Giovanni Boccaccio – Due sanesi amano una donna comare dell’uno; muore il, compare e torna al compagno secondo la promessa fattagli, e raccontagli come di là si dimori

Restava solamente al re il dover novellare, il quale, poi che vide le donne racchetate, che del pero tagliato che colpa non avea si dolevano, incominciò.

Manifestissima cosa è che ogni giusto re primo servatore dee essere delle leggi fatte da lui, e se altro ne fa, servo degno di punizione, e non re, si dee giudicare; nel quale peccato e riprensione a me, che vostro re sono, quasi costretto cader con viene. Egli è il vero che io ieri la legge diedi a’ nostri ragionamenti fatti oggi, con intenzione di non voler questo dì il mio privilegio usare; ma soggiacendo con voi insieme a quella, di quello ragionare che voi tutti ragionato avete; ma egli non s solamente è stato raccontato quello che io imaginato avea di raccontare ma sonsi sopra quello tante altre cose e molto più belle dette, che io per me, quantunque la memoria ricerchi, rammentar non mi posso né conoscere che io intorno a sì fatta materia dir potessi cosa che alle dette s’appareggiasse; e per ciò, dovendo peccare nella legge da me medesimo fatta, sì come degno di punizione, infino ad ora ad ogni ammenda che comandata mi fia mi proffero apparecchiato, e al mio privilegio usitato mi tornerò.

E dico che la novella detta da Elissa del compare e della comare, e appresso la bessaggine de’ sanesi, hanno tanta forza, carissime donne, che, lasciando stare le beffe agli sciocchi mariti fatte dalle lor savie mogli, mi tirano a dovervi con tare una novelletta di loro, la quale, ancora che in sé abbia assai di quello che creder non si dee, nondimeno sarà in parte piacevole ad ascoltare.

Furono adunque in Siena due giovani popolari, de’ quali l’uno ebbe nome Tingoccio Mini e l’altro fu chiamato Meuccio di Tura, e abitavano in porta Salaia, e quasi mai non usavano se non l’un con l’altro, e per quello che paresse s’amavan molto; e andando, come gli uomini vanno, alle chiese e alle prediche, più volte udito avevano della gloria e della miseria che all’anime di coloro che morivano era, secondo li lor meriti, conceduta nell’altro mondo. Delle quali cose disiderando di saper certa novella, né trovando il modo, insieme si promisero che qual prima di lor morisse, a colui che vivo fosse rimaso, se potesse, ritornerebbe, e direbbegli novelle di quello che egli desiderava; e questo fermarono con giuramento.

Avendosi adunque questa promession fatta, e insieme continuamente usando, come è detto, avvenne che Tingoccio divenne compare d’uno Ambruogio Anselmini, che stava in Camporeggi, il qual d’una sua donna chiamata monna Mita aveva avuto un figliuolo.

Il qual Tingoccio, insieme con Meuccio visitando alcuna volta questa sua comare, la quale era una bellissima e vaga donna, non ostante il comparatico, s’innamorò di lei; e Meuccio similmente, piacendogli ella molto e molto udendola commendare a Tingoccio, se ne innamorò. E di questo amore l’un si guardava dall’altro, ma non per una medesima cagione: Tingoccio si guardava di scoprirlo a Meuccio per la cattività che a lui medesimo pareva fare d’amare la comare, e sarebbesi vergognato che alcun l’avesse saputo; Meuccio non se ne guardava per questo. ma perché già avveduto s’era che ella piaceva a Tingoccio. Laonde egli diceva: – Se io questo gli discuopro, egli prenderà gelosia di me; e potendole ad ogni suo piacere parlare, sì come compare, in ciò che egli potrà le mi metterà in odio, e così mai cosa che mi piaccia di lei io non avrò. –

Ora, amando questi due giovani, come detto è, avvenne che Tingoccio, al quale era più destro il potere alla donna aprire ogni suo disiderio, tanto seppe fare, e con atti e con parole, che egli ebbe di lei il piacere suo; di che Meuccio s’accorse bene; e quantunque molto gli dispiacesse, pure, sperando di dovere alcuna volta pervenire al fine del suo disidero, acciò che Tingoccio non avesse materia né cagione di guastargli o d’impedirgli alcun suo fatto, faceva pur vista di non avvedersene.

