Giosuè Carducci – Per il Classicismo e il Rinascimento

Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne’ due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell’educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile.
Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi, abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con buona fede e con animo volto al bene, com’è di certo il caso del signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente all’assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica nostra a quella della seconda metà del Cinquecento. Il signor C. per altro, in quel che tócca della civiltà romana e della letteratura di tutto il Cinquecento, ha fatto ne’ suoi scritti uno stillato, un sublimato, per cosí dire, delle opinioni del Balbo e del Cantú, e troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro citazioni. Ma il Balbo e il Cantú, oltre che in letteratura e in filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la storia e la civiltà cosí antica come moderna dal solo punto di vista cattolico.

E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il cristianesimo all’intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi delle arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi doveva insultare all’eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi fate, quel bandire all’odio universale tutta intera una civiltà, che improntò gran parte di mondo di quella unità meravigliosa onde s’aiutò poi il cristianesimo, che lasciò all’Europa il retaggio della sua legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civiltà che sola diè all’Italia l’idea nazionale, da’ cui frantumi risorse colla forma dei Comuni la libertà popolare, col simbolo dell’impero il concetto dell’unificazione. Quando voi dite che la civiltà romana ai nostri giorni farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane, non c’è bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non degnato mai di né pur nominarlo. Né la letteratura romana ha bisogno delle nostre apologie, per non essere reputata ordinariamente sotto il livello della mediocrità e congegnata sempre sulla piú gelata apatia del sentimento: né del nostro aiuto han bisogno Cesare, Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i piú grandi scrittori delle nazioni civili. Vero è ch’indi a poco voi salutate Tullio grande oratore, parlate dei canti immortali del castissimo Virgilio, onorate Tacito del titolo d’ingegno superiore al giudizio di qualunque non si levi all’altezza del genio. Come ciò possa stare con una letteratura ordinariamente sotto il livello della mediocrità, altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto né pur gli argomenti che voi portate contro l’insegnamento della lingua e letteratura latina son nuovi: né voi, scrittore del Prete e il Vangelo, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommasèo.
Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: «E chi insanguinò sí atrocemente la rivoluzione dell’89, se non gli alunni della lingua e della morale latina?» Caro ed egregio dottore, la non fu colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un’assemblea di filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei piú grandi eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto Il Prete e il Vangelo poco piú che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del carnefice il vostro libro se non pur voi; dei piú grandi eccessi del feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni d’uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il clero e il feudalismo non furono istituzioni della civiltà romana, che farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane.

Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor C. avesse attentamente seguito il filo della tradizione romana dalla caduta dell’impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere; perché appoggiata d’una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente Laterano dall’altra avrebbe veduto dominar sempre su l’Italia la civiltà latina; perché nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie dei Comuni avrebbe veduto l’orgoglio del nome romano, lo avrebbe sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perché, a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento è troppo ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale del Cantú, che tutti sanno non esatto né imparziale scrittore.
E ben si pareva, anche senza ch’ei ce lo dicesse, che il dott. C. non ha piú che scartabellato gli autori del Cinquecento: il che, se può bastare a buttar giú piú o meno calorose tirate, è poco a dar giudizio d’un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che Venezia combattente contro tutta l’Europa, e le difese di Firenze e di Siena; se altro non avesse avuto che l’alterezza nazionale onde sotto il dominio straniero conservò purissimo il carattere paesano e ne improntò Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo e il culto amoroso del bello, che è sempre morale di per sé; se d’altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini, dell’Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola), avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli ne’ quali il genere umano diè piú larga prova della sua nobiltà. Ah, signor C., ben pochi segni dell’alfabeto ci vogliono e pochissimi secondi occorrono a scrivere di queste righe «l’impudenza di abdicare i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri è un tristo privilegio dei cinquecentisti:» ben poco ci vuole! Ma, quando voi infamavate cosí molte generazioni d’italiani, non vi sorsero per un istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo spasimo di un’anima e di un ingegno sublime tra l’ideale di una patria libera e grande e la realtà d’una corrotta politica, non lo sentiste voi mai nelle acerbe pagine d’un Machiavelli e d’un Guicciardini, le quali pur nel disperato scetticismo sono de’ piú gloriosi monumenti del senno e della eloquenza italiana? E nel poema e nelle satire dell’Ariosto non vedeste la piú gran fantasia dell’Europa, che dalla trista verità del servaggio si ricovera nel campo della libera idea? E nei comici, nei novellieri, nei satirici non avete sentito erompere un concetto accarezzato dagli italiani, fin nel secolo decimoterzo, il concetto della riforma e della libertà di conscienza?
Ma voi conchiudete: «L’epoca che è corsa fra Dante e il Parini è una faticosa parentesi che interrompe il processo cronologico della letteratura italiana – parentesi che non ha relazione col suo contesto, ed è cosí estranea alle leggi di continuità, che è necessario addentellare la nuova letteratura al Trecento.» Voi avrete le vostre buone ragioni per obliare del tutto, non dirò il Tasso e l’Ariosto, sí il Machiavelli, il Sarpi, il Bruno, il Campanella, il Vico; ma e da vero la letteratura del Parini vi pare da potere addentellare solamente alla trecentistica? Ad altri in vece parrebbe che quel faticoso ed esquisito lavorío dello stile, quella cura della rotondità dei contorni, quelle frequentissime rimembranze mitologiche, non fossero virtú affatto affatto trecentistiche: e’ parrebbe che la formazione della poesia pariniana tenesse del latino anche troppo: basti accennare le odi e molti luoghi del poema. E lo stesso può dirsi d’altri sommi della scuola del rinnovamento, i quali meglio mutarono le occasioni e le allusioni che non l’arte stessa, nella quale ritraggono piú dai cinquecentisti che dal Trecento. Ma voi seguitate: «dall’Alighieri al Parini, se si eccettui due canzoni del Petrarca, alcuni sonetti del Guidiccioni e del Filicaia, quattro versi e la vita di Michelangiolo, il Savonarola e il Galileo, sei costretto a traversare quattro secoli di stupido oblio per la patria italiana.» E noi vi regaliamo anche il troppo celebre sonetto del Filicaia: ma e l’ultimo capitolo del Principe, e le Storie del Varchi e del Nardi, e le orazioni del Casa per la lega e altre di altri, e tutto quasi il canzoniere dell’Alamanni, e molte poesie non plebee di cinquecentisti e secentisti, fin del Marini, e quelle del Chiabrera e del Testi, e piú luoghi di poemi famosi, e le Filippiche del Tassoni, e le prose del Boccalini mostrano elleno questo stupido oblío della patria italiana? Lo mostrano molte altre e poesie e prose che giacciono inedite per le biblioteche, colpa la erudizione pusillanime de’ nostri critici d’accademia e di sagrestia? E il nome d’Italia non ricorre frequente fin nei versi degli Arcadi? Ben poco bastava aver veduto della nostra letteratura, per non proferire un’accusa sí amara; della nostra letteratura, a cui fu dato taccia di essere troppo egoisticamente nazionale.

