Giovanni Boccaccio – Cimone amando divien savio, ed Efigenia sua donna rapisce in mare; è messo in Rodi in prigione, onde Lisimaco il trae, e da capo con lui rapisce Efigenia e Cassandra nelle lor nozze, fuggendosi con esse in Creti; e quindi, divenute lor mogli, con esse a casa loro son richiamati

Molte novelle, dilettose donne, a dover dar principio a così lieta giornata come questa sarà, per dovere essere da me raccontate mi si paran davanti; delle quali una più nell’animo me ne piace, per ciò che per quella potrete comprendere non solamente il felice fine per lo quale a ragionare incominciamo, ma quanto sien sante, quanto poderose e di quanto ben piene le forze d’Amore, le quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto: il che, se io non erro, per ciò che innamorate credo che siate, molto vi dovrà esser caro.

Adunque (sì come noi nelle antiche istorie de’ cipriani abbiam già letto) nell’isola di Cipri fu uno nobilissimo uomo, il quale per nome fu chiamato Aristippo, oltre ad ogn’altro paesano di tutte le temporali cose ricchissimo; e se d’una cosa sola non lo avesse la fortuna fatto dolente, più che altro si potea contentare. E questo era che egli, tra gli altri suoi figliuoli, n’aveva uno il quale di grandezza e di bellezza di corpo tutti gli altri giovani trapassava, ma quasi matto era e di perduta speranza, il cui vero nome era Galeso; ma, per ciò che mai né per fatica di maestro né per lusinga o battitura del padre, o ingegno d’alcuno altro, gli s’era potuto mettere nel capo né lettera né costume alcuno, anzi con la voce grossa e deforme e con modi più convenienti a bestia che ad uomo, quasi per ischerno da tutti era chiamato Cimone, il che nella lor lingua sonava quanto nella nostra Bestione. La cui perduta vita il padre con gravissima noia portava; e già essendosi ogni speranza a lui di lui fuggita, per non aver sempre davanti la cagione del suo dolore, gli comandò che alla villa n’andasse e quivi co’ suoi lavoratori si dimorasse; la qual cosa a Cimone fu carissima, per ciò che i costumi e l’usanze degli uomini grossi gli eran più a grado che le cittadine.

Andatosene adunque Cimone alla villa, e quivi nelle cose pertinenti a quella esercitandosi, avvenne che un giorno, passato già il mezzo dì, passando egli da una possessione ad un’altra con un suo bastone in collo, entrò in un boschetto il quale era in quella contrada bellissimo, e, per ciò che del mese di maggio era, tutto era fronzuto; per lo quale andando s’avvenne, sì come la sua fortuna il vi guidò, in un pratello d’altissimi alberi circuito, nell’un de’ canti del quale era una bellissima fontana e fredda, allato alla quale vide sopra il verde prato dormire una bellissima giovane con un vestimento in dosso tanto sottile, che quasi niente delle candide carni nascondea, ed era solamente dalla cintura in giù coperta d’una coltre bianchissima e sottile; e a’ piè di lei similmente dormivano due femine e uno uomo, servi di questa giovane.

La quale come Cimone vide, non altramenti che se mai più forma di femina veduta non avesse, fermatosi sopra il suo bastone, senza dire alcuna cosa, con ammirazione grandissima la incominciò intentissimo a riguardare. E nel rozzo petto, nel quale per mille ammaestramenti non era alcuna impressione di cittadinesco piacere potuta entrare, sentì destarsi un pensiero il quale nella materiale e grossa mente gli ragionava costei essere la più bella cosa che giammai per alcuno vivente veduta fosse. E quinci cominciò a distinguer le parti di lei, lodando i capelli, li quali d’oro estimava, la fronte, il naso e la bocca, la gola e le braccia, e sommamente il petto, poco ancora rilevato; e di lavoratore, di bellezza subitamente giudice divenuto, seco sommamente disiderava di veder gli occhi, li quali essa, da alto sonno gravati, teneva chiusi; e per vedergli, più volte ebbe volontà di destarla. Ma, parendogli oltre modo più bella che l’altre femine per addietro da lui vedute, dubitava non fosse alcuna dea; e pur tanto di sentimento avea, che egli giudicava le divine cose esser di più reverenza degne che le mondane, e per questo si riteneva, aspettando che da sé medesima si svegliasse; e come che lo ‘ndugio gli paresse troppo, pur, da non usato piacer preso, non si sapeva partire.