Così amando i due compagni, l’uno più felicemente che l’altro, avvenne che, trovando Tingoccio nelle possessioni della comare il terren dolce, tanto vangò e tanto lavorò che una infermità ne gli sopravenne, la quale dopo alquanti dì sì l’aggravò forte che, non potendola sostenere, trapassò di questa vita.

E trapassato, il terzo dì appresso (ché forse prima non aveva potuto) se ne venne, secondo la promession fatta, una notte nella camera di Meuccio, e lui, il qual forte dormiva, chiamò.

Meuccio destatosi disse:

– Qual se’ tu?

A cui egli rispose:

– Io son Tingoccio, il qual, secondo la promession che io ti feci, sono a te tornato a dirti novelle dell’altro mondo.

Alquanto si spaventò Meuccio veggendolo, ma pure rassicurato disse:

– Tu sia il ben venuto, fratel mio; – e poi il domandò se egli era perduto.

Al qual Tingoccio rispose:

– Perdute son le cose che non si ritruovano; e come sarei io in mei chi, se io fossi perduto?

– Deh, – disse Meuccio – io non dico così ; ma io ti domando se tu se’tra l’anime dannate nel fuoco pennace di ninferno.

A cui Tingoccio rispose:

– Costetto no, ma io son bene, per li peccati da me commessi, in gravissime pene e angosciose molto.

Domandò allora Meuccio particularmente Tingoccio che pene si dessero di là per ciascun de’ peccati che di qua si commettono; e Tingoccio gliele disse tutte. Poi gli domandò Meuccio s’egli avesse di qua per lui a fare alcuna cosa. A cui Tingoccio rispose di sì, e ciò era che egli facesse per lui dir delle messe e delle orazioni e fare delle limosine per ciò che queste cose molto giovavano a quei di là, a cui Meuccio disse di farlo volentieri.

E partendosi Tingoccio da lui, Meuccio si ricordò della comare, e sollevato alquanto il capo disse:

– Ben che mi ricorda, o Tingoccio: della comare, con la quale tu giacevi quando eri di qua, che pena t’è di là data?

A cui Tingoccio rispose:

– Fratel mio, come io giunsi di là, sì fu uno, il qual pareva che tutti i miei peccati sapesse a mente, il quale mi comandò che io andassi in quel luogo nel quale io purgo in grandissima pena le colpe mie, dove io trovai molti compagni a quella medesima pena condennati che io; e stando io tra loro, e ricordandomi di ciò che già fatto avea con la comare e aspettando per quello troppo maggior pena che quella che data m’era, quantunque io fossi in un gran fuoco e molto ardente, tutto di paura tremava. Il che sentendo un che m’era dal lato, mi disse: – Che hai tu più che gli altri che qui sono, che triemi stando nel fuoco? – – Oh, – diss’io – amico mio, io ho gran paura del giudicio che io aspetto d’un gran peccato che io feci già. – Quegli allora mi domandò che peccato quel fosse. A cui io dissi: – Il peccato fu cotale, che io mi giaceva con una mia comare, e giacquivi tanto che io me ne scorticai. – Ed egli allora, faccendosi beffe di ciò, mi disse: – Va, sciocco, non dubitare; ché di qua non si tiene ragione alcuna delle comari; – il che io udendo tutto mi rassicurai.

E detto questo, appressandosi il giorno, disse:

– Meuccio, fatti con Dio, ché io non posso più esser con teco; – e subitamente andò via.

Meuccio, avendo udito che di là niuna ragione si teneva delle comari, cominciò a far beffe della sua sciocchezza, per ciò che già parecchie n’avea risparmiate; per che, lasciata andar la sua ignoranza, in ciò per innanzi divenne savio. Le quali cose se frate Rinaldo avesse saputo, non gli sarebbe stato bisogno d’andare sillogizzando quando convertì a’ suoi piaceri la sua buona comare.

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