Giosuè Carducci – La vida es sueño di Calderón de la Barca

I.

Pietro Calderon della Barca, del quale il signor Ernesto Rossi rappresentava su le scene del Brunetti or sono due sere la commedia intitolata La vita è un sogno, fu soldato e prete spagnolo del secolo decimosettimo. Soldato, combatté, fra le altre, le guerre di Fiandra: prete, fu canonico di Toledo, cappellano reale in Madrid, confratello della congregazione di san Pietro apostolo: ebbe pensione a corte di trenta scudi il mese, benefizi a Toledo e in Sicilia. Ciò per larghezza di Filippo quarto, che del teatro piacevasi e pe’l teatro scriveva, nascondendosi con verbosa modestia sotto l’appellativo di un ingenio de esta corte. Filippo dunque consacrò il Calderon in suo poeta, come la chiesa di Spagna lo avea consacrato in suo ministro; e lo trattò un po’ meglio che simili re dilettanti e guastamestieri non usin fare con quelli emuli ingegnosi ch’ei si tengono da torno per isfoggio di vanità, a uso bestie rare, e per un piú comodo sfogo, nella vicinanza degli oggetti, alle tentazioni dell’invidia. Cosí la vita di Pietro Calderon, varia e felice, empié quasi tutto il secolo decimosettimo: il poeta della monarchia e della chiesa spagnola distese l’ombra della sua gloria su l’età scadente di quelle due instituzioni, l’ombra allungata dall’occaso del sole di Castiglia, che pur doveva non conoscer tramonto. Nato co ‘l secolo, piú esattamente che a’ nostri giorni non dicasi di Vittore Hugo, aveva sedici anni quando morí Michele Cervantes, trentacinque quando Lope de Vega; creatore quello, accrescitore questo del teatro spagnolo, grande e vero onore, il primo, della Spagna e della letteratura europea. A tredici anni scrisse la sua prima commedia, El carro del cielo; a ottant’uno, Hado y divisa, l’ultima. Morí a’ 25 maggio 1682; e lasciava, affermano i biografi, centoventi comedias, duecento loas (prologhi), cento saynetes (farse), e ben piú di cento autos sacramentales (drammi religiosi allegorici): sí bene che le opere di lui a stampa non aggiungono a tanto numero.

II.

Negli atti sacramentali pare che talvolta recitasse egli stesso improvvisando, come i nostri comici antichi nelle commedie d’arte. Ma il Calderon era in buona compagnia: recitava con Filippo quarto. Nella Creazione del mondo il re faceva da Dio, il cappellano reale da Adamo. E Adamo cominciò a descrivere il paradiso terrestre. Naturalmente Dio si dové annoiare a sentirsi squadernar lí su’l viso quello che aveva creato egli stesso: figuratevi poi, avendo che fare con un Adamo Calderon, della cui imperturbabilità nel tirar giú cataloghi di metafore e similitudini i lettori poterono avere un piccolo saggio nella rappresentazione di venerdí sera, se v’assisterono, e ne potranno avere uno infinito aprendo a caso qualunque de’ molti volumi suoi. Non vi era in somma fuscello, granello, bacherozzolo che sfuggisse all’acuto occhio del canonico di Toledo. E Iddio si scontorceva e stronfiava su’l seggiolone dorato. Ma era proprio un predicar la discrezione ai preti: Adamo cappellano badava pure a tirare avanti. Iddio alla fine cominciò a sbadigliare sí fieramente, che Adamo, punto nella vanità d’autore, tagliò a mezzo una similitudine per domandare al signore e dio suo (tanto è vero che un autore offeso è capace di riuscire anche eroe) qual fosse mai la cagione per la quale Sua Divinità si induceva a far dimostrazioni cosí poco reali d’una passione non punto divina. Voto a Dios, stava per dire il re di Spagna; ma ricordando la persona che sosteneva, si riprese, e con la sufficienza d’un filosofo hegeliano esclamò: – Per me stesso giuro, che mi pento d’aver creato un Adamo cosí chiacchierone. – Io per me ho mezza voglia di dar ragione a Filippo quarto, e scommetto che insieme con me l’avranno quei lettori i quali nella rappresentazione di venerdí sera gustarono il discorso di Basilio re di Polonia, che pure era stato scemato di quasi una metà dal signor Rossi.
