Giovanni Boccaccio – Conclusione della giornata sesta

Questa novella porse igualmente a tutta la brigata grandissimo piacere e sollazzo, e molto per tutti fu riso di fra Cipolla e massimamente del suo pellegrinaggio e delle reliquie così da lui vedute come recate. La quale la reina sentendo esser finita, e similmente la sua signoria, levata in piè, la corona si trasse e ridendo la mise in capo a Dioneo, e disse:

– Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l’aver donne a reggere e a guidare; sii dunque re, e sì fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare.

Dioneo, presa la corona, ridendo rispose:

– Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubbidiste come vero re si dee ubbidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.

E fattosi, secondo il costume usato, venire il siniscalco, ciò che a fare avesse quanto durasse la sua signoria ordinatamente gl’impose, e appresso disse:

– Valorose donne, in diverse maniere ci s’è della umana industria e de’ casi vari ragionato, tanto che, se donna Licisca non fosse poco avanti qui venuta, la quale con le sue parole m’ha trovata materia à futuri ragionamenti di domane, io dubito che io non avessi gran pezza penato a trovar tema da ragionare. Ella, come voi udiste, disse che vicina non avea che pulcella ne fosse andata a marito; e soggiunse che ben sapeva quante e quali beffe le maritate ancora facessero à mariti. Ma, lasciando stare la prima parte, che è opera fanciullesca, reputo che la seconda debbia essere piacevole a ragionarne; e per ciò voglio che domane si dica, poi che donna Licisca data ce n’ha cagione, delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte à lor mariti, senza essersene essi avveduti o sì.

Il ragionare di sì fatta materia pareva ad alcuna delle donne che male a loro si convenisse, e pregavanlo che mutasse la proposta già detta.

Alle quali il re rispose:

– Donne, io conosco ciò che io ho imposto non meno che facciate voi; e da imporlo non mi potè istorre quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d’operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto. Or non sapete voi che, per la perversità di questa stagione, gli giudici hanno lasciati i tribunali; le leggi, così le divine come le umane, tacciono; e ampia licenzia per conservar la vita è conceduta a ciascuno? Per che, se alquanto s’allarga la vostra onestà nel favellare, non per dovere con le opere mai alcuna cosa sconcia seguire, ma per dare diletto a voi e ad altrui, non veggo con che argomento da concedere vi possa nello avvenire riprendere alcuno.

Oltre a questo la nostra brigata, dal primo dì infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà collo aiuto di Dio. Appresso, chi è colui che non conosca la vostra onestà? La quale non che i ragionamenti sollazzevoli, ma il terrore della morte non credo che potesse smagare.

E a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò non foste colpevoli, e per ciò ragionare non ne voleste. Senza che voi mi fareste un bello onore, essendo io stato ubbidente a tutti, e ora avendomi vostro re fatto, mi voleste la legge porre in mano, e di quello non dire che io avessi imposto. Lasciate adunque questa suspizione più atta à cattivi animi che à vostri, e con la buona ventura pensi ciascuna di dirla bella.

Quando le donne ebbero udito questo, dissero che così fosse come gli piacesse; per che il re per infino all’ora della cena di fare il suo piacere diede licenzia a ciascuno.

Era ancora il sol molto alto, per ciò che il ragionamento era stato brieve; per che, essendosi Dioneo con gli altri giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l’altre donne da una parte, disse:

– Poi che noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che mai fosse alcuna di voi, e chiamavisi la Valle delle donne, né ancora vidi tempo da potervi quivi menare, se non oggi, sì è alto ancora il sole; e per ciò, se di venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate contentissime d’esservi state.

Le donne risposono che erano apparecchiate; e chiamata una delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire à giovani, si misero in via; né guari più d’un miglio furono andate, che alla Valle delle donne pervennero. Dentro alla quale per una via assai stretta, dall’una delle parti della quale correva un chiarissimo fiumicello, entrarono, e viderla tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il caldo grande, quanto più si potesse divisare. E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano che nella valle era, così era ritondo come se a sesta fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse; ed era di giro poco più che un mezzo miglio, intorniato di sei montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d’un bel castelletto. Le piaggie delle quali montagnette così digradando giù verso ‘l piano discendevano, come né teatri veggiamo dalla lor sommità i gradi infino all’infimo venire successivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro.

