Giovanni Boccaccio – Incomincia la quinta giornata nella quale, sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse

Era già l’oriente tutto bianco e li surgenti raggi per tutto il nostro emisperio avevan fatto chiaro, quando Fiammetta da’ dolci canti degli uccelli, li quali la prima ora del giorno su per gli albuscelli tutti lieti cantavano, incitata, su si levò, e tutte l’altre e i tre giovani fece chiamare; e con soave passo a’ campi discesa, per l’ampia pianura su per le rugiadose erbe, infino a tanto che alquanto il sol fu alzato, con la sua compagnia, d’una cosa e d’altra con lor ragionando, diportando s’andò. Ma, sentendo che già i solar raggi si riscaldavano, verso la loro stanza volse i passi; alla qual pervenuti, con ottimi vini e con confetti il leggiere affanno avuto fè ristorare, e per lo dilettevole giardino infino all’ora del mangiare si diportarono. La qual venuta, essendo ogni cosa dal discretissimo siniscalco apparecchiata, poi che alcuna stampita e una ballatetta o due furon cantate, lietamente, secondo che alla reina piacque, si misero a mangiare. E quello ordinatamente e con letizia fatto, non dimenticato il preso ordine del danzare, e con gli sturmenti e con le canzoni alquante danzette fecero. Appresso alle quali, infino a passata l’ora del dormire la reina licenziò ciascheduno; de’ quali alcuni a dormire andarono e altri al loro sollazzo per lo bel giardino si rimasero.

Ma tutti, un poco passata la nona, quivi, come alla reina piacque, vicini alla fonte secondo l’usato modo si ragunarono. Ed essendosi la reina a seder posta pro tribunali, verso Panfilo riguardando, sorridendo a lui impose che principio desse alle felici novelle. Il quale a ciò volentier si dispose, e così disse.

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