Avvenne adunque che dopo lungo spazio la giovane, il cui nome era Efigenia, prima che alcun de’ suoi si risentì, e levato il capo e aperti gli occhi, e veggendosi sopra il suo bastone appoggiato star davanti Cimone, si maravigliò forte e disse:

– Cimone, che vai tu a questa ora per questo bosco cercando?

Era Cimone, sì per la sua forma e sì per la sua rozzezza e sì per la nobiltà e ricchezza del padre, quasi noto a ciascun del paese.

Egli non rispose alle parole d’Efigenia alcuna cosa; ma come gli occhi di lei vide aperti, così in quegli fiso cominciò a guardare, seco stesso parendogli che da quegli una soavità si movesse, la quale il riempisse di piacere mai da lui non provato. Il che la giovane veggendo, cominciò a dubitare non quel suo guardar così fiso movesse la sua rusticità ad alcuna cosa che vergogna le potesse tornare; per che, chiamate le sue femine, si levò su dicendo:

– Cimone, rimanti con Dio.

A cui allora Cimon rispose:

– Io ne verrò teco.

E quantunque la giovane sua compagnia rifiutasse, sempre di lui temendo, mai da sé partir nol potè infino a tanto che egli non l’ebbe infino alla casa di lei accompagnata; e di quindi n’andò a casa il padre, affermando sé in niuna guisa più in villa voler ritornare: il che quantunque grave fosse al padre e a’ suoi, pure il lasciarono stare, aspettando di veder qual cagion fosse quella che fatto gli avesse mutar consiglio.

Essendo adunque a Cimone nel cuore, nel quale niuna dottrina era potuta entrare, entrata la saetta d’Amore per la bellezza d’Efigenia, in brevissimo tempo, d’uno in altro pensiero pervenendo, fece maravigliare il padre e tutti i suoi e ciascuno altro che il conoscea. Egli primieramente richiese il padre che il facesse andare di vestimenti e d’ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui andavano; il che il padre contentissimo fece. Quindi usando co’ giovani valorosi e udendo i modi i quali a’ gentili uomini si convenieno, e massimamente agli innamorati, prima, con grandissima ammirazione d’ognuno, in assai brieve spazio di tempo non solamente le prime lettere apparò, ma valorosissimo tra’filosofanti divenne; e appresso questo (essendo di tutto ciò cagione l’amore il quale ad Efigenia portava) non solamente la rozza voce e rustica in convenevole e cittadina ridusse, ma di canto divenne maestro e di suono, e nel cavalcare e nelle cose belliche, così marine come di terra, espertissimo e feroce divenne.

E in brieve (acciò che io non vada ogni particular cosa delle sue virtù raccontando) egli non si compiè il quarto anno dal dì del suo primiero innamoramento, che egli riuscì il più leggiadro e il meglio costumato e con più particulari virtù che altro giovane alcuno che nell’isola fosse di Cipri.

Che dunque, piacevoli donne, diremo di Cimone? Certo niuna altra cosa se non che l’alte virtù dal cielo infuse nella valorosa anima fossono da invidiosa Fortuna in picciolissima parte del suo cuore con legami fortissimi legate e racchiuse, li quali tutti Amor ruppe e spezzò, sì come molto più potente di lei; e come eccitatore degli addormentati ingegni, quelle da crudele obumbrazione offuscate con la sua forza sospinse in chiara luce, apertamente mostrando di che luogo tragga gli spiriti a lui suggetti e in quale gli conduca co’ raggi suoi.

