Giovani, lavoro negato

di Tania Careddu

In un’epoca storica in cui il confine tra disoccupazione, inoccupazione e inattività è sempre più sfumato e i giovani sempre più silenti e defilati rispetto alla partecipazione attiva alla vita politica e sociale, l’unico grido degno di nota è che la disoccupazione protratta nel tempo sia la più grande delle ingiustizie sociali. Pur avendo smarrito i luoghi e gli spazi nei quali coltivare le ambizioni e le realizzazioni e navigando in un abisso di diffidenza, i giovani, tra i venticinque e i trentaquattro anni, non hanno, però, perso la loro aspirazione: un’occupazione e non il reddito di cittadinanza.

Perché il lavoro mantiene, comunque, una fortissima centralità nella costruzione dell’identità dei giovani italiani: sebbene consapevoli che il lavoro ha perso, infatti, il valore rappresentativo del contesto sociale, è a questo che affidano il compito di sostanziare un progetto di vita tanto che, per loro, la correlazione tra condizione occupazionale e realizzazione personale è percepita come una delle chiavi principali di accesso alla felicità (pena scoprire, poi, che questa sia un grande inganno).

La lotta all’ingiustizia verso l’uguaglianza delle opportunità e la valorizzazione delle capacità individuali passa per l’equo accesso al mondo del lavoro, per entrare nel quale, i giovani, intervistati nella ricerca Lavoro consapevole, realizzata dal Censis, utilizzano ancora il canale informale basato sulle relazioni famigliari, parentali e amicali e, solo in seconda battuta, l’invio del curriculum a privati tramite strumenti digitali o comunità professionali on line (vedi Linkedin). Perché, tutto sommato, a loro manca la conoscenza approfondita delle modalità di accesso e dei meccanismi a sostegno dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro che parrebbero non essere sufficientemente sedimentati.

Un disallineamento che fa il paio, coinvolgendo la metà degli occupati, con quello tra le competenze acquisite nel percorso formativo e il lavoro svolto: a fronte del bisogno e dell’esigenza di mettersi in gioco, senza aspettare troppo, finisce per imporsi la necessità di accettare quello che offre il mercato. L’elevata propensione al sacrificio e la disponibilità a valutare offerte di lavoro, anche se a carattere discontinuo, confermano la tendenza delle nuove generazioni a combattere, in tutti i modi, il rischio dell’esclusione sociale.

Sebbene in lieve miglioramento, le motivazioni alla base dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile ancora presente in Italia, per i giovani sono da ricercarsi nello spostamento in avanti dell’età pensionabile, nel mancato funzionamento delle dinamiche che sottendono all’incontro fra domanda e offerta di cui sopra, e nella crisi economica con la conseguente riduzione del tasso di assorbimento delle imprese.

Sotto accusa, anche, la scuola per lo scollamento tra istruzione e competenze richieste dalle aziende, la pubblica amministrazione che ha smesso di assorbire forza lavoro, e il sistema della formazione professionale. Restituire la fiducia e un’immagine di identità professionale reale ai giovani che cercano un impiego per la prima volta o a chi si trova nella condizione di doversi ricollocare è un atto dovuto, anziché no, un dovere istituzionale.

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