Questi atti sacramentali, i quali piú d’ogni altro lavoro del drammaturgo spagnolo eccitarono l’ammirazione dei contemporanei, e da’ quali ripromettevasi egli la sua maggior gloria; questi atti sacramentali, che a Guglielmo Augusto di Schlegel apparivano singolari e straordinarie produzioni, e del cui entusiasmo religioso il consigliere aulico parlava con entusiasmo critico; questi atti ci domandano un po’ d’attenzione; e forse che ci daranno in cambio qualche idea del tempo, della nazione, dell’uomo. Pigliamo il primo: Dio per ragion di stato.
Va innanzi un prologo, ove la Teologia avendo per padrino la Fede si offerisce a sostenere nella università del mondo contro qualunque combattente un torneo su queste proposizioni: la presenza di Dio nell’eucaristia, la vita nuova che l’uomo riceve nella comunione, la necessità di spesso comunicarsi. Contro la prima proposizione si presenta la Filosofia con la Natura a padrino; e le due parti combattono di tutt’arme, di sillogismi come i frati nelle scuole di Salamanca, di spada come i cavalieri nei torneamenti di Toledo e di Burgos. S’intende che la Filosofia con la Natura sono abbattute e confessano la prima proposizione; e lo stesso avviene della Medicina col Discorso che si presentano ad armeggiare contro la seconda, e della Giurisprudenza con la Giustizia che movono contro la terza. Allora, per festeggiare il triplice trionfo, la Teologia annunzia un atto, nel quale sarà provato in forza delle leggi universali la legge cattolica dovere esser sola seguíta come quella al cui favore convergono la ragione e la convenienza.
Personaggi dell’atto sono: lo Spirito (primo amoroso), il Pensiero (buffone); poi, il Paganesimo, la Sinagoga, la Confermazione, l’Estrema Unzione, l’Ordine sacerdotale, il Matrimonio, l’Africa, l’Ateismo, San Paolo, il Battesimo, la Legge naturale, la Legge scritta, la Legge di grazia. Comincia risonando per l’aria un coro d’invocazione e desiderio al dio ignoto, e tratti a quel suono lo Spirito e il Pensiero pervengono a piè d’una montagna, su le cui vette levasi un tempio consacrato a punto al dio ignoto di cui parla San Paolo. I due pellegrini trovano nel tempio, tra una folla di supplicanti, il Paganesimo che prega il dio a venire ad abitare i delubri che egli ha fabbricato per lui. E qui una lunga argomentazione tra lo Spirito, il quale vorrebbe sapere un po’ come un dio ignoto possa essere un dio, e il Paganesimo che fatto teologo glie lo prova come quattro e quattro fa otto con quella chiarezza e convenienza di ragioni che è propria de’ teologi. Lo Spirito, a dir vero, non ne par molto soddisfatto, vorrebbe riattaccare la discussione col Pensiero. – È meglio ballare – risponde il buffone. E si balla un gran ballo di pazzia divina: il Paganesimo lo guida: le figure si formano in croce, e cantano con parole di mistero il dio ternario. Qui un colpo di terremoto e un’eclissi: fuga generale: restano soli il Paganesimo, lo Spirito, il Pensiero a ragionare su quei fenomeni. È il mondo che muore? è Dio che soffre? Queste sono ipotesi dello Spirito. Impossibile, obietta il Paganesimo. E il Pensiero, buffone, corre dall’uno all’altro; e dà sempre ragione a quello che parla l’ultimo. Il Paganesimo esce; e Spirito e Pensiero si propongono di andare girondoloni pe ‘l mondo in cerca del dio ignoto. In America, l’Ateismo risponde alle loro domande che a lui non preme nulla né di coteste né d’altre fisime; e il Pensiero, da buon compatriota di Cortes e Pizzarro, lo bastona. L’Africa aspetta il suo profeta; e per intanto si accontenta di far considerare all’irrequieto Spirito che in ogni religione l’uom può salvarsi, e che quelle rivelate altro non sono che