Ed erano queste piaggie, quante alla plaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d’ulivi, di mandorli, di ciriegi, di fichi e d’altre maniere assai d’alberi fruttiferi piene, senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di tramontana guardava, tutte eran boschetti di querciuoli, di frassini e d’altri alberi verdissimi e ritti quanto più esser poteano. Il piano appresso, senza aver più entrate che quella donde le donne venute v’erano, era pieno d’abeti, di cipressi, d’allori e d’alcuni pini sì ben composti e sì bene ordinati, come se qualunque è di ciò il migliore artefice gli avesse piantati; e fra essi poco sole o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo, il quale era tutto un prato d’erba minutissima e piena di fiori porporini e d’altri.

E oltre a questo, quel che non meno che altro di diletto porgeva, era un fiumicello, il qual d’una delle valli, che due di quelle montagnette dividea, cadeva giù per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore ad udire assai dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d’alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giù al piccol pian pervenia così quivi in un bel canaletto raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva, e ivi faceva un picciol laghetto quale talvolta per modo di vivaio fanno né lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro. Ed era questo laghetto non più profondo che sia una statura d’uomo infino al petto lunga, e senza avere in sé mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser duna minutissima ghiaia, la qual tutta, chi altro non avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare. Nè solamente nell’acqua riguardando vi si vedeva il fondo, ma tanto pesce in qua e in là andar discorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Nè da altra ripa era chiuso che dal suolo del prato, tanto d’intorno a quel più bello, quanto più dello umido sentiva di quello. L’acqua, la quale alla sua capacità soprabbondava, un altro canaletto riceveva, per lo qual fuori del valloncello uscendo alle parti più basse sen correva.

In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande e vedendosi il pelaghetto chiaro davanti e senza alcun sospetto d’esser vedute, diliberaron di volersi bagnare. E comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi s’entrava dimorasse, e guardasse se alcun venisse, e loro il facesse sentire tutte e sette si spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altrimenti li lor corpi candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò niuna turbazion d’acqua nascendone, cominciarono come potevano ad andare in qua in là di dietro à pesci, i quali male avevan dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare.

E poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello, si rivestirono, e senza poter più commendare il luogo che commendato l’avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al palagio giunte ad assai buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano. Alli quali Pampinea ridendo disse:

– Oggi vi pure abbiam noi ingannati.

– E come? – disse Dioneo – cominciate voi prima a far de’ fatti che a dir delle parole?

Disse Pampinea:

– Signor nostro, sì; – e distesamente gli narrò donde venivano, e come era fatto il luogo, e quanto di quivi distante, e ciò che fatto avevano.

Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di vederlo, prestamente fece comandar la cena; la qual poi che con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani colli lor famigliari, lasciate le donne, se n’andarono a questa valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai più, quella per una delle belle cose del mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, se ne tornarono a casa, dove trovarono le donne che facevano una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne dissero.

Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse che fosse apparecchiato, e portatovi alcun letto, se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo, fatto venire de’ lumi e vino e confetti, e alquanto riconfortatisi, comandò che ogn’uomo fosse in sul ballare. E avendo per suo volere Panfilo una danza presa, il re rivoltatosi verso Elissa le disse piacevolmente:

– Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò una fa che ne dichi qual più ti piace.

A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce cominciò in cotal guisa:

Amor, s’io posso uscir de’ tuoi artigli,
appena creder posso
che alcun altro uncin più mai mi pigli.

Io entrai giovinetta en la tua guerra,
quella credendo somma e dolce pace,
e ciascuna mia arme posi in terra,
come sicuro chi si fida face
tu, disleal tiranno, aspro e rapace,
tosto mi fosti addosso
con le tue armi e co’ crude’roncigli.

Poi, circundata delle tue catene,
a quel, che nacque per la morte mia,
piena d’amare lagrime e di pene
presa mi desti, e hammi in sua balia;
ed è sì cruda la sua signoria,
che giammai non l’ha mosso
sospir né pianto alcun che m’assottigli.

Li prieghi miei tutti glien porta il vento,
nullo n’ascolta né ne vuole udire;
per che ogn’ora cresce ‘l mio tormento,
onde ‘l viver m’è noia, né so morire.
Deh dolgati, signor, del mio languire,
fa tu quel ch’io non posso;
dalmi legato dentro à tuoi vincigli.

Se questo far non vuogli, almeno sciogli,
i legami annodati da speranza.
Deh! io ti priego, signor, che tu vogli;
ché, se tu ‘l fai, ancor porto fidanza
di tornar bella qual fu mia usanza,
e il dolor rimosso,
di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.

Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali parole, niuno per ciò ve n’ebbe che potesse avvisare chi di così cantar le fosse stato cagione. Ma il re, che in buona tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuor traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte. danze. Ma, essendo già buona parte di notte passata, a ciascun disse ch’andasse a dormire.

Finisce la sesta giornata del Decameron

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