitazione francese del secolo decim’ottavo alle loro origini, alle antichità loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza, onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella repubblica e nell’impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire il Lamartine e l’Hugo, trasportati da quel movimento un po’ cieco e furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l’89. Non furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero in un cristianesimo un po’ troppo stazionario, piú disposto, per dirla con Dante, a patire che a fare; vagheggiarono di soverchio il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell’essenza storica: onde il neoguelfismo, che fu un male: onde la confederazione italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d’ingegno e di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe premesse, abbiamo tuttavia recente l’esempio d’uno scrittore di quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona l’unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d’un tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante, del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell’alta Italia tutto informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia, la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono gl’imitatori e seguaci. E allora l’autore del Nabucco insorse alla sua volta col Procida e coll’Arnaldo; allora contro gl’innaiuoli e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in caricatura, contro i genii incompresi e non comprendenti, contro gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo, ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e dell’Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo, se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò prima l’unità, trascinò seco nel concetto dell’unità tutta Italia. Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all’ultimo superstite rappresentante di lei.
Parlare in genere dei difetti d’arte che son nei romanzi dell’illustre scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi l’autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario, chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall’uno che dal molteplice, piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell’analisi graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per questo l’ingiuria d’intendere che io voglia agguagliare tutti gli altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva che gli alberi e le viti dell’orto suo cacciassero e stendessero a loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci, allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano l’Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l’abbiamo in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro, tra il fiorire de’ Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola. ogni legge, e l’antichità e il disegno: per odio ai coloritori del tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne’ suoi dipinti le ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro, il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi, è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese de’ gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.
Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de’ suoi romanzi di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso vendetta dei percussori ed eredi di lei – imperocché l’Assedio, l’Isabella Orsini, la Beatrice Cenci possono riguardarsi come una trilogia sanguinosa, della quale la Battaglia di Benevento è il prologo, e la Veronica Cibo il picciol dramma satirico – ora mostra di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni col Pasquale Paoli, ed anche al romanzo di carattere o di costume contemporaneo con questo Buco nel muro.
Io per me amo il romanzo di costume e d’argomento moderno a preferenza del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose si possono dire. S’intende bene che il romanzo storico avesse una ragione d’esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l’ora non che l’anno d’un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare contenta a cantare cosette d’amore o di devozione non s’è brigata mai delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno sforzo d’ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto nei romanzi storici gustano meglio le parti d’invenzione e di affetto, mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e spero ch’ei ce ne darà esempi originali e che durino all’ammirazione e allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che non finisca, e riesce ne’ tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e tra quelle de’ Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea? Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell’autor dell’Assedio, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di Francesco de’ Medici. Rileggiamo Il Buco nel muro.
Nulla d’orribile, nulla d’ostentato o di sforzato negli avvenimenti e nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli eccitanti, che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi. Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo e udiamo ne’ due primi capitoli uno zio, buona pasta d’uomo strano, tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s’è rilevato e tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l’acqua alla china. Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello, il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú lontano, e specialissimamente nell’amore delle digressioni, tien tutto dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità rispettosa verso di lui, con l’affettuosa protezione verso i minori. La Betta, figura gioviale e arguta, dall’aria serena e sicura, fra zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon senso popolano, che vede le cose dall’aspetto piú ovvio e piú vero, e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il signor Marcello, conoscendo per prova l’arrendevolezza dello zio non ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine in scapataggine era venuto tant’oltre da rasentare la via della colpa. Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato in altr’uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente al lettore l’animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove, perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni, gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando a un tratto si spalanca l’uscio ed eccoti niente meno che Marcello in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po’ piú lunga di quella d’Enea che dura due libri, de’ suoi viaggi, de’ suoi travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna Rinnovellato di novelle fronde, Puro e disposto a… a far che, vedremo piú sotto. Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che, sfogato l’ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l’ammalato. Come ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle, a sovvenirla d’efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz’altro chiude il nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.
La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale, aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per via di paragoni. Mi pare che l’illustre autore anzi tutto abbia saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera; ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo, incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d’un lineamento gli parrà di scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga, in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come d’argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale, il banco dell’usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto acquista due tanti di vivezza dall’abbondanza cordiale della lingua parlata toscana, e dal maneggio de’ suoi scorci, de’ suoi tropi, de’ suoi proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non, pare a me, al Guerrazzi.
Il quale nel Buco nel Muro ha forse scelto quella forma sotto cui il romanzo contemporaneo può meglio arridere all’autore dei Nuovi Tartufi. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il Pasquale Sottocorno rimane senza fratelli?

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