un mezzo per agevolare la perfezione. Bestemmia, urla come un baccelliere di Salamanca, lo Spirito; ed egli e l’Africa si minacciano, come arabi e castigliani. In Asia, trovano la Sinagoga, la quale è appunto sovra pensiero per certi segni di terremoto e di eclissi che accompagnarono la morte di un giovanotto da lei sentenziato alla croce perché col titolo di messia turbava l’ordine pubblico e scalzava la religion dello stato. Nuove discussioni su questo proposito tra la Sinagoga e lo Spirito. Ma eccoti un lampo e una voce di cielo – Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? – Entra in iscena san Paolo di subito convertito, e disputa con la Sinagoga su la rivelazione: introduce la Legge naturale, la Legge scritta, la Legge di grazia, come quelle che si riabbraccian tutte nel cristianesimo, e, per di piú, i sette Sacramenti che ne sono gli appoggi. E l’atto finisce con le conversioni, come una commedia di spada e di cappa co’ matrimoni. La Sinagoga e l’Africa si ostinano a rimaner reprobe; ma lo Spirito, proprio lui, grida loro su ‘l viso: Lo spirito dee pervenire ad amare e credere il dio ignoto per ragione di stato, quando pure gli mancasse la fede. – E il coro ripete cantando questa chiarissima affermazione.
In quel coro parmi di raffigurare i gesuiti fra i quali il Calderon era stato educato, i bisogni dell’esercito spagnolo fra i quali aveva combattuto la libertà in Fiandra, i domenicani inquisitori e confessori del re e della regina ai quali tutte le mattine il poeta baciava la mano nelle anticamere. E un leppo di bruciaticcio, e un suono ottuso e sordo, che non è suono, come di ferri acuti che si affondano con moto regolare e monotono in tante masse carnose, mi giunge, salvo mi sia, al naso e agli orecchi. Poveri giudei di Castiglia! nobili mori di Granata! generosi e improvvidi Incas! le allegorie dell’idalgo cattolico don Pietro Calderon della Barca non sono grottesche figure retoriche solamente: voi lo sapete.
Dio per ragion di stato del canonico sente il machiavellismo untuoso de’ gesuiti. Io gli antepongo di gran lunga la sfacciataggine bronzea anzi di granito, monumentale a ogni modo, di Lope de Vega, la fenice di Spagna, a cui, per omaggio all’ingegno e alla gloria, Urbano ottavo mandava il diploma di dottore in teologia e il Grande Inquisitore il brevetto di famiglio del Sant’Uffizio, alle cui esequie tre arcivescovi cantaron la messa. Nell’Arauco domado di Lope, Caupolican difensore della libertà del Chile, è fatto prigioniero dalli spagnoli e condotto davanti a Garcia di Mendoza loro capitano. «Che è ciò dunque, Caupolican?» domanda il vincitore. «La guerra, signore, e la mala ventura,» risponde il vinto. Il Mendoza riprende: «La mala ventura è guiderdone degno di quelli che combattono contro il cielo. Non eri tu vassallo del re di Spagna?» E Caupolican: «Io nacqui libero, ho difeso la libertà della mia patria e delle mie leggi, non ho mai attentato nulla contro la vostra.» Ma la vittoria del re cattolico deve esser piena, e il vinto si arrende anche alla religione del vincitore. Ciò non vuol dire che si risparmi una vita: il sacerdote dà il passaporto all’anima per l’altro mondo, ma in questo il corpo è nelle mani del re: Dio per ragion di stato. Ecco dunque Caupolican ritto su ‘l rogo, legato al palo; e i soldati spagnoli che appiccano il foco. Allora il Mendoza, inchinandosi a un ritratto di Filippo II che domina la scena, grida:

Señor, mirad que os servimos
Tiniendo estes verdes campos
De sangre de cien mil Indios
Por daros un reyno estraño.

«Signore, vedete come vi abbiamo servito tingendo questi verdi campi del sangue di centomila indiani per dare a voi un regno straniero.»