Cimone adunque, quantunque, amando Efigenia, in alcune cose, sì come i giovani amanti molto spesso fanno, trasandasse, nondimeno Aristippo considerando che Amor l’avesse di montone fatto tornare uomo, non solo pazientemente il sostenea, ma in seguir ciò in tutti i suoi piaceri il confortava. Ma Cimone, che d’esser chiamato Galeso rifiutava, ricordandosi che così da Efigenia era stato chiamato, volendo onesto fine porre al suo disio, più volte fece tentare Cipseo padre d’Efigenia che lei per moglie gli dovesse dare; ma Cipseo rispose sempre sé averla promessa a Pasimunda nobile giovane rodiano, al quale non intendeva venirne meno.

Ed essendo delle pattovite nozze d’Efigenia venuto il tempo, e il marito mandato per lei, disse seco Cimone: – Ora è tempo di mostrare, o Efigenia, quanto tu sii da me amata. Io son per te divenuto uomo, e se io ti posso avere, io non dubito di non divenire più glorioso che alcuno iddio; e per certo io t’avrò o io morrò. – E così detto, tacitamente alquanti nobili giovani richiesti che suoi amici erano, e fatto segretamente un legno armare con ogni cosa opportuna a battaglia navale, si mise in mare, attendendo il legno sopra il quale Efigenia trasportata doveva essere in Rodi al suo marito. La quale, dopo molto onor fatto dal padre di lei agli amici del marito, entrata in mare, verso Rodi dirizzaron la proda e andar via.

Cimone, il qual non dormiva, il dì seguente col suo legno gli sopraggiunse, e d’in su la proda a quegli che sopra il legno d’Efigenia erano forte gridò:

– Arrestatevi, calate le vele, o voi aspettate d’esser vinti e sommersi in mare.

Gli avversari di Cimone avevano l’armi tratte sopra coverta e di difendersi s’apparecchiavano; per che Cimone, dopo le parole preso un rampicone di ferro, quello sopra la poppa de’ rodiani, che via andavano forte, gittò, e quella alla proda del suo legno per forza congiunse, e fiero come un leone, senza altro seguito d’alcuno aspettare sopra la nave de’ rodian saltò, quasi tutti per niente gli avesse; e spronandolo Amore, con maravigliosa forza fra’nimici con un coltello in mano si mise, e or questo e or quello ferendo, quasi pecore gli abbattea. Il che, vedendo i rodiani, gittando in terra l’armi, quasi ad una voce tutti si cofessarono prigioni.

Alli quali Cimon disse:

– Giovani uomini, né vaghezza di preda né odio che io abbia contra di voi mi fece partir di Cipri a dovervi in mezzo mare con armata mano assalire. Quello che mi mosse è a me grandissima cosa ad avere acquistata, e a voi è assai

leggiere a concederlami con pace; e ciò è Efigenia, da me sopra ogn’altra cosa amata, la quale non potendo io avere dal padre di lei come amico e con pace, da voi come nemico e con l’armi m’ha costretto Amore ad acquistarla; e per ciò intendo io d’esserle quello che esser le dovea il vostro Pasimunda; datelami, e andate con la grazia d’Iddio.

I giovani, li quali più forza che liberalità costrignea, piagnendo Efigenia a Cimon concedettono. Il quale vedendola piagnere disse:

– Nobile donna, non ti sconfortare, io sono il tuo Cimone, il quale per lungo amore t’ho molto meglio meritata d’avere, che Pasimunda per promessa fede.

Tornossi adunque Cimone (lei già avendo sopra la sua nave fatta portare, senza alcuna altra cosa toccare de’ rodiani) a’ suoi compagni, e loro lasciò andare.

Cimone adunque, più che altro uomo contento dello acquisto di così cara preda, poi che alquanto di tempo ebbe posto in dover lei piagnente racconsolare, diliberò co’ suoi compagni non essere da tornare in Cipri al presente; per che, di pari diliberazion di tutti, verso Creti (dove quasi ciascuno e massimamente Cimone, per antichi parentadi e novelli e per molta amistà si credevano insieme con Efigenia esser si curi) dirizzaron la proda della lor nave.

Ma la Fortuna, la quale assai lietamente l’acquisto della donna aveva conceduto a Cimone, non stabile, subitamente in tristo e amaro pianto mutò la inestimabile letizia dello ‘nnamorato giovane.