Anche, avrebbe dovuto il dott. C., per acquistarsi maggior fede, curar piú la esattezza dei particolari e delle citazioni. Nulla dirò delle poche notizie intorno ai cinquecentisti, ch’egli ha per sua confessione solamente scartabellati, e dove gli errori son piú veramente imputabili al Cantú che non a lui. Ma in certo luogo, dopo aver chiesto il bando della lingua latina dalle scuole, egli, per mostrare con gli argomenti del D’Alembert la impossibilità del recare in quelli studi la critica grammaticale ed estetica, domanda agli uomini di buona fede: «come sentiranno che Virgilio sia cosí trascurato nella lingua da aver ordinato egli stesso la dispersione dell’Eneide, che a noi pare un modello di latinità?» Veramente non è questione di lingua scorretta: Virgilio voleva arso il poema, perché non gli aveva dato ancora l’ultima mano né l’avea terminato (ut rem inemendatam imperfectamque), e sconsigliatone da Seneca e Varo lo legò loro per testamento, sub conditione ne quid ederent quod a se editum non esset, et versus etiam imperfectos, si qui erant, relinquerent: tanto era lungi dal dubitare della correttezza della lingua: veggasi Donato e i biografi tutti. «Come comprenderanno – séguita il dott. C. – che Orazio sia verboso come ne è tacciato da Ovidio?» Veramente il tenuit nostras numerosus Horatius aures non suona rimprovero di verbosità, ma è lode di armonia nel numero e di pienezza di stile: veggansi i dizionari. «Come Cicerone, lo dicono Tacito e Quintiliano, camminasse balzellante od incolto?» Veramente non è Tacito che dice incólto Cicerone: è l’oratore Apro, il partigiano del cattivo gusto, il Tesauro del tempo suo, introdotto nel famoso dialogo da Tacito come antagonista di Messala, seguitatore della buona tradizione, è Apro a cui Tullio sembra non satis expolitus et splendens; quali apparivano gli scrittori nostri del Trecento ai letterati della scuola del Bettinelli e del Cesarotti. E Quintiliano non fa che riferire come Cicerone ad alcuni suoi contemporanei avesse aria di essere in compositione fractior et exultantior: ma quanto debban reputarsi fondati sul vero i giudizi dei contemporanei, impacciati dalle parti politiche o dalle scuole letterarie, non importa avvertire. E le accuse di arcaismo a Sallustio e di patavinità a Livio erano non dell’opinione pubblica, sí d’Asinio Pollione; il quale fu, come a dire, un pedante che andava per la maggiore e si compiacea dei paradossi; archetipo di molti critici de’ nostri giorni. Per quel che tócca a Ovidio, non è difficile anche a noi moderni il sentire come il Sulmonese corra profuso quasi sempre e sia dilavato talvolta; e potremmo anche additare i versi ove egli fallisce alle regole inventate di poi. Ma che monta? togliesi con ciò il pregio ad Ovidio di essere uno de’ piú copiosi scrittori romani? Anche Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Machiavelli trascurarono piú d’una volta le regole del benemerito Puoti. E il verso d’Ovidio, che il dottor C. riporta come una confessione fatta dal poeta del suo sgrammaticare, Num didici getice sarmaticeque loqui, non significa veramente cotesto; sí è un accenno dello aver egli scritto nella lingua getica: del che piú largamente altrove:

Ah pudet! et scripsi getico sermone libellum.
Structaque sunt nostris barbara verba modis.
Et placui gratari mihi, coepique poetae
Inter inhumanos nomen habere Getas.

Dopo ciò e con ciò tutto io non consiglierei l’Italia di arrendersi al piacere del dott. C. e ad abbandonare nell’istituzione giovanile l’insegnamento del latino. Per simili proposte di demagogica incultura e di sospettoso pietismo, ella n’ebbe alcuna volta di male parole dal Foscolo e dal Gioberti, non pedanti, credo. Del resto, all’Alighieri e all’Ariosto, al Vico e al Manzoni, avere scritto versi latini non guastò mica né l’ingegno né l’animo né la pietà.

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