Evviva dunque il re e la religione! evviva la gotica cavalleresca monarchica e cattolica scuola romantica, e i suoi due santi apostoli Augusto e Federigo Schlegel, par nobile fratrum, che gabellarono al mercato dell’Europa questo fior di roba. Erano i tempi a ciò, perché i pigmei avevan trionfato dei titani. I consiglieri aulici avevano messo il piede su la gola dei vecchi giacobini, i nobili uffizialetti prussiani osavano guardare in viso i cadaveri dei gran marescialli dell’impero plebeo, Blücher cercava Napoleone per farlo fucilare, e nell’aspettativa di distrugger Parigi minava un arco del ponte di Jena; il re di Prussia sospendeva i professori che avevano spinto la gioventù germanica alla battaglia triduana delle nazioni, e apriva la fortezza di Spandau agli ingenui pronipoti d’Arminio che si ricordavano un po’ troppo d’aver rialzato essi i principi tedeschi; i pietisti protestanti e i gesuiti cattolici si davano la mano contro il libero pensiero; l’imperatore scismatico e il cattolico, il re luterano e l’anglicano facevano la Sant’Alleanza contro la rivoluzione: e i due fratelli Schlegel dettarono il codice della scuola romantica a onore e incremento dell’impero, della chiesa e del medio evo.
Delle Lezioni di letteratura di Federigo, che per la critica era il vero ingegno potente di quella consorteria, scriveva ingegnosissimamente al suo solito Arrigo Heine: «Federigo Schlegel esamina tutte le letterature da un punto di veduta alto, ma quella posizione alta è sempre la cima del campanile d’una chiesa gotica. E in tutto che lo Schlegel dice odesi un continuo scampanare, odonsi qualche volta anche gracchiare i corvi che volteggiano intorno gli assi della vecchia freccia. Per me, aperto a pena quel libro, mi sale al naso l’incenso della messa; e a’ migliori passi mi par veder rizzarsi via via delle lunghe file di pensieri tonsurati.» – Höher Weisheit Sonnenlicht Und der Kirche stille Pflicht, – «la superiore luce solar della scienza e la tranquilla obbedienza alla chiesa,» era il motto di Federigo; e da ciò s’intende come egli potesse andar pazzo del Calderon. Lo Stollberg il Tieck il Novalis il Werner rinnegarono la confessione di Martin Lutero per cercar l’Ippocrene della nuova poesia nelle pilette delle chiese cattoliche; ma a Federigo non bastò cotesto, che e’ non volesse anche fare un passo piú innanzi e immergersi nelle sacre tenebre dei monasteri spagnoli rotte a quando a quando dal bel vermiglio bagliore degli atti di fede. E predicava il Calderon per il primo e piú grande fra i poeti cristiani nel chiarire piú e piú nel dominio della bellezza spirituale secondo le idee cristiane le politiche singolarità, e risonanze della vita, della storia tradizionale, delle singole leggende e anche della mitologia pagana. E forse per questa stessa ragione Federigo aveva rubato al marito la bella ebrea figliuola di Mosè Mendelssohn, per farsi poi cattolico insieme con lei e vivere delle limosine del marito oltraggiato: lo racconta Arrigo Heine. Anche: il Calderon a Federigo pareva primo e grandissimo fra i poeti cristiani nel far nascere dalla rappresentazione degli estremi patimenti una trasfigurazione spirituale, che è quel che meglio si affà, secondo lui, al poeta cristiano: Federigo morí d’uno stravizio gastronomico.