Egli non erano ancora quattro ore compiute poi che Cimone li rodiani aveva lasciati, quando, sopravegnente la notte, la quale Cimone più piacevole che alcuna altra sentita giammai aspettava, con essa insieme surse un tempo fierissimo e tempestoso, il quale il cielo di nuvoli e ‘l mare di pestilenziosi venti riempiè; per la qual cosa né poteva alcun veder che si fare o dove andarsi, né ancora sopra la nave tenersi a dovere fare alcun servigio.

Quanto Cimone di ciò si dolesse, non è da domandare. Egli pareva che gl’iddii gli avessero conceduto il suo disio, acciò che più noia gli fosse il morire, del quale senza esso prima si sarebbe poco curato. Dolevansi similmente i suoi compagni, ma sopra tutti si doleva Efigenia, forte piagnendo e ogni percossa dell’onda temendo; e nel suo pianto aspramente maladiceva l’amor di Cimone e biasimava il suo ardire, affermando per niuna altra cosa quella tempestosa fortuna esser nata, se non perché gl’iddii non volevano che colui, il quale lei contra li lor piaceri voleva aver per isposa, potesse del suo presuntuoso disiderio godere, ma vedendo lei prima morire, egli appresso miseramente morisse.

Con così fatti lamenti e con maggiori, non sappiendo che farsi i marinari, divenendo ognora il vento più forte, senza sapere o conoscere dove s’andassero, vicini all’isola di Rodi pervennero; né conoscendo per ciò che Rodi si fosse quella, con ogni ingegno, per campar le persone, si sforzarono di dovere in essa pigliar terra, se si potesse.

Alla qual cosa la Fortuna fu favorevole, e loro perdusse in un piccolo seno di mare, nel quale poco avanti a loro li rodiani stati da Cimon lasciati erano colla lor nave pervenuti. Né prima s’accorsero sé esser all’isola di Rodi pervenuti che, surgendo l’aurora e alquanto rendendo il cielo più chiaro, si videro forse per una tratta d’arco vicini alla nave il giorno davanti da lor lasciata. Della qual cosa Cimone senza modo dolente, temendo non gli avvenisse quello che gli avvenne, comandò che ogni forza si mettesse ad uscir quindi, e poi dove alla Fortuna piacesse gli trasportasse; per ciò che in alcuna parte peggio che quivi esser non poteano.

Le forze si misero grandi a dovere di quindi uscire, ma invano: il vento potentissimo poggiava in contrario, in tanto che, non che essi del piccolo seno uscir potessero, ma, o volessero o no, gli sospinse alla terra.

Alla quale come pervennero, dalli marinari rodiani della lor nave discesi furono riconosciuti. De’ quali prestamente alcun corse ad una villa ivi vicina dove i nobili giovani rodiani n’erano andati, e loro narrò quivi Cimone con Efigenia sopra la lor nave per fortuna, sì come loro, essere arrivati.

Costoro udendo questo, lietissimi, presi molti degli uomini della villa, prestamente furono al mare; e Cimone che, già co’ suoi disceso, aveva preso consiglio di fuggire in alcuna selva ivi vicina, e ‘nsieme tutti con Efigenia furon presi e alla villa menati. E di quindi, venuto dalla città Lisimaco, appo il quale quello anno era il sommo maestrato de’ rodiani, con grandissima compagnia d’uomini d’arme, Cimone è suoi compagni tutti ne menò in prigione, sì come Pasimunda, al quale le novelle eran venute, aveva, col senato di Rodi dolendosi, ordinato.

In così fatta guisa il misero e innamorato Cimone perdè la sua Efigenia poco davanti da lui guadagnata, senza altro averle tolto che alcun bacio.

Efigenia da molte nobili donne di Rodi fu ricevuta e riconfortata, sì del dolore avuto della sua presura e sì della fatica sostenuta del turbato mare; e appo quelle stette infino al giorno diterminato alle sue nozze.