Ma Guglielmo Augusto Schlegel, o piú veramente Sua Eccellenza il consigliere di Schlegel, il quale saliva in cattedra tutto abbigliato su l’ultimo modello di Parigi a trattar male il Racine, e presso la cattedra tenevasi un lacchè nell’assisa baronale della famiglia intento a regolare la luce delle candele ardenti su candelabri d’argento; il secondo Schlegel in somma, o il primo secondo i gusti, vince la mano nelle lodi del Calderon al dotto fratello. Come la Spagna è la terra promessa della poesia romantica, cosí il Calderon, poeta sommo se altri mai al mondo meritò questo nome, il Calderon, miracolo della natura, è il genio della poesia romantica. «Essa poesia romantica, soggiunge il critico, lo aveva dotato di tutte le sue ricchezze, e sembra che avanti d’involarsi da’ nostri sguardi abbia voluto nelle opere di Calderon, come si pratica in un fuoco artifiziato, riserbare i colori piú vivi la luce piú sfolgorante ed i piú rapidi razzi per l’ultimo scoppio.» E la comparazione del fuoco d’artifizio e dei razzi torna benissimo. Lo stesso Schlegel voltò in versi tedeschi La vita è un sogno per il teatro di Weimar, dove pochi anni innanzi erano state rappresentate l’Ifigenia in Aulide di Euripide, la Fedra del Racine, il Macbeth dello Shakspeare e anche la Turandot di Carlo Gozzi, tradotte dallo Schiller. Il quale (sia detto in parentesi) non voleva sentir parlare degli Schlegel, e li chiamava i due storni: e il Goethe, dopo lo schiamazzo che gli fecero intorno in compagnia di molti corvi per piú anni, un bel giorno scosse dice il Heine) la chioma ambrosia e li disperse.
Cotesta preferenza dello Schlegel e l’opinione di altri critici ci assicurano dunque che La vita è un sogno va tra le opere meglio pregevoli del poeta spagnolo. E allora, a dir la verità, ci saremmo aspettati qualche cosa di più.

III.

La vida es sueno è una commedia eroica, la quale, come del resto tutti quasi i drammi spagnoli (e lo notarono il Bouterweck e il Sismondi), non è che una novella; novella drammatica, con sovrapposizioni d’intrecci.
Sigismondo, figliuolo unico di Basilio re di Polonia, è tenuto fin dal suo nascere prigioniero in una torre in mezzo ai boschi: cosí volle suo padre, il quale per segni di stelle avea creduto di prevedere che il figliuolo crescerebbe di sí feroce e superba natura da recar danno e ruina al regno e al padre stesso. Ma nello scorcio della vita, non rimanendo al vecchio che due nipoti di sorelle, Astolfo di Moscovia e Stella, prima di risolversi a trasmettere il regno ne’ due che per ciò son già fidanzati, vuol tentar la prova se Sigismondo domato dagli anni del carcere désse speranza di sapere o potere correggere la mala natura. Clotaldo, carceriere e maestro del principe, gli mesce una bevanda soporifera; e Sigismondo dalle catene svegliasi nella reggia. Libero e potente, la natura sua di per sé feroce, e infiammata poi dai sentimenti di rancore e vendetta della sofferta prigionia, scoppia e rovesciasi come lava ardente su tutto: due volte vuole uccidere il suo maestro e carceriere, gitta dalla finestra un sergente, batte Astolfo suo cugino, minaccia il re: né autorità né età né bellezza gli è sacra. Il re allora pensa bene di farlo, addormentato, ritornare nella prigione: dove Clotaldo allo svegliarsi lo ammonisce ch’egli ha soltanto sognato, e che la vita tutta è un sogno, ma che anche in sogno giova far bene. Intanto popolo e soldati, per non sostenere la signoria d’un moscovita, qual era Astolfo in cui stava per ricadere il regno, si sollevano, corrono alla prigione di Sigismondo, lo liberano, lo acclamano re e capitano. Egli, nel pensiero che anche questo sia un sogno, ondeggia da prima; poi si gitta nella rivolta a conquistarsi il regno. Ma la ricordanza di quel sogno di grandezza d’un giorno cosí rapidamente dileguatosi e gli ammonimenti di Clotaldo han fatto di Sigismondo un altr’uomo: sa, con potenti sforzi, signoreggiarsi: vuol fare il bene. A Clotaldo, che gli annunzia doversi per lealtà raccogliere all’esercito del re, lascia libero il passo: contiene la sua passione per una donna, e la unisce a quello che ella ama: vince il re suo padre, e rende nelle sue mani la spada vittoriosa.
Tale è il nòcciolo della commedia di Pietro Calderon rappresentata ultimamente dal signor Rossi. Martinez della Rosa, critico e poeta spagnolo di scuola francese, domanda che cosa si possa sperare da una composizione drammatica, il cui soggetto è un principe chiuso come fiera in una prigione in mezzo ai boschi. La questione, cosí, parmi posta male, e il biasimo che ne riesce, ingiusto: perché veramente il personaggio e l’azione passano per tre fasi diverse, la rabbia impotente del prigioniero, lo sfogo dell’uomo della natura appassionato, la trasformazione dell’eroe.
Per la prima fase, quando Sigismondo è prigioniero, il Martinez ha ragione. Dramma non vi può essere: cotesta condizione appartiene alla lirica, all’epica al piú, a quella epopea analitica che il Byron indovinò nel Prigioniero di Chillon. Ma di questi prigionieri e solitari superbi, che già furono parte del mondo e devono tornarvi, due figure ci diede la Grecia: fra gli dèi, Prometeo; fra gli uomini, Filottete. Ora chi ricorda i lamenti tragici di Eschilo e di Sofocle (e come dimenticarli chi li ha letti una volta?) li paragoni un po’, di grazia, a questi di Sigismondo nel dramma spagnolo (cito dalla traduzione fedelissima di Pietro Monti): «Me misero! me infelice! Desidero, cieli, sapere, giacché mi punite a questo modo, quale delitto nascendo commisi contro di voi: benché, se nacqui, già conosco che commisi un delitto; e la vostra giustizia e il vostro rigore hanno per ciò sufficiente motivo: l’essere nato è il piú grande delitto dell’uomo. Vorrei solo sapere, per giustificare i miei mali (lasciando da parte, cieli, il delitto del nascere) in che vi potei offendere piú degli altri, per punirmi di piú? Gli altri non nacquero? Dunque, se nacquero, perché hanno privilegi che io non ho goduto mai? – Nasce l’uccello; e colle ale che gli dànno somma bellezza, a pena è fiore piumato o mazzetto di fiori alato, già fende veloce le sale aeree, negandosi alla pietà del nido che lascia in riposo: ed io, che ho piú anima di lui, ho minore libertà? – Nasce il bruto; e colla pelle divisata di belle macchie è a pena, grazie al dotto pennello, figura stellata, quando gl’insegna, fiero e ardito, la necessità umana usare crudeltà; ed è mostro del suo laberinto: ed io, con istinto migliore, ho meno libertà? – Nasce il pesce, che non respira, aborto d’uova e di melma; e a pena squammoso navicello si vede su le onde, che gira per ogni dove, misurando l’immensità di tant’ampiezza, quanta glie ne dà il freddo abisso: ed io, con maggiore arbitrio, ho meno libertà? – Nasce il ruscello, biscia che tra fiori si snoda; e a pena, serpe d’argento, tra fiori si spezza, che musico celebra la pietà de’ fiori che gli dà maestà e il campo aperto a sua fuga: ed io, che ho più vita di lui, ho meno libertà? – In tanto dolore, fatto un vulcano, un Etna, sono per isvellermi il cuore a pezzi a pezzi dal seno. Qual legge, giustizia, ragione può negare agli uomini privilegio sí dolce, qualità sí principale, concessa da Dio a un ruscello, a un pesce, a un bruto e ad un uccello?»
L’intonazione è solenne, e bello il motivo. Ma, del resto, come disse bene lo Schlegel! che sfilate di razzi! È sempre il solito vizio del Calderon: una imagine non gli basta: la prima non fa che mettergli appetito: come ciliege, l’una tira l’altra: e via per una pagina almeno, come processioni di fraterie per le strade di Madrid. E poi di tanti e sí smaglianti colori carica egli l’oggetto, che il lettore ne smarrisce la forma, ne dimentica l’impressione. Arrivato alla fine di cotesti periodi poetici, chi può dire di riconoscer piú gli uccelli e i ruscelli di madre natura? E queste filze di madrigali vorrebbonsi raccomandare accanto alla stupenda unità d’impressioni della tragedia greca e della inglese!
Nello svolgimento della terza fase del suo personaggio, il Calderon ha un riscontro, e pericoloso. Sigismondo che dubita se quello che l’attornia sia verità, Sigismondo per cui la vita è un sogno, Sigismondo che per iscetticismo divien generoso, è Amleto: un Amleto ridotto, un Amleto abortito, come lo potea fare il poeta della inquisizione: ma il germe c’è. Egli si move, ben diverso dal gran sonnambulo di Danimarca il quale ha da lottare con una folla di uomini vivi che da ogni parte gli si serra addosso e gli chiude la via, egli si move, sparnazzando sentenze morali e azioni cavalleresche fra tante figure di legno, fatte e messe lí solo perché ei le atterri o le sollevi.