A Cimone e a’ suoi compagni, per la libertà il dì davanti data a’ giovani rodiani, fu donata la vita, la qual Pasimunda a suo poter sollicitava di far lor torre, e a prigion perpetua fur dannati; nella quale, sì come si può credere, dolorosi stavano e senza speranza mai d’alcun piacere.

Pasimunda quanto poteva l’apprestamento sollicitava delle future nozze; ma la Fortuna, quasi pentuta della subita ingiuria fatta a Cimone, nuovo accidente produsse per la sua salute. Aveva Pasimunda un fratello minor di tempo di lui, ma non di virtù, il quale avea nome Ormisda, stato in lungo trattato di dover torre per moglie una nobile giovane e bella della città, chiamata Cassandra, la quale Lisimaco sommamente amava; ed erasi il matrimonio per diversi accidenti più volte frastornato.

Ora, veggendosi Pasimunda per dovere con grandissima festa celebrare le sue nozze, pensò ottimamente esser fatto, se in questa medesima festa, per non tornar più alle spese e al festeggiare, egli potesse far che Ormisda similmente menasse moglie; per che co’ parenti di Cassandra ricominciò le parole e perdussele ad effetto; e insieme egli e ‘l fratello con loro diliberarono che quello medesimo dì che Pasimunda menasse Efigenia, quello Ormisda menasse Cassandra.

La qual cosa sentendo Lisimaco, oltre modo gli dispiacque, per ciò che si vedeva della sua speranza privare, la quale portava che, se Ormisda non la prendesse, fermamente doverla avere egli. Ma, sì come savio, la noia sua dentro tenne nascosa; e cominciò a pensare in che maniera potesse impedire che ciò non avesse effetto; né alcuna via vide possibile, se non il rapirla.

Questo gli parve agevole per lo uficio il quale aveva, ma troppo più disonesto il reputava che se l’uficio non avesse avuto; ma in brieve, dopo lunga diliberazione, l’onestà diè luogo ad amore, e prese per partito, che che avvenir ne dovesse, di rapir Cassandra. E pensando della compagnia che a far questo dovesse avere e dell’ordine che tener dovesse, si ricordò di Cimone, il quale co’ suoi compagni in prigione avea, e imaginò niun altro compagno migliore né più fido dover potere avere che Cimone in questa cosa.

Per che la seguente notte occultamente nella sua camera il fe’venire, e cominciogli in cotal guisa favellare:

– Cimone, così come gl’iddii sono ottimi e liberali donatori delle cose agli uomini, così sono sagacissimi provatori delle lor virtù, e coloro li quali essi truovano fermi e costanti a tutti i casi, sì come più valorosi, di più alti meriti fanno degni. Essi hanno della tua virtù voluta più certa esperienza che quella che per te si fosse potuta mostrare dentro a’ termini della casa del padre tuo, il quale io conosco abondantissimo di ricchezze; e prima con le pugnenti sollicitudini d’amore, da insensato animale, sì come io ho inteso, ti recarono ad essere uomo; poi con dura fortuna e al presente con noiosa prigione voglion vedere se l’animo tuo si muta da quello ch’era quando poco tempo lieto fosti della guadagnata preda. Il quale, se quel medesimo è che già fu, niuna cosa tanto lieta ti prestarono quanto è quella che al presente s’apparecchiano a donarti; la quale, acciò che tu l’usate forze ripigli e divenghi animoso, io intendo di dimostrarti.

Pasimunda, lieto della tua disaventura e sollicito procuratore della tua morte, quanto può s’affretta di celebrare le nozze della tua Efigenia, acciò che in quelle goda della preda la qual prima lieta Fortuna t’avea conceduta e subitamente turbata ti tolse. La qual cosa quanto ti debba dolere, se così ami come io credo, per me medesimo il cognosco, al quale pari ingiuria alla tua in un medesimo giorno Ormisda suo fratello s’apparecchia di fare a me di Cassandra, la quale io sopra tutte l’altre cose amo. E a fuggire tanta ingiuria e tanta noia della Fortuna, niuna via ci veggio da lei essere stata lasciata aperta, se non la virtù de’ nostri animi e delle nostre destre, nelle quali aver ci convien le spade, e farci far via, a te alla seconda rapina e a me alla prima delle due nostre donne; per che, se la tua, non vo’ dir libertà, la qual credo che poco senza la tua donna curi, ma la tua donna t’è cara di riavere, nelle tue mani, volendo me alla mia impresa seguire, l’hanno posta gl’iddii.

Queste parole tutto feciono lo smarrito animo ritornare in Cimone e, senza troppo rispetto prendere alla risposta, disse:

– Lisimaco, né più forte né più fido compagno di me puoi avere a così fatta cosa, se quello me ne dee seguire che tu ragioni; e per ciò quello che a te pare che per me s’abbia a fare, impollomi, e vederati con maravigliosa forza seguire.

Al quale Lisimaco disse:

– Oggi al terzo dì le novelle spose entreranno primieramente nelle case de’ lor mariti, nelle quali tu co’ tuoi compagni armato, e io con alquanti miei né quali io mi fido assai, in sul far della sera entreremo, e quelle del mezzo de’ conviti rapite, ad una nave, la quale io ho fatta segretamente apprestare, ne meneremo, uccidendo chiunque ciò contrastare presummesse.

Piacque l’ordine a Cimone, e tacito infino al tempo posto si stette in prigione. Venuto il giorno delle nozze, la pompa fu grande e magnifica, e ogni parte della casa de’ due fratelli fu di lieta festa ripiena.

Lisimaco, ogni cosa opportuna avendo apprestata, Cimone e i suoi compagni e similmente i suoi amici, tutti sotto i vestimenti armati, quando tempo gli parve, avendogli prima con molte parole al suo proponimento accesi, in tre parti divise, delle quali cautamente l’una mandò al porto, acciò che niun potesse impedire il salire sopra la nave quando bisognasse, e con l’altre due alle case di Pasimunda venuti, una ne lasciò alla porta, acciò che alcun dentro non gli potesse rinchiudere o a loro l’uscita vietare, e col rimanente insieme con Cimone montò su per le scale. E pervenuti nella sala dove le nuove spose con molte altre donne già a tavola erano per mangiare assettate, arditamente, fattisi innanzi e gittate le tavole in terra, ciascun prese la sua, e nelle braccia de’ compagni messala, comandarono che alla nave apprestata le menassero di presente.

Le novelle spose cominciarono a piagnere e a gridare, e il simigliante l’altre donne e i servidori, e subitamente fu ogni cosa di romore e di pianto ripieno. Ma Cimone e Lisimaco è lor compagni, tirate le spade fuori, senza alcun contasto, data loro da tutti la via, verso le scale se ne vennero; e quelle scendendo, occorse loro Pasimunda, il quale con un gran bastone in mano al romor traeva, cui animosamente Cimone sopra la testa ferì, e ricisegliele ben mezza, e morto sel fece cadere a’ piedi. Allo aiuto del quale correndo il misero Ormisda, similmente da un de’ colpi di Cimone fu ucciso; e alcuni altri che appressar si vollono, da’ compagni di Lisimaco e di Cimone fediti e ributtati in dietro furono.

Essi, lasciata piena la casa di sangue e di romore e di pianto e di tristizia, senza alcuno impedimento, stretti insieme con la lor rapina alla nave pervennero; sopra la quale messe le donne e saliti essi tutti e i lor compagni, essendo già il lito pien di gente armata che alla riscossa delle donne venia, dato de’ remi in acqua, lieti andaron pe’ fatti loro. E pervenuti in Creti, quivi da molti e amici e parenti lietamente ricevuti furono, e sposate le donne e fatta la festa grande, lieti della loro rapina goderono.

In Cipri e in Rodi furono i romori è turbamenti grandi e lungo tempo per le costoro opere. Ultimamente, interponendosi e nell’un luogo e nell’altro gli amici e i parenti di costoro, trovaron modo che, dopo alcuno essilio, Cimone con Efigenia lieto si tornò in Cipri, e Lisimaco similmente con Cassandra ritornò in Rodi, e ciascun lietamente con la sua visse lungamente contento nella sua terra.

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