Ma nella seconda giornata del dramma, nella seconda fase dell’animo di Sigismondo, il Calderon fece prova di forza vera, ci lasciò un saggio del drammatico che in altri tempi e in altro paese ei sarebbe stato. Sigismondo è l’uomo piú originale e gigantesco che il Calderon abbia creato: han ragione i suoi parziali: non può né meno dalla lontana esser raffrontato agli altri personaggi di quelle sue commedie, i quali, sebbene innumerevoli e forniti da tutte le parti del mondo, hanno un’aria di famiglia che deve consolar il cuore agli spagnoli su la fedeltà della musa nazionale del loro poeta, perocché son tutti cavalieri castigliani ad un modo, cultori fedelissimi al tempo stesso del punto d’onore e delle acutezze. Sigismondo questa volta non agita pennacchi, non tocca la chitarra né sgrana rosari; trascorre solo un tratto a fare un complimento a una dama nello stile del Gongora: ma del resto, sfrenandosi su la società coll’impeto della natura e colla passione del male dalla società stessa prodotto, è un leone dell’Africa; si leva e guardasi intorno e sbadiglia, si raccoglie per meglio prendere le mosse del salto, poi si slancia e abbranca e acceffa, e scrolla ed esulta, e bramisce e ruggisce; tutti fuggono. Pur tuttavia, rileggendo quella seconda giornata, ché lo merita, si sente desiderio di qualcosa: vorrebbesi vedere, parmi, opposti al selvaggio alcuni di quegli ostacoli piú insidiosi e dissimulati della civiltà piú raffinata, alcuna di quelle reti sottilissime che in soggetto consimile il Voltaire ha teso intorno al suo Ingenuo e che l’Huron salta e rompe cosí bravamente: gli spaventi della religione, per esempio. Ma a cotesto non v’era col Calderon da pensare: egli avrebbe condotto Sigismondo a baciar la mano al primo sagrestano che gli si facesse innanzi.
Lodano in vece, come invenzione singolare e che mostra l’artista profondo, l’ammirazione che il solitario incivile sente subito per la donna. Cotesta è invenzione antica quanto almeno il Novellino e il Decameron; né il Calderon l’ha rinnovata, parmi, singolarmente, descrivendola al solito piú con le molte parole che dagli effetti. Certo, l’ha viziata con lo stile. – Trombetta (a Sigismondo). «Quale di tutte le cose che qui hai vedute e ammirate ti è piaciuta?» Sigismondo. «Niente mi ha fatto meravigliare; mi era già tutto immaginato. Ma, se alcuna cosa del mondo mi dovesse cagionare stupore, sarebbe la beltà della donna. Una volta io lessi in certi miei libri, che ciò in cui Dio pose maggior cura è l’uomo, per essere egli un piccolo mondo; ma già penso che sia la donna, per essere ella un piccolo cielo e comprendere in sé piú bellezza che l’uomo, quanto è piú il cielo che la terra; e massime se è quella che ammiro.» Rosaura (da sé). «È qui il principe; io mi parto.» Sigismondo. «Donna, férmati e ascolta: non unire l’occaso e l’orto: fuggendo al primo passo, e cosí unendo l’orto e l’occaso, la luce e l’ombra, sarai senza dubbio sincope del giorno.»
E pure Guglielmo Schlegel non vuole si faccia il torto a Calderon di chiamare ammanieratura il suo stile puro ed elevato, vero colorito del dramma romantico.
Parmi d’avere accennato che Sigismondo s’agita nel vuoto, come quegli che non ha intorno a sé personaggi veramente vivi e moventisi. Potrebbe anche dirsi che, salvo Clotaldo il quale è, da buon carceriero e pedagogo, sufficientemente noioso, e salvo il vecchio re astrologo, gli altri personaggi del dramma poco di Sigismondo si curano, tutti intesi come sono a sbrigare le faccende loro, o meglio a dipanare una loro matassa, che è l’intrigo sovrapposto alla favola principale. Eccolo. Astolfo, per assicurarsi con la mano della cugina Stella il regno di Polonia, ha abbandonato in Moscovia un antico amore, Rosaura; che travestita da uomo passa nel regno, e la prima cosa a cui si abbatte è la torre di Sigismondo, alla quale non era permesso ad uom vivo di avvicinarsi. Ella fatta prigioniera deve rendere la spada nelle mani di Clotaldo, il quale in quell’arme riconosce un pegno da lui lasciato a una dama che giovine aveva amato in Moscovia. In fine Rosaura si scopre per sua figlia; e con lui passa alla corte, dove, riprese le vesti muliebri, diviene, come nipote di Clotaldo, dama di compagnia della principessa Stella. Questa un bel giorno la manda a ricevere di mano d’Astolfo un ritratto di donna che la principessa voleva da lui, argomento ch’egli avesse pe ‘l suo dimenticato ogni altro amore. È il ritratto di Rosaura: imaginatevi qui una di quelle scene romanzesche che abbondano anche nel teatro nostro del secolo decimo settimo, la quale s’intreccia proprio alle furie di Sigismondo. Rosaura poi passa nel campo dei sollevati e sotto la protezione di esso principe, per dare in ultimo nella pace universale la mano ad Astolfo, quando Sigismondo impalma la Stella. Non è da vero la semplicità greca, e né pure quella folla di uomini e fatti che lo Shakspeare fa saltare tutti vivi e veri dalla sua testa per indirizzarli e moverli poi d’accordo al punto ch’ei vuole, come ragazzo un branco di animali domestici. È un imbroglio che si accavalca a una favola semplice di per sé ed austera, come edera che opprime ed insulta col suo verde stridente il verde cupo e severo di antica quercia.

IV.

Fra i puri e bei tratti di poesia, che pur sono in questa commedia eroica, è il soliloquio di Sigismondo su ‘l fine della seconda giornata. – «Siamo in un mondo cosí strano che il vivere in esso è sognare; e l’esperienza m’insegna che l’uomo che vive sogna quello che è fino allo svegliarsi. Il re sogna di essere re, e, vivendo in questa illusione, comanda, dispone, governa; e quell’applauso che precario riceve scrive nel vento e in cenere lo converte la morte! Grande sventura che ci abbia chi sforzisi d’aver un regno, quando sa che si deve svegliare nel sonno della morte! Sogna il ricco fra le sue ricchezze, che gli recano i grandi affanni; il povero che soffre, sogna la sua miseria e povertà; sogna chi comincia a vantaggiarsi di stato; sogna chi si affanna dietro a speranze; sogna chi altrui ingiuria ed offende; e in somma nel mondo tutti sognano quello che sono, benché nessuno se ne accorga. Io sogno di essere qui da queste catene aggravato, e sognai di essere in uno stato migliore. Che è mai la vita? una frenesia. Che è mai la vita? un’illusione, un’ombra, una favola; e piccolo è il piú gran bene che ci sia, perché tutta la vita è un sogno e i sogni sono un sogno.»
Questo sentimento della vanità di tutto, questa conscienza dell’ombra, questo raziocinare del sogno è la vita della Spagna nel misero regno di Filippo quarto e nel miserissimo di Carlo secondo. Tutto era deserto oramai nella Spagna; e Filippo secondo che si fabbricò la sfarzosa prigione dell’Escuriale nella solitudine arenosa è l’imagine del popol suo che si fa il suo teatro nel secolo decimosettimo. Il cattolicismo insidioso e freddo de’ gesuiti, piú micidiale ancora che quel violento e sanguinario de’ domenicani, avea fatto il vuoto intorno alla Spagna; ed ella preparavasi alla morte, che sentiva oramai vicina, adagiandosi nel cataletto come Carlo quinto; e come i monaci di S. Giusto salmeggiavano su la bara dell’imperatore vivo, cosí il poeta voleva consolare la patria moribonda col ricantarle su tutti i toni che la vita è un sogno.
E questa poesia di scadimento e di morte i fratelli Schlegel la proponevano per canone all’arte dell’Europa nuova.

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